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Punti Fermi

Arrigo Cervetto (1987-1988)

 


Trascritto per internet da Antonio Maggio (Primo Maggio), agosto 2001

 

PRIMA PARTE

I tempi della socialdemocratizzazione
i tempi della internazionalizzazione
i tempi del ritardo irrimediabile
i tempi dell’imputridimento
i tempi della battaglia delle telecomunicazioni
i tempi dela crisi del parlamentarismo
i tempi dei fattori esterni condizionanti
i tempi internazionali dello Stato
i tempi del mercato elettorale
i tempi del riformismo mediterraneo
momenti di analisi dello sviluppo italiano
i tempi del capitalismo di Stato a base di massa piccolo-borghese
i tempi della accumulazione per il capitalismo di Stato
i tempi del togliattismo
i tempi della concretezza leninista
forze e forme dei mutamenti sociali
forze e forme del pluralismo

I TEMPI DELLA SOCIALDEMOCRATIZZAZIONE

(LC 198 – FEB. 1987)

Un editoriale di fine 1968 ("Lotta leninista al riformismo") approfondiva la riflessione strategica sui caratteri, il contenuto, i limiti e gli effetti del riformismo in Italia.

Si fissavano quattro tesi fondamentali, in risposta ad altrettanti quesiti posti dal corso delle lotte tra le classi.

Primo quesito. Quale era la politica prescelta dalla borghesia imperialistica italiana per contenere le lotte sociali espresse da un impetuoso accrescimento delle forze produttive? Si rispondeva che i maggiori gruppi privati e capital-statali avevano "da tempo scelto una linea riformistica, una linea di tipo socialdemocratico".

Avevano cementato la comune scelta riformista attorno ad alcune battaglie mirando ad elevare la produttività generale del sistema: la nazionalizzazione dell'energia elettrica, preceduta dalla realizzazione del piano siderurgico e dall'avvio della rete autostradale, e seguita dalla concentrazione chimica Montecatini-Edison.

Pur con una "gestione convulsa dell'attuazione", la strategia riformista ottenne un primo importante risultato: superare un decennio di intensa industrializzazione e proletarizzazione, mantenendo bassi salari, lotte operaie limitate ed ottenendo un aumento della produttività del lavoro tale da "collocare l'Italia nel campo della concorrenza mondiale tra le prime sette potenze imperialistiche".

Non era un risultato scontato. Ritmi elevati di industrializzazione mettono in movimento frenetico milioni di uomini, sradicandoli dalle campagne, incolonnandoli in massicce migrazioni, accalcandoli nelle città.

In alcuni giovani capitalismi (Cina, India, Iran), questi fenomeni hanno portato a crisi politiche profonde e violente convulsioni.

Senza l'involucro riformista, la metropoli italiana non avrebbe potuto evitare acuti sommovimenti sociali e politici.

Come fu possibile l'avanzata della politica riformista pur mancando alla borghesia un vasto esercito di aristocrazia operaia? Questo era il secondo quesito.

"Il riformismo -- si rispondeva -- è certamente una pratica sociale ma è anche una ideologia con la quale la borghesia mantiene il suo dominio sulla classe operaia". Nella pratica sociale il riformismo aveva mostrato i suoi limiti. Ma nella pratica ideologica aveva perfezionato i suoi strumenti: "i giornali, i gruppi, i sindacati, i partiti cosiddetti 'di sinistra' ".

Distinguere tra la "pratica sociale" del riformismo e la sua "pratica ideologica" è un'applicazione del metodo dialettico. Il meccanicismo, l'oggettivismo restano impotenti di fronte alle "incongruenze" della realtà e si rifugiano nella fantasticheria, nell'acrobazia statistica o nella recita di astratte formule programmatiche. Contraddistingue, invece, la scuola marxista l'analisi della contraddizione, dello squilibrio, della ineguaglianza dello sviluppo sociale in tutte le sue manifestazioni economiche e politiche.

L'oggettivismo avrebbe formulato l'equazione quantitativa: ristretta aristocrazia operaia bassa influenza riformista.

Il marxismo, invece, riconduceva "l'ideale", il riformismo, ai "fatti determinati" e constatava che l'ideologia riformista era andata avanti nonostante la ristrettezza della pratica sociale riformista. Questa ristrettezza era politicamente espressa nel fallimento della "socialdemocrazia ufficiale", culminato poi, nel1969, nell'inglorioso autoaffondamento del PSU, sorto dopo un decennio di travagliata gestazione e morto dopo solo tre anni di concitata esistenza.

Ma--si notava--esiste una forte "socialdemocrazia di riserva", basata sull'apparato del PCI e sulle frange massimalistiche e del dissenso.

Il processo di socialdemocratizzazione del PCI era stato indicato nell'analisi di " Genova punta avanzata della strategia rivoluzionaria" del 1966, quando se ne verificava il progresso sulla base di un'altra asimmetria politica: rafforzamento elettorale accompagnato da indebolimento organizzativo del PCI.

Quali prospettive aveva il riformismo e in quali forme avrebbe potuto imporsi la socialdemocrazia? A questo terzo quesito si rispondeva confermando che l'allargamento dell'aristocrazia operaia restava "scopo" e "condizione" di una prassi riformistica di lungo respiro, ai fini della stabilità del capitalismo. Ultimo di una serie storica, il maggio francese aveva confermato che un esteso "strato superiore" di classe riesce sempre a predominare sui movimenti spontanei grazie alla sua maggiore organizzazione, alla sua compattezza ideologica, alla sua consapevolezza della posta in gioco.

Il tempo lavorava a favore dell'ampliamento degli strati operai corrotti con manciate di sovraprofitti e quindi a favore della socialdemocrazia. Si aggiungeva: "quali forme definitive assumerà la socialdemocrazia italiana è una questione secondaria". Probabilmente, si diceva, esprimerà un sindacato unico e un partito federativo composito.

Anche la sua partecipazione al governo era ritenuta secondaria, perché una solida socialdemocrazia " sarebbe già governo all'opposizione e sui problemi di fondo -- crisi, guerra, ecc. -- assumerebbe la compartecipazione diretta ".

A distanza di venti anni si riscontra una socialdemocratizzazione diffusa nell'ideologia e nella pratica sociale, ma la socialdemocrazia, come forma politica, è entrata in crisi nelle maggiori metropoli europee.

L'analisi aveva colto la tendenza di fondo ma non la "questione secondaria" della forma politica.

Il difetto di previsione risiedeva nell'implicito riferimento ad un modello classico di crisi capitalistica, una crisi di sovrapproduzione o di accumulazione. Poiché, correttamente, si escludeva che il ciclo potesse essere interrotto da una crisi classica, si ipotizzavano anche forme politiche corrispondenti alla continuità del processo di accumulazione.

Le lotte sociali erano perciò viste come momenti di ingrossamento dell'aristocrazia operaia, come motori di avviamento di una pratica tradeunionista, tendente alla forma del sindacato unico.

La tendenza tradeunionista alimentava una contraddizione tra partiti interclassisti ed esigenze di una socialdemocrazia pura ed apriva possibilità e spazi di lotta al partito leninista.

Ma negli anni che seguirono (1969-1975), la contraddizione fu riassorbita nell'alveo parlamentare: il capriccioso ventre della lotta sociale partori` non un sindacato tradeunionista ma la tendenza al bipartitismo, trasfondendo nel partito russo alcune istanze socialdemocratiche e plasmando quell'ibrido sterile della mitologia moderna chiamato "eurocomunismo ".

La formulazione di una ipotesi scientifica richiede la costruzione di un modello astratto. Marx descrisse un modello di capitalismo puro che non esiste concretamente ma che permette di comprendere tutte le forme spurie.

L'astrazione di "democrazia imperialista" è la forma politica pura corrispondente al modello del capitalismo puro, nella sua frase suprema. Il modello di socialdemocrazia pura, ipotizzato in base alle condizioni di partenza, non si concretò perchè il mercato mondiale ne distorse il corso.

La nuova ripartizione del plusvalore mondiale, imposta dalla rendita petrolifera e dalla crisi di ristrutturazione, portò alla superficie le contraddizioni della metropoli italiana e rallentò la dilatazione dell'aristocrazia operaia. Per alcuni anni vi fu il tentativo di superare la crisi di ristrutturazione in termini inflazionistici, puntando sul deprezzamento della lira (vedi n. 182 di "Lotta Comunista"). Il risultato fu una ristrutturazione ritardata.

Ritorniamo all'articolo del 1968.

L'ultima tesi rispondeva al "che fare?" di allora, indicando i tempi strategici di sviluppo del partito: "il partito leninista deve essere sviluppato in questa fase transitoria dell'imperialismo", fase che ha come suoi estremi politici "da un lato la possibilità futura di una prassi riformista e dall'altro l'impossibilità immediata di una sua larga applicazione ".

Concluso il processo, l'opportunismo, "comunque organizzato", sarà più forte e avrà profonde radici socialimperialiste. Per il partito leninista tutto sarà più difficile.

La crisi di ristrutturazione ha colpito e debilitato la classe. Ma, paradossalmente, ha offerto un inatteso vantaggio alla sua avanguardia.

Ritardando il processo di socialdemocratizzazione ha concesso al partito leninista tempi ulteriori.

 

I TEMPI DELLA INTERNAZIONALIZZAZIONE

(LC 199-MAR.1987)

Il risorgere, alla fine degli anni sessanta, delle ideologie spontaneistiche rese necessaria una battaglia per riaffermare l'attualità teorica e strategica delle posizioni leniniste.

L 'editoriale "Internazionalizzazione della lotta operaia" (maggio-giugno 1969) applicava alla realtà italiana la tesi leninista per cui "ogni lotta operaia ha un carattere internazionale e perciò va affrontata in una strategia rivoluzionaria internazionale".

