L'imperialismo unitario

Arrigo Cervetto (1950-1980)

 


Edizioni Lotta Comunista, luglio 1981
Trascritto per internet da Dario Romeo, maggio 2001


Marx ed Engels sui rapporti tra gli Stati
Lenin sui rapporti tra le potenze imperialistiche

Marx ed Engels sui rapporti tra gli Stati

Elaborando la concezione materialistica della politica Marx ed Engels stabilirono i principi fondamentali di una teoria specifica delle relazioni internazionali.

Nell'ordinare articoli, saggi e manoscritto dei due autori riguardanti la politica internazionale, F. Mehring e D. Rjazanov hanno avuto la possibilità di dimostrare che tale materiale, seppure motivato da eventi occasionali, si colloca in una prospettiva organica che abbraccia mezzo secolo. Ci si trova di fronte ad una visione strategica di lungo termine, specie dopo le riflessioni sul 1848, che viene, via via, puntualizzata in riferimento a singoli episodi della politica internazionale ed anche nei casi in cui valutazioni e giudizi vengono rettificati lo sono non in modo arbitrario e soggettivo.

La rettifica avviene sulla base di nuove valutazioni dei rapporti di forza tra le potenze, dell'affermarsi di nuove correnti politiche all'interno delle singole potenze, delle conseguenze emerse dalle iniziative singole o plurime di politica estera.

La rettifica, del resto, è connaturale a questo tipo di analisi dato l'oggetto preso in esame; basti pensare che sotto gli occhi di Marx e di Engels si formano due grandi Stati, Germania e Italia, ed un altro, gli Stati Uniti, si unifica definitivamente dopo una guerra civile di ampie proporzioni.

Quello che risalta, invece, negli scritti di Marx ed Engels non è tanto la inevitabile rettifica di valutazioni precedenti quanto la continuità invariante di alcune linee interpretative di fondo della evoluzione della politica internazionale. Non è un caso. Tali linee interpretative poggiano saldamente sui pilastri della teoria generale del marxismo. È da questa che si sviluppa la specializzazione riguardante le relazioni internazionali.

Scrive D. B. Rjazanov, nello studio "Karl Marx sull'origine del predominio della Russia in Europa": "Ma Marx negli anni cinquanta non si occupò soltanto dello studio del 'cosmo borghese'. Con non minore assiduità studiò i 'misteri della politica internazionale'. Londra non era solo il punto di osservazione più favorevole per lo studio dei rapporti economici del mercato mondiale, era anche, come l'Aia del XVIII secolo, il luogo dove, più rapidamente che in qualsiasi altro, veniva registrato nei bollettini di borsa ogni cambiamento, anche minimo, che si verificasse sul terreno dei rapporti politici internazionali - come in un barometro le minime variazioni della pressione atmosferica".

L'osservatorio di Londra è il punto di approdo della prima fase di attività politica e di attività teorica di Marx e di Engels; sarà anche il loro laboratorio, ma all'allora capitale mondiale del capitalismo giungono già con gli strumenti di scienza messi a fuoco.

Ci interessa vederne alcuni, nella impossibilità di vederli tutti. Prima del 1848 e del "Manifesto" Marx ed Engels si incontrano per chiarirsi le idee e tante ne chiariscono. Assolto il compito decidono di lasciare il voluminoso manoscritto alla "critica roditrice dei topi". Quando fu ritrovato richiamò l'attenzione sulle parti che trattano argomenti filosofici, ma il manoscritto va oltre la critica dell'ideologia.

Ne "L'ideologia tedesca", del 1845-1846, Marx ed Engels elaborano la concezione materialistica della politica. Questa concezione, ovviamente, è alla base della loro visione della vita politica mondiale e delle relazioni che vi stabiliscono.

Non deve, quindi, sorprendere che ne "L'ideologia tedesca" vengano stabiliti alcuni principi fondamentali della teoria marxista delle relazioni internazionali.

Vediamo il primo: l'interdipendenza delle nazioni. Ecco come viene formulato: "Con la concorrenza universale essa [grande industria] costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l'ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l'allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni".

