Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Marx (1850)

II

Il 13 giugno 1849

 

Dal giugno 1848 al 13 giugno 1849

Il 25 febbraio 1848 aveva dato alla Francia la repubblica, il 25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo giugno: rovesciamento della società borghese, mentre prima di febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.

La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana della borghesia: a questa toccò necessariamente, con la vittoria, il potere dello Stato. Lo stato d'assedio aveva messo al suoi piedi Parigi incatenata e incapace di resistere; nelle province regnava uno stato d'assedio morale: la brutale arroganza dei borghesi e lo sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà! Dal basso, dunque, nessun pericolo!

Assieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello stesso tempo, l'influenza politica dei repubblicani democratici, ossia dei repubblicani nel senso della piccola borghesia, rappresentati nella commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell'Assemblea nazionale costituente dal partito della Montagna [1], nella stampa dalla "Réforme" [2]. Insieme con i repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile contro il proletariato, insieme con loro lo avevano combattuto nelle giornate di giugno. In questo modo avevano minato essi stessi la base su cui si fondava la potenza del loro partito, giacché la piccola borghesia non può avere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro di sé il proletariato. Si dette loro il benservito. L'alleanza fittizia con loro, stretta con riluttanza e con segrete intenzioni di tradimento durante l'epoca del governo provvisorio e della commissione esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi. Respinti con disprezzo come alleati, essi decaddero al rango di satelliti dei tricolori [3], ai quali non potevano strappare nessuna concessione, ma il cui dominio erano costretti a difendere, ogni volta che questo, e con esso la repubblica, sembrava fosse posto in pericolo dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine - orleanisti e legittimisti - erano sin dall'origine una minoranza nell'Assemblea nazionale costituente. Anzi, prima delle giornate di giugno esse non osavano reagire se non sotto la maschera del repubblicanesimo borghese; la vittoria di giugno fece si che per un momento tutta la Francia borghese salutasse in Cavaignac il suo salvatore, e quando, poco dopo le giornate di giugno, il partito antirepubblicano riacquistò la propria indipendenza, la dittatura militare e lo stato d'assedio a Parigi non gli permisero di spiegare le antenne se non timidamente e cautamente.

Dal 1830 la frazione repubblicana borghese, con i suoi scrittori, con i suoi oratori, con le sue capacità, con le sue ambizioni, con i suoi deputati, generali, banchieri e avvocati, si era raggruppata intorno a un giornale di Parigi, il "National". Nelle province questo giornale possedeva le proprie succursali. La cricca del "National" era la dinastia della repubblica tricolore. Presto essa s'impadronì di tutte le cariche dello Stato, dei ministeri, della prefettura di polizia, della direzione delle poste, dei posti di prefetto, dei più alti posti divenuti liberi nella gerarchia degli ufficiali dell'esercito. Alla testa del potere esecutivo era il suo generale, Cavaignac; il suo redattore capo, Marrast, divenne il presidente in permanenza dell'Assemblea nazionale costituente. In pari tempo, nei suoi ricevimenti, egli, come maestro di cerimonie, faceva gli onori della repubblica dabbene.

Per una specie di rispetto di fronte alla tradizione repubblicana, persino alcuni scrittori rivoluzionari francesi hanno contribuito a rafforzare l'opinione errata che i monarchici dominassero nell'Assemblea nazionale costituente. L'Assemblea costituente, invece, rimase, a partire dalle giornate di giugno, la rappresentante esclusiva del repubblicanesimo borghese, e dimostrò il suo repubblicanesimo con tanta maggior risolutezza quanto più l'influenza dei repubblicani tricolori fuori dell'Assemblea andava crollando. Quando si trattava di difendere la forma della repubblica borghese, essa disponeva dei voti dei repubblicani democratici; ma se si trattava di difendere il contenuto, neppure il modo d'esprimersi la separava più dalle frazioni borghesi monarchiche, poiché gli interessi della borghesia, le condizioni materiali del suo dominio di classe e del suo sfruttamento di classe costituiscono appunto il contenuto della repubblica borghese [4].

Non la tendenza al ritorno alla monarchia dunque, ma il repubblicanesimo borghese trovava la sua incarnazione nella vita e nelle azioni di questa Assemblea costituente, che, in definitiva, non morì, non fu nemmeno uccisa, ma si decompose.

Per l'intera durata del suo dominio, sino a che essa rappresentò sul proscenio la parte del protagonista, nel retroscena si pronunciavano, olocausto ininterrotto, le incessanti condanne dei tribunali di guerra contro gli insorti di giugno prigionieri, oppure si decideva la loro deportazione senza giudizio. L'Assemblea costituente ebbe il tatto di confessare che negli insorti di giugno essa non giudicava dei delinquenti, ma schiacciava dei nemici.

Il primo atto dell'Assemblea nazionale costituente fu la creazione di una commissione d'inchiesta sugli avvenimenti di giugno e del 15 maggio e sulla partecipazione dei capi dei partiti socialista e democratico a quelle giornate. L'inchiesta mirava direttamente a Louis Blanc, Ledru-Rollin e Caussidière. I repubblicani borghesi bruciavano d'impazienza di sbarazzarsi di questi rivali. Il soddisfacimento dei loro rancori non poteva essere affidato da loro a un soggetto meglio adatto del signor Odilon Barrot, già capo dell'opposizione dinastica. Questo liberalismo fatto carne, questa corpulenta nullità, questa profonda fatuità, non aveva solo una dinastia da vendicare, ma anche da chieder conto ai rivoluzionari di una mancata presidenza del consiglio. Sicura garanzia della sua implacabilità! Questo Barrot venne dunque nominato presidente della commissione d'inchiesta ed egli costruì un processo completo contro la rivoluzione di febbraio, che poteva, secondo lui, riassumersi così: 17 marzo, manifestazione; 16 aprile, complotto; 15 maggio, attentato; 23 giugno, guerra civile! Per qual motivo non estese egli le sue dotte ricerche criminaliste fino al 24 febbraio? Rispose il "Journal des Dèbats" [5]: il 24 febbraio è la fondazione di Roma. L'origine degli Stati si perde in un mito, a cui si deve credere e che non si deve discutere. Louis Blanc e Caussidière vennero consegnati ai tribunali. L'Assemblea nazionale condusse a termine l'opera della propria epurazione, che aveva incominciato il 15 maggio.

Il piano concepito dal governo provvisorio e ripreso da Goudchaux, di una imposta sul capitale, sotto forma di imposta ipotecaria, fu respinto dall'Assemblea costituente; la legge che limitava l'orario di lavoro a 10 ore abrogata; l'arresto per debiti ristabilito; dalla ammissione al giurì venne esclusa quella gran parte della popolazione francese che non sa né leggere né scrivere. Perché non escluderla anche dal diritto di voto? La cauzione per giornali fu rimessa in vigore. Il diritto d'associazione limitato.

Ma nella loro precipitazione di restituire agli antichi rapporti borghesi le loro antiche garanzie e di cancellare ogni traccia lasciata dalle onde della rivoluzione, i borghesi repubblicani urtarono in una resistenza, che costituì per loro la minaccia di un pericolo inatteso.

Nessuno aveva combattuto nelle giornate di giugno per la salvaguardia della proprietà e per il ristabilimento del credito con maggior fanatismo dei piccoli borghesi di Parigi: caffettieri, trattori, piccoli negozianti, merciaiuoli, artigiani, ecc. La bottega aveva raccolto tutte le sue forze e aveva marciato contro la barricata, al fine di ristabilire la circolazione che porta dalla strada alla bottega. Ma dietro alla barricata stavano i clienti e i debitori, dinanzi ad essa i creditori della bottega. E quando le barricate furono abbattute e gli operai schiacciati, e i guardiani delle botteghe, ubriachi di vittoria, si rovesciarono di ritorno nelle loro botteghe, ne trovarono barricato l'ingresso da un salvatore della proprietà, da un agente ufficiale del credito, che agitava loro in faccia le sue lettere di protesta: Cambiale scaduta! Fitto scaduto! Tratta scaduta! Bottega fallita! Bottegaio fallito!

Salvaguardia della proprietà! Ma la casa in cui abitavano non era loro proprietà; la bottega che custodivano non era loro proprietà; le merci che vendevano non erano loro proprietà. Né il loro negozio, né il piatto in cui mangiavano, né il letto in cui dormivano appartenevano più a loro. Era contro di essi appunto che si trattava di salvare questa proprietà per il padrone di casa che aveva dato la casa in affitto, per il banchiere che aveva scontato la cambiale, per il capitalista che aveva anticipato il denaro contante, per l'industriale che aveva affidato le merci per la vendita al bottegai, per il grosso negoziante che aveva dato a credito le materie prime agli artigiani. Ristabilimento del credito! Ma il credito nuovamente rafforzato si rivelava come una divinità viva e zelante, appunto perché cacciava dalle sue quattro mura il debitore insolvente colla donna e coi figlioli, dava in preda al capitale i suoi averi illusori e gettava lui stesso nella prigione per debiti, che di nuovo si levava minacciosa sui cadaveri degli insorti di giugno.

I piccoli borghesi riconobbero con terrore che schiacciando i proletari si erano dati senza resistenza nelle mani dei loro creditori. La loro bancarotta, che si trascinava cronica sin da febbraio e in apparenza era ignorata, fu dichiarata pubblicamente dopo giugno.

La loro proprietà nominale era stata lasciata in pace fino a che si era trattato di spingerli sul campo di battaglia in nome della proprietà. Ora che si era regolato il grande affare col proletariato, si poteva tornare a regolare anche il piccolo affare col droghiere. In Parigi la massa delle cambiali scadute ammontava ad oltre 21 milioni di franchi, nelle province ad oltre 11 milioni. Più di 7.000 esercenti di aziende parigine da febbraio non avevano pagato la pigione.

Poiché l'Assemblea nazionale aveva stabilito una inchiesta sulla colpa politica risalendo sino al febbraio, così dal canto loro, i piccoli borghesi chiesero un'inchiesta sui debiti civili fino al 24 febbraio. Si radunarono in massa nell'atrio della Borsa, chiedendo minacciosamente che si prorogassero i termini di pagamento mediante sentenza del tribunale di commercio, e si costringessero i creditori alla liquidazione del proprio credito dietro rimborso di una moderata percentuale, e ciò a favore di ogni negoziante il quale potesse dimostrare che il suo fallimento era derivato solo dalla stagnazione prodotta dalla rivoluzione, e che il suo commercio era andato bene fino al 24 febbraio. La questione venne trattata come progetto di legge nell'Assemblea nazionale, sotto forma di "concordats à l'amiable" [6]. L'Assemblea tentennava; quando ecco giungerle la notizia che, in quel momento stesso, alla porta St. Denis, migliaia di donne e di fanciulli degli insorti stavano preparando una petizione per ottenere l'amnistia.