Questo concetto è parte integrante di una tesi più generale di Lenin: nella fase imperialistica le correnti politiche si internazionalizzano. Esse si adattano alla spartizione della superficie terrestre attuata dai monopoli e dai cartelli, alla compenetrazione produttiva, finanziaria, sociale di tutte le zone del globo, al carattere mondiale della guerra imperialistica.

Lenin poteva ben dire che non c'era revisionismo russo ma un revisionismo internazionale, ed assegnare al "kautskismo" la patente di "corrente internazionale di idee" sorretta dai teorici più quotati "in tutti i paesi del mondo".

Nella nostra analisi della "crisi francese", nel maggio 1968, applichiamo la tesi leninista quando indichiamo che perfino le ideologie delle zone arretrate finiscono per arricchire la tavolozza ideologica delle frazioni dell'imperialismo. Esse " seguono oggettivamente il destino delle loro economie: si integrano nel mercato mondiale imperialistico".

Ne era un esempio il castrismo, "equivalente ideologico della produzione "socialista" dello zucchero cubano inserita nei rapporti di scambio imperialistici".

Altra conferma veniva dalla "teoria maoista del fronte unito" e dal carattere socialimperialista assunto nelle metropoli dalla strategia di Pechino ("Lotta Comunista", maggio-giugno 1969).

Con il passaggio dalla fase "pacifica" a quella imperialistica, ogni lotta operaia deve essere affrontata in una prospettiva internazionale.

Questa caratterizzazione non muta i tratti tipici della lotta operaia, ma assegna un compito specifico all'intervento del partito.

L'Internazionale Comunista ribadiva due tesi sulle lotte proletarie, i sindacati e la tattica sindacale già presenti nella lunga elaborazione di Lenin.

In primo luogo, l'Internazionale negava che la lotta economíca potesse essere di per sé, immediatamente, lotta politica intesa come lotta per il potere. Era questa, invece, la posizione di alcuni gruppi spontaneisti, espressa con dignità teorica anche se in altri termini, specie dai tribunisti olandesi (Gorter, Pannekoek). Dall'analisi spontaneista derivava il rifiuto della teoria del la "cinghia di trasmissione", ossia della lotta economica e dei sindacati come "corso propedeutico" alla militanza comunista, come arena di battaglia per la conquista alla strategia rivoluzionaria dei capi espressi dalle lotte operaie.

In secondo luogo, l'Internazionale rifiutava quelle teorie meccaniciste che ipotizzavano l'integrazione del sindacato nel l'apparato dello Stato imperialista. Lo Stato compie ripetuti tentativi per utilizzare e fagocitare le organizzazioni sindacali, ma finché permane la contraddizione tra lavoro salariato e capitale, essa reclamerà le sue ragioni e, comunque compressa, riemergerà come istanza rivendicativa nei sindacati Si diceva nell'articolo citato: "Non ci sono vie di mezzo. O si imposta ogni lotta operaia nel quadro di una strategia rivoluzionaria internazionalista o si lascia, in mille modi, che ogni lotta operaia sia utilizzata dalla strategia internazionale dell'imperialismo italiano o, per meglio dire, dalla frazione italiana dell'imperialismo mondiale".

Non basta: senza la direzione rivoluzionaria, senza una visione internazionale, la lotta operaia non riesce a raggiungere nemmeno i suoi scopi immediati. La crisi di ristrutturazione ha dimostrato appieno la vitalità di questa tesi. I capi sindacali opportunisti, incapaci quanto presuntuosi, hanno portato scompiglio e degrado nella ritirata disordinata della classe, ma, anche astraendo da queste degenerazioni, solo la direzione di un partito rivoluzionario, scientificamente attrezzato, avrebbe permesso al sindacato una ritirata ordinata E qui la specificità del rapporto classe-partito-strategia nella fase imperialistica: 'portare la coscienza dall'esterno' acquista il contenuto più esteso e più complesso del divulgare la conoscenza dei rapporti fra tutte le classi indicata nel "Che fare?" Significa diffondere nel la classe operaia la consapevolezza che le lotte tra le classi, gli scontri fra Stati, le battaglie e le interdipendenze tra settori, gruppi, imprese raggiungono ampiezza internazionale. Significa rendere visibile la ragnatela di vasi comunicanti che congiunge tra di loro, in tutte le latitudini, fatti e contraddizioni apparentemente sconnessi.

Nell'editoriale si affermava: "non vi è azienda di una certa importanza che non sia collegata con mille fili al mercato mondiale".

L'economia italiana dipende dal mercato mondiale in tutto il suo ciclo, dai prezzi delle materie prime importate a quelli dei prodotti industriali esportati. Si confronta incessantemente con i gradi di produttività e di concentrazione delle altre metropoli e ciò la costringe ad uniformarsi ad un livello medio superiore al proprio, e perciò ad internazionalizzarsi ulteriormente.

Nell'articolo del 1969 si diceva che da ciò scaturiscono tre squilibri: tra settori industriali internazionalizzati e settori più arretrati; tra il settore industriale e il settore agricolo; tra il settore industriale e il sistema dei servizi, trasporti inclusi.

La produttività media del sistema, inferiore a quella degli imperialismi concorrenti, finisce per appesantire il passo anche dei gruppi più dinamici e competitivi.

Da questo punto di vista possiamo, oggi, considerare la "economia sommersa" non più solo come una forma di concorrenza sleale tra imprese sul mercato interno, ma come un sistema di evasione dei costi che permette alla metropoli italiana una maggiore capacità di penetrazione nel mercato mondiale.

E significativo che questo fattore intervenga nel recente dibattito circa l'ipotizzato sorpasso da parte italiana del PL britannico, nel 1987.

L'autorevole "The Economist" del 24 gennaio 1987 sostiene che tale superamento è discutibile in termini monetari, data la probabile sottovalutazione della sterlina; ma esso diventa indubbio se nel conto viene inclusa l'economia sommersa che in Italia pesa per il 20-30% del PIL contro il 5% inglese. Il calcolo, anche così, resta monco perché trascura il peso finanziario della Gran Bretagna, seconda potenza mondiale in questo campo.

Non a caso nel citato articolo sostenevamo che, trascinato dai gruppi maggiori negli ingranaggi planetari del mercato, l'imperialismo italiano non avrebbe potuto tornare indietro, a meno di due eventualità: una crisi classica di accumulazione e sovrapproduzione su scala mondiale oppure una grande crisi di inserimento nel commercio internazionale. Quest'ultima non era una possibilità inedita: il Belgio relativamente decadde dopo essere stato all'inizio del secolo un imperialismo più forte di quello italiano.

In venti anni, invece, l'economia italiana è riuscita ad inserirsi in crescendo nei mercati, e "The Economist" citato ne quantifica il successo indicando la quota italiana sull'export mondiale di manufatti, passata dal 3,3~%degli anni cinquanta all'8,1% del 1986.

Valutando che la tendenza sarebbe stata di quel tipo si ipotizzavano tre livelli di lotte operaie per gli anni '70.

Primo. Lotta nei settori a bassa produttività o in fase di ristrutturazione. Si diceva: "è una lotta di difesa ed è il riflesso di classe ad un più profondo ed esteso processo di ristrutturazione del sistema economico italiano". Lasciata a sé questa lotta era condannata all'isolamento e alla strumentalizzazione riformista da parte dei gruppi più dinamici "ai fini della ristrutturazione dell'apparato industriale in tutti i suoi rami". Senza una strategia rivoluzionaria, le lotte in questi settori sarebbero state dunque destinate a fare da catalizzatori dei processi di ristrutturazione.

Secondo. Lotta nei settori non produttivi o parzialmente produttivi. Essendo settori in via di estensione, la ristrutturazione non riguardava il loro ridimensionamento ma una riorganizzazione e riduzione dei costi. Tipico è il caso dei trasporti, il cui costo, con lo sviluppo dell'interscambio, incide in misura crescente sulla competitività dei prodotti industriali. Se nel sistema dei trasporti sopravvivono comparti a bassa produttività, ad esempio in taluni nodi portuali o ferroviari, ciò è possibile solo perché essi contano relativamente poco sul complesso, che si è fortemente ' sviluppato attraverso il traspor to su strada.

Infine, lotta nei settori ad alta produttività e proiettati all'esportazione. Qui le lotte hanno assunto la più alta carica di spontaneità, essendo spinte ed alimentate non dal bisogno di difendere i livelli di occupazione ma dalla rivendicazione di aumenti dei salari e di riduzione dei ritmi. Nonostante si tratti dei settori ruggenti dell'imperialismo italiano, la formazione di aristocrazia operaia vi ha segnato il passo, impedita dalla bassa produttività generale del sistema che richiedeva l'aumento della produttività ed il contenimento dei livelli salariali.

In questi settori, punti di riferimento di tutto il potenziale della lotta di classe, andava maggiormente concentrata l'opera di politicizzazione svolta dal partito leninista.

 

I TEMPI DEL RITARDO IRRIMEDIABILE

(LC 200 – APR.1987)

L'analisi dell'imperialismo italiano ha richiesto la soluzione e l'applicazione di una serie di problemi di metodo.

L'assimilazione dell'analisi strategica è inscindibile dalla piena comprensione delle sue basi dialettiche, pena la sua accettazione scolastica o formalistica.

Per molti versi, il ritardo della scuola marxista in Italia è riconducibile alle distorsioni di tipo meccanicistico della teoria rivoluzionaria. Il meccanicismo in teoria, inesorabilmente, conduce al massimalismo in politica.

Lenin per analizzare l'imperialismo studia ed applica la dialettica. Ciò gli permette di vedere che il monopolio è sì la negazione della concorrenza ma è anche concorrenza su scala mondiale e perciò moltiplicazione e non assopimento delle contraddizioni; che l'imperialismo è guerra e distruzione ma è anche guerra civile.

