REFERENCE ARCHIVE

George Bernard Shaw

Il credo politico di chiunque

 

PARTE PRIMA
1. La natura umana è incurabilmente depravata?
2. La questione agraria
3. Il sistema inglese dei partiti
4. I Parlamenti dei poveri
5. Democrazia: un passo avanti
6. Conoscere il nostro posto
7. L'eguaglianza
8. La proposta abolizione delle classi
9. Lo Stato e i bambini
10. I mostri generati dalla scuola
11. I misteri della finanza: la banca
12. Le illusioni del mercato monetario
13. Idee giuste e idee assurde in fatto di compensazione
14. Il vizio del gioco e la virtù dell'assicurazione
15. Le illusioni della finanza di guerra

1. LA NATURA UMANA E' INCURABILMENTE DEPRAVATA?

Se la natura umana è effettivamente depravata, leggendo questo libro non farete che perdere il vostro tempo, e allora vi consiglio senz'altro di cambiarlo con un romanzo poliziesco o con una piacevole opera classica, a seconda dei vostri gusti. Infatti, sebbene questo libro sia in certo modo un romanzo poliziesco, dato che mira a scovare alcuni di quegli errori che nello spazio di venticinque anni ci hanno regalato una stridente sperequazione nella distribuzione del reddito nazionale e due guerre mondiali, sarà meglio per noi risparmiarci il vano tormento di acquistare piena coscienza di tali errori, se ci mancano parimenti la capacità politica e la sincera volontà di porvi rimedio. Meglio allora attaccarci alle nostre illusioni, tenerci le nostre speranze e il nostro amor proprio, continuando nei nostri vizi e facendo quante più follie è possibile, prima che esse ci distruggano.

Riconosco senz'altro che gli argomenti a nostro sfavore sono suffragati dal fatto stesso che proprio in questo momento le nazioni si stanno accanendo in un orrendo massacro reciproco, in una lotta di distruzione. Basta leggere i "Viaggi di Gulliver" per apprendere dal re di Brobdingnag come il semplice e nudo esame della storia d'Inghilterra possa portare alla conclusione che l'umanità è incorreggibilmente scellerata. Quando Swift si tolse di dosso la maschera del re, descrisse un'Utopia governata da cavalli, nella quale gli uomini erano poco più che vermi, e non si chiamavano nemmeno uomini ma Yahoos. Eppure Swift non conosceva fino in fondo le vere condizioni del genere umano, e nemmeno Goldsmith, sebbene il suo "Deserted Village" dimostri come egli giungesse alla conclusione che «quando il commercio prende il sopravvento, l'onore va in malora».

Solo nel diciannovesimo secolo, allorché Karl Marx strappò dalle intonse pagine dei nostri rapporti ufficiali le relazioni dei nostri ispettori di fabbrica e rivelò il capitalismo in tutta la sua atrocità, il pessimismo e il cinismo si tinsero dei colori più foschi. Marx dimostrò irrefutabilmente che il capitale, nel perseguire quello che egli chiamò "Mehrwerth" e che noi traduciamo come plusvalore (esso comprende rendita, interesse e profitto commerciale), è spietato e non si ferma davanti a nulla: massacri e mutilazioni, schiavitù bianca e nera, alcool e droghe, se questi promettono di fruttare uno scellino per cento in più che non i dividendi della filantropia. Prima di Marx vi era già stata abbondanza di pessimismo. Il libro dell'Ecclesiaste nella Bibbia ne è pieno. Shakespeare, nel "Re Lear", nel "Timone di Atene", nel "Coriolano", ne subì il fascino restandone avvinto. Altrettanto accadde a Swift e a Goldsmith. Ma nessuno di essi poté documentare il problema con fonti ufficiali come fece Marx. Egli venne così a creare quell'esigenza di «un nuovo mondo» che non solo anima il moderno comunismo e socialismo, ma nel 1941 diventò la parola d'ordine perfino di zelanti conservatori ed ecclesiastici.

Essi convengono tutti che non si può cambiare il mondo senza cambiare prima l'Uomo. Essi lo chiamano un «mutamento di cuore». Ma la Bibbia ci dice che il cuore dell'uomo è menzognero e disperatamente cattivo; e la storia sembra dar ragione alla Bibbia. Quanto più ci addentriamo nella questione, tanto più ci appare evidente che non soltanto la Grecia antica e Roma, ma anche una mezza dozzina di civiltà anteriori, progredite e imponenti come la nostra, decaddero e crollarono. A quanto sembra, l'incorreggibile cuore umano non volle saperne dei mutamenti indispensabili per salvarle, dando così modo ai pessimisti di convincersi che l'aspirazione a un mondo nuovo non ha probabilità di essere attuata dall'attuale generazione di Yahoos, tutta occupata a massacrarsi di gusto in una guerra che in fondo non è soltanto maniaca ma insensata.

