L'origine e l'evoluzione della proprietà

Paul Lafargue (1890)


CAPITOLO SECONDO. Il comunismo primitivo.

I. Origine della proprietà individuale.

Gli economisti attribuiscono con santa liberalità il capitale al selvaggio, solo perchè beatamente ignorano i suoi costumi e quelli dei popoli primitivi.

Ancora oggigiorno esistono selvaggi che non hanno la più piccola nozione della proprietà fondiaria, sia individuale, sia collettiva, e che sono giunti appena al possesso individuale degli oggetti d’appropriazione personale. Fison e Howitt, gl’intelligenti osservatori della vita intima delle tribù australiane, dicono che presso certi gruppi anche gli oggetti più strettamente personali, come le armi, gli ornamenti, etc., passano così presto da un individuo all’altro, che non debbono considerarsi come proprietà personale, bensì come proprietà comune di tutti i membri del gruppo.

La proprietà individuale o personale si presenta in principio sotto una forma ideale; prima di possedere qualche cosa materialmente, il selvaggio – che è più idealista di quel che si creda – possiede il proprio nome, che gli vien dato all’epoca della pubertà in una cerimonia religiosa, di cui il battesimo cattolico mantiene il ricordo.

Il selvaggio tiene al suo nome come al più prezioso dei suoi beni; non lo svela agli stranieri per timore, che glielo prendano; e quando vuole provare il suo affetto con un prezioso regalo, lo cambia con quello dell’amico. Però, benchè sia proprietà sua personale, non gli appartiene in modo assoluto; il Morgan ci insegna che il nome apparteneva alla gens, e che ad essa ritornava dopo la morte dell'amico al quale era stato ceduto1. ugua

La proprietà individuale non sorge sotto una forma materiale che per gli oggetti inseparabili dalla persona del selvaggio, od anche realmente incorporati con esso, come gli ornamenti che gli attraversano il naso, le orecchie o le labbra, le pelli di animali che ha legate al collo, il grasso umano di cui si spalma le membra reumatizzate, la pietra cristallina da lui creduta escremento della Divinità, o le altre preziose reliquie contenute in un cartoccio di scorza d’albero ch’egli appende al corpo.

Questi oggetti che si è personalmente appropriato, non lo abbandonano nemmeno alla morte; sono bruciati o sotterrati col suo cadavere.

Affinchè un oggetto diventi proprietà individuale, è mestieri che sia realmente o fittiziamente incorporato nella persona del possessore.

Il selvaggio, per far capire ch’egli desidera che un oggetto sia considerato come proprietà sua, deve far mostra di mangiarlo avvicinandolo alla bocca, mettendovi su la lingua e leccandolo; un Esquimese, dopo aver comprato un oggetto, anche di pochissimo conto, p. es. un ago, lo mette fra le labbra, oppure lo sottopone ad un atto simbolico di consacrazione, che serve ad indicare il desiderio di conservarlo per il proprio uso individuale; e questa è l’origine del tabù.

L’uso è una condizione essenziale dell’appropriazione personale. Gli stessi oggetti fabbricati dall’individuo non sono considerati come suoi, se non quando egli se ne serva e li consacri coll’uso; l’Esquimese non ha di veramente suo che due canotti; se ne fabbrica un terzo, esso è posto a disposizione della gens; gli oggetti di cui non si serve ricadono nella proprietà comune. Un selvaggio non si crede responsabile del canotto o di qualsiasi altro istrumento di pesca o di caccia che gli sia stato dato ad imprestito, e non pensa a restituirlo se per caso lo perde.

II. Comunismo della «gens».

L’uomo primitivo non può concepire l’idea di proprietà individuale, per la buona ragione ch’egli non ha coscienza della propria individualità come persona distinta dal gruppo consanguineo in cui vive.

Il selvaggio è minacciato da tanti pericoli reali e tormentato da timori immaginarj così grandi, che non può vivere nello stato d’isolamento; anzi non può nemmeno concepirne l’idea. L’espellerlo dalla sua gens, dalla sua orda, è lo stesso che condannarlo a morte; presso i Greci ed i Semiti preistorici, come presso tutti i barbari, l’uccisione di un membro della tribù era punita coll’esilio. Oreste, dopo l’uccisione della madre, e Caino dopo il fratricidio dovettero semplicemente lasciare il paese.

Nelle civiltà molto avanzate, come quelle della Grecia e dell’Italia storiche, l’esilio è ancora la pena più temuta.

«L’esule, dice il poeta greco Teognide, non ha nè amici, nè compagni fedeli; è ciò che v’ha di più duro nell’esilio».

L’essere diviso dai suoi, il condurre una vita solitaria, sono cose che spaventano l’uomo primitivo, il quale ha l’abitudine di vivere in comune.

Quantunque i selvaggi, avuto riguardo all’ambiente in cui vivono, siano degli esseri completi, più completi degli uomini inciviliti, poichè sono capaci di provvedere ad ogni loro bisogno, sono però così identificati colle loro orde e colla loro gens, che la individualità loro non si esplica nè nella proprietà individuale, nè in ciò che noi denotiamo colla parola famiglia.

Presso i più primitivi fra quelli che vennero studiati, non esiste forma alcuna di famiglia; le donne di una gens sono comuni agli uomini di un'altra gens, come desidera Platone nella sua Repubblica utopistica; tutti si considerano fratelli e sorelle, e chiamano madri la vera madre loro e tutte le donne della stessa generazione. La sola gens è quella che conta, non conoscono nulla all'infuori di essa; è la gens elle si sposa, è la gens che tutto possiede.

Qualunque oggetto è comune in seno alla gens; il Boschimane che riceve un regalo, ne fa parte a tutti i membri della sua gens; il Darwin ha visto un Fuegino dividere una coperta, che gli era stata data, in tanti pezzi quanti erano i compagni suoi; il Boschimane che riesce a portar via un bue od un altro oggetto qualsiasi, divide il bottino tenendo molte volte per sè la parte più piccola.

In tempo di carestia, i giovani fuegini percorrono la spiaggia, e quando per avventura trovano a secco qualche balena, che essi reputano il più appetitoso boccone, non la toccano, sebbene muoiano di fame, ma vanno subito ad avvertire i membri della loro gens, i quali accorrono in fretta, e il più vecchio divide il cadavere del cetaceo in parti uguali.

Presso certi selvaggi più progrediti dei Boschimani e dei Fuegini, il prodotto della caccia non appartiene all’individuo che ha ucciso la selvaggina, bensì alla famiglia della moglie, qualche volta alla famiglia di lui, e la spartizione si fa con regole minuziose, secondo il grado di parentela.

La caccia e la pesca, questi due primi aspetti della produzione, sono fatte ordinariamente in comune, ed il prodotto è consumato in comune.

I Botocudos, indomabili tribù del Brasile, organizzano insieme le loro battute e non abbandonano il luogo dove l’animale è caduto se non dopo averlo divorato.

Le tribù in cui non si fa più la caccia in comune, conservano tuttavia nelle abitudini l’antica usanza del pasto comune: il cacciatore fortunato riunisce i membri della sua gens ad un banchetto per mangiare la selvaggina che ha uccisa. In certi villaggi del Caucaso, quando una famiglia ammazza un bue od una diecina di montoni, tutta la popolazione è festante; si beve e si mangia insieme in memoria di coloro che son morti durante l’anno. Il pranzo funebre è un ricordo di questi banchetti comunisti.

