L'origine e l'evoluzione della proprietà

Paul Lafargue (1890)


CAPITOLO QUINTO. La proprietà borghese

I. Origine del commercio

Si è veduto come la proprietà fondiaria o immobiliare, che incomincia coll’essere comune a tutta la tribù, si trasformi in collettiva quando la gens o il clan si frazionano in famiglie matriarcali e patriarcali, e metta capo alla proprietà individuale quando la famiglia patriarcale, a sua volta, si disgrega e tutte le famigliuole che la formavano e vivevano in comune si separano per fondare altrettante famiglie individuali, composte soltanto dal padre, dalla madre e dai bambini, numerosi il meno che sia possibile, a norma di quanto consiglia il pastore evangelico Malthus.

La proprietà mobiliare percorre con maggior rapidità le fasi della propria evoluzione: essa pure esordisce colla forma comunista, ma giunge alla forma individuale quasi senza transizioni. Presso gli stessi selvaggi comunisti, le armi, gli ornamenti e gli oggetti d’appropriazione personale, considerati come annessi all’individuo, vengono bruciati o sepolti col cadavere del loro possessore. Allo stesso modo che essi danno all’uomo un’anima spirituale, o meglio, un secondo «io», i selvaggi attribuiscono agli animali, alle piante e agli oggetti inanimati, uno spirito che può vivere di vita propria, fuori del corpo che la racchiude, e difatti nei funerali di un guerriero si spezzano le sue armi e si immolano gli animali e gli schiavi suoi, affinchè i loro spiriti siano liberi e possano servirlo nell’altro mondo.

Gli oggetti mobili, poco numerosi e fabbricati dai loro possessori durante l’epoca selvaggia e nell’inizio della barbarie, vanno moltiplicandosi coll’allevamento dei greggi, colla introduzione della schiavitù, colla lavorazione dei metalli e coi progressi dell’industria.1

Il moltiplicarsi delle ricchezze mobiliari trasforma i costumi dei barbari. Dapprima si faceva la guerra per scopo di vendetta, per impedire l’occupazione di un territorio, o per ingrandire quello che era divenuto insufficiente in seguito all’aumento della popolazione; ma dopo, la guerra diviene un’industria, un mezzo comodo per procacciarsi bestiame, schiavi, metalli ed altri oggetti mobili. Il capo militare – rex, basileus, thiudans – eletto da principio per una determinata spedizione, e privo dell’autorità sua temporanea dopo che quella era compiuta, diventa ora un funzionario indispensabile e permanente, poichè la guerra e la sua organizzazione sono oramai funzioni abituali della vita dei popoli barbari, datisi alla rapina, che da essi viene considerata come il mezzo più commendevole per acquistar ricchezze.

I beni conquistati in guerra – peculium castrense – sono considerati come proprietà individuale del guerriero, quasi li avesse fabbricati. Ma lo sviluppo delle ricchezze mobiliari, il quale genera il brigantaggio eroico, dà pure origine al commercio, che è la forma borghese del brigantaggio.

Nel seno delle comunanze di villaggio non c’è posto pel commercio; quando la divisione del lavoro vi si introduce, non v’ha che scambio di servigi (quello scambio appunto che, con tanta ingenuità, Proudhon voleva introdurre di nuovo in pieno periodo capitalista); si lavorano le terre del fabbro o del tessitore, e questi ricambiano il servigio che ricevono col porre a disposizione degli altri il loro mestiere.

I villaggi scambiano fra di loro, in epoche determinate, il solo sopravanzo dei prodotti, per intromissione dei capi. Ma quando gli oggetti mobili si moltiplicano, si barattano gli uni con gli altri, e poco a poco sorge una classe di persone che cominciano a fare scambi nello interno delle città più importanti e cogli abitanti delle altre città. Nasce così la classe dei mercanti, la quale, fatta segno al più gran disprezzo e tenuta in conto di ladra,2 riesce tuttavia ad assoggettare i produttori e ad assumere la direzione generale della produzione senza menomamente prendervi parte; una classe che si fa intermediaria fra due produttori e sfrutta l’uno e l’altro. Col pretesto di liberare i produttori dalle noie e dai rischi dello scambio – dice Engels – di estendere lo smercio dei loro prodotti ai mercati lontani e di essere così la classe più utile della popolazione, si va formando un ordine di parassiti – vero putridume sociale – che, sotto forma di salarii per servigi in realtà piccolissimi, sceglie ciò che v’ha di meglio nella produzione indigena e straniera, acquista ricchezze enormi ed un’influenza sociale in relazione con esse, ed appunto per questo, è chiamato, durante il periodo della civiltà, ad onori sempre più grandi e ad una sempre maggiore dominazione della produzione; tanto che esso dà infine origine ad un prodotto suo: le crisi commerciali periodiche.

I prodotti si scambiano dapprima con altri prodotti, ed uno di essi è scelto come misura del loro reciproco valore; il bestiame per primo adempie a quest’ufficio presso molti popoli, ma non tarda a cedere il posto all’oro ed all’argento, scambiati, da principio a peso, e monetati, cioè riconosciuti come campioni-tipi di tutti i prodotti, in seguito. La moneta d’oro e d’argento diventa la merce delle merci, la mercanzia che racchiude tutte le altre allo stato latente, ed ha il magico potere di trasformarsi, a volontà, in ogni oggetto che sia degno di desiderio o si desideri. Colla moneta metallica, è trovato il mezzo più energico di accentramento e di monopolio e sorge lo strumento più potente di distruzione della proprietà privata individuale.

II. Piccola industria e piccolo commercio individualisti

I contadini dei villaggi collettivisti producevano tutto quello che consumavano in fitto di nutrimento e di abiti; non avevano bisogno che di pochi operai (fabbri, carpentieri, tessitori, sarti, etc.) per lavorare le materie prime: essi li ammettevano nella comunanza man mano che ne avevano bisogno; in generale li alloggiavano all’estremo del villaggio, fuori dalla cinta fortificata.3 Dopo un soggiorno di un certo tempo – per solito un anno ed un giorno – questi operai ottenevano il diritto di cittadinanza ed erano autorizzati a mandare il loro bestiame nei pascoli comuni. In questi villaggi non v’ha, da principio, uno scambio di prodotti; gli artigiani sono funzionari pubblici che servono la collettività e sono retribuiti con una annua provvista di prodotti.

Lavoravano soltanto quando avevano ordinazioni e si dava loro la materia prima; se la cosa era fattibile, si trasferivano con gli utensili nella casa del cliente. Quando non furono più funzionari pubblici, si continuò a pagare i loro servigi in natura (grano, bevande, pollame etc.); e, se per caso possedevano un campo, lo si coltivava in compenso dell’opera fornita come carradore, tessitore o sarto. In una parola, essi ricevevano delle giornate gratuite di lavoro e dei prodotti in compenso di quanto avevano fatto, così come ne riceveva il guerriero per la sua opera di difesa.

Questa forma di lavoro, che esiste ancora nelle comunanze indiane, dura fino a quando i villaggi conservano la forma collettiva della proprietà fondiaria.

I villaggi posti sull’incrocio delle strade frequentate dalle carovane dei mercanti, o sulle bocche dei fiumi o sulla riva del mare, sono i primi a trasformarsi; ivi sorgono mercati temporanei più o meno frequentati, ed in vista dei quali gli operai del paese lavorano.

Ovunque gli artigiani trovano uno sbocco allo smercio dei loro prodotti, ivi il loro numero s’accresce; invece di vedersi respinti o malamente accolti, sono richiesti.

La popolazione di questi villaggi trasformatisi in borghi ed in città, si compone di artigiani dedicatisi specialmente a qualche mestiere ed aventi perciò bisogno l’uno dell’altro: il mercato, da temporaneo diventa permanente, e gli abitanti barattano e scambiano fra di loro i singoli prodotti, e nei giorni di fiera li vendono ai mercanti forestieri ed ai campagnoli del circondario.

L’industria cambia allora di carattere: l’artigiano comincia ad emanciparsi dal proprio cliente. Egli non aspetta più che gli si fornisca la materia prima per lavorare, ma se la procura e la tiene in bottega; non produce più dietro ordinazione, ma in previsione di una vendita probabile. Egli aggiunge, alla qualità sua di operaio, quella di negoziante; compera la materia prima e la vende dopo averla trasformata; ingrandisce la sua bottega e prende degli apprendisti e dei compagni per farsi aiutare.

Per provvedersi delle materie prime, e per pagare i salari degli operai che lavorano sotto di lui, egli deve avere del denaro pronto, ma in quantità così piccola, da non meritare il nome di capitale nel senso datogli da Marx; eppure questo denaro è un capitale in germe.

L’aumento della popolazione nei villaggi del medio evo trasformantisi in città impedisce che si accordi ai nuovi venuti l’uso dei beni comunali e, principalmente, ch’essi possano partecipare alla spartizione delle terre. I campi del villaggio continuano ad essere proprietà esclusiva dei discendenti dei primi occupanti, i quali formano un patriziato comunale, mentre nelle campagne, per necessità di difesa, va organizzandosi l’aristocrazia feudale.

Il patriziato cittadino si è conservato fino ai giorni nostri in certe città della democratica Svizzera. Gli aristocratici dei comuni dell’Alsazia divennero, sullo scorcio del secolo passato, dei grandi industriali.

Gli artigiani, per far fronte al dispotismo di questi patrizi borghesi, che avevano il monopolio delle terre e delle cariche della città, si riuniscono in associazioni di mestieri, le quali all’inizio sono inspirate al principio dell’uguaglianza, senza gerarchia ereditaria ed aperte a tutti gli operai del paese. Queste corporazioni non solo difendono gli artigiani contro il patriziato municipale, ma li proteggono anche contro la mutua concorrenza. Il mercato dove smerciano i loro prodotti è la prima condizione della loro esistenza; essendo esso limitato agli abitanti della città e ai compratori eventuali dei giorni di fiera, i sindaci delle corporazioni hanno l’incarico di prendere le misure necessarie affinché non sia ingombro da un’eccessiva abbondanza di produttori e di mercanzie.

A questo fine, le associazioni di mestieri si chiudono, ed il numero degli individui che possono farne parte, ed hanno conseguentemente il diritto di aprir bottega nella città, viene ad essere limitato, come anche il numero dei compagnoni e degli apprendisti che si possono tenere, e la quantità di merce che si può produrre. È prescritto come si debba lavorare la materia prima; qualsiasi invenzione è proibita, affinchè un produttore non abbia alcun vantaggio sull’altro. Perchè i sindaci possano efficacemente esercitare la sorveglianza, che è l’oggetto del loro ufficio, i maestri dei mestieri (padroni di bottega) debbono lavorare con la porta e colle finestre aperte, e qualche volta persino sulla via. Ogni corporazione ha la sua specialità i cui limiti non si possono varcare da nessuno dei suoi membri; i calzolai non fanno che scarpe nuove, tutto ciò che è risuolatura e riparazione è loro vietato e spetta alla corporazione dei ciabattini.

La vendita anch’essa è regolata non meno gelosamente della produzione: nelle fiere – come ancora oggidì al Temple di Parigi, dove si conservano le antiche usanze – il mercante non può avvicinarsi al viandante che quando quest’ultimo passa davanti al suo banco di mercanzie; dall’istante in cui se ne allontana e ne varca i limiti, appartiene, per così dire, al mercante vicino.

Questi numerosi e minuti regolamenti mostrano quanto già fosse importante l’ufficio del mercato; col suo continuo sviluppo esso trasformerà poi i metodi di produzione e tutte le relazioni sociali che con essi hanno attinenza.

La produzione individualista si muove in un contrasto, la cui soluzione è causa della sua scomparsa. Da principio l’artigiano, produttore e venditore nello stesso tempo, è un lavoratore sintetico, che concentra in sè le funzioni intellettuali e manuali del proprio mestiere, ed egli non può esistere senza che gli strumenti di lavoro siano disseminati per ogni dove. Questo appunto era il caso del medio evo; ogni provincia, ogni città, ogni borgo e perfino ogni castello feudale ed ogni abitazione di contadini, accentrava la produzione degli alimenti e delle altre cose necessarie alla vita dei suoi abitanti, vendendo solo il superfluo e non comperando che oggetti di lusso.

Non avendo bisogno di importare nessun prodotto di consumo usuale, le città medievali erano economicamente autonome; potevano perciò vivere isolate e formare altrettanti piccoli stati, quasi sempre in guerra fra di loro.

Gli agronomi, i quali furono i teorici dell’economia dell’evo medio, raccomandavano ai proprietari di produrre ogni cosa nelle loro terre e di nulla comprare al di fuori; e si è veduto infatti come i baroni feudali avessero nei loro castelli dei laboratori per fabbricare gli oggetti necessari, comprese le armi. Questa teoria della disseminazione della produzione durò ancora a lungo dopo la scomparsa dei fenomeni che l’avevano fatta sorgere.

Nel XVI secolo, quando si importò dall’Italia l’industria della seta, il governo del re, invece di concentrarla in quei luoghi ove essa aveva probabilità di fare buona riuscita, la sparse in tutte le provincie, e cercò di introdurre l’allevamento dei bachi, anche in quelle regioni dove il gelso cresce difficilmente.

Durante la rivoluzione del 1789, si tentò di acclimare il cotone in Francia, per non essere più costretti di comprarlo all’estero, e le qualità saccarifere della barbabietola vennero scoperte, quando si cercò il mezzo di emanciparsi dal tributo che si pagava annualmente alle colonie per l’acquisto delle canne da zucchero.

Allorquando le guerre intestine tra feudatari vennero meno, in seguito allo scomparire dei vinti, le cui terre andarono ad ingrossare i beni del vincitore, e fu possibile rendere più sicure le strade, si poté commerciare da città a città e da provincia a provincia.

Essendosi così ingrandito il mercato, sorsero dei centri di produzione operaia; la città di Gand, dove si intessevano i panni con lane provenienti specialmente dall’Inghilterra, aveva nel XIV secolo una popolazione di mezzo milione di abitanti. Lo sviluppo del commercio diede il crollo all’organizzazione feudale della città.

Le corporazioni di mestieri delle città industrialmente prospere diventano dei corpi aristocratici, nei quali non si entra che per privilegio di nascita e di danaro, o per favore del re, o dopo una lunga e costosissima pratica, quando non si ha la fortuna di essere figlio o parente di maestro; bisogna sborsar danaro per imparare il mestiere, sborsarne per divenir in esso maestro, e sborsarne ancora per poterlo esercitare. Le corporazioni escludevano dal loro seno molti operai che non lavoravano più per conto proprio, ma nelle botteghe dei padroni.

Costoro sperano dapprima di diventare maestri a loro volta e di aprir bottega; ma di mano in mano che il commercio e l’industria si sviluppano, vedono dileguarsi la possibilità di raggiungere questa loro speranza; esclusi dalle corporazioni de’ maestri di mestiere ed in lotta coi padroni che se ne servono, si riuniscono e formano delle vaste associazioni di compagnoni, le quali sono nazionali, ed anche internazionali, mentre le corporazioni dei maestri conservano il loro carattere locale.

I padroni, arricchiti dallo sviluppo della produzione, fanno lega coi patrizi municipali per far fronte ai compagnoni, spesso aizzati e protetti dalla nobiltà feudale, invidiosa delle ricchezze dell’aristocrazia municipale e corporativa. Tutte le città del medio evo furono insanguinate dalle lotte fra queste classi.

Ma il continuo ingrandirsi del mercato, e lo sviluppo del commercio, che ne segue, mettono fine a queste lotte di classe dell’ultimo periodo dell’epoca feudale col distruggere le corporazioni de’ maestri e col modificare il metodo di produzione disseminata in una infinita moltitudine di piccoli laboratori sparsi pel paese, e dall’altro discentra le industrie accumulate in una stessa città e in una stessa provincia, e trasforma l’artigiano sintetico della piccola industria individualista nell’operaio-frazione dei moderni opifici.

III. L'opificio

La scoperta della via delle Indie attorno al Capo di Buona Speranza e di quella dell’America, fatta sul finire del secolo XV, riempiendo l’Europa dell’oro messicano e peruviano e creando il commercio transoceanico, fece scemare il valore della proprietà fondiaria, diede l’impulso definitivo alla produzione capitalistica che andava progredendo nelle città marittime del Mediterraneo ed in quelle dei Paesi Bassi e della lega Anseatica, ed inaugurò l’era delle nuove lotte di classe e delle moderne rivoluzioni.4

Le nuove contrade scoperte furono poste a sacco e servirono di sbocco ai prodotti industriali ed anche agricoli dell’Europa; si mandava in America grano, vino, formaggio, etc. L’industria risente subito gli effetti di questa creazione di un mercato coloniale e dell’importazione dell’oro americano.

