L'imperialismo unitario

Arrigo Cervetto (1950-1980)

 


Edizioni Lotta Comunista, luglio 1981
Trascritto per internet da Antonio Maggio, agosto 2001


 

Capitolo diciassettesimo
LA CRISI DI R1STRUTTURAZIONE,
1975-1980

Nota introduttiva
Regolarità storica della crisi
Una crisi particolare

Tempi stretti, prospettive incerte
Il corso dell'imperialismo nel 1976-77
Il corso dell'imperialismo nel 1977-78
Il corso dell'imperialismo nel 1978-79
La lotta per le aree monetarie
La ristrutturazione finanziaria europea

Lo SME fra dollaro e yen

Il nodo energetico nella competizione tra le potenze e nei rapporti di forza internazionali
La battaglia mondiale dell'industria automobilistica
La ristrutturazione dell'apparato industriale mondiale (incompleto)


Regolarità storica della crisi

Il termine "Crisi" è uno dei termini più usati a sproposito in tutta la storia delle lotte sociali e politiche.
Non a caso i gruppi borghesi lo hanno impiegato e lo impiegano in tutti i modi, in ogni evenienza e con mille significati. Anche in questo campo l'opportunismo non fa che seguire il comportamento della borghesia sino a ripescare dal pluricentennale bagaglio borghese il vecchio straccio della "crisi morale". Non vogliamo seguire l'opportunismo su questo terreno poiché questi argomenti sono sepolti dal sarcasmo di Marx nella pattumiera delle idee.
Il marxismo ci insegna, invece, ad affrontare scientificamente il problema della crisi analizzando il ciclo mondiale del capitalismo. E' solo dall'analisi del ciclo complessivo del capitale che si può giungere a caratterizzare l'andamento dell'economia di uno o di tutti i paesi. Nel caso attuale ciò vuol dire caratterizzare e definire la crisi.
Una prima considerazione teorica va subito fatta. Ciò che caratterizza la produzione capitalistica non e la produzione di merci ma la produzione di plusvalore. Ecco cosa dice Marx nel primo volume del Capitale: "La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente di plusvalore... Non basta più che l'operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. E' produttivo soltanto quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista ossia che serve all'autovalorizzazione del capitale... mezzo diretto di valorizzazione del capitale ".
Se la produzione capitalistica è, come spiega Marx, produzione essenzialmente di plusvalore, il ciclo mondiale del capitale va analizzato in base a questo criterio scientifico. Se la produzione di plusvalore si restringe diremo che il ciclo è in una fase discensiva, se, invece, si allarga diremo che il ciclo è in fase espansiva. In altre parole: dobbiamo analizzare il ciclo mondiale come ciclo di produzione di plusvalore, prima ancora che come ciclo di produzione di merci. Anche se è impossibile statisticamente questa analisi, essa è possibile teoricamente. Statisticamente vediamo solo lo scambio delle merci, teoricamente vediamo invece, il processo molecolare della produzione capitalistica in tutto il mondo. Lenin ci ha insegnato ad analizzare, sia con strumenti teorici che con strumenti statistici, un processo di produzione di plusvalore, ossia uno sviluppo capitalistico. Lenin va alla radice del processo di produzione di plusvalore, cioè alla vendita anche parziale, di forza-lavoro e da questa radice può ricostruire i fenomeni quantitativi della proletarizzazione e della semiproletarizzazione in una Russia che i populisti giudicavano precapitalista misurando solo la produzione di merci di alcuni settori progrediti tecnologicamente.
Se si assume, quindi, la teoria marxista della produzione capitalistica di plusvalore si arriva a concludere che il ciclo mondiale è in fase espansiva. Il modo di produzione capitalistico si sta estendendo in tutte le aree economiche e in tutte queste aree è il modo di produzione dominante.
Questa constatazione ci permette di comprendere la validità e la attualità della tesi di Engels sul ciclo prolungato tesi che Bernstein aveva cercato di utilizzare revisionisticamente ma che in realtà si ritorceva contro il suo tentativo. Marx aveva descritto un ciclo decennale di espansione e di crisi. Engels constata il prolungamento del ciclo e ne individua chiaramente la causa nel fatto che "in ogni parte del mondo si aprono sempre più estesi e numerosi territori alle eccedenze del capitale europeo". Engels vede soprattutto lo sbocco americano, ma è interessante notare, metodologicamente, che egli si riferisce alla quantità e alla estensione dei nuovi territori di investimento per la produzione capitalistica di plusvalore.
Potremo dire che più estesi e più numerosi sono i nuovi territori più il ciclo si prolunga. In ciò risiede la spiegazione fondamentale del prolungamento dell'attuale ciclo e non già nell'alternanza ventennale di "onde alte " e "onde basse ". Se questa regolarità temporanea del ciclo si è verificata sino alla seconda guerra mondiale capitalistica ciò è dipeso essenzialmente dalla estensione del mercato mondiale inteso non tanto come sbocco di merci quanto come produzione capitalistica di plusvalore. La relativa estensione di questo mercato provocava un aggravamento della crisi nella fase decrescente del ciclo per cui la recessione nelle metropoli si ripercuoteva immediatamente nella periferia e trascinava, infine, nella depressione le metropoli stesse. Questo tipo di interdipendenza è spiegabile con una ristretta diffusione capitalistica nella periferia.