Vedendo risorgere lo spettro di giugno, i piccoli borghesi tremarono e l'Assemblea riacquistò la sua inesorabilità. I concordats à l'amiable, l'accordo amichevole fra creditore e debitore, vennero respinti nei loro punti essenziali.

In questo modo, dopo che, in seno all'Assemblea nazionale, già da un pezzo i rappresentanti democratici dei piccoli borghesi erano stati respinti dai rappresentanti repubblicani della borghesia, questa rottura parlamentare assunse il suo significato economico reale, borghese: i piccoli borghesi debitori vennero abbandonati alla mercé dei borghesi creditori. Una gran parte dei primi andò in completa rovina; ai rimanenti fu solo concesso di continuare i loro affari, a condizioni che ne facevano dei servi incondizionati del capitale. Il 22 agosto 1848 l'Assemblea nazionale respingeva i concordats à l'amiable; il 19 settembre 1848, in pieno stato d'assedio, venivano eletti il principe Luigi Bonaparte e il prigioniero di Vincennes, il comunista Raspail, a rappresentanti di Parigi. Quanto alla borghesia, essa elesse l'agente di cambio ebreo e orleanista Fould. Da tutte le parti, dunque, e contemporaneamente, aperta dichiarazione di guerra contro l'Assemblea nazionale costituente, contro il repubblicanesimo borghese, contro Cavaignac.

Non vi è bisogno di spiegare come la bancarotta in massa dei piccoli borghesi parigini doveva avere le sue ripercussioni molto al di là delle persone direttamente colpite e doveva dare una nuova scossa al traffico borghese, mentre il disavanzo dello Stato tornò ad aumentare per le spese dell'insurrezione di giugno, e le entrate dello Stato diminuivano continuamente a causa dell'arresto della produzione, della limitazione del consumo e della riduzione delle importazioni. Non vi era altro mezzo a cui Cavaignac e l'Assemblea nazionale potessero far ricorso, fuori di un nuovo prestito, che li cacciasse ancor più sotto il giogo dell'aristocrazia finanziaria.

Se i piccoli borghesi avevano raccolto, come frutto della vittoria di giugno, la bancarotta e la liquidazione giudiziaria, i giannizzeri di Cavaignac, le guardie mobili, invece trovarono il loro premio fra le molli braccia delle lorettes [7], e ricevettero, in qualità di "giovani salvatori della società", omaggi d'ogni sorta nei saloni di Marrast, di questo gentilhomme [8] del tricolore, che faceva la parte d'anfitrione e insieme di trovatore della repubblica dabbene. Ma una siffatta preminenza sociale e il soldo sproporzionalmente più elevato delle guardie mobili irritavano l'esercito, mentre svanivano al tempo stesso tutte le illusioni nazionali, con cui sotto Luigi Filippo, il repubblicanesimo borghese aveva saputo legare a sé, attraverso il suo giornale, il "National", una parte dell'esercito e della classe dei contadini. L'opera di mediazione, che Cavaignac e l'Assemblea nazionale fecero nell'Italia settentrionale, per tradirla insieme coll'Inghilterra e consegnarla all'Austria - questo unico giorno di dominio annientò diciott'anni d'opposizione del "National". Nessun governo meno nazionale che quello del "National", nessuno più dipendente dall'Inghilterra, e sotto Luigi Filippo il giornale viveva della quotidiana ripetizione del catoniano: Carthaginem esse delendam [9]; nessuno più servile verso la Santa Alleanza, e da un Guizot il giornale aveva reclamato si lacerassero i trattati di Vienna! L'ironia della storia aveva fatto di Bastide, ex redattore di politica estera del "National", il ministro degli affari esteri della Francia, affinché egli confutasse ciascuno dei suoi articoli con ciascuno dei suoi dispacci.

Per un istante l'esercito e la classe dei contadini avevano creduto che insieme con la dittatura militare fossero poste all'ordine del giorno della Francia la guerra all'estero e la "gloire". Ma Cavaignac non era la dittatura della spada sulla società borghese; era la dittatura della borghesia mediante la spada. E del soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme. Sotto i tratti severi della modestia repubblicana antica, Cavaignac nascondeva la piatta sottomissione alle umili condizioni del suo ufficio borghese. L'argent n'a pas de maître! Il denaro non ha padrone! Come in generale l'Assemblea costituente, anche egli idealizzava questa vecchia divisa del terzo stato; ed entrambi la traducevano in linguaggio politico in questo modo: la borghesia non ha re; la vera forma del suo dominio è la repubblica.

Elaborare questa forma, portare a compimento una Costituzione repubblicana: in questo consisteva la "grande opera organica" dell'Assemblea nazionale costituente. Sbattezzare il calendario cristiano per farlo repubblicano, cambiare san Bartolomeo in san Robespierre non cambia né la pioggia né il bel tempo, più che questa Costituzione non cambiasse o dovesse cambiare la società borghese. Dove essa faceva qualche cosa più che mutar vestito, metteva a verbale fatti compiuti. Così registrò solennemente il fatto della repubblica, il fatto del suffragio universale, il fatto di un'unica Assemblea nazionale sovrana in luogo delle due Camere costituzionali limitate. Così registrò e regolò il fatto della dittatura di Cavaignac, sostituendo la monarchia ereditaria, stazionaria e irresponsabile, con una monarchia elettiva, ambulante e responsabile, con una presidenza quadriennale. Così elevò nientemeno che a legge costituzionale il fatto dei poteri straordinari, di cui l'Assemblea nazionale, dopo gli orrori del 15 maggio e del 25 giugno, aveva, nell'interesse della propria sicurezza, cautamente investito il suo presidente. Il resto della Costituzione era opera di terminologia. Dal meccanismo dell'antica monarchia si strapparono le etichette monarchiche e vi si incollarono delle etichette repubblicane. Marrast, già redattore capo del "National", ora redattore capo della Costituzione, si sbrigò di questo compito accademico non senza talento.

L'Assemblea costituente rassomigliava a quell'impiegato cileno che voleva dare assetto più stabile al rapporti della proprietà fondiaria mediante una misurazione catastale, proprio nel momento in cui il rombo sotterraneo aveva già preannunziato l'eruzione vulcanica che doveva far mancare la terra persino sotto ai suoi piedi. Mentre in teoria essa definiva esattamente le forme in cui si esprimeva repubblicanamente il dominio della borghesia, in realtà essa si affermava unicamente con la soppressione di tutte le formule, con la violenza pura e semplice, con lo stato d'assedio. Due giorni prima di incominciare l'elaborazione della Costituzione, essa proclamò la sua proroga. Prima d'allora le Costituzioni si facevano e si approvavano non appena il processo del rivolgimento sociale aveva raggiunto uno stadio di quiete, i nuovi rapporti di classe si erano consolidati, e le frazioni cozzanti della classe dominante si erano rifugiate in un compromesso che permetteva loro di proseguire la lotta tra di loro e di escluderne in pari tempo la massa del popolo spossata. Questa Costituzione, invece, non sanzionò nessuna rivoluzione sociale: sanzionò la vittoria temporanea della vecchia società sulla rivoluzione [10].

Nel primo progetto di Costituzione, elaborato prima delle giornate di giugno, si trovava ancora il "droit au travail", il diritto al lavoro, prima formula goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato. Lo si trasformò nel droit à l'assistance, nel diritto alla pubblica assistenza; e qual è lo Stato moderno che non nutre, in un modo o nell'altro, i suoi poveri? Il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, pio desiderio; ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l'appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l'abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci. Dietro il "diritto al lavoro" stava l'insurrezione di giugno. L'Assemblea costituente, che aveva posto di fatto il proletariato rivoluzionario hors la loi, fuori legge, doveva per ragioni di principio espellere dalla Costituzione, dalla legge delle leggi, la sua formula: doveva lanciare il suo anatema contro il "diritto al lavoro". Ma qui non si fermò. Come Platone aveva bandito dalla sua repubblica i poeti [11], essa bandí dalla sua, in perpetuo, l'imposta progressiva. E l'imposta progressiva non è solamente una misura borghese, attuabile, su scala maggiore o minore, entro i rapporti di produzione esistenti; essa era l'unico mezzo per legare i ceti medi della società borghese alla repubblica "dabbene", per ridurre il debito dello Stato, per dare scacco alla maggioranza antirepubblicana della borghesia.

In occasione dei concordats à l'amiable, i repubblicani tricolori avevano di fatto sacrificato la piccola borghesia alla grande. Questo fatto isolato venne da essi elevato a principio, mediante l'interdizione legale dell'imposta progressiva. Essi posero la riforma borghese allo stesso livello della rivoluzione proletaria. Ma quale classe rimase allora come punto d'appoggio della loro repubblica? La grande borghesia. E la massa di questa era antirepubblicana. Se essa sfruttava i repubblicani del "National" per dare nuova solidità ai vecchi rapporti della vita economica, essa pensava però di sfruttare per altra via i rapporti sociali nuovamente consolidati, per ristabilire le forme politiche ad essi corrispondenti. Fin dal principio d'ottobre, Cavaignac si vide costretto a fare ministri della repubblica Dufaure e Vivien, già ministri di Luigi Filippo, per quanto gli scervellati puritani del suo stesso partito fremessero e strepitassero.

Mentre respingeva qualsiasi compromesso colla piccola borghesia, e non riusciva a incatenare alla nuova forma di Stato nessun nuovo elemento della società, la Costituzione tricolore s'affrettò invece a restituire l'intangibilità tradizionale a un corpo in cui l'antico Stato trovava i suoi difensori più accaniti e fanatici: elevò a legge costituzionale l'inamovibilità dei giudici, che il governo provvisorio aveva posto in forse. Il re unico, ch'essa aveva deposto, risuscitava cento volte in questi inamovibili inquisitori della legalità.

La stampa francese ha spesso indicato le molteplici contraddizioni della Costituzione del signor Marrast, per esempio, la coesistenza di due sovrani, l'Assemblea nazionale e il presidente, ecc. ecc.

La contraddizione, però, che investe tutta questa Costituzione, sta nel fatto che le classi la cui schiavitú sociale essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe, mediante il suffragio universale, nel possesso del potere politico, mentre alla classe il cui vecchio potere sociale essa sanziona, alla borghesia, sottrae le garanzie politiche di questo potere. Ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche le quali facilitano ad ogni momento la vittoria delle classi nemiche e pongono in questione le basi stesse della società borghese. Dalle une esige che non avanzino dall'emancipazione politica all'emancipazione sociale, dall'altra che non retroceda dalla restaurazione sociale alla restaurazione politica.