Uomini nuovi, che ordinariamente non fanno parte di corporazione alcuna, ma si sono arricchiti nel commercio e cercano di far rendere i loro capitali, si slanciano nella produzione, in cui presentono una sorgente di gran guadagno, ove però si infrangano tutti i regolamenti delle corporazioni sul modo di produrre, sulla quantità da prodursi e sul numero degli operai da impiegarsi. Difatti, non possono impiantare in città i loro laboratori, non dissimili dagli altri che per la loro vastità; sono costretti a stabilirsi in campagna, nei sobborghi e nelle borgate marittime sorte recentemente, che non hanno nè patriziato comunale, nè corporazione alcuna. È fuori della cinta fortificata di Parigi e di Londra, nel sobborgo S. Antonio ed a Westminster e Southwark, che essi fondavano i loro opifici, i quali dovevano presto mandare in rovina i maestri dei mestieri e sconvolgere la piccola industria artigiana.5

Erano mercanti, od uomini che incominciavano ad arricchire ed erano fatti soci dei mercanti, non mai maestri di mestiere anneghittiti dall’abitudine inveterata e stretti nei regolamenti corporativi, quelli che iniziavano questa rivoluzione industriale. Così ai giorni nostri, le ferrovie vennero costrutte ed amministrate dai banchieri, non dalle società delle diligenze.

L’opificio non poteva attaccar di fronte l’organizzazione corporativa nè levarsi contro i privilegi dei maestri di mestiere senza recar danno all’operaio, ch’esso pareva proteggere, sia mediante una maggior copia di lavoro, sia colla più grande regolarità di questo, sia coi salari più elevati. La divisione del lavoro, che aumenta la produttività, ma riduce al minimum l’abilità tecnica dell’operaio, sorse nell’opificio. Tutte le singole operazioni di un mestiere vennero analizzate e separate l’una dall’altra; la fabbricazione di una spilla, p. es., fu scomposta in una ventina di operazioni, affidate ciascuna ad un operaio specialista. L’artigiano, che prima conosceva tutte le singole operazioni del proprio mestiere, le eseguiva, per turno, una ad una, e creava un’opera in cui si rifletteva la sua personalità di artiere, fu così ridotto ad essere un semplice operaio, condannato per tutta la vita a ripetere macchinalmente la stessa operazione.

Anche la sua individualità è distrutta; egli ora ha bisogno della cooperazione di un certo numero di compagni per compiere il lavoro che prima faceva da solo; perde la sua indipendenza, perchè non può lavorare che nel laboratorio del padrone ed a condizione che altri operai lavorino con lui; egli è un organo industriale della collettività, richiesto dalla fabbricazione del prodotto. Di individualista ch’essa era, la produzione è diventata collettivista.

L’opificio, disorganizzando la produzione individualista, influisce sulla popolazione rurale e sull’agricoltura.

L’artigiano della piccola industria individualista abitava in campagna o nei piccoli borghi e possedeva in generale la casa che lo albergava ed un piccolo pezzo di terra; egli divideva il suo tempo fra il lavoro industriale e quello agricolo. L’opificio lo toglie al lavoro agricolo che egli compieva nel suo campo o nelle terre dei grandi proprietari; lo rinchiude nelle città, che abbattono le loro mura e si estendono sui campi che le attorniano. Allora incomincia quello spopolamento delle campagne che fin dal XVIII secolo i proprietari lamentano con amarezza.

L'opificio, mentre toglie le braccia all’agricoltura, le chiede un soprappiù di produzione per nutrire le popolazioni cittadine formatesi recentemente.

Nell’inizio del periodo collettivista, la città non esisteva, nemmeno là dove risiedevano i capi militari investiti dell’autorità regale. I principi indiani viaggiavano con una frotta di guerrieri, seguiti da artigiani di ogni mestiere: il luogo in cui si accampavano diventava una città temporanea; essi vivevano coi tributi e coi regali degli abitanti delle terre circostanti. I re franchi del VI secolo tenevano la loro corte in vastissimi poderi; l’abitazione reale era attorniata dagli alloggi degli ufficiali del palazzo e dei capi militari, nella truste del re. Altre case più piccole erano occupate da un gran numero di famiglie che esercitavano tutti i mestieri, a cominciare dall’oreficeria e dalla fabbricazione delle armi giù giù fino al tessere ed al conciar pelli; dal ricamo in seta ed in oro fino alla più grossolana preparazione della lana e della canapa. Case coloniche, razze, stalle, ovili, fienili, casupole di contadini e capanne di servi del podere, compievano il villaggio regale.6

La mancanza di strade e la difficoltà delle comunicazioni impedivano le agglomerazioni troppo numerose; sarebbe stato impossibile il nutrirle. Le città medievali, non potendo contare per il proprio sostentamento che sui prodotti agricoli dei loro vicinissimi dintorni, erano forzatamente costrette ad avere un ristretto numero di abitanti.7

Finchè la deficienza di strade e la poca sicurezza di quelle che esistevano avevano reso difficile, per non dire impossibile, il commercio fra città e città, non era venuto in mente a nessuno di premunirsi contro l’esportazione dei prodotti agricoli. Ma appena i mezzi di comunicazione si vanno perfezionando ed appena si incomincia a trasportare grano da un luogo all’altro, ogni città, ogni provincia, prende delle misure per impedire l’uscita delle granaglie dal suo territorio ed il loro monopolio. Tutte le città d’Europa emettono dei regolamenti, i quali obbligano a fare la vendita del grano sulla piazza del mercato, ad ore fisse; determinano il prezzo massimo e la quantità che se ne può comprare; proibiscono ai proprietari, sotto pena di confisca, di conservare i raccolti per più di due anni; e vietano di comperare il grano nel granaio o nel campo.8

L’ingrandirsi delle città e la difficoltà di avere provvigioni fuori del loro territorio, facevano sì che ogni cattivo raccolto avesse per conseguenza un’annata di penuria e qualche volta di carestia. Il maggior pensiero delle autorità municipali era quello d’impedire la carestia: esse fondavano granai d’abbondanza, in cui si ammucchiava del frumento bastante per sei mesi o per un anno, in previsione di cattivi raccolti; esse vegliavano a ciò che ogni anno vi fosse una sufficiente quantità di terre seminate a grano, e limitavano le altre coltivazioni. Un editto del 1577 ha per iscopo di restringere in Francia le piantagioni di viti, sempre più estese, ed ordina che per ogni nuova terra ridotta a vigneto se ne coltivi a grano una di superficie doppia.

L’agricoltura, per bastare ai nuovi bisogni delle crescenti popolazioni urbane, dovette svilupparsi. Nel XVI e XVII secolo si dissodarono molti terreni, si diboscarono foreste, si prosciugarono stagni e si moltiplicarono i campi di grano. Nelle annate di buon raccolto, il grano era così abbondante che il suo prezzo non compensava più delle spese; bisognava trovare degli sbocchi, e si autorizzava allora la sua circolazione da provincia a provincia, ed anche la sua esportazione in Inghilterra e nelle colonie. Questa libertà non era però che temporanea; appena il grano raggiungeva un certo prezzo in un luogo, se ne proibiva l’esportazione. Per quattordici anni, dal 1669 al 1683, l’esportazione fu in Francia permessa nove volte e vietata cinque. Questi numerosi regolamenti non giungevano ad impedire le carestie locali; anzi spesse volte le rendevano più intense coll’impedire l’uscita delle granaglie da una provincia in cui abbondavano, poichè le città minacciate si impadronivano del grano che passava attraverso ai loro territori, o ne proibivano il transito quando temevano la concorrenza. Colbert dovette usare la forza per far giungere a Parigi 2,500 sacchi di grano che il parlamento di Bordeaux voleva trattenere.

E di fatto, qualche volta una città soffriva di carestia mentre, a sole venti leghe di distanza, il grano abbondava. La circolazione del vino, della lana e degli altri prodotti agricoli era soggetta ad impacci simili: i porti di Bordeaux e di Marsiglia, per facilitare la vendita dei vini del loro territorio, impedivano a quelli delle altre province di giungere sino al mare.9

Gli ultimi ministri della monarchia cercarono di dimostrare l’inutilità ed i pericoli di queste proibizioni; le sospesero per un certo tempo, ma furono sempre costretti a ristabilirle. Per sopprimerle affatto, per spogliare i contadini dei loro secolari diritti che pesavano sulla proprietà fondiaria ed impedivano lo sviluppo della moderna agricoltura, e per abolire i privilegi delle corporazioni che impacciavano i progressi dell’industria manifatturiera, era necessaria una rivoluzione.

Le corporazioni che si opponevano allo stabilimento degli opifici nelle città, temevano qualsiasi innovazione; esse proibivano ogni perfezionamento e l’uso di ogni nuovo metodo, affinchè l’uguaglianza industriale esistente fra i maestri di mestiere non fosse distrutta dal fatto che uno di loro potesse avere un vantaggio sugli altri.

Argand, l’inventore delle lampade a doppia corrente d’aria, le quali triplicavano l’intensità luminosa dell’olio, fu citato, nel XVIII secolo, innanzi al parlamento di Parigi dalla corporazione dei lattai, rivendicante il diritto esclusivo di fabbricar lampade. Si permise la vendita delle tele impresse e stampate solo perchè le grandi cortigiane reali, la Pompadour, la du Barry e Maria-Antonietta, le proteggevano.

Le camere di commercio di Rouen, di Lione, di Tours e di Amiens protestarono energicamente, predicendo la rovina dell’industria e minacciando la Francia di un cataclisma, ove se ne fosse autorizzata la fabbricazione.

La rivoluzione del 1789 sciolse l’agricoltura, il commercio e l’industria dai lacci feudali che ne impedivano il progresso; la proprietà borghese potè allora compiere liberamente la sua evoluzione.

IV. L’agricoltura capitalistica

Il secolo XVII si occupò con passione dell’agricoltura, che in Francia, era delle più primitive. «È senza dubbio triste, ma innegabilmente vero, che l’agricoltura non ha fatto dall’epoca romana che debolissimi e lenti progressi», scriveva un agronomo anteriore alla Rivoluzione.10

Si studiavano e si commentavano gli autori latini, come i più competenti in materia; si imitava l’Inghilterra come anche oggi si fa; si importavano le sue razze bovine e le sue piante da foraggio; s’introduceva la patata, conosciuta in Europa da più di un secolo;11 si moltiplicavano gli esperimenti nei laboratori, rifacendoli poi su vasta scala, e si diffondeva l’istruzione agraria nelle città e nelle campagne12 si fondavano società, concorsi, premi agricoli; si inventavano arnesi aratorj e si perfezionavano quelli esistenti;13 si sperimentavano il seminatore meccanico, l’erpice a denti di ferro, etc. L’entusiasmo per l’agricoltura non ebbe limiti in questo secolo meraviglioso che sconvolse le industrie, le idee e le scienze; gli enciclopedisti affermavano che il piantar un albero era un’azione virtuosa.

Questo ardore giovanile prova quanto profondamente gli uomini del XVIII secolo capissero come la risoluzione del problema agricolo, posto dall’incessante aumentare delle popolazioni industriali, fosse una questione di vita o di morte.

Carestie continue affamavano queste popolazioni, dando luogo a sommosse minacciose, le quali preparavano il popolo a quella rivoluzione che era imposta dai fenomeni economici e che gli scritti dei filosofi e degli economisti producevano nelle menti borghesi illuminate.

Ma tutti gli sforzi per trasformare l’agricoltura si infrangevano contro l’ostacolo invincibile opposto dal frazionamento delle coltivazioni e delle terre e dai diritti secolari dei contadini.

Le proprietà di questi ultimi erano divise e suddivise all’infinito, in seguito a divisioni ereditarie successive;14 quelle dei signori e dei borghesi, quantunque fossero a volte di un’estensione considerevole, erano frazionate in tante piccole masserie, le quali, dal punto di vista della coltivazione, si smembravano, a volta loro, in piccolissime porzioni; sulle terre dei proprietari, si seguiva il metodo di coltivazione dei contadini del medio evo, colla sua rotazione triennale, i suoi maggesi ed il suo diritto di pascolo. La piccola proprietà, della quale i politicanti borghesi, con un intento reazionario, intessono le lodi, è ligia all’abitudine ed incapace di qualsiasi progresso, perchè il proprietario manca di cognizioni e di mezzi pecuniari, e perchè il suo campo d’azione è troppo ristretto; in tutti i luoghi ove la si ritrova è facile constatare la verità di quest’osservazione di Leopoldo Delisle: «Un fatto importante – egli dice nella prefazione della sua Histoire des classes agricoles du moyen âge – è lo stato stazionario in cui è rimasta l’agricoltura nostra da otto secoli in qua, dal X al XIX. Quasi tutti i metodi che noi troviamo descritti nei capitolari sono adoperati ancora oggidì dai nostri contadini, in guisa che un lavoratore del XIII secolo potrebbe, senza trovar di che meravigliarsi molto, visitare gran parte delle nostre piccole masserie.»

Affinchè l’agricoltura moderna potesse prender l’aire, il primo ostacolo da infrangersi era quello dell’antico diritto consuetudinario che vietava ai proprietari di chiudere i loro campi dopo le messi: questo diritto proibiva ogni cambiamento di coltivazione ed ogni esperimento di nuove piantagioni, sotto pena di vedere i raccolti dati in balìa al bestiame del comune. Si era tentato di abolirlo prima della Rivoluzione; nel 1777 Necker autorizzava, con un editto reale, i proprietari ed i coloni del Boulonnais a cingere i loro prati, nonostante la consuetudine del paese, che non permetteva di chiudere più del quinto delle proprietà, e lasciava che ognuno fornisse dei prati e delle terre a maggese; il 23 giugno 1785, una decisione del parlamento di Parigi aboliva il diritto di pascolo dopo i raccolti in qualche parrocchia di sua spettanza; in Piccardia ed in Normandia, il compascuo era stato proibito in diversi luoghi.

La Rivoluzione compì ad un tratto l’opera timidamente iniziata.

L’abolizione, senza compenso alcuno, di questo diritto acquisito e la spartizione dei beni comunali diedero un colpo terribile alla piccola proprietà ed ai suoi metodi di coltivazione; poichè esse tolsero ai contadini la possibilità di possedere del bestiame per nutrirsi e vestirsi e del letame per concimare i loro campi. E subito va incominciando la rivoluzione agraria: le foreste sono diboscate, le paludi e gli stagni, allora tanto numerosi, vengono prosciugati; i terreni incolti sono coltivati, le praterie artificiali sono formate, le nuove coltivazioni s’introducono o si estendono, ed i prodotti circolano e giungono in gran copia nelle città industriali.15

Il movimento è tanto generale, che le carestie, così frequenti prima e durante la Rivoluzione, si fanno rare e meno gravi, ed i proprietari non si preoccupano più di come produrre derrate per bastare alle richieste, bensì di come trovare consumatori per i loro cresciuti prodotti.

Allora incominciano i loro lagni eterni sul ribasso dei prezzi, ch’essi vogliono proteggere coi dazi di confine. Il valore delle terre cresce, ed i nobili arricchiscono per virtù di quella rivoluzione che aveva loro tolto l’impaccio dei privilegi decrepiti e dannosi ai loro veri interessi di proprietari fondiarj.

L’agricoltura moderna non desidera altro che sbocchi sempre più vasti, per mostrare a quanto giunga la sua meravigliosa forza di produzione; le ferrovie e le industrie capitalistiche glieli forniscono. La grande industria meccanica può, senza pericolo alcuno, assorbire le popolazioni delle campagne ed ammucchiare nelle città migliaia e migliaia di proletari: l’agricoltura capitalistica è in grado di nutrirli e di provvedere a tutti i loro bisogni.

Questo prodigioso sviluppo non accadde senza dare luogo ad inconvenienti di una gravità estrema.