Bukharin, nella sua analisi, pecca spesso di schematismo. Assolutizza la tendenza al capitale finanziario con un modello che, in sostanza, esclude la sopravvivenza del la piccola produzione, da un lato, e le lotte per l'autodecisione nazionale, dall'altro.

Lenin critica il meccanicismo di questa concezione che raffigura "un imperialismo puro, senza il fondamento del capitalismo".

Analogo errore commette Bordiga, quando stabilisce una relazione meccanica tra debolezza dell'aristocrazia operaia, forza del movimento rivoluzionario e ineluttabile crollo dell'opportunismo.

Nell'editoriale di luglio-agosto 1969 ("La linea generale del capitalismo italiano") sono prioritariamente precisati alcuni concetti di metodo.

Nell'articolo citato si afferma che, per un'analisi marxista della società italiana, è necessaria una "specifica caratterizzazione" d movimenti politici operanti nel paese. Non basta dire che i partiti sono espressione del sistema capitalistico. Fermarsi a questo loro carattere tipico, costante, sarebbe una semplicistica volgarizzazione della teoria marxista, significherebbe esaurire l'analisi in ciò che è valido in ogni latitudine capitalistica, spaziale e temporale.

Occorre invece analizzare lo specifico dei movimenti politici, vedere "in che modo e come" essi esprimono il capitalismo, esaminare "nel loro meccanismo rapporti esistenti tra le forze sociali e i movimenti politici in Italia" per individuarne le particolarità.

A partire dagli anni sessanta, da parte della stampa dei grandi gruppi italiani è stato insistentemente ripetuto che "i partiti non esprimono più la società reale". Se ci si fosse fermati al tratto tipico del rapporto partiti-capitalismo, si sarebbe dovuto concludere che la crisi italiana stesse assumendo i contorni di una crisi generale del sistema, di una crisi di tipo rivoluzionario.

L'alternativa era che la crisi tra partiti e società fosse di altro tipo, che la discrepanza, il "gap" tra politica ed economia in Italia fosse di tipo specifico, particolare, e che potesse trovare soluzioni dentro il sistema.

La crisi, si diceva, manifesta la contraddizione tra uno sviluppo, a maturazione imperialistica, del capitalismo italiano e "un tipo di organizzazione parlamentaristica sulla quale si modellano i partiti in Italia". Non si trattava di crisi del partito politico, ma di una sua forma.

La tesi sulla crisi del partito politico e le sue conclusioni movimentiste hanno trovato terreno di coltura nell'ambito spontaneista. Ma è stata pure, e tuttora è, una carta del mazzo ideologico della borghesia e della vecchia maestra del "non expedit", quando la lotta politica richiede espedienti plebiscitari oppure travestimenti ambientalisti, pacifisti, moralisti.

La teoria marxista ha scoperto che la sovrastruttura è determinata dal modo di produzione comparando il processo economico e il processo politico e constatando che la reiterabilità di determinati fenomeni sovrastrutturali corrisponde alla reiterabilità di determinati fenomeni strutturali. Ma tale corrispondenza non è meccanica. Si tratta di due processi interdipendenti ma distinti, le cui connessioni richiedono delle trasmissioni, e ciò stesso implica delle contraddizioni.

Al contrario della dialettica marxista, la sociologia e la politologia borghesi tendono a produrre interpretazioni meccanicistiche del comportamento e del ciclo politico.

In Italia è attualmente in voga la volgarizzazione delle tesi che Arthur Schlesinger jr. ha sostenuto in un libro pubblicato di recente negli Stati Uniti ("The cycles of American history"). L'esponente liberal osserva, nella storia americana, il susseguirsi di "cicli pragmatici" e di "cicli idealistici" trentennali, corrispondenti all'alterna prevalenza degli "interessi privati" o dell' "impegno pubblico" e attivati dal ricambio generazionale.

L'impostazione dialettica, nella formula di Lenin, stabilisce invece l'ineguaglianza del ciclo politico. E compito dell'analisi verificare concretamente quali reiterabilità, quali corrispondenze caratterizzano i due distinti movimenti economico e politico, entrambi regolati dalla legge dell'ineguale sviluppo.

Laddove il meccanicismo cerca di definire il ciclo politico, il marxismo analizza un ciclo politico, determinato da un certo grado di sviluppo delle forze produttive, da una certa struttura economica in movimento, da una certa stratificazione sociale.

Perché qui si afferma un'ideologia cattolica e altrove una protestante? Perché in certi paesi la crisi degli anni venti genera un modello socialdemocratico o newdealista e, in altri, un modello fascista.? La scienza deve analizzare le contraddizioni di un processo di sviluppo, individuando reiterabilità e mancate corrispondenze, coerenze e sproporzioni, adattamenti e squilibri. In Italia, il rapporto tra il processo economico e quello politico si presentava, alla fine degli anni '60, con caratteri di squilibrio.

La prima caratteristica di tale squilibrio, si diceva, è costituita dalla "sfasatura" tra funzionamento dello Stato e crescita economica. Lo Stato non si è adeguato tempestivamente ad una struttura che aveva raddoppiato il suo capitale complessivo.

Il parlamentarismo manifesta quelle disfunzioni di vischiosità, inconcludenza, invadenza, esosità che lo declassano a "istituzione di ciance", secondo l'espressione di Trotsky.

Nell'orologio sociale, la lancetta del parlamentarismo segna un irrimediabile ritardo su quella dei gruppi internazionalizzati. Né è ipotizzabile una loro sincronizzazione, essendo l'una azionata dalle rotelle di un vasto elettorato piccolo borghese e di una arrugginita burocrazia, e l'altra dagli ingranaggi del mercato mondiale.

La democrazia imperialistica sta nella dialettica delle frazioni, ed è errato identificarla con il gioco parlamentare.

La sfasatura dei partiti parlamentari non impedisce loro di svolgere un altro insieme di ruoli funzionali alla conservazione del sistema.

La seconda caratteristica è che i ritardi della sovrastruttura finiscono per aggravare le contraddizioni del sistema senza minimamente consentire una loro temporanea soluzione. L'impetuosa ascesa del capitale industriale, quadruplicatosi in un quindicennio, con profondi squilibri tra settori ed aziende avrebbe richiesto uno Stato "industriale".

Lenin, studiando lo sviluppo capitalistico russo, delinea un paese a base arretrata che subisce le conseguenze della accelerazione capitalistica. Su questa contraddizione basa la sua strategia. Lenin utilizza molti scritti di Marx, trascurati dalla socialdemocrazia tedesca. In essi l'anatomia della società inglese, che vive la rivoluzione industriale, coglie la trasformazione dei partiti che si collegano alle varie frazioni in movimento e analizza il pensiero dei massimi teorici del Settecento e dell'Ottocento, da Malthus a Ricardo, alla luce degli interessi delle frazioni borghesi. Nella comparazione con il modello inglese, Lenin può misurare le contraddizioni avviate, accumulate, lasciate irrisolte dal sistema sociale russo.

La terza caratteristica dello squilibrio è data dall'alta conflittualità tra le frazioni all'interno dello Stato. Il massimalismo piccolo borghese è arrivato a concepire lo Stato come Stato della FIAT. Per il marxismo, lo Stato è strumento della classe dominante nel suo complesso e non del gruppo o dei gruppi più forti. Tra i compiti essenziali dello Stato vi è l'unificazione delle frazioni borghesi. Anche in questo campo i partiti parlamentari falliscono la loro missione.

Nei vent'anni trascorsi dalla nostra analisi, la non corrispondenza tra partiti e struttura in tutte le sue caratteristiche è aumentata.

Se l'industria italiana concorre con la Gran Bretagna per il sesto posto della graduatoria imperialistica, lo Stato italiano resta tuttora fuori gara.

 

I TEMPI DELL’IMPUTRIDIMENTO

(LC 201 – MAG.1987)

Da due decenni si trascina una situazione di mancato adeguamento di alcuni aspetti della sovrastruttura politica alle tendenze espresse dall'economia capitalistica della metropoli.

Tale situazione assume vari nomi, a seconda delle mode giornalistiche; ultimo in ordine quello di "ingovernabilità". Ma la sostanza è sempre quella che affrontavamo all'inizio degli anni '70.

Nell'articolo "La crisi di squilibrio del capitalismo italiano", del febbraio-marzo 1970, veniva ulteriormente sviluppata l'analisi del carattere "specifico" della crisi italiana.

La "particolarità" di tale crisi, "costituita da un determinato tipo di squilibrio tra la struttura e la sovrastruttura",' imponeva di precisare il concetto stesso di "squilibrio".

Infatti, in una condizione di non corrispondenza tra struttura e sovrastruttura, può sembrare che il fattore politico svolga un ruolo autonomo. Lo "squilibrio" può apparire un argomento in favore dei critici antideterministi del marxismo.

Invece, proprio nei momenti di squilibrio il marxismo dimostra la sua superiorità come metodo di analisi scientifica.

Economia e politica non sono fenomeni statici. Sono due processi in svolgimento. Sono due movimenti.

Nella storia moderna del capitalismo italiano si possono indicare altre situazioni in cui l'intreccio dei due movimenti, di sviluppo economico e forme politiche, è stato segnato da squilibri profondi, da vere e proprie crisi.

E il caso della "crisi di fine secolo", quando i processi di industrializzazione e di lenta "digestione" del Meridione annesso determinarono nel Regno d'Italia un lungo periodo di doloro se convulsioni, tra crispismo e giolittismo. Il successivo squilibrio si manifestò nel primo dopoguerra, con la crisi del liberalismo, rivelatosi inidoneo ad unificare una borghesia alle prese con un travagliato processo di riconversione dell'apparato produttivo. Le correnti liberali non furono capaci di integrare i gruppi capitalistici emergenti di fronte ad altri declinanti.

