Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico*1

Immanuel Kant (1784)


Traduzione di Gioele Solari (†1952)


INDICE
    TESI PRIMA. — Tutte le disposizioni naturali di una creatura sono destinate un giorno a svolgersi in modo completo e conforme al loro scopo.

    TESI SECONDA. — Nell'uomo, che è l’unica creatura razionale della terra, le naturali disposizioni, dirette all'uso della sua ragione, hanno il loro completo svolgimento solo nella specie, non nell'individuo.

    TESI TERZA. — La natura ha voluto che l’uomo traesse interamente da se stesso tutto ciò che va oltre la costituzione meccanica della sua esistenza animale e che non partecipasse ad altra felicità o perfezione se non a quella che egli stesso, libero da istinti, si crea con la propria ragione.

    TESI QUARTA. — Il mezzo di cui la natura si serve per attuare lo sviluppo di tutte le sue disposizioni, è il loro antagonismo nella società, in quanto però tale antagonismo sia da ultimo la causa di un ordinamento civile della società stessa.

    TESI QUINTA. — Il più grande problema alla cui soluzione la natura costringe la specie umana è di pervenire ad attuare una società civile che faccia valere universalmente il diritto.

    TESI SESTA. — Questo problema è ad un tempo il più difficile e quello che la specie umana impiega più tempo a risolvere.

    TESI SETTIMA. — Il problema di instaurare una costituzione civile perfetta dipende dal problema di creare un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi, e non si può risolvere îl primo senza risolvere il secondo.

    TESI OTTAVA. — Si può considerare la storia della specie umana nel suo insieme come l'effettuazione di un occulto piano della natura per porre in essere una costituzione politica internamente (e a questo scopo anche esteriormente) perfetta, come l'unica condizione di cose in cui essa può pienamente sviluppare tutte le sue disposizioni in seno all'umanità.

    TESI NONA. — Un tentativo filosofico di costruire la storia universale secondo un disegno della natura, in vista della perfetta unione civile nella specie umana, deve ritenersi possibile e nel tempo stesso deve considerarsi mezzo efficace per affrettare questo fine della natura.

Qualunque sia il concetto che, anche da un punto di vista metafisico, possiamo farci della libertà del volere, non v'è dubbio che le sue manifestazioni, cioè le azioni umane, sono determinate da leggi naturali universali così come ogni altro fatto della natura. La storia, che si propone di narrare queste manifestazioni, per quanto profondamente occulte possano essere le loro cause, fa tuttavia sperare di essere in grado di scoprire nel gioco della libertà umana, considerato in grandi proporzioni, un ordine per cui ciò che nei singoli individui si rivela confuso e irregolare, nella totalità della specie possa riconoscersi come sviluppo continuato e costante, anche se lento, delle sue tendenze originarie. Così i matrimoni, le nascite che ne derivano, le morti, che sono fatti in così larga misura influenzati dalla libera volontà umana, non sembrano sottoposti a regola alcuna che permetta di calcolarne in precedenza il numero; eppure le registrazioni annuali compiute nei grandi paesi dimostrano che tali fatti avvengono secondo leggi naturali costanti al pari delle variabili condizioni atmosferiche, le quali, anche se prese singolarmente non possono prevedersi, nell’insieme non mancano di mantenere in un corso uniforme e continuo il crescere delle piante, lo scorrere dei fiumi ed altri fatti della natura. Singoli individui ed anche interi popoli non pongono mente al fatto che, pur perseguendo i loro particolari fini, ognuno a suo modo e spesso in contrasto con gli altri, procedono in realtà inavvertitamente secondo il filo conduttore di un disegno della natura e promuovono quell’avanzamento che essi stessi ignorano e al quale, se anche lo conoscessero, non farebbero gran caso.