Il diboscamento delle foreste, dato in balìa, senza controllo alcuno, alla cieca rapacità dei proprietari borghesi, ha denudato delle intere montagne e trasformato dei fiumi fecondi in torrenti rovinosi. La produzione continua non lascia riposare la terra nè le dà il tempo di riacquistare la sua fertilità; l’importazione dei prodotti agricoli nelle città, che Vauban già riteneva – nella sua Dîme royale come una delle cause dell’impoverimento del suolo, interrompe la circolazione della materia, che aveva luogo quando, risiedendo il produttore ed il consumatore in campagna, si restituiva alla terra ciò che le veniva tolto. La terra, madre feconda di tutti gli esseri viventi, si esaurisce; nei paesi inciviliti essa non dà più raccolti se non la si rimpinza di guano proveniente dall’America e di concimi chimici preparati artificialmente.

L’Inghilterra, che prima fra le nazioni applicò in grande l’agricoltura intensiva, fu anche la prima a subirne le conseguenze: fin dal 1830 gli agricoltori inglesi vennero nel Mezzodì della Francia a disputare la sansa ed i resti dei frantoi di Marsiglia e di Aix agli agricoltori provenzali; e raccolsero pur anche nei campi di battaglia della Repubblica e dell’Impero la terra umificata dai cadaveri dei soldati. Furono anch’essi i primi che adoperarono i concimi artificiali in gran quantità e sostituirono le macchine all’insufficiente lavoro umano. Ma i concimi, le sementi delle piante migliorate, le macchine, il bestiame e tutte le varie applicazioni dell’agricoltura moderna richiedono capitali, e grandi capitali.

Si calcola che, per intraprendere una buona coltivazione, in Inghilterra un affittavolo debba avere in media un capitale circolante di 1000 a 1500 franchi per ogni ettara. Oggidì l’agricoltura è un’industria capitalistica.

Bisogna però volgere lo sguardo all’America per trovare l’agricoltura capitalistica nel suo completo sviluppo, il financial farming, come dicono i Yankees. I banchieri organizzano un’azienda agricola nello stesso modo con cui si erige un opificio metallurgico od un cotonificio meccanico; invece di produr macchine o filati di cotone, si fabbricano granaglie, frutti e carne. Nel 1857, L. de Lavergne, citava come modelli un podere dell’Oise nel quale si coltivavano 500 ettari di barbabietole, e si raccoglievano tre mila ettolitri di grano, ed un altro del Passo-di-Calais che seminava mille ettari di barbabietole e nutriva mille grossi capi di bestiame.

«Non vi è nulla di più colossale in Inghilterra»

egli esclamava con orgoglio.16

Eppure queste immense masserie europee sono ben poca cosa a paragone delle bonanza farms del nuovo continente.

Dal 1874, O. Dalrymple, un agricoltore americano, il quale ha avuto il suo quarto d’ora di fama mondiale, dirige per conto di una compagnia di capitalisti sei poderi che hanno un’estensione totale di trenta mila ettari.

Egli li ha divisi in sezioni di 800 ettari, suddivise a loro volta in tre parti di 267 ettari ciascuna, unite telegraficamente con l’amministrazione centrale. I 30,000 ettari sono coltivati da una falange di 600 operai organizzati militarmente; al tempo delle messi, l’amministrazione centrale assolda cinque o seicento lavoratori supplementari che vengono distribuiti fra le varie sezioni.

Appena i lavori dell’autunno sono compiuti, si licenziano gli operai, eccetto i capisquadra e dieci uomini per ogni sezione.

In certi possedimenti del Dakota e del Minnesota, i cavalli ed i muli non passano l’inverno nelle terre ove lavorano; terminato il sovesciamento della stoppia, si mandano, in gruppi di cento o duecento paia, a 1000 o 1500 chilometri verso il sud, da dove non ritornano che a primavera. Dei macchinisti a cavallo seguono nei campi gli aratri, le seminatrici e le falciatrici meccaniche; al più piccolo guasto, con una corta galoppata corrono vicino alla macchina per ripararla e rimetterla in moto.

Il grano è portato nelle battitrici, che funzionano giorno e notte, e le cui caldaie sono riscaldate con fastelli di paglia immessi nel focolare mediante tubi di lamiera di ferro.

In California, lo scapezzatore gigante (the giant header), spinto da quattro o da otto cavalli, colle sue lame oscillanti, falcia in un sol colpo le spighe a due pollici dalla loro base, su di una superficie da 16 a 28 piedi quadrati; una tela girante le raccoglie e le getta entro un carro, in cui vengono sgranellate ed insaccate.

La paglia rimasta nei campi si abbrucia.17 Il grano, battuto, vagliato, pesato ed insaccato automaticamente, è trasportato alla ferrovia che fiancheggia il podere di Dalrympe, e di là a Duluth od a Buffalo. Le seminagioni di grano sono estese a 2000 nuovi ettari ogni anno: nel 1880 esse coprivano una superficie di 18,000 ettari.

La borghesia europea, dopo aver tolto ai contadini i loro beni comunali ed abolito i loro diritti, li aggravò di imposte in denaro e di sangue, li diede in balìa degli usurai – che li trasformarono in proprietari solo di nome – e li pose alle strette colla concorrenza dei grandi proprietari e dei grandi affittavoli dell’America e dell’India.

Queste cause, ed altre ancora, affrettarono l’espropriazione del piccolo proprietario e la trasformazione sua in proletario. L’agricoltura capitalistica americana ha fatto sorgere un proletariato agricolo di carattere speciale.

La maggioranza dei lavoratori degli Stati graniferi dell’Unione d’America si compone di proletari che non hanno un palmo di terra, nè un tugurio di fango e paglia, e nemmeno il letto in cui dormono, nè il cucchiaio con cui mangiano; essi rappresentano l’ideale dell’animale umano spoglio di ogni proprietà privata; eccetto quel po’ di roba che appropriano direttamente sotto forma di cibo e di vesti, non possiedono assolutamente nulla. Non hanno dimore fisse nei campi, che abbandonano a lavoro finito per tornare in città. I direttori dei poderi capitalistici li arruolano per ogni dove, nei villaggi e nelle città, li assoldano per la stagione dei lavori, li dividono in squadre aventi a capo dei soprastanti e dei sorveglianti, e li mandano sulle loro terre; là li nutrono, lavano e stirano loro gli abiti e la biancheria, e pagano loro il salario ogni mese. Organizzati in veri battaglioni agrarî questi operai sono soggetti ad una disciplina militare; si alzano, mangiano, lavorano e vanno a letto ad ore fisse. Durante la settimana è loro proibito l’uso delle bevande alcoliche, alla domenica soltanto possono bere nelle bettole dei paesi vicini. Dopo i lavori autunnali, sono licenziati, e nel podere non si lasciano che pochi uomini per accudire al bestiame ed al macchinario.

Allora essi tornano nelle città per darsi al mestiere che loro capita.

La trasformazione della proprietà fondiaria, del suo metodo di coltivazione, e della popolazione delle campagne fu cagionata dalle trasformazioni della proprietà industriale e finanziaria.

Le terre, per fornire all’industria le braccia ed i capitali necessari pei suoi opifici e per i suoi lavori giganteschi (ferrovie, trafori, stabilimenti, etc.) – che a nulla si possono paragonare se non alle opere colossali dell’epoca comunista primitiva – dovettero spopolarsi e vuotare i nascondigli ove i contadini tenevano i loro risparmi. Gli uomini si sono ammucchiati nelle città industriali, ed il danaro si è accumulato nelle casse dei banchieri.

Nelle epoche precedenti, eccetto una piccola minoranza di nobili, di uomini d’arme, di preti e di artigiani, i cittadini nutrivano sè stessi lavorando la terra: nella società capitalistica, una massa ognor più grande di cittadini è strappata al lavoro agricolo per venir esclusivamente destinata a quello industriale e commerciale, e fa calcolo, pel proprio sostentamento, sul lavoro della popolazione datasi alla produzione agraria.

Questo stato di cose è gravido di rivoluzioni

La torma d’individui sottratta ai lavori dei campi è tanto considerevole, che l’agricoltura delle nazioni civili è condannata a mutar continuamente le coltivazioni; ma, a dispetto dei progressi incessanti e numerosi, essa ridiventa – come la piccola agricoltura medievale – impotente a nutrire le popolazioni industriali, perchè queste aumentano troppo presto, e perchè i banchieri e gl’industriali, dopo aver tolto i contadini alla campagna, sottraggono continuamente nuove terre alla coltivazione per consacrarle ai loro piaceri privati, trasformandole in tenimenti di lusso ed in territori di caccia.

Il problema che l’industria manifatturiera aveva posto già nel XVIII secolo, viene ora di nuovo messo in campo dalla grande industria meccanica del secolo XIX.

L’agricoltura lo aveva risolto, nell’inizio del secolo, con l’estendere le terre a coltivo, e col mutare tutti i metodi di coltivazione.

Ma oggigiorno il problema non si risolve altrimenti che col diminuire costantemente il vitto giornaliero delle popolazioni industriali, condannate al più ristretto minimum di nutrimento e col compensare i deficit dell’agricoltura nazionale mediante importazioni dalla Russia, dall’America, dall’Australia e dall’India; si crea così il commercio internazionale dei prodotti agricoli; la Francia importa più di un quinto del grano che consuma, e l’Inghilterra, il paese più industriale del mondo intiero, trae dall’estero più della metà dei suoi mezzi di sussistenza.18 Nel secolo XVIII la proprietà fondiaria aveva approfittato della trasformazione industriale; essa ne soffre ai giorni nostri.

Il commercio internazionale dei prodotti agricoli mette in lotta le terre vergini dei paesi nuovi con le terre esauste delle contrade civili, la cui fertilità può rinnovarsi soltanto con una sovrabbondanza di concime e di lavoro. Questa concorrenza getta la proprietà fondiaria europea in una crisi permanente, dalla quale non uscirà che per opera della socializzazione della terra.

V. L’industria ed il commercio capitalistico

La città del medio evo era un’unità economica; essa aveva dentro di sè tutte le corporazioni di mestieri, che i bisogni degli abitanti richiedevano; il commercio fra città e città era molto raro e si limitava, in generale, a pochi oggetti di lusso.

La produzione capitalistica, giunta a un certo punto del suo svolgimento, distrugge quest’indipendenza economica, disorganizzando le associazioni, separando i mestieri, ed accentrandone uno, o più, in dati luoghi speciali favorevoli al loro sviluppo. Nessuna città, nessuna provincia, deve più darsi il pensiero di produrre tutto ciò che occorre agli abitanti suoi; essa può limitarsi alla fabbricazione di certe mercanzie, e può contare sulle altre regioni per quegli oggetti che non produce più e che il commercio ognor più vasto le fornisce. Le fabbriche di seterie, che si era tentato di disseminare in Francia per ogni dove, si erano quasi tutte accentrate in Lione e nei suoi dintorni, sullo scorcio del secolo passato: da quando si è trovato il modo di mescolare il cotone alla seta, esse vanno accostandosi ai centri cotonieri. La tessitura del lino e della lana, che si faceva in tutti i villaggi ed in tutte le città, si concentra in certe regioni, mentre il ferro, il grano, la concia delle pelli, la calzoleria, etc., si riuniscono in altre.

Alle antiche unità economiche, le quali erano comunali, sottentrano delle unità economiche di un altro genere. Le antiche unità erano complesse, in questo senso: che risultavano dall’agglomerarsi in una sola città di tutte le industrie, necessarie alla vita degli abitanti; le unità moderne invece sono semplici, formate cioè da una sola industria principale e da poche altre sussidiarie: qui il cotone, là il ferro, il carbon fossile, lo zuccaro, il cuoio, etc. Una nazione capitalistica, come ad es. la Francia, non si suddivide più in provincie autonome, secondo la sua struttura geografica; ma in unità economiche semplici, in distretti cotonieri, vinicoli, in regioni produttrici di grano o di barbabietole, in centri siderurgici, carboniferi, etc. Tutte queste città industriali sono collegate fra di loro da reciproci bisogni, poichè nessun centro può vivere, come facevano invece le città medievali, un mese, una settimana sola senza i prodotti dell’altro centro d’industria. Così, per esempio, la città di Rouen tesse delle stoffe di cotone per tutta la Francia, ma trae le sue seterie da Lione, il suo ferro da Montluson, il suo grano dalla Beauce, il suo bestiame dal Nord, il suo carbone dal Passo-di-Calais, i suoi olj da Marsiglia, i suoi vini dall’Hérault, etc. – Una nazione capitalistica non è altro che un vastissimo opificio; ogni specialità della produzione sociale vien fabbricata in centri speciali, separati fra loro da distanze considerevoli, ma strettamente uniti da bisogni reciproci.

L’autonomia politica delle città del medio evo la quale era una conseguenza della loro autonomia economica, non può più sussistere; la divisione del lavoro in centri speciali, collegati da bisogni economici e da legami commerciali, serve di base all’unità politica delle nazioni capitalistiche.

La produzione moderna, che ha distrutto l’unità locale e provinciale della produzione artigiana, va distruggendo pure l’unità nazionale, a cui ha dato vita, per surrogarla con un’unità più vasta, l’unità internazionale. L’Inghilterra, che per la prima si provvide dei moderni meccanismi, ebbe la pretesa di costringere le altre nazioni ad essere dei semplici paesi agricoli, intenti unicamente alla produzione dei viveri che le abbisognano, e delle materie prime, che sola avrebbe trasformato. Il Lancashire avrebbe dovuto tessere tutto il cotone delle Indie e degli Stati Uniti.19 Ma questo prematuro tentativo di monopolio internazionale delle industrie, fallì completamente. Oggigiorno l’America fabbrica delle stoffe di cotone oltre il bisogno, e le Indie, la cui industria cotoniera fu rovinata dall’Inghilterra, si son date esse pure alla filatura ed alla tessitura meccanica.

Nel 1870 la quantità di cotone consumato dalle fabbriche inglesi ascendeva a 87.000 balle, ed il numero dei fusi in azione, era 838.000; nel 1884, le balle di cotone erano salite a 555.000 ed i fusi ad 1.700.000.20

L’India fu la culla dell’industria del cotone: i calicò venivano una volta da Calcutta, e la mussola giungeva in Europa per la via di Mousul; in un giorno più o meno lontano, le stoffe di cotone indiane, fabbricate vicino ai luoghi di produzione del cotone, invaderanno di nuovo i mercati europei, e porteranno a loro volta la rovina nel Lancashire e nei centri cotonieri del continente. Non saranno più nè Manchester nè Rouen che esporteranno stoffe di cotone in Asia, in Africa, bensì le Indie, il Giappone, la Cina, gli Stati Uniti. Un industriale yankee, prevedendo la sorte dei fabbricanti inglesi, li consigliava di trasportare le loro macchine nella Luigiana per tessere i cotoni che, senza spesa alcuna di trasporto, avrebbero avuto là sotto mano.

Noi assistiamo allo spostamento internazionale dell’industria; le fabbriche si vanno avvicinando ai centri di produzione agricola che loro forniscono la materia prima.

Ma, prima di essere dei centri industriali internazionali, gli Stati Uniti e le Indie tenevano l’industria europea nelle loro mani. La guerra di secessione, avendo sospeso la produzione del cotone dal 1861 al 1865, gettò sul lastrico gli operai cotonieri di Francia e d’Inghilterra, spinse all’estremo la coltivazione del cotone, – della «pianta d’oro», – in Egitto, impoverì i fellah, e diede le finanze egiziane in balìa ai Rothschild ed ai coccodrilli della finanza cosmopolita.

La produzione del grano tende ad accentrarsi in certe regioni della terra. L’America e le Indie producono parte del grano consumato dall’Inghilterra, la quale, nel XVIII secolo, ne raccoglieva invece molto di più che non glie ne abbisognasse.

Le nazioni civili dipendono oggidì le une dalle altre ed anche dai paesi semi-inciviliti, sia per le materie prime e per le derrate, sia per lo smercio dei prodotti.