La grande industria capitalistica crea la storia mondiale perché crea il mercato mondiale; la singola nazione "dipende", ormai, dal mondo intero e vi "dipende", come vedremo, anche quella meno sviluppata.

Concorrenza universale ed interdipendenza tra le nazioni non spiegano ancora la natura specifica delle relazioni internazionali tra gli Stati.

E qui arriviamo al secondo principio: "In generale essa [grande industria] creò dappertutto gli stessi rapporti tra le classi della società e in tal modo distrusse l'individualità particolare delle singole nazionalità. E, infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso".

Concorrenza e interdipendenza universalizzano la borghesia ma, nello stesso tempo, ne conservano gli interessi nazionali particolari.

La politica mondiale della borghesia riflette, di conseguenza, universalità di concorrenza e di interdipendenza e particolarità di interessi. Le relazioni internazionali sono, quindi, relazioni di universalità e di particolarità. La teoria marxista della politica internazionale diviene la scienza che affronta la dialettica contraddittoria tra il generale e il particolare nella storia mondiale inaugurata dal capitalismo.

Solo una teoria specifica elaborata dalla concezione materialistica della politica può essere in grado di analizzare questa realtà.

Scrivono Marx ed Engels: "A partire da Machiavelli, Hobbes, Spinoza, Bodinus, ecc., nei tempi moderni, per non parlare dei più antichi, si è presentato il potere come fondamento del diritto; con ciò la concezione teorica della politica era emancipata dalla morale e restava soltanto il postulato che la politica doveva essere oggetto di studio autonomo".

L'analisi teorica della politica internazionale del capitalismo richiede strumenti che vanno oltre a quelli dei maestri che l'emanciparono dalla morale e la collocarono sulla forza.

Le relazioni internazionali sono sì rapporti tra forze, tra potenze, ma tra forze e potenze capitalistiche.

Se la nostra interpretazione è giusta ne deriva che già nei principi ricavabili dallo scritto di Marx ed Engels vi è la critica, poi sviluppata da Lenin, ad ogni teoria che prevede il capitalismo giungere ad un supercapitalismo, una supernazione, un superimperialismo, un superstato.

Di estremo interesse, per la teoria marxista delle relazioni internazionali, è una terza tesi espressa sempre ne "L'ideologia tedesca": "Secondo la nostra concezione, dunque, tutte le collisioni della storia hanno la loro origine nella contraddizione fra le forze produttive e la forma di relazioni. D'altronde non è necessario che per provocare delle collisioni in un paese questa contraddizione sia spinta all'estremo in questo paese stesso. La concorrenza con paesi industrialmente più progrediti provocata dall'allargamento delle relazioni internazionali, è sufficiente per generare una contraddizione analoga anche nei paesi con industria meno sviluppata (per esempio il proletariato latente in Germania, fatto apparire dalla concorrenza dell'industria inglese)".

La storia ha dimostrato la validità di questa tesi, ripresa in termini generali, prima, da Kautsky e Parvus e poi, in una strategia rivoluzionaria di più ampia prospettiva e di più solido impianto, da Lenin.

La tesi della "collisione storica", o sommovimento sociale e politico, provocata dall'esterno è una importante componente della teoria marxista delle relazioni internazionali.

Si può citare, tanto per fare un esempio, l'analisi che Marx ed Engels fecero sulle crisi sociali e politiche provocate in Russia dal movimento del mercato mondiale agricolo.

Anche la loro tesi sull'equilibrio di potenze non può essere pienamente intesa se non si tiene presente il concetto della "collisione storica" provocata in un paese dall'esterno. E ciò sia per quanto viene provocato dalla concorrenza sul mercato mondiale che per quanto viene provocato dalla modifica dello stesso equilibrio di potenze, modifica determinata in ultima istanza dal movimento del mercato mondiale.

Le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 sanciscono la fondatezza, nei due sensi di mercato e di equilibrio, della impostazione scientifica della questione russa da parte di Marx ed Engels e del loro fedele discepolo Lenin, che più di tutti comprese la grande lezione delle "collisioni storiche" provocate dall'esterno e non si trastullò con giochi filosofici sulla contraddizione tra le forze produttive nell'orto nazionale.

