Principi del Comunismo

Friedrich Engels (1847)

 


Il seguente scritto di Engels non altro che un abbozzo che corrisponde alla fase preparatoria del Manifesto.
E' stato pubblicato per la prima volta nel 1914.

Trascritto per Internet da Ivan A., Luglio 1999


 

1. Che cos'è il comunismo?

Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato.

 

2. Che cos'è il proletariato?

Il proletariato è quella classe della società, che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi; benessere e guai, vita e morte, l'esistenza intera della quale dipende dalla domanda di lavoro, cioè dall'alternarsi dei periodi d'affari buoni e cattivi, dalle oscillazioni d'una concorrenza sfrenata, il proletariato o classe dei proletari è in una parola la classe lavoratrice del secolo decimonono.

 

3. Non sempre, dunque, ci sono stati dei proletari?

No. Ci sono sempre state classi povere e lavoratrici; e le classi lavoratrici sono state per lo più povere. Ma non ci sono stati sempre poveri, lavoratori che vivessero nelle condizioni ora indicate, così come la concorrenza non è stata sempre libera e sfrenata.

 

4. Com'è sorto il proletariato?

Il proletariato è sorto in seguito alla rivoluzione industriale che si è verificata in Inghilterra nella seconda metà del secolo scorso, e che da allora in poi si è ripetuta in tutti i paesi civili del mondo. Questa rivoluzione industriale venne prodotta dall'invenzione della macchina a vapore, dalle varie macchine tessili, dal telaio meccanico e da tutt'una serie di altri congegni meccanici. Queste macchine, che erano molto costose e quindi potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, trasformarono tutto il modo di produzione esistente e soppiantarono i lavoratori che c'erano stati fino ad allora, giacchè le macchine fornivano le merci a più basso prezzo e migliori di quanto potessero produrle i lavoratori con i loro filatoi e telai imperfetti. Così quelle macchine diedero l'industria completamente in mano ai grandi capitalisti e tolsero ogni valore alla poca proprietà degli operai (strumenti da lavoro, telai ecc.), cosicchè i capitalisti ebbero ben presto tutto nelle loro mani, e ai lavoratori non rimase nulla. In tal modo era introdotto il sistema della fabbrica nella produzione delle stoffe da vestiario. Una volta dato l'impulso iniziale all'introduzione delle macchine e del sistema della fabbrica, questo sistema fu applicato prestissimo anche a tutte le altre branche dell'industria, specialmente alla stampa delle stoffe e alla tipografia, all'arte vasaria e all'industria della lavorazione dei metalli. Il lavoro venne diviso sempre più fra i singoli operai, cosicchè il singolo operaio, che prima aveva fatto tutto un pezzo di lavoro, ora faceva solo una parte di questo pezzo. Questa divisione del lavoro rese possibile che i prodotti potessero essere forniti più rapidamente e quindi a minor prezzo. Essa ridusse l'attività di ogni singolo operaio a un movimento meccanico semplicissimo, ripetuto ogni momento, che poteva essere compiuto non solo altrettanto bene ma anche molto meglio da una macchina. In questo modo tutte quelle branche dell'industria caddero, una dopo l'altra, sotto il dominio della forza-vapore, delle macchine e del sistema della fabbrica, proprio come la filatura e la tessitura. Con questo però caddero allo stesso tempo completamente nelle mani dei grandi capitalisti, e anche qui venne sottratto ai lavoratori l'ultimo avanzo di autonomia. A poco a poco, oltre la manifattura vera e propria, anche l'artigianato cadde sempre più sotto il dominio del sistema della fabbrica, poichè anche i grandi capitalisti soppiantarono sempre più i piccoli mastri capi d'arte impiantando grandi laboratori i quali permettono il risparmio su molte spese e danno altresì la possibilità di una grande divisione del lavoro. Così oggi siamo arrivati al punto che nei paesi civili quasi tutte le branche di lavoro funzionano col sistema della fabbrica, e che in quasi tutte le branche di lavoro l'artigianato e la manifattura sono stati soppiantati dalla grande industria. A questo modo il ceto medio esistente finora, specialmente i piccoli maestri artigiani, si sono sempre più rovinati, le condizioni passate dei lavoratori si sono completamente rovesciate, e sono state create due classi nuove, che a poco per volta inghiottono tutte le altre, cioè:

I. La classe dei grandi capitalisti, che in tutti i paesi civili già ora hanno il possesso quasi esclusivo di tutti i mezzi di sussistenza e delle materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche) necessari per la produzione dei mezzi di sussistenza. Questa è la classe dei borghesi o borghesia.

II. La classe di coloro che non hanno possesso alcuno, che sono costretti a vendere ai borghesi il proprio lavoro per averne in cambio i mezzi di sussistenza necessari per il loro sostentamento. Questa classe si chiama dei proletari o proletariato.