E tuttavia, se vale la pena di scrivere o di leggere questo libro, tutto questo pessimismo e cinismo si rivela un puro abbaglio dovuto non soltanto all'ignoranza della storia contemporanea, ma alle false illazioni che da quel poco che se ne conosce si sogliono trarre. Non è vero che tutte le atrocità del capitalismo siano l'espressione del vizio e del malvolere degli uomini; al contrario, esse sono in gran parte il prodotto delle virtù domestiche, del patriottismo, della filantropia, dello spirito d'iniziativa, dell'amore del progresso, e di ogni altra sorta di qualità di alto valore sociale. Gli avari e coloro che arraffano senza scrupoli non sono appoggiati dall'opinione pubblica. Dal capitalismo può risultare un inferno sulla terra; ma è un inferno lastricato di buone intenzioni. Il capitalismo non è un'orgia di scelleratezza umana: è un'utopia che ha abbagliato e fuorviato molti uomini amabili e dotati di spirito civico, da Turgot e Adam Smith a Cobden e Bright. I sostenitori del capitalismo sono sognatori e visionari che, invece di fare il bene con intenzioni malvage come Mefistofele, fanno il male con le migliori intenzioni. Con tale materiale umano potremo anzi produrre una dozzina di nuovi mondi, una volta che avremo imparato sia i fatti sia le lezioni di scienza politica che questi fatti ci insegnano. Giacché prima che un buon uomo possa tradurre in atto le sue buone intenzioni, egli deve non soltanto accertarsi dei fatti, ma ragionare su di essi.

Quanto è detto qui sopra vale se miriamo a raggiungere la perfezione. In pratica tutto ciò che possiamo fare è raccogliere quanto più materiale informativo è possibile e in base ad esso agire nella maniera più illuminata che il nostro fallibile giudizio ci consenta. Anche il nostro materiale informativo può indurci in errore: può essere a esempio onesto e accurato, ma non più attuale. Nozioni validissime nel 1066 per Guglielmo il Conquistatore possono essere viete per un Primo Ministro nel ventesimo secolo. Se la cultura non è andata di pari passo col mutare dei fatti, quel Primo Ministro può essere un anacronismo vivente. La maggior parte dei nostri Primi Ministri lo è. Se le informazioni datano dal 1500, epoca in cui i baroni feudali si erano in gran parte sterminati a vicenda, mentre che i fatti, diventando commerciali, facevano appello di per se stessi all'avventuriero del Galles che concluse la strage dei baroni uccidendo Riccardo terzo e sostituendosi a lui come re, le Scuole fondate allora saranno mercantiliste, favorevoli alla classe media, antifeudali e perfino regicide. Ministri educati in esse combatteranno i Premiers conservatori in veste di "leaders" di un'opposizione liberale, dando inizio a una tradizione che fa di loro i rappresentanti del progresso e della libertà individuale contro il conservatorismo e il servaggio feudale. Quando la conseguente rivoluzione industriale raggiunge il punto nel quale il capitale necessario per l'intrapresa di grossi affari sale da centinaia di migliaia a milioni di sterline, gli imprenditori perdono la loro posizione di predominio e diventano schiavi dei finanzieri, i quali li impiegano come amministratori stipendiati; con questo nuovo mutamento dei fatti sorgono i discendenti della classe media proletarizzata che denunciano il liberalismo come iniquo e rovinoso, mentre il Ruskin College e i suoi simili educano capi laburisti e scagliano i principi marxisti sia contro i conservatori feudali sia contro i liberali mercantilisti.

Il guaio di questa evoluzione è che le nostre abitudini umane e le nostre idee non cambiano in sincronia coi fatti. Nell'undicesimo secolo l'Inghilterra fu feudalizzata dalla conquista normanna; la terra divenne proprietà del re e i baroni ricevettero le loro proprietà da lui in cambio di un gravoso servizio pubblico. Nel diciannovesimo secolo questo sistema si era sviluppato (o era degenerato) in un sistema a tre classi; la terra diventò virtualmente proprietà di coloro che la possedevano per eredità o per compera, fu coltivata da un proletariato troppo numeroso per poter ottenere lavoro a condizioni superiori alla nuda sussistenza, sotto la direzione di una classe media che vendeva ai proprietari la sua abilità commerciale e professionale a prezzi di domanda e offerta; tutte e tre queste classi apparivano politicamente "libere", ma in realtà erano in condizioni di effettiva schiavitù economica. Cionondimeno le grandi "public schools" istituite dall'alto clero e dai monarchi feudali nel quattordicesimo e quindicesimo secolo, che servirono da modello alle successive scuole fondate dai ricchi mercanti, continuano a insegnare oggi in Inghilterra i sistemi feudali e i credi della Chiesa. Vi sopravvive persino l'uso esclusivo del latino come lingua della letteratura, religione, diplomazia e legge, sebbene il latino, come lingua parlata, sia morto di morte naturale quindici secoli fa.

Questa tecnica e tradizione dell'educazione secondaria domina ancora il nostro sistema scolastico. Una volta mi presi la briga di criticare questo stato di cose alla presenza di un rettore del Collegio di Winchester. Egli mi addusse orgogliosamente come prova della modernità e del primato intellettuale della sua scuola il fatto che essa avesse appena assunto un insegnante di matematica, raggiungendo così nel ventesimo secolo il punto raggiunto da Archimede duemila anni prima.

Quando lo sviluppo del commercio obbligò le università ad aggiungere ai loro programmi l'economia politica, ciò fu tollerato e anche ben accolto, in quanto una politica economica ispirata al più puro egoismo (chiamato molto educatamente individualismo) avrebbe assicurato automaticamente lavoro continuo e salari sufficienti all'intera popolazione, lavoro dato da una classe superiore abbastanza ricca per accumulare capitali e mantenere la cultura; anche questa teoria si è fossilizzata in una tradizione e si continua a insegnare così come fu inventata dai fisiocrati francesi due secoli fa. Questa teoria non è stata mai vera: ciò che in realtà essa produsse automaticamente fu l'orribile miseria rivelata da Karl Marx; contro di essa gli umanitari di tutti i partiti indissero una campagna a favore di leggi sociali, col concorso di sindacati operai troppo potenti per essere perseguitati come cospiratori contro l'ordine pubblico.

