Capitolo XII
L'organizzazione dell'industria

(Seconda Parte)

93. L’espropriazione della borghesia e la nazionalizzazione proletaria della grande industria
94. Il nostro obiettivo è lo sviluppo delle forze produttive.
95. L’organizzazione razionale della produzione
96. Estensione della collaborazione economica con gli altri paesi.
97. Organizzazione della piccola industria, dei mestieri e del lavoro a domicilio.
98. L’organizzazione industriale e i sindacati.
99. L’utilizzazione della forza operaia.
100. La disciplina di lavoro tra compagni.
101. L'utilizzazione degli specialisti borghesi.
102. L'alleanza dell'industria con la scienza.

93. L’espropriazione della borghesia e la nazionalizzazione proletaria della grande industria.

Il primo dovere del potere sovietico, come organo della dittatura del proletariato, era quello di togliere alla borghesia i mezzi di produzione, cioè di espropriare la borghesia. Si trattava, naturalmente, non di espropriare il piccolo produttore, l’artigiano, ma di privare l’alta borghesia dei mezzi di produzione e di organizzare la grande industria su nuove basi.

Abbiamo detto, nella prima parte di questo libro, che il proletariato non vuole né la spartizione, né il saccheggio delle officine, ma l’organizzazione della produzione in comune, cioè il trasferimento di tutti i mezzi di produzione allo Stato proletario, che è la più grande e più forte organizzazione della classe operaia. Bisogna guardarsi bene dal confondere la nazionalizzazione della produzione sotto il dominio borghese con quella effettuata sotto il dominio del proletariato. Nazionalizzare significa trasferire allo Stato. Ma chi parla di nazionalizzazione da parte dello Stato, senza preoccuparsi della forma di quest’ultimo, non comprende affatto il punto centrale della questione. Quando è la borghesia, come classe dominante della società, a nazionalizzare i trust ed i cartelli, non si realizza nessuna espropriazione della borghesia. In questo caso, essa non fa che tirar fuori i suoi beni da una tasca per metterli in un’altra, trasferendo tutto ciò che le appartiene al suo Stato. Ma resta sempre lei, la borghesia, a sfruttare la classe operaia, che continua come prima a lavorare, non per se stessa, ma per il suo nemico di classe. Questa nazionalizzazione sfocia in un’organizzazione di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo libro, il capitalismo di Stato.

Un risultato ben diverso si ottiene con la nazionalizzazione effettuata sotto il dominio del proletariato. Allora le officine, le fabbriche, i mezzi di trasporto, ecc. passano al potere proletario, cioè all’organizzazione degli operai, e non a quella dei capitalisti.

In questo caso l’espropriazione della borghesia è realizzata efficacemente, la borghesia viene, in quell’istante, realmente spogliata delle sue ricchezze, del suo dominio, della sua forza e della sua potenza. Di colpo le stesse basi dello sfruttamento sono distrutte.

Lo Stato proletario, organizzazione del proletariato, non saprebbe sfruttare la classe operaia: non ci si può autosfruttare. Sotto il dominio del capitalismo di Stato, la borghesia non perde nulla quando certe imprese private cessano d’esistere isolatamente, poiché, associandosi, esse sfruttano insieme il popolo come prima.

Parimenti i lavoratori non subiscono alcuna perdita se, con la nazionalizzazione proletaria, non posseggono più individualmente le loro officine, poiché le officine appartengono alla classe operaia, che assume il nome di Stato sovietico.

L’espropriazione della borghesia, cominciata immediatamente dopo la Rivoluzione dell’ottobre 1917, almeno nella sua parte essenziale, è stata portata a termine. All’interno della Russia sovietica sono nazionalizzate tutte le industrie dei trasporti (ferrovie e trasporti fluviali) e l’8090% della grossa industria. Secondo gli uffici di statistica industriale del Soviet superiore dell’economia nazionale, nel settembre del 1919 si contavano, in 30 governatorati, 3.330 imprese socializzate, che occupavano 1.012.000 operai e 27.000 impiegati. Queste cifre sono piuttosto al di sotto della realtà, e noi abbiamo ragione di credere che le industrie socializzate siano attualmente 4.000. Le imprese più considerevoli, fra le 3.330 citate, continuano a funzionare. Nel settembre 1919 erano in funzione 1.375 imprese, di cui 1.258 occupavano 728.000 operai e 26.000 impiegati. Del milione d’operai sopra ricordato, 800.000 continuano ad essere occupati regolarmente, malgrado le condizioni estremamente difficili nelle quali è costretta a lavorare la nostra industria. Si contano 631 imprese chiuse, che occupavano 170.000 operai, e la situazione di 1.278 imprese con 57.000 operai non è attualmente stabile (si tratta, come si vede, di piccole imprese).

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Le imprese nazionalizzate in funzione fino all’autunno 1919 appartenevano ai rami indicati qui sotto; erano unite dai loro organi centrali di direzione (direzioni principali e centrali).

I - INDUSTRIA MINERARIA (diretta dal Soviet minerario).
1) Direzione principale del carbone.
2) » » dei minerali greggi.
3) » » del petrolio.
4) » » della torba.
5) » » dello scisto.
6) » » del sale.
7) » » dell’oro.

II - INDUSTRIA METALLURGICA (diretta dal dipartimento metallurgico dei Soviet superiore dell’economia nazionale).
1) Direzione principale dell’industria meccanica.
2) » » dell’aviazione.
3) Direzione centrale del rame.
4) Direzione principale del ferro.
5) » » dell’automobile.
6) » » del gruppo delle officine Maltzev.
7) » » delle officine KalugaRiazan.
8) » » delle officine di Podolia.

III - INDUSTRIA ELETTROTECNICA (imprese elettriche unificate sotto la direzione dell’industria di Stato).

IV - INDUSTRIA TESSILE (diretta dalla direzione principale dell’industria tessile).

V - INDUSTRIA DEI PRODOTTI CHIMICI (diretta dal dipartimento chimico del Soviet superiore dell’economia nazionale).
1) Direzione principale della chimica organica.
2) » » dell’anilina.
3) Direzione centrale delle vernici.
4) Direzione principale dei prodotti farmaceutici.
5) » » dei fiammiferi.
6) » » del vetro da finestre.
7) » » del vetro da bottiglie.
8) Direzione centrale del cemento (I dipartimento).
9) » » (II dipartimento)
10) » » (III dipartimento)
11) Direzione principale pelle e cuoiami.
12) » » delle pellicce.
13) Direzione centrale delle setole di maiale.
14) Direzione principale delle ossa.
15) Direzione centrale dei grassi.
16) Direzione principale della carta.
17) » » delle resine.
18) » » del legname.
19) » » degli olii.
20) Direzione centrale dell’alcool.
21) Direzione principale del tabacco.
22) » » dell’amido.
23) » » dello zucchero.

VI - INDUSTRIA DEI PRODOTTI ALIMENTARI (diretto dal dipartimento dei prodotti alimentari del Soviet superiore dell’economia nazionale).

VII - INDUSTRIA FORESTALE E PREPARAZIONE INDUSTRIALE DEL LEGNAME (diretta dal Comitato forestale principale).

VIII - INDUSTRIA DELLA STAMPA (diretta dal dipartimento tipografico del Soviet superiore dell’Economia Nazionale).

IX - «SEZIONE AUTOMOBILISTICA CENTRALE» (montaggio e riparazione delle automobili).

X - PICCOLE SARTORIE (direzione centrale del cucito).

XI - UTILIZZAZIONE DEI RESIDUI (direzione centrale dell’utilizzazione dei residui).

XII - TRASPORTI PER ACQUA (direzione principale dei trasporti per acqua).

XIII - INDUSTRIA DELL’EDILIZIA E DELLA COSTRUZIONE INDUSTRIALE (Comitato di architettura).

XIV - INDUSTRIA DI GUERRA (dipartimento dell’industria di guerra).

XV - TRASPORTO E CONSERVAZIONE DELLE DERRATE (dipartimento del trasporto e della conservazione delle derrate del Soviet superiore dell’economia nazionale).

Uno dei principali doveri del nostro Partito è di portare completamente a termine l’espropriazione della borghesia, eseguita già nella sua parte essenziale. Dobbiamo tuttavia tener presente che noi non miriamo affatto ad espropriare la piccola industria, la cui «nazionalizzazione» è assolutamente inammissibile per le seguenti ragioni: noi stessi non potremmo organizzare la piccola industria dispersa e, d’altra parte, il Partito comunista non vuole e non deve ledere i milioni di piccoli proprietari. Il loro passaggio al socialismo avverrà spontaneamente, senza espropriazione forzata. È soprattutto sull’orizzonte della piccola produzione che bisogna portare la nostra attenzione, in questo momento.

Così, il nostro primo compito è il compimento della nazionalizzazione.