L'attuale fase decrescente del ciclo trova, invece, un altro tipo di interdipendenza tra metropoli e periferia per cui la estensione di questa impedisce a quelle di cadere nella depressione. Gli esempi che si possono portare per descrivere questo processo sono infiniti. In questa sede a noi interessa non tanto fare una analisi dettagliata della nostra tesi sulla ristrutturazione delle metropoli quanto fissare i termini teorici di riferimento, cioè di verifica e di applicazione delle specifiche tesi di Engels e di Lenin. Comunque, dalla fine della seconda guerra mondiale imperialistica la estensione e la quantità di nuovi territori per la produzione capitalistica di plusvalore ha compiuto un balzo enorme. Ciò e innegabile. Ma non è ancora questo l'aspetto più importante della validità e della attualità della tesi di Engels. Ciò che è più importante è che, per Engels, la estensione del mercato mondiale e la formazione di trust, cartelli e dazi protettivi portano "con sé il germe di crisi più imponenti e regolari".
Il termine "regolare" può indurre in errore: ciò che intende Engels non è una regolarità temporanea, cioè crisi che avvengono con una regolarità periodica, ma con una regolarità storica, cioè crisi che avvengono regolarmente, ossia inevitabilmente.
La diffusione del capitalismo comporta un andamento del ciclo sempre più regolare, nel senso preconizzato da Engels, cioè comporta un accumulo gigantesco di "germi di crisi più imponenti", comporta, perciò sempre più la inevitabilità della crisi regolare e sempre meno la regolarità di crisi che hanno una puntualità temporanea.
Solo con la diffusione mondiale del capitalismo cioè solo in questi ultimi decenni, possiamo analizzare in tutta la sua estensione, in tutti i suoi aspetti qualitativi e in tutte le sue grandezze quantitative, un processo economico e sociale di enormi proporzioni che caratterizza il ciclo.
Siamo di fronte ad un compito che richiede tutto il nostro impegno teorico e militante.
Come dimostra l'ultimo decennio, ci addentriamo progressivamente in un andamento sempre più caotico, asimmetrico, sproporzionato, del ciclo capitalistico in tutte le sue componenti, entro le sue componenti e tra le sue componenti stesse.
Nel complesso il ciclo mondiale è in ascesa, ma sempre più si frammenta in brusche impennate e in forti decelerazioni nelle varie sue componenti. Vi sono zone e paesi che hanno forti balzi in avanti e altre zone e paesi che subiscono pesanti decelerazioni. Una zona si alza mentre un'altra discende per poi rialzarsi repentinamente e così via. Il ciclo è sempre più un mosaico caotico di cicli parziali di singoli paesi e, dentro i paesi, di cicli parziali di singoli settori e aziende. Questo sia per i giovani capitalismi che per le metropoli imperialistiche. Assistiamo alla manifestazione estrema dell'ineguale sviluppo del capitalismo e ad una decuplicazione dei suoi effetti, dato l'allargamento massiccio della sua base a livello mondiale. Tale moltiplicazione degli effetti e dei risultati dell'ineguale sviluppo acuisce fortemente la lotta concorrenziale tra le metropoli imperialistiche ed il repentino modificarsi dei rapporti reciproci di forza. Questo andamento sempre più caotico provoca in continuazione crisi politiche internazionali, conflitti armati, e crisi politiche interne.
La frammentazione sezionale del ciclo mondiale è sempre più ravvicinata. Il futuro del ciclo ha ormai questo volto.
Una considerazione si può ancora fare. La frammentazione del ciclo mondiale può suggerire l'idea di un allentamento della interdipendenza economica tra le varie zone e paesi. In realtà si tratta dell'opposto. E' proprio la crescente internazionalizzazione del capitale e la sua estensione internazionale a stringere in una stretta interdipendenza tutto il mondo, a dargli una unità contraddittoria e a trasmettere ad ogni cellula produttiva la febbre del suo sviluppo ineguale, sproporzionato e caotico. D'altra parte, un andamento del ciclo che presentasse un comportamento più uniforme e più lineare tra le varie zone e paesi indicherebbe un grado minore di interdipendenza e di integrazione mondiale. Anche questo va ricordato quando si esamina la storia del capitalismo attraverso i suoi cicli.
Ciò porta, ed è l'ultima considerazione teorica che facciamo, a quell'imputridimento visto così bene da Lenin, imputridimento che non è frutto della stagnazione ma di uno sviluppo impetuoso delle forze produttive che conduce con le guerre e il parassitismo sociale alla distruzione delle forze produttive stesse.
Occorre leggere bene Lenin in questo testo (notate) del 1905: ''Sarebbe errato pensare che quando la rivoluzione, per le condizioni dello sviluppo economico-sociale, è del tutto matura, le classi rivoluzionarie abbiano sempre la forza sufficiente per compierla.
No, la società umana non è costruita in modo tanto razionale e "comodo" per gli elementi d'avanguardia. La rivoluzione può essere maturata e la forza dei suoi protagonisti può non essere sufficiente per realizzarla: allora la società imputridisce, e il suo stato di putrefazione si protrae talvolta per interi decenni".
Noi viviamo questi decenni di putrefazione della società capitalista. I nuovi territori permettono al capitalismo di estendere il suo imputridimento ed alimentano l'opportunismo, legato alla espansione imperialistica.
Il protagonista della rivoluzione, il proletariato, trova così un ulteriore ostacolo alla acquisizione della sua forza.
Esso deve trovare nello sviluppo teorico, politico ed organizzativo del partito leninista la leva per capovolgere il mondo.