La nostra istruzione pubblica è quindi in ritardo tra i cento e i duemila anni e produce lo strano fenomeno conosciuto col nome di "Old School Ties"; il quale ha per effetto che Stati moderni siano governati da gabinetti nei quali le idee di Noè e di Samuele, di Guglielmo il Conquistatore e di Enrico settimo, di Cromwell e di Tom Paine, di Adam Smith e di Robert Owen, di Gesù e di Darwin sulla società sono commiste in un'indicibile confusione. Quando questi gabinetti si trovano, come oggi accade, di fronte a dittatori stranieri che hanno letto Karl Marx alla luce di una amara esperienza personale di povertà proletaria e di persecuzione, e che quindi conoscono la parte peggiore del mondo in cui vivono, la reciproca incomprensione che ne risulta è tragica e comica insieme, e in ambedue i casi disastrosa. Alle "Old School Ties" i dittatori appaiono come ribelli ignoranti e incolti. Ai dittatori le "Ties" sembrano volgari sfruttatori che vivono alle spalle dei poveri e sono decisi a continuare a farlo per amore o per forza, ma più spesso per forza.

Ciò non toglie che ambedue le fazioni siano animate dalle migliori intenzioni e si credano sulla strada di cessare di far male e di imparare a far bene.

Qualche volta i partiti sono più pericolosi quando dichiarano d'essere d'accordo che quando dicono di non esserlo. Quando H. G. Wells prospettò una nuova Dichiarazione dei Diritti e la sottomise alla discussione generale, io mi trovai perfettamente d'accordo, e questo c'era forse da aspettarselo; mi trovai comunque perfettamente d'accordo anche con tutti gli altri partiti intervenuti nella discussione, comprese le persone che considerano le mie idee politiche come sovversive e perfino diaboliche.

Questa apparente armonia da Regno di Dio fu infranta dal Primo Ministro Winston Churchill, il quale, in risposta ad alcuni scettici che stavano insistendo presso di lui per ottenere una più esplicita dichiarazione sui nostri scopi di guerra, disse testualmente: «Se voi cercherete di esporre partitamente quella che sarà l'esatta situazione delle cose e il modo concreto di rimediarvi, vi accorgerete che nel momento stesso in cui avrete abbandonato il campo delle pie insulsaggini scenderete nell'arena delle più accese controversie».

Con questa mortale sentenza Churchill abbatté tutti i birilli in un sol colpo, lasciandoci in quella regione astratta nella quale noi appariamo come una nazione unita. Tale unanimità è utile in tempo di guerra, quando tutti dobbiamo combattere per le nostre vite, ci piaccia o no; ma chiunque pensi che ciò debba continuare a guerra finita, quando dovremo cominciare a ricostruire e a far piazza pulita, si lascia ingannare da frasi altrettanto inutili ai fini legislativi quanto i simboli algebrici che rappresentano quantità ma non ci dicono di che genere di quantità si tratti.

Fin quando descriviamo in termini astratti le virtù che bisogna praticare e i vizi che bisogna fuggire, ogni retto pensatore, da Confucio e Mosè a Gesù e Maometto, e da questi al papa e al presidente della "National Secular Society", è d'accordo con noi di tutto cuore. Ma nel momento in cui passiamo al particolare e sorge la questione se alcuni specifici modi d'agire siano virtuosi o viziosi, permissibili o criminali, l'accordo svanisce; piombiamo allora in controversie che possono trasformarsi in crociate estremamente sanguinose. Noi tutti ammettiamo la santità del matrimonio legale; ciò non toglie che legalitari siano altrettanto l'indiano poligamo che conferisce la propria casta a un centinaio di figlie di ricchi sposandole per un certo periodo contro una ricompensa, il musulmano che convive con quattro mogli, l'eroe e l'eroina di molti divorzi di Hollywood e le coppie irlandesi legate tra loro in una indissolubile monogamia. Siffatti vari tipi di istituzioni non possono che opprimersi a vicenda o ammettere pacificamente di essere diverse; ma questo non è sempre possibile. Fumatori e non fumatori non possono sentirsi egualmente liberi nello stesso scompartimento ferroviario.

Per ottenere un accordo sostanziale sufficiente a fare un corpo di leggi non basta un'omogeneità psicologica: l'omogeneità dev'essere anche scientifica. Come afferma Wells, la legge comune presuppone nozioni comuni. Ai fini legislativi essa presuppone anche conclusioni tratte da queste nozioni. Gli abitanti dell'isola Pitcairn ne sanno quanto i britannici, ma non si preoccupano dei problemi dell'alta civiltà, perché aspettano in un prossimo futuro la seconda venuta di Cristo che stabilirà il regno dei cieli sulla terra.

I miei studi sulla vaccinazione mi hanno convinto che essa è una illusione dettata dall'ignoranza e che il volerla imporre al prossimo costituisce spesso un atto di sconveniente tirannia; ma molti scrittori che hanno avuto le stesse mie possibilità di sviscerare a fondo il problema sono persuasi che la nazione sarà distrutta dal vaiolo se tutti i cittadini non si vaccineranno a frequenti intervalli di tempo. In Russia sono tutti comunisti e hanno una bellissima costituzione del tipo di quella proposta da Wells; ma gli economisti ufficiali, convinti dell'imprescindibile urgenza di nuove fabbriche, centrali elettriche e ferrovie, contrastano inappellabilmente il desiderio del popolo, che vorrebbe più orologi d'argento. E che cosa devono fare le persone ipertoniche e rabbiosamente dinamiche che desiderano lavorare sedici ore al giorno, spendere decine di migliaia di sterline l'anno, ritirarsi a vita privata a 40 anni e morire consunte a 60, di fronte alle persone ipotoniche che desiderano lavorare quattro ore al giorno per trecento sterline l'anno, ritirarsi a 60 e morire a 90, quando entrambe le categorie si trovano di fronte a un Governo abbastanza progredito da guardarsi bene di scuotere la stabilità sociale favorendo una seria sperequazione di reddito tra i cittadini?