94. Il nostro obiettivo è lo sviluppo delle forze produttive.

La base della nostra politica è sviluppare con tutti i mezzi le forze produttive. La rovina è così grande, la penuria di ogni prodotto, in seguito alla guerra, è così diffusa, che questo obiettivo deve attualmente prevalere su tutti gli altri. Abbiamo bisogno di più prodotti, più calzature, falci, tonnellate di stoffa, sale, vestiti, grano, ecc., ecco il compito essenziale. Ci si può arrivare soltanto risollevando la produzione , non c’è altro rimedio. Nell’esecuzione del nostro piano incontriamo difficoltà inaudite, fra cui le principali sono gli attacchi e il boicottaggio, diretti contro di noi dalla controrivoluzione mondiale che ci obbliga a difenderci e a fare a meno dei nostri migliori operai. Bisogna, in primo luogo, riconquistare il petrolio e il carbone portati via dai capitalisti e dai proprietari fondiari, per poi organizzare la produzione su giuste basi. Tutto ciò è per noi assolutamente necessario.

Quando la classe operaia non era padrona del paese, non doveva preoccuparsi dell’organizzazione della produzione. Ora è lei al potere, ed è perciò responsabile della sorte e dell’avvenire del paese; sulle sue spalle grava il pesante compito di far uscire la Repubblica dei Soviet dall’attuale baratro di fame, di freddo e di rovina. Prima della conquista del potere, l’obiettivo della classe operaia era quello di distruggere il vecchio ordinamento, ora è quello di edificarne uno nuovo. Prima il compito d’organizzare l’industria incombeva alla borghesia, oggi al proletariato. Così, in questo periodo di sfacelo, tutti gli sforzi del proletariato debbono concentrarsi sull’organizzazione dell’industria e sulla ripresa produttiva. Risollevare la produzione vuol dire aumentare il rendimento, creare più prodotti, migliorare il lavoro in ogni istituzione ed ottenere migliori risultati nel lavoro quotidiano. L’epoca delle belle parole è finita, comincia quella del duro lavoro. A Mosca o a Pietroburgo non dobbiamo più combattere per dei diritti qualsiasi, la classe operaia li ha conquistati tutti e li difende su tutti i fronti. Il nostro attuale obiettivo è l’aumento del numero degli attrezzi, dei ferri di cavallo, degli aratri, delle macchine, dei cappotti, ecc., ecc. Ecco quello di cui ora abbiamo bisogno per non morire di fame, vestirci, recuperare le forze ed avanzare più rapidamente sulla via della creazione di una nuova vita.

La ripresa industriale richiede le seguenti misure: aumento dei mezzi di produzione (macchine, carbone, materie prime), organizzazione sistematica dei piani di produzione, razionale ripartizione delle materie prime e delle forze operaie, ecc.; raggiungimento di un migliore rendimento per quel che riguarda gli operai stessi (fraterna disciplina operaia, lotta contro la negligenza, la sciattezza, ecc.), applicazione della scienza e collaborazione con i tecnici.

Tutti questi problemi sono di capitale importanza. Bisogna risolverli praticamente non in una sola officina, ma in un paese immenso, dove i proletari si contano a milioni. Ciò che soprattutto non bisogna perdere di vista è la ricostituzione delle forze produttive dell’intero paese per stabilire la sua produzione sulle nuove basi del lavoro comunista.

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Noi veniamo accusati dai nostri avversari, socialisti rivoluzionari, menscevichi borghesi, ecc., di non essere marxisti, e di volere un comunismo di consumo e di spartizione. Essi sostengono che i bolscevichi tolgono ai borghesi le loro pellicce, li scacciano dalle loro case, ecc., cioè spartiscono i prodotti esistenti, ma non organizzano affatto la produzione. Queste obiezioni non hanno alcun valore. Le forze produttive della società umana si compongono di mezzi di produzione (macchine ed attrezzi) e forze viventi (gli operai). La classe operaia è la principale forza produttiva. La distruzione delle macchine e degli utensili non rappresenta una perdita irreparabile, perché gli operai esperti possono sempre ricostruirli, anche se con difficoltà. Tutt’altra casa è la distruzione della forza produttiva vivente, la dispersione e il ritorno in campagna degli operai, cacciati dalle città dal freddo e dalla fame, il pericolo della stessa scomparsa della classe operaia. Bisogna allora conservarla ad ogni costo. L’espropriazione organizzata dei mezzi di consumo costituisce, in questo caso, una condizione di salvezza per la forza operaia. Il comunismo di consumo diviene, pertanto, una condizione preliminare dell’organizzazione della produzione, che è il nostro vero fine. La borghesia di ogni paese vuole accollare agli operai tutte le spese provocate dalla guerra e tutte le calamità e le sofferenze che ne conseguono. Per salvaguardare il suo avvenire, bisogna che il proletariato rigetti sulla borghesia tutto il fardello del dopoguerra. Ma la nostra linea direttrice deve essere, naturalmente, l’organizzazione della produzione e lo sviluppo delle forze produttive.

95. L’organizzazione razionale della produzione.


L’epoca di decomposizione del capitalismo lasciò in eredità al proletariato non solo una quantità minima di mezzi di produzione, ma anche un disordine indescrivibile. La Russia si scisse in parecchie regioni, che rimasero senza legami, rendendo estremamente difficili le comunicazioni reciproche. In seguito alla rivoluzione, gli industriali abbandonarono le redini della direzione e, in un primo tempo, molte fabbriche restarono senza guida. Poi gli operai cominciarono a impadronirsi delle officine, ma in modo disordinato; non potevano più attendere, e questa «nazionalizzazione» locale cominciò anche prima della Rivoluzione d’ottobre. È chiaro che questa presa di possesso delle imprese da parte degli operai che vi lavoravano, non era una nazionalizzazione. Solo ben più tardi si trasformò in nazionalizzazione. Anche dopo la Rivoluzione d’ottobre, si procedette alla nazionalizzazione in modo disordinato. Fu necessario, evidentemente, cominciare dalle imprese più vaste e meglio organizzate, ma non sempre ci si riuscì. Spesso venivano nazionalizzate imprese abbandonate dai loro proprietari e che non si potevano lasciare senza sorveglianza, o quelle i cui proprietari manifestavano violentemente il loro odio verso gli operai. Durante la guerra civile, ci furono naturalmente molte imprese di questo tipo e, fra queste, più d’una era in pessimo stato ed inutilizzabile. Si trattava soprattutto di quelle che si erano sviluppate a dismisura durante la guerra, che lavoravano «per la difesa nazionale» e che, costruite in fretta, andarono in rovina durante la rivoluzione. Tutte queste circostanze comportarono, nei primi tempi, un disordine ancora più grande.

All’inizio, il potere sovietico ed i suoi organi non avevano nemmeno un’esatta conoscenza di ciò che esisteva; non possedevano la contabilità delle imprese, delle riserve di carbone, dei mezzi di riscaldamento, delle merci, come, d’altronde, non disponevano di alcuna informazione sulle possibilità di rendimento, cioè sulla natura e la quantità di prodotti che le imprese nazionalizzate potevano fabbricare.

La borghesia moriva, ma senza lasciare un dettagliato testamento dei suoi beni al proletariato, che «ereditava» alcune sue ricchezze, impadronendosene attraverso un’accanita guerra civile. In queste circostanze soprattutto all’inizio, non poteva evidentemente sorgere il problema di un piano generale di produzione. La vecchia organizzazione capitalistica si decomponeva e la nuova organizzazione socialista non era ancora sorta. Peraltro uno dei compiti principali del potere sovietico era, ed è ancora, l’unificazione di tutta l’attività economica secondo un piano sistematico applicabile a tutto lo Stato. Solo a questa condizione si potrà mantenere la produttività ad un livello tale da farla in seguito aumentare. Sappiamo già, dalla prima parte di questo libro, che il vantaggio del regime comunista, è proprio quello di sopprimere il disordine e l’«anarchia» capitalistica.

Ecco la base del sistema comunista. Certo, sarebbe ridicolo credere che si possano ottenere risultati stupendi a breve scadenza, fra il freddo, la fame, la mancanza di combustibili e di materie prime. Ma se è vero che nessuno vive tra le fondamenta di una casa fintantoché la sua costruzione non sia stata finita e siano state tolte le impalcature, è altrettanto vero che bisogna far bene queste fondamenta! Lo stesso si può dire per quella costruzione chiamata società comunista. Le sue fondamenta sono rappresentate dall’organizzazione dell’industria e, in primo luogo, dalla sua unificazione secondo un piano statale.

La realizzazione di questo piano cominciò con l’inventario di tutto ciò che era a disposizione del potere sovietico: quantità degli stock, numero delle imprese, ecc. Poco a poco si stabilirono dei legami fra le imprese prima indipendenti, e s’istituirono degli organi di approvvigionamento per la fornitura delle materie prime, del combustibile e di altri accessori; si formò una rete di organi di direzione centrale e locale dell’industria, capaci d’elaborare e di far applicare un piano comune per tutto il paese.