Siccome gli uomini nei loro sforzi non si comportano interamente secondo il puro istinto, come gli animali, e neppure quali cittadini ragionevoli del mondo secondo un piano prestabilito, così non sembra potersi fare di essi una storia soggetta a un ordine sistematico, come potrebbe essere quella delle api o dei castori. Non si può reprimere un certo risentimento a vedere gli uomini operare sulla grande scena del mondo, e trovare talvolta una apparente saggezza in casi isolati, ma da ultimo nell'insieme un miscuglio di stoltezza, di infantile vanità, spesso anche di infantile malvagità e mania di distruzione, per cui non si sa alla fine qual concetto formulare della nostra specie così orgogliosa delle sue prerogative. Non vi è qui per il filosofo altra via d’uscita che di cercare, dal momento che non può presupporre negli uomini e nel complesso gioco della loro attività un loro proprio fine razionale, se in questo contraddittorio corso delle cose umane è possibile scoprire un disegno della natura, da cui si possa, da esseri che procedono senza un piano proprio, trarre ciò non ostante una storia che si svolga secondo un piano naturale determinato. Noi vogliamo vedere se ci riesce di trovare un filo conduttore di questa storia e vogliamo poi lasciare alla natura di far sorgere l’uomo che sia in grado di valutarla secondo questo principio direttivo. Così la natura ha prodotto un Keplero, che sottomise in maniera inattesa il corso eccentrico dei pianeti a leggi determinate, e un Newton, che queste leggi spiegò con una causa naturale universale.

TESI PRIMA. — Tutte le disposizioni naturali di una creatura sono destinate un giorno a svolgersi in modo completo e conforme al loro scopo.

Ciò è confermato in tutti gli animali dall’osservazione così esterna come interna o analitica. Un organo che non dev'essere usato, un ordinamento che non raggiunge il suo scopo sono contraddizioni nella dottrina teleologica della natura. Poichè, se noi prescindiamo da questo principio fondamentale, non abbiamo più una natura regolata da leggi, ma un giuoco senza scopo, e il caso sconfortante regnerebbe in luogo della guida della ragione.

TESI SECONDA. — Nell'uomo, che è l’unica creatura razionale della terra, le naturali disposizioni, dirette all'uso della sua ragione, hanno il loro completo svolgimento solo nella specie, non nell'individuo.

La ragione in una creatura è un potere di estendere oltre i naturali istinti le regole e i fini dell’uso di tutte le sue attività; essa non conosce limiti ai suoi disegni. Però la ragione non agisce istintivamente, ma procede per tentativi, coll’esercizio e imparando, per elevarsi a poco a poco e passare da un grado di conoscenza ad un altro. Perciò ogni singolo uomo dovrebbe avere una vita smisuratamente lunga per apprendere l’uso completo di tutte le sue disposizioni naturali; ovvero, se la natura (come di fatto avviene) ha stabilito che la vita abbia durata breve, occorre una serie indefinita di generazioni che si trasmettano l'una all’altra i loro lumi per portare i germi insiti nella nostra specie a quel grado di sviluppo che corrisponda perfettamente al suo scopo. E questa età finale deve, almeno nell’idea dell’uomo, costituire la meta dei suoi sforzi, poiché altrimenti le disposizioni naturali dovrebbero in gran parte considerarsi vane e senza scopo e ne sarebbero distrutti tutti i princìpi pratici: e la natura, la cui saviezza è criterio di giudizio per tutte le altre sue produzioni, solo nel caso dell’uomo farebbe credere di baloccarsi in un gioco infantile.

TESI TERZA. — La natura ha voluto che l’uomo traesse interamente da se stesso tutto ciò che va oltre la costituzione meccanica della sua esistenza animale e che non partecipasse ad altra felicità o perfezione se non a quella che egli stesso, libero da istinti, si crea con la propria ragione.

In altre parole, la natura non fa nulla di superfluo e non è prodiga nell’uso dei mezzi ai suoi fini. Essa diede all’uomo la ragione e, su di questa fondata, la libertà del volere, e con ciò ha dato un chiaro indizio della sua intenzione circa il modo di dotarlo. Egli cioè doveva esser guidato non dall’istinto e neppure essere fornito di conoscenza innata, ma doveva piuttosto tutto ricavare da se stesso. Le provvidenze relative al cibo, alle vesti, ai mezzi di difesa e sicurezza esterna (per i quali la natura non gli diede né le corna del toro, né gli artigli del leone, né i denti del cane, ma solo le mani), ogni divertimento che potesse rendere piacevole la vita, la stessa sua perspicacia e avvedutezza e perfino la buona disposizione del volere dovevano essere interamente opera sua. Pare che qui la natura si sia compiaciuta della sua massima economia e di aver commisurato le qualità animali dell’uomo strettamente, rigorosamente al bisogno supremo d’una esistenza iniziale, quasi volesse che l’uomo dall’estremo della barbarie si conquistasse col proprio lavoro la più grande abilità, l’interiore perfezione del pensiero e quindi, per quanto è possibile sulla terra, la felicità, in modo che egli ne avesse tutto il merito e non dovesse rendere grazie che a se stesso: e con ciò mirasse a destare in lui la stima razionale di sé più che non a procurargli un benessere. Infatti in questo corso di cose umane un gran numero di difficoltà attende l’uomo. Pare che la natura non si sia data la pena di farlo vivere bene, ma solo si preoccupi che egli si elevi con le sue fatiche tanto da rendersi degno, con la sua condotta, della vita e della felicità. Comunque rimane sempre sorprendente che le generazioni anteriori sembrino solo affaticarsi per quelle che sopravvengono, per preparare ad esse un gradino da cui possano elevare l’edificio al quale la natura mira, e che quindi solo le generazioni posteriori sembrino dover avere la fortuna di abitare nell’edificio intorno a cui i loro predecessori (certo senza averne l'intenzione) lavorarono senza poter partecipare alla fortuna ch’esse hanno contribuito a creare. Ma per quanto misterioso ciò sia, pure è necessario, una volta ammesso che una specie animale debba esser dotata di ragione e, come classe di esseri razionali (che tutti muoiono, ma la cui specie è immortale), debba pervenire al pieno sviluppo delle sue disposizioni.