Vi è anche un'altra difficoltà; sapere chiaramente che cosa si deve fare non significa sapere come si debba farlo. Dickens descrive le nostre classi dirigenti come perfette maestre dell'arte di Come Non Fare Qualcosa. Ma la realtà è che, essendo convinte di stare benissimo così come sono, esse non hanno alcuna voglia di fare quel Qualcosa. I governanti che onestamente e intensamente desiderano far Qualcosa esercitano le loro funzioni in modo disastroso, perché non ne sanno abbastanza.

Quando Maometto divise il calendario in dodici mesi lunari, egli sapeva bene ciò che faceva e non si basò su teorie sorpassate, ma su fatti visibili di fisica astronomica. Tuttavia le carovane si trovarono presto nei guai, perché la sua misura, abbastanza precisa fin là dove giungeva, non giungeva abbastanza lontano.

Ma non abbiamo bisogno di risalire al settimo secolo per trovare esempi. Durante i dieci anni che seguirono la rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia, il Governo comunista, benché aggiornato e anzi in anticipo sui tempi in fatto di teorie sociali e di conoscenza dei fatti, fece tanti errori amministrativi e legislativi che la sopravvivenza dello Stato comunista e dello stesso popolo russo sembra ancora miracolosa e provvidenziale. I bolscevichi sapevano quello che volevano, ma non sapevano come attuarlo. Se le teste delle nostre "Old School Ties" si potessero svuotare di quanto di politico hanno imparato a scuola o a casa e riattare con la cultura e la capacità mentale di un Lenin, ripeterebbero gli stessi sbagli e porterebbero la nazione ancor più vicino alla fame e alla rovina, senza alcuna garanzia che le circostanze ci permettessero eventualmente di cavarcela come Lenin.

Rimane dunque una cosa sola da fare: individuare e isolare il maggior numero possibile di punti pericolosi e indicare chiaramente il maggior numero possibile di strade giuste.

Proviamo a cominciare con la questione agraria. Essa è così fondamentale che, se sbagliamo su di essa, ogni altra cosa risulterà automaticamente sbagliata.

2. LA QUESTIONE AGRARIA.
Qual è il punto di vista del buon senso sulla questione agraria, secondo l'opinione degli uomini nati e allevati in città? Che un contadino dovrebbe essere il proprietario della terra che coltiva. Se questa terra non è di sua proprietà ed egli non può scacciarne con l'aiuto della legge coloro che abusivamente vi penetrano, quale sicurezza può egli avere del possesso e del consumo del suo raccolto? Permettiamogli dunque di essere il proprietario del suo piccolo appezzamento di terreno contro qualsiasi pretendente. I coltivatori potranno allora prosperare a seconda della loro industriosità, del loro temperamento e della loro onestà: in breve, a seconda del loro buon carattere e delle loro attitudini a questo difficile lavoro tecnico. Se, date queste condizioni, un uomo non riesce a prosperare insieme con la sua famiglia, si può ragionevolmente concludere che, o ha sbagliato carriera e dovrebbe pertanto provare la vita cittadina, o nel suo carattere vi è qualcosa che non funziona e quindi la sua povertà e il suo insuccesso «ben gli stanno». Questa è la semplice morale che si può dedurre dall'esempio dei pionieri coltivatori di terra; funziona abbastanza bene nelle regioni dove ci sono ancora terre libere ed egualmente fertili a disposizione di tutti senza che si debba pagare un padrone per lavorarle. La nostra presente sventura è di voler persistere in questa moralità primitiva ora che i fatti la contraddicono apertamente in ogni punto. I coltivatori moderni non sono pionieri: essi non possono trovare a portata di mano un ettaro di terra libera tutta fertile, né in verità di qualsiasi altra terra. Tuttavia i contadini, che devono lavorare sedici ore al giorno per pagare il fitto, le tasse e l'interesse delle ipoteche, vi dicono ancora seriamente che loro sono indipendenti, che sono padroni di se stessi, che godono del beneficio inapprezzabile della libertà politica e che i Governi stranieri che hanno abolito la proprietà privata delle terre devono essere tiranni così mostruosi e così assetati di sangue che è nostro dovere verso la civiltà far loro la guerra e sradicare le loro orribili dottrine dalla mente degli uomini. Tutto questo lo imparano a casa e a scuola, e come se non bastasse se lo sentono ripetere a sazietà dalla stampa, dalla radio, dal Parlamento, dai giudici e dagli oratori dei comizi elettorali.

Non si può dubitare della loro buona fede. Credono onestamente di difendere i fondamenti sociali dell'onore e della virtù pubblica e privata, quando invece votano per l'ozio, lo sperpero, il lusso vizioso, il parassitismo, la povertà, l'eccesso di lavoro e tutti gli altri mali che conseguono all'egoistica proprietà privata fino a intaccare le fonti primarie del pubblico benessere. Ma vediamo di non precipitare nel pessimismo politico, dichiarando che essi hanno ciò che si meritano per la loro stupida malvagità. Educateli come contadini associati che pagano il loro fitto allo Stato per il bene comune come ora pagano le tasse, e vedrete che gli stessi impulsi etici che fanno ora di loro conservatori bigotti li faranno diventare bolscevichi. La Russia lo ha già sperimentato.