Esaminando, dalla base al vertice, l'apparato direttivo dell’industria, esso risulta così formato: alla testa di ogni fabbrica si trova la direzione operaia della fabbrica, composta generalmente per due terzi da operai, membri del loro rispettivo sindacato, e per un terzo da ingegneri, designati d’accordo con il Comitato Centrale del sindacato. In certi rami industriali poco sviluppati sono state stabilite delle direzioni regionali (di reparto), collegate ai Soviet locali dell’economia nazionale, che a loro volta sono in relazione con i Soviet locali. I rami più sviluppati dell’industria vengono controllati direttamente dalle direzioni principali e centrali. Così la direzione centrale dei tessili si occupa di ogni industria tessile e la direzione principale degli attrezzi da lavoro controlla la produzione di questi ultimi, ecc. (cfr. elenco nel primo paragrafo di questo capitolo). Da noi queste direzioni principali e centrali rappresentano ciò che in regime capitalistico erano i trust statali di certi rami industriali. La composizione di queste direzioni è stabilita dal Presidium del Soviet superiore dell’economia nazionale (ne parleremo in seguito), d’accordo con il Comitato Centrale del sindacato interessato; in caso di controversia, quest’ultimo viene sostituito dalla Centrale del Soviet panrusso dei sindacati, che regola, in armonia con il Presidium del Soviet superiore dell’economia nazionale, la composizione di questa direzione principale o centrale. I Soviet locali dell’economia nazionale organizzano, di solito, le imprese di minore importanza.

Le direzioni centrali e le Centrali sono, a loro volta, riunite per settori industriali dello stesso tipo. Così, esiste la direzione comune delle officine meccaniche dello Stato, la direzione centrale dell’industria del rame, la direzione principale dell’industria dell’oro, ecc.

Per illustrare ciò che abbiamo appena detto, indichiamo qui sotto i gruppi che fanno parte dell’industria metallurgica:

I. Gruppo di Sormovo: Officine di Sormovo-Kolorima («Gomza») - 17 officine
II. Gruppo di Kolomna: Centrale degli Altiforni e Fucine - 3 officine
III. Gruppo di Viksa: Fonderie di Kaluga-Riazan - 9 officine
IV. Gruppo di Vilki: Officine Maltsev - 6 officine
V. Gruppo di Filiere (Provoloka): Centrale del Rame - 10 officine
VI. Gruppo di Bucuevo: Automobili - 3 officine
Nell’industria diretta dalla direzione centrale dell’industria tessile esistono ancora dei «kusti» (soprattutto nell’industria del cotone), cioè piccole imprese che producono manufatti solo in certa misura ultimati, accanto a prodotti finiti.

Bisogna aggiungere che, in genere, le forme attuali di raggruppamento e di direzione sono ancora lontane dall’essere definitive: nascono continuamente forme nuove e scompaiono quelle vecchie. Ciò è inevitabile nel periodo di febbrile edificazione, in mezzo a condizioni così difficili, allorché le alterne vicende della guerra civile possono domani farci perdere la regione degli Urali che oggi possediamo, e riconquistare l’Ucraina dopo esserne stati spossessati.

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Questi gruppi non sono composti di qualche ramo produttivo indipendente, ma tutti i rami sono strettamente legati fra loro e formano un tutto indivisibile. È evidente che innanzitutto vengono uniti fra loro i rami produttivi che hanno dei punti di contatto. Così, la produzione degli attrezzi da lavoro, delle macchine, del rame e dei suoi prodotti appartengono al gruppo che lavora i metalli. Le direzioni principali di questo gruppo vengono unificate dal dipartimento dei metalli (sezione dei metalli) del Soviet superiore dell’economia nazionale. Esistono parecchi di questi dipartimenti industriali: il dipartimento dei metalli, quello dell’industria chimica, dei prodotti alimentari, della stampa, ecc. Nell’autunno 1919 ogni dipartimento aveva una sua specifica composizione. Nel dipartimento dei metalli, era soprattutto il comitato della federazione panrussa degli operai metallurgici ad esercitare la sua influenza; gli operai metallurgici, essendo elementi avanzati, istruiti e bravissimi lavoratori, sono riusciti a compiere veramente un buon lavoro nei differenti rami della loro industria. La situazione non è altrettanto brillante negli altri dipartimenti industriali. Gli operai dell’industria chimica, per esempio, non potevano nel 1919 ancora venire rappresentati nel loro dipartimento, non essendo allora nemmeno riuniti in sindacati.

Tutti i dipartimenti dipendono dal Soviet (Consiglio) superiore dell’economia nazionale. Quest’ultimo è composto dai rappresentanti del Soviet dell’Unione dei Sindacati, dal Comitato Centrale Esecutivo panrusso dei Soviet e dei commissari del popolo e dispone di un Presidium incaricato d’applicare le sue decisioni. A questa istituzione spetta l’elaborazione e l’applicazione di un piano unico nazionale.

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L’attività delle officine meccaniche dello Stato, in cui ha un’influenza decisiva il sindacato dei metallurgici, ci dimostra che gli operai possono, attraverso una buona organizzazione, aumentare considerevolmente la produttività delle imprese. Ecco qualche cifra:

Prodotti: nov. e dic. dal genn. al giugno 1918-1919
Pezzi di ricambio per vagoni e locomotive 24.250-94.419
Treni blindati, locomotive 2-10
Vagoni-merci piatti 4-19
Vagoni cisterna, vagoni piatti, ecc.: nuovi 477-1.191
riparati 1.040
Carrelli 148-522
Rotaie 0-754

Il secondo periodo è tre volte più lungo del primo, ma la sua produzione è più che tripla.

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Quando fu raggiunto un certo grado d’organizzazione, e quest’ultima cominciò a dare qualche frutto, fu possibile procedere all’approvvigionamento per mezzo delle direzioni principali delle differenti industrie e alla centralizzazione della produzione nelle imprese meglio organizzate. Ciò rappresentò la conseguenza del piano comune. Chiaramente è più vantaggioso lavorare nelle migliori imprese e concentrare su queste tutta la nostra attenzione, piuttosto che romperci inutilmente la schiena in quelle in cui non ne vale la pena. Certo, anche là, bisogna tener conto della mancanza generale di combustibile e di materie prime. Ciò spiega perché siamo stati costretti a chiudere a più riprese delle aziende anche considerevoli (nel ramo tessile, per esempio). Questo perché, come si può osservare, tuttora si persegue la distruzione parziale dell’industria. In ogni caso, ciò non dipende più tanto dalla mancanza d’organizzazione, quanto dalla scarsità delle materie necessarie alla produzione.

Nondimeno la centralizzazione della produzione prosegue. Così la direzione principale delle officine «Goniza» di costruzioni meccaniche dello Stato ha chiuso molte imprese senza valore, ed ha concentrato la sua attenzione sulle sei officine migliori. L’industria elettrotecnica, che in regime capitalistico era suddivisa in imprese indipendenti, è attualmente riunita in un solo organismo; la stessa fusione ha avuto luogo in altri rami produttivi (paste alimentari, tabacco, tessuti, ecc.).

La cosa più importante è l’uso appropriato ed economico delle riserve di forze e di materie prime esistenti. Abbiamo visto che, nel primo periodo, non si conosceva l’esatto ammontare dei beni di cui potevamo disporre. Molti oggetti scomparivano, le riserve venivano saccheggiate. L’utilizzazione razionale di qualunque cosa poteva, quindi, rappresentare un obiettivo reale. Tuttavia pure là ci si comincia ad organizzare, pur non senza difficoltà. Oggi, per lo meno, si conosce, bene o male, l’entità di ciò che possediamo.

Chiaramente questo lavoro di regolamentazione e di organizzazione della produzione è ben lontano dall’essere perfetto. In molte istituzioni regnano ancora il disordine e la confusione. L’apparato direttivo è lontano dall’essere a punto, ma la sua ossatura già esiste.

Nostro dovere è di estendere il lavoro costruttivo in tutte le direzioni e di mirare sempre e soprattutto all’unificazione di tutta l’attività produttiva del paese, alla sistemazione ed alla centralizzazione della produttività, all’impiego razionale delle materie prime e di tutte le riserve del paese.

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Ecco un quadro comparativo riguardante l’approvvigionamento di combustibile e di materie prime. Esso indica contemporaneamente i progressi compiuti sia nella contabilità degli stock e nella messa a punto del nostro apparato direttivo, che nell’utilizzazione razionale di tutte le riserve del paese.