TESI QUARTA. — Il mezzo di cui la natura si serve per attuare lo sviluppo di tutte le sue disposizioni, è il loro antagonismo nella società, in quanto però tale antagonismo sia da ultimo la causa di un ordinamento civile della società stessa.

Io intendo qui col nome di antagonismo la insocievole socievolezza degli uomini, cioè la loro tendenza a unirsi in società, congiunta con una generale avversione, che minaccia continuamente di disunire questa società. È questa evidentemente una tendenza insita nella natura umana. L'uomo ha un’inclinazione ad associarsi, poiché egli nello stato di società si sente maggiormente uomo, cioè sente di poter meglio sviluppare le sue naturali disposizioni. Ma egli ha anche una forte tendenza a dissociarsi, poiché egli ha del pari in sé la qualità antisociale di voler tutto rivolgere solo al proprio interesse, per cui si aspetta resistenza da ogni parte e sa ch'egli deve da parte sua tendere a resistere contro altri. Questa resistenza eccita tutte le energie dell’uomo, lo induce a vincere la sua tendenza alla pigrizia e, spinto dal desiderio di onori, di potenza, di ricchezza, a conquistarsi un posto tra i suoi consoci, che egli certo non può sopportare, ma di cui non può neppure fare a meno. Per tal modo si compiono i primi veri passi dalla barbarie alla cultura, che consiste propriamente nel valore sociale dell’uomo; così a poco a poco tutte le capacità si sviluppano, si educa il gusto, si pongono mediante una continuata illuminazione le basi di un modo di pensare, che col tempo trasforma in princìpi pratici le rozze disposizioni naturali verso una distinzione morale, e la società, da unione patologica forzata, può trasformarsi in un tutto morale. Senza la condizione, in sé certo non desiderabile, della insocievolezza, da cui sorge la resistenza che ognuno nelle sue pretese egoistiche deve necessariamente incontrare, tutti i talenti rimarrebbero in eterno chiusi nei loro germi in una vita pastorale arcadica di perfetta armonia, frugalità, amore reciproco: gli uomini, buoni come le pecore che essi menano al pascolo, non darebbero alla loro esistenza un valore maggiore di quello che ha questo loro animale domestico; essi non colmerebbero il vuoto della creazione rispetto al loro fine di esseri razionali. Siano allora rese grazie alla natura per la intrattabilità che genera, per la invidiosa emulazione della vanità, per la cupidigia mai soddisfatta di averi o anche di dominio! Senza di esse tutte le eccellenti disposizioni naturali insite nell’umanità rimarrebbero eternamente assopite senza svilupparsi. L'uomo vuole la concordia; ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia. L'uomo vuol vivere comodamente e piacevolmente; ma la natura vuole che egli esca dallo stato di pigrizia e di soddisfazione inattiva, affronti dolori e fatiche per inventare ancora i mezzi onde liberarsi con la sua abilità anche da essi. Gli impulsi naturali che lo spingono a ciò, le fonti della insocievolezza e della generale rivalità sono causa di molti mali, ma questi però spingono a nuova tensione di sforzi, a un maggior sviluppo delle disposizioni naturali, e quindi rivelano l'ordine di un saggio Creatore e non la mano di uno spirito maligno che abbia guastato o rovinato per gelosia la magnifica opera dell'universo.

TESI QUINTA. — Il più grande problema alla cui soluzione la natura costringe la specie umana è di pervenire ad attuare una società civile che faccia valere universalmente il diritto.