Queste contraddizioni importavano poco ai repubblicani borghesi. A misura che avevano cessato d'essere indispensabili - e indispensabili erano stati solamente quali campioni della vecchia società contro il proletariato rivoluzionario - poche settimane dopo la loro vittoria, essi erano precipitati dal livello di un partito al livello di una consorteria. E trattavano la Costituzione come un grande intrigo. Ciò che con essa doveva costituirsi era, prima di tutto, il dominio della consorteria. Il presidente doveva essere un Cavaignac prorogato, l'Assemblea legislativa una Costituente prorogata. Essi speravano di ridurre il potere politico delle masse popolari a un potere illusorio, e con questa stessa funzione di potere speravano di poter giocare a sufficienza, in modo da riuscire a tener sospeso in permanenza sulla maggioranza della borghesia il dilemma delle giornate di giugno: regno del "National" o regno dell'anarchia.

L'opera costituzionale, iniziata il 4 settembre, fu terminata il 23 ottobre. Il 2 settembre la Costituente aveva deliberato di non sciogliersi fino a che non fossero emanate le leggi organiche a completamento della Costituzione. Ciò nondimeno essa si decise ora a chiamare in vita la sua creatura più vera, il presidente, e sin dal 10 dicembre, molto prima cioè che il ciclo della propria azione fosse chiuso. A tal punto era sicura di salutare nell'homunculus [12] della Costituzione il figlio di sua madre! Per precauzione si era deciso che, ove nessuno dei candidati raggiungesse due milioni di voti, l'elezione dovesse passare dalla nazione alla Costituente.

Inutili precauzioni! Il primo giorno di applicazione della Costituzione fu l'ultimo giorno del dominio della Costituente. Nel fondo dell'urna elettorale giaceva la sua sentenza di morte. Essa cercava il "figlio di sua madre"; trovò il "nipote di suo zio" [13]; Saul Cavaignac raccolse un milione di voti, ma Davide Napoleone ne raccolse sei. Saul Cavaignac era sei volte battuto [14].

Il 10 dicembre 1848 fu il giorno dell'insurrezione dei contadini. Solo da questo giorno datò Il febbraio per i contadini francesi. Il simbolo che esprimeva la loro entrata nel movimento rivoluzionario, goffamente astuto, furbescamente ingenuo balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa patetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile per l'intelletto dei civilizzati: questo simbolo portava incontestabilmente la fisionomia della classe che nella civiltà rappresenta la barbarie. La repubblica erasi annunciata .a questa classe con l'esattore delle imposte; essa si annunciò alla repubblica con l'imperatore. Napoleone era l'unico uomo che avesse esaurientemente rappresentato gli interessi e la fantasia della nuova classe dei contadini, sorta nel 1789. Scrivendo il nome di lui sul frontespizio della repubblica, essa dichiarava all'estero la guerra, e all'interno proclamava la lotta per la difesa del proprio interesse di classe. Napoleone non era pei contadini una persona, ma un programma. Colle bandiere, a suon di musica, essi si recarono alle sezioni elettorali, gridando: plus d'impôts, à bas les riches, à bas la republique, vive l'Empereur! Non più imposte, abbasso i ricchi, abbasso la repubblica, viva l'Imperatore! Dietro l'imperatore si nascondeva la guerra dei contadini. La repubblica contro la quale avevano votato era la repubblica dei ricchi.

Il 10 dicembre fu il colpo di Stato dei contadini che rovesciò il governo vigente E da questo giorno in cui essi avevano tolto e dato alla Francia un governo, i loro occhi rimasero ostinatamente fissi su Parigi. Eroi attivi, per un momento, del dramma rivoluzionario, non potevano più essere ridotti alla parte inattiva e indifferente del coro.

Le altre classi contribuirono a rendere completa la vittoria elettorale dei contadini. L'elezione di Napoleone era, per il proletariato, la destituzione di Cavaignac, la rovina della Costituente, la abdicazione del repubblicanesimo borghese, la cassazione della vittoria di giugno. Per la piccola borghesia, Napoleone era il dominio del debitore sul creditore. Per la maggioranza della grande borghesia, l'elezione di Napoleone era la rottura aperta con la frazione di cui essa aveva dovuto, per un momento, servirsi contro la rivoluzione, ma che le era divenuta intollerabile non appena questa frazione aveva cercato di dare alla posizione di un momento la solidità di una posizione costituzionale. Napoleone al posto di Cavaignac era, per essa, la monarchia al posto della repubblica, l'inizio della restaurazione monarchica, gli Orléans timidamente annunciati, il giglio pudicamente nascosto tra le viole [15]. L'esercito infine, aveva votato per Napoleone contro la guardia mobile contro l'idillio della pace, a favore della guerra.

Così accadde, come ebbe a dire la "Neue Rheinische Zeitung", che l'uomo più limitato della Francia acquistasse il significato più multiforme. Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto, fuorché se stesso. Per quanto vario, del resto, suonasse il significato del nome dì Napoleone sulla bocca delle classi diverse, ciascuna, scrivendo sulla propria scheda, scriveva: abbasso il partito del "National"; abbasso Cavaignac; abbasso la Costituente; abbasso la repubblica borghese. li ministro Dufaure lo dichiarò pubblicamente nell'Assemblea costituente: Il 10 dicembre è un secondo 24 febbraio.

Piccola borghesia e proletariato avevano votato in blocco per Napoleone per votare contro Cavaignac e strappare alla Costituente, mediante l'unione dei loro voti, la decisione finale. La parte più progressiva d'ambedue queste classi presentò però i propri candidati. Napoleone fu il nome collettivo di tutti i partiti coalizzati contro la repubblica borghese; Ledru-Rollin e Raspail i nomi propri: della piccola borghesia democratica il primo, del proletariato rivoluzionario l'altro. I voti per Raspail - lo avevano dichiarato altamente i proletari e i loro oratori socialisti - non dovevano essere più che una dimostrazione, una protesta collettiva contro qualsiasi presidenza, ossia contro la Costituzione stessa; erano altrettanti voti contro Ledru-Rollin, il primo atto con cui il proletariato, quale partito politico autonomo, si staccava dal partito democratico. Questo partito, invece - la piccola borghesia democratica e la sua rappresentanza parlamentare, la Montagna - aveva trattato la candidatura di Ledru-Rollin con tutta la serietà con cui ha la solenne abitudine di ingannare se stesso. Questo fu del resto l'ultimo suo tentativo di presentarsi come partito autonomo di fronte al proletariato. Non il solo partito borghese repubblicano, anche la piccola borghesia democratica e la sua Montagna vennero battute il 10 dicembre.

La Francia possedeva ora accanto a una Montagna un Napoleone; prova questa che entrambi non erano se non le caricature inanimate delle grandi realtà di cui portavano il nome. Col cappello imperiale e con l'aquila, Luigi Napoleone non parodiava l'antico Napoleone in modo più miserabile di quello che la Montagna non parodiasse l'antica Montagna, con le sue frasi tolte a prestito al 1793 e con le sue pose demagogiche. La tradizionale fede superstiziosa nel 1793 fu così distrutta insieme con la tradizionale fede superstiziosa in Napoleone. La rivoluzione arrivò a essere se stessa solo quando ebbe conquistato il suo nome proprio, il suo nome originale; e questo non le fu possibile prima che la moderna classe rivoluzionaria, il proletariato industriale, non si fosse presentata come dominatrice in primo piano. Si può dire che il 10 dicembre sconcertò la Montagna e le fece perdere il bene dell'intelletto anche solo per il fatto che spezzò ridendo, con un impertinente lazzo contadinesco, la classica analogia con la vecchia rivoluzione [16].

Il 20 dicembre Cavaignac abbandonò il suo ufficio e l'Assemblea costituente proclamò Luigi Napoleone presidente della repubblica. Il 19 dicembre, ultimo giorno del suo dominio assoluto, essa aveva respinto la proposta di amnistia degli insorti di giugno. Revocare il decreto del 27 giugno, col quale, passando sopra il giudizio dei tribunali, aveva condannato 15.000 insorti alla deportazione, non significava forse sconfessare la stessa battaglia di giugno?

Odilon Barrot, l'ultimo ministro di Luigi Filippo, fu il primo ministro di Luigi Napoleone. Come Luigi Napoleone non datò il giorno del suo potere dal 10 dicembre, ma da un senato-consulto del 1804 [17], così trovò un presidente dei ministri che datò il suo ministero non dal 20 dicembre, ma da un regio decreto del 24 febbraio. Come erede legittimo di Luigi Filippo, Luigi Napoleone attenuò il cambiamento di regime mantenendo il vecchio ministero, che del resto non aveva avuto il tempo di logorarsi, perché non aveva avuto il tempo di venire al mondo.

Questa scelta gli era stata consigliata dai capi delle frazioni borghesi monarchiche. Il condottiero dell'antica opposizione dinastica, il quale aveva inconsapevolmente costituito il passaggio ai repubblicani del "National", era ancor più indicato a costituire, con piena consapevolezza, il passaggio dalla repubblica borghese alla monarchia.

Odilon Barrot era il capo dell'unico vecchio partito d'opposizione che, avendo sempre lottato inutilmente per il portafoglio ministeriale, non si era ancora logorato. Con rapida vicenda, la rivoluzione aveva lanciato tutti i vecchi partiti d'opposizione alla sommità dello Stato, affinché essi fossero obbligati non solo nel fatto, ma anche nella frase, a rinnegare e confutare le loro vecchie frasi e infine, riuniti tutti in una repugnante mistura, fossero gettati dal popolo nella pattumiera della storia. E nessuna apostasia venne risparmiata a questo Barrot, a questa incarnazione del liberalismo borghese, che per diciotto anni aveva nascosto la miserabile vanità del suo spirito sotto la simulata gravità del suo corpo. Se in qualche momento egli stesso era sgomentato dal contrasto troppo stridente fra i cardi spinosi del presente e gli allori del passato, un semplice sguardo nello specchio gli restituiva il contegno ministeriale e l'umana ammirazione di se stesso. L'immagine che si rifletteva nello specchio era Guizot che egli sempre aveva invidiato e che sempre lo aveva dominato, Guizot in persona, ma Guizot con la fronte olimpica di Odilon. Ciò ch'egli non vedeva erano gli orecchi di Mida.

Il Barrot del 24 febbraio non si rivelò che nel Barrot del 20 dicembre. Con lui, orleanista e volterriano, faceva il paio, come ministro del culto, il legittimista e gesuita Falloux.