La contraddizione, ci insegnano Marx ed Engels, è mondiale perché mondiale è l'economia e la politica. La concorrenza nell'economia mondiale determina la politica mondiale e, di conseguenza, anche la politica nazionale la quale deve adeguarsi, subendone tutte le contraddizioni, al movimento di una storia che è diventata mondiale. Non può sfuggire a questo destino, chiudendosi in se stessa, non adeguandosi.

L'allargamento delle relazioni internazionali è sufficiente per generare la contraddizione della zona avanzata anche nella zona economicamente più arretrata. Non solo: la concorrenza internazionale animata dalla zona avanzata provoca modificazione sociali anche nella zona arretrata e fa apparire il "proletariato latente", ossia provoca processi di proletarizzazione.

La storia mondiale, anche del nostro secolo, ha messo alla berlina la ideologia: subisce, ora, non più la critica roditrice dei topi della cantina di Marx ma quella più entusiasmante ed aguzza dei fatti.

Alcuni studiosi hanno voluto contrapporre la teoria marxista dell'imperialismo alla tradizionale teoria dell'equilibrio di potenza. È, a nostro avviso, una falsa contrapposizione perché se è vero che la teoria marxista si distacca nettamente dalla tradizionale teoria dell'equilibrio è altrettanto vero che la teoria marxista dell'imperialismo include un particolare uso del concetto dell'equilibrio di potenza.

Vediamo la principale obiezione che viene fatta alla teoria dell'equilibrio. Il sistema di Stati non sarebbe più descrivibile in termini di equilibrio perché non vi sarebbe più un caos di potenze da equilibrare e perché gli Stati si raggruppano attorno a due poli, quello americano e quello russo. Il mondo non sarebbe più disorganizzato in una pluralità di potenze ma sarebbe organizzato in due blocchi diretti dalle due superpotenze detentrici dell'arsenale atomico e costrette a regole concordate ed unitarie nelle relazioni tra gli Stati.

Se l'equilibrio derivava dal multipolarismo disorganizzato, il bipolarismo organizzato non richiederebbe più l'equilibrio e non sarebbe più spiegabile con la teoria dell'equilibrio.

Questo tipo di analisi, che abbiamo sintetizzato, da un lato non corrisponde alla realtà del sistema mondiale e, dall'altro, non corrisponde alla teoria marxista dell'imperialismo. È proprio di tale teoria il merito di aver individuato la legge dell'ineguale sviluppo del capitalismo che si esprime nell'impossibilità di durata stabile di due blocchi congelati da due superpotenze, nel declino di alcune potenze, nell'ascesa di altre.

L'ineguale sviluppo del capitalismo determina una dinamica di pluralità di potenze e questa conduce ad una pluralità di poli. Anche nel caso che la dinamica multipolare tendesse alla aggregazione bipolare, provocherebbe comunque un processo caotico di transitorio multipolarismo; processo che, pur transitorio e contingente, darebbe luogo a situazioni di equilibrio e situazioni di squilibrio.

Anche in questo caso, la comprensione del processo comporterebbe l'utilizzo del concetto di equilibrio.

L'analisi dell'imperialismo degli ultimi decenni dimostra, invece, che l'ineguale sviluppo provoca una tendenza opposta. In nessun modo si può dire che l'ultimo decennio abbia rafforzato il bipolarismo e in tutti i modi si può dire che ha rafforzato il multipolarismo. La tendenza attuale opera incontestabilmente in questa seconda direzione.

Non possiamo escludere che nel futuro la tendenza si inverta nuovamente. Resta il fatto che l'analisi contingente delle relazioni internazionali richiede, più che mai, l'applicazione della teoria marxista dell'equilibrio di potenze. Anzi, è sempre più necessario uno sviluppo conseguente e scientificamente fondato di questa teoria. Il futuro dell'imperialismo, data la complessità crescente delle relazioni internazionali, richiede ancor più strumenti perfezionati ed approfonditi di analisi.

La fucina marxista della scienza politica li può abbondantemente fornire. Sta nelle nostre mani la capacità e l'opportunità di forgiarli.