 

5. A quali condizioni si attua questa vendita del lavoro dei proletari ai borghesi?

Il lavoro è una merce come tutte le altre e il suo prezzo sarà perciò determinato proprio secondo le stesse leggi del prezzo di ogni altra merce. Ma il prezzo di una merce sotto il dominio della grande industria o della libera concorrenza - il che, come vedremo, è poi tutt'uno - è in media sempre uguale ai costi di produzione della merce stessa. Dunque. anche il prezzo del lavoro è uguale al costo di produzione della merce stessa. Ma il costo di produzione del lavoro consiste esattamente nella quantità di mezzi di sussistenza necessaria a mettere l'operaio in condizione di rimanere atto al lavoro e a impedire l'estinzione della classe operaia. L'operaio non riceverà dunque per il suo lavoro più di quanto sia necessario a questo scopo; il prezzo del lavoro o salario sarà dunque il minimo necessario per il sostentamento della vita. Ma poichè i periodi degli affari sono ora peggiori ora migliori, egli riceverà ora di più ora di meno proprio come il fabbricante riceve ora più ora meno per la sua merce. Tuttavia, come il fabbricante nella media dei periodi buoni e cattivi non riceve per la sua merce più o meno dei costi di produzione, così l'operaio in media non riceverà né più né meno di questo stesso minimo. Ma questa legge economica del salario sarà attuata tanto più rigorosamente quanto più la grande industria s'impadronirà di tutte le branche del lavoro.

 

6. Quali erano le classi lavoratrici prima della rivoluzione industriale?

Le classi lavoratrici hanno vissuto in condizioni differenti e hanno avuto posizioni differenti di fronte alle classi possidenti e dominanti a seconda dei differenti gradi di sviluppo della società. Nell'antichità coloro che lavoravano erano gli schiavi dei proprietari, come ancora in molti paesi retrogradi e perfino nella parte meridionale degli Stati Uniti. Nel medioevo erano i servi della gleba della nobiltà proprietaria terriera, come sono ancora oggi in Ungheria, Polonia e Russia. Inoltre, nel medioevo e fino alla rivoluzione industriale vi erano nelle città garzoni artigiani che lavoravano al servizio di maestri d'arte piccoli borghesi, e a poco a poco sorsero, con lo sviluppo della manifattura, anche operai manifatturieri che venivano occupati da capitalisti di una certa entità.

 

7. In che cosa il proletario si distingue dallo schiavo?

Lo schiavo è venduto una volta per sempre; il proletario deve vendere se stesso giorno per giorno, ora per ora. Il singolo schiavo, proprietà di un solo padrone, ha l'esistenza - per miserabile che possa essere - assicurata già dall'interesse di questo padrone; il singolo proletario, proprietà per così dire dell'intera classe dei borghesi, il quale il lavoro viene acquistato solo se qualcuno ne ha bisogno, non ha l'esistenza assicurata. Questa esistenza è assicurata soltanto alla classe dei proletari nel suo insieme. Lo schiavo si trova al di fuori della concorrenza, il proletario si trova nel suo mezzo e ne risente tutte le oscillazioni. Lo schiavo è considerato un oggetto, non membro della società borghese; il proletario è riconosciuto come persona, come membro della società borghese. Lo schiavo può quindi avere un'esistenza migliore del proletario, ma il proletario appartiene a uno stadio di sviluppo superiore della società, e si trova egli stesso su di un grado superiore a quello dello schiavo. Lo schiavo si emancipa abolendo fra tutti i rapporti di proprietà privata solo il rapporto della schiavitù e divenendo solo in tal maniera egli stesso proletario; il proletario si può emancipare solo abolendo la proprietà privata in genere.

 

8. In che cosa il proletario si distingue dal servo della gleba?

Il servo della gleba ha il possesso e l'uso di uno strumento di produzione, di un appezzamento di terra, verso cessione di parte del provento o verso prestazione di lavoro. Il proletario lavora con strumenti di produzione altrui, per conto altrui, e riceve in cambio parte del provento. Il servo della gleba cede, il proletario viene ceduto. Il servo della gleba ha l'esistenza assicurata, il proletario non l'ha. Il servo della gleba è al di fuori della concorrenza, il proletario vi si trova in mezzo. Il servo della gleba si emancipa o fuggendo nelle città per divenirvi artigiano o dando al suo signore del fondo denaro invece di lavoro e prodotti divenendo libero fittavolo, o cacciando il suo signore feudale e diventando proprietario egli stesso, in breve, entrando in un modo o nell'altro nella classe possidente e nella concorrenza. Il proletario si emancipa eliminando la concorrenza, la proprietà privata e tutte le differenze di classe.

 

9. In che cosa il proletario si distingue dall'artigiano?

 

10. In che cosa il proletario si distingue dall'operaio manifatturiero?

L'operaio manifatturiero dal secolo decimosesto fino al secolo decimottavo ha avuto ancora quasi dappertutto uno strumento di produzione in proprio possesso: il suo telaio, i filatoi per la sua famiglia, un campicello che coltivava nelle ore libere. Il proletario non ha nulla di tutto questo. L'operaio manifatturiero vive quasi sempre in campagna, in rapporti più o meno patriarcali col suo signore del fondo o datore di lavoro; il proletario vive per lo più in grandi città e i suoi rapporti col datore di lavoro sono esclusivamente di denaro. L'operaio manifatturiero viene strappato alle sue condizioni di vita patriarcali dalla grande industria, perde quel poco che ancora possedeva e diviene in tal modo egli stesso proletario.

 

11. Quali furono le conseguenze immediate della rivoluzione industriale e della scissione della società in borghesi e proletari?