("Lotta Comunista" n.56, dic. 1975)
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Una crisi particolare

Per il marxismo ogni crisi ha una serie di fattori tipici e comuni al modo di produzione capitalistico ma ha, pure, una serie di caratteri che la differenziano da tutte le crisi precedenti. Ciò vuol dire che se a provocare la crisi è pur sempre il processo di accumulazione del capitale, il modo in cui si manifestano, in un momento dato e in una situazione data, le contraddizioni intrinseche all'accumulazione capitalistica è sempre specifico e particolare. Si può dire, perciò, che ogni crisi ha una sua storia.
Ora che il momento culminante della crisi mondiale è passato, è utile vedere in che modo il carattere specifico della crisi attuale si collega alla teoria generale della crisi di Marx.
In una lettera a Kugelmann scrive Marx: "La scienza consiste appunto in questo: svolgere come la legge del valore si impone. Se dunque si volessero spiegare a priori tutti i fenomeni apparentemente contrastanti con la legge, bisognerebbe dare la scienza prima della scienza"
Si tratta, quindi, per noi non di volere spiegare a priori tutti i fenomeni della crisi mondiale ma di analizzare come la crisi si è imposta con la ristrutturazione.
Infatti, gli ultimi due anni hanno dimostrato chiaramente che la crisi si è caratterizzata con la ristrutturazione dell'apparato produttivo mondiale. Il termine ristrutturazione è variamente usato dalla pubblicistica politica, ma, in senso marxista, esso significa essenzialmente una nuova collocazione delle aree economiche dentro il capitale sociale mondiale. Dentro questo capitale sociale mondiale, che è la somma del capitale costante e del capitale variabile, ossia la somma dei mezzi di produzione, delle materie prime impiegate e del fondo salari, è in atto un gigantesco processo di ristrutturazione che sbocca in una nuova combinazione delle componenti del capitale o nuova composizione organica del capitale
Nell'arco del ciclo si ha, a livello mondiale, una dinamica per cui da un lato la composizione organica del capitale sociale si alza, aumentando il capitale costante in confronto al capitale variabile, e dall'altro, per l'estensione del modo di produzione capitalistico nell'agricoltura e nelle zone nuove, tende nuovamente ad abbassarsi. Per analizzare tale dinamica non vanno visti solo la produttività ed il PNL, che sono in costante aumento, ma va vista soprattutto la produzione di capitale e, quindi, l'ingresso di nuovi settori in questa produzione
Si può dire che è permanente il processo di ricomposizione organica del capitale e, quindi, di ristrutturazione dei mezzi di produzione e della loro organizzazione imprenditoriale. Ma quando questo processo permanente provoca una crisi? Secondo la teoria del ciclo di Marx, quando il ciclo giunge al punto basso di sbocco che e contemporaneamente il punto di partenza di un nuovo ciclo. Il punto di partenza è, appunto, la nuova ristrutturazione.
Seguiamo Marx per il quale il ciclo non è niente altro che una serie di rotazioni collegate del capitale e per il quale, perciò, non si può parlare di crisi permanente o di stagnazione del capitalismo.
Dice Marx: "Attraverso questo il ciclo che abbraccia una serie di anni, di rotazioni collegate, nelle quali il capitale limitato dalla sua parte di componente fissa, risulta un fondamento materiale delle crisi periodiche, dove l'andamento degli affari attraversa i periodi consecutivi del rallentamento, della vivacità media, della precipitazione, della crisi. Si tratta cioè dei periodi in cui il capitale viene investito in modo assai differente e distante. Tuttavia la crisi costituisce sempre il punto di partenza di un nuovo grande investimento. Dunque considerata la società nella sua interezza anche il nuovo materiale fondamento per il nuovo ciclo di rotazione" (Il Capitale, II).
Per Marx non è l'usura del capitale fisso e non è il progresso tecnico a determinare il suo rinnovamento o ristrutturazione ma è il movimento ciclico della riproduzione del capitale. E' l'allargamento della accumulazione a causare la espansione del capitalismo e, ad un dato punto del ciclo, la sua crisi. Gli ultimi vent'anni dimostrano la validità della teoria di Marx poiché il ciclo lungo, determinato dalla estensione del capitalismo nelle nuove zone, ha posto le basi sia della fase espansiva che della crisi mondiale di ristrutturazione come punto di partenza di un nuovo grande investimento.
Il movimento ciclico della riproduzione conduce alla ripressione. Nella fase recessiva inizia la ristrutturazione, che si basa sul rinnovamento e sulla estensione del capitale fisso, la quale sfocia in una nuova espansione. La realizzazione delle merci della Sezione I (mezzi di produzione)avviene nella fase di espansione quando sia la Sezione I che la Sezione II (produzione dei beni di consumo) acquistano i mezzi di produzione.
E' proprio l'aumento della produzione della Sezione I ad aumentare la massa del plusvalore e, in parte, del capitale variabile.
Si ha un aumento di quello che Marx chiama "forza di consumo" e che va distinta dalla "forza di acquisto" per poter differenziare scientificamente consumi ed investimenti, specie quando, come oggi, si vede con quanta poca serietà opportunisti e riformisti ne parlino. La "forza di consumo" è per Marx la domanda di merci della Sezione II (beni di consumo): questa domanda è costituita dal capitale variabile più la parte del plusvalore consumata e non accumulata.
La "forza di acquisto" è, invece, la somma complessiva dei prezzi delle merci, il valore annuale in prodotti della Sezione I e della Sezione II: il capitale costante, in mezzi di produzione e in materie prime, usato più il capitale variabile più il plusvalore.
L'incremento della produzione della Sezione I aumenta la "forza di consumo" e, quindi, estende la espansione alla Sezione II. Così la ristrutturazione ha dato inizio ad un nuovo ciclo.
Se analizziamo la crisi di questi ultimi anni troviamo svolto il modo come si è imposto il movimento ciclico della riproduzione del capitale descritto da Marx. Lo sviluppo della produzione avviene principalmente con lo sviluppo dei mezzi di produzione: una produzione per la produzione, "sembra paradossale", dice Lenin, ma è "una contraddizione della vita reale capitalistica e non della dottrina"
Se noi l'attuale crisi l'abbiamo definita di ristrutturazione è perché questo aspetto è quello che la caratterizza. In questo senso, della teoria di Marx risaltano in primo piano la parte che vede il capitale investito, nella fase espansiva, in modo differenziato nello spazio e nel tempo, e cioè l'ineguale sviluppo, e la parte che vede, nella fase depressiva, il punto di partenza di un nuovo grande investimento che sarà una nuova differenziazione nello spazio e nel tempo dell'investimento stesso. Il processo intensivo del ciclo che porta inevitabilmente alla crisi e alla ristrutturazione, ma dove l'elemento caratterizzante è l'andamento dei ciclo, cioè la depressione, e non la ristrutturazione che è solo una Conseguenza, è sempre e nello stesso tempo un processo estensivo. Altrimenti si dovrebbe concepire la dinamica storica del capitalismo come una serie di cicli che portano progressivamente ad un restringimento del modo di produzione capitalistico, partendo dalla fase preimperialistica per trovare piena attuazione nella fase imperialistica.
Lenin ci dice, invece, che nella fase imperialistica il capitalismo si sviluppa più rapidamente di prima. Il nostro secolo ne è la conferma. Il problema teorico e di analisi, specie per la prospettiva strategica, è nel processo estensivo del capitalismo. Quale è la combinazione intensiva-estensiva del ciclo? Fondamentale per definire questa è il ritmo di sviluppo estensivo, stagnante, lento o rapido. Da questa combinazione deriva la durata del ciclo, il quale secondo Engels si allunga con l'inclusione dei nuovi territori capitalistici, la intensità della crisi e la caratterizzazione della crisi stessa.
Il ciclo che si è chiuso con la crisi di ristrutturazione è stato un ciclo con un forte processo estensivo che a) ne ha determinato la lunga durata; b) ha esasperato la concorrenza tra grandi imprese, tra i gruppi imperialisti, tra i giovani capitalismi sino a provocare guerre commerciali, guerre monetarie e guerre militari; c) ha posto la necessità della ristrutturazione; d) ha posto lo sbocco nella ristrutturazione delle imprese, delle aree, delle metropoli.
Ecco perché il processo di ristrutturazione mondiale investe il livello delle imprese, il livello dei settori, il livello degli Stati. Se confrontiamo le premesse e l'andamento della crisi degli anni '30 e della crisi degli anni '70 troviamo che la profonda differenza risiede proprio nel differente peso della estensione del capitalismo tra le due epoche.
In primo luogo, l'incidenza della produzione statunitense sulla produzione manifatturiera mondiale si è ridotta in cinquant'anni mentre è aumentata quella delle nuove aree economiche.
In secondo luogo, proprio per la produzione di queste nuove aree, anche durante la crisi di ristrutturazione non si è interrotto il processo di estensione del capitalismo nel mondo, per cui la produzione mondiale di plusvalore e la accumulazione mondiale del capitale non è caduta sotto il livello zero.
Avremo occasione di illustrare questa nostra analisi. Quello che ora ci preme mettere in rilievo è che i fattori che permettono di ristrutturare il capitalismo sono proprio quelli che hanno determinato il precedente ciclo prolungato. Ciò significa che, come Engels ha sempre affermato, non è stata la politica economica a determinare l'andamento dell'economia ma quella non ha fatto altro che adeguarsi a questa. In altre parole, non è stato il cosiddetto neocapitalismo, il Keynesismo, la pianificazione, il presunto capitalismo organizzato, il riformismo, la collaborazione di classe ecc. a sostenere le metropoli ma queste hanno trovato respiro nella diffusione del capitalismo nella enorme periferia mondiale.
La crisi di ristrutturazione ha fatto crollare miseramente tutte le politiche economiche e le ideologie del ciclo precedente. La crisi politica e la confusione ideologica che accompagna in modo indissolubile l'indebolimento dell'imperialismo italiano è anche la crisi delle politiche economiche e delle ideologie di una borghesia, di un riformismo, di un opportunismo che non può e non sa rendersi conto di un fenomeno storico di cui è passiva ed imbelle comparsa.
("Lotta Comunista" n.67, mar. 1976)

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Tempi stretti e prospettive incerte