Questi bisogni economici internazionali, che andranno moltiplicandosi in avvenire, serviranno di base all’unità politica del genere umano. Il commercio precede e segue la produzione nel suo cammino. Quantunque nel medio evo, non si commerciasse fra città che al tempo delle fiere, nelle quali si vendevano e si compravano prodotti per tutta l’annata, il traffico aveva assunto tuttavia un carattere internazionale, non appena le crociate misero l’Occidente in comunicazione coll’Oriente. Le difficoltà ed i pericoli dei trasporti facevano sì che il commercio si limitasse ad un piccolo numero d’oggetti di lusso. La scoperta dell’America aumentò di molto il numero delle cose commerciabili; poichè i mercanti facevano continua ricerca di nuovi oggetti. Come già si è detto, prima furono i mercanti che fondarono gli opifici ed iniziarono la rivoluzione dell’industria corporativa. Il commercio nazionale si sviluppa di mano in mano che le città, limitandosi alla produzione di un certo numero di articoli, devono procacciarsi gli altri. Dall’istante in cui la produzione capitalistica fu costretta a ricorrere all’estero per approvvigionarsi di materie prime, per smerciare i suoi prodotti e pel sostentamento delle sue popolazioni operaie, il commercio internazionale andò sviluppandosi con straordinaria rapidità. Il mercante, la cui influenza era ben poca nella produzione corporativa, acquista, per il fatto che il commercio è indispensabile alla produzione capitalistica, una potenza che lo fa maestro e donno dell’industria.

Per passare dalla disorganizzazione delle unità locali e provinciali, alla formazione delle unità politiche nazionali, la produzione capitalistica è venuta costituendo degli organismi industriali ch’essa ha potuto creare solo mediante l’accentramento della produzione e la decomposizione del processo di fabbricazione.

Così, mentre la produzione manifatturiera da un lato ammucchiava nei suoi opifici gli operai ed i mezzi di produzione, vi introduceva dall’altro la divisione del lavoro, che decompone lo strumento e l’operaio e li condanna a far sempre la stessa cosa. Gli utensili dell’industria artigiana erano semplici e pochi, mentre quelli dell’industria manifatturiera sono complessi e numerosissimi.

A misura che il lavoratore parcellare diviene atto ad una sola operazione, l’utensile segue un cammino parallelo e diventa esso pure parcellare; in certi opifici, p. es., vi sono moltissimi martelli di peso e forma diversa; ogni martello è destinato unicamente ad una singola operazione speciale. L’industria meccanica distrugge l’opera della manifattura; strappa gli utensili dalle mani dell’operaio parcellare e li annette ad un’armatura di ghisa e d’acciaio, la quale è, per così dire, lo scheletro della macchina-utensile, i cui organi sono rappresentati dai vari strumenti annessi. La macchina-utensile è una sintesi meccanica.

Ma la produzione capitalistica origina pure una seconda sintesi.

Nell’industria domestica, esisteva un’unità economica: la famiglia, che trasformava le materie prime (lino, canapa, lana, etc.) ch’essa produceva. Quest’unità si sciolse presto, poichè nei villaggi collettivisti noi vediamo già certe industrie toccare in sorte ad individui, i quali, per molte generazioni successive, sono carrai, fabbri, tessitori, etc., fin dalla nascita; cosicchè, per trovarci di fronte un’unità economica, non dobbiamo in essi considerare semplicemente la famiglia isolata, ma il villaggio intiero. Collo svilupparsi del commercio e della produzione, queste industrie individualizzate si vennero moltiplicando e diventarono delle specialità riservate ad un certo numero di artigiani riuniti in corporazioni.

La produzione capitalistica è sorta sulla base dell’individualità delle industrie; essa creò dei laboratori per tessere stoffe, per filare, per carminare, per far vetture, per far lavori d’ebanisteria, etc., nei quali la divisione del lavoro ed i meccanismi compiono poi la loro rivoluzione. Questi laboratori finiscono col tramutarsi in opifici colossali in cui non si fa che un sol genere di lavoro; le filande non fanno altro che filare; le tessiture, tessere; le carminature, carminare; etc. Queste fabbriche, specializzatesi, incominciano ad uscire dalla loro solitudine e si aggruppano in modo che alcune di esse servono da complemento ad un opificio speciale più importante. Delle carminature, delle tintorie, delle stamperie per le stoffe, vanno riunendosi attorno ad una filanda od a una tessitura meccanica; dimodochè la materia prima subisce tutte le sue trasformazioni industriali in opifici posti sotto ad una stessa amministrazione capitalistica. E non solo vengono così riunite le industrie complementari, come quelle or ora accennate, ma anche le più diverse fra loro. Questo accentramento industriale non ha sempre luogo nello stesso sito; a volte gli opifici che dipendono da uno stesso capitale sono posti in regioni diverse ed in paesi molto lontani l’uno dall’altro.

Le banche nazionali, come la Banca di Francia e d’Inghilterra, sono esempi di questi organismi complessi, che posano le proprie membra su ogni punto del territorio. Una banca nazionale ha cartiere per fabbricare la carta dei suoi biglietti, officine d’incisione e torchi per stamparli, strumenti fotografici d’ingrandimento per scoprirne le falsificazioni, etc.; essa apre centinaia di succursali nei centri industriali e commerciali, stringe relazioni coi banchieri delle città e del contado e con le banche nazionali estere. La banca centrale diventa il cuore del sistema finanziario del paese; e questo sistema è così sapientemente organizzato che i suoi battiti, cioè il rialzo ed il ribasso del suo sconto, si ripercuotono nei più remoti villaggi, ed influiscono perfino sul mercato monetario degli altri paesi.

Il Times di Londra è un altro esempio sorprendente di questi organismi industriali; esso possiede una legione di corrispondenti disseminati in ogni parte del mondo; è unito alle capitali più importanti del continente con fili telegrafici speciali; fabbrica la sua carta, fonde i suoi caratteri, assolda una squadra di operai meccanici per riparare le sue macchine nelle proprie officine di costruzione; esso compone, stereotipa, stampa le sue sedici pagine immense e le distribuisce ai rivenditori; non gli mancano altro che dei campi di alfa in Africa, per poter raccogliere direttamente la materia prima necessaria alla fabbricazione della carta; non tarderà ad averli.

Verrà un giorno, nel quale i fabbricanti americani e indiani di tessuti di cotone annetteranno ai loro telai meccanici dei campi di cotone e dei laboratori dove si taglieranno e si cuciranno le stoffe; vari industriali scozzesi hanno già aperto a Londra delle sartorie, in cui vendono sotto forma di abiti, le stoffe da essi filate, tessute, tinte e pettinate.

La produzione capitalistica si avvia poco a poco verso la ricostituzione di un’unità economica simile a quella della produzione domestica; una famiglia, da sola, produceva la materia prima e la trasformava; una amministrazione capitalistica sola intraprenderà la produzione della materia prima, la sua completa trasformazione industriale, e la vendita della merce al cliente.

Il commercio minuto segue una via parallela. L’antica bottega che vendeva un solo articolo cede il posto al bazar che, nello stesso locale, riunisce le più disparate specialità. Esistono in Londra negozi dove si vende tutto quanto occorre per vestire, alloggiare, nutrire e guarire l’uomo. Questi negozi sono delle vere sintesi commerciali; questi Louvres e questi Bon-Marchè riproducono, in proporzione gigantesca, quelle drogherie dei villaggi, in cui gli abitanti trovano, a lato dello zuccaro, del caffè e delle candele, mercerie, oggetti da coltellinaio, scarpe ed altre utili mercanzie; qualche volta questi piccoli Louvres di campagna danno alloggio ai viandanti, e vendono bevande, tabacco e giornali. Nelle loro minuscole proporzioni, sono relativamente più completi dei bazar parigini, poichè soddisfano a tutti i bisogni materiali ed intellettuali dei clienti che vivono nel loro ambiente.

Colla divisione del lavoro, la produzione capitalistica distrugge nell’opificio l’unità di lavoro rappresentata dall’operaio; la ricostituisce poi, non col ridare all’operaio l’antica funzione sua, ma coll’introdurre un lavoratore di ferro, la macchina; essa tende oramai a creare degli organismi giganteschi di produzione, formati dalle industrie più disparate ed opposte: le industrie speciali, che sono come le funzioni fisiologiche di questi mostri di lavoro, possono esser poste a distanze enormi le une dalle altre, ed essere separate da frontiere politiche e da ostacoli naturali. A queste gigantesche intraprese internazionali di lavoro son necessari il calore, la luce, l’elettricità e le altre forze della natura, non solo, ma anche le forze muscolari e cerebrali dell’uomo.

La materia umana del secolo XIX è come fusa in questo stampo economico.

VI. La finanza capitalistica

La proprietà mobiliare che riveste la forma di danaro andava trasformandosi mentre, dal canto suo, la proprietà industriale assumeva poco a poco il carattere di manifattura e di opificio meccanico. L’oro e l’argento, anche monetati, avevano da principio un carattere esclusivamente personale; colui che li possedeva li rinchiudeva in nascondigli segreti e se ne serviva soltanto come oggetto di ornamento; ancora oggidì, è questo uno degli usi principali a cui servono nell’India e nei paesi orientali. Essi non intervenivano che molto raramente nello scambio dei prodotti, i quali in generale erano barattati fra di essi; tanto è vero, che i re feudali potevano far delle monete false e cambiare il titolo ed il peso di quelle buone senza recar un danno sensibile alle transazioni commerciali dei loro sudditi. Ma quando incomincia il periodo commerciale, l’oro e l’argento diventano un segno rappresentativo del valore, un tipo che serve a misurare ogni mercanzia; acquistano allora il diritto di procreare dei figli legittimi, di produrre cioè un interesse legale.

Il prestito ad usura era stato fin allora considerato come cosa disonorevole, da adoperarsi unicamente cogli stranieri, i quali «sono nemici», dice l’antipatico Dio degli Ebrei. Esso era stato condannato dai papi e dai concilî.21 Coloro che lo esercitavano erano sprezzati e odiati, erano minacciati da pericoli d’ogni sorta; arrischiavano il danaro e molte volte la vita. Gli Ebrei dell’età di mezzo, questi accumulatori di metalli preziosi, sapendo a quali pericoli era esposto il loro tesoro e non avendo fiducia nella parola dei re e dei signori, non davano loro danaro che contro deposito di diamanti della corona, di pietre preziose, di atti diplomatici, e di altri pegni di valore. La borghesia riabilitò il prestito ad usura, e del mestiere di prestar denaro fece l’occupazione più lucrativa e più onorevole che l’uomo possa avere; vivere di rendita, ecco il sublime ideale borghese.

Per tutto il medio evo gli Ebrei, sprezzati dal popolo e torturati dai nobili, vissero in continua oppressione; se un principe aveva bisogno di denaro, pigliando a pretesto la religione, li scacciava dopo averli spogliati e martirizzati; un altro principe li accoglieva coi loro tesori, per ispogliarli poi a sua volta, quando ne avesse il destro.

Ma questi eroi dell’oro, sfidando le ire e sprezzando gl’insulti, curvarono il capo sotto la bufera delle persecuzioni solo per uscirne più potenti di prima e continuare l’opera loro. Se le crociate, le quali costrinsero i signori feudali a far danaro di tutto ciò che aveva qualche valore, per allestire le loro soldatesche, facilitarono da un lato l’emanciparsi delle città ed il concentramento delle forze nobiliari, resero dall’altro necessaria l’opera degli Ebrei e dei mercanti. Esse diedero origine al commercio asiatico, che arricchì le città del Mediterraneo e fornì una solida base alle operazioni finanziarie, costringendo i governi a stabilire imposte e gabelle. La scoperta del nuovo continente e l’importazione dell’oro, dei legni preziosi, delle spezie, etc., che ne conseguì; il commercio transatlantico, il quale tolse la supremazia alle città mediterranee per darla a quelle del Portogallo, dell’Olanda, dell’Inghilterra e della Francia, estesero e consolidarono la potenza dei banchieri.

La creazione del debito pubblico, avvenuta nel 1522 per opera del cancelliere Duprat, coll’emissione di rentes de l’hotel de ville (rendite del palazzo di città), il cui interesse perpetuo doveva essere pagato annualmente colla tassa sul bestiame venduto in Parigi, mostra quanto fosse grande l’importanza sociale acquistata dai banchieri appaltatori. Gli Ebrei miserabili, che nel X secolo erano schiaffeggiati sulla porta delle chiese nei giorni di solennità, si erano mutati in persone degne di riguardo; e molti cristiani facevano il mestiere loro, dappoichè esso non offriva più i terribili pericoli di una volta.

Sully e Colbert avevano un bel pensare che «le ricchezze eccessive acquistate nel maneggio dei pubblici denari o nelle private usure erano funeste per ogni classe di persone, ed in special modo per la nobiltà, che si risolve spesse volte a cambiar l’onore col danaro» (Sully, Economies royales). Avevano un bell’istituire dei letti di giustizia per fare rendere il mal tolto agli appaltatori delle finanze ed agli usurai; essi dovevano però andar a rilento nel trattare con questa «sorta di gente prima sconosciuta, la quale ha esercitato l’usura in modo indegno, facendo un commercio continuo degli ordini, dei biglietti e dei mandati di pagamento dei tesorieri, dei ricevitori e dei conduttori generali...» (Editto del 1716, che istituisce la Camera di giustizia).

Quando Sully, nel 1599, ebbe il coraggio di rompere i contratti in cui erano interessati i banchieri italiani Zamet il calzolaio, Rucellai e Scipione Nardini, ai quali il popolo aveva dato il soprannome di Salva-danari, il gran duca di Toscana, che era loro socio, mandò il fratello suo, Giovanni de’ Medici, a far crociera sulle coste della Provenza con numerose galere. Luigi XIV poteva scrivere con fierezza nelle sue Memorie: «Tutto ciò che si trova nel territorio dei nostri stati, di qualunque natura sia, ci appartiene, per lo stesso titolo...

I danari della nostra cassetta, quelli che si trovano fra le mani dei nostri tesorieri e quelli che noi lasciamo circolare pel commercio dei nostri popoli devono essere ugualmente bene amministrati per riguardo nostro»; egli doveva sottostare alle condizioni poste dagli appaltatori quando voleva da essi avere del danaro. Il prestito del 1673 non fu sottoscritto intieramente, nonostante i ripetuti inviti di Colbert ai banchieri esteri, perchè si offriva l’interesse del danaro 18 (5,5%), mentre essi lo volevano del danaro 14 (7,14%). La banca incominciava a divenire la grande potenza sociale.

Con l’attirare nelle corti i gran feudatari, i quali avevano precedentemente riunito i baroni feudali nelle loro residenze ducali, i re avevano infranto la forza di resistenza della nobiltà e l’avevano messa in balìa degli appaltatori, che ne affrettarono la rovina.

Fouquet aveva comperato quasi tutti i signori della corte e stava per incominciare una nuova Fronda, quando l’atto energico di Colbert glie lo impedì. Fin dal termine del XVI secolo, i signori si rivolgevano ai banchieri per rimettere in assetto le proprie finanze; la Signora de Sévigné, che teneva tanto al suo casato, proponeva ad un suo cugino di sposare «una giovane fanciulla di discendenza ebrea, ma i cui milioni ci paiono di buon lignaggio». (Lettera del 3 ottobre 1675).

Low ed i suoi Mississipiani, rendendo la nobiltà pazza pel traffico usuraio, la misero in completo discredito e la disorganizzarono affatto.

Tutti i ceti vennero confusi, ed all’ombra della banca, venne sorgendo l’uguaglianza.

Un villano arricchito aveva per cameriere quattro fanciulle di famiglia distinta e per staffieri quattro valletti di origine nobile. Era l’uguaglianza nella servitù, la sola che la borghesia capitalista conosca.

Il disordine in cui i banchieri e le speculazioni gettarono la società del secolo XVIII, diede campo agli enciclopedisti – (molti fra essi erano banchieri, come d’Holbach, Elvezio, etc.) – di combattere i privilegi della nobiltà, che avevano perduta ogni ragion di sussistere.

Alla rivoluzione economica seguiva così la critica filosofica, ed a questa doveva presto tenere dietro la rivoluzione politica, che liberò gli appaltatori dall’incubo delle Corti di giustizia.22

La Rivoluzione, la quale tolse l’agricoltura, l’industria ed il commercio dagli impacci feudali e corporativi, che ne impedivano il libero sviluppo, tolse pure la finanza dall’incertezza in cui viveva sotto i re dell’antico regime e dischiuse alla sua attività nuovi campi da sfruttare.

Il cancelliere Duprat, col creare nel 1522 delle rendite perpetue sullo Stato all’interesse dell’8%, pose le basi del Debito pubblico, che Venezia e Genova avevano già istituito nelle loro piccole repubbliche commerciali e industriali. Ma i re di Francia, imbevuti ancora delle idee feudali sul prestito ad usura, nei momenti di strettezza ridussero spesso del quarto e della metà l’interesse degl’imprestiti contratti, e qualche volta ne sospesero totalmente il pagamento.