Poiché solo nella società, e precisamente in quella società in cui si attui, da un lato, la massima libertà, e quindi un generale antagonismo dei suoi membri e, dall'altro lato, la più rigorosa determinazione e sicurezza dei limiti di tale libertà affinché essa possa coesistere con la libertà degli altri: poiché, ripeto, solo in una società siffatta il supremo fine della natura, cioè lo sviluppo di tutte le facoltà, può essere nell’umanità raggiunto, la natura vuole ancora che l’umanità debba attuare da sé stessa così questi come tutti gli altri fini della sua destinazione. Perciò una società, in cui la libertà sotto leggi esterne vada congiunta nel più alto grado possibile con un potere irresistibile, cioè una costituzione civile perfettamente giusta, è il compito supremo della natura nei riguardi della specie umana; poiché solo assolvendo e attuando tale compito la natura può raggiungere tutti gli altri suoi fini nei riguardi della nostra specie. A subire questo stato di coazione l’uomo, a cui pure la libertà senza limiti sarebbe così cara, è costretto dalla necessità, e precisamente dalla maggiore di tutte le necessità, quella di sottrarsi ai mali che gli uomini si recano a vicenda. Le loro tendenze fanno sì che essi non possano durare a lungo assieme in selvaggia libertà. Solo nel chiuso recinto della società civile anche siffatti impulsi dànno il migliore effetto, così come gli alberi in un bosco, per ciò che ognuno cerca di togliere aria e sole all’altro, si costringono reciprocamente a cercare l’una e l’altro al disopra di sé e perciò crescono belli e diritti, mentre gli alberi che in libertà e lontani tra loro mettono rami a piacere, crescono storpi, storti e tortuosi. Ogni cultura e arte, ornamento dell'umanità, il migliore ordinamento sociale sono frutti della insocievolezza, la quale si costringe da se stessa a disciplinarsi e a svolgere interamente i germi della natura con arte forzata.

TESI SESTA. — Questo problema è ad un tempo il più difficile e quello che la specie umana impiega più tempo a risolvere.

La difficoltà che anche la semplice idea di un tal compito pone subito davanti agli occhi, è questa: l’uomo è un animale che, se vive tra altri esseri della sua specie, ha bisogno di un padrone. Egli abusa infatti della sua libertà in rapporto ai suoi simili e se in pari tempo, come essere razionale, vuole una legge che ponga limiti alla libertà di tutti, il suo egoistico istinto animale lo induce, quando può, ad eccettuarne se stesso. Egli ha quindi bisogno di un padrone che pieghi la sua volontà e lo obblighi ad obbedire a una volontà universalmente valevole, sotto la quale ognuno possa essere libero. Ma donde egli prenderà questo padrone? Da nessun altro luogo che dalla specie umana. Ma questo padrone è a sua volta un essere animale che ha bisogno di un padrone. Egli può fare come vuole; ma non si vede come possa crearsi un organo sovrano della pubblica giustizia che sia esso stesso giusto: tale organo può ricercarsi in una persona singola, o in un corpo di molte persone scelte a tale scopo. Comunque, ognuna di esse abuserà sempre della sua libertà, se non avrà sopra di sé chi eserciti su di essa il potere secondo le leggi. Il capo supremo dev'essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Questo problema è quindi il più difficile di tutti e una soluzione perfetta di esso è impossibile: da un legno storto, come è quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura*2. E che essa sia anche l’ultima ad attuarsi nel tempo, risulta oltre tutto dal fatto che allo scopo si richiedono giusti concetti circa la natura di una costituzione possibile; una grande esperienza, conquistata con lunga pratica del mondo; soprattutto occorre una buona volontà disposta ad accogliere tale costituzione. Sono tre condizioni che solo difficilmente e comunque assai tardi e dopo molti infruttuosi tentativi possono travarsi riunite.

TESI SETTIMA. — Il problema di instaurare una costituzione civile perfetta dipende dal problema di creare un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi, e non si può risolvere îl primo senza risolvere il secondo.