Negli anni '60 e sino al 1973 il ritmo di proletarizzazione in Italia fu, tra i principali paesi, secondo solo al Giappone. In più di un decennio i lavoratori dipendenti crebbero di circa un dieci per cento sulla popolazione attiva. Comunque, data la base di partenza, l'Italia non riuscì a raggiungere le percentuali di proletarizzazione di paesi come gli Stati Uniti e la Germania e rimase a metà strada tra il livello francese e quello spagnolo. Poco meno di un terzo della popolazione attiva rimaneva in condizione sociale piccolo-borghese e ciò doveva riflettersi sempre più nella crisi di ristrutturazione. Non già e non tanto per gli atteggiamenti ideologici piccolo borghesi presenti in Italia come in altri paesi che hanno ampi strati impiegatizi, quanto per la ben diversa collocazione oggettiva di quelli che solo una banale sociologia ha definito "ceti medi". In una crisi di ristrutturazione, la posizione di un impiegato dipendente è oggettivamente differente da quella di un piccolo borghese. Lo è soprattutto dal punto di vista del capitale sociale che è investito dalla crisi e che la concorrenza internazionale costringe a ristrutturarsi e a darsi una diversa composizione organica. Il piccolo borghese è una quota di capitale, I'impiegato è solo capitale variabile, ossia salario. Il salario può essere ridotto dal mercato del lavoro. Le piccole quote di capitale, invece, normalmente vengono ridotte od annullate dalla svalorizzazione del capitale che la concorrenza e la conseguente ristrutturazione provoca.
Sono quindi due processi diversi. Ciò spiega, poi, nella pratica perché il capitalismo italiano si trovi in estrema difficoltà nel ristrutturarsi in confronto ai suoi concorrenti. Ciò spiega, inoltre, perché si trovi sempre più immerso in un groviglio di contraddizioni.
Noi da tempo sosteniamo due tesi che proprio in questi giorni diventano attualissime. La prima è che la situazione italiana diventa sempre più determinata dall'andamento mondiale dell'economia e del rapporto tra Stati. La seconda è che non è sufficiente al sistema capitalistico italiano la riduzione assoluta o relativa del monte salari. Una diversa ripartizione del plusvalore da esigenza posta negli anni '60 è diventata una necessità non risolta, rinviata, cumulata che porterà, senza un possibile intervento esterno ad opera di altre metropoli imperialistiche, alla disgregazione delle attuali forme della sovrastruttura politica.
E' proprio negli ultimi tre anni, nella crisi di ristrutturazione, che i due aspetti dell'unica realtà sono venuti a maturazione e si sono imputriditi. Se noi vediamo la produzione delle principali metropoli trimestre per trimestre negli ultimi tre anni troviamo che l'Italia segue maggiormente l'andamento della Germania che quello degli Stati Uniti e del Giappone.
Nelle linee generali si può constatare che il Giappone precede nella caduta, e quindi nella ristrutturazione, le altre metropoli e le anticipa di almeno tre trimestri nella ripresa. La ripresa giapponese è già in atto nell'ultimo trimestre 1974 quando la caduta investe pienamente gli Stati Uniti, la Germania e gli altri paesi tra cui l'Italia. Ma siccome la caduta che ha investito il Giappone e si è estesa agli Stati Uniti non si è ancora trasmessa nel primo semestre 1974 alla Germania, l'Italia beneficia ancora in quel periodo del ritmo tedesco. Seguirà, poi, la Germania nella caduta sino all'inizio del secondo semestre 1975 quando la tendenza si inverte e inizia la ripresa. Senza stare a descrivere tutte le congiunture trimestrali nelle principali metropoli possiamo subito mettere in rilievo un aspetto che può sembrare una scoperta solo se non si adopera marxisticamente il metodo della comparazione: solo l'Italia riesce ad utilizzare lo slancio del quarto trimestre 1973 e con un ritmo del 12% a marciare in modo anomalo in confronto ai ritmi rallentati degli Stati Uniti, della Germania, del Giappone, della Francia stessa.
Quello che facciamo può apparire un discorso tecnico ed invece è un discorso politico. Basti pensare a quello che oggi è alla base delle divergenze tra la linea deflazionistica Baffi e la linea espansionistica Carli. La diversa valutazione verte sulla prospettiva 1977. La linea deflazionistica sostiene che, malgrado l'espansione del commercio mondiale, l' Italia non riuscirà ad incrementare le sue esportazioni oltre l'11% ed avrà, quindi, un disavanzo di 2 miliardi di dollari. La linea Carli sostiene la priorità della riduzione del costo del lavoro. Da tale priorità ne deriva, implicitamente, la valutazione su di un maggiore incremento delle esportazioni. E' comune, però, alle due posizioni una non dichiarata preoccupazione sulle tensioni commerciali e politiche che la concorrenza interimperialistica determinerà in un mercato mondiale in espansione. Dopo l'aggancio del capitalismo italiano alla ripresa mondiale si stanno profilando ora i contraccolpi di tale aggancio poiché inevitabili saranno nei rapporti tra le grandi potenze i contraccolpi della ripresa, delle possibilità di espansione e, soprattutto, del collaudo delle rispettive ristrutturazioni. Stanno, quindi, per arrivare i grandi problemi della ripresa capitalistica, i grandi scontri della concorrenza imperialistica, i primi mutamenti nei rapporti di forza tra gli Stati. Le lotte monetarie tra i giganti, che coinvolgono la lira senza remissione, sono solo i primi sintomi. I dirigenti piccolo-borghesi dei partiti
parlamentari, che non riescono ad andare oltre alla loro ristretta e socialmente condizionata formazione e visione ideale, stanno discutendo ancora in Italia, sui problemi della crisi intesa come caduta quando ormai si pongono i problemi più pericolosi e dirompenti della ripresa.
Una conoscenza parziale dei cicli capitalistici vede le maggiori tensioni imperialistiche nelle fasi di depressione. lnvece è vero l'opposto. Le maggiori tensioni si verificano proprio per effetto dell'ineguale sviluppo del capitalismo e quando alcune potenze sono in ascesa ed altre in declino. La crisi di ristrutturazione altro non è che la manifestazione dell'ineguale sviluppo ed il suo superamento dimostra proprio l'ascesa di alcune potenze ed il declino di altre. Cioè: il relativo rafforzamento delle prime ed il relativo indebolimento delle seconde. Questo conto sul registro mondiale delle potenze imperialistiche non è stato ancora presentato ma lo sarà nel prossimo e nei prossimi anni. Ebbene, nel prossimo e nei prossimi anni con il ciclo espansivo mondiale salgono anche i prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari. Questo è indubitabile come è indubitabile una maggiore inflazione. A meno che non ricada il ciclo. Se il capitalismo italiano, malgrado un trimestre di vantaggio, si è trovato in maggiori difficoltà anche nel momento di calo dei prezzi delle materie prime, più difficoltà avrà quando questi prezzi saliranno.
Il livello di produttività comparate diventa, a questo punto, determinante per l'Italia. Ma per aumentare la produttività occorrono ingenti investimenti e questi, nell'attuale situazione, sono incompatibili con una spesa pubblica altissima e crescente in rapporto al capitale fisso e al plusvalore prodotto.
Siccome la spesa pubblica è alimentata dal plusvalore occorre aumentare questo per aumentare quella, ma per aumentare il plusvalore occorre aumentare l'investimento e questo è reso basso dal volume della spesa pubblica. E' un circolo vizioso dal quale non si esce con il prelievo del 2,5% del PIL per la semplice ragione che quel prelievo sottratto al consumo ritorna al consumo attraverso l'aumento della spesa pubblica in consumi e non in investimenti.
Rimane per il capitalismo italiano la strada, che già percorre, di aumentare ancor più lo sfruttamento del proletariato con bassi investimenti. E' la strada del lavoro nero, della piccola produzione, del piccolo capitalismo che sgorga continuamente dal sottosuolo sociale e che abbraccia in una morsa infernale i vasti e profondi strati del proletariato. Ciò, però, indebolisce ulteriormente l'imperialismo italiano. E' solo questione di tempo e nemmeno di tanto.

("Lotta Comunista" n.74, ott. 1976)

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La lotta per le aree monetarie

Da alcuni anni le principali potenze imperialistiche, esclusa quella sovietica, inviano i loro rappresentanti a riunioni che sono divenute periodiche. I vertici economici hanno cosi assunto un carattere di estrema importanza nel registrare i rapporti di forza, i punti di massimo contrasto e i tentativi di soluzione. Il fatto che la massima riunione dei capi di Stato delle principali metropoli sia, anche ufficialmente, dedicata al contenzioso economico è estremamente significativo ed insegna più di mille libri di filosofia giuridica e di teoria sullo Stato. Anche nella storia della diplomazia gli ultimi anni resteranno come la svolta formale delle relazioni internazionali dove i vertici per dirimere le questioni economiche sono affidati, anche propagandisticamente, ai capi di Stato e non più solo agli specialisti.
La realtà mondiale ha imposto questa procedura e gli Stati vi si sono adattati.
Una intervista concessa a "Business Week'' del 26 giugno da Helmut Schmidt, uno dei massimi protagonisti dei summit economici di questa estate, può dare una idea più precisa: "Io non credo alle manovre in una economia che dipende così dal mercato mondiale come la nostra. Noi esportiamo circa il 30% del PNL ed importiamo altrettanto. Ciò significa che dipendiamo molto di più dallo sviluppo del resto del mondo che le altre grandi economie. Così c'è meno spazio per manovre autonome qui che negli Stati Uniti o in Francia, e anche meno che in Giappone".
Infatti secondo il "Time" nel 1977 il Giappone ha esportato per 81 miliardi di dollari, corrispondenti al 14% del PNL, gli USA per 121, corrispondenti al 6,3% del PNL e la Repubblica Federale Tedesca per 118, corrispondenti al 27% del PNL. Quindi Stati Uniti e Germania, primo e secondo esportatore mondiale, con un valore di esportazione quasi pari si trovano a scontrarsi sul piano commerciale inevitabilmente.