Per capire la questione, bisogna cominciare col rendersi conto del fatto che la terra non è né illimitata in quantità né ovunque dello stesso valore. Esso varia da ettaro a ettaro, dai terreni della City di Londra, che si valutano a piedi quadrati, al deserto del Sahara ove non può esistere vita umana. Nelle Isole britanniche vi sono luoghi ove gli abitanti raccolgono carbone a bassa marea portandoselo a casa nei loro battelli senza spendere un soldo, e miniere nelle quali, dopo vent'anni di costosa costruzione di gallerie, il carbone viene faticosamente spaccato e poi trasportato alla luce da punti situati a migliaia di metri sotto il livello del mare. Vi sono terre che traboccano di latte e miele, terre che trasudano petrolio, terre piene di diamanti e di pepite d'oro, eldoradi d'ogni genere, a fianco di deserti di sabbia privi d'acqua, di paludi piene di malaria e di giungle abitate da serpenti velenosi e da feroci leopardi. Nelle più belle contrade dell'Irlanda dell'Ovest e della Scozia vi sono lande pietrose, dalle quali il coltivatore non riuscirebbe a trarre il proprio sostentamento neanche a prezzo del più duro lavoro, a meno di non riuscire una volta l'anno a trovar lavoro altrove come bracciante all'epoca del raccolto. Nelle vie suburbane gli affitti delle case variano di chilometro in chilometro a seconda del prezzo delle tariffe del tram, dell'autobus o della ferrovia che è necessario usare per recarsi al più vicino mercato o al centro d'affari. Se gli affitti variano da alcuni scellini alla settimana a migliaia di sterline l'anno, ciò dipende dal fatto che la terra varia in rendimento e ubicazione, e presenta vantaggi e svantaggi di ogni tipo. Questi non sono punti di vista sul problema agrario: sono fatti. Sono fatti anche le donne che devono allevare i loro figli col sussidio di guerra di 40 scellini la settimana, mentre ne pagano quattordici la settimana d'affitto.

Se si divide la terra di un paese in piccoli appezzamenti e se ne conferisce la proprietà agli occupanti, non si otterrà affatto come risultato finale che i singoli individui siano ricchi in proporzione alla loro industriosità, onestà, sobrietà e capacità. Alcuni di essi saranno longevi e favolosamente ricchi; altri ancora saranno abbattuti dalla febbre e mezzo morti di fame o se ne staranno per la strada come derelitti vagabondi; gli altri si verranno a trovare in una condizione intermedia tra questi due estremi. Quasi subito gli sfortunati abbandoneranno le loro sterili sabbie e paludi e si offriranno di coltivare le terre dei più fortunati allo scopo di ottenere un miglior sostentamento, sacrificando il resto dei prodotti al proprietario come prezzo dell'affitto. I fortunati diventano così non soltanto una classe ricca ma, se preferiscono, anche una classe oziosa. A una buona parte di essi piacerà di costituire una classe di signore e signori e fondare una tradizione secondo la quale è vergognoso dover lavorare per vivere e perfino portare un pacco per la strada. Camminare invece di andare a cavallo o in carrozza equivale a decadere dalla propria casta.

Oltre a ciò, quando tutte le terre sono state assegnate, coloro che nascono dopo non avranno terre e diventeranno una nuova classe schiava, detta proletaria, che vive vendendo il proprio lavoro ai coltivatori, o pagando un affitto per la terra che occupa se si tratta di contadini o di artigiani. Quando i proletari nascono in numero superiore a quello che i coltivatori possono profittevolmente utilizzare, il prezzo del lavoro proletario cade fino a un livello tale da bastare a stento a sostenere una vita abbreviata da una lenta inedia. Stando così le cose, i proprietari sono le uniche persone che hanno più denaro di quanto debbano spendere. Essi conglobano praticamente nelle loro mani tutti i risparmi del paese. Il denaro risparmiato si chiama capitale; e i proprietari, già chiamati proprietari terrieri e «che vivono di quello che posseggono», diventano capitalisti e prestano il loro capitale a uomini d'affari per un affitto chiamato interesse, esattamente allo stesso modo in cui hanno dato in affitto le loro terre. Il monopolio di classe del capitale segue il monopolio di classe della terra, inevitabilmente come l'inverno segue l'autunno.

Facciamo un po' di storia del problema. Guglielmo il Conquistatore è ancora adesso una figura interessante, a otto secoli dalla sua morte, come esempio del vantaggio che si ottiene dall'incrocio tra le classi. Non aveva i quattro quarti di nobiltà; era il figlio bastardo di un duca e il nipote di un volgare conciatore di pelli. Ma fu abbastanza abile da mettere insieme un esercito di avventurieri normanni e conquistare l'Inghilterra. Essendo di educazione feudale e monarchica, divise la terra in grandi tenute, fortificate da castelli e distribuite tra i suoi compagni d'armi francesi, o lasciate nelle mani dei proprietari sassoni che non gli davano noia, permettendo che ne facessero quello che volevano purché si interessassero della difesa del paese, dell'amministrazione della giustizia nei loro domini, del finanziamento delle istituzioni reali e, in genere, dello svolgimento di compiti locali di civilizzazione, a condizione di serbare fedeltà a lui quale re, di passare in eredità i loro possedimenti, all'atto della loro morte, integralmente a un solo erede maschio capace di assumersi tutte le loro responsabilità. Essendo un cattolico battezzato, egli costruì, oltre ai castelli, chiese e abbazie che affidò al clero insieme con le tenute relative, a condizione che esso si prendesse cura del benessere spirituale del popolo.