A. Combustibili
1) Carbone della regione di Mosca e di Barovic: Nel 1918 30.000.000 circa di pud; Nel 1919 30.000.000 circa di pud
2) Legnarne (prodotto corrente e riserve): Nel 1918 4.000.000 di sagene cube; Nel 1919 5.000.000 di sagene cube
3) Turba: Nel 1918 58.000.000 di pud; Nel 1919 60.000.000 di pud
4) Petrolio: Nel 1918 93.000.000 di pud; Nel 1919 (Baku é stata occupata dagli inglesi)

B. Materie prime conservate nei depositi del Soviet superiore all’economia nazionale
1) Lino: 1918 - sconosciuto; 1919 - 5 milioni e 1/2 di pud
2) Cotone: 1918 - sconosciuto; 1919 - 6 milioni e 1/2 di pud (compreso il cotone del Turkestan)
3) Lana: 1918 - sconosciuto; 1919 - 2.000.000 di pud
4) Canapa: 1918 - sconosciuto; 1919 - 2.000.000 di pud
5) Metalli: 1918 - 30.000.000 di pud; 1919 - 40.000.000 di pud (compresi quelli che vengono dagli Urali) 6) Pellicce: 1918 - sconosciuto; 1919 - sconosciuto

Da questa tabella si vede che l’organizzazione è avviata. Si nota, pure, che la nostra principale difficoltà deriva dalla perdita del combustibile liquido (petrolio).

96. Estensione della collaborazione economica con gli altri paesi.


Al problema dell’organizzazione della nostra industria è legato quello delle nostre relazioni con l’estero. La Russia dei Soviet è accerchiata da un blocco che le arreca un enorme danno. Le cifre delle nostre importazioni dal 1909 al 1913 mostrano quale influenza ebbe sulla nostra industria e sul nostro rendimento l’interruzione delle nostre relazioni economiche con gli altri paesi:

1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913
Prodotti alimentari (in migliaia di rubli):
182.872 - 191.462 - 206.909 - 209.647 - 273.898
Materie prime e prodotti semilavorati:
442.556 - 554.396 - 553.143 - 555.516 - 667.989
Bestiame:
7.972 - 10.791 - 10.997 - 11.979 - 17.615
Manufatti : 272.937 - 327.807 - 390.633 - 394.630 - 450.532
Totali:
906.336 - 1.084.446 - 1.161.682 - 1.171.772 - 1.374.034

In Russia s’importavano soprattutto manufatti; la loro importazione aumentò, in quattro anni (1909-1913), del 65%; quella delle materie prime e dei prodotti semilavorati crebbe del 50% nello stesso periodo di tempo. L’importazione dunque acquistava rapidamente importanza. S’importavano soprattutto macchine, apparecchiature, manufatti di ferro e d’acciaio, macchine agricole, prodotti chimici, strumenti elettrici e altri mezzi di produzione; anche oggetti di consumo (stoffe, manufatti di pelle) venivano importati in quantità sempre crescenti.

La guerra troncò tutte le nostre relazioni commerciali con la Germania, poi sopravvenne il blocco della Russia dei Soviet, che interruppe ogni scambio anche con i nostri antichi alleati. Prima della guerra ricevevamo annualmente dall’estero merci per un valore di circa 1 miliardo e mezzo di rubli (al tasso d’anteguerra). È chiaro, dunque, il danno procuratoci dal blocco. Perciò la politica del Partito deve sforzarsi di riallacciare le nostre relazioni economiche con gli altri paesi, nella misura in cui ciò è compatibile con i nostri fini generali. Sotto questo aspetto, la migliore garanzia sarebbe una vittoria decisiva sulla controrivoluzione.

Un altro nostro dovere riguarda le relazioni economiche con i paesi in cui il proletariato è già vittorioso. Con questi paesi dobbiamo stabilire non solo rapporti di scambio, ma anche un piano economico comune. Quando il proletariato della Germania avrà raggiunto la vittoria, bisognerà istituire un organo comune per dirigere la politica economica delle due Repubbliche sovietiche. Questo organo calcolerebbe la quantità di manufatti tedeschi, potrebbe inviare nella Russia sovietica il numero d’operai qualificati necessari, per esempio, alle officine russe di costruzione delle locomotive e, reciprocamente, stabilirebbe la quantità di materie prime o di grano da far pervenire in Germania. Già sappiamo che per uscire dal caos e dalla rovina l’Europa ha bisogno dell’unione di tutti i suoi Stati. È evidente che non possiamo fonderci con un paese capitalistico. Ma possiamo e dobbiamo stringere una forte alleanza economica e creare un’organizzazione economica con le altre Repubbliche sovietiche. Il nostro obiettivo è la centralizzazione della produzione su scala internazionale.

97. Organizzazione della piccola industria, dei mestieri e del lavoro a domicilio.


Abbiamo già visto che una delle principali difficoltà per l’edificazione del comunismo in Russia deriva dal fatto che il nostro è un paese in cui regna la piccola produzione, come, d’altronde, in tutti i paesi arretrati o poco sviluppati. Ciò riguarda soprattutto l’agricoltura. Ma anche nell’industria esistono ancora vestigia della produzione primitiva: i lavoratori a domicilio raggiungono un numero assai considerevole.

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In base alle statistiche prebelliche, il numero dei lavoratori a domicilio, nei 34 governatorati, arrivava quasi a 1.200.000.
Essi erano ripartiti nelle diverse industrie secondo le seguenti cifre:
I. Minerali: 66.400.
Stoviglie e vasellame; mattoni e tegole; mole e pietre focaie; rame; calce.
II. Legname: 467.900
Stuoie, botti, tini di legno; falegnameria, ebanisteria;
cassette; slitte, carrozze; panieri, impegliatura dei mobili; ruote, cerchioni; carbone di legna e catrame; stoviglie e vasellame di legno; industria di barche e armature in legno; (in tutto, 18 industrie).
III. Metalli: 130.500.
Fucine, chiodi, asce; serrature, ramponi, coltelli; gioielleria, orologeria; ghisa; ferramenta per porte e finestre; secchi e tubi.
IV. Tessuti: 65.200.
Filatura; feltro; tessitura; filo; merletti; scialli; reti e corde; drappi, tappeti; berretti e cappelli; spazzole, ecc. (in tutto 11 industrie).
V. Pelli: 208.300
Calzoleria; pellicce di pecora; cuoiame e pelli; finimenti; pellicce e guanti; pettini.
VI. Varie: 185.400
Sarti, 104.900; produzioni varie, 73.800; immagini sacre, 3.600; armoniche, 3.100.

Durante la guerra, il numero di questi lavoratori a domicilio diminuì considerevolmente, fino a 1.000.000 di disoccupati, stando a certi censimenti, benché numerosi operai si fossero dedicati al lavoro a domicilio in seguito alla rovina dell’industria. Questo si spiega con l’emigrazione dei piccoli artigiani verso le regioni ricche di cereali. In genere nei dipartimenti affamati, come in quelli di Vologda e di Novgorod, il numero dei piccoli artigiani, diminuì dal 20 al 25%. Invece, nei dipartimenti di Kursk, d’Orel, di Tambov, di Simbirsk, il loro numero crebbe dal 15 al 20%.

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Il potere proletario deve risolvere questo problema: come includere questa massa di piccoli produttori nel sistema generale dell’economia socialista in via di realizzazione?

In primo luogo, è evidente che l’espropriazione violenta è, in questi casi, inammissibile. Non si può spingere con la forza il piccolo produttore verso la felicità socialista. Ma bisogna fare di tutto per facilitare questa transizione e fargliene comprendere la necessità. A certe condizioni ci si può arrivare.

In primo luogo, inserendo l’industria a domicilio nel piano generale d’approvvigionamento in materie prime e combustibili.

E in effetti il lavoratore a domicilio, ricevendo dall’organizzazione dello Stato proletario il materiale necessario per la sua produzione, cade sotto il controllo statale. In regime capitalistico, le materie prime gli venivano spesso fornite dai fabbricanti o dai negozianti, ed egli si trovava alle loro dipendenze. Chiaramente il fabbricante o il compratore gli fornivano il materiale solo per sfruttarlo. Il piccolo artigiano non era nient’altro che un operaio a domicilio, che lavorava per il capitalista. Tutt’altra cosa avviene se il lavoratore a domicilio è alle dipendenze dello Stato proletario. Quest’ultimo non vuole e non può sfruttarlo; desidera soltanto aiutarlo ad organizzarsi, in armonia con tutti gli altri operai. Non trarrà profitti dal suo lavoro (non è nei suoi principi), ma si sforzerà di portarlo a far parte dell’organizzazione operaia generale dell’industria. Il piccolo artigiano, che dipendeva dal fabbricante o dal compratore, lavorava per loro. Era la loro bestia da soma. Il piccola artigiano che dipende dallo Stato proletario è un operaio della collettività. Perciò bisogna innanzitutto includerlo nel sistema generale d’approvvigionamento.