Ne sortì l'adozione della formula fascista, a sua volta entrata in crisi nel 1943, quando l'imperialismo italiano, in vista dell'imminente sconfitta militare, tentò di svincolarsi dall'ormai letale abbraccio dell'alleato germanico.

L'ultimo secolo di storia italiana è dunque caratterizzato dal succedersi di cicli economici collegati a cicli politici, con un periodo di svolgimento ventennale-trentennale. In questa prospettiva storica veniva a collocarsi la crisi di squilibrio degli anni '70.

Nell'articolo citato, veniva sottolineato un aspetto metodologico della scienza marxista, costantemente lasciato nell'ombra dalle impostazioni meccanicistiche.

La corretta analisi scientifica dell'evoluzione di una formazione economico-sociale non consiste tanto nel la ricostruzione teorica del movimento "nella sua totalità", quanto e "soprattutto" nell'individuare "i punti fondamentali di disfunzione, i nodi specifici della crisi di funzionamento... le parti in cui, in un determinato momento, la crisi costante del sistema sociale si manifesta con particolare virulenza". A questa condizione l'analisi si eleva a strategia rivoluzionaria e la società in movimento analizzata diviene "il campo d'azione su cui applicarsi, distribuire e concentrare le forze della lotta di classe".

Poiché la società capitalistica è un insieme di contraddizioni si potrebbe in ogni momento parlare di crisi, con formale coerenza. Ma questo è un esercizio proprio delle tesi catastrofiste e non dell'analisi scientifica che esplora i punti di maggiore contraddizione per poter operare.

Questa impostazione si discosta decisamente sia dal punto di vista evoluzionistico di Karl Kautsky sia dalla versione catastrofica della crisi esposta da Amadeo Bordiga.

Entrambi affrontano il processo di sviluppo capitalistico nella sua totalità. Kautsky, rinnegando l'analisi marxista della crisi, immagina un capitalismo in grado di concentrarsi industrialmente e finanziariamente, fino a diventare "super-imperialismo". Bordiga concepisce la crisi come crollo del sistema.

Lenin applica la concezione marxista, indicando nella formazione economico-sociale i punti di funzionamento e quelli di disfunzione. Collauda il metodo dialettico sin dalle prime battaglie contro i populisti e i marxisti legali.

I primi vedono in Russia un capitalismo "nato morto", impossibilitato a funzionare e ad imporsi nelle immense distese russe, in apparenza dominate dal sistema dell'obstcina contadina.

Petr Struve, sul fronte opposto, fa l'apologia del capitalismo, esaltandone il meccanismo funzionante e oscurandone gli antagonismi.

Lenin, scoprendo nel capitalismo le giunture maggiormente stridenti in un dato periodo storico, può additare al proletariato un terreno di azione politica e può respingere le attese messianiche del palingenetico terremoto sociale.

Da questa impostazione, si notava nell'articolo del 1970, scaturiscono delle conclusioni politiche non solo di carattere tattico ma riferite " soprattutto ad una visione strategica, a medio e a lungo termine".

Di fronte allo squilibrio, l'analisi può quindi cadere in due errori.

O rimanere nella genericità, nell'ambito di un formale ossequio al determinismo, e scivolare in una meccanicistica visione degli eventi politici come riflessi immediati dei fatti dell'economia. E l'errore del programmismo e dell'economicismo.

Oppure, constatata la "non corrispondenza", sdrucciolare nelle sabbie mobili del 'primato della politica", infestate da sciami di mosche cocchiere. Il soggettivismo di queste interpretazioni sovrastrutturalistiche conduce al tatticismo, ed è l'errore in cui incorre Trotsky, malgrado la sua inflessibile passione rivoluzionaria.

Proprio per tracciare una linea di demarcazione da questi due tipi di errore, nell'editoriale richiamato si ribadiva la validità di "tre fondamentali criteri marxisti".

In primo luogo, la validità della definizione di "legge oggettiva" attribuita al la "costante reiterabilità di fenomeni presenti in un processo di sviluppo economico-sociale ".

In secondo luogo, il carattere "determinante" del movimento della struttura economica in confronto al movimento della sovrastruttura politica ed ideologica.

Infine, la necessità, "anche in presenza di una crisi di squilibrio", di procedere all'analisi della congiuntura politica partendo dal movimento economico "come base obbligata di riferimento".

Non si tratta, si insisteva, di affermare semplicisticamente che l'economia influenza le sovrastrutture. Qualsiasi politologo o sociologo borghese è pronto a riconoscere tale influenza, che nel regno moderno delle ideologie occupa il trono del Fato antico.

Si tratta, invece, di compiere un'analisi scientifica, individuando, nel processo mondiale di produzione e riproduzione del capitale, come si collocano concretamente e storicamente le classi sociali e le loro frazioni, come si susseguono e si concatenano gli eventi economici, sociali e politici "nella loro reciproca interdipendenza". Si tratta, in ultima analisi, di collocare "entro limiti oggettivi" "l'arco di oscillazione" della mediazione politica.

Ponendo al centro della nostra analisi strategica il movimento del mercato mondiale e i suoi riflessi sul movimento economico della metropoli italiana, è stato possibile stabilire l'ampiezza, i limiti e i centri di maggiore turbolenza dello squilibrio condizionato che ha caratterizzato il movimento sovrastrutturale italiano.

Lo stesso metodo ci ha permesso successivamente di comprendere sul nascere i tratti distintivi della crisi di ristrutturazione.

Specialmente ci ha consentito di operare per lo sviluppo del partito leninista evitando l'attendismo meccanicista e gli abbagli del tatticismo.

Abbiamo potuto, di conseguenza, operare leninisticamente nel corso di anni che sono stati frequentemente agitati dai sussulti dell'imputridimento imperialistico.

 

I TEMPI DELLA BATTAGLIA DELLE TELECOMUNICAZIONI

(LC 202 – GIU. 1987)

Per analizzare la dinamica dei cicli economico-sociali e delle lotte che li caratterizzano, il marxismo utilizza alcuni concetti collaudati da altre scienze.

La nozione di "ritmo", adoperata dalla biologia per indagare l'evolversi e la cadenza dei fenomeni fisiologici, permette di misurare il grado di regolarità, continuità e intensità dei processi capitalistici.

Dal vocabolario militare, il marxismo mutua termini come guerra, battaglia, combattimento, assalto, alleanza, schieramento per entrare nel vivo delle lotte tra gruppi e frazioni borghesi. L'estensione e la profondità di queste lotte varia con la massa di capitale investito, la durata del suo ciclo tecnologico, le interdipendenze con le altre quote del capitale sociale.

La lunga guerra elettrica attraversa le vicende economiche italiane di questo secolo.

Nel primo dopoguerra e negli anni '20, la produzione di elettricità è già, in massima parte, concentrata nei cinque grandi gruppi che nel 1963 saranno fusi nell'ENEL (Edison, SIP, Sade, Centrale, Sme).

La confluenza di quattro quinti della produzione elettrica nazionale creò negli anni '60 una condizione favorevole alla concentrazione di altri due settori strategici, attraverso il riciclaggio dei cospicui indennizzi della nazionalizzazione.

La Edison, auspice Mediobanca, si fuse con la Montecatini. All'interno dell'IRI, la SIP costituì il polo della telefonia, mentre sotto lo stesso tetto IRI veniva definito, con la RAI, il polo radio-televisivo.

Nel ciclo delle sue metamorfosi, una consistente frazione di capitale attraverso la guerra elettrica andò ad intrecciarsi con la montante guerra chimica e con la battaglia delle telecomunicazioni, entrambe di dimensioni internazionali.

Nella "famiglia" delle telecomunicazioni collochiamo un vasto insieme di attività manifatturiere e di servizi: telefoni, elettrodomestici, radio e televisione, editoria, comunicazioni di massa. Si può stimare che questo raggruppamento, con i suoi addentellati, rappresenti un 5% del prodotto e della spesa italiana: seppure inferiore al "business" totale legato all'automobile, si tratta di un affare gigantesco, analogo a quel lo della "salute".

A vent'anni dalle concentrazioni menzionate si può constatare che esse non sono riuscite a raggiungere quella "grandezza minima determinata" necessaria per affrontare, ad armi pari, i maggiori rivali mondiali.

Per quanto riguarda le telecomunicazioni, in Italia non si è potuta formare una Siemens o una General Electric. La soluzione degli anni '60 potenziò i servizi del settore. Lasciò però irrisolti i problemi del comparto manifatturiero: i 2/3 dei televisori, ad esempio, sono importati e, negli anni '80, i colossi internazionali hanno rafforzato le loro posizioni in Italia, con l'acquisto da parte della ATT di oltre un quarto della Olivetti e con la conquista, per opera della Electrolux-Ericsson, della Zanussi.

La battaglia delle telecomunicazioni raggiunge il grande pubblico attraverso le polemiche tra commendatori vecchi e nuovi dell'antenna o le quotazioni di mercato di primedonne e giullari del video.

Ma la lotta vera si svolge nel la produzione, nel campo della ricerca, dei brevetti commerciabili, dei nuovi prodotti. La bolletta del canone televisivo o del telefono solo in minima parte riflettono la dimensione della battaglia di cui uno degli episodi più recenti è la fusione tra la Telettra (gruppo FIAT) e l'Italtel (gruppo STET-IRI), pontificata da Mediobanca.

La principale protagonista delle telecomunicazioni italiane, la SIP, fu formata da capitale tedesco sia nella sua radice milanese, la Società ElettroChimica di Pont S. Martin, fondata nel 1899 dalla Schuckert, che in quella torinese, la Società Elettrica Alta Italia, costituita dalla Siemens nel 1896.

Negli anni che precedono la guerra 1915-18, le giovani aziende municipalizzate avanzano una politica di basse tariffe, scontrandosi con le grandi elettriche private che si affrettano invece ad ammortare il loro ingente investimento e indebitamento. E la prima battaglia sui modelli di consumo elettrico.