Il Morgan, il quale nella sua ultima ed importantissima opera, ha studiato i costumi comunisti di quell’epoca, fa la descrizione delle cacce e delle pescagioni in comune dei Pelli-Rosse dell’America del Nord2.

Le tribù della pianura, che si nutrono quasi esclusivamente di cibi animali, mostrano nelle cacce il loro comunismo. I Piedi-Neri, nella caccia al buffalo, seguono il branco a cavallo, in gran numero, uomini donne e bambini. Quando incominciano a serrare più vivamente, i cacciatori lasciano indietro i buffali uccisi, e questi vengono presi dalle persone che prime vengono dietro; questo metodo di distribuzione continua finchè tutti ne abbiano abbastanza.

Squartano poi i buffali in lunghe striscie, che fanno essiccare al sole o nel fumo. Altri fabbricano, con una parte della caccia, il pemmican: carne secca e ridotta in polvere viene mescolata col grasso e avvolta nella pelle dell'animale.

Durante la stagione della pesca nella Colombia, fiume in cui il pesce è abbondante, tutti gli individui della tribù accampano insieme e mettono in comune il pesce che hanno preso. Ogni sera se ne fa divisone secondo il numero delle donne presenti, delle quali ciascuna riceve un’uguale porzione.

I pesci vengono spaccati, fatti essiccare su cannicci, messi dentro a panieri e trasportati al villaggio.

III. Abitazioni e pasti comuni.

Quando i selvaggi non vanno più vagando lungo le rive del mare o dei fiumi in cerca del nutrimento che la natura fornisce loro spontaneamente, si fermano e costruiscono delle abitazioni. La casa che non è individuale, ma comune a tutta la gens, e tale rimane anche quando la famiglia comincia ad individualizzarsi sotto la forma matriarcale, ricovera fino a parecchie centinaja d’individui; presso gli Haidah delle isole Caroline, dei gruppi composti di più di settecento persone vivevano sotto lo stesse tetto.

Si possono citare, come tipi di queste abitazioni comuni, quelle che il La Pérouse trovò in Polinesia lunghe 310 piedi, larghe da 20 a 30, ed alte 10, dalla forma di una piroga rovesciata, aperte ai due estremi e contenenti più di cento individui. Le long houses (case lunghe) degli Irochesi, i quali, secondo il Morgan, sono scomparsi verso la fine del secolo scorso, misuravano più di 100 piedi di lunghezza, su 30 di larghezza e 20 di altezza; un corridoio le attraversava per intero, e su di esso davano delle camerette larghe 7 piedi, abitate dalle donne aventi marito: ogni casa aveva dipinto o scolpito il totem della gens (animale da cui pretendeva discendere) sulle due porte di cui era munita. Ι villaggi dei Dyaks di Borneo sono composti di abitazioni simili, costrutte su piuoli a 15 o 20 piedi sopra il suolo, come nelle città lacustri della Svizzera.

Εrodoto racconta che i Peonii abitavano sul lago Prasia in case costrutte su palafitte.

Le donne maritate dei Dyaks avevano delle piccole camere che davano sul corridoio centrale; gli uomini ed i fanciulli, le donne senza marito e le ragazze dormivano rispettivamente in grandi stanze comuni separate.

Le casas grandes del Messico avevano l’apparenza di un immenso sgabello, composto da più gradini sovrapposti, i quali andavano restringendosi a misura che erano più alti, ed erano suddivisi in celle.

I palazzi scoperti nell’Argolide da Schliemann, ed i ruderi delle grandi abitazioni che esistono ancora nella Norvegia e nella Svezia, erano dimore comuniste dei Greci omerici e dei barbari scandinavi.

Le abitazioni dei gruppi familiari che esistevano ancora nell’Alvernia nella prima metà di questo secolo, avevano una disposizione analoga a quelle delle case lunghe degli Irochesi.

In queste case comuniste, le provvigioni sono comuni, la preparazione dei pasti viene fatta in comune, ed anche i pasti sono comuni.

Bisogna rivolgersi a Morgan per avere la descrizione della vita dei suoi abitanti; è vero che le sue ricerche non riflettono che i Pelli-rosse americani e principalmente gli Irochesi, fra i quali egli visse in qualità di ospite e di membro adottivo; ma come egli stesso osserva: «quando si constata che un uso esiste presso gli Irochesi, c’è una grande probabilità che un uso simile esista in altre tribù poste nelle stesse condizioni, perchè i loro bisogni sono gli stessi.»

Gli Irochesi, che abitavano in comune, coltivavano degli orti, e raccoglievano i frutti dei campi ritirandoli nelle loro abitazioni come in un comune magazzino. Le varie famiglie godevano di una specie di possesso individuale di questi prodotti. Così, le pannocchie del maïs riunite in mazzi formati col legarne le foglie, erano sospese nelle diverse camerette; ma quando una famiglia aveva dato fondo alla provvista, le altre la fornivano del granturco secondo i suoi bisogni e fino a quando ne restava loro; così accadeva parimente per il pesce e per la selvaggina conservata.

Le provviste vegetali ed animali, divise ed affidate alla sorveglianza delle donne, erano proprietà comune di tutta la gens.

In questi villaggi indiani si osserva questo curioso fenomeno dell’appropriazione personale di oggetti, l’uso dei quali resta però comune.

«Non esiste un oggetto in una casa o in una famiglia indiana che non abbia il suo proprietario particolare, osserva Heckewelder a proposito dei Delaware e dei Munsees; ogni individuo sa che cosa gli appartiene a cominciare dal cavallo e dalla vacca per giungere ai cani, ai gatti ed ai pulcini... Talvolta v’ha un proprietario diverso per ogni gattino o pulcino che deve nascere e se si compra una gallina con i suoi pulcini, bisogna intavolar trattative con tanti ragazzi quanti sono i pulcini.

Così, mentre il principio di comunità prevale nelle tribù, il diritto di proprietà è riconosciuto nei singoli membri della famiglia.» 3

In fatto, è nel seno del comunismo che incomincia a sorgere la proprietà personale, la quale, lungi dall’essere, come gli economisti affermano, in antagonismo con esso, ne è invece il complemento necessario.

Altri Indiani, quelli dei villaggi di Laguna (Nuovo Messico), invece di dividere le provvigioni secondo il numero delle madri di famiglia alle quali se ne affida la sorveglianza, le mettono in magazzini comuni. «Questi granai, scriveva a Morgan il pastore Samuele Gorman nel 1869, sono posti in genere sotto l’amministrazione delle donne; esse pensano all’avvenire meglio degli Spagnuoli loro vicini, poichè fanno in modo che le provviste durino per tutto l’anno; bisogna che accadano due annate cattive di seguito perchè i pueblos soffrano la fame.»

Gli indiani di Maya, nel Yucatan, fanno la cucina in comune per tutto il villaggio, in una capanna a parte, così come nel medio-evo si faceva cuocere il pane per tutto il comune nel forno padronale. Lo Stéphen, nel suo Viaggio nello Yucatan, racconta che vide spesse volte gruppi di donne e di bambini uscire dalla cucina comune con iscodelle di legno o di terra, ricolme di vivande fumanti, e rientrare nelle singole abitazioni.