Lenin sui rapporti tra le potenze imperialistiche

All'inizio degli anni '60, quando cercammo, di fronte al dissidio cino-sovietico, di tracciare la strategia di Lenin sulla questione cinese, sostenemmo che non è stata sufficientemente sviluppata la concezione marxista della politica internazionale come scienza in cui l'azione politica non è tattica arbitraria ma linea direttrice di intervento in un processo oggettivo dell'economia mondiale e della lotta tra le classi. Esiste un patrimonio marxista poco utilizzato che deve, invece, trovare una ampia applicazione in una scienza materialistica della politica internazionale.

D'altra parte non può esistere una strategia rivoluzionaria del proletariato senza una analisi scientifica della politica internazionale.

Non si tratta di analizzare soltanto i processi economici del capitalismo nelle varie zone mondiali e le tendenze dell'imperialismo. Questa analisi non permette, di per sé, di comprendere i movimenti delle sovrastrutture, cioè i rapporti tra gli Stati, i rapporti tra le potenze.

Orbene, sono proprio questi a costituire, nell'immediato, la politica internazionale e, quindi, ad essere il campo di analisi della scienza marxista applicata ad un aspetto specifico della realtà sociale mondiale. Il problema dei rapporti tra le potenze si impone quotidianamente all'analisi strategica, così come si impone sotto l'angolo visuale specifico dei rapporti di forza, in quanto per il marxismo il rapporto di potenze è essenzialmente rapporto di forze.

Sorge, a questo punto, la necessità di sostanziare il concetto di potenza ed il concetto di forza usati nell'analisi dei rapporti internazionali, tanto più che in questo settore specifico della teoria e della pratica politica i concetti di potenza e di forza sono universalmente usati. I concetti di potenza e di forza rappresentano per la teoria borghese dei rapporti internazionali quello che per la teoria economica borghese rappresentano i concetti di capitale e di lavoro.

Sono involucri che le varie scuole riempiono di contenuti differenti. Non c'è campo specifico che usi spregiudicatamente i concetti di potenza e di forza più di quello dei rapporti internazionali, sia nella teoria che nella pratica politica.

La spiegazione è, come sempre, fondata nella pratica. I rapporti tra gli Stati sono rapporti di potenza, sono rapporti di forza. Le sovrastrutture statali svolgono, nei loro rapporti reciproci, il ruolo essenziale di forza organizzata. La propaganda ideologica ha un ruolo minimo nei rapporti tra gli Stati.

Se c'è un campo dove la teoria di Gramsci della egemonia basata più sul consenso che sulla coercizione, per usare i suoi termini, dimostra tutta la sua inconsistenza, questo è proprio il campo dei rapporti internazionali. Non a caso: la propaganda per ottenere il consenso può avere una possibilità all'interno di uno Stato, dove la classe dominante detiene i mezzi di produzione ed organizza l'apparato repressivo statale. Sulla base di questi rapporti di forza, la classe dominante di un paese stabilisce la sua egemonia ideologica. Per stabilirla in un altro paese deve, prima, modificare i rapporti di forza esistenti, rapporti di forza che non concernono solo quelli tra due paesi ma tutto un sistema internazionale di relazioni reciproche. Solo dopo che con la forza si sono modificati i rapporti, la propaganda ideologica di una potenza può svolgere un ruolo. Però non è mai accaduto, né può accadere, che il predominio di una potenza imperialistica si sia stabilito con una egemonia ideologica o che, comunque, tale egemonia ideologica abbia preservato il predominio qualora i rapporti di forza che l'avevano permessa siano venuti meno. Per quanto forte sia stata la influenza ideologica della potenza predominante, il declino di questa comporta una nazionalizzazione dell'ideologia importata, nel caso dell'assimilazione, o una sua trasformazione, nel caso diverso.

Gramsci, riprendendo dallo storicismo il concetto di egemonia, è stato costretto a confinarlo nel campo nazionale del rapporto tra le classi dentro ad uno Stato, dopo che nel campo internazionale del rapporto tra Stati, dal quale era nato, aveva abbondantemente dimostrato la sua impotenza idealistica a dimostrare e spiegare i processi reali di formazione dei rapporti internazionali, con la loro dinamica di conflitti, di stasi e di capovolgimenti.