In primo luogo, l'antico sistema della manifattura o dell'industria fondata sul lavoro manuale venne completamente distrutto in tutti i paesi del mondo dai prezzi dei prodotti industriali che si facevano sempre più bassi in seguito al lavoro fatto con le macchine. Con ciò tutti i paesi semibarbarici che fino ad allora erano rimasti più o meno estranei allo svolgimento storico, e la cui industria fino a quel momento si era fondata sulla manifattura, furono strappati con la forza alla loro segregazione. Comprarono le merci più a buon mercato dagli inglesi e lasciarono andare in rovina i propri operai manifatturieri. Così, paesi che da millenni non avevano fatto alcun progresso, p. es. l'India, sono stati rivoluzionati in pieno, e perfino la Cina si avvia ora ad una rivoluzione. Si è giunti al punto che una nuova macchina, inventata oggi in Inghilterra, nel corso di un anno priva del pane milioni di operai cinesi. A questo modo la grande industria ha collegato tutti i popoli della terra, ha agglomerato in un mercato mondiale tutti i piccoli mercati locali, ha preparato ovunque la civiltà e il progresso, ed è arrivato a far sì che tutto ciò che avviene nei paesi civili deve ripercuotersi su tutti gli altri paesi. Cosicchè, se oggi gli operai si emancipano in Francia e in Inghilterra, questo fatto deve trarre con sé in tutti gli altri paesi rivoluzioni che prima o poi condurranno a loro volta all'emancipazione dei rispettivi operai.

In secondo luogo, dovunque la grande industria è subentrata alla manifattura, la rivoluzione industriale ha sviluppato al massimo grado la borghesia, la sua ricchezza e la sua potenza, facendone la prima classe del paese. Ne è stata conseguenza che dovunque ciò accadeva, la borghesia riuscì ad avere in mano il potere politico e soppiantò le classi fino ad allora dominanti, l'aristocrazia, i borghesi facenti parte delle corporazioni di mestiere e la monarchia assoluta che rappresentava l'una e gli altri. La borghesia annientò la potenza dell'aristocrazia, della nobiltà abolendo i maggiorascati, cioè la inalienabilità della proprietà fondiaria, e tutti i privilegi nobiliari; distrusse la potenza dei borghesi membri delle corporazioni abolendo tutte le corporazioni di arti e mestieri e tutti i privilegi dell'artigianato. Al posto dell'una e dell'altra pose la libera concorrenza, cioè quello stato della società in cui ognuno ha il diritto di esercitare qualsiasi ramo dell'industria e da nulla gli può essere impedito tale esercizio se non dalla mancanza del capitale occorrente. L'introduzione della libera concorrenza è dunque la pubblica dichiarazione che da quel momento in poi i membri della società sono ormai ineguali fra di loro solo nella misura in cui sono ineguali i loro capitali, che il capitale è divenuto la potenza decisiva e che con ciò i capitalisti, i borghesi, sono diventati la prima classe della società. Ma la libera concorrenza è necessaria all'inizio della grande industria, perche è l'unico stato della società nel quale possa sorgere la grande industria. Dopo aver così distrutto la potenza sociale della nobiltà e dei borghesi delle corporazioni, la borghesia distrusse anche la loro potenza politica. Come nella società si era elevata a prima classe, così si proclamò prima classe anche in forma politica. Lo fece mediante l'introduzione del sistema rappresentativo, che è fondato sulla eguaglianza civile dinanzi alla legge, sul riconoscimento giuridico della libera concorrenza e fu introdotto nei paesi europei nella forma delle monarchie costituzionali. In queste monarchie costituzionali sono elettori soltanto coloro che posseggono un certo capitale, quindi soltanto i borghesi; elettori-borghesi eleggono i deputati, e questi deputati-borghesi eleggono, mediante il diritto di rifiuto del pagamento delle imposte, un governo di borghesi.

In terzo luogo, la rivoluzione industriale ha sviluppato ovunque il proletariato nella stessa misura in cui sviluppa la borghesia. Nella stessa proporzione in cui i borghesi divenivano più ricchi, i proletari diventavano più numerosi. Poichè, non potendo i proletari essere impiegati se non dal capitale e il capitale non potendo aumentare se non mediante l'impiego del lavoro, l'aumento del proletariato procede di pari passo con l'aumento del capitale. Allo stesso tempo la rivoluzione industriale concentra tanto la borghesia come i proletari in grandi città nelle quali l'industria può essere esercitata col maggiore vantaggio, e con questo agglomeramento di grandi masse in un solo punto dà ai proletari la coscienza della loro forza. Inoltre, quanto più la rivoluzione industriale si sviluppa, quanto più si inventano nuove macchine che soppiantano il lavoro manuale, tanto più la grande industria riduce al suo minimo il salario, come già si è detto, rendendo con ciò sempre più insopportabile la situazione del proletariato. Così la rivoluzione industriale prepara una rivoluzione della società da parte del proletariato, da un lato per il crescente malcontento, dall'altro per la crescente potenza del proletariato.