Le ragioni di scambio sono date dalle rispettive produttività, ma vengono forzatamente ad essere influenzate dai rapporti monetari. Emerge, con forza, un'area marco che si contrappone all'area dollaro e vi si oppone tanto più quanto la dinamica commerciale tedesca diventa più veloce di quella americana. La creazione del Fondo Monetario Europeo, che finirebbe con il regolare l'area del marco, è la sanzione di questo fatto e la traduzione della linea Schmidt. Se l'economia tedesca dipende dal mercato mondiale molto più che le altre grandi economie ne deriva che anche il mercato mondiale subirà una altrettanto forte influenza.
E' importante, però, vedere in che modo.
Le polemiche sullo scontro tra Germania Occidentale e Stati Uniti inducono ad idee sbagliate sul contenzioso economico e commerciale. Un attento esame della bilancia commerciale tedesca del 1977 pone le cose abbastanza in chiaro.
La Germania ha verso gli Stati Uniti il 7 % della sua esportazione e 1'8% della sua importazione. La bilancia è quasi in equilibrio. Verso la CEE ha il 45% dell'export e il 48% dell'import, verso l'OPEC il 9% e il 10%, verso i PVS 1'8 % e 1'11% e verso l'Europa Orientale il 6% e il 5%.
Tutte queste direttrici di interscambio non presentano, quindi, grossi squilibri e tensioni; ma è verso i Paesi europei non aderenti alla CEE, ossia quelli nordici e quelli meridionali, che la direttrice di interscambio diventa calda poiché l'export è ormai il 22% e l'import solo il 14%. Su tre unità esportate in Europa Occidentale, la Germania ne esporta ormai una nella zona che non è ancora nella CEE e che la Germania ha ormai tutto l'interesse a farvi entrare. Non a caso al vertice di Bonn Schmidt propone un piano di aiuti all Europa meridionale (Spagna, Portogallo, Grecia) di 10 miliardi di dollari, dei quali è disposto a versare 5. La grande stampa italiana, naturalmente non parla di questi aspetti e si concentra sullo scambio intercomunitario, come se questo non rappresentasse ormai meno della metà della espansione dell'imperialismo tedesco. La Germania combatte e vince la sua battaglia in Europa qui gli Stati Uniti, con l'alleanza di forti gruppi inglesi e italiani, oltre alla oggettiva alleanza russa, cercano di contrastarla.
Nei paesi europei dove la Germania realizza il più forte attivo commerciale una emergente area marco tende a soppiantare una indebolita area dollaro Di fatto sta avvenendo un allargamento della CEE, a forte influenza economica tedesca, al quale molti grandi gruppi francesi hanno interesse a partecipare e lo possono nella misura in cui riescono ad adeguarsi alla tendenza liberistica tedesca.
Già da tempo andiamo osservando questo processo francese di estrema importanza, destinato ad avere forti ripercussioni in Europa e, certamente, in Italia. In pochi mesi la svolta francese, che ha rimescolato tutti gli interni schieramenti politici, diventa galoppante. Le tendenze protezionistiche in Francia vengono ridimensionate dai gruppi più dinamici proiettati sulla scia tedesca con un ritmo che è superiore a quello tedesco stesso.
La nostra teoria sull'imperialismo, del resto, ci insegna a vedere, ancor prima che l'esportazione delle merci, la esportazione del capitale Le banche tedesche stanno per superare quelle inglesi come seconda potenza bancaria mondiale, dopo quella statunitense.
In Europa la Deutsche Bank, la Dresdner Bank e la Commerzbank sono in testa, assieme alle tre grandi banche svizzere, nel controllo del mercato delle Euroazioni. A Londra si battono con la Citibank, la Morgan Guaranty ed altre importanti banche americane per il controllo dei prestiti a medio termine in Eurodollari.
Negli ultimi due anni e mezzo la esportazione tedesca di capitali è quasi raddoppiata, raggiungendo i 27,1 miliardi di dollari. Sugli euromercati l'ammontare di azioni denominate in marchi è passato dai 3,1 miliardi di dollari del 1975 ai 5,5 del 1977. Gli investimenti tedeschi all'estero in dieci anni sono passati da 3 a 20,5 miliardi di dollari, dei quali 4 negli Stati Uniti. - La Germania, oltre che la seconda potenza mondiale esportatrice di merci, sta diventando
la seconda potenza mondiale bancaria Questo è l'effetto della crisi di ristrutturazione che ha modificato i rapporti economici tra le potenze, tra quelle che si sono rafforzate e tra quelle che si sono indebolite, e che ne sta modificando inevitabilmente i rapporti politici. E cieco chi non sa vedere questo processo e chi si trastulla con le ideologie Con i movimenti dell'economia mondiale non si scherza poiché mettono tutti al passo, volenti o nolenti. E più che il passo inizia il ballo.
Il primo giro prende il via dal Reno. Con la variazione continua dei termini monetari di scambio è difficile stabilire gli effettivi rapporti economici tra le principali potenze.
Comunque, in via puramente indicativa, se prendiamo il PNL delle prime sette potenze mondiali e lo facciamo uguale a 100 abbiamo che gli Stati Uniti ne hanno 39, l'URSS 17, il Giappone 14, la Germania 12, la Francia 8, la Gran Bretagna 5 e l'Italia 4.
Gli Stati Uniti, se fosse stata valida la teoria staliniana dei due mercati mondiali e dei paesi in sviluppo calcolati come colonie integrate alla economia americana, avrebbero dovuto averne la abbondante maggioranza assoluta. Ma, siccome quella teoria era già sballata in partenza, devono accontentarsi della maggioranza relativa.
Ebbene, se noi concepiamo che il rapporto reciproco tra le sette parti determini un equilibrio tra il tutto possiamo agevolmente dedurne che uno spostamento del rapporto tra due parti conduce ad una modifica dell'equilibrio nell'insieme. Si tratta solo di calcolarne la portata e a tale scopo abbiamo assegnato i suindicati pesi specifici.
In fondo, il rapporto tra le potenze imperialistiche poggia su basi economiche oggettive.
Indubbiamente, se il rapporto tra l'economia statunitense e quella sovietica. o tra quella sovietica e quella giapponese, si modificasse, ad esempio per una maggiore integrazione, l'effetto sarebbe enorme ed il sistema attuale di potenze imperialistiche subirebbe un cambiamento incalcolabile. Ma, anche se di dimensioni minori , la dinamica di alleanza o di rottura tra l'economia tedesca e l'economia francese,
rappresentando un quinto del totale considerato, finisce col determinare effetti altrettanto sconvolgenti nei rapporti tra le potenze imperialistiche. Se si pensa che l'aumento della rendita petrolifera ha riguardato la ridistribuzione di appena due centesimi del prodotto mondiale, si ha una idea, anche se approssimativa, di ciò che può significare una alleanza franco-tedesca.
Lo sviluppo del capitalismo è ineguale e caotico. Analogo è l'andamento delle relazioni internazionali. Non esistono tendenze rettilinee.
Non esistono, perciò, rapporti stabili e duraturi tra le potenze. Non esistono alleanze irreversibili. Noi assistiamo ~d un avvicinamento, causato da fattori oggettivi. tra Germania e Francia che, se continuasse, porterebbe alla unificazione di un imperialismo europeo occidentale. Ma ogni tendenza determina una controtendenza. Niente è prestabilito in questo campo.
Comunque si configurino i rapporti tra le potenze nel prossimo futuro essi non potranno prescindere dal rafforzamento tedesco, emerso negli ultimi anni, e dalla conseguente influenza che esercita sulla situazione francese. La vicenda del Fondo Monetario Europeo, questione essenziale di tutte le attuali lotte e trattative, diventa una chiave di lettura che richiede polso teorico ad essere decifrata.
Oggi più che mai la lotta del proletariato rivoluzionario nel vecchio cuore dell'Europa necessita il maggior sforzo scientifico del marxismo per essere condotta ed impostata.
("Lotta Comunista" n.95, lug. 1978)