Per la SIP, gli anni '20 sono di espansione accelerata e di travolgente dinamismo.

Si allea strettamente con la Banca Commerciale. Blocca il tentativo della Edison di penetrare in Piemonte. Avanza nella Liguria, approfittando dello smembramento dell'Ansaldo. Assorbe la società elettrica della FIAT, la Moncenisio. Utilizza lo scontro tra la FIAT e il quadrumviro De Vecchi per appropriarsi della "Gazzetta del Popolo". Fa eleggere deputato il suo capo Giangiacomo Ponti nel "listone" del 1924. Si intreccia intimamente con l'Italgas del gruppo Panzarasa. Entra in forze nella telefonia con l'appoggio di Costanzo Ciano, battendo la Edison e ottenendo, nel 1925, la concessione per il Piemonte e la Lombardia, tramite la Stipel. Allarga il suo dominio telefonico nel 1927 acquisendo la Telve e la Timo, rispettivamente concessionarie per il Triveneto e la fascia adriatica fino agli Abruzzi. Conquista nel 1929 il controllo dell'ente radiofonico EIAR.

Alcuni storici oppongono una strategia industrialista della SIP ad una finanziaria della Edison e ipotizzano uno scontro tra una linea deflazionistica espressa da Edison, Montecatini, Confindustria e una linea FIAT e SIP tesa a scaricare i costi della ristrutturazione su piccole e medie aziende, attraverso la leva degli aumenti salariali.

In altra occasione ("Lotta comunista", n. 192-193), abbiamo rapportato la contesa SIP-Edison a due modelli di consumo.

La diversificazione della SIP nella telefonia e radiofonia rientra nel modello "americanista". Sin dal 1926 la SIP impiega specialisti americani della "organizzazione scientifica del lavoro". La "Gazzetta del Popolo" diretta da Ermanno Amicucci riflette il modello consumista: fotografie, inserti e rubriche, concorsi, consigli per il tempo libero, ottimismo ad oltranza.

Nel triennio 1930-1932, la SIP lancia quattro campagne per la diffusione di massa di alcuni elettrodomestici, sperimentando le tecniche americane della consegna a domicilio, degli sconti, del pagamento a rate.

Il tentativo "consumista" della SIP fallisce. L'onda calante del ciclo sospinge il capitalismo italiano verso le secche dell'austerità e dell'autarchia. Il gruppo torinese crolla sotto il peso dell'immane debito contratto negli anni del frenetico sviluppo.

Prevale il gruppo Edison, collegato alla elettrosiderurgia e alla elettrochimica in sviluppo grazie all'aumentato fabbisogno di concimi azotati, richiesto dalla "battaglia del grano".

L"'americanismo" della SIP è in parte percepito da Antonio Gramsci. Il dirigente del PC d'I, che si interroga su quali forze possano dar corpo ad un tentativo "fordista" in Italia, rileva una polemica di Carlo Pagni contro Massimo Fovel su "La Riforma Sociale" del 1929.

Fovel, esemplare non raro di trasformismo, ex repubblicano, ex giolittiano, ex ordinovista, era approdato, col fascismo, alla corte ferrarese di Italo Balbo e a quella torinese di E. Amicucci.

Nel 1929 pubblica un libro su "Economia e corporativismo" che traduce in linguaggio fascista il modello fordista, prospettando un corporativismo moderno, fondato sul management scientifico, su costi di produzione decrescenti, salari e consumi più alti, risparmio operaio crescente, profitti più elevati, contenimento relativo del ceto medio favorito dal meccanismo dei titoli di Stato e dalla rivalutazione.

Le tesi di Fovel, i cui legami con la SIP sono esplicitamente indicati da Gramsci, sono attaccate da C. Pagni, un bocconiano al servizio dell'Assolombarda. Se aumentassero i redditi degli operai, dice Pagni, si avrebbe un aumento del consumo alimentare e non dei manufatti e questo avrebbe interrotto il "circuito virtuoso" proposto da Fovel.

Nel 1934 "La Riforma Sociale" è sede di un'altra polemica, stavolta tra il presidente della Edison Giacinto Motta e Luigi Einaudi.

Motta giustifica il livello delle tariffe elettriche rilevando che esse incidono sui bilanci familiari meno della spesa per vino, tabacco o trasporti. Einaudi nega validità a questo metodo comparativo per stabilire i prezzi, contrapponendovi il "giusto" prezzo determinato dalla libera concorrenza. Nella sua controreplica Motta liquida come "socialista" l'economista di Dogliani, e alla "difesa del consumatore " contrappone la "difesa del produttore".

Sono punzecchiature tardive di una vicenda già chiusa con la crisi della SIP del 1933.

La vittoria dello schieramento elettrico-chimico-agrario rimanderà al secondo dopoguerra la realizzazione di un modello americanista di produzione e consumo.

 

I TEMPI DELA CRISI DEL PARLAMENTARISMO

(LC 203 – LUG.1987)

Nel 1972 si verificò lo scioglimento anticipato del parlamento italiano. Fino allora le elezioni avevano mantenuto la loro regolare cadenza quinquennale.

In seguito, nessuna delle legislature fu portata a compimento e la loro durata è scesa ai quattro e perfino ai tre anni. Nessuna delle coalizioni tentate dopo il 1972 nel legislativo e nell'esecutivo--centro-destra, centro-sinistra, solidarietà nazionale, pentapartito--è riuscita ad evitare l'interruzione prematura dei lustri parlamentari.

Nell'articolo su "Lotta Comunista" del maggio 1972, "La crisi irrimediabile del parlamentarismo", si coglieva lo spunto delle prime elezioni anticipate per sviluppare l'analisi del carattere determinato della crisi di squilibrio.

Era definito "illusorio" il tentativo di risolvere lo squilibrio e "inutile" la ricerca di un "equilibrio anche temporaneo" attraverso le elezioni generali.

La crisi del parlamentarismo è infatti "una manifestazione e non la causa" della non corrispondenza tra la sovrastruttura statale e le tendenze fondamentali dell'economia capitalistica.

Se è vero che i partiti parlamentari e le loro correnti esprimono gli interessi particolari del le frazioni borghesi e le loro linee specifiche verso la classe operaia oltre che l'interesse generale della borghesia, dove e perché sorgono lo squilibrio e i suoi risvolti parlamentar-elettorali? L'ideologia corrente risponde solitamente cercando l'origine delle contraddizioni della politica nella politica stessa, nelle lotte di potere, nelle formule o nei programmi di governo, nei meccanismi istituzionali.

L'applicazione della dialettica marxista alla società italiana ci permise di andare oltre la crosta delle apparenze e di individuare, alla base dello squilibrio del sistema, un determinato "modello di ripartizione del plusvalore" corrispondente a una determinata "combinazione di rapporti sociali" tra le classi e le loro frazioni.

Nella produzione e nella circolazione, il capitale sociale è continuamente scisso in capitale costante, capitale variabile e plusvalore, che a sua volta è frazionato tra il profitto industriale, il profitto commerciale, la rendita, l'interesse e l'imposta. Il peso quantitativo di ognuna di queste quote e il loro reciproco rapporto di forza economica esprimono una combinazione sociale con caratteri essenziali di lunga durata, forgiata dalla specifica storia delle lotte fra le classi, della formazione del capitale e dello Stato, dalla specifica collocazione nel mercato mondiale e nel sistema degli Stati.

I partiti parlamentari sono il riflesso di questo rapporto reciproco tra le classi e le frazioni. A differenza delle organizzazioni di categoria, delle associazioni sindacali e professionali, i partiti hanno la funzione specifica di unificare ideologicamente gli interessi contrastanti, di amalgamare con la cultura, con simboli, con idee forza ciò che il meccanismo di accumulazione scinde e disgrega.

Questo carattere dei partiti borghesi rende indispensabile un impegno costante del partito leninista sul fronte ideologico, per intrecciare l'azione con la coscienza, la lotta quotidiana con la volontà scientifica di conoscenza dell'intero processo della prassi sociale.

A cavallo tra l'800 e il '900 emersero tesi che ipotizzavano, in contrapposizione al ruolo dei partiti, la formazione di movimenti su determinati obiettivi. Ma la stessa creazione di un movimento pone l'esigenza della sua unificazione, anche solo temporanea, sul piano ideologico, ossia l'elaborazione e la divulgazione, secondo una definizione di Lenin, di "formule e sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera sostanza".

La possibilità che dei movimenti soppiantino temporaneamente la forma parlamentaristica di partito non modifica l'essenza della questione. Anche nella forma non parlamentaristica di Stato, nella forma fascista, il partito politico deve esercitare il ruolo di omogeneizzatore ideologico, attraverso la mistificazione corporativa, l'esaltazione nazionalistica o il fanatismo razziale.

Se l'ideologia è il mastice degli interessi, che quindi non si presentano mai allo stato puro, la dialettica è lo strumento per sbrogliare la matassa, trasformando la politica da vaneggiamento metafisico in lotta e scienza.

Nell'articolo del 1972 si formulava una legge generale della politica: "ad ogni modello di ripartizione del plusvalore corrisponderà un determinato sistema di partiti e non viceversa".

Un singolo partito può interpretare particolari e limitati interessi, ma il sistema dei partiti abbraccia l'intera combinazione dei rapporti sociali.

Il sistema partitico italiano sedimentato nel secondo dopoguerra ha riflettuto un meccanismo di ripartizione del plusvalore tra le frazioni borghesi, che aveva il suo elemento stabilizzatore nella compressione dei salari, resa agevole dall'abbondante mercato della forza lavoro.

L'influenza del PCI e la natura del suo interclassismo apparirebbero come una misteriosa anomalia o una bizzarria latina se non venissero collegate a questo meccanismo sociale, sfavorevole ai salariati.