Pochi giorni dopo, il ministero dell'interno venne affidato a Léon Faucher, il malthusiano [18]. Il diritto, la religione, l'economia politica! Il ministero Barrot comprendeva in sé tutto questo e, per giunta, una unione tra i legittimisti e gli orleanisti. Non mancava che il bonapartista. Bonaparte dissimulava ancora la voglia di fare il Napoleone, perché Soulouque non faceva ancora la parte di Toussalnt-Louverture.

Il partito del "National" venne tosto sbalzato da tutti i più alti posti in cui erasi annidato. Prefettura di polizia, direzione delle poste, procura generale, municipio di Parigi, tutto fu occupato da vecchie creature della monarchia. Il legittimista Changarnier ottenne il comando supremo riunito della guardia nazionale del dipartimento della Senna, della guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare; l'orleanista Bugeaud venne nominato comandante in capo dell'esercito delle Alpi. Questo cambiamento di funzionari continuò ininterrotto sotto il governo Barrot. Primo atto del suo ministero fu la restaurazione della vecchia amministrazione monarchica. In un attimo la scena ufficiale cambiò: quinte, costumi, linguaggio, attori, figuranti, comparse, suggeritori, posizione dei partiti, motivi del dramma contenuto dell'intreccio, la situazione intera. Solo la preistorica Assemblea costituente era ancora al suo posto. Ma dal momento che l'Assemblea nazionale ebbe istallato Bonaparte, Bonaparte Barrot e Barrot Changarnier, la Francia passò dal periodo della costituzione della repubblica al periodo della repubblica costituita. E nella repubblica costituita a che pro un'Assemblea costituente? Creata la terra, al Creatore non era rimasto altro che rifugiarsi nel cielo. L'Assemblea costituente era risoluta a non seguirne l'esempio. L'Assemblea era l'ultimo asilo del partito dei repubblicani borghesi; se le erano stati strappati tutti i congegni del potere esecutivo, non le rimaneva forse la onnipotenza costituente? Mantenere in qualunque circostanza la posizione sovrana che essa occupava, e giovarsene per riacquistare il perduto terreno; fu il suo primo pensiero. Sostituito il ministero Barrot da un ministero del "National", il personale monarchico sarebbe immediatamente stato obbligato a sgomberare i palazzi dell'amministrazione e il personale tricolore vi sarebbe rientrato in trionfo! L'Assemblea decise di rovesciare il ministero, e il ministero stesso offerse l'occasione dell'attacco; e una occasione più adatta la Costituente non l'avrebbe potuta trovare.

Si rammenterà che Luigi Napoleone significava per i contadini: non più imposte! Egli era da sei giorni sullo scanno presidenziale, e il settimo giorno, il 27 dicembre, il suo ministero propose il mantenimento dell'imposta sul sale di cui il governo provvisorio aveva decretato l'abolizione. L'imposta sul sale divide con l'imposta sul vino il privilegio di essere il capro espiatorio del vecchio sistema finanziario francese, particolarmente agli occhi della popolazione delle campagne. All'eletto dei contadini il ministero Barrot non poteva porre sulle labbra epigramma più mordace pei suoi elettori che queste parole: ristabilimento dell'imposta sul sale! Con l'imposta sul sale Bonaparte perdette il proprio sale rivoluzionario; il Napoleone dell'insurrezione dei contadini evaporò come una nebbia, non lasciando dietro a sé altro che la grande incognita dell'intrigo monarchico della borghesia. E non senza intenzione il ministero Barrot aveva fatto di un atto di mistificazione così grossolano e così privo di tatto, il primo atto di governo del presidente.

La Costituente, dal canto suo, afferrò avidamente la doppia occasione di abbattere il ministero e di contrapporre all'eletto dei contadini se stessa, quale rappresentante degli interessi dei contadini. Respinse la proposta del ministro delle finanze, ridusse l'imposta sul sale a un terzo del suo primitivo ammontare, aumentando così di circa 60 milioni un disavanzo dello Stato di 560 milioni, e attese tranquillamente che il ministero, dopo questo voto di sfiducia, si ritirasse. Tanto poco comprendeva il nuovo mondo che la circondava, e il cambiamento avvenuto nella propria posizione! Dietro il ministero vi era il presidente e dietro il presidente vi erano sei milioni, che avevano deposto nell'urna elettorale altrettanti voti di sfiducia contro la Costituente. La Costituente rendeva alla nazione il suo voto di sfiducia. Ridicolo baratto! Essa dimenticava che i suoi voti avevano perduto il corso forzoso. Il rigetto dell'imposta sul sale non ebbe altro effetto che di spingere a maturazione la risoluzione di Bonaparte e del suo ministero di "farla finita" con l'Assemblea costituente. Incominciò quel lungo duello, che riempie l'intera seconda metà della vita della Costituente. il 29 gennaio, il 21 marzo, il 3 maggio sono le journées, le grandi giornate di questa crisi; ognuna di esse precorre il 13 giugno.

I francesi, come ad esempio Louis Blanc, hanno visto nel 29 gennaio la manifestazione di una contraddizione costituzionale, della contraddizione tra un'Assemblea nazionale sovrana, indissolubile, uscita dal suffragio universale, e un presidente che secondo la lettera era responsabile verso di lei, in realtà non solo era egualmente sanzionato dal suffragio universale, e concentrava anche nella propria persona tutti i voti che si dividevano e sminuzzavano mille volte nei singoli membri dell'Assemblea nazionale, ma era inoltre nel pieno possesso dell'intero potere esecutivo, sopra il quale l'Assemblea aleggiava unicamente come potere morale. Questa interpretazione del 29 gennaio scambia la forma verbale della lotta, nella tribuna, nella stampa, nei clubs, col suo contenuto reale. Luigi Bonaparte di fronte all'Assemblea nazionale costituente non era un elemento del potere costituzionale di fronte all'altro, non era il potere esecutivo di fronte al potere legislativo, era la stessa repubblica borghese costituita che si contrapponeva agli strumenti della sua Costituzione, agli intrighi ambiziosi e alle rivendicazioni ideologiche della frazione borghese rivoluzionaria che l'aveva fondata, ed ora, sorpresa, trovava che la sua repubblica costituita rassomigliava a una monarchia restaurata e voleva con la forza tener fermo il periodo costituente, con le sue condizioni, con le sue illusioni col suo linguaggio e con le sue persone, impedendo così alla repubblica borghese, ormai matura, di presentarsi nella sua forma completa e specifica. Come l'Assemblea nazionale costituente rappresentava Cavaignac rientrato nel suo seno, così Bonaparte rappresentava l'Assemblea nazionale legislativa che non si era ancora staccata da lui, cioè l'Assemblea nazionale della repubblica borghese costituita.

L'elezione di Bonaparte poteva spiegare il suo significato solo mettendo al posto di un nome i suoi significati molteplici, solo ripetendosi nell'elezione della nuova Assemblea nazionale. Il 10 dicembre aveva cassato il mandato della vecchia Assemblea. Chi dunque si trovò faccia a faccia il 29 gennaio non furono il presidente e l'Assemblea nazionale di una stessa repubblica, furono l'Assemblea nazionale della repubblica che si costituiva e il presidente della repubblica già costituita, due forze che incarnavano periodi affatto diversi del processo di esistenza della repubblica; furono la piccola frazione repubblicana della borghesia, che sola aveva potuto proclamare la repubblica, strapparla al proletariato rivoluzionario con una lotta di strada e col dominio del terrore e abbozzare nella Costituzione i propri princìpi ideali, e dall'altra parte tutta la massa monarchica della borghesia, che sola poteva regnare in questa repubblica borghese costituita, togliere alla Costituzione i suoi accessori ideologici e realizzare, con una propria legislazione e una propria amministrazione, le condizioni indispensabili per l'assoggettamento del proletariato.

La tempesta scoppiata il 29 gennaio aveva accumulato i suoi elementi durante tutto il mese. La Costituente aveva voluto, col suo voto di sfiducia, spingere il ministero Barrot a dimettersi. Il ministero Barrot, invece, propose alla Costituente di dare a se stessa un voto di sfiducia definitivo, di decidere il proprio suicidio, di decretare il proprio scioglimento. Rateau, uno dei deputati più oscuri, presentò il 6 gennaio questa proposta alla Costituente, per ordine del ministero; a quella stessa Costituente, che già nell'agosto aveva deciso di non sciogliersi sino a che non avesse emanato un'intera serie di leggi organiche, che completassero la Costituzione. Il ministeriale Fould le dichiarò inoltre che il suo scioglimento era necessario "per il ristabilimento del credito scosso". E non scuoteva essa il credito prolungando la provvisorietà e tornando a mettere in questione, con Barrot Bonaparte, e con Bonaparte la repubblica costituita? Barrot, l'olimpico, diventato un Orlando furioso dinanzi alla prospettiva di vedersi strappare di nuovo, dopo appena due settimane di godimento, la presidenza dei ministri che gli era riuscito finalmente di afferrare e che i repubblicani gli avevano già una volta fatto aspettare per un decennio, ossia per dieci mesi, Barrot trattò questa miserabile Assemblea in modo più tirannico dello stesso tiranno. Il termine più mite da lui usato fu che "con essa non era possibile nessun avvenire". E in realtà essa non rappresentava ormai che il passato. "Essa era incapace" soggiunse ironicamente, "di circondare la repubblica delle istituzioni necessarie al suo consolidamento". Difatti! Con la sua opposizione esclusiva contro il proletariato, si era in pari tempo infranta la sua energia borghese, e con la sua opposizione contro i monarchici era stata rianimata la sua energia repubblicana. In tal modo essa era doppiamente incapace di consolidare, mercé convenienti istituzioni, la repubblica borghese che non comprendeva più.