 

12. Quali sono state le ulteriori conseguenze della rivoluzione industriale?

La grande industria ha creato, con la macchina a vapore e con le altre macchine, i mezzi per aumentare all'infinito in breve tempo e con poca spesa la produzione industriale. La libera concorrenza che deriva necessariamente da questa grande industria assunse prestissimo un carattere estremamente violento, data quella facilità di produzione; una moltitudine di capitalisti si gettò sull'industria e in breve tempo si produsse più di quanto potesse abbisognare. Conseguenza ne fu che le merci fabbricate non potevano esser vendute, e che sopravvenne una cosiddetta crisi commerciale. Le fabbriche dovettero fermar le macchine, i fabbricanti fallirono e gli operai vennero a trovarsi senza pane. Dappertutto si ebbe la più grande miseria. Dopo qualche tempo i prodotti eccedenti furono venduti, le fabbriche ricominciarono a lavorare, il salario salì e a poco a poco gli affari andarono di nuovo meglio che mai. Ma non passò molto tempo, che si riebbe una produzione eccessiva di merci e che sopravvenne una nuova crisi, che tornò a seguire lo stesso preciso corso della prima. Così, dall'inizio di questo secolo lo stato dell'industria ha oscillato continuamente fra epoche di prosperità e epoche di crisi, e tali crisi sono sopravvenute quasi regolarmente ogni cinque o sette anni, collegate ogni volta con una grandissima miseria degli operai, con una eccitazione rivoluzionaria generale, e con il più grande pericolo per l'intera situazione esistente.

 

13. Che cosa consegue da queste crisi commerciali che si ripetono regolarmente?

In primo luogo, la grande industria, benchè sia stata proprio essa a generare, durante il suo primo periodo di sviluppo, la libera concorrenza, tuttavia ora si è troppo sviluppata per trovarsi ancora bene con la libera concorrenza; per la grande industria, la concorrenza e in genere l'esercizio della produzione industriale da parte di singoli individui sono diventati per essa un vincolo che deve spezzare e spezzerà; la grande industria, finchè sarà gestita sulla base attuale, può reggersi solo tornando a ricadere di sette in sette anni in una confusione generale periodica, che ogni volta mette in pericolo la civiltà intera e non solo precipita nella miseria i proletari, ma manda anche in rovina un gran numero di borghesi; dunque, o bisogna rinunciare del tutto alla grande industria, il che è assolutamente impossibile, o la grande industria rende assolutamente necessaria una organizzazione del tutto nuova della società, nella quale la produzione industriale sia guidata non più da singoli fabbricanti in reciproca concorrenza, ma da tutta la società secondo un piano determinato e secondo il fabbisogno di tutti.

In secondo luogo, la grande industria e l'estensione della produzione all'infinito che essa permette, rendono possibile uno stato della società nel quale di ogni fabbisogno per la esistenza venga prodotto quel tanto che ogni membro della società ne sia posto in grado di sviluppare e di mettere in azione tutte le sue forze e i suoi talenti in perfetta libertà. Cosicchè insomma proprio quel carattere della grande industria che nella società odierna genera ogni miseria e tutte le crisi commerciali, sarà proprio quello che in un'altra organizzazione della società distruggerà quella miseria e quelle oscillazioni apportatrici di sciagura. Di modo che è dimostrato con la maggior evidenza possibile:

1) che d'ora in poi tutti questi mali sono da ascriversi soltanto all'ordinamento della società, che non è più adatto alla situazione;

2) che ci sono i mezzi per eliminare questi mali completamente mediante un nuovo ordinamento della società.

 

14. Questo nuovo ordinamento della società, di che tipo dovrà essere?

Prima di tutto dovrà sottrarre l'esercizio dell'industria e in generale di tutti i rami della produzione ai singoli individui in concorrenza tra di loro, e dovrà invece far gestire tutti quei rami della produzione dall'intera società, cioè in conto comune, secondo un piano comune, e con la partecipazione di tutti i membri della società. Dunque abolirà la concorrenza e le sostituirà l'associazione. Ma, poichè l'esercizio dell'industria da parte dei singoli aveva per conseguenza necessaria la proprietà privata - e la concorrenza non è altro che il tipo di esercizio dell'industria da parte di singoli proprietari privati - ne consegue che la proprietà privata non è scindibile dalla gestione singola e individuale dell'industria e dalla concorrenza. Quindi anche la proprietà privata dovrà essere abolita, e ad essa subentrerà l'utilizzazione in comune di tutti i mezzi di produzione e la distribuzione di tutti i prodotti in base a un comune accordo, cioè la cosiddetta comunanza dei beni. Anzi, l'abolizione della proprietà privata è la sintesi più concisa e più caratteristica della trasformazione dell'ordinamento della società che deriva necessariamente dallo sviluppo dell'industria, e a ragione quindi i comunisti la accentuano come rivendicazione principale.

 

15. Dunque, prima d'ora la abolizione della proprietà privata non era possibile?

No. Ogni cambiamento dell'ordinamento sociale, ogni rivoluzione dei rapporti di proprietà, è stata conseguenza necessaria della generazione di nuove forze produttive, che non si volevano più piegare ai vecchi rapporti di proprietà. La stessa proprietà privata non è esistita sempre; ma, quando verso la fine del medioevo fu creata con la manifattura una nuova maniera di produzione che non si lasciava subordinare alla proprietà feudale e corporativa allora vigente, questa manifattura, troppo cresciuta per trovarsi bene sotto i vecchi rapporti di proprietà, generò una nuova forma di proprietà, la proprietà privata. Ma per la manifattura e per il primo stadio di sviluppo della grande industria non era possibile nessun'altra forma di proprietà all'infuori della proprietà privata, né nessun altro ordinamento della società all'infuori di quello basato sulla proprietà privata. Finchè non si può produrre tanto che non solo ci sia a sufficienza per tutti, ma rimanga inoltre un'eccedenza di prodotti da usare per l'aumento del capitale sociale e per l'ulteriore perfezionamento delle forze produttive, fino a questo momento non possono non esserci una classe dominante che dispone delle forze produttive della società e una classe povera ed oppressa. Dal grado di sviluppo della produzione dipenderà la conformazione di queste classi. Il medioevo, che dipende dall'agricoltura, ci dà il signore feudale e il servo della gleba, le città del più tardo medioevo ci mostrano il maestro d'arte e il garzone e il giornaliero, il secolo decimosettimo ha l'industria manifatturiera e gli operai della manifattura, il decimonono il grande fabbricante e il proletario.