Presso gli Irochesi il cibo per gli abitanti di ogni casa lunga era preparato in comune nella casa stessa. Una matriarca, prendendolo nel recipiente comune, lo distribuiva a ogni famiglia secondo i suoi bisogni; ogni persona era servita in una scodella di legno o di terra. Non avevano tavole, nè sedie, nè piatti, nè camera alcuna che somigliasse ad una cucina o ad una sala da pranzo; ciascuno mangiava in piedi od accoccolato, dove voleva. Gli uomini erano serviti pei primi, le donne ed i bambini venivano dopo. Ciò che sopravanzava era messo in disparte, pel caso che qualche abitante della casa avesse fame durante il giorno. Le donne, nel pomeriggio, facevano cuocere l’hominy, che era una specie di «polenta» (granturco pesto e bollito); lo si lasciava raffreddare per il domani o per offrirne a qualche eventuale visitatore. Non facevano pasti regolari, mangiavano quando sentivano la fame quel che trovavano in casa, e non erano gran mangiatori.

Questi costumi si sono riprodotti nella Grecia preistorica: i banchetti comuni (syssities) dei tempi storici non erano che un ricordo dell’epoca comunista primitiva.

Il discepolo di Platone, Eraclide del Ponto, ci ha tramandato una descrizione dei pasti in comune di Creta, dove i costumi antichi persistettero a lungo. Ogni cittadino alle andreies (banchetti degli uomini) riceveva una porzione uguale, eccetto l’arconte, membro del consiglio degli anziani (gherônia), il quale aveva diritto a quattro porzioni: una come cittadino, un’altra come capo della tavola, e altre due come incaricato della conservazione della sala e della mobilia. Ogni tavola era sorvegliata e diretta da una matriarca, la quale distribuiva il vitto e metteva ostensibilmente da parte i bocconi migliori per gli uomini che si erano messi in mostra nel consiglio o distinti sul campo di battaglia. Prima di tutti, anche dell’arconte, si servivano gli stranieri; un vaso ricolmo di vino annacquato andava circolando attorno di mano in mano, e veniva di nuovo riempito al termine del pranzo. Eraclide non fa parola che dei banchetti d’uomini, ma Hoeck asserisce che nelle città doriche avevano luogo dei banchetti simili di donne e di fanciulli.

La separazione dei sessi, che noi sappiamo essere stata costantemente in uso presso i selvaggi ed i barbari, rende molto probabile la supposizione del sapiente istoriografo dell’isola di Creta.

Plutarco narra come i commensali dei pasti in comune fossero dello stesso ceto; egli perciò li chiama riunioni aristocratiche – synedria aristocratica. — Gli individui che sedevano alla stessa tavola appartenevano senza dubbio alla stessa gens. Gli spartani commensali in una syssitie facevano parte di un’organizzazione militare corrispondente e combattevano insieme. I selvaggi ed i barbari agiscono in comune in ogni circostanza; sia a tavola che sul campo di battaglia dove si ordinano per famiglie, per gens, per tribù.

Era così imperiosamente necessaria la distribuzione di una parte di cibo ad ogni membro della tribù comunista, che in greco la parola moira, che vuol dire «porzione di un commensale in un banchetto», viene poi a significare «destino», il Dio supremo che impera sugli uomini e sugli Dei e distribuisce ad ognuno la sua parte d’esistenza, appunto come nelle syssitie cretesi la matriarca dava a ciascuno la sua parte di vivande.

Bisogna osservare che nella mitologia greca il Destino ed i Destini sono iddii personificati in donne: Moira, Aissa, Keres, e che i loro appellativi significano tutti porzione di viveri o di bottino.

Secondo Aristotile, le provvigioni per questi pasti in comune erano fornite dai raccolti delle terre, dal gregge e dai canoni in natura che dovevansi pagare dai coloni della comunità; in modo che gli uomini, le donne ed i bambini in Creta erano mantenuti a spese dello Stato. Egli pretende che questi banchetti rimontassero ad una grande antichità, che Minosse li avesse istituiti presso i Cretesi ed Italo presso gli Enotrii, i quali si erano, per opera di quest’ultimo, tramutati da nomadi in agricoltori; e siccome il filosofo di Stagira trova questi pasti comuni ancora in uso presso gran parte dei popoli dell’Italia, così egli conclude che sono originarj di questo paese. Dionigi d’Alicarnasso invece, dopo avere detto che a Roma ogni curia aveva una sala per il banchetto comune di tutte le gentes che la componevano, e che le dieci curie formanti ciascuna delle tre tribù avevano pure la loro sala comune, ripensando ai pasti comunisti dei Lacedemoni, suppone che Romolo li abbia copiati dalla legislazione di Licurgo. Aristotile e Dionisio non sono nel vero, poichè questi banchetti comuni, senza bisogno di alcuna importazione od imitazione, si sono venuti organizzando presso tutti i popoli, Pelli Rosse dell’America, Greci, Latini o Scandinavi. Questi ultimi li indicavano col nome di Ghilde, appellativo che più tardi venne usato per le corporazioni di mestieri, i cui membri giuravano di difendersi e di aiutarsi vicendevolmente come fratelli.

Questi banchetti datano dall’età comunista, detta età d’oro dai Greci, presso i quali prendono il nome di banchetti degli dèi. Nell’Odissea si narra che in uno di questi pranzi i 4500 cittadini di Pilo erano seduti attorno a nove tavole contenenti 500 convitati ciascuna.

Nelle feste solenni di Roma si erigevano tavole nelle vie per il popolo intero.

Senofonte narra che in Atene in certi giorni, a spese pubbliche si immolavano numerose vittime, delle quali il popolo spartivasi la carne.

La religione, che è il reliquiario delle antiche usanze, aveva conservato questi pasti comuni come cerimonie del culto; essa prescriveva agli Ateniesi dei banchetti ai quali dei cittadini, designati dalla sorte, dovevano assidersi insieme nel Pritaneo: la legge puniva severamente coloro che si fossero rifiutati di adempiere a questo dovere religioso. I cittadini che sedevano alla tavola santa erano momentaneamente rivestiti di carattere sacro ed erano detti parassiti.

Per mostrare l’antichità della loro origine, in questi banchetti religiosi si conservava nel servizio, od avevasi l’intenzione di conservare, la semplicità dei primi tempi; in una città si metteva il pane dentro cestoni di rame, in un’altra non si faceva uso che di vasellame di terra. Discostarsi dagli usi degli antenati o presentare una portata nuova, era un’empietà. La comunione cattolica, come d’altronde lo indica il suo nome, è un ricordo dei pasti comuni dell’età selvaggia.

IV. Costumi comunisti

Quando l’abitazione comune, contenente una gens intera, viene a frazionarsi in tante case particolari, che racchiudono una sola famiglia, i pasti non si fanno più in comune, tranne che nei giorni di solennità nazionale o religiosa, come, p. es., nei festini sacri dei Greci, celebrati nell’intento di conservare il ricordo del passato; le provviste, quantunque appartengano in particolare ad ogni famiglia, rimangono ancora, in pratica, a disposizione di tutti.