Insieme alla proposta di Rateau, il ministero suscitò in tutto il paese una tempesta di petizioni, e giornalmente, da ogni angolo della Francia, piovvero sulla testa della Costituente pacchi di billets doux [19], in cui, più o meno categoricamente, le si chiedeva di sciogliersi e far testamento. La Costituente, a sua volta, provocò delle contropetizioni con le quali le si faceva chiedere di rimanere in vita. La lotta elettorale fra Bonaparte e Cavaignac si rinnovo come lotta di petizioni pro e contro lo scioglimento dell'Assemblea nazionale. Le petizioni dovevano essere i commenti postumi del 10 dicembre. Questa agitazione continuò per tutto il mese di gennaio

Nel conflitto tra la Costituente e il presidente, la prima non poteva far valere il suffragio universale come sua origine, perché contro di essa si faceva appello proprio al suffragio universale. Essa non poteva rovesciare il ministero con dei voti di sfiducia, come tentò ancora una volta di fare il 6 e il 26 gennaio, perché il ministero non le chiedeva la sua fiducia [20]. Le rimaneva una sola possibilità, quella dell'insurrezione. Le forze armate dell'insurrezione erano la parte repubblicana della guardia nazionale, la guardia mobile e i centri del proletariato rivoluzionario, i clubs. Le guardie mobili, questi eroi delle giornate di giugno, formavano anche in dicembre la forza armata organizzata delle frazioni borghesi repubblicane, allo stesso modo che, prima di giugno, i laboratori nazionali avevano formato la forza combattente organizzata del proletariato rivoluzionario. Come la commissione esecutiva della Costituente aveva diretto il suo attacco brutale contro i laboratori nazionali, quando aveva voluto farla finita con le esigenze, divenute intollerabili, del proletariato, così il ministero di Bonaparte diresse l'attacco contro la guardia mobile, quando volle farla finita con le esigenze, divenute intollerabili, delle frazioni borghesi repubblicane. Esso ordinò lo scioglimento della guardia mobile. Una metà fu congedata e gettata sul lastrico; l'altra ricevette un'organizzazione monarchica in sostituzione dell'organizzazione democratica ed ebbe ribassato il soldo al livello del soldo comune delle truppe di linea. La guardia mobile venne a trovarsi nella situazione degli insorti di giugno, e ogni giorno i quotidiani pubblicavano pubbliche confessioni, in cui essa riconosceva la propria colpa di giugno e supplicava il proletariato di perdonargliela.

E i clubs? Non appena l'Assemblea nazionale pose in questione in Barrot il presidente, e nel presidente la repubblica borghese costituita, e nella repubblica borghese costituita la repubblica borghese in generale, si strinsero necessariamente intorno ad essa tutti gli elementi costituenti della repubblica di febbraio, tutti i partiti che volevano abbattere la repubblica esistente e, mediante un violento processo di involuzione, trasformarla nella repubblica dei loro interessi e dei loro princìpi di classe. L'accaduto diveniva non accaduto, le cristallizzazioni del movimento rivoluzionario ritornavano allo stato fluido, la repubblica per la quale s'era combattuto era di nuovo l'indeterminata repubblica delle giornate di febbraio, la cui determinazione ogni partito si riservava. I partiti ripresero per un momento le loro antiche posizioni di febbraio, senza tuttavia condividere le illusioni di febbraio. I repubblicani tricolori del "National" si appoggiarono di nuovo ai repubblicani democratici della "Réforme", spingendoli come avanguardia nelle prime file della lotta parlamentare. I repubblicani democratici si appoggiarono di nuovo ai repubblicani socialisti - Il 27 gennaio un pubblico manifesto annunciò la loro conciliazione e la loro unione - e prepararono nei clubs il terreno per l'insurrezione. A ragione la stampa ministeriale trattava i repubblicani tricolori del "National" come insorti di giugno risuscitati. Per mantenersi alla sommità della repubblica borghese, il ministro Faucher propose una legge sul diritto d'associazione, il cui primo paragrafo diceva: "I clubs sono vietati". Egli fece la proposta che questo progetto di legge venisse immediatamente messo in discussione, come urgente. La Costituente respinse la proposta dell'urgenza, e il 27 gennaio Ledru-Rollin presentò una proposta di messa in stato d'accusa del ministero per violazione della Costituzione, sottoscritta da 230 firme. La messa in stato d'accusa del ministero, nel momento in cui un simile atto era un'inabile confessione dell'impotenza del giudice, cioè della maggioranza della Camera, oppure una protesta impotente dell'accusatore contro questa maggioranza, questo fu il grande atout rivoluzionario che d'allora in poi la Montagna postuma giocò ad ogni punto culminante della crisi. Povera Montagna, schiacciata dal peso del proprio nome!

Blanqui, Barbès, Raspail, ecc., avevano cercato, il 15 maggio, di disperdere l'Assemblea nazionale, penetrando alla testa del proletariato parigino nella sala delle sue sedute. Barrot preparò alla stessa Assemblea un 15 maggio morale, volendo dettarle il suo autoscioglimento e chiuderne la sala delle sedute. L'Assemblea stessa aveva affidato a Barrot l'inchiesta contro gli accusati di maggio, e ora, nel momento che egli si presentava di fronte ad essa come un Blanqui monarchico, ed essa di fronte a lui cercava i propri alleati nei clubs tra i proletari rivoluzionari, nel partito di Blanqui, in questo stesso momento l'implacabile Barrot mise alla tortura l'assemblea con la proposta di sottrarre i prigionieri di maggio al giudizio dei giurati e di deferirli al tribunale supremo, inventato dal partito del "National", alla haute cout [21]. È cosa stupefacente come l'angosciosa paura di perdere un portafoglio ministeriale riuscisse a cavar fuori dalla testa d'un Barrot trucchi degni d'un Beaumarchais! L'Assemblea nazionale, dopo aver tentennato a lungo, accolse la sua proposta. Di fronte agli accusati dell'attentato di maggio, essa ritrova il suo carattere normale [22].

Se la Costituente nei confronti del presidente e dei ministri era spinta all'insurrezione, il presidente e il ministero erano spinti, nei confronti della Costituente, al colpo di Stato, perché non possedevano nessun mezzo legale per scioglierla. Ma la Costituente era la madre della Costituzione, e la Costituzione la madre del presidente. Col colpo di Stato il presidente lacerava la Costituzione ed estingueva il proprio titolo giuridico repubblicano. Egli era allora costretto a tirar fuori il titolo giuridico imperiale; senonché il titolo giuridico imperiale risvegliava quello orleanista, ed entrambi impallidivano dinanzi al titolo giuridico legittimista. L'abbattimento della repubblica legale non poteva portare in alto altro che il suo estremo polo contrario, la monarchia legittimista, in un momento in cui il partito orleanista era ancora unicamente il vinto di febbraio e Bonaparte unicamente il vincitore del 10 dicembre, in un momento in cui entrambi non potevano ancora opporre alla usurpazione repubblicana altro che il loro titolo monarchico egualmente usurpato [23]. I legittimisti erano coscienti che il momento era favorevole: e cospiravano alla luce del sole. Nel generale Changarnier potevano sperare di trovare il loro Monk. L'avvento della monarchia bianca venne annunciato nei loro clubs con altrettale pubblicità, che in quelli proletari l'avvento della repubblica rossa.

Con una sommossa felicemente schiacciata, il ministero sarebbe stato liberato da tutte le difficoltà. "La legalità ci uccide", esclamava Odilon Barrot. Una sommossa avrebbe permesso, sotto il pretesto di salut public [24], di sciogliere la Costituente e di violare la Costituzione nell'interesse della Costituzione stessa. Il brutale intervento di Odilon Barrot nell'Assemblea nazionale, la proposta di scioglimento dei clubs, la rumorosa deposizione di 50 prefetti tricolori e la loro sostituzione con dei monarchici, lo scioglimento della guardia mobile, i maltrattamenti dei suoi capi da parte di Changarnier, la reintegrazione di Lerminier, professore impossibile già sotto Guizot, la tolleranza delle millanterie legittimiste, erano altrettante provocazioni alla sommossa. Ma la sommossa rimase muta. Essa attendeva il segnale dalla Costituente e non dal ministero.

Giunse finalmente il 29 gennaio, il giorno in cui su proposta di Mathieu (de la Drôme) si doveva decidere di respingere in modo incondizionato la proposta di Rateau. Legittimisti, orleanisti, bonapartisti, guardia mobile, Montagna, clubs, tutti cospiravano in quel giorno, ognuno non meno contro il supposto nemico che contro il supposto alleato. Bonaparte, dall'alto del suo cavallo, passò in rivista parte delle truppe sulla piazza della Concordia; Changarnier si mise in mostra facendo sfoggio di manovre strategiche; la Costituente trovò la sala delle sue sedute occupata militarmente. Essa, il centro attorno a cui si incrociavano tutte le speranze, i timori, le attese, le agitazioni, le tensioni, le cospirazioni; essa, l'Assemblea dal cuor di leone, non ebbe un istante di esitazione, quando si trovò più che mai vicina a riconfondersi con lo spirito dell'universo [25]. Fu simile a quel combattente che non solo aveva paura di adoperare le proprie armi, ma si sentiva altresì obbligato a conservare intatte le armi del nemico. Con disprezzo della morte, firmò la propria sentenza di morte e respinse il rigetto incondizionato della proposta di Rateau. In stato d'assedio essa stessa, pose così termine a una attività costituente che aveva avuto per cornice necessaria lo stato d'assedio di Parigi. Si vendicò in modo degno di sé aprendo il giorno successivo un'inchiesta sullo spavento che il ministero le aveva causato il 29 gennaio. La Montagna provò la sua mancanza di energia rivoluzionaria e d'intelligenza politica lasciandosi sfruttare dal partito del "National" come banditore in questa grande commedia d'intrigo. Il partito del "National" aveva fatto l'ultimo tentativo per continuare a tenere nella repubblica costituita il monopolio del potere posseduto durante il periodo di formazione della repubblica borghese. Il tentativo era fallito.

Se nella crisi di gennaio sì trattò dell'esistenza della Costituente, nella crisi del 21 marzo si trattò dell'esistenza della Costituzione; nella prima del personale del partito del "National", nella seconda del suo ideale. Non abbiamo bisogno di dichiarare che i repubblicani dabbene sacrificarono più a buon mercato il sublime sentimento della loro ideologia che il godimento mondano del potere governativo.