E' evidente che fino ad ora le forze produttive non erano ancora tanto sviluppate che si potesse produrre a sufficienza per tutti, e che per queste forze produttive la proprietà privata era diventata un vincolo, un limite. Ma ora, per effetto dello sviluppo della grande industria: in primo luogo capitali e forze produttive sono prodotti in misura mai conosciuta prima; ed esistono i mezzi per aumentare all'infinito in breve tempo tali forze produttive; in secondo luogo, queste forze produttive sono concentrate nelle mani di pochi borghesi, mentre la grande massa del popolo si proletarizza sempre più, mentre le sue condizioni diventano sempre più miserabili e intollerabili a misura che crescono le ricchezze dei borghesi; in terzo luogo, queste forze produttive così imponenti e facili ad essere aumentate, hanno preso un tale sopravvento sulla proprietà privata e sui borghesi da provocare ad ogni momento violentissime perturbazioni nell'ordine della società. Perciò solo ora l'abolizione della proprietà privata non solo è diventata possibile, ma addirittura assolutamente necessaria.

 

16. L'abolizione della proprietà sarà possibile in via pacifica?

Sarebbe desiderabile che ciò potesse avvenire, e i comunisti sarebbero certo gli ultimi a opporvisi. I comunisti sanno troppo bene che tutte le cospirazioni non sono soltanto inutili ma, anzi, addirittura dannose. Sanno troppo bene che le rivoluzioni non si fanno deliberatamente e a capriccio, ma che sono state, sempre e ovunque, conseguenza necessaria di circostanze assolutamente indipendenti dalla volontà e dalla direzione di singoli partiti e di classi intere. Ma vedono anche che lo sviluppo del proletariato viene represso con la violenza in quasi tutti i paesi civili e che a questa maniera gli avversari dei comunisti lavorano a tutta forza per una rivoluzione. Se a questo modo il proletariato oppresso finirà per essere sospinto a una rivoluzione, noi comunisti difenderemo la causa dei proletari con l'azione come adesso la sosteniamo con la parola.

 

17. L'abolizione della proprietà privata sarà possibile d'un sol tratto?

No, proprio come nemmeno le forze produttive già esistenti non si possono moltiplicare d'un sol tratto nella misura necessaria all'istituzione della comunanza dei beni. Dunque, la rivoluzione del proletariato che con ogni probabilità sta per avverarsi, potrà trasformare la società attuale solo a poco a poco, e potrà abolire la proprietà privata solo quando sarà creata la massa dei mezzi di produzione a ciò necessaria.

 

18. Quale sarà lo svolgimento di questa rivoluzione nel suo corso?

Prima di tutto la rivoluzione del proletariato instaurerà una costituzione democratica, e con ciò il dominio politico diretto o indiretto del proletariato. Diretto, in Inghilterra, dove i proletari costituiscono già la maggioranza del popolo. Indiretto, in Francia e in Germania, dove la maggioranza del popolo è costituita non soltanto di proletari, ma anche di piccoli contadini e di piccoli borghesi, che solo ora per l'appunto si trovano nello stadio di transizione al proletariato e diventano sempre più dipendenti dal proletariato in tutti i loro interessi politici, e quindi dovranno presto adattarsi alle rivendicazioni del proletariato. Ciò costerà forse una seconda battaglia, che però può finire solo con la vittoria del proletariato.

La democrazia sarebbe del tutto inutile al proletariato se non venisse subito usata quale mezzo per ottenere ulteriori misure che intacchino direttamente la proprietà privata e garantiscano l'esistenza al proletariato. Di queste misure, le principali come risultano già ora quali conseguenze necessarie della situazione esistente, sono le seguenti:

1. Limitazione della proprietà privata mediante imposte progressive, forti imposte di successione, abolizione della successione per via collaterale (fratelli, figli di fratelli ecc.), prestiti forzosi, ecc.

2. Espropriazione graduale dei proprietari fondiari, dei fabbricanti, dei proprietari di ferrovie e degli armatori navali, in parte mediante la concorrenza dell'industria di stato, in parte direttamente, verso indennizzo in assegnati.

3. Confisca dei beni di tutti gli emigrati e ribelli contro la maggioranza del popolo.

4. Organizzazione del lavoro, cioè impiego dei proletari nelle terre nazionali, nelle fabbriche e nelle officine, col che verrà eliminata la reciproca concorrenza degli operai, e i fabbricanti, finchè esisteranno, saranno costretti a pagare lo stesso salario aumentato dello stato.

5. Eguale obbligo di lavoro per tutti i membri della società fino all'abolizione completa della proprietà privata. Formazione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.

6. Accentramento del sistema di credito e della finanza nelle mani dello stato mediante una banca nazionale con capitale dello stato e soppressione di tutte le banche private e dei banchieri privati.