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La ristrutturazione finanziaria europea

Il vertice di Bonn, dopo quello di Brema, ha messo in rilievo che uno dei punti di scontro tra le potenze imperialistiche è costituito dalla formazione delle aree monetarie e delle istituzioni che tengono a regolarle. L'internazionalizzazione del capitale ha esteso enormemente il mercato finanziario quale nel operano i più potenti gruppi finanziario-economici del mondo, i quali, del resto, centralizzano anche le più ridotte quote di capitale-denaro disseminate in mille rivoli e località. Il capitale-denaro si trasforma, grazie al meccanismo finanziario, in investimento produttivo capitalistico. La centralizzazione del capitale a livello internazionale prepara ed accelera la concentrazione del capitale in mezzi di produzione ed è, quindi, il presupposto della accelerazione del processo di internazionalizzazione del capitale complessivo. E' naturale, di conseguenza, che su questo finanziario i vari gruppi imperialistici anticipino lo scontro a cui conducono gli Stati da essi controllati. Una gigantesca ristrutturazione finanziaria, se così possiamo chiamarla, è in corso a livello mondiale. Ad essa partecipano da protagonisti un centinaio di centri finanziari altamente concentrati che controllano, direttamente ed indirettamente, una massa di capitali di circa mille miliardi di dollari. I movimenti e gli indirizzi di una quota così consistente di capitale sociale mondiale inevitabilmente si ripercuotono su tutte le restanti quote e su tutti i settori della economia. Flussi e termini di scambio commerciali e monetari ne vengono profondamente influenzati, poiché se è vero che sono i processi produttivi a determinare, con le loro diverse produttività, i rapporti di scambio monetario è altrettanto vero che i rapporti finanziari quindi monetari, incidono sullo stesso ritmo dello sviluppo produttivo. Basti pensare al ruolo del credito industriale e alla dimensione internazionale che questo ha sempre avuto. Con la diffusione della produzione capitalistica in nuove aree economiche, il ruolo internazionale del credito industriale si é enormemente accresciuto ed anche questa è una ragione, se non la principale, dello scontro finanziario interimperialistico e della ristrutturazione in corso. Essendo, poi, il ritmo di sviluppo dei giovani capitalismi superiore a quello delle metropoli ne deriva che la rotazione del capitale è più rapida nei paesi in sviluppo. proporzionalmente si accresce il ruolo finanziario dei gruppi internazionali in quella direzione. Possiamo valutare in circa un decimo la parte che i capitali esterni, sotto torma di prestiti o di investimenti diretti, coprono nella accumulazione dei paesi in sviluppo. E' una parte molto consistente. Ma quello che è più interessante notare è che, per l'alto ritmo di sviluppo, questa massa imperialistica di capitali ha una alta velocità di circolazione. Gli ultimi trenta anni, sotto questo aspetto, differiscono dal periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Allora il ritmo dei paesi in sviluppo era circa la metà di quello riscontrato in questo secondo periodo. Ciò aveva conseguenze sul flusso e la circolazione del capitale internazionale, specie nella sua f orma finanziaria. Spesso nello studio dello imperialismo si è scambiata l'analisi di un ciclo, come quello tra le due guerre, con l'analisi differenziata di tutta la serie di cicli del capitalismo. Si è giunti a confondere quello che Lenin definisce " imputridimento " dell'imperialismo con la " stagnazione", categoria estranea alla scienza marxista che ha scoperto invece il ciclo di espansione e di crisi ed estranea alla realtà stessa del ciclo degli anni ,20 e ,30, caratterizzato da espansione e da crisi ma non da espansione e da crisi ma non da stagnazione nella accumulazione del capitale. Negli anni scorsi la stampa economica specializzata lanciava grida di allarme sull'alto indebitamento dei paesi in sviluppo. Nell'ultimo anno non ne lancia più perché è avvenuto un fatto di cui si parla poco. Molti paesi in sviluppo hanno rimborsato in anticipo i debiti contratti ad alti tassi di interesse. Altri paesi sono in trattativa per rimborsarli ed incontrano resistenze, strano a dirsi, da parte delle grandi banche americane creditrici. Avviene semplicemente questo: che altre banche, giapponesi, tedesche o americane ma concorrenti, sono disposte, ed hanno già iniziato a farlo, a concedere nuovi prestiti a tassi inferiori di interesse. Anche molte imprese ed enti italiani stanno compiendo questa operazione. Il rallentamento del ritmo nelle metropoli sta provocando una eccedenza di capitali che affluiscono sul mercato finanziario internazionale e che sono attirati dal più alto ritmo di sviluppo dei giovani capitalismi, i quali però non sono in grado di assorbirli tutti dato che la ristrutturazione produttiva mondiale è un processo in corso e non un processo compiuto. Le differenze dei saggi di profitto spiegano il fenomeno. Spiegano anche le polemiche in corso tra Stati Uniti, Giappone, Germania federale, Francia e Gran Bretagna sui ritmi di sviluppo nelle metropoli e sugli investimenti. Emerge, ormai, sempre più chiaramente che un nodo dello scontro diventa il progetto del Fondo Monetario Europeo. Le resistenze a questo progetto, da parte degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell'Italia, sono accanite e si faranno sentire nel prossimo futuro. Una parte della stampa americana attacca il F.M.E. come tentativo di creazione di un blocco economico europeo, a predominio tedesco e a compartecipazione francese. Attaccando contemporaneamente il gigantesco accordo da 8 miliardi di dollari concluso tra Cina e Giappone, ad opera della frazione raggruppata attorno alla Nippon Steel, riesumala vecchia teoria staliniana della divisione del mercato mondiale: solo che i blocchi sono tre (americano, europeo, asiatico)e manca quello russo.
Varie fonti valutano che, nelle riserve delle banche internazionali, i dollari siano scesi all,80% ed i marchi siano saliti al 15%. Se nella cassaforte e nella mente della finanza internazionale al figlio marco è riservato un po', di quell'affetto che prima andava tutto al primogenito dollaro non è da credere che mamma Germania e zia Francia se ne stiano con le mani in mano. Infatti si muovono alacremente. La battaglia per il F. M.E. è portata avanti a tambur battente. Alza la temperatura estiva e prepara quella autunnale. Non c'è più posto per gli oziosi minuetti romani. Le frazioni borghesi in Italia lo sanno, come sanno che le vuote chiacchiere dei loro politici non possono arrestare la marcia impressa dalla iniziativa franco-tedesca. Come spesso accade, la metropoli italiana è stata presa alla sprovvista dal corso degli avvenimenti. E, ridicolo constatare che il paese dove giorno e notte si celebra l'orgia del " primato della politica "sia stato colto letteralmente di sorpresa da un fatto di estrema importanza politica come quello del Fondo Monetario Europeo. I politici lo hanno ritenuto un episodio " economicistico ".Chi come noi, per dovere, segue la stampa italiana può agevolmente dimostrarlo. Ora uno dei campi sul quale si combatte la battaglia per il F.M.E. è costituito dal sistema finanziario inglese. Su questo concentrano i loro colpi tedeschi e francesi. La partita è aperta. Su di essa, sulla resistenza inglese, in definitiva contano gli Stati Uniti e in Italia confidano quelle frazioni più antitedesche e più interessate all'area dollaro, ossia quelle frazioni che più appoggiano, non a caso, il PCI. Gli Stati Uniti attaccano, subito la riunione di Bonn, la " strukturpolitik " europea promossa dalla Germania. Con questa iniziativa la RFT vuole promuovere un raggruppamento industriale di tipo liberista a livello europeo che riguardi e sviluppi una produzione a più alto livello tecnologico. Questo tipo di sviluppo manterrebbe un tasso modesto di inflazione perché contiene l'importazione energetica e incrementa la esportazione di mezzi di produzione. In realtà i grandi gruppi tedeschi che hanno spinto per la ristrutturazione dell'apparato produttivo tedesco, cercano di promuovere con la "strukturpolitik" una serie di accordi con i grandi gruppi francesi tecnologicamente più avanzati ed offrono delle possibilità in questo campo anche ad alcuni grandi gruppi inglesi. In particolare rilanciano l 'offerta per il tunnel sotto la Manica e fanno pressione affinché la Gran Bretagna partecipi all'Airbus e respinga, a differenza di quanto fatto il Giappone e l'Italia, le proposte della Boeing e della McDonnel Douglas. L'allargamento del consorzio Airbus agli inglesi creerebbe una rete europea di interessi della industria aerospaziale in grado di competere con gli americani su scala mondiale. Questo fatto potrebbe aprire la strada ad analoghi processi nell'industria nucleare e nell'elettronica-informatica, del resto strettamente collegata alla produzione aerospaziale. Sotto molti aspetti, la " strukturpolitik " è in grado di provocare profonde divergenze tra gruppi industriali e gruppi finanziari inglesi, come è già avvenuto nel lungo e complesso itinerario della adesione alla CEE. Tanto più se si considera che un altro obiettivo della " strukturpolitik " riguarda la industria dei metalli non ferrosi, in particolare del rame, dove i gruppi europei, anche per la presenza in Africa, non sono svantaggiati in confronto a quelli americani. Il settore chimico, con i gruppi tedeschi e francesi, è già un punto di forza traente in quella direzione. Gli Stati Uniti indicano nella Banca Europea degli Investimenti, largamente finanziata dalla Germania, il veicolo della "stukturpolitik". Il FME, con una dotazione di 50 miliardi di dollari, ne diventerebbe il binario. Le locomotive dell'imperialismo proseguono nella loro corsa competitiva che annuncia tempeste.