Il 21 marzo era all'ordine del giorno dell'Assemblea nazionale il progetto di legge di Faucher contro il diritto di associazione: la soppressione dei clubs. L'articolo 8 della Costituzione garantisce a tutti i francesi il diritto di associarsi. Il divieto dei clubs era dunque una violazione non equivoca della Costituzione, e la Costituente medesima era chiamata a canonizzare la profanazione dei suoi santi. Ma i clubs erano i punti di riunione, le sedi della cospirazione del proletariato rivoluzionario. La stessa Assemblea nazionale aveva proibito la coalizione degli operai contro i loro borghesi. E che altro erano i clubs se non una coalizione di tutta la classe operaia contro tutta la classe borghese, la formazione di uno Stato di operai contro lo Stato borghese? Non erano essi altrettante Assemblee costituenti del proletariato, altrettante unità dell'esercito della rivolta, pronte al combattimento? Ciò che la Costituzione doveva costituire prima di tutto, era il dominio della borghesia. La Costituzione poteva quindi evidentemente riferirsi, con il diritto d'associazione, soltanto alle associazioni che si trovavano in accordo con il dominio della borghesia, cioè con l'ordine borghese. Se, per convenienza teorica, la Costituzione si esprimeva in termini generali, non vi erano il governo e l'Assemblea nazionale per interpretarla e applicarla nel caso particolare? E se nel periodo antidiluviano della repubblica i clubs erano stati di fatto vietati dallo stato d'assedio, non dovevano essi, nella repubblica regolare, costituita, essere vietati dalla legge? A questa prosaica interpretazione della Costituzione i repubblicani tricolori nulla avevano da obiettare, fuorché la gonfia frase della Costituzione stessa. Parte di essi, Pagnerre, Duclerc, ecc., votò nel ministero, procurandogli così la maggioranza. L'altra parte, con l'arcangelo Cavaignac e il padre della chiesa Marrast alla testa, quando l'articolo per il divieto dei clubs fu approvato, si ritirò, unitamente a Ledru-Rollin e alla Montagna, in una sala particolare degli uffici... "e tenne consiglio". L'Assemblea nazionale era paralizzata; essa non aveva più il numero legale. In buon punto il signor Crémieux ricordò, nella sala degli uffici, che di qui il cammino conduceva direttamente sulla strada e che non si era più nel febbraio 1848, ma nel marzo 1849. Improvvisamente illuminato, il partito del "National" ritornò nella sala delle sedute dell'Assemblea nazionale e dietro ad esso la Montagna, ancora una volta ingannata, e che, costantemente tormentata da appetiti rivoluzionari, ricercava con pari costanza le possibilità costituzionali e si sentiva sempre ancor meglio al suo posto dietro ai repubblicani borghesi che davanti al proletariato rivoluzionario. Così la commedia era finita. E la Costituente stessa aveva decretato che la violazione della lettera della Costituzione era l'unica attuazione corrispondente al suo spirito.

Un solo punto rimaneva ancora da regolare: le relazioni della repubblica costituita con la rivoluzione europea, la sua politica estera. Un'insolita animazione regnava l'8 maggio 1849 nell'Assemblea costituente, la cui vita doveva cessare entro pochi giorni. L'attacco di Roma da parte dell'esercito francese, la sconfitta di questo da parte dei romani, la sua infamia politica e la sua vergogna militare, l'assassinio della repubblica romana per opera della repubblica francese [26]: la prima campagna italiana del secondo Bonaparte era all'ordine del giorno [27]. La Montagna aveva ancora una volta giocato la sua grande carta, Ledru-Rollin aveva deposto sul tavolo presidenziale l'inevitabile atto d'accusa contro il ministero ed anche, questa volta, contro Bonaparte, per violazione della Costituzione

Il motivo dell'8 maggio si ripeté più tardi come motivo del 13 giugno. Ma vediamo che cosa fu la spedizione romana

Già a metà novembre 1848, Cavaignac aveva mandato a Civitavecchia una flotta da guerra per proteggere il papa, prenderlo .a bordo e portarlo in Francia. Il papa avrebbe dovuto benedire la repubblica dabbene e assicurare l'elezione di Cavaignac a presidente. Col papa, Cavaignac voleva pigliare all'amo i preti, coi preti i contadini e coi contadini la presidenza. Pubblicità elettorale per il suo scopo immediato, la spedizione di Cavaignac era nello stesso tempo una protesta e una minaccia contro la rivoluzione romana. V'era in essa, in germe, l'intervento della Francia a favore del papa.

Questo intervento in favore del papa insieme all'Austria e a Napoli contro la repubblica romana venne deliberato nella prima seduta del Consiglio dei ministri di Bonaparte, il 23 dicembre. Falloux nel ministero significava il papa a Roma, e nella Roma del papa. Bonaparte non aveva più bisogno del papa per diventare il presidente dei contadini, ma aveva bisogno di conservare il papa per conservare i contadini del presidente. La dabbenaggine di questi lo aveva fatto presidente. Con la fede se ne sarebbe andata la loro dabbenaggine, e col papa se ne sarebbe andata la loro fede. E gli orleanisti e i legittimisti coalizzati, che regnavano in nome di Bonaparte! Prima di restaurare il re, si doveva restaurare il potere che consacra i re. Ma anche prescindendo dalla loro fedeltà al re, senza l'antica Roma, soggetta al suo dominio temporale, non più papa; senza il papa, non più cattolicesimo; senza il cattolicesimo non più religione francese; e senza religione che sarebbe avvenuto della vecchia società francese? L'ipoteca che il contadino possiede sui beni celesti garantisce l'ipoteca che il borghese possiede sui beni del contadino. La rivoluzione romana era dunque un attentato contro la proprietà, contro l'ordine borghese, altrettanto terribile quanto la rivoluzione di giugno. Il restaurato dominio borghese in Francia esigeva la restaurazione del dominio papale in Roma. Infine, nei rivoluzionari romani si colpivano gli alleati dei rivoluzionari francesi; l'alleanza delle classi controrivoluzionarie nella repubblica francese costituita trovava il suo necessario coronamento nell'alleanza della repubblica francese con la Santa Alleanza, con Napoli e con l'Austria. La decisione del Consiglio dei ministri del 23 dicembre non era un mistero per la Costituente. Già l'8 gennaio Ledru-Rollin aveva interpellato a proposito di essa il ministero; il ministero aveva negato e l'Assemblea era passata all'ordine del giorno. Aveva essa fiducia nelle parole del ministero? Sappiamo che per tutto il mese di gennaio non aveva fatto altro che votargli la sfiducia. Ma se la parte del ministero era di mentire, la parte dell'Assemblea era di fingere di prestar fede alle sue menzogne, salvando con ciò le apparenze repubblicane.

Frattanto il Piemonte era battuto. Carlo Alberto aveva abdicato. L'esercito austriaco batteva alle porte della Francia [28]. Ledru-Rollin interpellò violentemente. Il ministero dimostrò che nell'Italia settentrionale non aveva fatto che continuare la politica di Cavaignac, e Cavaignac la politica del governo provvisorio, cioè di Ledru-Rollin. Questa volta ottenne dall'Assemblea nazionale persino un voto di fiducia, e venne autorizzato ad occupare temporaneamente una località conveniente dell'alta Italia per appoggiare in questo modo le pacifiche trattative con l'Austria circa l'integrità del territorio sardo e la questione romana. È noto che il destino d'Italia si decide sui campi di battaglia dell'Italia settentrionale. Caduti la Lombardia e il Piemonte era dunque caduta anche Roma, a meno che la Francia non dichiarasse la guerra all'Austria, e, per conseguenza, alla controrivoluzione europea. Prese l'Assemblea d'un tratto il ministero Barrot per il vecchio Comitato di salute pubblica? O se stessa per la Convenzione [29]? A che scopo dunque l'occupazione militare di una località dell'alta Italia? Sotto questo velo trasparente si nascondeva la spedizione contro Roma.

Il 14 aprile 14.000 uomini salparono, sotto Oudinot, alla volta di Civitavecchia; il 16 aprile l'Assemblea nazionale accordò al Ministero un credito di 1.200.000 franchi per mantenere durante i tre mesi una flotta per intervenire nel Mediterraneo. In questo modo dette al ministero tutti i mezzi per intervenire contro Roma, mentre fingeva di spingerlo all'intervento contro l'Austria. Essa non vedeva ciò che il ministero faceva; udiva solamente ciò che diceva. Tanta fede non si sarebbe trovata nemmeno in Israele. La Costituente era arrivata al punto di non permettersi di sapere quanto la repubblica costituita doveva fare.

Finalmente l'8 maggio si rappresentò l'ultima scena della commedia. La Costituente invitò il ministero a prendere misure d'urgenza per ricondurre la spedizione italiana allo scopo fissato. Bonaparte fece inserire la sera stessa nel "Moniteur" una lettera, in cui rivolgeva a Oudinot le sue più vive felicitazioni. L'11 maggio l'Assemblea nazionale respinse l'atto di accusa contro lo stesso Bonaparte e il suo ministero. E la Montagna, invece di lacerare questo tessuto d'inganni, prese sul serio la commedia parlamentare, per recitarvi essa stessa la parte di Fouquier-Tinville; ma sotto la pelle di leone, presa a prestito dalla Convenzione, lasciò vedere l'originaria pelle del vitello piccolo-borghese.

L'ultima metà della vita della Costituente si riassume così: essa ammette, il 29 gennaio, che le frazioni borghesi monarchiche sono i superiori naturali della repubblica da essa costituita; il 21 marzo, che la violazione della Costituzione ne è la realizzazione; e l'11 maggio, che la pomposamente annunciata alleanza passiva della repubblica francese coi popoli in lotta, significa la sua alleanza attiva con la controrivoluzione europea.

Questa miserabile Assemblea abbandonò la scena dopo essersi procurata due giorni ancora prima dell'anniversario della sua nascita, il 4 maggio, la soddisfazione di respingere la proposta di amnistia degli insorti di giugno. Spezzata la sua potenza, mortalmente odiata dal popolo, respinta, malmenata, gettata da parte con disprezzo dalla borghesia, di cui era la creatura, costretta a rinnegare nella seconda metà della propria esistenza la prima metà, spogliata delle sue illusioni repubblicane, senza grandi creazioni nel passato, senza speranze nell'avvenire, decomponendosi a pezzo a pezzo, mentre era ancora in vita, essa non riusciva a galvanizzare il proprio cadavere, se non ricordando continuamente la vittoria di giugno e rivivendola ancora una volta; essa si riaffermava ripetendo continuamente la condanna dei condannati. Vampiro che viveva nel sangue degli insorti di giugno!

Essa lasciò dietro di sé il disavanzo dello Stato ingrossato dalle spese dell'insurrezione di giugno, dalla soppressione dell'imposta sul sale, dalle indennità assegnate ai possessori di piantagioni in seguito all'abolizione della schiavitù dei negri, dalle spese della spedizione romana, dalla soppressione dell'imposta sul vino da essa deliberata mentre già trovavasi in agonia, come un vecchio maligno, che ride, felice di addossare all'erede un debito d'onore compromettente.