Il sistema dei partiti parlamentari entra in crisi quando il fattore stabilizzante della compressione dei salari è scosso per effetto dello stesso sviluppo capitalistico che ha permesso l'espansione del grande capitale industriale, inserito nel mercato mondiale.

La crisi di squilibrio è, in definitiva, la crisi di quel modello di ripartizione del plusvalore.

Gli economisti borghesi esagerarono e drammatizzarono l'incremento della quota dei salari nella "distribuzione del reddito". La loro polemica antioperaia fu in sostanza accolta, anche se rovesciata, da alcune correnti anglosassoni di matrice spontaneista che teorizzarono la possibilità che l'incremento salariale potesse mutare le proporzioni tra le quote del capitale, al punto di provocare una crisi rivoluzionaria del capitalismo. Si trattava in pratica di una riedizione delle tesi dei sindacalisti rivoluzionari che negavano il ruolo del partito rivoluzionario, mitizzavano lo sciopero economico generale, rifiutavano il marxismo preannunciandone la decomposizione, senza con ciò riuscire ad evitare il proprio disfacimento dietro i richiami del movimentismo nazionalista.

Il vero mutamento nel meccanismo di riproduzione del capitale è stato che all'aumento della massa del plusvalore corrispose una crescita ancor più veloce del parassitismo sociale: "il tasso di crescita del parassitismo--si diceva--è più alto del tasso di sviluppo industriale".

Lenin analizza questo fenomeno della fase imperialistica e lo definisce "imputridimento". Trotsky, erroneamente, fa coincidere "imputridimento" e "stagnazione". Lenin vede dialetticamente che nell'imperialismo coesistono la putrescenza delle metropoli e lo sviluppo estensivo delle forze produttive sul mercato mondiale.

Proprio il prolungato ed intenso sviluppo capitalistico è stato la condizione di mutamento del meccanismo di ripartizione del plusvalore nella metropoli italiana. E successo però che il massimo vantaggio da tale sviluppo sia stato tratto dalla rendita, dall'interesse, dal profitto commerciale e dall'imposta, fino a determinare i fenomeni recessivi del 196364.

Il capitale industriale non è stato in grado di coalizzare una combinazione di frazioni capace di ridurre il parassitismo sociale. Non è accaduto cioè quello che si era verificato in altri momenti storici, quando la borghesia industriale era riuscita a sconfiggere gli agrari. La contraddizione non si è risolta in uno scontro tra le frazioni ma è rimasta e si è aggravata.

La politica imperialistica sui salari è stata un tentativo di aggirare lo scoglio, intensificando l'estrazione di plusvalore relativo, che fini' per dare nuovo alimento al parassitismo e per accentuare lo squilibrio.

Si diceva nell'articolo citato che la crisi di squilibrio determinata da questa evoluzione del processo economico-sociale era "destinata a durare a lungo" perché la contraddizione è aggrovigliata ed esasperata dalla patologia imperialistica.

In altre crisi di squilibrio, si precisava, la chiave risolutiva per ristabilire un equilibrio era stata data dall'indirizzo che una frazione riusciva ad imprimere allo Stato. Il problema è reso oggi più complesso dal fatto che sul corpo sociale ha proliferato con ritmo incalzante e incontrollato un gigantesco apparato burocratico dello Stato.

Il parassitismo della burocrazia accompagna, sostiene e protegge le altre frazioni del parassitismo sociale condividendone la voracità e le ideologie.

Si notava, perciò, che lo Stato si stava sempre più configurando come "uno Stato burocratico del parassitismo sociale italiano e non come lo Stato burocratico del grande capitale industriale".

Il grande capitale, dovendo risolvere il problema di fondo di una effettiva "conquista dello Stato", non si poteva limitare ad avere uomini propri nell'esecutivo. Si ipotizzava perciò la necessità per la grande borghesia industriale di un movimento riformistico "dal basso", teso alla "riforma" dello Stato, come mezzo per modificare la ripartizione del plusvalore.

In questa contraddizione si deve sviluppare il partito leninista, lottando sullo sfondo di un imputridimento sociale e politico dilagante, per colmare il ritardo tra la scienza e il movimento reale.

 

I TEMPI DEI FATTORI ESTERNI CONDIZIONANTI

(LC 204 – 205 – AGO-SET. 1987)

Nel corso della nostra analisi della crisi di squilibrio italiana, è costante il riferimento e il confronto con la dinamica e la storia dell'imperialismo mondiale.

Solo in questo confronto è stato possibile definire la "specificità" della crisi italiana, la "specificità" della forma politica di partito in Italia, la "specificità" del rapporto tra struttura e sovrastruttura nella metropoli italiana.

Nell'articolo di "Lotta Comunista" del luglio-agosto 1972 dal titolo "Imperialismo mondiale e crisi italiana" veniva sintetizzata l'impostazione metodologica della nostra analisi strategica.

La interdipendenza tra situazione internazionale e situazione italiana è ovvia, si diceva. Una tale affermazione di principio ha valore se è sostanziata dall'analisi marxista dei caratteri dell'interdipendenza stessa. Altrimenti, il principio degrada a luogo comune.

Non ci si può nemmeno limitare alla formula del rapporto dialettico tra fattori internazionali e nazionali. Priva della descrizione concreta di questa dialettica, l'affermazione si riduce ad una banalità eclettica.

In che cosa consiste la reciprocità, l'interdipendenza tra situazione internazionale e nazionale? La risposta data nell'articolo del 1972 era: "la crisi di squilibrio che si è venuta a determinare in Italia è un aspetto specifico, particolare delle lotte internazionali delle classi e delle lotte delle classi internazionali".

Anche qui è necessario precisare. In un mercato mondiale, dove la divisione internazionale del lavoro è spinta in tutti i campi, sono coinvolte nelle lotte internazionali, insieme alla borghesia industriale e finanziaria ed al proletariato, anche le frazioni agrarie della borghesia.

Questo è uno degli aspetti del contenzioso attuale fra gli Stati Uniti e il Giappone. C'è una lotta nel partito liberal-democratico giapponese tra frazioni liberiste e frazioni protezioniste, che non riguarda solo l'alta tecnologia, l'elettronica o l'auto ma anche i prodotti agricoli, come il riso. L'esito di questa lotta riguarda anche l'Italia: se prevarranno in Giappone le tendenze liberiste, ne potranno trarre vantaggio, accanto agli agricoltori americani, anche gruppi agrari europei.

La crisi di squilibrio è un prodotto italiano delle battaglie che si aprono sul mercato internazionale. Lo Stato italiano si dimostra inadeguato alle esigenze delle frazioni capitalistiche più proiettate nei traffici mondiali e più costrette a partecipare alle lotte mondiali: lotte contro il proletariato internazionale, lotte contro le altre frazioni dell'imperialismo per la ripartizione del plusvalore su scala planetaria.

In un processo di accumulazione divenuto internazionale, l'efficienza dello Stato si misura su quella scala di grandezza.

In occasione dei vertici delle potenze occidentali, che costituiscono momenti di lotta politica e finanziaria, la frazione italiana dimostra, ancora oggi, difficoltà di espressione. La "seggiola vuota" di Parigi, oppure il cambio di guardia a Palazzo Chigi alla vigilia del vertice di Venezia, sono solo le manifestazioni più plateali dei ritardi dello Stato italiano.

Il grado di influenza del processo mondiale sulle singole zone e sugli Stati, ossia la particolare combinazione tra fattori "interni" e fattori "esterni", dipenderà in ogni paese soprattutto dal suo tasso di sviluppo e dal suo peso relativo nell'economia mondiale.

Nel 1972 l'articolo citato precisava così la natura dell'interdipendenza: "se il paese meno sviluppato è il paese più soggetto all'imperialismo è anche, però, il paese dove il fattore internazionale può essere meno prevalente, mentre il paese più sviluppato, anche se è meno soggetto politicamente all'imperialismo, è an che, però, il paese dove sempre più prevalente diventa il fattore internazionale".

Da queste premesse derivano alcune fondamentali conseguenze per la teoria marxista dello Stato.

Se è il processo mondiale a determinare "i fronti, la quantità e l'intensità" delle lotte borghesi e se questo processo è dinamico e costantemente sovrastato dall'ineguale sviluppo delle sue componenti settoriali, territoriali e di classe, deriva che lo Stato borghese deve continuamente adeguarsi a questa dinamica.

Lo Stato capitalista deve conformarsi all'influenza mutevole delle lotte tra le classi internazionali e fra le loro frazioni.

La dinamica politica è, in ultima istanza, data dalla dinamica del mercato mondiale. Le forme politiche sono espressioni del costante tentativo delle frazioni che devono adattare le sovrastrutture alle molteplici combinazioni e gradazioni del le lotte internazionali. E questo, si sottolineava, "il contenuto essenziale della lotta po litica capitalistica".

Concepire lo Stato solo come espressione delle lotte delle classi locali è un grave errore, proseguiva l'articolo. Una siffatta idea riflette una "concezione statica della natura dello Stato capitalistico e una concezione meccanica del rapporto tra la struttura e la sovrastruttura ".

Se, per assurdo, si astraesse dal fattore "esterno", dallo sviluppo mondiale della accumulazione e delle lotte interborghesi, si avrebbe uno Stato che sarebbe l'espressione di un equilibrio sociale e politico tra la classe dominante e la classe dominata nell'ambito nazionale. Un tale tipo di Stato non è mai esistito, si affermava.

Partendo dal mercato mondiale e dagli scontri che lo movimentano, il marxismo ha respinto una concezione meramente "nazionale" dello Stato nazionale, e perciò ha potuto cogliere ed analizzare il ruolo dello Stato imperialistico. L'opera teorica di Lenin ha instancabilmente intrecciato lo studio della dialettica, dell'imperialismo e dello Stato.