Cosa serve adoperarsi a stabilire una costituzione civile conforme alla legge nei rapporti tra i singoli uomini, cioè provvedere all'ordinamento di un ente collettivo? Quella stessa insocievolezza, che obbligava gli uomini a darsi una costituzione, è di nuovo la causa per cui ogni comunità nei rapporti esterni, cioè come Stato in rapporto a Stati, si mantiene in libertà illimitata e quindi deve aspettarsi dagli altri i mali che opprimevano i singoli uomini e li costrinsero a entrare in uno stato civile regolato dal diritto. La natura pertanto si è valsa della discordia degli uomini, e perfino di quelle delle grandi società e di quegli speciali enti che sono i corpi politici, come di un mezzo per trarre dal loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e di sicurezza; cioè essa, mediante la guerra, mediante gli armamenti sempre più estesi e non mai interrotti, per la miseria che da ciò deriva a ogni Stato, anche in tempo di pace, sospinge a tentativi dapprima imperfetti, e da ultimo, dopo molte devastazioni, rivolgimenti, e anche per il continuo esaurimento interno delle sue energie, spinge a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza, avrebbe potuto suggerire: cioè di uscire dallo stato eslege di barbarie ed entrare in una federazione di popoli, nella quale ogni Stato, anche il più piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei proprii diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli (foedus amphictyonum), da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune. Per quanto chimerica questa idea possa apparire (e come tale fu derisa da un abate di Saint Pierre o da un Rousseau, forse perché essi la credevano di realizzazione troppo vicina), certo è che questa è l'inevitabile via di uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda e che devono costringere gli Stati a quella stessa decisione (per quanto difficile essa possa riuscir loro) a cui l'uomo selvaggio non meno malvolentieri fu costretto: cioè rinunciare alla sua libertà brutale e cercare pace e sicurezza in una costituzione legale. Tutte le guerre sono quindi (non certo nell’intenzione degli uomini, ma in quella della natura) altrettanti tentativi per stringere nuovi rapporti tra gli Stati, per formare con la distruzione o almeno con lo smembramento dei vecchi, nuovi corpi politici, che a loro volta non possono mantenersi in sé, o gli uni accanto agli altri, e che perciò devono subire nuove, analoghe rivoluzioni, finché da ultimo, sia riordinando il meglio possibile la costituzione civile all’interno, sia con accordi e leggi comuni all’esterno, si costituisca una condizione di cose che, in modo analogo a una comunità civile, possa conservarsi da sé come un meccanismo automatico.

Discutere ora se dobbiamo aspettarci da un concorso di cause operanti a caso, come Epicuro crede, che gli Stati come le particelle della materia col loro fortuito urto tentino formazioni di ogni specie, le quali andranno a loro volta per nuovo urto distrutte, fino a che da ultimo, per effetto del caso, si costituirà un prodotto capace di mantenersi nella sua forma (evento fortunato, che assai difficilmente potrà avvenire): oppure se si debba piuttosto ammettere che la natura segua qui un corso regolare, tale da guidare a poco a poco la nostra specie dal grado inferiore dell’animalità al grado supremo della umanità, sia pure con arte propria, anche se estorta all'uomo, sviluppando in questo apparentemente barbaro disordine quelle originarie disposizioni in modo del tutto regolare: oppure, se meglio piace, ammettere che da tutte queste azioni e reazioni degli uomini non si produrrà nell’insieme nulla (almeno nulla di intelligente) e le cose rimarranno come sono sempre state, sicché non si può prevedere se la discordia, così naturale alla nostra specie, non prepari a noi, pur così civili, un abisso di mali dai quali andrà con barbarica devastazione distrutta questa stessa nostra civiltà con tutti i progressi culturali fin qui raggiunti (un destino per cui non si può rimanere sotto il dominio del cieco caso, equivalente nel fatto alla libertà senza legge, senza ammettere sottostante ad esso un filo conduttore della natura legato ad una occulta sapienza); discutere questa questione sarebbe come a un dipresso discutere se sia ragionevole ammettere nei particolari una finalità nella costituzione della natura e poi ammettere nell'insieme la mancanza di fini. Pertanto ciò che la condizione deserta di finalità degli uomini barbari ha prodotto, di impedire cioè lo sviluppo di tutte le disposizioni naturali della nostra specie, finché l'esperienza dei mali a cui ciò li condannava non li obbligò a uscire da tale stato di barbarie, per entrare in una costituzione civile nella quale tutti quei germi potessero trovare sviluppo: questo stesso effetto produrrà anche la libertà selvaggia degli Stati già costituiti. Una siffatta libertà per l’impiego di tutte le forze della comunità negli armamenti, per le devastazioni susseguenti alle guerre e ancor più per la necessità di mantenersi costantemente in armi impedisce da un lato il pieno, progressivo sviluppo delle disposizioni naturali, dall'altro, per i mali che ne derivano, obbligherà la nostra specie a cercare una legge di equilibrio tra molti Stati per la loro stessa libertà antagonisti, e a stabilire un potere comune che a tale legge dia forza, così da far sorgere un ordinamento cosmopolitico di sicurezza pubblica che non sia immune da qualche pericolo, e ciò a impedire che le forze dell'umanità si assopiscano, ma d'altra parte non sia privo di un principio di equilibrio delle loro azioni e reazioni reciproche, per impedirne la distruzione. Prima che quest’ultimo passo, cioè questa federazione di Stati, sia compiuto, essendo ancora l'umanità solo a metà del suo sviluppo, la natura umana dovrà sostenere durissimi mali sotto l’ingannevole apparenza del benessere esteriore; e Rousseau non aveva torto a preferire lo stato selvaggio, sempreché si astragga da quest’ultimo stadio cui la nostra specie deve ancora elevarsi. Noi siamo in alto grado colti sotto l'aspetto dell’arte e della scienza; noi siamo civili fino alla noia in tutto ciò che riguarda le forme e le convenzioni sociali. Ma per considerarci già moralmente progrediti ancora molto fa difetto. Infatti l’idea della moralità rientra ancora nella cultura, ma l'applicazione di questa idea intesa solo come rispetto del costume in ciò che riguarda il senso dell'onore e le convenienze sociali, costituisce ancora solo l’incivilimento. Ma fino a che gli Stati rivolgono tutte le loro energie in vani e violenti propositi di ingrandimento, ostacolando per tal modo di continuo i lenti sforzi dei loro cittadini tendenti a formare interiormente la loro educazione mentale, non prestando loro alcun aiuto, nulla vi è da aspettarsi di questo genere, poiché a ciò si richiede una lunga preparazione nel seno di ogni comunità per l’educazione dei proprii cittadini. Ogni bene, che non si inserisce in un sentimento moralmente buono, non è altro che mera apparenza e miseria brillante. In questa condizione rimarrà la specie umana finché non si sarà sforzata di uscire, nel modo che ho detto, dallo stato caotico dei suoi rapporti internazionali.