Dal principio di marzo era incominciata l'agitazione per le elezioni dell'Assemblea nazionale legislativa. Due gruppi principali stavano di fronte: il partito dell'ordine e il partito democratico socialista o partito rosso: in mezzo ad essi, gli amici della Costituzione, sotto il qual nome i repubblicani tricolori del "National" cercavano di rappresentare un partito. Il partito dell'ordine si era formato immediatamente dopo le giornate di giugno; ma solo dopo che il 10 dicembre gli ebbe concesso di respingere da sé la consorteria del "National", cioè dei repubblicani borghesi, si era rivelato il segreto della sua esistenza: la coalizione degli orleanisti e dei legittimisti in un unico partito. La classe borghese era divisa in due grandi frazioni che avevano avuto alternativamente il monopolio del potere: la grande proprietà fondiaria sotto la monarchia restaurata, l'aristocrazia finanziaria e la borghesia industriale sotto la monarchia di luglio. Borbone era l'appellativo regio che indicava l'influenza preponderante degli interessi dell'una, Orléans era l'appellativo regio che indicava l'influenza preponderante degli interessi dell'altra frazione; il regno anonimo della repubblica era l'unico in cui ambedue le frazioni potessero, con egual potere, difendere il comune interesse di classe senza rinunciare alla loro reciproca rivalità. Dal momento che la repubblica borghese non poteva essere niente altro che la forma completa e pura del dominio di tutta la classe borghese, poteva essa dunque essere altra cosa che il dominio degli orleanisti completati dai legittimisti e dei legittimisti completati dagli orleanisti, la sintesi della restaurazione e della monarchia di luglio? I repubblicani borghesi del "National" non rappresentavano nessuna grande frazione della loro classe, che poggiasse su basi economiche. Il loro significato e il loro titolo storico consistevano unicamente nell'avere, sotto la monarchia, di fronte alle due frazioni borghesi che non concepivano se non il loro regime particolare, fatto valere il regime universale della classe borghese, il regno anonimo della repubblica, che essi idealizzavano e ornavano di arabeschi antichi, ma nel quale salutavano prima di tutto il dominio della loro consorteria. Se il partito del "National" non volle credere ai propri occhi, quando vide alla sommità della repubblica da esso fondata i monarchici coalizzati, non meno s'ingannavano costoro circa il fatto del loro dominio unificato. Essi non comprendevano che se ciascuna delle loro frazioni considerata isolatamente, in sé, era monarchica, il prodotto della loro combinazione chimica doveva necessariamente essere repubblicano; che la monarchia bianca e la monarchia azzurra dovevano neutralizzarsi nella repubblica tricolore. Costrette dall'antagonismo col proletariato rivoluzionario e con le classi intermedie, spinte sempre più intorno ad esso come al loro centro, a impegnare le loro forze riunite e a mantenere la loro organizzazione, ciascuna delle frazioni del partito dell'ordine era obbligata a far valere, contro le velleità di restaurazione e di supremazia dell'altra, il dominio comune, cioè la forma repubblicana del dominio borghese. Così troviamo che questi monarchici, dopo avere in principio creduto a una restaurazione immediata, dopo avere poi conservata la forma repubblicana, alla fine, con la schiuma alla bocca e con invettive atroci contro di essa sulle labbra, confessano di potersi mettere d'accordo solo nella repubblica e rinviano la restaurazione a tempo indeterminato. Lo stesso godimento del dominio comune rafforzava ciascuna delle due frazioni e la rendeva ancor più incapace e riluttante a sottomettersi all'altra, cioè a restaurare la monarchia.

Il partito dell'ordine proclamò direttamente nel suo programma elettorale il dominio della classe borghese, cioè il mantenimento delle condizioni vitali del suo dominio, della proprietà, della famiglia, della religione, dell'ordine! Naturalmente esso presentava il suo dominio di classe e le condizioni del suo dominio di classe come dominio della civiltà e come condizioni necessarie della produzione materiale, e dei rapporti di scambio sociali che ne derivano. Il partito dell'ordine disponeva di enormi mezzi pecuniari, aveva organizzato le sue succursali in tutta la Francia, aveva ai suoi stipendi tutti gli ideologi della vecchia società, si giovava dell'influenza del potere del governo esistente, possedeva un esercito di vassalli gratuiti nell'intera massa dei piccoli borghesi e dei contadini che, tuttora lontani dal movimento rivoluzionario, trovavano nei grandi dignitari della proprietà i rappresentanti naturali della loro piccola proprietà e dei loro piccoli pregiudizi; rappresentato in tutto il paese da un numero infinito di piccoli re, poteva punire la sconfitta dei suoi candidati come un'insurrezione, congedare gli operai ribelli, i servi di fattoria indisciplinati, i domestici, i commessi, gli impiegati ferroviari, gli scrivani, tutti i funzionari alla sua dipendenza borghese. Poteva infine alimentare qua e là la illusione che la Costituente repubblicana avesse impedito al Bonaparte del 10 dicembre di manifestare le sue forze miracolose. Parlando del partito dell'ordine non abbiamo fatto menzione dei bonapartisti. Essi non erano una frazione seria della classe borghese, ma un'accolta di invalidi vecchi e superstiziosi, e di cavalieri di industria giovani e scettici. Il partito dell'ordine trionfò nelle elezioni; mandò all'Assemblea legislativa la grande maggioranza.

Di fronte alla classe borghese controrivoluzionaria coalizzata, le parti diventate rivoluzionarie della piccola borghesia e della classe dei contadini dovevano naturalmente riunirsi col grande dignitario degli interessi rivoluzionari, col proletariato rivoluzionario. Abbiamo visto come le disfatte parlamentari avessero spinto i capi democratici della piccola borghesia nel parlamento, cioè la Montagna, verso i capi socialisti del proletariato, e come i concordats à l'amiable, la brutale affermazione degli interessi borghesi, la bancarotta, avessero spinto la vera piccola borghesia fuori del parlamento, verso i veri proletari. Il 27 gennaio Montagna e socialisti avevano celebrato la loro riconciliazione, nel gran banchetto del febbraio 1849 riconfermarono il loro atto di unione. Il partito sociale e il democratico, il partito dei lavoratori e quello dei piccoli borghesi, si unirono nel partito socialdemocratico, cioè nel partito rosso.

Paralizzata per un istante dall'agonia susseguita alle giornate di giugno, la repubblica francese era passata, dopo la soppressione dello stato d'assedio, dopo il 19 ottobre, attraverso una serie continua di agitazioni febbrili. Prima la lotta per la presidenza; poi la lotta del presidente con la Costituente; la lotta per i clubs; il processo di Bourges [30], che di fronte alle piccole figure del presidente, dei realisti coalizzati, dei repubblicani dabbene della Montagna democratica, dei socialisti dottrinari del proletariato [31], aveva fatto apparire i suoi veri rivoluzionari come mostri d'altri tempi, quali solo un diluvio può lasciare dietro a sé alla superficie della società, e quali possono apparire alla vigilia di un diluvio sociale; l'agitazione elettorale; l'esecuzione degli assassini di Bréa; i continui processi di stampa; i violenti interventi polizieschi del governo nei banchetti; le arroganti provocazioni monarchiche; l'esposizione alla berlina delle effigi di Louis Blanc e di Caussidière; il conflitto ininterrotto tra la repubblica costituita e la Costituente, che ad ogni istante respingeva la rivoluzione al suo punto di partenza, che ad ogni istante trasformava il vincitore in vinto, il vinto in vincitore, e in un attimo rovesciava le posizioni dei partiti e delle classi, le loro divisioni e le loro unioni; il rapido cammino della controrivoluzione europea; la gloriosa lotta ungherese; le levate di scudi in Germania; la spedizione romana; l'ignominiosa disfatta dell'esercito francese davanti a Roma: in questo turbine di movimento, in questa tormentosa inquietudine storica, in questo drammatico flusso e riflusso di passioni, speranze, delusioni rivoluzionarie, le diverse classi della società francese erano costrette a calcolare le epoche del loro sviluppo a settimane, come prima le avevano contate a mezzi secoli. Una parte notevole dei contadini e delle province era diventata rivoluzionaria. Non solo avevano perduto le illusioni circa Napoleone, ma il partito rosso offriva loro al posto del nome la sostanza, al posto della esenzione illusoria dalle imposte la restituzione del miliardo pagato al legittimisti il regolamento dell'ipoteca e la soppressione della usura.

Perfino l'esercito era preso dal contagio della febbre rivoluzionaria. In Bonaparte aveva votato per la vittoria, ed egli gli aveva dato la disfatta. In lui aveva votato per il piccolo caporale [32], dietro al quale si nascondeva il gran generale rivoluzionario, ed egli gli restituiva i grandi generali dietro ai quali si nasconde il caporale pignolo. Non vi era dubbio che il partito rosso, ossia il partito democratico coalizzato, doveva celebrare, se non la vittoria, almeno grandi trionfi; che Parigi, l'esercito, una grande parte delle province dovevano votare per esso. Il capo della Montagna, Ledru-Rollin, venne eletto da cinque dipartimenti; una vittoria che non fu riportata da nessun capo del partito dell'ordine, da nessun nome del partito propriamente proletario. Questa elezione ci svela l'enigma del partito democratico-socialista. Se la Montagna, avanguardia parlamentare della piccola borghesia democratica, era stata costretta da una parte ad allearsi coi dottrinari socialisti del proletariato, il proletariato, costretto a rifarsi con vittorie intellettuali della spaventosa disfatta materiale di giugno, e non ancora messo in grado, dalla evoluzione delle rimanenti classi, di conquistare la dittatura rivoluzionaria, doveva gettarsi in braccio ai dottrinari della sua emancipazione, ai fondatori di sètte socialiste. Dall'altra parte i contadini rivoluzionari, l'esercito, le province si collocavano dietro alla Montagna, che divenne così la condottiera nel campo dell'esercito rivoluzionario, avendo eliminato, in seguito all'intesa coi socialisti, ogni antagonismo nel partito rivoluzionario. Nell'ultima metà della esistenza della Costituente, la Montagna ne aveva rappresentato il pathos repubblicano, e aveva fatto dimenticare i suoi peccati durante il governo provvisorio, durante la commissione esecutiva, durante le giornate di giugno. A misura che il partito del "National", in consonanza col suo mezzo carattere, si lasciava schiacciare dal ministero monarchico, il partito della Montagna, messo in disparte durante l'onnipotenza del "National", si rialzava e si imponeva quale rappresentante parlamentare della rivoluzione. Di fatto, il partito del "National" non aveva da opporre alle altre frazioni monarchiche niente altro che personalità ambiziose e chiacchiere idealistiche. Il partito della Montagna, invece, rappresentava una massa oscillante tra la borghesia e il proletariato, gli interessi materiali della quale reclamavano istituzioni democratiche. Di fronte al Cavaignac e ai Marrast, Ledru-Rollin e la Montagna si trovavano perciò nella verità della rivoluzione, e attingevano dalla coscienza di questa grave situazione tanto maggior animo quanto più le manifestazioni dell'energia rivoluzionaria si limitavano a incidenti parlamentari, a presentazioni di atti di d'accusa, a minacce, a far la voce grossa, a discorsi roboanti, e ad atti estremi che non si spingevano al di là della frase. I contadini si trovavano a un dipresso nella stessa situazione dei piccoli borghesi; avevano quasi le stesse rivendicazioni sociali da porre innanzi. Tutti i ceti medi della società, nella misura in cui erano trascinati nel movimento rivoluzionario, dovevano perciò necessariamente trovare in Ledru-Rollin il loro eroe. Ledru-Rollin era il personaggio della piccola borghesia democratica. Di fronte al partito dell'ordine, dovevano prima di tutti gli altri essere spinti in prima fila i riformatori di quest'ordine, a metà conservatori, metà rivoluzionari, e in tutto utopisti.