("Lotta Comunista" n.96, ago. 1978)

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Lo SME tra dollaro e yen

Dopo esserselo posto all'inizio della sua attività di rivoluzionario, Marx indicò anche alla 1° Internazionale il compito di studiare i "misteri della politica internazionale".
Già nel "Manifesto" del 1848, con la creazione del mercato mondiale capitalistico, il mondo era visto come "una universale dipendenza delle nazioni una dall'altra".
Oggi questa dipendenza è diventata tanto stretta da richiedere una analisi globale di ogni atto consistente della politica internazionale e, soprattutto, delle condizioni che lo hanno preparato.
E' in corso uno scontro di grandi proporzioni sulla configurazione dell'area monetaria europea, ma questo non può essere colto nei suoi termini reali se non lo si collega a tutta una serie di scontri a livello mondiale.
Un terreno importante di osservazione è costituto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Dopo i vertici di Brema e di Bonn, si è tenuta l'assemblea annuale di queste istituzioni dove sono state prese alcune decisioni che hanno avuto ripercussioni sulle trattative per la costituzione dello SME.
Una corretta analisi induce a collegare questi avvenimenti ai "misteri della politica" europea.
Contrariamente al solito la riunione di Washington del FMI e della Banca Mondiale si è conclusa con un insieme di decisioni che hanno meravigliato alcuni sprovveduti commentatori. Due decisioni in particolare:
1°) Un aumento di 30-40 miliardi di dollari del capitale autorizzato dalla Banca Mondidle; in pratica un raddoppio. Mc Namara lo richiedeva da anni ed otteneva, in questo modo, il superamento della opposizione del Congresso USA.
2°) Un aumento del 50% nelle quote di contribuzione dei singoli Stati al FMI. Ciò rappresenta un aumento di circa 73 miliardi. Il Senato USA approvava, nel frattempo, la quota americana di 10,5 miliardi.
L'approvazione di questi aumenti rappresentava una importante concessione da parte tedesca. La Germania e la Francia, concedendo un maggiore potere finanziario, in seno al FMI e alla Banca Mondiale, agli Stati Uniti ed ai suoi stretti alleati OPEC, tentavano di attenuarne la sotterranea opposizione alla formazione dello SME. Infatti gli Stati Uniti possono usare ancor più la Banca Mondiale sul terreno dei paesi in via di sviluppo, ossia sul terreno dove si concretizza una buona parte della concorrenza interimperialistica, e cercare di questi possibili alleati contro lo SME. Uno degli argomenti adoperati dagli Stati Uniti, e sul quale possono trovare convergenze tra gli esportatori e gli importatori dell'area commerciale del dollaro, è che lo SME può usare il dollaro come valuta di intervento per stabilizzare i tassi di cambio degli Stati membri e ciò porrebbe un gravoso peso inflazionistico sul dollaro stesso. La realtà è che gli USA sanno che lo SME non può di certo prosciugare la massa enorme di dollari vaganti e continuerà ad usarli come valuta di intervento, anche per le necessità dell'intercambio, ma in un tentativo di imbrigliamento.
L'altro argomento, poco proclamato, è che la proposta di creare un Fondo Monetario Europeo allo scopo di incrementare la stabilizzazione dei cambi nasconde una specie di Banca Mondiale Europea per prestiti ai PVS che hanno forti legami commerciali e finanziari con la CEE.
A questa voce, invece, è sensibile l'orecchio di parecchi PVS, oltre che quello di Roma, i quali intuiscono la importanza di una seconda Banca Mondiale. Gli Stati Uniti, però, non si trovano del tutto isolati perché, in definitiva, i prestiti o investimenti si collegano ai flussi commerciali e perché il FME può toccare poco l'Asia, anche se la puntata tedesca sul mercato cinese è indicativa di come, in un domani, i cinesi potrebbero pagare le importazioni tecnologiche europee con prestiti FME.
La questione riguarda senz'altro di più il Giappone. La sostituzione della corrente Fukuda è significativa.
Il successore Ohira ha parlato subito chiaramente. In una intervista al tedesco "Die Welt" ha detto:
"Vi sono due questioni da risolvere sul terreno monetario. Una, è la debolezza del dollaro: su questo punto, noi dobbiamo contare sugli sforzi degli americani, ma facilitare pure la loro politica. Il secondo problema è quello dell'eccesso di dollari in circolazione nel mondo".
In altra occasione, dopo aver precisato che allenterà le restrizioni attuali alla emissione di obbligazioni in yen sul mercato europeo, ha messo in chiaro come non mai le intenzioni del Giappone:
"Gli Stati Uniti danno una importanza particolare alle loro relazioni con l'America Latina; la Germania con la Comunità Europea; I'Europa, in generale, con l'Africa. E' naturale che il Giappone porti una speciale attenzione alle nazioni del Pacifico".
In un'altra recente intervista al "Time" Ohira ha delineato l'azione della metropoli giapponese, azione che può essere riassunto nei seguenti punti:
1) Il Giappone non vuole essere coinvolto direttamente nei giochi di potenza ma può usare la sua forza economica determinarli. Può aiutare l'economia mondiale a trovare una maggiore stabilità, ma a condizione che il dollaro non svaluti e non incrementi il rialzo dello yen, rialzo che danneggia l'export giapponese.
2) Il Giappone può aiutare il dollaro e lo aiuta, cooperando attivamente con Carter attraverso il meccanismo degli SWAP. Tale meccanismo, però, dovrebbe essere allargato per diventare più efficace. In tal modo, aggiungiamo noi, il sistema finanziario giapponese, che non prevede a differenza di quello europeo alcuna istituzionalizzazione di un'area monetaria yen e che continua ad essere fortemente compenetrato nell'area dollaro, aumenta sempre più il suo peso sul sistema finanziario statunitense. Attraverso il meccanismo degli SWAP la Banca centrale USA viene ad essere in qualche modo condizionata.
3) In cambio dell'appoggio al dollaro, il Giappone continua ad incrementare l'esportazione. Infatti Ohira dice che il surplus commerciale non deve aumentare, ma che non vengono prese misure a breve per arrestarlo. Anzi, dice espressamente che per mantenere un ritmo che si avvicini al 7%, "lavoreremo per non fare cadere l'export, cosa che avrà un grosso effetto sulla ripresa economica qui".
4) La regione del Pacifico non è come l'Europa poiché le economie hanno differenti stadi di sviluppo. La stessa ASEAN non è come la CEE, dato che ha regolamenti più labili. Perciò il Giappone manterrà i rapporti bilaterali.