In secondo luogo è necessario che lo Stato accordi ai piccoli artigiani un aiuto finanziario. In precedenza, nel regime capitalista, era il compratore, l’usuraio, a sostenerlo finanziariamente. Ma lo sosteneva come la corda sostiene l’impiccato, cioè strozzandolo. Lo asserviva nel modo più barbaro, lo succhiava come il ragno succhia la mosca caduta nella sua ragnatela. Lo Stato proletario può assisterlo finanziariamente, pagandogli degli anticipi sulle ordinazioni senza alcun interesse, e quindi senza usura.

In terzo luogo ovviamente lo Stato proletario può fare ordinazioni al piccolo artigiano solo in modo centralizzato. Fornendogli materie prime, combustibile, prodotti accessori, utensili e strumenti, nel limite delle sue possibilità, facendogli ordinazioni in base ad un piano determinato, il potere proletario inserisce, a poco a poco, l’operaio a domicilio nel sistema produttivo generale del paese.

In questo modo gli operai a domicilio sono gradualmente guidati verso la produzione comune, organizzata su basi comuniste, non solo perché vengono approvvigionati dalla produzione sociale, ma anche perché lavorano direttamente per lo Stato proletario e secondo un piano da questo stabilito.

In quarto luogo bisogna sostenere nella maniera indicata gli artigiani alla sola condizione che essi si riuniscano. È necessario favorire quelli che si raggruppano e si organizzano in artel (specie di cooperative di lavoro), in comunità di lavoro, in cooperative di produzione e, soprattutto, ciò che è più importante, bisogna raggruppare queste organizzazioni, affinché passino dalla piccola azienda privata alla grande produzione fraterna.

Ogni piccolo imprenditore, ivi compreso l’operaio a domicilio, ha dentro di sé il desiderio di diventare un grande proprietario, di «ingrandirsi» e divenire un vero imprenditore con operai salariati, ecc. In regime capitalista le artel, le cooperative, sviluppandosi degenerano in imprese capitalistiche: diversamente avviene nel periodo della dittatura del proletariato. Qui a comandare non è il capitalismo, ma il potere statale degli operai, che organizza tutte queste associazioni, che detiene tutti i mezzi finanziari e, soprattutto, i mezzi di produzione. Era stupido un tempo credere che lo sviluppo delle cooperative avrebbe potuto condurci al socialismo, poiché sviluppandosi esse divengono inevitabilmente delle società capitaliste. Ora che abbiamo la possibilità di incorporarle nell’organizzazione statale, tutte queste associazioni possono contribuire all’edificazione del socialismo. Non dobbiamo basarci sull’attaccamento dei piccoli artigiani al comunismo (poiché tutti i piccoli imprenditori, i piccoli artigiani sono pieni di pregiudizi nei confronti del comunismo), ma sulle attuali condizioni, che esigono che essi siano con noi e non contro di noi.

Favorendo l’organizzazione degli operai a domicilio, noi contribuiremo alla loro impercettibile trasformazione in operai della produzione sociale, unita, organizzata, che lavora con la regolarità di una macchina.

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Già è stato fatto qualche passo in questa direzione. Lo Stato fece, per la stagione invernale 19191920, parecchie ordinazioni ai piccoli artigiani: 2 milioni di stivali di feltro, 2.200.000 paia di mezzi guanti di lana, una quantità di prodotti lavorati a maglia, di calzature, di pellicce, ecc. È stata migliorata l’organizzazione di questo tipo di lavoro. Mentre nell’inverno 19181919 gli operai a domicilio hanno prodotto 300.000 paia di stivali di feltro (fino al 1º marzo 1919), durante i soli mesi di ottobre e novembre della stagione 19191920 se ne sono già prodotti più di 500.000 paia.

Gli anticipi vennero sistematicamente accordati: si sono distribuite materie prime, petrolio, lampade per illuminazione, combustibile. Nel 19181919 l’organizzazione si presentava in questo modo: i rappresentanti delle organizzazioni cooperative della produzione e quelli delle associazioni dei lavoratori a domicilio si riunivano in consiglio con i rappresentanti della sezione dei piccoli artigiani del Soviet superiore dell’economia nazionale. Il Consiglio, così formato, adottava un piano comune d’azione. Da questo punto di vista il sindacato centrale delle cooperative di produzione e di vendita dei prodotti dell’industria a domicilio è la più grande organizzazione di piccoli artigiani spinti al lavoro organico collettivo. Raggruppa 29 unioni con 1.306 coope rative, che contano 631.860 laboratori di piccoli artigiani. L’approvvigionamento si effettua attraverso gli organi centrali o per mezzo dei Soviet locali dell’economia nazionale. Bisogna osservare che dall’instaurazione del potere sovietico, il numero delle unioni aumenta rapidamente.

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È chiaro che non è stato ancora definitivamente stabilito come organizzare l’unione fra le differenti parti dell’apparato economico del Soviet. Molte organizzazioni si modificano assai rapidamente. Ma quello che dobbiamo costantemente sorvegliare è il buon andamento del nostro apparato, la fermezza della nostra organizzazione e la sistematicità di tutte le nostre azioni.

98. L’organizzazione industriale e i sindacati.


Sono i sindacati che avrebbero dovuto adattarsi più facilmente ai problemi d’organizzazione e di direzione dell’industria russa.

In regime capitalistico, i sindacati, che in principio univano gli operai solo secondo la specializzazione e, poi, secondo i differenti rami produttivi, rappresentavano prima di tutto un mezzo di lotta contro i capitalisti, soprattutto di lotta economica. All’epoca della tempesta rivoluzionaria, essi dirigevano insieme al Partito della classe operaia, insieme ai bolscevichi, l’attacco generale contro il capitale. Il Partito, i sindacati ed i Soviet marciavano in completo accordo contro il regime capitalistico. Dopo la conquista del potere politico, il ruolo dei sindacati doveva naturalmente modificarsi. In precedenza essi organizzavano scioperi, arma efficace nella lotta contro il capitalismo. Ora i capitalisti non sono più la classe dominante, non ci sono più né padroni, né imprenditori. Prima il principale obiettivo dei sindacati era la distruzione dell’ordine esistente nelle officine. Dopo il mese d’ottobre 1917, è giunto il momento d’instaurare un nuovo ordine.

L’organizzazione della produzione, ecco il compito dei sindacati nell’epoca della dittatura del proletariato. Nel corso della loro esistenza i sindacati sono riusciti ad unire strettamente le enormi masse del proletariato. Erano le organizzazioni proletarie più forti ed anche più direttamente legate alla produzione. Inoltre, al momento della rivoluzione in Russia, essi avevano interamente abbracciato la causa della dittatura del proletariato. Era, infatti, del tutto evidente che proprio a questa organizzazione bisognava trasferire la direzione effettiva sia dell’industria che della principale forza produttiva, della forza operaia. Quali relazioni dovevano necessariamente stabilirsi fra i sindacati ed il potere proletario?

Ricordiamo ciò che faceva la borghesia per riportare le sue più grandi vittorie. Creava il capitalismo di Stato, che associava strettamente al potere statale tutte le organizzazioni, soprattutto economiche (sindacati, trust, consorzi). Anche il proletariato, che ha il compito di portare alla vittoria definitiva la sua lotta contro il capitale, deve centralizzare nello stesso modo le sue organizzazioni. Egli possiede dei Soviet di deputati operai come organi del potere statale, dispone di sindacati e di cooperative. È evidente che, per coordinare il lavoro di queste organizzazioni, bisogna collegarle fra loro dal centro. Ma allora si pone una domanda: a quale organismo occorre collegarle? La risposta è facile: è necessario scegliere il più forte ed il più potente che è, precisamente, l’organismo di Stato della classe operaia, cioè il potere sovietico. Bisogna, dunque che i sindacati, come le cooperative, si sviluppino in modo da trasformarsi in sezioni economiche e organi del potere dello Stato, cioè giungere alla «statalizzazione».

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I partiti opportunisti, che dimenticano continuamente la lotta di classe, sostengono il punto di vista detto «dell’indipendenza» del sindacalismo nell’epoca della dittatura del proletariato. Questi signori affermano che i sindacati, essendo organismi di classe, debbono essere indipendenti dal potere statale.

È facile accorgersi della menzogna che qui si nasconde, sotto la maschera di un errato punto di vista «di classe». Non si può contrapporre «lo Stato» alle organizzazioni di classe, poiché lo stesso Stato è un’organizzazione di classe. Quando i menscevichi e gli altri protestano contro l’associazione con lo Stato operaio, si dimostrano partigiani della borghesia. In effetti essi sono per la sottomissione allo Stato borghese.

I menscevichi spesso parlano dei sindacati come di organismi di Stato. Dimenticano che questo Stato è attualmente lo Stato operaio. I menscevichi avrebbero preferito che fosse rimasto sempre borghese. L’indipendenza nei confronti del potere rappresenta, in realtà, solo la dipendenza nei confronti della borghesia.