Date le circostanze fu una sistemazione molto ragionevole e mantenne per qualche tempo il paese in ordine, in una società agricola composta di baroni, vescovi, contadini e servi. Ma soltanto per qualche tempo, ovverossia fin tanto che i fatti corrisposero press'a poco agli schemi del feudalesimo. Ma i fatti, a differenza degli schemi, non amano restar fermi. Re e baroni, per quanto abili, sono semplici mortali; l'abilità non sempre passa dal padre al figlio, al contrario spesso muore col suo possessore. Tuttavia il sistema feudale, invece di provvedere alla scelta di persone abili per la successione dei re e dei baroni, previde soltanto che il successore dovesse essere un maschio. E alla domanda «quale maschio?» rispose «il figlio maggiore del morto». Questo provvedimento evitò lotte di successione ma non garantì la competenza del nuovo governante nelle funzioni di giudice civile e di capo militare. Il figlio maggiore di Guglielmo fu un inetto e non gli succedette, sebbene avesse mosso guerra a suo padre in Francia e lo avesse anche sconfitto. Tra i baroni furono molti gli incapaci che succedettero ai loro padri, e combinarono guai disastrosi o tirarono avanti facendo quello che facevano gli altri baroni. I pochi che non furono né falliti né babbei, ma anzi veri e propri re locali, contesero al re centrale il controllo del paese e perfino il trono stesso. Il sistema aveva in sé fin dall'inizio il germe della guerra civile.

Esso creò inoltre una classe di cadetti per la quale non fu preso alcun provvedimento, e che in Inghilterra fu allevata secondo le abitudini e la prodigalità dei baroni senza avere i redditi per pagarsele. Essi dovevano vivere della generosità dei loro fratelli maggiori oppure ottenere un impiego nazionale, quali ufficiali dell'esercito o diplomatici, o anche benefici ecclesiastici e vescovadi. I loro discendenti dovettero vivere praticando le libere professioni, il che costituì un tale abbassamento che riesco ancora a ricordarmi di quando il fatto che il dottore accettasse denaro per i suoi servizi era trattato come un segreto vergognoso, e si pagava quindi il dottore furtivamente come se si desse una mancia al maggiordomo. La toga dell'avvocato ha ancora piccole tasche posteriori, che ricordano il tempo in cui vi si faceva scivolare dentro il suo onorario. Finalmente i discendenti dei cadetti figli più giovani dovettero accondiscendere a darsi prima al commercio all'ingrosso, poi alla carriera impiegatizia, indi alla vendita al minuto, all'artigianato e infine al lavoro non qualificato, con la conseguenza che si trovano molto spesso comunemente lavoratori inglesi che sono "snobs" inveterati, che si considerano aristocratici, e votano sempre per il candidato conservatore, mentre duchi e marchesi sostengono alla Camera dei Lords il partito laburista.

Il sistema feudale si trovò di fronte non soltanto i suoi giovani figli diseredati, ma anche il cinque per cento o poco più di borghesi che per naturale abilità politica o commerciale acquistarono potere spirituale o ricchezze materiali (potere d'acquisto) divenendo cardinali o mercanti. I cardinali, organizzati nella Chiesa cattolica, erano profondamente devoti alla santa povertà e all'umiltà; ma trovarono che queste virtù non erano sufficienti senza l'appoggio del potere temporale, e si mescolarono pertanto alla lotta per il controllo dello Stato, mettendosi qualche volta dalla parte dei baroni e qualche volta da quella del re, ma sempre contro gli eretici che formavano una classe intellettuale non prevista dal sistema.

I mercanti costruirono città che divennero piccoli Stati e si misero a competere per il potere sia con la Chiesa sia con il re. Carlo Martello, che fu un grande capitano feudale francese dell'ottavo secolo e virtualmente re della Francia, trattava le città in maniera molto sbrigativa: le distruggeva con la stessa semplicità con cui distruggeva i covi dei ladri. Ma più tardi i re non poterono fare a meno del denaro delle città e dovettero tollerarle. Con quel denaro i borghesi comprarono terre e vi costruirono città. Assoldarono eserciti di proletari perché combattessero per loro contro la Corona, la Chiesa e l'aristocrazia. Lottarono tenacemente per abolire tutte le prerogative feudali connesse alla proprietà della terra e per fare di questa una merce da commerciare come i beni mobili prodotti dalle loro fabbriche. Ora, il libero commercio della terra non giovava loro gran che senza il libero commercio del lavoro. La mano d'opera era strettamente vincolata ai possedimenti feudali (servaggio della gleba) talché i servi non potevano abbandonare le terre e vendere il proprio lavoro (ovverossia se stessi) ai mercanti delle città. Il lavoro, come la terra, doveva perciò diventare una merce commerciabile da potersi comperare e vendere al pari di ogni altra. Così la classe commerciale entrò nella lotta politica in veste di campione delle libertà personali.