In un villaggio indiano, scrive Catlin, ogni uomo, donna o bambino ha il diritto di entrare in qualsiasi abitazione, anche in quella del capo della nazione, e di mangiare, se ha fame... Persino il più povero ed il meno utile fra gli individui della nazione, se anche per neghittosità non va alla caccia e non provvede a sè stesso, può entrare in qualsiasi casa e dividere con gli altri il nutrimento fino all’ultima briciola. Però colui che va così mendicando, se è robusto e capace di prender parte alle cacce, paga a caro prezzo il suo nutrimento, poichè vien marchiato col titolo vergognoso di vigliacco e di mendico. – Nelle isole Caroline, l’indigeno che viaggia non porta con sè provvigioni di sorta; se ha fame, entra nella prima capanna che gli si para innanzi e, senza chiedere permesso alcuno, immerge la mano nel mastello del popoï – sorta di pastone fatto coi frutti dell’albero del pane – fino a che sia sazio, poi esce senza nemmeno ringraziare. Egli non ha fatto altro che usare un diritto naturale e compiere l’atto più semplice del mondo.

Queste usanze comuniste, che erano generali, durarono a lungo presso i Lacedemoni, dopo che furono usciti dalla barbarie.

Plutarco dice che Licurgo, l’eroe favoloso al quale attribuiscono le loro istituzioni, aveva proibito di chiudere le porte delle case, affinchè ognuno potesse entrarvi per prendere gli alimenti e gli utensili dei quali avesse bisogno, anche durante l’assenza del padrone; e che uno Spartano poteva, senza permesso di sorta, montare sul primo cavallo che incontrava, servirsi dei cani da caccia e fin anco degli schiavi di qualsiasi altro cittadino.

L’idea di proprietà privata, che sembra così naturale ai borghesi, si è infiltrata lentamente nel cervello umano. Quando gli uomini hanno cominciato a riflettere hanno pensato, invece, che ogni cosa doveva essere comune.

Gl’Indiani – dice Heckewelder – credono che il Grande Spirito abbia creato il mondo e tutto ciò che in esso è contenuto, per il bene comune degli uomini; quando popolò la terra e riempì di selvaggina i boschi, non lo fece a profitto di pochi, ma di tutti. Ogni cosa fu data in comune a tutti i figli degli uomini. Tutti gli esseri che respirano sulla terra, tutto ciò che cresce nei campi, tutti gli animali che vivono nelle acque, sono di tutti ed ognuno ha diritto alla propria parte. L’ospitalità presso di loro non è una virtù, ma uno strettissimo dovere. Piuttosto che venir tacciati di aver trascurato il loro dovere col non avere soddisfatto ai bisogni dello straniero, dell’ammalato o del povero, i quali hanno in comune il diritto di venire soccorsi col fondo della comunità, preferirebbero andar a letto senza cibo; perchè la selvaggina che ha servito a nutrirli, essendo stata presa nella foresta, era proprietà di tutti prima che il cacciatore l’avesse fatta preda sua; perchè i legumi ed il granturco che ad essi vennero offerti, son cresciuti nella terra comune, non per virtù della potenza umana, bensì di quella del Grande Spirito. 4

Cesare aveva potuto osservare un comunismo analogo presso i Germani; egli, affibiando loro idee da inciviliti, pretendeva che le loro usanze comuniste tendessero a: «mantenere l’uguaglianza fra di loro, perché ogni individuo vedeva che i proprii mezzi erano uguali a quelli dei più potenti»; come se il comunismo primitivo ed il capitalismo fossero fatti dipendenti dalla volontà umana, mentre il primo è un necessario risultato delle circostanze naturali, ed il secondo un portato dell’ambiente economico od artificiale creato dall’uomo. È certo però che il comunismo nella produzione e nel consumo presuppone e mantiene un’uguaglianza perfetta fra i membri della gens e della tribù. Non solo questo comunismo elementare conservava l’uguaglianza, ma sviluppava eziandio dei sentimenti di fratellanza e di generosità, a lato dei quali sono ridicole la carità cristiana che si va tanto magnificando, e la non meno celebre filantropia filosofica.

Queste nobili qualità hanno formato l’ammirazione degli uomini che conobbero le tribù selvagge prima che l’alcool, il cristianesimo, il mercantilismo brutale e le malattie pestilenziali della civiltà le avessero corrotte.

In nessun’altra epoca dello sviluppo umano l’ospitalità è stata messa in pratica in modo così semplice, largo e completo. Se un uomo entra ad un’ora qualsiasi della giornata, nella casa di un Irochese – dice Morgan – sia egli un abitante del villaggio, un membro della tribù od un forastiero, il dovere delle donne è di portargli innanzi di che cibarsi.

Venire meno a questo dovere sarebbe mancanza di cortesia e quasi un’ingiuria. Se ha fame, l’ospite mangia, se no, deve per cortesia gustare la vivanda e ringraziare.

«Il non aiutare coloro che hanno bisogno viene considerato come un gran delitto, dice James Adairs, e chi lo commette si disonora e disonora la tribù.»5

L’ospite era sacro, anche se nemico. Tacito ritrovò gli stessi costumi presso i Germani barbari, che erano appena usciti dal comunismo primitivo. – Nessun altro popolo dà banchetti ed ospitalità con maggior larghezza, egli scrive. Lo scacciare di casa un uomo, chiunque egli sia, è considerato come delitto. Ciascuno offre dei banchetti secondo il proprio stato; quando le provvigioni sono finite, colui che ha avuto presso di sè lo straniero gli indica un nuovo ospite, lo accompagna, ed entrambi vanno nella casa vicina senza essere invitati; il che non impedisce però ch’essi vengano accolti con la stessa generosità. Nell’accordare l’ospitalità non si fa distinzione fra amici e sconosciuti. – Questa generosità larga e fraterna era tanto sviluppata nel periodo comunista, che durò ancora quando l’umanità ne era già uscita, e scomparve soltanto nel periodo borghese della civiltà.

Nei villaggi dell’epoca collettivista, parte delle terre rimaste comuni era destinata a provvedere ai bisogni dei visitatori, i quali erano alloggiati in una stanza loro destinata, denominata spesso casa dell’ospite. Questi fatti vennero constatati non solo nei villaggi collettivisti dell’India, ma anche in quelli che esistevano nell’Alvernia e nel Morvan all’inizio di questo secolo.

Tacito e più tardi Salviano, vescovo di Marsiglia sullo scorcio del IV secolo, proponevano come esempio ai romani inciviliti i barbari loro vicini. Catlin, il viaggiatore americano che, dal 1832 al 1839, visse frammezo alle tribù più selvagge dell’America del Nord, diceva:

«Posso affermare che il mondo civile non ha da dare loro lezioni di virtù e di morale.»