7. Aumento delle fabbriche nazionali, delle officine, delle ferrovie e delle navi, dissodamento di tutti i terreni incolti e miglioramento di quelli già dissodati, nella stessa proporzione con la quale aumentano i capitali e gli operai a disposizione della nazione.

8. Educazione di tutti i fanciulli a cominciare, dal momento in cui possono fare a meno delle prime cure materne, in istituti nazionali e a spese della nazione. Educazione e lavoro di fabbrica insieme.

9. Costruzione di grandi palazzi sui terreni nazionali, come abitazioni in comune per comunità di cittadini, le quali esercitino tanto l'industria quanto l'agricoltura, riunendo così i vantaggi tanto della vita cittadina che di quella rurale, senza condividere la unilateralità e gli svantaggi dell'una e dell'altra maniera di vivere.

10. Demolizione di tutte le abitazioni e di tutti i quartieri malsani e malcostruiti.

11. Uguali diritti di successione tanto per i figli legittimi che per i figli illegittimi.

12. Accentramento di tutti i trasporti nelle mani della nazione.

Tutte queste misure non possono naturalmente essere messe in atto d'un sol colpo. Ma una qualsiasi di esse trarrà sempre con sé l'altra. Una volta compiuto il primo assalto radicale contro la proprietà privata, il proletariato sarà costretto ad andare sempre più avanti, a concentrare sempre più nelle mani dello stato tutto il capitale, tutta l'agricoltura, tutta l'industria, tutti i trasporti, tutti gli scambi. In questo senso operano tutte queste misure; ed esse diverranno attuabili e svilupperanno le loro conseguenze centralizzatrici nell'identica proporzione in cui il lavoro del proletariato moltiplicherà le forze produttive del paese. Infine, quando tutto il capitale, tutta la produzione, tutti gli scambi saranno concentrati nelle mani della nazione, la proprietà privata sarà scomparsa da sola, il denaro sarà divenuto superfluo, e la produzione sarà tanto aumentata e gli uomini saranno tanto cambiati che potranno cadere anche le ultime forme di rapporto della vecchia società.

 

19. Questa rivoluzione potrà verificarsi soltanto in un singolo paese?

No. La grande industria, già per il fatto di aver creato il mercato mondiale, ha collegato tutti i popoli della terra, e specialmente quelli civili, a tal punto che ogni popolo dipende da quello che accade presso un altro. Inoltre, essa ha livellato lo svolgimento della società in tutti i paesi civili al punto che in tutti questi paesi borghesia e proletariato sono diventati le due classi decisive della società, e la lotta fra queste due classi è diventata la lotta principale dei nostri giorni. La rivoluzione comunista non sarà quindi una rivoluzione soltanto nazionale, sarà una rivoluzione che avverrà contemporaneamente in tutti i paesi civili, cioè per lo meno in Inghilterra, America, Francia e Germania. Si svilupperà più rapidamente o più lentamente in ognuno di questi paesi, a seconda che l'uno o l'altro di essi possiede una industria più o meno perfezionata, una ricchezza maggiore o minore, una massa di forze produttive più o meno importante. In Germania quindi l'attuazione della rivoluzione è lentissima e difficilissima, in Inghilterra rapidissima e facilissima. E anche negli altri paesi del mondo essa farà sentire un'importante ripercussione, e trasformerà completamente il tipo seguito fino ad ora dal loro svolgimento e lo accelererà di molto. E' una rivoluzione universale e avrà perciò anche un terreno universale.

 