TESI OTTAVA. — Si può considerare la storia della specie umana nel suo insieme come l'effettuazione di un occulto piano della natura per porre in essere una costituzione politica internamente (e a questo scopo anche esteriormente) perfetta, come l'unica condizione di cose in cui essa può pienamente sviluppare tutte le sue disposizioni in seno all'umanità.

Questa è una conseguenza della precedente. Come si vede, la filosofia può anche avere il suo millenarismo: ma un fine millenaristico tale che alla sua attuazione può giovare anche solo l'idea di esso, sia pure molto lontana, e che perciò è tutt'altro che illusorio. Tutto si riduce a vedere se l'esperienza riveli qualcosa di un siffatto andamento del disegno della natura. Io affermo che solo qualche piccolo dettaglio si rivela, poiché il ciclo delle cose sembra esigere così lungo tempo prima di chiudersi, che dal poco di questo disegno che l'umanità ha attuato si può dedurre la linea del suo andamento e il rapporto delle parti col tutto con la stessa incertezza con cui da tutte le osservazioni astronomiche fin qui compiute siamo in grado di determinare il corso del sole con l’intero esercito dei suoi satelliti nel grande sistema delle stelle fisse, anche se tuttavia dal principio universale della costituzione sistematica dell’universo e dal poco che si è osservato vi sia pur sempre una positiva certezza nel dedurre la realtà di un tale ciclo. Ma, anche tenuto conto dell’epoca lontanissima cui la nostra specie deve pervenire, la natura umana è cosiffatta da non appagarsi della sola certezza di poterla attendere. Massime nel caso nostro ciò può tanto meno accadere, in quanto sembra che per la nostra stessa struttura razionale noi potremmo affrettare per i nostri posteri l'avvento di questa età così felice. In vista di ciò anche i deboli indizi dell’avvicinamento ad essa diventano per noi molto importanti. Attualmente gli Stati sono già tra di loro in un rapporto così artificiosamente complicato, che nessuno Stato può trascurare la sua interna cultura senza perdere rispetto agli altri in forza e influenza, ragion per cui, anche se non vi è progresso, la conservazione di questo scopo della natura è sufficientemente assicurato dalle stesse mire egoistiche degli Stati. Si aggiunga che la libertà civile anche ora non può essere violata senza che non ne risentano danno tutte le attività, soprattutto il commercio, con conseguente diminuzione delle forze dello Stato nei rapporti esterni. Ora questa libertà va gradatamente estendendosi. Se si impedisce al cittadino di cercare il suo benessere con tutti i mezzi che a lui sembrano migliori, purché coesistano con la libertà degli altri, ne viene ostacolata la alacrità del lavoro comune e ne vengono nuovamente diminuite le energie del tutto. A misura quindi che le limitazioni all’attività personale saranno tolte, che a tutti sarà riconosciuta la libertà religiosa, si produrrà per gradi, pur con intervalli di illusioni e di fantasie, l'illuminismo, come un gran bene che la specie umana può derivare perfino dalle mire ambiziose di potenza dei suoi dominatori, anche se questi perseguono il loro esclusivo vantaggio egoistico. E questo illuminismo, e con esso anche una certa disposizione sentimentale che l'uomo illuminato non può fare a meno di avere nei riguardi del bene da lui afferrato appieno, deve progressivamente elevarsi fino ai troni e anche influire sulle direttive fondamentali del governo. Ad esempio, sebbene ai nostri reggitori non sia avanzato denaro per gli istituti di educazione e per tutto ciò che nel mondo vi è di meglio, avendo già tutto messo in conto per la guerra futura, tuttavia essi troveranno il loro proprio vantaggio nel non ostacolare gli sforzi, anche se deboli e lenti, esercitati dal loro popolo in questo campo. Infine, la guerra stessa progressivamente diventa non solo un'impresa tanto complicata e incerta nel suo esito per ambe le parti, ma anche tanto aleatoria per il peso sempre crescente del debito pubblico (che è un nuovo ritrovato) la cui estinzione non è prevedibile, e perdippiù diventa tanto grande l'influenza che ogni sconvolgimento politico prodotto nella nostra parte nel mondo, per la connessione degli interessi, esercita su tutti gli altri Stati, che questi, sotto la spinta del loro proprio pericolo, anche se non costretti da una legge, si offrono come arbitri, e per tal modo tutto si prepara per una grande futura federazione di Stati, di cui le generazioni passate non ci hanno dato alcun esempio. Sebbene questa federazione di Stati appaia oggi soltanto abbozzata, comincia però a destarsi un presentimento in tutti i membri interessati alla conservazione del tutto, e ciò dà a sperare che, dopo qualche crisi rivoluzionaria di trasformazione, sorga finalmente quello che è il fine supremo della natura, cioè un generale ordinamento cosmopolitico, che sia la matrice, nella quale vengano a svilupparsi tutte le originarie disposizioni della specie umana.