I processi rivoluzionari del Quarantotto, della Comune di Parigi e dell'Ottobre russo furono innescati dalle lotte di classe internazionali che ruppero gli equilibri interni.

Se, per assurdo, fossero immaginabili movimenti e lotte delle classi solo "interni", si avrebbe il paradosso che la massima stabilità dello Stato corrisponderebbe alla situazione della stagnazione economica.

Lo sviluppo e la prevalenza in Italia di una linea riformistica non possono essere analizzati prescindendo dal campo internazionale.

Si ricordava nell'articolo che già nei primi anni '60 la nostra critica si rivolgeva contro la sterile e miope interpretazione del riformismo, di matrice spontaneista. Si trattava di tesi che vedevano il riformismo del grande capitale come un "piano" di conservazione del sistema dagli assalti rivoluzionari della classe operaia, quindi come una politica determinata esclusivamente dai rapporti tra borghesia e proletariato in Italia. Il riformismo era, secondo queste tesi, un congegno sorto per assorbire, per "integrare" il proletariato, per cloroformizzare le sue energie anticapitalistiche.

"Il riformismo--si rispondeva--può essere anche questo, ma in nessun modo e in nessun momento può essere soprattutto questo".

Se bastasse una linea riformista per affossare un'ondata rivoluzionaria, ciò significherebbe o che l'ondata in questione è solo apparente oppure che ogni rivoluzione proletaria è condannata in partenza alla sconfitta. E questa la conseguenza liquidatoria di una semplicistica e massimalistica rappresentazione del riformismo.

Non esiste sistema capitalistico che non abbia le risorse e le capacità di usare la metamorfosi riformista come sua ancora di salvezza se la tempesta sociale e politica resta confinata al suo interno.

Dalla constatazione astratta di tale capacità nei paesi dell'Occidente capitalistico, Gramsci ricavò la teoria della "guerra di posizione" da applicare in Italia, in alternativa al Ia "guerra di movimento" dei bolscevichi.

La tesi di Gramsci è la dimostrazione che un'analisi esclusivamente nazionale, proprio mentre pretende di essere la più concreta e la più corrispondente alle "originalità" locali, si rivela in realtà la più astratta ed evanescente perché avulsa dai reali movimenti internazionali.

L'esperienza russa dimostrò che reazione e riformismo si sono incessantemente intercambiati e combinati nei tentativi di soggiogare il movimento rivoluzionario.

La gradualistica "guerra di posizione" è una falsa risposta alla vana discussione sui "margini riformistici". Per la classe rivoluzionaria non esistono surrogati alla lezione leniniana dell"'Estremismo", alla necessità di apprendere "la scienza dell'offensiva e la scienza della ritirata".

Il riformismo è in Italia, continuava l'articolo, la linea generale dell'imperialismo perché è la linea imposta dalle lotte internazionali.

Esso rappresenta lo sforzo per adattare la condizione interna alla dinamica del mercato mondiale. E il tentativo di trasformare lo Stato in mezzo adatto ad affrontare battaglie di portata internazionale. E riformismo imperialistico.

Nella situazione in cui le lotte economiche e politiche interne riflettono, anche limitatamente, le lotte internazionali, il partito-scienza diventa imprescindibile bisogno, teorico e pratico, della classe operaia.

 

I TEMPI INTERNAZIONALI DELLO STATO

(LC 206 – OTT.1987)

La linea riformistica del grande capitale industriale in Italia è, in ultima istanza, determinata dalle tendenze di sviluppo dell'imperialismo mondiale e dalle lotte internazionali delle classi. La metropoli italiana è costretta dalla sua maturazione imperialistica a "riformare" il suo Stato per trasformarlo in un mezzo di combattimento adatto alla competizione tra potenze.

Questa conclusione emergeva dalla prima parte dell'articolo "Imperialismo mondiale e crisi italiana" ("Lotta Comunista", luglio-agosto 1972).

Si poneva un quesito che resta tuttora aperto: se i fattori costrittivi esterni che forzano la sovrastruttura politica italiana non siano uno dei motivi fondamentali che tengono aperta la crisi di non corrispondenza.

Si può affermare che la formazione dello Stato capitalistico italiano è in massima parte il risultato della forzatura internazionale sulla politica interna.

Il periodo napoleonico fu caratterizzato dal tentativo della nascente potenza francese di dominare il continente e di entrare nelle zone europee a basso sviluppo capitalistico come l'Italia. Il dominio napoleonico su buona parte della penisola agì anche come un fattore di accelerazione dello sviluppo capitalistico italiano.

Questo periodo di guerre regionali, tra coalizioni guidate dalle borghesie francese e inglese con Stati non ancora sviluppati capitalisticamente, si concluse con il Congresso di Vienna del 1815 da cui scaturì l'assetto della Restaurazione.

Questa "Yalta" dell'800 garanti' circa un trentennio di relativa stabilizzazione del sistema degli Stati europei, fino al 1848 che segnò la ripresa dei movimenti borghesi per la formazione degli Stati nazionali.

Epicentri di coagulo furono prima la Germania e poi l'Italia. In Germania si sviluppò un movimento politico nazionale che a partire dal 1828 cercò di adattare le forme statali allo sviluppo economico, attraverso le Unioni doganali, lo Zollverein, la rete ferroviaria nazionale.

In Italia, il movimento fu molto più arretrato di quello tedesco. A maggior ragione, possiamo considerare le vicende della formazione dello Stato italiano come un processo politico imposto dalla formazione europea, dal mercato dell'epoca, dai movimenti politici che quel mercato stava determinando. Se, per ipotesi, la situazione italiana di metà 800 si fosse svolta in una diversa cornice europea, l'unificazione nazionale del mercato e dello Stato, con ogni probabilità, avrebbe avuto un ulteriore ritardo.

Questa, d'altra parte, non sarebbe stata una novità per l'Italia. La produzione capitalistica vi nacque prima che altrove ma, ricorda Marx nel "Capitale", "quando la rivoluzione del mercato mondiale dopo la fine del XV secolo distrusse la supremazia commerciale dell'Italia settentrionale, sorse un movimento in direzione opposta".

Le nuove rotte tracciate dal le scoperte geografiche determinarono la regressione degli embrioni capitalistici e la mancata unificazione nazionale. Era il mercato mondiale a dettare legge, ed invano la genialità di Machiavelli ricercava il rimedio nelle qualità del suo "Principe".

La formazione dello Stato tedesco si presenta come l'elemento dirompente della seconda metà dell'800, mentre due imperi, quello austriaco e quello ottomano, iniziano a vacillare sotto le spinte dei movimenti nazionali. La Francia -esempio di non meccanicismo del rapporto tra struttura e sovrastruttura- pur non essendo molto sviluppata, dispone di uno Stato unitario lungamente collaudato.

La Francia, e soprattutto l'Inghilterra, tendono a favorire la formazione di uno Stato unitario italiano che possa entrare nel sistema di equilibrio europeo di potenza. A queste tendenze si aggancia l'iniziativa del piemontese Cavour che sfrutta la bilancia di potenze provocata dall'entrata in scena dello Stato tedesco.

E un altro esempio di linea imposta dall'esterno. Conferma la necessità dell'analisi di seguire le tendenze di sviluppo internazionali per comprendere le linee obbligate dell'imperialismo italiano.

La seconda parte dell'articolo citato del 1972 era appunto dedicata alla puntualizzazione delle pnncipali linee di tendenza dell'imperialismo emerse nel quindicennio 1955-1970.

Tre aspetti erano sottolineati .

In primo luogo, lo "sviluppo estremamente ineguale" delle metropoli: in 15 anni, il PNL del Giappone si era moltiplicato per 8, quello della Germania per 4, il francese per 3,9, l'italiano per 3,8, l'inglese per 2,2, quello degli USA per 2,4.

La seconda tendenza, diretta conseguenza della prima, consisteva nei numerosi "mutamenti relativi tra le potenze imperialistiche": in soli 10 anni (1960-1970) gli USA avevano ridotto la loro quota sulla produzione industriale complessiva di Europa Occidentale, Giappone e USA dal 45,4% al 40,9%, mentre il Giappone saliva dal 3,6% al 7%.

La terza tendenza riguardava l'Italia che nel quindicennio aveva recuperato terreno rispetto agli USA e alla Gran Bretagna, aveva marciato al passo della Francia e della Germania ed era indietreggiata nel confronto con il Giappone.

Si individuavano tre ritmi di sviluppo delle metropoli: uno lento di Stati Uniti ed Inghilterra, un ritmo sostenuto di Germania, Francia e un ritmo forte del Giappone.

La differenziazione dei ritmi di sviluppo è stata la premessa dell'aspra lotta interimperialistica e della ristrutturazione che connoteranno i successivi anni '70 ed '80.

Si osservava infatti che altri due fenomeni operavano, a breve termine, e contribuivano ad esasperare la concorrenza imperialistica aprendo "una nuova fase di scontri per una nuova ripartizione del mercato mondiale": la decrescenza dei ritmi di sviluppo e il rallentamento del commercio mondiale. Queste tendenze, si precisava, non sono irreversibili e si escludeva che potessero generare "il rallentamento o la stagnazione della diffusione del capitalismo su scala mondiale a lunga scadenza".

In definitiva--si affermava -- la tendenza dell'imperialismo dipenderà dall'evoluzione di tutto il mercato mondiale, prioritariamente dallo sviluppo estensivo delle aree di giovane capitalismo, in combinazione con l'eccedenza di capitali che si crea nelle metropoli.

Veniva quindi assunto il concetto di "ritmo combinato" tra la diffusione del capitalismo nelle immense zone della disgregazione contadina mondiale e il movimento internazionale di merci e capitali.