20. Quali saranno le conseguenze della eliminazione finale della proprietà privata?

Anzitutto, per il fatto che la società sottrae alle mani dei capitalisti privati l'uso di tutte le forze produttive e di tutti i mezzi di scambio come pure lo scambio e la distribuzione dei prodotti, e li amministra secondo un piano risultante dai mezzi che si hanno a disposizione e dai bisogni della società intera, - vengono eliminate le cattive conseguenze che oggi sono ancora connesse all'esercizio della grande industria. Le crisi scompaiono; la produzione estesa che per l'ordinamento attuale della società è sovrapproduzione e causa tanto potente di miseria, non potrà dopo la rivoluzione raggiungere neppure la sufficienza, e dovrà essere ancora molto più estesa. Invece di essere apportatrice di miseria, la sovrapproduzione garantirà, ben più che il fabbisogno immediato della società, la soddisfazione dei bisogni di tutti, e genererà nuovi bisogni e insieme i mezzi per soddisfarli. Essa sarà condizione e occasione di nuovi progressi, ed attuerà questi progressi senza che perciò, come è accaduto ogni volta fino ad ora, l'ordinamento della società sia messo in scompiglio. La grande industria, liberata dalla pressione della proprietà privata, si svilupperà in dimensioni di fronte alle quali il suo perfezionamento attuale apparirà meschino quanto appare la manifattura nei confronti della grande industria dei nostri giorni. Questo sviluppo dell'industria metterà a disposizione della società una massa di prodotti sufficiente a soddisfare i bisogni di tutti. Così anche l'agricoltura alla quale pure la pressione della proprietà privata e del parcellamento impedisce di appropriarsi i miglioramenti già compiuti e gli sviluppi scientifici, prenderà uno slancio assolutamente nuovo, e metterà a disposizione della società una quantità di prodotti del tutto sufficiente. A questo modo la società darà prodotti sufficienti perchè si possa organizzare la distribuzione in modo che siano soddisfatti i bisogni di tutti i suoi membri. Così diventa superflua la divisione della società in differenti classi contrapposte le une alle altre. E non solo superflua, ma addirittura incompatibile con il nuovo ordinamento sociale. L'esistenza delle classi ha origine nella divisione del lavoro, e nella nuova società la divisione del lavoro del tipo che s'è avuto finora, scomparirà totalmente. Poichè per portare la produzione industriale ed agricola all'altezza suesposta, non bastano da soli gli ausili meccanici e chimici; debbono essere sviluppate in misura corrispondente anche le capacità degli uomini che fanno funzionare quegli ausili. Come i contadini e gli operai manifatturieri del secolo passato hanno mutato tutto il loro tipo di vita e sono diventati essi stessi uomini del tutto nuovi quando furono trascinati nella grande industria, così l'esercizio comune della produzione da parte dell'intera società e il conseguente sviluppo nuovo della produzione abbisognerà di uomini del tutto nuovi e li genererà anche. L'esercizio comune della produzione non può essere attuato da uomini come quelli di oggi, ognuno dei quali è subordinato a un unico ramo della produzione, incatenato ad esso, da esso sfruttato, ognuno dei quali ha sviluppato una sola delle sue attitudini a spese di tutte le altre, e conosce soltanto un ramo, o soltanto un ramo di un ramo della produzione complessiva. Già l'industria attuale ha sempre minor uso per tali uomini. L'industria esercitata in comune e secondo un piano da tutta la società presuppone assolutamente uomini le cui attitudini siano sviluppate in tutti i sensi, che siano in grado di abbracciare tutto il sistema della produzione. La divisione del lavoro già ora minata dalle macchine, la quale fa di uno un contadino, dell'altro un calzolaio, d'un terzo un operaio di fabbrica, d'un quarto uno speculatore in borsa, scomparirà dunque del tutto. L'educazione potrà far seguire ai giovani rapidamente l'intero sistema della produzione, li metterà in grado di passare a turno da uno all'altro ramo della produzione, a seconda dei motivi offerti dai bisogni della società o dalle loro proprie inclinazioni. Toglierà ai giovani il carattere unilaterale impresso ad ogni individuo dall'attuale divisione del lavoro. A questo modo la società organizzata comunisticamente offrirà ai suoi membri l'occasione di applicare in tutti i sensi le loro attitudini sviluppate in tutti i sensi. Ma con ciò scompaiono necessariamente anche le differenti classi. Cosicchè da una parte la società organizzata comunisticamente è incompatibile coll'esistenza delle classi, e dall'altra parte l'instaurazione di questa società offre essa stessa i mezzi per abolire queste differenze tra le classi.

Risulta da ciò che scomparirà anche l'antagonismo fra città e campagna. L'esercizio dell'agricoltura e dell'industria per opera degli stessi uomini, invece che per opera di due classi differenti, è condizione necessaria dell'associazione comunista già per cause del tutto materiali. La dispersione della popolazione dedita all'agricoltura nelle campagne, accanto al conglomeramento della popolazione industriale nelle grandi città è una situazione che corrisponde solo a uno stadio ancora poco sviluppato dell'agricoltura e dell'industria, un ostacolo ad ogni ulteriore sviluppo che è già ora molto sensibile.

L'associazione generale dei membri della società per lo sfruttamento comune e pianificato delle forze produttive, l'estensione della produzione a un grado tale che essa soddisferà i bisogni di tutti, la cessazione di una situazione nella quale i bisogni dell'uno vengono soddisfatti a spese dell'altro, la distruzione completa delle classi e dei loro antagonismi, lo sviluppo universale delle capacità di tutti i membri della società mediante l'eliminazione della divisione del lavoro esistente finora, mediante l'educazione industriale, mediante l'alternarsi delle attività, mediante la partecipazione di tutti ai godimenti prodotti da tutti, mediante la fusione di città e campagna - ecco i risultati principali dell'abolizione della proprietà privata.

 

21. Che influenza eserciterà l'ordinamento comunistico sulla famiglia?

L'ordinamento comunistico della società farà del rapporto fra i due sessi un semplice rapporto privato che riguarderà solo le persone che vi partecipano, e nel quale la società non ha da ingerirsi. Potrà farlo perchè elimina la proprietà privata ed educa in comune i bambini, distruggendo così le due fondamenta del matrimonio come si è avuto finora; la dipendenza della donna dall'uomo e dei figli dai genitori dovuta alla proprietà privata. Qui sta anche la risposta alle strida dei filistei moralisti contro la comunanza comunista delle donne. La comunanza delle donne è una situazione legata totalmente alla società borghese e che oggigiorno esiste in pieno nella prostituzione. Ma la prostituzione poggia sulla proprietà privata e cade con essa. Dunque, l'organizzazione comunista, anzichè introdurre la comunanza delle donne, la abolisce invece.

 

22. Come si comporterà l'organizzazione comunista nei riguardi delle nazionalità esistenti?

- rimane.

 

23. Come si comporterà nei riguardi delle religioni esistenti?

- rimane.

 

24. Come si distinguono i comunisti dai socialisti?

I cosiddetti socialisti si dividono in tre classi.