Quegli esploratori che non erano feroci, grossolani e rapaci commessi-viaggiatori sullo stampo dei Brazzà e degli Stanley, hanno riconosciuto ed ammirato le qualità eccezionali dei barbari e dei selvaggi; non solo, non hanno esitato nell’attribuirne la cagione al comunismo nel quale vivevano quei popoli. «Lo spirito fraterno dei Pelli-Rosse, scrive il gesuita Charlevoix, deriva certamente in parte da ciò che il tuo ed il mio, queste parole di ghiaccio, come le chiama S. Giovanni Grisostomo – non sono ancora conosciute dai selvaggi. Le cure che essi hanno per gli orfani, le vedove e gli ammalati, l’ospitalità che esercitano in modo così ammirevole, sono per essi una semplice conseguenza della convinzione che ogni cosa debba essere comune a tutti gli uomini.»6

Il libero pensatore Lahontan, contemporaneo e critico del gesuita Charlevoix, conferma in questo modo l’opinione di lui:

«I selvaggi non conoscono né il mio né il tuo, perché si può dire che ciò che è dell’uno è anche dell’altro. I soli che adoperino il denaro sono quelli diventati cristiani che abitano attorno alle porte delle nostre città; gli altri non vogliono prenderlo in mano, né vederlo soltanto. Lo chiamano il serpente dei Francesi... Trovano strano che gli uni posseggano maggior quantità di beni degli altri e che coloro che ne hanno di più siano più stimati di quelli che ne hanno di meno... Non bisticciano, non si battono, non si derubano e non dicono male l’un dell’altro.» 7

Questo comunismo primitivo, il quale ignorava il commercio, e conseguentemente la moneta, ed era stato in vigore soltanto presso tribù selvagge e barbare, composte al più da qualche migliaio d’individui, venne applicato su grande scala, e, quantunque la sua agricoltura e la sua industria siano state relativamente poco sviluppate, ha potuto assicurare l’agiatezza a milioni di uomini e la prosperità a un vasto impero. Al tempo della conquista del Perù, i suoi abitanti erano entrati nella fase della proprietà collettiva familiare: le terre, invece di essere possedute e coltivate in comune, erano spartite ogni anno fra le famiglie del villaggio; però una parte, due terzi circa, era messa da parte per il Sole, loro Dio, e per gl’Incas, la casta dominante. Queste terre erano coltivate in comune; i raccolti, dopo avere provveduto ai bisogni del culto, degli Incas e della pubblica amministrazione, erano destinati a lavori d’indole generale e distribuiti a tutti gli abitanti secondo i loro bisogni; la lana degli immensi greggi di lama pascenti sulle Cordigliere, ed il cotone coltivato nelle pianure erano pure divisi in modo che ogni famiglia ne avesse abbastanza per vestire tutti i suoi membri.

La coltivazione delle terre comuni e l’amministrazione dei raccolti erano così perfette che i civilizzatori spagnuoli, i quali venivano da un’Europa periodicamente affamata e piena di miserabili, di mendicanti, di prostitute e di ladri, sbarcarono in un paese dove la miseria era sconosciuta, dove i granai rigurgitavano di maïs e d’altri grani.

Se si deve credere a Polo Ondegardo, uno fra i giureconsulti inviati per difendere i diritti della corona di Spagna contro i barbari e feroci avventurieri che infestavano il Perù, in certi granai «eranvi provvigioni per dieci anni». Prescott cita il testamento di un soldato della conquista, Sierra Lejesema, il quale confessa che: «quando i conquistadores distrussero l’impero degli Incas, il popolo era così ben retto che non esistevano ladri, nè fannulloni, nè corrotti, nè donne di mal’affare... che i monti e le miniere, i pascoli, le foreste, le cacce, ed i beni di ogni sorta, erano così bene amministrati e distribuiti, che ciascuno sapeva qual parte gli toccasse, e possedeva ciò che gli apparteneva senza timore che gli fosse rubato, nè mai eranvi contese a tal riguardo... e quando videro gli Spagnoli applicare porte e serratura alle loro case, pensarono che ciò facessero pel timore d’essere uccisi dagli Indiani, non venendo loro in capo che qualcuno potesse avere l’intenzione di prendere ciò che non era suo. Di fatti, quando si accorsero che fra noi v’erano ladri e uomini che corrompevano le donne e le ragazze, ci ebbero in poca stima.»

Il giureconsulto Ondegardo, dopo avere constatato che sotto gli Incas «non c’era un Indiano povero e bisognoso», attribuisce l’invenzione di questa previdente amministrazione comunista al Diavolo, il quale voleva così indurire il cuore dei fanciulli privandoli del dovere di soccorrere i loro parenti vecchi e miseri, e distruggere la carità togliendo a coloro che posseggono il destro di far l’elemosina ai poveri.8

I ruderi dei lavori pubblici dell’impero comunista del Perù, il quale poteva armare duecentomila guerrieri al tempo della conquista, riempiono di stupefazione gl’ingegneri moderni, al pari dei monumenti dell’antico Egitto comunista. Un aquedotto che attraversava il distretto di Condesuyu misurava dai 6 agli 8 chilometri di lunghezza e portava l’acqua fin nel cuore dei monti, mediante laghi naturali e serbatoi. La strada che va da Quito a Cusco, lunga da 2500 a 3000 chilometri, aveva ad ogni quindicina di chilometri delle fortezze e dei baraccamenti militari circondati da un muro in pietra di grande spessore; la carreggiata, larga 7 piedi, era lastricata con larghe pietre, ed in certi luoghi coperta di un cemento più duro del granito. Costrutta in un paese montuoso, essa attraversava i torrenti ed i precipizi con ponti in legno. Humboldt, che visitò il Perù sul principio del secolo, non poteva trattenersi dall’ammirare: «questa strada fiancheggiata da pietre lavorate immense, che può essere paragonata alle più belle vie romane ch’io abbia vedute in Italia, in Francia, in Spagna... La grande strada dell’Inca è una delle opere più utili e nello stesso tempo più gigantesche che l’uomo abbia compiuto.» 9

Quest’opera immensa è stata realizzata da un popolo comunista, che non possedeva bestie da soma e non conosceva l’uso del ferro.

V. Proprietà comune delle terre

Fintanto che le orde selvaggie, vivendo dei prodotti della caccia e di frutti naturali e non possedendo alcun animale domestico, eccettuato forse il cane, vagano di qua e di là lungo le rive dei mari e dei fiumi, fermandosi dove trovano di che nutrirsi in abbondanza, esse non hanno nemmeno l’idea di stabilire o di rivendicare la proprietà comune di un territorio di caccia, prima forma sotto cui appare la proprietà fondiaria.

I selvaggi, i quali non conoscono che un’agricoltura rudimentale e contano sulla natura che fornisce loro frutti, pesci e selvaggina, debbono essere liberi di cacciare su vasti territori, altrimenti non possono procurarsi gli alimenti necessari; difatti quando in una località la popolazione si addensa, diventa indispensabile il fare una spartizione delle acque e delle terre fra le varie tribù che la abitano.

La prima divisione della terra venne fatta sotto la forma di territori di caccia, ed in appresso di pascolo, quando si incominciò ad allevare bestiame. Le terre così distribuite erano proprietà comune della tribù e delle altre tribù federate o imparentate, che le suddividevano fra i clans o gentes di cui erano composte. L’idea del possesso individuale della terra non si insinua nel cervello umano che molto tardi e con gran difficoltà.