Il partito del "National", "gli amici della Costituzione a ogni costo", i repubblicani puri e semplici furono completamente battuti nelle elezioni. Una infima minoranza di loro entrò nella Camera legislativa; i loro capi più noti scomparvero dalla scena, compreso Marrast, il redattore capo e l'Orfeo della repubblica dabbene.

Il 28 maggio si radunò l'Assemblea legislativa: l'11 giugno si rinnovò la collisione dell'8 maggio. Ledru-Rollin depose, a nome della Montagna, un atto d'accusa contro il presidente e il ministero per violazione della Costituzione, per il bombardamento di Roma. Il 12 giugno l'Assemblea legislativa respinse l'atto d'accusa, come l'aveva respinto l'11 maggio l'Assemblea costituente, ma questa volta il proletariato spinse la Montagna sulla strada, non però ad un combattimento di strada, ma solo a una processione. Basta dire che la Montagna era alla testa di questo movimento, per sapere che il movimento fu vinto e che il giugno 1849 fu una caricatura altrettanto ridicola quanto indecente del giugno 1848. La gran ritirata del 13 giugno non fu eclissata che dall'ancor più grande rapporto sul combattimento fatto da Changarnier, il grand'uomo improvvisato dal partito dell'ordine. Ogni epoca sociale ha bisogno dei suoi grandi uomini, e se non li trova li inventa, come dice Helvétius.

Il 20 dicembre esisteva soltanto una metà della repubblica borghese costituita, il presidente; il 28 maggio essa venne completata con l'altra metà, con l'Assemblea legislativa. Nel giugno 1848 la repubblica borghese che si costituiva si era iscritta sul registro dello stato civile della storia con un'indicibile battaglia contro il proletariato; nel giugno 1849 la repubblica borghese costituita si iscriveva sul registro dello stato civile con un'innominabile commedia con la piccola borghesia. Il giugno 1849 fu la Nemesi del 1848 [33]. Nel giugno 1849 non furono vinti gli operai, ma sconfitti i piccoli borghesi, che si ponevano tra quelli e la rivoluzione. Il giugno 1849 non fu la tragedia sanguinosa fra il lavoro salariato e il capitale, ma la miserabile farsa, ricca di prigioni, fra il debitore e il creditore. Il partito dell'ordine aveva vinto, era onnipotente; doveva ora mostrare ciò ch'esso era.

 

Note

1. Durante la rivoluzione francese fu chiamata Montagna la minoranza di sinistra (diretta dal Robespierre e dal Saint-Just), in contrapposizione al centro dell'assemblea, detto Pianura o palude, la cui maggioranza, nel periodo del Terrore, si mosse a rimorchio dei montagnardi. Dopo la rivoluzione del 1848, si raggrupparono sotto il nome di Montagna i rappresentanti dei repubblicani democratici alla Costituente e alla Legislativa.

2. La Réforme, quotidiano francese, organo dei repubblicani moderati piccolo borghesi, capeggiati da Ledru-Rollin, cui si unirono i socialisti di Louis Blanc. Uscì a Parigi dal 1843 al 1850.

3. Furono denominati tricolori i repubblicani borghesi raccolti intorno al National (cfr. sopra, cap. I, nota 12).

4. Per forma della repubblica borghese Marx intende la Costituzione della repubblica.

5. Il Journal des débats politiques et littéraires era un quotidiano francese fondato nel 1789 a Parigi, giornale governativo durante la monarchia di luglio, come organo della borghesia orleanista; durante la rivoluzione del 1848 rappresentò le idee della borghesia controrivoluzionaria, il cosiddetto partito dell'ordine.

6. Concordati amichevoli.

7. Prostitute.

8. Cavaliere.

9. Cartagine deve essere distrutta, come affermava Catone nel senato romano, per metterlo in guardia dal pericolo costituito dal rifiorire della grande antagonista malgrado la sconfitta che aveva subito ad opera di Roma.

10. Anziché sancire un nuovo regime sociale, come accadde nelle precedenti rivoluzioni borghesi in Inghilterra e in Francia, la nuova Costituzione sostituiva unicamente una forma di Stato con un'altra, rimanendo sempre nell'ambito dell'ordine borghese che preesisteva alla rivoluzione.

11. Nel IV secolo a.C. il filosofo greco Platone aveva elaborato, nel suo dialogo La repubblica, le linee di uno Stato comunistico diretto dai filosofi e da cui erano esclusi i poeti, in quanto egli sosteneva che l'arte di questi volgeva le spalle alla scienza e alla ragione.

12. "Homunculus" (omiciattolo) nell'alchimia rinascimentale è un essere minuscolo prodotto artificialmente. Nel Faust di Goethe (II atto secondo, "laboratorio") l'ex discepolo di Faust, Wagner, crea un "homunculus".

13. Cioè Luigi Napoleone, il nipote di Napoleone I, che come dice Marx (Il 18 brumaio) non soltanto era politicamente "la caricatura del vecchio Napoleone", ma "Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono".

14. Secondo il racconto biblico, Saul, primo re degli ebrei, aveva ucciso mille filistei, ma Davide, suo genero, diecimila. Luigi Napoleone ottenne 5.434.226 voti, contro 1.448.107 di Cavaignac.

15. Il giglio in campo bianco era l'emblema della monarchia "legittima" dei Borboni.

16. Invece di portare al passaggio del potere a un partito più avanzato, cioè, secondo l'analogia con la rivoluzione francese, dai repubblicani borghesi alla Montagna, il 10 dicembre dette luogo a un processo inverso.

17. Il 18 maggio 1804 il senato francese approvò la trasformazione costituzionale della Francia e l'elezione di Napoleone I a imperatore, decisione successivamente ratificata da un plebiscito.

18. Seguace delle teorie dell'economista inglese Thomas Robert Malthus (1766-1834).

19. Letterine d'amore.

20. I poteri che la Costituzione affidava al presidente lo mettevano in grado di scegliere e licenziare i ministri a suo piacere, indipendentemente dai voti dell'assemblea.

21. Alta corte: la corte suprema prevista dalla nuova Costituzione era composta da 5 giudici della cassazione e da 36 giurati scelti fra i consiglieri generali dei dipartimenti.

22. Essa ritrova cioè la naturale vocazione antiproletaria che l'aveva caratterizzata fin dal suo sorgere e l'aveva spinta, dal 15 maggio alla repressione di giugno e allo stato d'assedio.

23. Con un colpo di Stato Luigi Napoleone avrebbe distrutto la Costituzione grazie alla quale era presidente. In tal caso la sua permanenza al potere in base a un atto di forza poteva essere legittimata solo richiamandosi alla sua posizione di erede dell'impero di suo zio Napoleone I. Ma la legittimazione del potere mediante un titolo ereditario, anziché attraverso la volontà del popolo, riproponeva anche il diritto ereditario dei discendenti di Luigi Filippo e, con più forza ancora, quello dei discendenti della monarchia legittima dei Borboni, nei confronti dei quali Napoleone I e Luigi Filippo non erano che usurpatori del trono.

24. Salute pubblica: durante la rivoluzione francese, nel periodo del Terrore, tale fu il nome del comitato che rappresentava il massimo organo esecutivo dello Stato.

25. Allusione ironica di Marx al Weltgeist (spirito dell'universo o spirito del mondo) a cui Hegel riconduce tutta la storia, intendendolo come "una volontà divina" che "domina poderosa nel mondo" e si manifesta nella realtà storica mediante lo spirito dei popoli.

26. Successivamente alla fuga di Pio IX da Roma (in cui prevalevano le forze democratiche), dopo alcune settimane di incertezza, fu eletta una Costituente romana, che il 9 febbraio 1849 proclamò la decadenza del potere temporale dei papi e l'avvento della Repubblica romana, sotto la direzione del triumvirato composto da Mazzini, Armellini e Saffi. Raccogliendo l'appello del papa alle potenze cattoliche, la Francia inviò un esercito al comando del generale Oudinot, il quale, anziché essere accolto dai romani come liberatore (secondo le speranze dei francesi), il 30 aprile fu battuto da Garibaldi a Porta S. Pancrazio. I francesi, costretti all'accordo, si ritirarono a Civitavecchia, da dove, nel giugno, lanciarono un nuovo attacco a Roma, che il 1 luglio capitolò.

27. È qui implicito un ironico confronto fra le due gloriose campagne di Napoleone I in Italia (1796-1797 e 1800), che realizzarono il predominio francese sulla penisola attraverso una lunga serie di vittorie politiche e militari, e la prima spedizione in Italia della repubblica francese presieduta da Luigi Napoleone, che oltre a porsi al livello di una volgare azione di gendarmeria internazionale, iniziò con la sconfitta di Porta S. Pancrazio.

28. Il Piemonte, che il 9 agosto 1848, dopo il fallimento della mediazione franco inglese, aveva firmato l'armistizio con l'Austria, riprese la guerra il 20 marzo 1849, ma sconfitto il 23 a Novara dovette firmare l'armistizio di Vignale.

29. Durante la rivoluzione francese, si chiamò Convenzione l'assemblea riunitasi il 20 settembre 1792, col compito di dare una Costituzione repubblicana alla Francia. Da essa il potere esecutivo fu affidato al Comitato di salute pubblica.

30. Nel marzo del 1849 si svolse a Bourges il processo contro i capi del proletariato parigino, imputati di complotto contro la repubblica per i fatti del 15 maggio. Barbès e Albert furono condannati alla deportazione, Sobrier, De Flotte e Raspail a lunghe pene detentive, Blanqui a dieci anni di segregazione cellulare, perché, data la sua infermità, si considerava che questo periodo di tempo sarebbe stato sufficiente a portarlo alla tomba. Furono condannati in contumacia anche Louis Blanc e Caussidière.

31. Sotto tale denominazione Marx comprende vari pensatori socialisti propugnatori di banche di scambio, associazioni operaie ecc. che nell'illusione di indicare, mediante i loro esperimenti o le loro teorie, la via di una trasformazione sociale, oscillano tra la conservazione dei rapporti di produzione capitalistici, la democrazia piccolo-borghese e l'utopismo.

32. Napoleone Bonaparte.

33. Cioè la vendetta del giugno 1848.

 


Ultima modifica 1.5.2001