Gli altri monarchi d’Europa non facevano diversamente e trattavano senza scrupoli i creditori dello Stato. Questo modo aristocratico di pagar gl’interessi impediva il completo sviluppo della moderna finanza, la quale basa sulla solidità del credito pubblico tutto il suo edificio di speculazioni. Uno dei primi atti dei borghesi rivoluzionari del 1789 fu quello di dichiarare sacrosanto il debito pubblico e di porlo al disopra di ogni rivoluzione politica e di qualsiasi mutazione avvenire.

Il debito pubblico «racchiude in sè un germe di progressione automatica... Gl’imprestiti che danno ai governi il mezzo di far fronte alle spese straordinarie senza che i contribuenti ne risentano subito il peso, hanno per conseguenza un aumento d’imposta; d’altra parte, questo aumento cagionato dal successivo accumularsi dei debiti contratti dai governi, costringe questi ultimi, in caso di nuove spese straordinarie, a ricorrere di nuovo al credito.»

«Il debito pubblico, aggiunge il Marx, è uno degli agenti più energici dell’accumulamento primitivo. In un baleno, dà al denaro improduttivo la virtù riproduttiva e lo converte così in capitale, senza ch’esso debba subire, per questo, i rischi e le alterazioni inseparabili dal suo uso industriale ed anche dall’usura privata. I creditori pubblici, per dire il vero, nulla danno allo Stato, poichè il loro denaro, trasformato in cartelle pubbliche facilmente trasferibili, continua a funzionare nelle loro mani come se fosse in contanti.»23

La Rivoluzione, mettendo il debito pubblico al disopra di ogni attacco, diede ai banchieri, per l’impiego dei loro capitali, una garantìa fin’allora non conosciuta. La vendita dei beni nazionali procurò loro un nuovo elemento di ricchezza; mentre il popolo, ebbro d’entusiasmo rivoluzionario, correva alle frontiere, i borghesi rivoluzionari, i Barras, i Fouché, gli Ouvrard, gli Odier, i Perregaux, ammucchiavano tranquillamente dei milioni. I partigiani della monarchia prendevano parte anch’essi ai raggiri nazionali; il barone Louis, ministro della Ristorazione, aveva partecipato alla colossale liquidazione delle terre del 1793, al pari del convenzionalista più feroce. Le guerre della Repubblica e dell’Impero, i prestiti e le somministrazioni ch’esse richiesero, centuplicarono le ricchezze dei banchieri. Fu appunto frammezzo ai prestiti ed ai disastri del 1815 che sorse la dinastia dei Rothschild.

La Rivoluzione e l’Impero, se pur fornirono alla finanza nuovi campi da utilizzare, la scacciarono però da quelli in cui essa aveva raccolto le sue antiche ricchezze; gli appalti delle imposte, e dei balocchi, i monopolj del commercio colle Indie e cogli scali del Levante, etc., furono aboliti. Essa dovette allora volgersi all’industria nazionale, e fare in modo di tagliare la circolazione delle merci, impadronendosi delle vie di comunicazione. Nel 1821-22, si formarono delle compagnie aventi un capitale di 128 milioni per lo scavo di canali – canale del Rodano, della Borgogna, dei Quattro-Canali, etc. – Lo Stato, che è la vigna dell’alta banca, garantì l’interesse dei capitali ivi impegnati al tasso del 5,50 e del 6%; e quando i banchieri si accorsero che i canali erano una proprietà costosa, esso fu costretto a comprarli nel 1853, ad un prezzo eccessivo.

Le ferrovie e le grandi linee di navigazione interoceanica, che i finanzieri hanno monopolizzato, danno loro il mezzo – a similitudine dei baroni del medioevo – di levar imposte sulle mercanzie transitanti per le loro strade. E poichè si erano impadroniti dei mezzi di trasporto, per aumentare la quantità dei prodotti percorrenti le loro vie di comunicazione, dovettero incoraggiare per forza, lo sviluppo dell’industria meccanica e del commercio internazionale.

Ma, per costruire queste gigantesche strade ferrate, per affrettare il sorgere della grande industria meccanica e per imprimere al suo cammino un moto più rapido, i capitali messi insieme dai singoli individui erano, in ispecie in Francia, insufficienti; si dovette aver ricorso all’associazione dei capitali già esistenti. Un’era novella si dischiuse per i banchieri. I discepoli di Saint-Simon e del «Perè Enfantin» questi grandi rappresentanti della moderna finanza, fondarono il Credito Mobiliare, «quest’ardente fornace d’affari», e lo contrapposero ai Rothschild, che, acquartierati nella Banca di Francia, «questa fredda cantina», personificavano la finanza antica, la quale speculava soltanto coi suoi propri capitali.

Il Credito Mobiliare, che secondò il nuovo sistema di prestiti pubblici in cedole di piccolo taglio, indicati dal ministro bonapartista Bineau col nome di «democratizzazione delle rendite», fu una di quelle società le quali, dopo il colpo di stato, gettarono il disordine nel mondo finanziario e dimostrarono, meglio ancora di quanto avessero fatto prima, che «la finanza consiste nel denaro altrui».

I fondatori del Credito Mobiliare, del Credito Fondiario e di altre società sorte durante i primi anni del secondo Impero, i Péreire, i Fould, i duca di Morny, i de Galliera, i de Mouchy, etc., erano banchieri che, alla scuola di Saint-Simon, avevano imparato a conoscere la potenza dei capitali riuniti, ed uomini di rapina, per i quali il potere politico altro non era che un mezzo per arricchire.

E si videro dei fatti incredibili: Luigi XIV, il re sole, costretto a far la corte all’ebreo Samuele Bernard per ottenerne un prestito; e uomini oscuri, senza passato, indegni di ogni fama o rinomanza, privi di ricchezze, di ogni garanzia, di ogni responsabilità, contrarre debiti pubblici ed emettere imprestiti, coperti dai cittadini con avidità. La resurrezione di Lazzaro è molto meno maravigliosa di questo prodigio moderno.

Il solo Credito Mobiliare, in quindici anni, dal 1852 al 1867, raccolse e rimise in circolazione un capitale di quasi quattro miliardi: in dieci anni i suoi direttori prelevarono sulla ricchezza passata fra le loro mani, 8.248.445 franchi per spese di amministrazione, oltre agli interessi ed ai dividendi delle azioni liberate che essi avevano tenuto per sè a titolo di premio per il bel trovato, ed oltre ai guadagni che intascavano col trafficare le azioni in Borsa.24 Emilio Péreire, l’uomo di genio della banca moderna, inebbriato dal successo del Credito Mobiliare, che aveva davvero del prodigioso, volle creare «quell’Omnium, che era il sogno di tutti i banchieri». (Relazione del 1859). L’Omnium sarebbe consistito nel rendere mobili tutte le proprietà fondiarie, industriali e commerciali, trasformandole in azioni, e nella trasmutazione di queste azioni di società diverse in un titolo unico; l’azione del Credito Mobiliare. Il quale andò a rotoli prima di avere potuto concretare questo sogno audace; ma la prima parte del progetto del Péreire è sulla via di diventare una realtà, poichè le imprese industriali e commerciali vanno man mano trasformandosi in società anonime: in America, in Australia e nelle Indie, le speculazioni agricole si fanno per via di azioni.

La finanza tende ad inghiottire ed a monopolizzare ogni cosa; finchè esisterà la produzione capitalistica, finchè non sarà dato alle fiamme il gran libro del debito pubblico, moderna Bibbia della borghesia, nulla varrà mai ad impedirne il cammino.

La banca, la quale piglia radice nel pubblico debito, è una delle condizioni indispensabili dell’esistenza della produzione capitalistica.

In tutte le società giunte ad un alto grado di incivilimento capitalistico, le imprese industriali ed agricole prendono proporzioni così grandi che il loro impianto presuppone l’accumulamento di un capitale importante, il quale si forma soltanto per via di una continua spogliazione della maggioranza dei cittadini:25 in molti casi i capitali, risparmiati dagli individui, non bastano, e debbono essere riuniti col mezzo di società per azioni. D’altra parte, l’importanza del capitale circolante che ogni impianto richiede per la compera delle materie prime e delle forze di lavoro, la rapidità e l’abbondanza della produzione, la lentezza colla quale si smerciano i prodotti, l’estensione e la lontananza dei mercati, la difficoltà di ricuperare il capitale, costringe l’industriale che voglia tener su e sviluppare la sua industria a ricorrere costantemente al credito, e cioè ad anticipazioni fatte dal capitale sociale. Adunque, la fortuna nazionale, che è quanto dire l’eccedenza della produzione in confronto del consumo, dev’essere accumulata e pronta sempre ad essere distribuita di qua e di là secondo i bisogni della produzione e dello scambio. A questa duplice funzione sociale di pompa aspirante e premente adempie la moderna finanza.

Il fatto dell’aver affidato queste due funzioni essenziali dell’accentramento e della distribuzione dei risparmi nazionali a persone sconosciute, senza controllo e senza responsabilità, dell’aver dato così gl’interessi economici e politici dell’intiera società in balìa di uomini della peggior qualità, buoni a nulla – secondo l’espressione del Berryer – e capaci di tutto; i quali s’impadroniscono con «mezzi delittuosi delle spoglie delle provincie, dell’alimento del popolo e del patrimonio dello Stato», li tengono per sé, e ne dissipano una parte in isprechi inauditi; i quali «oltraggiano la miseria della maggioranza degli altri cittadini»26 e adoperano l’altra parte delle loro ricchezze a fare ed a favorire, senza discernimento alcuno, speculazioni industriali nazionali e forestiere, spesse volte dissennate; questo fatto, dico, mostra chiaramente più di ogni altra cosa, l’imprevidenza, l’incoerenza e l’anarchia del sistema capitalistico.

Sotto colore di sconto degli effetti di commercio e di anticipazioni all’industria su polizze di carico, fedi di deposito, etc., i banchieri prelevano delle vere imposte sulle transazioni commerciali e sulla produzione industriale; essi trasformano le altre categorie delle classi dominanti in semplici organismi di estrazione, ai quali danno il compito di sfruttare la classe operaia per conto loro.

La fortuna colossale di cui i banchieri hanno il monopolio, dà loro un illimitato potere sulla stampa e sul governo. Sotto Luigi Filippo e sotto l’Impero, essi avevano i loro organi ufficiali, noti a tutti; in quei tempi non era dicevole, per un giornale politico, l’inserire annunzi finanziari; ma i progressi della morale capitalistica hanno modificato questi pregiudizi: invece di arrischiare i loro capitali nel fondare e nel mantenere un giornale, essi li comprano tutti senza far distinzione alcuna, senza darsi pensiero delle loro opinioni politiche e religiose, e possono così influire sulla maggioranza del pubblico; li pagano in ragione degli articoli pubblicati; hanno sostituito il lavoro a giornata con quello a còmpito.27 I banchieri ed i loro uomini invadono il Parlamento; alcuni però, fra questi i Rothschild, considerano la carica di rappresentante come troppo al disotto della loro dignità, e si limitano a mandare i loro commessi sul banco dei ministri. Nella Camera e nel Senato, banchieri, deputati e senatori sono d’accordo come i tagliaborse per farsi reciproche concessioni e favori, e per dilapidare le casse della Nazione.

Oltre quest’azione diretta sullo Stato, i finanzieri esercitano sulla vita politica un’altra azione, la quale, pur essendo indiretta, non è meno perniciosa della prima. Essi maneggiano a modo loro i corsi di Borsa, che sono oramai un termometro politico; dirigono l’opinione pubblica per mezzo della stampa sovvenzionata; accentrano i risparmi sociali in modo tanto brutale e con metodi così illegali che alterano le condizioni d’esistenza di ogni classe e seminano il germe di rivoluzioni future.

La sommossa di febbraio, fatta al grido di «viva la riforma», fu un ammutinamento della piccola borghesia contro i deputati censuari, posti sotto la dominazione dei grandi banchieri. La finanza trovò nell’Impero la sua terra di Canaan. I trafficatori capitanati da Emilio de Girardin, il protettore del ministro Emilio Ollivier allora al potere, non videro nella dichiarazione di guerra contro la Prussia che una buona occasione per nuove imprese di borsa. Se la pace, vergognosamente conchiusa, liberò Pouyer-Quertier e gli industriali dalla concorrenza di Mulhouse, e gli azionisti d’Anzin – fra i quali Thiers era uno dei più ricchi – dal carbone dell’Alsazia, permise per contro ai banchieri europei di piombare sulla Francia e di fare, dei suoi disastri, una sorgente inesauribile di scandalosi guadagni. Non mai uomo di stato meritò più degnamente il titolo di «Padre della patria», che quel sucido rospo dagli occhiali, poichè giammai uomo di Stato munse con maggior copia il proletariato nè sopraintese ad un così grande sfacelo del patrimonio della nazione; giammai uomo politico dimostrò meglio questa verità: che le classi dirigenti fanno consistere la patria nei soli interessi di classe. Ed i banchieri, che preparano le rivoluzioni politiche e ricavano da esse immediati guadagni, sono poi i più vigliacchi nei giorni di lotta ed i più feroci nel tempo della repressione. Nel maggio 1871 e nel giugno 1848 essi chiedevano con insistenza che si asciugassero le tasche dei proletari parigini per ristabilire il credito.

Il potere immenso della finanza è indipendente dalla forma del potere politico: esso impera senza controllo, e nella monarchia dispotica della Germania, e nella repubblica democratica dell’Unione americana. Il regime legittimista, l’orleanista, il bonapartista ed il repubblicano si sono, in Francia man mano succeduti gli uni agli altri senza scuotere la dominazione bancaria, la cui potenza va aumentando ogni giorno.

Quest’infausta sovranità non è di quelle che una rivoluzione politica possa rovesciare, poichè si basa sullo sfruttamento capitalistico della classe dei lavoratori intellettuali e manuali, e sul Debito pubblico. I banchieri, che rappresentano la frazione della classe borghese più insignificante per numero, per intelligenza, per coraggio, non scompariranno che quando il proletariato, resosi padrone dei poteri pubblici, esproprierà i capitalisti industriali, confischerà le banche insieme cogli altri istituti di credito e liquiderà il Debito pubblico.

La finanza, con i suoi pirati cosmopoliti che vanno predando per ogni dove; con i suoi parassiti che vivono alle spalle delle classi ricche; con i suoi corruttori che ammorbano le sacristie, i salotti, i tribunali, gli uffici di redazione, le sfere governative; con i suoi ladri impudenti che, impuniti e l’animo tranquillo, si godono in pace le gigantesche rapine; con i suoi ricconi, che, a mala pena dirozzati, superano in prodigalità pazze i duchi ed i re feudali; con i suoi avventurieri che dilapidano il patrimonio sociale in imprese impossibili, mal concepite e mal dirette,... la finanza, colle sue macabre bellezze, è il fiore mostruoso della civilizzazione capitalistica.

VII. Il collettivismo capitalistico

La produzione industriale, l’agricoltura, il commercio e la finanza capitalistica hanno potuto sorgere e svilupparsi solo col distruggere il carattere essenziale della proprietà privata, col trasformare quest’ultima in proprietà impersonale, col fondare il collettivismo capitalistico, il quale, invece di trarre la propria origine dal comunismo, come aveva fatto il collettivismo primitivo, prepara al comunismo una novella via.

Si è veduto come la proprietà privata non compaia nel seno del comunismo primitivo – nè possa diversamente comparirvi – che sotto una forma essenzialmente personale; l’oggetto posseduto dev’essere fabbricato dal suo possessore, il quale, con un uso costante, lo annette – per così dire – al proprio corpo; la proprietà era, nel vero senso della parola, «il frutto del lavoro».

Le armi, gli ornamenti, le vesti, gli utensili di casa, sono i primi oggetti che giungano ad avere il carattere di proprietà privata; la casa, essendo costrutta dal suo proprietario, lo acquista a sua volta e lo comunica al suolo su cui poggia ed alla striscia di terreno che la circonda.

La guerra estende questa qualità ad oggetti, i quali, quantunque non fabbricati dai loro possessori, sono conquistati con rischio e pericolo della loro vita; essi costituiscono il peculium castrense dei membri della famiglia romana. I beni privati erano così strettamente personali, che li si abbruciava col cadavere del loro proprietario.