«La terra è come l’acqua ed il fuoco, essa non appartiene a nessuno» dicono gli Omaha americani. La terra non può essere che proprietà comune di tutta la tribù, nè soltanto dei membri che esistono attualmente, bensì di quelli eziandio che nasceranno; il governo inglese della Nuova-Zelanda lo imparò a proprie spese. Quantunque avesse comperato dai Maori un territorio col consenso unanime dei membri delle tribù, gli si facevano continuamente richieste di denaro a ogni nascita di bambino; poichè, dicevano i Maori, è vero che abbiamo venduto i nostri diritti di proprietà, ma non potevamo vendere i diritti di coloro che non erano ancor venuti al mondo. Il governo non potè trarsi d’impiccio che col pagare alla tribù un canone annuo fisso, il quale veniva diviso in tante parti quanti erano i nati dell’annata. Il Dio degli Ebrei non voleva la proprietà individuale del suolo: «La terra non sarà venduta, comanda l’Eterno, imperocchè la terra mi appartiene e voi siete stranieri e forestieri presso di me» (Levitico, XXV, 33; Cronache, XXIX, 15 e 16). Il pontefice Leone XIII, il quale nella sua famosa enciclica contro i socialisti si è atteggiato a difensore della proprietà privata della terra, aveva senza dubbio dimenticato i comandamenti del suo Dio; è vero però che ebrei e cristiani hanno da lungo tempo abbandonato il culto di Jehova per quello del Dio-Proprietà.

L’umanità dovette passare per una lenta e dolorosa evoluzione prima di giungere alla proprietà privata della terra.

I Fuegini limitano i loro territori di caccia, che sono proprietà comune di tutta la tribù, mediante larghi spazi inoccupati; Cesare narra che gli Svevi mettevano grande impegno nell’attorniare i loro territori di vaste solitudini; i Germani chiamavano «foresta limitrofa» e gli Slavi «foresta protettrice» questo spazio neutro fra i possessi di due o più tribù. Nell’America del Nord, questo spazio era minore fra tribù dello stesso linguaggio, ordinariamente imparentate ed alleate fra di loro, e più grande fra tribù di diverso idioma.

Le nazioni selvagge e barbare del mondo antico e moderno circondano i loro territori di queste zone neutre, allo scopo di garantire i loro mezzi d’esistenza, cioè la loro selvaggina ed i loro branchi di porci pascolanti in libertà nelle foreste.

Uno straniero, sorpreso nel territorio di un’altra tribù è inseguito; se viene preso, è mutilato ed a volte ucciso.

Heckewelder racconta che i Pelli-Rosse tagliavano il naso e gli orecchi a tutti gli individui sorpresi sulle loro terre e li rimandavano poi ai loro capi rispettivi coll’incarico di dire loro che alla prima occasione sarebbero stati scuoiati.

L’adagio feudale: «chi ha terra ha guerra», cominciò ad essere vero fin dall’epoca selvaggia, quando sorse la proprietà comune. Le violazioni dei territorj di caccia vanno annoverate fra le cause essenziali di contesa e di guerra fra tribù vicine.

Gli spazi inoccupati, stabiliti dapprima per evitare le scorrerie, diventarono poi luoghi di mercato, dove le tribù vicine si riunivano per scambiare ciò che sopravanzava delle loro provviste.

Aroldo, re di Inghilterra, battè nel 1063 i Cambrigesi, i quali invadevano continuamente il territorio dei Sassoni; stabilì con essi che chiunque dei loro fosse preso in armi all’est della trincea costruita da Offa nell’VIII secolo, avrebbe avuta la destra mozzata. I Sassoni inalzarono, a loro volta, un’altra trincea, e lo spazio comprese fra le due mura divenne un terreno neutro pei commercianti dei due paesi.

VI. Origine della divisione del lavoro

I viaggiatori hanno constatato con meraviglia che i sessi, nei popoli selvaggi, sono separati da barriere materiali e morali e vivono a parte. Quest’isolamento dei sessi fu stabilito senza dubbio quando si volle fare cessare la promiscuità primitiva ed impedire le relazioni sessuali tra fratelli e sorelle, che originariamente erano abituali.

Resa necessaria dapprima nell’interesse della morale familiare, questa separazione si mantenne e si accentuò a causa delle diversità delle occupazioni dei due sessi e della proprietà.

L’uomo si dedica alla difesa ed all’approvigionamento, mentre la donna prende a suo carico la conservazione e l’amministrazione delle vettovaglie della gens, la preparazione culinaria degli alimenti, la fattura degli abiti e degli utensili di casa. «L’uomo – diceva un Kurnai a Fison – caccia, pesca, combatte e si riposa;» il che vuol dire che tutto il resto vien fatto dalla donna.

È questo l’inizio della divisione del lavoro, e, come osserva Marx, essa è dapprima fondata sulla diversità dei sessi. Ciascun sesso, avendo una propria occupazione speciale, ha pure una speciale proprietà.

Il selvaggio concepisce la proprietà individuale soltanto come conseguenza e consacrazione dell’uso: ciò che l’individuo non può far suo mediante l’uso non può essere proprietà sua.

L’uomo, essendo guerriero e cacciatore, deve possedere le armi, i cavalli, gli strumenti di pesca e di caccia; alla donna invece apparterranno le provvigioni, gli utensili di casa e gli altri oggetti che servono alle sue occupazioni; e come l’uomo porta le armi e la selvaggina, essa porta sul dorso ciò che è suo come il bambino, che appartiene a lei, non al padre, quasi sempre incerto o sconosciuto affatto.

L’introduzione dell’agricoltura, che doveva essere la causa determinante dello smembramento del territorio, accrebbe maggiormente la separazione dei sessi. L’uomo, rimasto guerriero e cacciatore, lascia alla donna la coltivazione dei campi, acconsentendo qualche volta a darle aiuto nell’epoca della mietitura; presso i popoli dediti alla pastorizia, egli riserva per sè la custodia del gregge, occupazione considerata come più nobile del lavoro agricolo: presso i Cafri la sorveglianza del bestiame è un’occupazione aristocratica.

Le antiche leggi ariane proibivano l’agricoltura alle due prime classi, cioè ai bramini ed agli csattria o guerrieri, reputandola un avvilimento: «poichè, dice Manù, i virtuosi biasimano i bramini e gli csattria che si danno all’agricoltura, perchè l’aratro con la sua ferrea punta ferisce la terra e le persone che riposano nelle sue zolle.» (Leggi di Manu, cap. X). Anche nei racconti delle fate, le ragazze che sposano i re sono sempre pastorelle, cioè fanciulle nobili di razza.

L’uso essendo l’unico titolo di proprietà personale conosciuto e possibile a conoscersi dai selvaggi, la proprietà fondiaria della famiglia è attribuita alla donna fin dal suo sorgere, ed iscritta in suo nome.

Di fatti, in tutte le società in cui la forma patriarcale della famiglia non ha completamente preso il posto della forma matriarcale, si trova che i beni fondiari sono proprietà delle donne; così era presso gli Egizj, presso i Nairs della costa del Malabar, presso i Baschi dei Pirenei. Al tempo d’Aristotele, i due quinti del territorio di Sparta appartenevano a donne.

La proprietà fondiaria, la quale doveva finire un giorno coll’essere un mezzo di emancipazione e di supremazia sociale per colui che la possedeva, cominciò coll’essere cagione di dipendenza: le donne vennero condannate ai faticosi lavori dei campi, come lo furono più tardi gli schiavi.