Sostanziare il concetto di potenza con la egemonia culturale ed ideologica, porre alla base della potenza una forza intellettuale, astrarre dalla sovrastruttura statale l'elemento che meno gioca un ruolo nelle relazioni internazionali, è diventato ben presto per la borghesia maturata imperialisticamente un esercizio teorico, oltre che inutile, dannoso nella interpretazione e nella guida della politica estera.

La scuola idealista storicistica doveva inevitabilmente trovarsi ridimensionata sino ad occupare un posto marginale, salvo che nei paesi più deboli imperialisticamente come l'Italia dove persiste, anche ad opera delle correnti gramsciane e togliattiane, la teoria del "primato della politica" e la politica, anche quella estera, è concepita come un atto pratico sempre originale e irripetibile; ne deriva, quindi, che nelle relazioni tra gli Stati non possono essere individuate delle costanti, delle leggi oggettive.

Privilegiando nei diversi Stati gli aspetti sovrastrutturali ideologici, invece di quelli esprimenti più direttamente la violenza organizzata militarmente e politicamente, è facile trovare la particolarità nazionale, originale, irripetibile, di ogni Stato e spiegare ogni atto di questo Stato nel rapporto con gli altri, sia questo atto di conflitto, di alleanza, di neutralità, un qualcosa di indefinibile e di inedito. Così i gramsciani e i togliattiani finiscono con lo spiegare la politica dei diversi Stati con la personalità dei loro dirigenti; ma non spiegano perché questi dirigenti fanno una determinata politica e perché, poi, la cambiano. In realtà, non spiegano niente perché non spiegano neppure la personalità oggettiva dei dirigenti e dei gruppi dirigenti. La borghesia di paesi imperialistici più forti è stata, invece, costretta a dotarsi di teorie che cercano di individuare leggi di movimento nel rapporto tra gli Stati. Queste scuole usano, sostanzialmente, più il concetto di potenza-forza che il concetto di egemonia.

L'imperialismo tedesco produsse teorie in cui alla base della potenza vi è una specie di determinismo geografico. Ben presto, però, queste teorie dovevano fallire con il fallimento della potenza geografica, e geopolitica, poiché lo spazio territoriale vale solo in quanto dimensione geografica di mercato e non in quanto dimensione economica. Le sconfitte dell'imperialismo tedesco ad opera della potenza economica dovevano far decadere le teorie della potenza geografica.

Attualmente le teorie dominanti sono quelle dell'imperialismo dominante, lo statunitense. Il marxismo rivoluzionario deve conoscerle così come ha sempre conosciuto e criticato le teorie economiche e politiche sull'imperialismo dei gruppi tra i più forti dei suoi nemici di classe. Il proletariato potrebbe da esse vedere, più che da tante culture fasulle, con quanta spregiudicatezza trattano i problemi dei rapporti tra le potenze.

Non è mai accaduto che un ideologo dicesse che il rapporto tra la borghesia e il proletariato di un determinato paese è basato sull'equilibrio del terrore e che questo è un bene, è la pace tra le classi, ecc. Eppure, ciò viene apertamente detto per il rapporto tra le potenze. Mentre, all'interno di ogni paese, il dominio del capitalismo viene contrabbandato per conciliazione di classi, per rapporto democratico che contempera gli interessi delle classi, per comunità nazionale, nei confronti dell'esterno le teorie dicono apertamente che le relazioni tra gli Stati si fondano sulle rispettive forze.

Queste teorie sono costrette a riconoscere la verità, per giustificare il loro appoggio all'azione imperialistica, quando apertamente dicono che la vita internazionale è una lotta per il potere e che il potere si fonda sulla potenza. In generale, per queste teorie la potenza è espressa da fattori che rendono forte lo Stato: fattori che sono individuati nella popolazione, nelle materie prime, nella tecnologia e nella macchina militare. Vedremo, in seguito, cosa significhi questa teorizzazione multifattoriale.