Questo carattere personale, che ha introdotto la proprietà nel seno delle tribù commiste e che le ha servito di sostegno nel corso della sua secolare evoluzione, si è infiltrato nel cervello umano per modo che oggidì, per una finzione sociale si considera la proprietà privata come frutto del lavoro del suo possessore, ed i suoi difensori le attribuiscono, forse in buona fede, il carattere personale. 28 Eppure la proprietà capitalistica non ha più nessun carattere personale; colui che la possiede non l’ha creata e non l’adopera; egli è, sotto ogni aspetto, estraneo alla sua proprietà.

La proprietà capitalistica è impersonale. La finanza si è preso l’assunto di strappar gli ultimi veli che mascheravano quest’impersonalità.

L’azionista o l’obbligatario di un’impresa capitalistica è compiutamente distaccato dalla sua proprietà; non viene mai a contatto con essa; non ha mestieri nè di vederla, nè di conoscere il luogo in cui è posta in attività, nè pure di rappresentarsela mentalmente; egli non vede, non tocca, non conosce e non si rappresenta che dei pezzi di carta variamente colorati e stampati.

Si potrà novellamente introdurre la forma collettiva della proprietà, col distruggere appunto il carattere personale della proprietà privata. Nel collettivismo consanguineo, gli abitanti di uno stesso villaggio, uniti da vincoli di parentela, possiedono collettivamente tutto il territorio, e di personale non hanno che l’uso temporaneo delle terre coltivabili spartite ogni anno, ed il possesso dei frutti raccolti coi loro sudori; le foreste, i prati e le acque, ed il loro uso, rimangono comuni.

Nel collettivismo capitalistico, gli azionisti e gli obbligatari, fra i quali non intercede vincolo di parentela o di nazionalità, e che non si conoscono fra di loro, posseggono collettivamente l’impresa (ferrovia, filanda, fonderia, miniera, etc.). Essa è necessariamente indivisa, quantunque i suoi proprietari siano disseminati in ogni canto; questi non hanno – nè potrebbero averlo – l’uso della loro proprietà, ma ne raccolgono individualmente il frutto, senza fornire lavoro di sorta.29

Il proprietario dell’epoca del collettivismo consanguineo era un vero proprietario; faceva uso della sua proprietà, e l’abbondanza dei raccolti ricompensava la spesa delle «forze del suo spirito e del suo corpo». Il proprietario del collettivismo capitalistico è invece proprietario solo di nome; egli è un vero parassita, poichè non fa fruttare col suo lavoro la proprietà di cui raccoglie i frutti; egli stesso mette chiaramente in mostra il proprio carattere parassitario col trafficare in borsa le sue azioni ed obbligazioni, le quali, in un giorno solo, cambiano spesso più volte di possessore.30

I Rothschild ed i sotto-Rothschild provano praticamente la loro assoluta inutilità quando confiscano, con colpi di borsa ed altri simili giuochi di alta prestidigitazione raggirosa, le loro azioni ed obbligazioni, ed ammucchiano nelle casse delle banche gli utili delle imprese capitalistiche.

Nel tempo in cui il barone abitava nel suo castello fortificato, frammezzo ai suoi vassalli, amministrando la giustizia in tempo di pace, rivestendo la corazza al primo allarme e ponendosi a capo dei suoi guerrieri per difenderli, la nobiltà feudale era una classe essenzialmente utile, che non si sarebbe potuta sopprimere; ma quando la calma relativa regnò nelle campagne, i signori, fattisi inutili, abbandonarono i castelli e si radunarono nelle corti ducali, vescovili e reali; ivi si trasformarono in un ordine estraneo alla nazione, che vive da parassita alle spalle di lei: e da questo istante la condanna dell’aristocrazia è decisa. Se non in tutti i paesi civili d’Europa i nobili furono così brutalmente distrutti come in Francia, essi hanno però perduto ovunque i loro privilegi feudali e non si distinguono più dalla borghesia che per le loro ridicole pretese aristocratiche. La nobiltà è scomparsa come classe dirigente; così accadrà pure della classe capitalistica. Dal giorno in cui il capitalista si è fatto inutile per la produzione sociale, la sua condanna è stata pronunciata; i fenomeni economici, che hanno dato la sentenza, si piglieranno pure la briga di scegliere il momento opportuno per eseguirla. I capitalisti che sopravviveranno allo sfacelo della loro società non avranno nemmeno, per consolarsi della grandezza perduta, i grotteschi privilegi dei nobiloni di trentasei quarti.

VIII. Il comunismo che ritorna

L’umanità non progredisce in linea retta come credeva Saint-Simon; al pari dei corpi celesti attorno al loro centro d’attrazione e delle foglie sullo stelo, essa, nel suo cammino, descrive una spirale i cui cerchi vanno facendosi sempre più grandi. Essa giunge necessariamente a dei punti che si corrispondono, ed allora noi vediamo risorgere certe forme anteriori, che credevamo scomparse per sempre; ma ricompaiono però profondamente modificate dalla serie continua dei fenomeni economici e sociali che si sono succeduti nel frattempo. La civiltà capitalistica, la quale ha reintrodotto il collettivismo, sospinge fatalmente l’umanità verso il comunismo.

L’uomo, che si mosse dal comunismo semplice e grossolano dei tempi primitivi, ritorna ad un comunismo complesso e scientifico; la civiltà capitalistica ne elabora gli elementi, dopo aver tolto il carattere personale alla proprietà privata.

Gli strumenti di produzione, i quali, durante il periodo della piccola industria, erano disseminati ed appartenevano individualmente agli artigiani, appena vennero strappati dalle mani di questi ultimi, furono accentrati, posti in comune in opifici giganteschi ed in tenute colossali. Il lavoro ha perduto così il suo carattere individuale. Il lavoro ha perduto così il suo carattere individuale. L’artigiano lavorava in casa, da solo; il proletario lavora in comune cogli altri, nella fabbrica; il prodotto, invece di essere individuale è un’opera comune.

L’artigiano possedeva personalmente i suoi utensili e l’opera sua, perchè adoperava gli uni e faceva l’altra da solo; il proletario non può possedere individualmente nè lo strumento di lavoro nè il prodotto, perchè non può maneggiare il primo nè creare il secondo senza la cooperazione di una comunanza di operai.

La proprietà del macchinario e dei suoi prodotti non può essere che comune, perchè strumento e prodotto non sono di uso nè di fabbricazione individuali, condizione questa indispensabile affinchè la proprietà privata sia legittima.

Pel momento essi sono posseduti privatamente da una collettività di capitalisti; ma questa proprietà privata è un’usurpazione che nulla giustifica: essa deve fatalmente scomparire. La civiltà capitalistica inconsciamente si adopera a questo scopo, poichè, coll’accentrare continuamente il patrimonio sociale, rimpicciolisce sempre più il numero degli usurpatori, e fa sorgere, e aduna, ed organizza la classe che deve spogliare un giorno definitivamente la casta usurpatrice.

La popolazione operaia si accumula man mano che gli strumenti di lavoro si vanno accentrando.

L’operaio della grande industria, il proletario, spoglio dell’utensile e della abilità tecnica sua, possiede soltanto quegli oggetti ch’egli si appropria personalmente sotto forma di vitto, di vesti, di mobili: il suo cervello, libero da quegli istinti di proprietà, che molti secoli di piccola industria gli avevano instillato, è pronto, senza ch’egli lo sappia, per ricevere le teorie comuniste arrecategli dagli apostoli del socialismo; i quali non le inventano, bensì le deducono dai fenomeni dell’ambiente. L’accumulamento dei proletari in diecine ed in centinaia di migliaia facilita la loro organizzazione per le lotte economiche e politiche.

Il proletariato intellettuale e morale e cioè quella classe che, dopo essersi impadronita dei pubblici poteri, porrà termine all’usurpazione capitalistica e costringerà la società a riconoscere la forma comunistica assunta dagli strumenti accentrati di produzione fu creato, riunito, ed organizzato dai capitalisti stessi.

Il riconoscimento del comunismo da parte della società non sarà cosa difficile, perchè la civiltà capitalistica ha fatto già la maggior parte della bisogna.

L’organizzazione del lavoro preoccupava i socialisti anteriori al 1848, i quali pretendevano di cavarla fuori dai loro cervelli già bell’e fatta: l’industria meccanica, il commercio in grande e la finanza l’hanno effettuata lentamente, sapientemente, secondo le necessità della produzione e dello scambio, col creare le banche, i bazar, le imprese capitalistiche, gli opifici e le industrie complementari che si congiungono sotto la direzione di un solo capitale per far subire alla materia prima tutte le sue trasformazioni industriali. Senza fatica, senza che il lavoro s’interrompa, un’amministrazione nazionale potrà succedere alla direzione capitalistica, perchè oggidì tutte le funzioni intellettuali e manuali della produzione sono adempiute da individui che non posseggono nulla, da salariati.

I profitti, invece di essere ingoiati da fannulloni, saranno spesi pel benessere dei produttori; ecco in che cosa consisterà la perturbazione.31

E non solo è quasi compiuta l’organizzazione del lavoro, ma anche il controllo della produzione è in buona via di formazione. Infatti, quantunque nella produzione capitalistica regni l’anarchia perchè ogni singolo industriale produce unicamente per produrre, senza tener calcolo alcuno dell’ostruzione del mercato, pure la scienza statistica, nata sullo scorcio del secolo scorso, venne creata per dare informazioni sullo stato dei bisogni e sulla quantità delle mercanzie esistenti. La statistica, la quale non serve che agli speculatori per sfruttare meglio i produttori ed i consumatori, è destinata a fornire il mezzo di controllare la produzione e di regolarla secondo i bisogni sociali, così come una donna di casa fa provviste secondo il numero delle persone ch’essa deve nutrire.32

Il comunismo non poteva ricomparire, nell’evoluzione del genere umano, prima che si fosse giunti al punto di poter soddisfare tutti gli appetiti normali dell’uomo fisico ed intellettuale; poichè la divisione della società, composta dapprima di individui uguali fra di loro, in classe sfruttatrice ed in classe sfruttata, è nata appunto dall’impossibilità in cui si trovavano l’industria e l’agricoltura rudimentali del comunismo primitivo di bastare ai bisogni crescenti col moltiplicarsi degli uomini e col progredire della società. Ma la meccanica e la chimica industriale hanno resa così grande la potenza della produttività umana, che non v’ha bisogno normale a cui non sia possibile dare un ampio, e, molte volte, un troppo ampio soddisfacimento.33

Il comunismo, che presuppone l’abolizione delle classi e l’uguaglianza di tutti i membri della società, uomini e donne, non poteva riapparire neppur esso finchè durava la divisione del lavoro; la quale aveva separato i sessi, spogliando la donna delle sue funzioni sociali per rinchiuderla in casa e porla sotto il giogo maritale, ed aveva diviso in varie classi gli uomini, dedicatisi gli uni alla difesa ed alla dominazione della società, ridotti gli altri nella condizione di schiavi, coloni, servi e proletari, sparsi e vincolati nelle mille occupazioni speciali della produzione.

La macchina toglie di mezzo la divisione del lavoro e rende gli uomini e le donne uguali fra di loro. Essa invade tutti i rami dell’attività produttrice e li trasforma in industrie meccaniche; verrà un giorno in cui non esisterà che un solo mestiere, quello di meccanico.

La donna e l’uomo, iniziati nella condotta delle macchine fin dalla loro più tenera età, passeranno indifferentemente dalla cucitura alla tessitura od all’aratura; essi potranno, in una parola, percorrere tutta la serie delle industrie meccaniche, con grande giovamento della loro salute fisica e morale, invece di vegetare, nello stesso mestiere, come l’artigiano del medio-evo, rinchiusi per tutta la vita.

La macchina, che prende il posto della donna nelle sue funzioni familiari, che la strappa al focolare domestico, che la toglie alla culla del suo bambino, che la supplisce nella prigione capitalistica e la tortura costringendola a prendere parte alla produzione industriale, le ridarà la funzione sociale ch’essa adempieva al tempo del comunismo primitivo; le ridarà eziandio quel compito grandioso di iniziatrice, il cui ricordo ci è conservato dai miti e dalle leggende delle religioni del mondo antico.34

La macchina, che fa del produttore un automa, e lo curva sotto l’abbrutente livello del sopralavoro, della povertà economica e della miseria fisiologica, sarà quella che ridarà ai proletari civilizzati gli agi dei tempi primitivi, e trasformerà la loro esistenza di bestia da soma in una vita d’uomo libero, simile a quella che conducono i selvaggi ed i barbari delle tribù comuniste.

La donna e l’uomo depressi, mutilati fisicamente ed intellettualmente dalla civilizzazione capitalistica; costretti ad un lavoro che diventa sempre più monotono a misura che si avvilisce; rinchiusi, calcati in una professione, in un mestiere, come il piede di una Cinese nello zoccolo di porcellana; istupiditi dai pregiudizi di casta, legati dai precetti della morale predicata dai proprietari e dalla morale sessuale, non potranno dare uno sviluppo armonico ai loro muscoli ed ai loro cervelli, nè ridiventare degli esseri liberi e compiuti – come lo erano i selvaggi, – se non in quella società comunista, alla quale darà origine il mondo capitalistico. Ma essi diverranno più robusti e pur d’animo più delicato. All’avvilente uguaglianza del sopralavoro e della miseria civilizzata succederà l’ineguaglianza delle doti naturali, che potranno svilupparsi con tutti i mezzi ad esse consentanei: ineguaglianza di cui non si dà pensiero la civilizzazione capitalistica, e che pure è condizione indispensabile al perfezionamento della specie, la quale non progredisce che con la cernita degli individui, colla creazione e con la consolidazione delle varietà.

La civilizzazione capitalistica, che incomincia a mettere insieme la forma economica del comunismo, fa entrare eziandio nel campo sociale e politico, gli istituti ed i costumi di esso.

Il suffragio universale, che i selvaggi – uomini e donne – adoperano per scegliere i loro sachems ed i loro capi militari, dopo essere stato soppresso, è stato rimesso in vigore dai borghesi, i quali lo hanno limitato ad un solo sesso, ma lo vantano come sorgente unica dei pubblici poteri. Esso presuppone, almeno in apparenza quell’uguaglianza e quella libertà dei cittadini, che esistevano realmente nel seno del comunismo primitivo.

Le abitazioni delle tribù comuniste erano comuni; comune pure il pasto, e l’educazione dei bambini. I ragazzi delle scuole comunali sono istruiti in comune a spese del municipio; vengono parimenti nutriti insieme, a spese comuni, nelle municipalità socialiste. I civilizzati invece sono avvelenati e derubati in comune nelle trattorie ed acquartierati insieme nelle case di sei o sette piani, delle grandi città.

Fin’ora il suffragio universale è stato un inganno; se le case non sono che stanzoni ove si intristisce e centri generatori di febbri, se le altre istituzioni aventi forma comunista sono a rovescio, vôlte cioè contro coloro che si vedono costretti a sopportarle, egli è che queste istituzioni sono state introdotte nella società borghese solo per dar profitto ai capitalisti; però, a dispetto delle loro imperfezioni e tutti gli inconvenienti che traggono seco, esse indeboliscono e cancellano i sentimenti individualisti dei civilizzati, e li adattano alle consuetudini ed ai costumi del comunismo.

Il capitale non ha patria; si affretta ovunque abbia speranza di guadagno; sfrutta i produttori senza distinzioni di razza o di nazionalità; li riunisce, li mischia e li confonde con le sue imprese industriali, commerciali e finanziarie.

Là dove si stabilisce, egli fa sorgere la stessa civiltà, gli stessi costumi, le stesse abitudini; arde i proprietari della stessa febbre di interessi egoistici, della medesima sete di lucro; opprime gli operai collo stesso sopralavoro, colla stessa povertà; instilla nei loro cuori le stesse passioni di ribellione che, attraverso le frontiere e al disopra dei mari, li riuniscono tutti in un solo ceto internazionale: il Proletariato; per ogni dove questo ceto si va organizzando e si adopera per pigliare nel mondo il posto che gli spetta e per giungere ai pubblici poteri. Il comunismo che necessariamente, fatalmente, verrà fuori da quest’urto rivoluzionario dei popoli civilizzati, dovrà essere naturalmente internazionale e si estenderà a tutti i membri dell’umana famiglia; quantunque non troppo dissimile, si distinguerà però dal comunismo primitivo, il quale racchiudeva nella sua cerchia ristretta i soli membri di una gens, di una tribù, poichè allora ogni essere umano non legato da vincolo di sangue, ogni forestiero, era un nemico.