L’agricoltura, che condusse l’uomo alla proprietà individuale, introdusse il lavoro servile.

VII. Coltivazione in comune della terra

Le terre della tribù sono coltivate e seminate in comune durante il comunismo primitivo.

In certe regioni dell’India – scrive nel suo giornale di viaggio Nearco, uno dei capitani d’Alessandro, testimone oculare dei fatti accaduti nel IV secolo prima di Cristo – le terre vengono lavorate in comune da tribù, ossia gruppi di famiglie, che si dividono in fin d’anno i frutti dei raccolti. – Stéphen, citato dal Morgan, descrive un accampamento d’Indiani Maya del Yucatan, i quali possedevano e coltivavano in comune le loro terre.

Diodoro racconta che gli abitanti delle isole Lipari, sulle coste della Sicilia, possedevano i loro beni in comune; che una parte degli abitanti si dedicava alla coltivazione della terra, un’altra a combattere i pirati del Tirreno; più tardi quando divisero fra di loro, a sorte, l’isola di Lipari dove abitavano, continuarono a coltivare in comune le altre isole.

Cesare scrive che gli Svevi, «la nazione più potente e più guerriera di tutta la Germania», non avevano campi privati e divisi; ogni anno mille guerrieri uscivano da ognuno dei cento cantoni per guerreggiare in lontani paesi; coloro che restavano a casa dovevano coltivare i campi comuni.

Quest’abitudine di possedere e di coltivare le terre in comune non è venuta meno, anche dopo il periodo comunista.

Nei villaggi russi, sotto il regime del collettivismo consanguineo, spesse volte sono coltivati in comune certi campi, che prendono il nome di terre lavorate dal comune; i raccolti sono divisi fra tutte le famiglie del mir. In altri villaggi le terre vengono distribuite alle famiglie soltanto dopo essere state lavorate in comune.

Parte dei Cosacchi del Don falciano in comune le praterie indivise e dividono il fieno tagliato.

Nè soltanto in Russia, la terra classica del collettivismo consanguineo, trovasi questo persistere della coltivazione comunista; nel 1877, il Miller scriveva da Taos, villaggio indiano del Nuovo-Messico, al Morgan che in ogni pueblo si coltivava in comune un campo di granturco, il cui raccolto, dato in guardia al cacico, era a disposizione di coloro che difettassero di grano. Le leggi del paese di Galles, scritte nel IX secolo, stabiliscono che ad ogni famiglia debbano toccare due ettari circa per la sua coltivazione particolare, ma che un tratto di terra venga messo in disparte per essere lavorato in comune.

I raccolti dei campi non divisi e coltivati in comune, invece di essere distribuiti agli abitanti del villaggio, servono alle volte per sopperire a spese comuni. Il Gomme, nel suo «Village community», parla di un villaggio della contea di Meath, in Irlanda, in cui le messi del campo comune erano destinate a pagare la decima e l’imposta; in certi comuni indiani con quei raccolti si pagano i funzionari (fabbro, prete, maestro, etc.) che devono prestare i loro servigi a tutti i membri della comunità.

Dall’Iliade e dall’Odissea noi sappiamo che in Grecia un campo sacro (temenos)era, come nel Perù, messo da parte pel Dio locale e pel capo militare (basileus). Il Diavolo stesso aveva, in Iscozia, il suo campo; e siccome era meglio essere cortesi con lui, quel pezzo di terra chiamavasi terra del buon uomo (gude man’s land); era però lasciato incolto.

Lo Stato ateniese dava in affitto le terre comuni, ed una parte delle rendite che incassava era destinata al mantenimento delle prostitute sacre, delle quali gli eupatridi avevano l’uso gratuito.

I due terzi circa delle terre coltivabili del Perù erano proprietà comune ed appartenevano al Sole ed agli Incas. Gli abitanti, prima di arare e di seminare i campi che loro erano stati distribuiti per quell’anno, lavoravano in comune le terre del Sole, i cui prodotti, dopo aver servito al culto, erano distribuiti a tutti gli abitanti.

Il lavoro comune aveva l’attrattiva di una festa sociale; all’alba, dall’alto di una torre o di un’altura si chiamava a raccolta tutta la popolazione; gli uomini, colle donne e coi bambini, accorrevano vestiti a festa e fregiati dei loro ornamenti più belli. La folla si metteva all’opera cantando in coro degl’inni che celebravano le alte gesta degl’Incas; tutti i lavori si compievano con quel giocondo ardore, che ha sempre accompagnato il lavoro in comune nelle società comuniste dei selvaggi e dei barbari.

VIII. Proprietà comune dei beni mobiliari

È saputo oggi con certezza che la terra ed i suoi prodotti (raccolti, pesce e selvaggina) furono dapprima proprietà comune della tribù e della gens, e che gli stessi primi beni mobiliari, poco numerosi presso i selvaggi (armi, canotti, strumenti da pesca, utensili di casa molto semplici, etc.), furono da principio considerati beni comuni.

Questo comunismo durò anche quando i beni mobili (gregge, schiavi, gioielli, metalli preziosi) andarono crescendo di numero nel seno delle tribù barbare. Non pertanto, questi beni mobiliari, i quali saranno poi il flagello dell’umanità per migliaia di anni prestandosi all’accumulazione ed al commercio, diverranno più tardi causa della formidabile rivoluzione che spoglierà la donna della sua alta posizione sociale e spingerà l’uomo ad innalzare, sulle rovine del comunismo primitivo e del collettivismo consanguineo, l’infausto edificio della proprietà privata.

Finchè l’agricoltura e l’industria si trovavano in uno stato rudimentale, non v’era posto per lo schiavo nelle organizzazioni comuniste primitive: il prigioniero di guerra era messo a morte o adottato dalla gens, se questa vedeva i proprj guerrieri assottigliati di numero. La coltivazione delle terre, il progresso dell’industria e l’addomesticamento degli animali introdussero la schiavitù: eravi allora, nel conservare i prigionieri e nel procurarsene, un interesse economico, poichè essi venivano occupati in lavori diversi. La guerra, che era stata fatta fra tribù soltanto per ispirito di conquista o per la difesa del territorio di caccia, coll’accrescersi dei beni mobiliari diventa un mezzo di avere dei raccolti, dei greggi, degli schiavi e dei metalli preziosi.

Il barbaro, guerriero e cacciatore, rifugge dal lavoro; piuttosto che piegarsi ai faticosi lavori agricoli, dedica la propria energia alla pirateria, alla guerra pel bottino.

Il brigantaggio compare subito appena i beni mobiliari si moltiplicano e si accumulano.

I Greci dell’epoca preistorica erano audacissimi pirati; scorrevano le coste mediterranee e rifugiavansi col loro bottino nelle loro acropoli, poste al sommo di scogli al pari di nidi d’aquile.

Un prezioso frammento di un canto greco, lo Skolion d’Ibria, ci inizia nei sentimenti e nella vita dei guerrieri barbari. Canta l’eroe: «Ho per ricchezza la mia gran lancia, e la mia spada, ed il mio scudo, riparo della carne mia; mercè loro io coltivo, mercè loro io mieto, mercè loro io raccolgo il dolce succo della vite, mercè loro io son chiamato capo della mnoia (gli schiavi della comunità). E coloro che non osano portare la lancia ed il bello scudo, si inginocchino dinanzi a me come davanti ad un padrone e mi chiamino gran capo...»