Per ora, basti considerare la massima conclusione alla quale arrivano: ogni sistema di rapporti internazionali è un sistema di equilibrio di forze. Da questa concezione basilare si dirama tutta una serie di varianti, che poi sono quelle operanti nella politica estera statunitense: dal sistema di equilibrio con il consenso internazionale a quello fondato sulla legittimità delle norme di comportamento, per cui è colpita la potenza che illegittimamente le infrange, dalla bilancia delle potenze che mitiga i conflitti a quella che li evita, dall'equilibrio nucleare alla guerra limitata.

Comunque, è estremamente interessante che tutte queste teorie riconoscano nella forza il fondamento della politica internazionale. In definitiva, esse riflettono, nell'astrazione teorica, la forza pratica dell'imperialismo che le esprime.

A questo punto, occorre vedere come il marxismo concepisce la forza nei rapporti internazionali.

Per Lenin, la forza economica è il contenuto della potenza politica che si esprime in varie forme. La politica internazionale è l'insieme dei rapporti tra le potenze nella lotta per la spartizione del mercato mondiale, spartizione proporzionale al capitale. In questa formula risiedono i criteri fondamentali per l'analisi scientifica dei rapporti internazionali, per la scienza marxista della politica internazionale.

L'oggetto specifico di questa scienza sono le forme della lotta tra gli Stati. Per Lenin le forme della lotta mutano "continuamente". Quindi è impossibile analizzare la lotta analizzando le sole forme. Occorre vedere, scientificamente, la costanza della lotta, la reiterazione dei fenomeni. Lenin dice che "non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe". Qual è il contenuto di classe, la sostanza? È "la lotta economica (cioè la spartizione del mondo)".

Il ruolo oggettivo delle teorie borghesi è, invece, quello di "mettere in evidenza ora l'una, ora l'altra forma della lotta". E proprio nell'evidenziare le forme della lotta, le teorie borghesi, e quelle opportunistiche che le ricalcano, trovano la possibilità di differenziarsi in teorie unicausali e in teorie multicausali, anche quando, come abbiamo visto, pongono il concetto di forza come loro presupposto. Tutte le principali teorie usano il concetto di potenza-forza, ma lo usano per quanto riguarda le forme e non il contenuto della lotta. Ossia elevano a contenuto della lotta le forme con cui, di volta in volta, è svolta.

La scienza marxista, invece, analizza il contenuto di classe della forza.

È in grado, quindi, di vedere la dinamica dei rapporti di forza, il loro mutamento come mutamento nella lotta di spartizione del mondo.

Per Lenin "la spartizione si compie proporzionalmente al 'capitale', alla 'forza'". La "forza" è economica, è proporzione, quota di capitale. Il criterio per cui la forza corrisponde alla forza economica non è restrittivo ma pienamente corrispondente alla possibilità di analisi scientifica. Ciò vuol dire che scopo della scienza della politica internazionale non è quello di tradurre meccanicisticamente ogni aspetto della forza degli Stati in quantità economiche, ma quello di analizzare la dinamica dei rapporti tra le potenze e i mutamenti di questi rapporti.

Lenin dice espressamente: "Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di "potenza" - che poi tale mutamento sia di natura "puramente" economica, oppure extra economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria".

L'importante, per Lenin, è stabilire ciò che determina il mutamento della forza: "la forza muta con il mutare dello sviluppo economico e politico". Quindi, la dinamica dei rapporti internazionali poggia sulla dinamica dello sviluppo economico e politico. Su questa dinamica della forza economica e politica si determinano le lotte per la spartizione che si compie proporzionalmente al "capitale". La forza muta con lo sviluppo economico e politico. L'ineguale sviluppo del capitalismo determina la condizione oggettiva del processo permanente dei mutamenti di forza.

La politica internazionale è, in fondo, un movimento incessante di mutamenti dei rapporti tra le potenze. Solo la teoria marxista fornisce gli strumenti concettuali per poterla analizzare. Solo la strategia rivoluzionaria fornisce le forze di classe per poterla risolvere.

  • (" Lotta Comunista ", n. 63, novembre 1975 e n. 116, aprile 1980)
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    Ultima modifica 07.07.2001