TESI NONA. — Un tentativo filosofico di costruire la storia universale secondo un disegno della natura, in vista della perfetta unione civile nella specie umana, deve ritenersi possibile e nel tempo stesso deve considerarsi mezzo efficace per affrettare questo fine della natura.

È certamente un calcolo strano e all'apparenza assurdo voler redigere una storia secondo un'idea di ciò che dovrebbe essere il corso del mondo umano qualora esso dovesse adeguarsi a certi fini razionali: sembra che con un tal proposito gi possa solo fare un romanzo. Ma se è lecito ammettere che la natura, anche nel gioco della libertà umana, procede secondo un disegno e uno scopo finale, allora questa idea potrebbe anche riuscire utile; e sebbene noi siamo di vista troppo corta per penetrare il segreto meccanismo della struttura della natura, tale idea ci può però servire da filo conduttore per rappresentarci almeno nell'insieme come un sistema quello che altrimenti ci apparirebbe come un informe aggregato di azioni umane. E invero, se si comincia dalla storia greca (come quella da cui ogni altra storia più antica o contemporanea c’è stata conservata o deve essere almeno accreditata*3), se si segue l’influenza di essa sulla formazione e decomposizione dello Stato romano, che assorbì lo Stato greco, e l'influenza, fino ai nostri giorni, dello Stato romano sui barbari, che lo distrussero, e se si aggiunge episodicamente la storia degli Stati di altri popoli, per quanto è venuta gradualmente a nostra conoscenza attraverso queste nazioni civili, si scoprirà un regolare progresso nella costituzione politica del nostro continente (che verosimilmente detterà un giorno leggi a tutti gli altri). Se poi ci limitiamo a considerare per ogni dove da un lato la costituzione civile con le sue leggi, dall’altro i rapporti tra gli Stati, in quanto quella e questi per il bene che contenevano servirono per un certo periodo di tempo alla potenza e alla gloria dei popoli (e con esse allo sviluppo delle arti e delle scienze), mentre le deficienze che contenevano contribuirono a rovinarli (pur rimanendo sempre un germe di cultura che, sempre più sviluppandosi, attraverso ogni rivoluzione preparava un successivo e più alto grado di progresso), si scoprirà, come io credo, un filo conduttore, che non solo può giovare a chiarire il giuoco così complicato delle cose umane, o a presagire i futuri mutamenti politici degli Stati (un vantaggio questo che si è già ricavato dalla storia umana, anche quando non si scorgeva in essa altro che il prodotto incoerente di una libertà senza legge), ma anche (e ciò non si può fondatamente sperare senza il presupposto di un disegno della natura) si aprirà una visione confortante dell'avvenire, nella quale la specie umana apparirà in lontananza come se avesse finalmente raggiunto quella condizione di vita in cui tutti i germi posti in essa dalla natura potranno conseguire un perfetto sviluppo e la sua destinazione qui sulla terra sarà pienamente adempiuta. Una tale giustificazione della natura (o meglio della Provvidenza) non è affatto un motivo di poca importanza per scegliere un particolare punto di vista nella concezione dell'universo. Che giova infatti esaltare e far considerare l'eccellenza e la sapienza della creazione nel regno della natura irrazionale, se la parte del gran teatro della suprema sapienza, cioè la storia della specie umana, che contiene lo scopo di tutto questo, deve sempre rimanere un’eterna obiezione in contrario, che ci costringe a distogliere con risentimento i nostri occhi da tale spettacolo e, nel dubbio di arrivare mai a scoprire in esso un disegno perfetto e razionale, ci porta a sperare di trovarlo in un altro mondo?