Il comunismo internazionale, come il bambino nelle viscere della madre, si sviluppa e si agita nel seno della società moderna; eventi economici e politici, che non è possibile prevedere quando avverranno, spezzeranno l’involucro capitalistico che li rinchiude e li comprime, ed allora il comunismo sorgerà sulla terra e si imporrà come forma sociale necessaria.

L’umanità, appena uscì dallo stato animalesco, fu cullata dal comunismo; in esso, e con esso soltanto, potè moltiplicarsi e fare i suoi primi e più difficili passi. Quest’epoca è rimasta nell’immaginazione dei popoli: l’età d’oro, il paradiso terrestre; il suo ricordo si è offuscato qualche volta, ma non s’è spento mai; nei tempi di afflizione rivisse di novello splendore; ed i pensatori la sognarono nelle loro generose utopie, e gli uomini d’azione si sacrificarono per affrettarne il ritorno. Ma, nè l’incanto delle utopie, nè l’eroismo dei sacrifici poterono farla rinascere: era la forza bruta dei fenomeni economici quella che doveva riuscire là ove la forza intelligente degli uomini aveva fallito.

L’uomo aveva dominato e addimesticato le forze della natura, di cui era il trastullo, per ricadere poi sotto la dura schiavitù delle forze del mondo artificiale, ed economico, che egli ha creato dal nulla; e le forze naturali, trasformate in forze economiche, si vendicavano della loro crescente soggezione industriale col rendere all’uomo più gravoso il giogo della servitù economica.

Le forze economiche libere e veementi lo sbalzano, come un fuscello di paglia, fra i vortici dei loro moti e dei loro conflitti, e più terribili che i venti dell’atmosfera, scatenano la bufèra nelle società umane. Durante i lunghi secoli del periodo della proprietà, esse hanno tormentato e torturato l’umanità, che non sapeva rendersene conto. Eppure, queste forze inesorabili, disordinate, cieche, pazze, del mondo economico, fanno rinascere il comunismo, ad insaputa e a dispetto degli uomini. Il comunismo non rivive più soltanto nel cervello dei pensatori e nella fantasia dei popoli desiderosi di pace e di felicità; esso risorge nella realtà economica; ci involge nella sua industria e nella sua agricoltura, ci stringe nei suoi costumi e nelle sue istituzioni; riforma il cervello incosciente dell’uomo e solleva le masse miserabili del Proletariato.

Il comunismo esiste, allo stato latente, nelle viscere del mondo economico; per comparire sulla scena sociale non aspetta che l’ora fatale della Rivoluzione.

L’istante, atteso invano e con tanta brama per lunghissimi secoli, è vicino; poco tempo trascorrerà prima che l’umanità ritorni al comunismo; essa ritroverà la sua felicità perduta e si laverà degl’interessi vili, delle passioni basse, delle egoistiche ed antisociali virtù del periodo della proprietà.

Essa dominerà allora le forze economiche ribelli e perfezionerà al più alto grado le belle e nobili doti dell’uomo.

Felici, tre volte felici coloro i quali vedranno quest’era nuova!


Note

1. «Anche il più vagabondo e feroce dei selvaggi ha la proprietà esclusiva delle sue armi, dei suoi abiti, dei suoi gioielli, dei suoi mobili; è da notarsi che questi oggetti sono il prodotto del proprio lavoro e della propria industria particolare; di modo che questo genere di proprietà, che fra loro è sacro, deriva evidentemente da ciò che ogni uomo possiede il proprio corpo, ed è per conseguenza una proprietà naturale.»

(C. F. VOLNEY, Observations générales sur les Indiens de l’Amérique du Nord; 1821).

2. Il colonnello Campbell racconta che ogni capo di villaggio del Khondistan si fa accompagnare da un interprete della casta abbietta dei Panoo incaricato di tutti gli affari commerciali, perchè un Khond considera il vendere ed il trafficare come al disotto della propria dignità (Wild tribe sof Khondistan).

“Che cosa può mai uscire di onorevole da una bottega – scrive CICERONE nel suo trattato Dei doveri – e che cosa mai di onesto può produrre il commercio? Tutto ciò che ha nome di bottega è indegno d’un onest’uomo; i mercanti non possono guadagnare senza mentire, e che cosa vi ha di più spregevole della menzogna?”. CICERONE esprime la opinione del suo tempo, di tutta l’antichità, di tutte le società che non hanno per base il commercio e la produzione capitalistica.

3. PLATONE, descrivendo nel suo Critias l’antica Atene, ci dipinge la vita primitiva di quasi tutte le città: gli operai ed i contadini abitavano sul pendio che volge verso l’Illiso; egli dice: “La cima era occupata dalla sola casta dei guerrieri, riuniti attorno ai templi d’Athena e di Efaistos. Essi avevano costrutto delle case comuni verso il nord ed in esse vivevano, esposti alla violenza dei venti, e vegliavano sui cittadini. Sulla spianata stessa dell’Acropoli, eravi una sorgente, che più tardi i terremoti fecero sparire affatto, ma che allora dava un’acqua abbondante e piacevole a bersi in estate ed in inverno. I guerrieri, dall’altura, sorvegliavano il mare scorso dai pirati, e le giogaie del Citerone, così spesso varcate dagli abitanti di Eleusi e di Tebe. All’apparire del nemico, gli artigiani, i contadini ed i loro greggi si rifugiavano in un recinto fatto con semplici steccati di legno appoggiati agli olivi che crescevano sull’Acropoli, naturalmente, come su tutte le rupi della Grecia.”

4. In generale, non si dà il nome di rivoluzione che ai fatti politici producentisi in una sommossa popolare; e si annette una piccolissima importanza ai fatti economici, la cui azione rivoluzionaria, sulla via percorsa dalle società e sulle condizioni dell’esistenza umana, è immensamente più profonda e più efficace.

I costumi e le idee dei contadini europei si sono conservati così inalterati durante secoli interi nonostante le guerre, le modificazioni delle frontiere, i cambiamenti di nazionalità e le rivoluzioni politiche, che un antropologo inglese notava ultimamente, come le superstizioni dei contadini inglesi rassomiglino in modo strano a quelle dei negri barbari dell’Africa del Sud.

Le campagne non incominciarono ad esser poste sossosopra che dopo la costruzione delle ferrovie. Le strade ferrate e gli altri fenomeni economici della civiltà capitalistica compiono in silenzio, lungi dalla indifferente incuria dei filosofi e dei politicanti borghesi, la più grande delle rivoluzioni sociali che hanno sconvolto l’umanità, da poi ch’essa è uscita dal comunismo per creare la famiglia patriarcale e la proprietà privata.

5. Negli Stati di Parigi convocati nel 1614, quando Luigi XIII giunse alla maggiore età, si emisero dei voti per la libertà industriale; furono respinti. Il sobborgo S. Antonio e diversi altri sobborghi presero uno sviluppo considerevole, perchè l’industria vi godeva di quelle franchigie che le erano negate in città.

6. AUGUSTIN THIERRY, Récits des temps mérovingiens.

7. Vi fu un tempo nel quale la più gran città commerciale della terra, Londra, la quale oggidì non può sussistere che mettendo a contributo il mondo intiero, viveva dell’agricoltura propria; ogni abitante possedeva fuori mura un campo che gli forniva il grano che gli abbisognava. Nell’VIII secolo i principali articoli del commercio londinese erano l’oro, l’argento, gli schiavi, i cavalli ed i metalli.

8. Nel Medio-evo e durante la Rivoluzione, si fissava un maximum oltre il quale il prezzo di vendita non poteva salire; in tutti i paesi inciviliti, gli industriali e gli agricoltori vogliono costringere il consumatore a comperare ad alto prezzo, stabilendo delle tariffe doganali; ecco dove riesce il liberalismo borghese, e la sollecitudine che i capitalisti hanno pei consumatori, sollecitudine che li costringe a ribassare continuamente i salari degli operai.

9. La polizia di Marsiglia puniva, frustandoli, i vetturali che introducevano vino di contrabbando. Le stesse città che si lamentavano del monopolio di Bordeaux e di Marsiglia ne esercitavano uno uguale nelle loro province e si chiudevano ai vini stranieri, cioè ai vini dei cantoni vicini. Il paese di Veines, nel Delfinato, chiedendo al Consiglio reale, nel 1756, la conferma dei propri privilegi, affermava ingenuamente che la proibizione dei vini stranieri gli era indispensabile, “perché altrimenti i propri abitanti non avrebbero voluto consumare i vini del proprio territorio, data la loro cattiva qualità.” [Nota assente dall'edizione Remo Sandron, tradotta da Chiara Pirro]

10. GILBERT, Recherches sur les prairies artificielles; “Mémoires de la Société royale d’Agricolture de Paris”, tome II; 1788.

11. Gli storici fantasiosi della borghesia hanno con leggerezza attribuito l’introduzione della patata al filantropico Parmentier, nemico acerrimo dei diritti dei contadini; essa si vendeva correntemente in Inghilterra ad un scellino la libbra, nel 1619. I conquistatori del Perù l’avevano introdotta in Ispagna all’inizio del secolo XVI sotto il nome di papas; di là passò in Italia, dove la si chiamò tartufo (?). Verso la stessa epoca furono importate molte piante commestibili ed ornamentali: il grano saraceno, il broccolo, il cavolfiore, le cui sementi furono per lungo tempo fatte venire da Costantinopoli, e da Cipro il tulipano, che, nella metà del secolo XVII, fu la prima cosa di cui si impadronì la finanza cosmopolita a scopo di speculazione.

La relazione dei signori VILMORIN e HEUZÉ sulle Origini della patata racchiude particolari sulla sua storia in Francia: vantata da Gaspard Bauhins, essa si propaga rapidamente nella Franca-Contea, nei Vosgi e nella Borgogna verso il 1592. – Il parlamento di Besanzone ne vieta la coltivazione “essendo la patata una sostanza dannosa, il cui uso può generare la lebbra”. L’agronomo Duhamel la consiglia invece vivamente nel 1761. Turgot si fa rilasciare dalla facoltà medica una dichiarazione constatante che la patata è un alimento nutriente e sano. Dietro agli incoraggiamenti di lui la si coltiva in interi campi nell’Angiò e nel Limosino.

Nel 1765 il vescovo di Castres ne distribuisce ai parroci, insegnando loro il modo di coltivarla. PARMENTIER cominciò la sua opera di divulgazione soltanto nel 1778.

12. La smania delle esperienze giungeva al grottesco. Uno dei volumi della Società reale di agricoltura contiene una memoria di un marchese, il quale racconta seriamente di non avere potuto far crescere delle piante nel mercurio: egli credeva forse di poter mercurializzare i vegetali come gli uomini.

13. “L’aratro del Mezzogiorno è quasi identico a quello descritto da VIRGILIO (Georgiche, libro I versi 170-175); solca abbastanza bene la terra, ma non la rigira; siccome non scende che a 12 cent. costringe a riscavare i solchi fino a nove volte di seguito per preparare il terreno alla semina del grano” (Paris, Economie rurale de l’arrondissement de Tarascon, “Société d’agricolture de la Seine”, 1811). – “Si lavora la terra come si lavorava senza dubbio nella più remota antichità. L’aratro attuale, quello semplice, è un ostacolo quasi insormontabile per l’adozione dell’aratro moderno. Il contadino più ignorante lo fa, lo mette insieme e lo aggioga senza fare altra spesa che quella del vomero.” (FARNAUD, Economie rurale du département des Hautes Alpes, Soc. d’agr. , 1811).

14. “La ripartizione della proprietà fondiaria è così irregolare, dice Neufchâteau, che un territorio o finage (distretto) di 800 ettari consta di 500 o 600 parcelle appartenenti a 50 o 60 proprietari... In seguito ai frazionamenti ed alle divisioni successive, i campi hanno le più sfavorevoli posizioni; vi erano proprietari che possedevano 20 hâtes (porche) staccate l’una dall’altra. (Le hâtes avevano una larghezza fra i 4 e i 5 metri ed una lunghezza grandissima). Questo sbocconcellamento proviene non unicamente, ma essenzialmente, dalla divisione delle terre nelle successioni, in specie tra fratelli e sorelle; questa causa, che dura da secoli, spinge il male all’infinito.” (Voyageagronomique dans la sénatorerie de Dijon; 1806). La spartizione delle terre fra i figli tutti, che i reazionari rimproverano alla Rivoluzione, era un uso generale della classe dei contadini.

15. Il volume del 1810 della Società di agricoltura della Senna fornisce delle cifre che indicano l’estensione delle coltivazioni nell’Alta Saona.

Tavola sinottica sull’agricoltura della Subdelegazione di Vesoul nell’Alta Saona, al tempo della venuta al trono di Luigi XVI, paragonata con quella dei circondari di Vesoul e di Lure all’epoca dell’avvento di Napoleone I.

      1774 1805 Produzione Valore in denaro
      1774 1805 1774 1805
POPOLAZIONE            
 Comuni............................. 455 452        
 Abitanti............................... 176.323 211.894        
 Famiglie............................... 37.827 44.854        
                 
AGRICOLTURA            
 aratri tirati da   cavalli...... 3.160 3.109        
buoi.......... 5.733 6.688        
      8.893 9.797        
          quintali metrici per quintale
 ettare
 coltivate a
  grano;................ 26.676 35.765 291.647 350.635 20f 23f
segala............ 13.135 11.922 168.685 93.504 10 17
orzo............. 16.872 19.095 209.697 130.907 12 14
avene........ 10.712 28.612 133.066 112.204 10 11
granelli
e legumi.....
11.320 17.464 152.837 283.686 8 8
      77.715 122.928 955.932 969.936    
                 
 ettare
 coltivate a
  ravizzone......... 1.470 856 7.920 3.900 20 25
colza............ » 95 » 390 » 26
          in stoppa
canapa........ 1.719 3.590 7.368 15.058 100 150
lino................ 105 480 240 1.372 140 180
tabacco........... 35 46 800 913 36 48
      3.329 5.067 16.328 21.333    
                 
 ettare
 di praterie
  naturali........ 30.128 34.064 1.584.200 1.522.400 6 6
artificiali...... » 180 » 7.560 » 8
      30.128   1.584.200 1.529.960    
                 
          ettolitri    
 Vignoti........................................ 5.341 5.745 96.630 54.000 12 15
          steri    
 Boschi d'alto fusto.................................. 18.180 4.688        
 Boschi codui.................................. 54.542 100.258 658.120 645.160 1.50 5
      72.722 101.946     un puledro di sei mesi
             
 bestiame   cavalli d'ogni specie 10.859 11.891     50 70
          un vitello
bovini.......... 69.060 80.484     8 15
          agnelli
ovini e caprini............. 44.764 67.754     2 3
          maiale al kg. 0.40 0.60

Le cifre del 1774 sono tratte dalla tavola del censimento consegnata all’antica intendenza, da uno studio fatto su informazioni rurali e da uno stato dei raccolti redatto da MIROUDEL de SAINT-FERGEUX, subdelegato nei dipartimenti di Vesoul e di Luxeuil; le cifre del 1805 sono estratte dalla statistica del dipartimento dell’Alta Saona.

16. LÈONCE DE LAVERGNE, L’Agricolture et la population; 1857.

17. PLINIO e PALLADIO parlano di una macchina simile, rudimentale, in uso presso i Galli. Nelle vaste pianure della Gallia, dice PALLADIO nella sua De re rustica, si usa un mezzo spicciativo di mietitura, che non richiede alcun lavoro umano; con un solo bue si miete un campo intero. Si fabbrica un carro a due ruote piccole; il fondo quadrato, ha tutt’attorno un tavolato che forma un imbuto, meno alto nella parte anteriore, la quale è munita, nell’orlo superiore, di una serie numerosa di piccoli uncini taglienti, posti fra loro a distanza di una spiga; sul dietro del carro, vi sono due stanghe per aggiogare il bue. Man mano che il carro procede nel campo di grano, le spighe prese nei denti della parte anteriore dell’imbuto, vi cadono dentro, mentre la paglia rimane in piedi. In qualche ora, aggiunge lo scrittore, il raccolto è fatto senza stento.