La prima classe consiste di seguaci della società feudale e patriarcale che è stata distrutta e continua ancora ad essere distrutta giorno per giorno dalla grande industria, dal commercio mondiale e dalla società borghese creata dall'una e dall'altro. Questa classe trae dai mali della società attuale la conseguenza che si dovrebbe restaurare la società feudale e patriarcale, perchè questa era immune da quei mali. Tutte le sue proposte conducono, per vie dritte o traverse, a questa meta. Questa classe di socialisti reazionari sarà sempre attaccata energicamente dai comunisti, nonostante la sua pretesa simpatia e le sue calde lacrime per la miseria del proletariato, perchè:

1) tende a qualcosa di semplicemente impossibile;

2) cerca di instaurare il dominio dell'aristocrazia, dei maestri d'arte e dei manifatturieri col loro seguito di re assoluti o feudali, di funzionari, di soldati e di preti, - società che, certo, era immune dagli inconvenienti della società attuale, ma in cambio portava con sé per lo meno altrettanti altri mali e non offriva neppure la prospettiva della liberazione degli operai oppressi mediante una organizzazione comunista;

3) manifesta le sue vere intenzioni ogni volta che il proletariato diventa rivoluzionario e comunista, nel quale caso essa si allea immediatamente con la borghesia contro i proletari.

La seconda classe consiste di seguaci della società attuale, nei quali i mali che ne provengono necessariamente hanno destato timori per l'esistenza di questa società stessa. Essi tendono dunque a conservare la società attuale, ma ad eliminare i mali ad essa connessi. A questo scopo gli uni propongono pure e semplici misure di beneficenza, gli altri grandiosi sistemi di riforma, che vogliono conservare le basi della società attuale e con ciò la società attuale, sotto il pretesto di riorganizzare la società. Questi socialisti borghesi dovranno essere anch'essi continuamente combattuti dai comunisti, poichè lavorano per i nemici dei comunisti e difendono proprio quella società che i comunisti vogliono abbattere.

La terza classe infine consiste di socialisti democratici, i quali vogliono, sulla stessa strada dei comunisti, una parte delle misure indicate nella domanda 18, ma non come mezzi di transizione al comunismo, bensì come misure sufficienti ad abolire la miseria e a far scomparire i mali della società attuale. Questi socialisti democratici sono o proletari non ancora sufficientemente illuminati sulle condizioni della liberazione della loro classe, oppure sono i rappresentanti dei piccoli borghesi, classe che sotto molti aspetti ha lo stesso interesse dei proletari, fino al momento in cui si ottengono la democrazia e le misure socialiste che dalla democrazia derivano. I comunisti dovranno quindi raggiungere un'intesa con questi socialisti democratici e dovranno in genere seguire pel momento una politica il più possibile comune con essi, a meno che questi socialisti non entrino al servizio della borghesia dominante e non attacchino i comunisti. E' evidente che tale tipo di azione comune non esclude la discussione con essi delle differenze.

 

25. Come si comportano i comunisti di fronte agli altri partiti politici della nostra epoca?

Questo rapporto varia secondo i vari paesi. In Inghilterra, Francia e Belgio, dove domina la borghesia, i comunisti hanno ancora, pel momento, un interesse comune coi vari partiti democratici, interesse tanto maggiore quanto più i democratici, con le misure socialiste da essi attualmente sostenute dappertutto, si avvicinano al fine dei comunisti, cioè quanto più chiaramente e decisamente questi partiti sostengono gli interessi del proletariato e quanto più al proletariato si appoggiano. In Inghilterra, p. es., il movimento cartista, composto di operai, è infinitamente più vicino ai comunisti che non i piccoli borghesi democratici o i cosiddetti radicali.

In America, dove è introdotta la costituzione democratica, i comunisti staranno col partito che vuole rivolgere questa costituzione contro la borghesia e usarla nell'interesse del proletariato.

In Svizzera, i radicali, benchè siano ancora un partito assai misto, sono tuttavia gli unici coi quali i comunisti possano stringere rapporti, e fra questi radicali a loro volta quelli del cantone di Vaud e i ginevrini sono i più progrediti.

In Germania, infine, la lotta decisiva fra borghesia e monarchia assoluta deve ancora aver luogo. Ma, siccome i comunisti non possono contare sulla lotta decisiva fra loro stessi e la borghesia prima che quest'ultima abbia il potere, è dunque interesse dei comunisti di aiutare a portare al potere i borghesi al più presto possibile, per riabbatterli al più presto possibile. I comunisti debbono dunque prender sempre partito per i borghesi liberali di fronte ai governi, e guardarsi soltanto dal condividere le illusioni dei borghesi o dal prestar fede alle loro seducenti assicurazioni sulle salutari conseguenze della vittoria della borghesia per il proletariato. Gli unici vantaggi che la vittoria della borghesia offrirà ai comunisti consisteranno: l) in varie concessioni che faciliteranno ai comunisti la difesa, la discussione e la diffusione dei loro principi e quindi l'unificazione del proletariato in una classe strettamente unita, pronta alla lotta e organizzata; e 2) nella certezza che, dal giorno che vedrà la caduta dei governi assoluti, sarà venuto il turno della lotta fra borghesi e proletari. Da questo giorno la politica di partito dei comunisti sarà la stessa che nei paesi dove già ora la borghesia domina.

 


Ultima modifica 10.09.2000