Che con questa idea di una storia universale avente in certo qual modo un filo conduttore a priori io abbia voluto toglier di mezzo l'elaborazione della storia propriamente detta, concepita in maniera puramente empirica, sarebbe un fraintendere la mia intenzione. La mia è solo un'idea di ciò che una mente filosofica (che del resto dovrebbe conoscere assai bene la storia) potrebbe ancora tentare da un altro punto di vista. D'altra parte la cura dei particolari, per altro lodevole, con cui si scrive ora la storia del proprio tempo, deve portare ognuno naturalmente a chiedersi come i nostri tardi nipoti potranno abbracciare la quantità di fatti che noi tra qualche secolo avremo tramandato loro. Certamente essi apprezzeranno la storia dei tempi più antichi, le cui fonti saranno per essi da lungo tempo estinte, solo dal punto di vista che li interesserà, cioè per valutare il grado in cui popoli e governi hanno favorito o contrastato le finalità cosmopolitiche. Senonché aver riguardo a ciò e nel tempo stesso indirizzare le mire ambiziose dei capi di Stato e dei loro ministri all'unico modo col quale possono tramandare glorioso ricordo di sé ai tempi più lontani, questo è ancora, oltre tutto il resto, un piccolo motivo per operare il tentativo di una tale storia filosofica.


Note di Kant

*1. Un cenno tra le Notizie brevi del fascicolo XI delle «Gazzette erudite di Gotha» di quest'anno, ricavato certamente da una mia conversazione con uno studioso di passaggio, mi obbliga a questa spiegazione, senza la quale quel colloquio non avrebbe alcun senso comprensibile.

*2. Il compito dell’uomo è dunque molto complesso. Come ciò avvenga per gli abitanti di altri pianeti in rapporto alla loro natura, noi non sappiamo. Ma, se portiamo felicemente a termine questa missione imposta dalla natura, possiamo vantarci di occupare un posto non trascurabile nell'universo tra i nostri vicini. Forse tra questi ogni individuo può attuare pienamente la sua destinazione nella propria vita. Ma per noi le cose vanno altrimenti: solo la specie può sperare questo.

*3. Solo un pubblico colto, che sia durato ininterrottamente dal suo principio fino a noi, può avvalorare la storia antica. Al di là tutto è «terra incognita»; e la storia dei popoli che vissero fuori del mondo greco può solo iniziarsi dal tempo in cui quei popoli entrarono in rapporto con esso. Ciò avvenne del popolo ebreo al tempo dei Tolomei con la traduzione greca della Bibbia, senza la quale scarsa fede si sarebbe data alle sue notizie isolate. Da questo momento (se tale inizio è stato debitamente stabilito) si può tener dietro alle sue narrazioni. E così di tutti gli altri popoli. La prima pagina di Tucidide, dice Hume, è l’unico principio di ogni vera storia.




Ultima modifica 2026.07.21