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I nuovi problemi che si posero davanti ai sindacati professionali richiesero la loro rapida trasformazione in Unioni di produzione.

È evidente che i sindacati, a cui spetta di organizzare la produzione, non devono più raggruppare gli operai della stessa professione o della stessa corporazione, ma riunirli per imprese o per rami produttivi.

In altri termini, ai nuovi problemi deve corrispondere una nuova organizzazione sindacale, affinché tutti gli operai e tutti gli impiegati di una stessa impresa si riuniscano in un unico sindacato.

Prima i sindacati operai erano raggruppati nei sindacati confederali in base alle professioni. Anche se, in seguito, ci fu la tendenza ad organizzarsi in sindacati per rami professionali, ciò avvenne sempre in modo confuso e disordinato. Il sindacato dei metallurgici, per esempio, accettava come membri non solo i compagni che lavoravano nell’industria metallurgica, ma anche tutti gli operai dei metalli in genere, anche quelli occupati in un ben diverso ramo industriale. Ciò non si accorda affatto con l’organizzazione della produzione, in cui ogni impresa ed ogni ramo industriale rappresentano già degli organismi viventi.

Per organizzare la produzione, bisogna uniformarsi ai suoi bisogni reali e raggrupparsi di conseguenza, cioè secondo i differenti rami produttivi, formando dei sindacati che comprendano tutti quelli che lavorano, ad esempio, nella stessa industria o gruppo di industrie.

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Per illustrare ciò che abbiamo appena detto riguardo alla trasformazione dei sindacati per professione in sindacati per unità di produzione, esaminiamo i risultati ottenuti nella metallurgia a Pietroburgo.

Prima della trasformazione:
(Dalla fine del 1917 all’inizio del 1918)
1) Unione dei metallurgici
2) Unione dei fuochisti
3) Unione dei fonditori
4) Unione dei laminatori
5) Unione dei modellatori
6) Unione degli orefici
7) Unione degli orologiai
8) Unione degli elettrici
9) Unione dei macchinisti
10) Unione dei collaudatori

Dopo la trasformazione: L’Unione dei metallurgici, con le sue sezioni (affiliate all’Unione panrussa dei metallurgici) racchiude esclusivamente tutti gli operai occupati nell’industria metallurgica.

Così, al posto di piccoli sindacati divisi per mestieri abbiamo ora grandi Unioni di produzione. Il compito del nostro partito in questo campo consiste nell’accelerare questa unificazione e nel favorire la creazione di Unioni di produzione, che immettano senza eccezione nel proprio organismo tutti i lavoratori occupati in ciascun ramo produttivo.

Secondo i dati forniti dal dipartimento statistico del Soviet superiore panrusso dei sindacati, il numero d’aderenti ai sindacati di produzione raggiunge le seguenti cifre:

Nel lº semestre 1917: 335.938
Nel 2º » 1917: 943.547
Nel lº » 1918: 1.649.278
Nel 2º » 1918: 2.250.278
Nel 1º » 1919: 2.825.018

Nel primo semestre 1919, 31 sindacati panrussi, eccetto il sindacato dei ferrovieri e quello dei trasporti per acqua, comprendevano 2.801.000 aderenti (il resto era organizzato nei sindacati locali). Se consideriamo pure i 722.000 membri del sindacato dei ferrovieri e i 200.000 del sindacato dei trasporti per acqua, il numero totale degli aderenti, raggruppati nei sindacati di produzione, raggiunge i 3.700.000. I sindacati sono uniti da 33 Comitati Centrali, a cui bisogna anche aggiungere un numero considerevole di sindacati di produzione non centralizzati. Il dipartimento statistico ritiene che il numero degli operai organizzati (ivi comprese le province occupate), sia di quattro milioni, dato che gli operai delle officine che hanno smesso di funzionare, sono ancora membri dei sindacati di produzione.

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Secondo le leggi della Repubblica dei Soviet e stando alla pratica stabilita, le Unioni dei sindacati (raggruppati per produzione) partecipano ai lavori degli organi locali e centrali della direzione industriale. Ne consegue che questi sindacati svolgono una funzione importante, e persino decisiva, nei commissariati, nel Soviet superiore e negli altri Soviet dell’economia nazionale, nelle direzioni principali e centrali dell’industria e nelle direzioni operaie di fabbrica.

Questa gestione della produzione da parte dei sindacati è però lontana dall’essere terminata. Esistono tuttora molti rami della produzione nazionale in cui gli operai non sanno ancora reggere il timone come si deve; ciò avviene soprattutto nelle direzioni principali o centrali, dove s’incontrano specialisti borghesi, che agi scono senza controllo e che vorrebbero organizzare la produzione a modo loro, con la segreta speranza di un ritorno ai «vecchi tempi», in cui avrebbero potuto velocemente trasformare in trust capitalistici le direzioni esistenti. Per opporsi a questo, bisogna che la partecipazione dei sindacati alla direzione dell’industria sia sempre più efficace, finché tutta la produzione nazionale, dalla testa ai piedi, non sarà effettivamente nelle mani delle Unioni e dei sindacati di produzione.

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Fra gli organismi inferiori della direzione industriale bisogna soprattutto distinguere l’attività dei Comitati di fabbrica. Per la loro natura, essi sono delle cellule sindacali sottomesse alla direzione dei rispettivi sindacati. Questi comitati, eletti dagli operai dell’impresa, si occupano dell’organizzazione interna di ciò che riguarda la forza operaia. S’interessano dell’assunzione o del licenziamento degli operai, del pagamento dei salari e dell’assicurazione alle famiglie operaie, del rendimento del lavoro, della disciplina, ecc. Questi comitati rappresentano, nello stesso tempo, delle eccellenti scuole elementari per insegnare alle masse operaie l’arte del dirigere.

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I sindacati (di produzione) debbono perciò assicurare il legame più stretto fra gli organi centrali del governo statale, l’economia nazionale e le immense masse lavoratrici.

Il dovere principale ed immediato dei sindacati è quello di portare masse sempre più numerose alla direzione della vita economica.

Appoggiandosi sui Comitati di fabbrica, raggruppando quasi tutti gli operai, i sindacati debbono fornire costantemente nuovi lavoratori capaci di partecipare all’organizzazione della produzione. A questo stesso fine servono sia l’istruzione diretta, acquisita attraverso la pratica(nei Comitati di fabbrica, nelle direzioni, nel Soviet della economia nazionale, ecc.), sia l’istruzione specializzata, di carattere teorico, impartita dai sindacati (corsi per istruttori, ecc.).

L’attaccamento di masse sempre più vaste all’opera di costruzione costituisce anche il miglior mezzo di lotta contro la burocrazia , che purtroppo ancora imperversa nell’apparato economico del potere sovietico e che, a volte, supera ogni misura, soprattutto là dove ci sono pochi operai e molti «funzionari sovietici». Nelle istituzioni economiche c’è troppa cartaccia, grossolanità e negligenza, troppo spirito di casta e sabotaggio. Perché tutto questo sparisca, bisogna far uscire le masse operaie dai loro bassifondi . Solo in questo modo sarà possibile stabilire un vero controllo popolare del lavoro in tutte le istituzioni economiche.

99. L’utilizzazione della forza operaia.

Per realizzare la nostra opera ha un’enorme importanza la buona utilizzazione della forza operaia di cui possiamo disporre. Quando i mezzi di produzione sono esauriti e scarseggiano le materie prime, la forza operaia costituisce la base di ogni produzione, e tutto dipende dal suo impiego razionale. Ci troviamo di fronte al seguente problema: utilizzare tutte le forze; in altri termini, valorizzare tutti gli elementi capaci di produrre, trovar loro del lavoro, occuparli. Non bisogna dimenticare questo: nell’attuale periodo di carestia, ogni consumatore che non compie alcun lavoro utile rappresenta un peso per la comunità. Di siffatte persone ce ne sono molte. Eppure esistono enormi quantità di lavoro che possono essere eseguite senza complicati mezzi di produzione; per esempio, i lavori che giovano alla salute delle città, i lavori di manutenzione delle vie di comunicazione, di fortificazione dei presidi, di pulizia delle caserme e di ogni specie d’abitazione; ci sono lavori che riguardano la produzione: il taglio ed il trasporto del legname, l’estrazione della torba, ecc. È vero che si frappongono molti ostacoli: si possono trovare uomini ed asce, ma non c’è di che nutrirli e l’abbattimento degli alberi s’arresta. Tuttavia è chiaro che senza l’utilizzazione di tutta la forza lavoro umana , non potremmo mai uscir fuori dalla nostra difficile situazione.