Questo concetto si ricollegava alla teoria di Lenin secondo cui lo sviluppo capitalistico endogeno è un processo molecolare relativamente autonomo, in contrapposizione alla tesi luxemburghiana degli sbocchi precapitalistici.

I processi di diffusione del capitalismo, si affermava, sono difficilmente quantificabili in tutta la loro complessità su scala mondiale: essi non si manifestano in forma rettilinea ma sono accompagnati dai fenomeni della duplicità delle classi, del le figure sociali composite o di passaggio, come i contadini che diventano semiproletari.

Lenin non si limitò ad analizzare la superficie dei mutamenti sociali, ossia i cinque milioni di appartenenti alle classi moderne, ma estese il suo studio ai venti milioni che costituivano l'universo della forza lavoro disponibile in Russia.

Lo Stato italiano deve portarsi all'altezza dei crescenti scontri interimperialistici. La soluzione alla crisi di squilibrio, da un punto di vista prettamente nazionale, "sembra quasi impossibile", si diceva.

L'esorbitante parassitismo, consentito dalla partecipazione italiana alla ripartizione del plusvalore mondiale, corrode e frantuma ogni tentativo di riforma dello Stato. Si ha il paradosso che la stessa maturazione imperialistica, che determina l'esigenza riformistica, produce con ancora maggiore energia i suoi demolitori.

"La soluzione non è in Italia, né può esservi in futuro", si affermava.

Invece -si continuava- saranno i fattori esterni ad accentuare la loro prevalenza sul la metropoli italiana, per tre motivi.

In primo luogo, perché la lotta interimperialisttca tende a polarizzarsi nella forma dei blocchi imperialistici, tipo MEC. Questa ipotesi non si è verificata, anche se non può essere esclusa definitivamente. Il blocco regionale agricolo CEE non è stato esteso negli altri settori.

In secondo luogo, si ipotizzava una crescente difesa protezionistica dei mercati regionali.

Infine--si diceva--i gruppi imperialistici italiani sono diretti dal blocco europeo. Pure questa ipotesi non ha trovato conferma, perché l'internazionalizzazione dei gruppi italiani è maggiormente caratterizzata dalle alleanze con i gruppi americani.

Complessivamente, la CEE non ha potuto imporre una disciplina politica ai suoi membri, anche se ha avuto la forza di determinare la forma statale democratica alla Spagna e alla Grecia.

La mancata affermazione di un fattore costrittivo europeo sull'Italia ha avuto l'effetto di prolungare la crisi di squilibrio, aggravando il divario tra lo Stato italiano e i suoi concorrenti nella contesa imperialistica.

 

I TEMPI DEL MERCATO ELETTORALE

(LC 207 – NOV.1987)

La secolare battaglia dei comunisti contro l'illusione e l'inganno del parlamentarismo e delle sue parate elettorali non ha impedito al marxismo di sviluppare l'analisi più puntuale e chiarificatrice dello stesso fenomeno elettorale.

Alla fine del 1960, nel l'articolo di "Azione Comunista" dedicato ai risultati del voto amministrativo del 6 novembre di quell'anno, venivano precisati alcuni aspetti di metodo e di strategia.

"In Italia - si diceva - la classe dirigente attraverso la consultazione elettorale fa una specie di "ricerca di mercato" da cui trae indicazioni per far prevalere l'una o l'altra tattica di politica sociale all'interno della stessa classe dominante".

Macchine e organi sensori di questa prova generale sono i partiti che "nella loro gamma rappresentano il ventaglio di tutte le soluzioni possibili per la conservazione del sistema sociale".

"Il problema fondamentale" che attraverso le elezioni le frazioni borghesi devono risolvere - si insisteva - è l'elaborazione di una tattica e di una forma governativa capace di garantire il dominio più efficace sulla classe operaia ed il controllo degli strati intermedi.

Le elezioni sono dunque viste come un sondaggio degli umori e delle aspirazioni degli strati profondi, entro i margini ammessi dall'ideologia e dagli interessi unitari della classe dominante.

In questo senso, il "mercato elettorale" è sempre esistito e non costituisce la novità teorizzata da alcuni studiosi di sociologia elettorale che contrappongono un'ipotetica crescita del moderno e dinamico "voto di opinione" al declino dell' "arcaico e immobile" voto ideologico o clientelare.

Questo carattere di "ricerca di mercato" del voto si è nettamente palesato dopo le recenti elezioni anticipate.

Carlo De Benedetti, sin dalle prime proiezioni della Doxa, non ha esitato ad attribuire l'alloro della vittoria al PSI, pur essendo il "patron" di "Repubblica", il quotidiano che maggiormente ha osteggiato il partito di Craxi.

Raul Gardini, leader del gruppo Ferruzzi, all'indomani delle elezioni ha conferito il "marchio di qualità" al voto "Verde", dichiarando di aver votato per quella lista. La corrente "Verde" si presta bene a combinare le ideologie dell'opulenza, espresse dal crescente parassitismo italiano, e la riedizione imperialistica dell'ideologia fisiocratica, con cui il secondo gruppo privato nobilita i programmi del suo impero agro-chimico.

Le elezioni amministrative del 1960 si svolsero - si dice nell'articolo - mentre all'interno dei grandi gruppi capitalistici italiani si delineavano sempre più due schieramenti: da una parte gruppi che miravano ad un allargamento del mercato dei beni di consumo durevoli, dall'altra settori a bassa produttività, in cui l'accumulazione era fondata sul basso salario.

I gruppi tecnicamente più evoluti, come la FIAT e l'ENI, stavano predisponendo e finanziando quella "grossa operazione tattica" chiamata "centro-sinistra".

Per essi - si notava - l'obiettivo di una progressiva espansione della capacità d'acquisto del mercato costituiva una doppia necessità.

Necessità economica, corrispondente alla loro alta produttività e all'esigenza di controllare i processi di concentrazione del capitale in Italia, in alcuni settori chiave come la chimica.

Necessità politica, sollecitata dal clamore dei movimenti del luglio 1960. Divampati fuori dal controllo dei partiti opportunisti, quei moti spontanei dimostravano che la classe operaia non era più controllabile con i soli apparati repressivi né con la sola demagogia massimalista del PCI, ma che ormai andava arginata con la corruzione riformistica collegata all'espansione salariale.

Gli strumenti politici per questa operazione erano le correnti di Pietro Nenni nel PSI e di Giuseppe Saragat nel PSDI, impegnati ad architettare l'unificazione socialista, e, nella DC, le correnti di "Base", collegata al l'ENI, e la componente fanfaniana di "Iniziativa democratica", raggruppamento legato al capitalismo di Stato, l'IRI in particolare.

Come si collocava il PCI nell'operazione del "centro sinistra"? Il PCI - scrivevamo - non serve per ora direttamente. Il ruolo assegnatogli era piuttosto quello di raccogliere gli scontenti, i salariati ancora tagliati fuori dai benefici di un mercato in via di graduale allargamento.

Il compito del PCI non si esauriva qui. Si ipotizzava, intanto, che "l'operazione neogiolittiana del centro-sinistra" avrebbe progressivamente assorbito anche il PCI, a condizione che i rapporti con il capitalismo di Stato sovietico continuassero a svilupparsi nel quadro della "coesistenza pacifica". Analogo è oggi il destino del PCI, trattato con rabbuffi o moine, a seconda che prevalgano i rigori della nuova contesa imperialistica o l'incerta brezza della "glasnost" gorbacioviana.

Vedevamo la chiusura della porta al PCI come una preclusione dinamica e non statica.

In una situazione di lotta tra le frazioni borghesi, "i gruppi neocapitalisti", non avendo ancora la forza di imporre la loro direttrice di marcia, "usano la preclusione anti-PCI come arma di pressione, di ricatto... e, a volte, di difesa nella lotta che li contrappone ai gruppi conservatori", come gli elettrici, capitanati dalla Edison.

Il PCI veniva ad essere una componente tattica nel la lotta in corso, usata in un senso o nell'altro, ora paventato come scomodo ma possibile fiancheggiatore massimalista dai gruppi riformisti, ora preso a pretesto di irrigidimento dai gruppi conservatori.

Il PCI, a sua volta, entrava nel gioco politico come "l'alfiere di una variante della strategia del centro sinistra denominata "via italiana al socialismo" contro la sua apparente esclusione".

In questa polemica il PCI rappresentava " interessi ristretti di burocrazia e interessi generali dell'espansione economica dell'imperialismo sovietico".

Infatti, i gruppi che in Italia patrocinavano l'operazione riformista erano anche i promotori di una forte corrente di scambio commerciale con l'URSS e di esportazione di capitale nell'Est europeo.

Per questi motivi il PCI non poteva che oscillare tra "il polo della pressione e il polo dell'opposizione funzionale".

Il gruppo Edison non aveva invece interesse ad operazioni di espansione verso l'URSS ma alla conservazione dei suoi impianti in Italia, minacciati dalla nazionalizzazione.

Altri gruppi, come i tessili, che fondavano essenzialmente sulla compressione salariale la loro capacità esportativa verso il MEC e gli USA, gravitavano nello schieramento Edison. Ma una espansione del mercato interno poteva costituire anche per loro una prospettiva appetibile.

La tendenza generale di sviluppo del capitalismo italiano - si sosteneva - è quella riformistica. In questo processo, Torino faceva da battipista. Le componenti più riluttanti della "multipolare" Lombardia si sarebbero aggregate.

"Centro destra" e "centro sinistra", si precisava, sono formule e tattiche che riflettono nella superficie sovrastrutturale della politica economica, sociale e salariale "due fondamentali stadi di sviluppo capitalistico".

Entrambe queste linee hanno il loro cardine all'interno della DC che è il principale strumento delle lotte e dell'unificazione tra le frazioni borghesi e che, all'epoca, esprime il centrismo, formula di compromesso e di equilibrio fra le due tendenze contrastanti.

 

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Ultima modifica 12.09.2001