18. La carne di cavallo, di asino e di mulo, contro cui esisteva un pregiudizio popolare, fu recentemente introdotta nell’alimentazione delle classi povere, le quali possono difficilmente comprare carne di bue o di montone. La religione cristiana l’aveva proibito per combattere il paganesimo; nelle cerimonie pagane si ammazzavano e si mangiavano cavalli. La civiltà capitalistica si adopera ad abbattere le basi su cui è sorta ed a istradare l’umanità verso i costumi e gli usi del comunismo primitivo.

19. DISRAELI ebbe l’onore di svolgere questo progetto nel 1880, per consolare i proprietari fondiarj delle perdite sopportate in causa della concorrenza americana; egli proponeva di riunire l’Inghilterra e le sue colonie (le Indie, il Canada, l’Australia, etc.), in una vasta unione doganale che avrebbe escluso tutti i prodotti industriali ed agricoli delle altre nazioni. Le colonie avrebbero fornito le derrate alimentari e le materie prime dell’industria alla metropoli, le cui terre si sarebbero potute trasformare in pascoli ed in territori di caccia.

20. THOMAS ELLISON, The Coton trade of Great Britain, 1885. Il governo giapponese, nel 1879, importava dall’Europa delle macchine d’ultimo modello per filare il cotone e le faceva distribuire in certi distretti dell’Impero. A cominciare dal 1881-82, varie società capitalistiche intrapresero la fondazione di nuovi opifici, tanto che il numero dei fusi, il quale era di 35.000 nel 1884, nel 1892 ascendeva a 380.000. Le cifre delle importazioni di fili di cotone diminuiscono ogni anno, al Giappone; nel 1888 il valore di queste importazioni era di 13.611.000 yen d’argento; nel 1890, di 9.928.000; nel 1891, di 5.589.000. Fra poco, i Giapponesi basteranno a sè stessi e cercheranno degli sbocchi in Corea ed in Cina.

La guerra cino-giapponese, scoppiata dopo che questa nota era stata scritta, avrà un contraccolpo in Europa. Essa forzerà la Cina ad uscire dalla sua immobilità e ad aprire le porte alla civiltà capitalistica, la quale sconvolgerà la sua organizzazione sociale, basata sulla proprietà collettiva e sulla famiglia patriarcale. Non più migliaia, ma milioni di miseri si affolleranno nei porti di mare per cercare lavoro in lontane terre.

Allora incomincerà nei paesi d’Occidente quell’emigrazione di cinesi che la Società degli economisti invocava nella sua seduta del 5 maggio 1880 «per ribassare i salari e le pretese degli operai europei». Ma essa avrà un risultato non previsto dagli economisti; affretterà il giorno della Rivoluzione sociale.

21. Una rivoluzione religiosa caratterizzò il movimento economico del secolo XVI; mentre il papa di Roma, rappresentante religioso del vecchio sistema economico in rovina, scagliava i suoi fulmini contro l’interesse del danaro, l’antipapa di Ginevra, Calvino, rappresentante religioso del regime che sorgeva, ne proclamava invece la legittimità in nome di tutte le virtù teologali. Il protestantesimo, coll’abolizione dei santi e dei giorni dedicati al loro nome, colla condanna del diritto all’assistenza od all’elemosina, colla sua teoria della grazia, etc.; è la vera espressione religiosa della forma di produzione capitalistica.

22. La corruzione dei magistrati che sedevano nell’ultima Corte di giustizia del 1710 fece sì che Samuele Bernard potè cavarsela con soli sei milioni, i fratelli Crozat ed altri con molto meno; però, il castigo inflitto a Paolo Poisson sparse il terrore. Questo Poisson, detto Bauvalais, figlio di un contadino della bassa Bretagna, servo in origine, poi fornitore militare, si arricchì al punto da depositare 34 milioni in banche estere. Tutti i suoi beni furono confiscati, si sequestrò il suo bel palazzo di piazza Vendôme, esi mise lui in prigione. – Quando il secondo impero, datosi pensiero delle ire che i filibustieri della finanza andavano sollevando, volle procedere con rigore, il suo magistrato, Oscar de Vallée, non ebbe nemmeno il coraggio di fare una requisitoria; egli si limitò a copiare quelle delle camere di giustizia della Francia antica, ed ogni cosa finì con la semplice collocazione di arganelli nel palazzo della Borsa. – Il Panama, questa truffa che è la più colossale del secolo, costò a Carlo di Lesseps pochi mesi di prigione, i quali fecero versare amare lagrime alla stampa borghese ch’egli aveva così largamente sussidiata. Eiffel, decorato di tutti i gingilli della Legion d’Onore, accolse nella sua torre gli ospiti della Francia, l’ammiraglio Avollan ed i suoi Russi, felici di fraternizzare con un uomo che aveva fatto un colpo di 30 milioni.

23. Karl Marx, Il capitale, cap. XXXI.

24. “Lo speculatore iniziato ai segreti dei dietro le quinte, come lo erano i direttori, – dice il banchiere Aycard, operante ogni mese durante l’anno 1853 – avrebbe potuto guadagnare, con 1.000 azioni del Crédit Mobilier, 1.322.000 franchi.” (Histoire du Crédit Mobilier de 1852 à 1867). [Nota assente dall'edizione Remo Sandron, tradotta da Chiara Pirro]

25. “Gli economisti ufficiali sostengono che il dividere i grandi organismi industriali in azioni ed obbligazioni sia un modo di frazionarne la proprietà, di democratizzarla. Ma non vogliono vedere che questa democratizzazione della proprietà ha reso possibile ai capitalisti di far uscire dalle calze vecchie, dai nascondigli segreti ove il danaro si celava, tutto il capitale monetario, di accumularlo nelle loro mani e di monopolizzarne la gestione, aspettando il momento in cui, coi loro raggiri, potranno rendersene padroni affatto. Con questo sistema sono venute su ai giorni nostri quelle colossali fortune mobiliari che sommano a centinaia ed a migliaia di milioni. Questo modo di frazionare e di spargere la proprietà delle imprese industriali e commerciali fece sì che la massa venne spogliata dei suoi capitali, a profitto di qualche re dell’alta banca” (PAUL LAFARGUE, Le Communisme et l’Évolution économique; 1892).

Non c’era bisogno del Panama – che ha tolto a tanta povera gente tutto ciò che possedevano – per accorgersi di questo ufficio espropriatore della finanza. Già fin dal 1874, un economista, L. REYBAUD, scriveva: “Le casse di risparmio rinserrano una debole parte delle economie del popolo, il rimanente va nelle speculazioni... In Lione, in Saint-Etienne, nella valle del Giers, le vittime erano specialmente gli operai più intelligenti, quelli che guadagnano dei buoni salari. Gli operai sono colpiti dai disastri finanziari in molto maggior numero che non si creda... Molti di essi mi mostravano con tristezza i titoli nulli o deprezzati in cui si era perduta la loro piccola fortuna; naturalmente la loro scelta era caduta sulle imprese sospette... Ecco dunque dove mettono capo questi abusi del credito, che ebbero tanti vantatori e tanti complici! Col disperdere i risparmi del popolo nelle speculazioni finanziarie, si sono tolte di mezzo le garanzie sociali che la loro esistenza offriva, e forse si è fatto nascere il desiderio di una rivincita nei poveri operai che furono vittima di tali imprese” (Le fer et la houille, étude sur le régime des manufactures).

Il risparmio, tanto lodato dagli economisti e dai politicanti, ed incoraggiato dallo Stato, ha un solo scopo: costringere il produttore a privarsi del necessario, affinchè i banchieri trovino di che rubare nelle sue tasche. Relazione del 1859.

26. Editto che istituisce la Camera di giustizia del 1716.

27. Successe uno scandalo generale quando, sotto l’Impero, si accusò il Phare de la Loire (Faro della Loire) – uno dei pochi organi del partito repubblicano – di aver inserito un annunzio finanziario in seconda pagina. Rothschild fu il primo che rese di moda l’abitudine di comprare i giornalisti col distribuir loro azioni liberate delle speculazioni intraprese; era un mezzo cortese per interessarli; oggigiorno non fa più mestieri di tanta delicatezza: si manda l’articolo da inserire già bell’e preparato, coi biglietti di banca che ci vogliono per pagarne la pubblicazione. Il Panama, il quale, dal punto di vista etico ed artistico, è un capo d’opera, offre un completo compendio di tutte le bricconerie, menzogne, ricatti, pasticci, raggiri, etc., della finanza; la Compagnia aveva assoldato tutta la stampa francese, la quale incensava Lesseps, – il gran francese, l’organizzatore della più grande ruberia del secolo.

28. Il papa, il quale si accorge che il continuare, in questo secolo positivo, nell’insegnamento dei misteri della religione cattolica è un perdere il proprio tempo, si è schierato fra i campioni della proprietà capitalistica; la difende come il più volgare fra gli economisti. “La proprietà privata è pienamente conforme a natura, egli dice... Che cosa fa l’uomo, quando consuma il suo ingegno e le forze del proprio corpo allo scopo di procacciarsi i beni della natura? Applica, per così dire, a sè stesso quella parte della natura materiale ch’egli coltiva, e vi lascia una certa impronta della sua persona, tanto che, questo bene, egli potrà, secondo stretta giustizia, possederlo per l’innanzi come suo... La forza di questi ragionamenti è di tanta evidenza che c’è davvero da meravigliarsi di come qualche partigiano di decrepite idee osi ancora contraddirli col dare all’uomo l’uso privato del suolo ed i frutti dei campi, ma rifiutandogli il diritto di possedere come proprietario quel terreno su cui egli ha innalzato la casa, quel tratto di terre che egli ha coltivato. Non vedono che, così facendo, essi spogliano quest’uomo del frutto del suo lavoro” (Enciclica De conditione opificum).

Leone XIII non vede che la sua critica delle teorie comuniste – ch’egli non conosce – è una condanna di quella proprietà capitalistica della quale vuol farsi paladino.

29. La parola collettivismo adoperata da Collins in un senso speciale, volgarizzata da Depaepe, da Schaeffle il socialista cristiano, e dall’anarchico Bakounine, venne introdotta in Francia senza che se ne conoscesse l’esatto significato. Essa diede campo agli avversari di accusare i socialisti francesi di voler retrocedere il moto sociale al mir russo, che è una forma esausta di proprietà. Siccome però la volgarizzazione delle teorie di Marx e di Engels ha dato a cominciare dalla seconda Ègalité (1880) un significato comunista alla parola, si giudicò inutile sopprimerla.

30. Negli inizi della proprietà capitalistica, allorquando il proprietario adempieva ad un ufficio di organizzazione e di direzione, si capisce come Adamo Smith potesse ammettere, con qualche parvenza di ragione, il prelievo fatto dal capitale sul prodotto del lavoro sotto forma di interesse, rendita fondiaria e guadagni industriali, col pretesto che il capitalista rendeva dei servigi colle sue sobrie virtù e colle sue qualità direttive; ma i LEROY-B EAULIEU, i ROSCHER e gli altri dimostratori dell’assurdo, dovrebbero trovare qualcosa di meno ridicolo di quanto asseriscono oggi, mentre appunto la proprietà, giunta al suo più alto grado di fluidità, può passare in borsa da uomo a uomo, senza lasciar traccie della sua origine e senza dar luogo a perturbazioni economiche per questo continuo mutarsi dei possessori.

31. Gli avversari del socialismo, i quali gareggiano d’ignoranza e di malafede, pretendono che i comunisti si propongono di spogliare i contadini-proprietari dei campi loro, ed i piccoli borghesi dei loro risparmi e della loro libertà. Essi non si accorgono di accusarli dell’intenzione di commettere quei delitti che i capitalisti vanno continuamente perpetrando col monopolizzare la terra, col truffare i risparmi, col rinchiudere i proletari nei loro bagni industriali, dove si limita il tempo necessario pei pasti, pel sonno, e per il soddisfacimento dei bisogni più urgenti; dove è proibito di cantare e di parlare, e l’uomo è trasformato in un automa che muove le braccia e le gambe per assecondare i movimenti della macchina.

32. Gli speculatori cosmopoliti del commercio dei grani, se pur non pensano a regolarne la produzione, sono però informati con tanta esattezza del prodotto annuale dei raccolti di cereali, da sapere con certezza di quanto esso sia superiore od inferiore ai bisogni ordinari delle popolazioni. I fabbricanti di carta tentano in questi giorni di regolare la produzione sopra il consumo. Nel mese d’Ottobre del 1894, si sono riuniti nel palazzo di città d’Anversa i fabbricanti di carta della Francia, della Germania, dell’Inghilterra, della Norvegia, dell’Austria-Ungheria, del Belgio e dell’Olanda; dissero che, per evitare l’eccesso di produzione che compromette i loro guadagni, bisognava limitare la produzione alle richieste, ed anche, nel caso, fare difettare la carta. Una commissione di tre delegati per ogni nazione, con sede a Bruxelles, è incaricata di studiare le vie ed i mezzi per giungere a questo risultato. – Siccome l’ipocrisia entra sempre in qualsiasi congresso borghese, a questo tentativo di regolamentazione internazionale della produzione di un’industria monopolizzata da un piccolo numero di capitalisti, è dato il colore di un mezzo per migliorare lo stato degli operai, ai quali verrebbe accordato un giorno di riposo ogni settimana col sospendere il lavoro domenicale.

33. Eccone la prova: Nella seconda metà di questo secolo, ci fu una richiesta senza precedenti di ferro e d’acciaio per la costruzione delle ferrovie, dei bastimenti a vapore, e per sviluppare il macchinario industriale ed agricolo. La produzione si mise all’opera; essa bastò alle domande ed anzi andò oltre, poichè vi furono periodicamente delle crisi, prodotte dall’eccesso di produzione, durante le quali non vi era più smercio, non vi erano più richieste. E nonpertanto, in questi 50 anni scorsi, la terra è stata coperta da macchine e da costruzioni metalliche, solcata da rotaie, messa, per così dire, ai ferri. Se si ammucchiassero le macchine, le rotaie, tutto il metallo estratto dalle miniere o lavorato negli opifici, si potrebbe innalzare una montagna di ferro più alta delle cime dell’Himalaya. Ecco una delle meraviglie della produzione capitalistica a forma comunista.

Eccone un’altra prova: produrre del grano in quantità sufficiente è la prima condizione dell’esistenza sociale; questo problema venne risolto oltre il bisogno. Nelle province in cui la proprietà fondiaria è accentrata e dove i metodi scientifici e meccanici di coltivazione sono messi in pratica, la produzione del grano è di 25 a 30 ettolitri per ettaro, mentre la media è di 15 soltanto; qualche diecina d’anni fa, essa era di 13, 12 ed anche 11. Se l’agricoltura a forma comunistica, limitata per ora a qualche dipartimento del Nord-Est, fosse generalizzata, la Francia raccoglierebbe 200 o 300 milioni di ettolitri invece dei 100 o poco più ch’essa falcia ogni anno. Un agronomo americano pubblicò ultimamente una memoria sulla produttività dei nuovi terreni da grano scoperti ad ovest della Baia di Hudson; egli dimostrò che se queste terre, di un’impareggiabile fertilità, fossero coltivate da un milione di uomini provvisti di macchine ed organizzati come i coltivatori dei poderi del Far West, esse produrrebbero senza concimi, per molti anni, grano bastante per nutrire il mondo intiero, le cui terre a frumento attuali potrebbero essere lasciate a maggese affinchè riacquistassero la loro fertilità naturale. – Ho scelto come esempj il ferro ed il grano, i due prodotti più indispensabili; potrei prendere tutti gli altri, l’uno dopo l’altro, e mostrare che la produzione è così colossale da sorpassare sempre il consumo; e difatti la preoccupazione degli industriali non è più del come produrre, ma del come trovare dei consumatori; essi vanno a cercarli in Asia, in Africa, al diavolo.

34. Infatti, in India, in Egitto, nell’Asia Minore, in Grecia, che furono le culle dell’umanità, l’invenzione delle arti e dei metodi industriali è attribuita a delle dee, non a degli dei. Questi ricordi favolosi fanno supporre che il cervello femminile sia stato il primo a svilupparsi; ciò accade anche oggidì: le bambine sono più sveglie e più intelligenti dei ragazzi; se esse perdono più tardi queste doti, ciò è colpa dell’assurdo sistema di educazione morale, fisica, intellettuale al quale le si condanna da migliaia di anni. “La donna è inferiore”, dicono i pedanti del capitalismo: perdio, le si mette una camicia di forza fin dalla più tenera età! La lepre non camminerebbe più veloce di una tartaruga, se le si legassero le zampe.



Ultima modifica 2021.05.14