Ma si trattava pur sempre di una libertà in astratto; poiché quando i servi fuggirono dalle campagne e dalle terre della Chiesa e vennero ad affollarsi nelle città, essi saturarono il mercato del lavoro e abbassarono il proprio prezzo a tal punto che la povertà, l'eccessivo lavoro e la crudele subordinazione ai monopolisti del capitale li obbligarono alla fine ad acquistare un'amara consapevolezza di se stessi col generico nome di "proletariato", intendendo con ciò una classe per la quale non vi è speranza né sotto il feudalismo né sotto il capitalismo.

Essi cominciarono lentamente ad organizzarsi, prima nelle unioni operaie ferocemente perseguitate dai proprietari terrieri, dai banchieri e dalla Chiesa, e più tardi alleandosi con gruppi di socialisti dottrinari, avendo gli uni e gli altri come scopo la "dittatura del proletariato"; in questa alleanza i socialisti fornivano la guida intellettuale e le unioni operaie il denaro.

Lo sviluppo di questo fenomeno provocò il miracolo di unire gli uomini d'affari di città e i proprietari di campagna in una plutocrazia solidamente organizzata contro il proletariato. Marx lanciò la sfida nel 1861 col suo grido: «Proletari di tutti i paesi, unitevi» e dichiarò la guerra di classe per l'abolizione della proprietà privata coi relativi suoi illeciti guadagni e per l'organizzazione politica della società come comunità cooperativa dei lavoratori.

I due partiti aprirono le ostilità nel 1871 con la sanguinaria soppressione della Comune di Parigi da parte dei plutocrati; a cui seguì cinquant'anni più tardi, nel 1920, il trionfo del proletariato in Russia. Nel 1939 in Spagna il proletariato fu nuovamente sconfitto. Nello stesso tempo però i plutocrati, che da principio si erano furiosamente opposti a ogni interferenza governativa nelle loro attività affaristiche, cambiarono idea al riguardo, grazie agli insegnamenti degli economisti proletari i quali dimostrarono che il pieno sviluppo della produzione moderna non può essere raggiunto coi mezzi dell'iniziativa privata, ma soltanto mediante l'autorità dello Stato e le sue risorse finanziarie. Se essi avessero potuto mantenere il controllo dello Stato e profittarne per il proprio arricchimento privato invece che per il bene generale, combinando così una produzione socializzata con una distribuzione plutocratica, avrebbero potuto accumulare fortune che i loro progenitori fedeli all'idea della concorrenza non si erano mai sognati. Sorse così un movimento che, appropriandosi il credo socialista, mirava a sostituire il capitalismo di Stato al capitalismo privato, mantenendo intatta la proprietà privata con tutti i suoi privilegi e corrompendo il proletariato con sussidi e più alti salari. Questo movimento fu chiamato «fascismo» in Italia e «nazional-socialismo» (o in modo abbreviato «nazismo») in Germania; in ambedue i paesi esso si impossessò di capi proletari, li finanziò e li pose al comando del Governo: vedi Benito Mussolini e Adolf Hitler. In Inghilterra e in America, dove questo processo fu molto meno chiaro, il movimento fu chiamato "New Deal" e "New Order", ciò che assicurò loro una base in ambedue i campi, democratico e plutocratico, ma a costo di una guerra con la Germania e l'Italia per l'egemonia europea. Quando i nuovi dittatori fascisti invitarono infatti gli Stati occidentali a unirsi a loro in un grande attacco contro la Russia proletaria, essi furono respinti come rivoluzionari pericolosi e sovversivi; in conseguenza di ciò i due dittatori si accinsero da soli a soggiogare non soltanto la Russia, ma anche le recalcitranti Inghilterra e America. L'unico alleato considerevole che poterono assicurarsi fu il Giappone, ed essi vennero così a trovarsi nella posizione di dover combattere sia i comunisti sia le plutocrazie, combinati in un'alleanza paradossale ma formidabile che doveva fatalmente distruggerli.

Questa è in termini concisi la situazione storica attuale. Ma torniamo ora ai fatti spiccioli.

Per quanto io sia in teoria comunista e di professione commediografo, sono di fatto e per posizione sociale un proprietario terriero e, ciò che è peggio, un proprietario terriero assenteista; i miei beni si trovano infatti in Irlanda. Quando li ebbi in eredità, ero già un uomo adulto, responsabile e sposato; se fossi vissuto sotto Guglielmo il Conquistatore, egli avrebbe preteso da me che amministrassi la giustizia tra i miei fittavoli come fa un cadì all'ombra di una palma, che li conducessi a combattere per lui, che controllassi e dirigessi la coltivazione delle mie terre, e contribuissi in vari modi a finanziarlo. Oso dire che avrei saputo fare tutto ciò non meno bene di alcuni dei suoi baroni. Ma la prima cosa che scoprii fu che le mie terre non mi appartenevano affatto e che non avevo alcun potere di controllarle o amministrarle. Invece dei certificati di proprietà, ricevetti un pacco di ipoteche e un altro contenente polizze di pegno. La mia sorpresa non fu grande: mio zio infatti, dal quale avevo ereditato la proprietà, era morto in stato di quasi assoluta povertà, poiché la clientela che si era saputo conquistare come medico, e con la quale un tempo viveva prosperamente curando i possidenti della contea, era stata rovinata dalla trasformazione delle ville e dei parchi di campagna in file di casette abitate da impiegati che ricevevano salari di quindici scellini la settimana. Lo stipendio del suo unico fedele servitore era di diciassette anni in arretrato; il suo orologio d'oro era stato dato in pegno ed egli era obbligato a contare le pulsazioni con un orologio d'argento che mi aveva regalato molti anni prima e che poi aveva dovuto richiedermi in prestito... Quando egli comprò l'orologio d'oro per trenta sterline io ero insieme a lui. Lo aveva impegnato per tre sterline e dieci scellini, e per molti anni si era sforzato di non perdere il diritto di riscattarlo, prendendo a prestito da mia madre gli interessi della somma.