In sostanza, sul piano commerciale, il Giappone incrementerà l'esportazione, il surplus commerciale e la sua espansione nel Pacifico e nell'Oceano Indiano. Sul piano finanziario l'eccedenza della bilancia commerciale e della bilancia dei pagamenti gli assicurano la penetrazione nel mercato cinese e la prosecuzione delle tendenze in altre direzioni. Il tutto avviene in un quadro monetario dove al dollaro viene conservato un ruolo importante. Ciò indebolisce, per una oggettiva interdipendenza, la tendenza monetaria europea, ma non bisogna dimenticare che il commercio nel bacino del Pacifico avviene in dollari.
La stessa Cina, per ora, è disposta ad accettare prestiti solo in dollari, anche ad un tasso di interesse più alto. Ovviamente crede di compensare il più alto interesse con una maggiore svalutazione del dollaro.
In questo senso, i prestatori giapponesi possono avere la convenienza a sorreggere il dollaro. Inoltre una direttrice di espansione giapponese e nell'Oceano Indiano e nel Golfo Persico, dove il Giappone attinge una buona parte dell'energia.
Fonti finanziarie specializzate calcolano che, nel 1978, gli attivi netti dell'Arabia Saudita raggiungano i 75 miliardi di dollari. Secondo la Morgan Guaranty Trust l'85% delle holdings saudite è collocato in investimenti in dollari. L'ammontare dei contanti ed investimenti vari a disposizione della Banca Centrale saudita e di altri organismi governativi è, quindi, indispensabile al sistema del dollaro. Se l'Arabia Saudita decidesse di spostare una consistente quota di suoi investimenti dal dollaro allo yen o al marco, il valore del dollaro scenderebbe precipitosamente. Non lo può fare per due ragioni. La prima è che danneggerebbe i suoi investimenti attuali. Infatti i capitali sauditi in forma di dollaro sono entrati in molte società statunitensi, dalla ATT alla G.M. a U.S. STEEL, anche se non in veste ufficiale perché gli acquisti di azioni, in genere, non superano il 5%, soglia il cui superamento deve essere riferito alla SEC. Inoltre, i depositi sauditi sono ripartiti in ventitré tra le più grosse banche USA e non eccedono singolarmente il capitale di ogni banca.
La seconda ragione è costituita dal massiccio acquisto, da parte saudita, di materiale bellico statunitense. In questo momento, nessun'altra potenza potrebbe rifornire, come fanno gli Stati Uniti, la gigantesca "bilancia militare" instaurata nel Medio Oriente. Lo stesso vale per l'Iran, altro piatto della bilancia.
L'Arabia Saudita può, però, collocare una crescente quota della sua rendita petrolifera mensile e una parte o la totalità dei suoi interessi derivanti dai depositi in investimenti diversi dal dollaro.
In fondo è proprio su questa ricollocazione graduale dei petroldollari che si giocherà una carta della grande partita tra le aree monetarie.
Una parte consistente della rendita petrolifera è immessa nel circuito finanziario statunitense e non è prevedibile che, in breve tempo, la situazione si possa modificare radicalmente. All'andamento di questi flussi finanziari partecipa attivamente il sistema bancario e finanziario inglese, uno dei più attrezzati ed efficienti del mondo, il quale può essere considerato per tre quarti collegato all'area del dollaro. Il rimanente, che conta però alcuni gruppi fondamentali, non è in grado di spostare la Gran Bretagna verso l'area europea e le sue costituende istituzioni finanziarie e monetarie. E' una situazione che dura da venti anni, dalla costituzione del MEC, e che se ha visto la Gran Bretagna costretta, per interessi industriali e commerciali, ad aderirvi in un secondo tempo non la vede ancora costretta a partecipare per quelli finanziari.
Il collegamento della rendita petrolifera con il circuito finanziario statunitense ed inglese non è altro che il riflesso della predominanza dei grandi gruppi statunitensi ed inglesi nella produzione, nel trasporto, nella commercializzazione del petrolio e in tutte le conseguenti operazioni di credito e di finanziamento.
Anche le potenze più forti, come il Giappone, la Germania e la Francia, non arrivano a superare il terzo del controllo finanziario dei loro rispettivi settori petroliferi e ciò per la semplice ragione che i capitali occorrenti per aumentare la presenza nel settore mancherebbero per altri settori. Lo sviluppo delle metropoli giapponese, tedesca e francese si è concentrato, quindi, nella produzione manifatturiera sino a ridurre fortemente il peso di quella statunitense ed impegnarla nella concorrenza mondiale. Ciò ha determinato una eccedenza di capitali da esportare tale da collocarle come potenze finanziarie in ascesa ma non sufficienti per potere ridimensionare considerevolmente i grandi gruppi statunitensi nel settore petrolifero e, in generale, energetico. Non bisogna dimenticare, del resto, che gli Stati Uniti sono il primo produttore ed il primo consumatore mondiale petrolifero ed energetico. Questo spiega perché una parte della rendita petrolifera affluisca nel circuito finanziario statunitense e perché non possa affluire, nella stessa proporzione, in quello giapponese o tedesco finché questi non rappresentino una parallela crescita di grandi gruppi concorrenti nel settore petrolifero ed energetico. I termini oggettivi del rapporto di forza su questo terreno sono misurabili in centinaia di miliardi di dollari e, quindi, in diversi anni.
Tanto per fare un esempio "Business Week" del 27 novembre calcola che i beni stranieri negli Stati Uniti in titoli ed investimenti, esclusi i beni immobiliari, raggiungeranno nel 1978 i 310 miliardi di dollari. In un anno sarebbero aumentati di 80 miliardi di dollari. Un afflusso di questa portata alimenta, tra l'altro, i centri finanziari operanti negli USA che organizzano il settore petrolifero ed energetico mondiale.
Dirottarne una parte su quelli concorrenti significa anche aver maggiore forza per la penetrazione nel settore petrolifero.
La lotta monetaria in corso a livello mondiale non è che la manifestazione esteriore di un processo ben più profondo. Esso, come speriamo di avere dimostrato anche se per grandi linee, è estremamente complesso e ancora più fitto di interdipendenze che vanno sempre considerate.
La formazione dello SME è un atto importantissimo di tale processo. Allo stesso tempo è determinato da una serie di interdipendenze ed altre ne determina.
Svela un "mistero della politica internazionale" ed altri ne prepara.

("Lotta Comunista" n.100, dic. 1978)

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Ultima modifica 11.09.2001