A ciò è inoltre legata la questione della mobilitazione generale per l’esecuzione dei diversi lavori pubblici. L’urgente lavoro di fortificazione rappresenta un eccellente impiego delle forze lavorative di massa, che altrimenti, sarebbero inutilizzate. Bisogna porsi questo problema in maniera sistematica. Il lavoro obbligatorio è contemplato nella Costituzione U.R.S.S., ma in realtà è lontano dall’essere applicato. Ecco il primo compito: l’impiego, nella repubblica del lavoro, di tutte le forze operaie.

Il secondo compito è quello della distribuzione e della ripartizione della forza lavoro. È evidente che la produttività del lavoro dipende da come verrà ripartita questa forza fra tutti i rami e in tutti i campi produttivi.

Questa distribuzione delle forze operaie e il loro diverso dislocamento richiedono, naturalmente, un immenso lavoro di censimento per elaborare un metodo ed un piano. Se non si è fatto il conto di queste forze, esse non possono essere ripartite in modo regolare. Tale problema può essere risolto dal potere dei Soviet soltanto con l’aiuto dei sindacati professionali.

100. La disciplina di lavoro tra compagni.

Lo stato delle forze produttive di un paese è determinato non solo dalla quantità delle macchine, attrezzature e materie prime, ma anche da quella delle forze operaie disponibili. Soprattutto ora che i mezzi di produzione sono ridotti, la situazione della forza operaia e il lavoro umano assumono un'importanza capitale.

Il sistema capitalistico di produzione opprimeva la classe operaia costringendola a lavorare per il padrone, sotto una ferrea disciplina. La rivoluzione ha minato e distrutto totalmente questa disciplina capitalistica del lavoro, come ha eliminato nell'esercito la disciplina imperialista e l'obbedienza dei soldati ai generali zaristi.

Ma è chiaro che, senza una nuova disciplina, è impossibile pensare alla edificazione comunista della società. Esiste uno stretto parallelismo con l'esercito. Abbiamo già distrutto il vecchio esercito. Per un certo periodo di tempo hanno regnato l'"anarchia" e il disordine, niente era organizzato. Ma abbiamo formato un nuovo esercito, su basi rinnovate, per nuovi fini, un esercito che è nelle mani del proletariato, e che combatte quei proprietari e capitalisti che disponevano del vecchio esercito.

È lo stesso per "il grande esercito del lavoro", per la classe operaia. Il periodo della distruzione dell'antica disciplina è finito. Nasce una nuova e fraterna disciplina del lavoro, creata e sostenuta non dal padrone e dalla sferza capitalista, ma dalle organizzazioni operaie stesse, dai Comitati di fabbrica e dai sindacati.

Nell'organizzare la produzione non bisogna perdere di vista l'organizzazione del lavoro in fabbrica. Anche la fraterna disciplina del lavoro è uno dei mezzi più importanti dell'organizzazione della produzione in comune e della ripresa delle forze produttive. La disciplina fraterna deve accompagnarsi alla più grande indipendenza della classe operaia. I lavoratori non debbono attendere gli ordini dall'alto, senza mai prendere iniziative, tutt'altro; non deve essere ostacolato nessun miglioramento nella produzione, nessun inserimento di nuove forme organizzative del lavoro, ecc. Spesso alcuni elementi operai arretrati non intravedono la nuova strada da far prendere al lavoro. Gli operai sono riuniti in sindacati d'industria, che dirigono la produzione; i lavoratori controllano, quotidianamente, sia il comitato degli operai, che il comitato dirigente dell'officina. Con un po' d'attività degli operai tutto può, attraverso gli organismi dei lavoratori, passare dal basso in alto. Basta avere fiducia, e ricordarsi che la classe operaia è ormai padrona del paese e dell'avvenire.

La disciplina del lavoro deve basarsi sulla coscienza della responsabilità di ogni lavoratore di fronte alla sua classe, sulla consapevolezza che la negligenza e l'indolenza rappresentano dei crimini contro la causa comune. Non esistono più capitalisti, come casta dirigente. Gli operai ora non lavorano più per il capitalista, né per l'usuraio, né per il banchiere, ma per se stessi. Lavorano per i loro bisogni; costruiscono un edificio che appartiene ai lavoratori. Una volta, sotto il dominio dei capitalisti, dovevamo pensare solo a come riempire le loro tasche. Ora è diverso. Bisogna che questa coscienza della propria responsabilità nei confronti di tutta la classe operaia viva nell'animo di ogni operaio.

La disciplina del lavoro deve, in definitiva, appoggiarsi sul più severo controllo reciproco. Coscienti che l'abbassamento della produzione rappresenta la sconfitta della classe operaia, che senza un movimento in avanti ci avviamo alla morte, tutti i compagni devono sorvegliare con "occhio da padrone" gli sforzi per attingere dalla natura l'energia creatrice. Il lavoro è anche lotta, lotta contro la natura. Bisogna vincere questa natura, trasformare i suoi elementi in vestiti, combustibili, alimenti. Come nella lotta sul fronte contro il nemico di classe - il capitalista, il proprietario, il generale - noi contiamo i nostri successi, sorvegliamo chi diserta e chi tradisce, così dobbiamo, anche in fabbrica, controllarci reciprocamente. Colui che tradisce ora la classe operaia, chi non aiuta il nostro carro operaio impantanato ad avviarsi su una nuova strada, costui è un sabotatore della classe operaia.

Naturalmente la creazione della nuova disciplina richiede un grande sforzo di rieducazione delle masse. La psicologia da schiavo, le abitudini servili persistono ancora in molte persone. Quando era lo zar a scagliare i soldati nella battaglia, essi marciavano; quando si tratta di difendere la loro causa, essi si grattano le orecchie. Ma, nonostante ciò, abbiamo costruito un esercito. L'avanguardia dei lavoratori ha perfettamente compreso di che cosa si trattava ed è riuscita a fare quello che voleva. Nella produzione, adesso, dobbiamo conseguire lo stesso scopo. La rieducazione è facilitata dal fatto che tutti i giorni le masse operaie si rendono conto che la loro sorte è nelle proprie mani. Soprattutto là dove il potere dei Soviet è stato momentaneamente sostituito dalle forze controrivoluzionarie, esse comprendono meglio queste verità: così nella regione degli Urali, in Siberia, ecc.

L'avanguardia degli operai comunisti ha dato l'esempio di una nuova disciplina fraterna organizzando i cosiddetti sabati comunisti, durante i quali i Subbotnik [quelli che lavorano di sabato] lavorano volontariamente e gratuitamente, raddoppiando e, a volte, persino triplicando la produzione normale.

I sabati comunisti sono stati definiti dal compagno Lenin "una grande iniziativa". I ferrovieri comunisti di Mosca sono stati i primi ad organizzarli e subito si è osservato un grande aumento produttivo. Sulla linea d'Alexadrovsk, cinque tornitori hanno fatto in 4 ore 80 cilindri (213% della produzione abituale); nello stesso periodo di tempo, venti manovali hanno raccolto 600 pud di materiale fuori uso e 70 molle di vagoni, ciascuna del peso di 3 pud e 1/2 (300% della produzione). Questo fu l'inizio. I subbotnik apparvero, in seguito, a Pietroburgo, dove furono subito organizzati su larga base.

Ecco le cifre:
Numero di operai
1. sabato 16 agosto 5.175
2. " 23 agosto 7.650
3. " 30 agosto 7.900
4. " 6 settembre 10.250
5. " 13 settembre 10.500

Il lavoro di questi 5 giorni ammonta a 1.167.188 rubli.

In seguito i subbotnik penetrarono in provincia e cominciarono a trascinare anche gli operai non comunisti. L'iniziativa dei ferrovieri di Mosca è stata dunque felice; nei sabati essi hanno trovato un buon metodo d'elaborazione della nuova disciplina.

La creazione della nuova disciplina di lavoro non può naturalmente far a meno dei sindacati, che debbono far progredire questa innovazione, sperimentando nuove forme, cercando nuove vie, poiché tutto ciò non ha precedenti e anche in questo senso non si farà granché con i vecchi metodi.

Fra le misure già applicate e che debbono ancora essere sviluppate e perfezionate, il nostro partito indica le seguenti:

I) L'istituzione di un ufficio di statistica: questa istituzione da noi procede malissimo, eppure senza di essa non si può né seguire un'azienda, né controllarla, né trovare la radice del male.

II) L'istituzione della produttività media del lavoro: ciò comincia appena a svilupparsi. I capitalisti hanno stabilito, nelle loro imprese, una produttività media per spillare plusvalore agli operai; da noi queste medie dovranno essere fissate dai sindacati, cioè dalle organizzazioni operaie. Spetta a queste ultime stabilire le possibilità produttive, tenendo conto del freddo, della fame, della mancanza di materiale e del cattivo stato delle macchine. Ma una volta fissati questi dati, chi non porta a termine il suo compito è un cattivo operaio. Bisogna creare "l'onore del lavoro", affinché ogni operaio consideri colui che, senza un valido motivo, non apporta il suo obolo alla causa comune, come un mascalzone senza coscienza.