Lemninkaimen, il «giocondo» eroe del Kalevala, il poema epico dei Finni, canta egli pure:

«L’oro ch’io posseggo è antico quanto la luna, il mio argento è dell’età del sole: essi vennero coraggiosamente conquistati nelle pugne... Una sola moneta guadagnata combattendo ha più valore di tutto l’oro e di tutto l’argento sollevato dall’aratro.» 10

La pirateria di terra e di mare è l’occupazione favorita dei barbari; anche quando si dedicano all’agricoltura, rimangono pirati. Cesare dice che gli Svevi si davano insieme alle due industrie: in ogni anno, una parte dei guerrieri della nazione coltivava le terre, mentre l’altra partiva a lontane scorrerie; e quando questa ritornava a casa, l’altra usciva a sua volta. Probabilmente il bottino fatto era diviso fra tutti, poichè coloro che restavano in paese erano obbligati a lavorare le terre comuni. Erano comunisti nell’agricoltura e nel brigantaggio; il comunismo finì collo sparire, ma il brigantaggio perdurò. Gli Ateniesi, in pieno regime di proprietà privata, conservavano le loro usanze di pirateria. Solone mantenne ad Atene i collegi di pirati.

«Gli antichi nulla scorgevano di vituperevole nella pirateria», dice Tucidide; le nazioni capitaliste anch’esse la hanno in onore: tutte le spedizioni coloniali moderne non sono altro che guerre di pirati. Ovunque i barbari eroi approdassero sulle rive del Mediterraneo, rapivano gli uomini e le donne, il bestiame, i raccolti ed i beni mobiliari. Gli uomini, ridotti in schiavitù, rimasero proprietà comune finchè furono comuni le terre; più tardi vennero distribuiti a sorte.

Le città di Creta, una delle prime isole colonizzate da quegli arditi pirati, possedevano ancora, al tempo d’Aristotele, torme di schiavi, detti mnotae, che coltivavano la proprietà pubblica, i cui raccolti servivano a nutrire i cittadini tutti. 11

Questo possesso comune di schiavi, come del resto c’era da aspettarselo, ritrovasi nell’India, il gran museo dei costumi delle più antiche età.

Hodgson descriveva nel 1830 un villaggio posto a 45 chilometri al nord-ovest di Madras, i cui abitanti erano aiutati nei loro lavori agricoli da schiavi che erano una vera proprietà comune, giacchè se un proprietario vendeva o ipotecava la sua parte di terre della comunità, trasferiva insieme gli schiavi che vi erano addetti. 12

Le città medioevali ed anche certi villaggi, possedevano in comune dei servi.

In ogni paese, la proprietà della terra e dei suoi raccolti, degli animali domestici e degli schiavi cominciò coll’essere proprietà comune della tribù e della gens.

Il comunismo fu la culla del genere umano: la civiltà ha distrutto per ogni dove questo comunismo primitivo, le cui tracce, non ostante la rapacità dei nobili e dei borghesi, persistono ancora sotto forma di beni comunali.

Ma l’opera della civiltà è duplice: da un lato abbatte, dall’altro riedifica. E così, mentre infrange lo stampo comunista dell’umanità barbara e selvaggia, essa organizza gli elementi di un nuovo comunismo.

Terremo dietro alla civiltà in questo suo doppio movimento di distruzione e di riedificazione.


Note

1. Il selvaggio ed il barbaro spiritualizzano ogni cosa. L’anima spirituale, questa noiosa idea – dice ENGELS — che ha tormentato tanto l’uomo, è una delle loro invenzioni. Le parole hanno per essi un’esistenza, sono, per così dire, l’anima degli oggetti che indicano. L’incarnazione cristiana del Verbo è la riproduzione d’una idea di selvaggio.

Come lo spirito umano, separato dal corpo dopo la morte, e financo durante la vita nelle ore del sonno, può compiere vendette e punire i nemici suoi, così le parole posseggono una temibile potenza per produrre il bene ed il male; le parole di maledizione gettano infatti gli uomini primitivi in uno stato di terrore superstizioso.

Νel corso di questo studio, userò di preferenza la parola gens invece del suo sinonimo celtico clan, perché la parola gens ha una maggior estensione storica, come l’origine sua ed i suoi numerosi derivati lo dimostrano. Seguirò così l’esempio del ΜORGAN o dell'ENGELS. — Il nome latino gens , che il ΜORGAN usa per designare i gruppi consanguinei che formano la tribù, deriva — come la parola greca di ugual significato, genos — dalla radice ariana gan, che vuol dire generare. Gens e genos si usano specialmente pel gruppo che vanta una comune discendenza; d'onde il latino gentilis, uomo della gens, ed il moderno gentiluomο.

2. LEWIS, II. MORGAN, House and house life of the American aborigenes. — Washington, 1881.

3. HECKEWELDER, Storia, costumi ed usi delle nazioni indiane che abitavano la Pensilvania e gli stati limitrofi. Heckewelder, missionario moravo, visse tra gli Indiani per quindici anni, dal 1771 al 1786, e parlava il loro idioma. Il suo libro alla buona e scritto in seguito ad osservazioni personali, serve a toglier di mezzo molti errori che si vanno ripetendo sul conto dei selvaggi da chi nulla conosce di certo.

4. Hobbes, uno dei più forti ingegni dell’età moderna, pensava allo stesso modo:

«La natura, dice questo spietato ragionatore, ha dato a ciascuno di noi un ugual diritto su tutte le cose... Allo stato di natura, ognuno ha il diritto di fare e di possedere tutto ciò che gli piace. Dal che deriva il detto usuale: “la natura ha dato a tutti ogni cosa„ e si ricava che allo stato di natura l’utile è la norma alla quale si ispira il diritto.» (DE CIVE, lib. I, cap. 1).

5. JAMES ADAIRS, History of the American Indians; London, 1775.

6. CHARLEVOIX, Histoire de la Nouvelle France; 1741.

7. LAHONTAN, Voyage de Lahontan.

8. WILLIAM H. PRESCOTT, History of the conquest of Perù.

9. HUMBOLDT, Veduta delle Cordigliere.

10. I cavalieri erranti della fine del medioevo, rovinati dalle crociate e spogliati delle loro terre, vivevano soltanto di guerra; come l’eroe greco, essi chiamavano messe della spada il bottino che facevano nei combattimenti. La spada era il loro guadagna pane, come dice un poema dell’epoca:

Dont i est gagne-pains nommée,
Car par li est gagnies li pains.

(Dai quali guadagna-pane è detta,
Perché con essa è guadagnato il pane.)

(Pélerinage du monde, di GUIGNEVILLE).

11. Eranvi due tipi di schiavi, in Grecia: gli schiavi pubblici, koiné douleia – turba comune di schiavi – che appartenevano allo stato; ed i klarotes – dati in sorte – appartenenti ai privati. Atene possedeva molti schiavi pubblici che non coltivavano la terra, ma fungevano da carnefice, da guardie di polizia, da impiegati subalterni dell’amministrazione, etc.

12. Transactions of the Royal Asiatic Society; 1830.



Ultima modifica 2021.05.15