III) L'accertamento della responsabilità davanti ai tribunali del lavoro operai. Vuol dire non solo che ogni operaio verrà controllato dai suoi compagni, ma anche che potrà essere chiamato a giustificarsi del cattivo lavoro fornito. Qui, tuttavia, non sarà il padrone a condannare il suo schiavo salariato, ma sarà la classe operaia e le sue organizzazioni che giudicheranno i loro membri colpevoli.

Possiamo considerare ancora molte altre misure. Ma tutte si riducono a ciò: costituire l'esercito del lavoro in battaglioni di combattimento che traccino le vie di una nuova società.

101. L'utilizzazione degli specialisti borghesi.

La grande produzione contemporanea non può essere concepita senza ingegneri, meccanici, sapienti specialisti, tecnici ed esperti.

Fra gli operai non ce ne sono: né il governo zarista, né quello dei proprietari e dei borghesi hanno permesso ai lavoratori di studiare. Ma il tempo stringe e abbiamo una sola via d'uscita: utilizzare queste forze, che servivano la borghesia non per paura, ma per convinzione. Il Partito sa perfettamente che questa classe di tecnici intellettuali, di antichi dirigenti e d'organizzatori capitalisti è completamente impregnata di spirito borghese. Inoltre una grande parte di questa casta ci è terribilmente ostile ed è pronta a tradirci in nome dei nostri nemici di classe. Ma noi dobbiamo lo stesso impiegarli, dal momento che, non avendone altri, non abbiamo scelta.

Questa casta ha condotto contro il proletariato una lotta accanita, soprattutto attraverso il sabotaggio. Il potere dei Soviet ha spezzato questi sabotaggi. Poco a poco alcuni gruppi hanno cominciato a passare dalla nostra parte, vedendo che la classe operaia sa non solo distruggere, ma anche costruire, e che il suo Partito non pensa minimamente di vendere la Russia all'imperialismo tedesco. Più di uno comincia a comprendere che il capitalismo non può più vivere in questo mondo. Questa classe comincia a scindersi. Il proletariato deve favorire sempre più questa scissione.

Evidentemente non bisogna contare sulla fedeltà o sulla dedizione al comunismo di questi "specialisti". Sarebbe stupido sperare che queste persone, unite da molteplici legami alla borghesia, potranno essere convertite in poco tempo. Ma è necessario che il proletariato si comporti, in questo campo, come un padrone accorto: tali elementi gli sono necessari, bisogna costringerli a lavorare per lui.

Occorrerebbe agire in questo modo: incoraggiare chi lavora onestamente, non risparmiare denaro e pagarli bene - ecco quello che detta una sana lungimiranza. Ma bisogna essere inflessibili verso la controrivoluzione, la lotta antiproletaria, la politica traditrice e il sabotaggio. Il proletariato deve e sa apprezzare i buoni ed onesti lavoratori. Tuttavia non può ammettere che lo si danneggi, soprattutto ora, quando si deve soffrire la fame ed ogni specie di privazione.

Naturalmente è necessario un severo controllo, principalmente degli specialisti scelti fra ali antichi direttori ed i grossi capitalisti.

Essi hanno tentato più di una volta di tirar l'acqua al proprio mulino. Ma bisogna applicare anche qui le stesse misure applicate nella lotta contro i tradimenti degli antichi ufficiali e generali al fronte.

Inoltre, il Partito si batterà contro l'idea falsa e troppo semplicistica che sostiene di poter fare a meno di tutti gli specialisti. È una sciocchezza. Parlano in questo modo solo gli ignoranti che non hanno mai pensato seriamente ai pesanti compiti che ora gravano sulle spalle del proletariato.

Quest'ultimo deve organizzare la produzione attuale in base alle ultime scoperte scientifiche. Deve naturalmente preparare (e già prepara) ingegneri e tecnici rossi, così come prepara ufficiali rossi. Ma il tempo stringe e bisogna utilizzare quello che esiste, pur adottando delle misure contro il male che ne può derivare, rimediandovi ed organizzando un controllo su chi ci è estraneo.

Si pone a questo punto un altro problema, quello dei trattamenti. Il comunismo tende all'uguaglianza dei salari. Ma disgraziatamente non possiamo fare un brusco salto nel comunismo. Stiamo muovendo solamente i primi passi in quella direzione. E qui dobbiamo lasciarci guidare ancora dal semplice calcolo.

Se gli specialisti avessero gli stessi salari dei manovali, sarebbe indifferente per loro essere manovali o ingegneri. Molte di queste persone, abituate con un altro genere di vita a lavorare coscientemente, non lo farebbero più. È preferibile pagarli meglio ed ottenere migliori risultati. Il proletariato deve agire, in questo caso, come un attento padrone, per ottenere il migliore risultato, pagare di più coloro senza i quali, attualmente, non si può far niente.

Tuttavia è chiaro che la nostra politica fondamentale deve tendere a pareggiare i salari. In questo senso il potere dei Soviet è andato molto avanti. In precedenza, i trattamenti degli impiegati superiori (direttori, capi contabili, ingegneri capi, organizzatori, consiglieri giuridici e scientifici, ecc.), contando le diverse gratifiche, erano parecchie dozzine di volte maggiori dei salari dei manovali; ora lo sono solo quattro volte, ciò vuol dire che noi abbiamo considerevolmente ridotto lo scarto fra le loro reciproche condizioni.

I salari delle diverse categorie operaie tendono a livellarsi. Stando ai dati del compagno Schmidt, nel 1914, il 4,43% dei lavoratori riceveva dei salari quotidiani di 50 copechi, ma c'erano operai (0,04%) che ricevevano, nello stesso periodo, più di 10 rubli. Come vedete, la paga variava da 1 a 20. Evidentemente erano pochi i fortunati con un salario di 10 rubli, ma ne esistevano. Nel 1916, l'1,2% di operai maschi riceveva 50 copechi, e l'1,15% guadagnava più di 10 rubli.

Ora, in base al decreto dell'autunno 1919, i salari più bassi sono stabiliti in 1.200 rubli, i più elevati in 4.800 rubli e questo si applica anche nei confronti degli specialisti.

Il distacco di certi gruppi di tecnici intellettuali dalla borghesia e il loro allineamento con il proletariato avverrà tanto più velocemente quanto più si consoliderà il potere dei Soviet. Poiché ciò non può non verificarsi, l'afflusso d'intellettuale è inevitabile. Sarebbe irragionevole non accoglierli. Dobbiamo farli lavorare insieme ai compagni, per abituarli al nostro ambiente e per farli diventare, in questo lavoro in comune, nostri compagni. Essi sono impregnati di pregiudizi e d'idee preconcette; hanno la testa piena di chiacchiere. Ma possono e debbono, in particolari condizioni, collaborare al nostro lavoro. Già alcuni abbracciano la nostra causa, entrando nei sindacati ed abituandosi, poco a poco, alla nuova situazione.

Dobbiamo aiutarli, tendere la mano a questi elementi che si avvicinano sempre più a noi. Nei sindacati, grazie ad essi, può realizzarsi, infine, l'unione di tutti i lavoratori, divisi fino ad allora dal capitalismo.

102. L'alleanza dell'industria con la scienza.

Lo sviluppo delle forze produttive esige l'alleanza dell'industria con la scienza. Anche la grande industria capitalistica ha applicato il più possibile la scienza all'industria. Gli stabilimenti americani e tedeschi avevano creato dei laboratori speciali, dove alcuni scienziati passavano l'intera giornata ad inventare nuove apparecchiature, nuovi metodi, ecc. Tutto ciò veniva fatto a vantaggio dei privati.

Ora anche noi dobbiamo organizzare tutto questo metodicamente, ma a vantaggio della collettività dei lavoratori. Un tempo, gli scienziati tenevano segrete le loro scoperte: esse riempivano le tasche dell'imprenditore; oggi nessuna impresa nasconde più le sue scoperte, ma le diffonde ovunque.

Il potere dei Soviet ha adottato tutta una serie di misure in questo senso; si sono creati molti istituti tecnici ed economici, organizzati differenti laboratori e stazioni sperimentali, intraprese un gran numero di spedizioni e di ricerche scientifiche. Abbiamo scoperto, fra l'altro, giacimenti d'ardesia e di petrolio, particolari procedimenti per ricavare lo zucchero, ecc.; si sono valorizzate tutte le forze scientifiche di cui dispone la repubblica.

Ma ci manca tutto il necessario per questo lavoro, a cominciare dal combustibile per finire con gli strumenti tecnici di precisione. Dobbiamo tuttavia renderci conto della necessità di un tale lavoro, cercare di unire la scienza alla tecnica e alla produzione organizzata in modo sistematico, e tentare di risolvere il problema della produzione organizzata scientificamente.

 


Ultima modifica 2.1.2003