Ereditando questo diritto, versai la polizza di pegno al titolare del prestito e riscattai l'orologio. Lo portai a Londra dove lo misi in vendita all'asta. Lo vendetti per tre sterline e dieci scellini, che ritirai debitamente, meno la provvigione per i diritti d'asta. Non avendo tratto alcun profitto dall'affare e anzi avendo perduto l'importo della provvigione, considerai questo risultato come tipico e gettai le altre polizze di pegno nel cestino. Ricomprai poi i terreni che giuridicamente erano di mia proprietà, pagando le ipoteche e diventandone così effettivo proprietario. Non avrei potuto farlo se non avessi avuto altri mezzi, all'infuori di quella proprietà.

Ma la storia non finisce qui. Non avevo mai capito perché quei terreni mi fossero sempre stati descritti come «una bella piccola proprietà». La terra non era più usata per coltivarla, ma vi erano state costruite case d'abitazione e per uffici: in breve, era diventata parte della città. Gli affittuari l'avevano subaffittata e i subaffittuari avevano fatto a loro volta la stessa cosa dividendola in pezzi così piccoli che, sebbene io potessi in teoria dichiarare certe case «di mia proprietà», in pratica poi non ebbi mai modo di esercitare su di esse un controllo qualsiasi o di apportarvi migliorie di sorta; potevo però esigere da questo o quell'affittuario o subaffittuario qualche forma di canone che rappresentava soltanto una parte del valore del terreno. Soltanto tre case erano realmente in mano mia e sotto il mio controllo; le loro condizioni erano così disastrose che, quando tentai di ripararne una per renderla abitabile, essa crollò non appena i muratori la toccarono. Era stata ipotecata per tutto il suo valore e anche oltre. Mio zio non poteva permettersi di ripararla, né era in condizioni di farlo l'affittuario; e il creditore ipotecario, dal canto suo, non era tenuto a occuparsi della faccenda fin tanto che il suo interesse veniva regolarmente pagato.

Come si vede, questa proprietà era veramente una bella piccola proprietà. Infatti per la maggior parte non potevo disporne in alcun modo, se si eccettua il canone che mi facevo versare da chi vi abitava; ma ciò non mi attribuiva alcuno dei poteri e delle responsabilità imposti dal sistema feudale. Io non sono né giudice, né governatore, né custode o soldato, impiegato civile, direttore, controllore, o qualsiasi altra cosa della pur minima utilità per il paese. I poteri di vita e di morte che Enrico secondo aveva connessi alle mie terre, e che egli avrebbe esercitato su di me se io li avessi trascurati o ne avessi abusato, sempre che fossi stato abbastanza forte per farlo, sono scomparsi; ma lo stesso è accaduto per i doveri. Non resta quindi nulla se non una «bella piccola proprietà» che posso vendere o ipotecare a un qualsiasi straniero che non ha nulla a che vedere con la battaglia di Hastings o coll'incursione di Strongbow, e che non può dimostrare in alcun modo di curarsi minimamente del bene pubblico.

Questa trasformazione di una baronia feudale in una «bella piccola proprietà» e di un responsabile servitore del paese in un irresponsabile parassita divenne possibile e inevitabile quando il mondo feudale dell'agricoltura e della cavalleria diventò il mondo del commercio e della concorrenza. Esistono ancora grandi possedimenti sui quali si sono sviluppate grandi città, e i loro proprietari sono diventati enormemente ricchi ed esercitano tuttora poteri definibili come poteri di vita e di morte, in quanto è loro facoltà di mettere sulla strada i contadini e i braccianti, rimpiazzandoli con pecore, negozianti, ricchi sportivi che si dedicano alla caccia al daino, o qualsiasi altro individuo che paghi per l'uso delle loro terre più di quanto possa permettersi un contadino. Abbiamo così le «belle grandi proprietà» vicino alle piccole, i cui proprietari sono egualmente irresponsabili. Essi possono essere più o meno filantropi; ma nella loro educazione sociale non c'è nulla che impedisca loro di diventare voracemente amanti del lusso; tutto anzi incoraggia in questo senso. Si può facilmente dimostrare non soltanto il loro interesse individuale, ma il loro dovere sociale di affittare la propria terra a prezzi esorbitanti e di investire il loro capitale al più alto interesse possibile.

Questa immunità dalla legge morale distingue la proprietà della terra dalla proprietà ordinaria in modo così netto che gli avvocati la chiamano proprietà reale, denominando l'altra proprietà personale. Si crede che la distinzione sia stata abolita dalla legislazione del 1925, che pose fine alla primogenitura feudale; essa però sussiste egualmente. Si permette al proprietario terriero di possedere un fucile di sua personale proprietà, ma soltanto a condizione che, pur potendo uccidere con esso alcuni animali e uccelli in certe stagioni e in certe circostanze, egli non ne faccia analogo uso contro di me; mentre invece se impianto una grossa fabbrica sulla sua terra o vi costruisco sopra la mia casa, egli può prendermi la fabbrica o cacciarmi via al termine dell'affitto senza il minimo riguardo per i miei interessi.

Che questo stato di cose non provochi un massacro generale dei proprietari terrieri può sembrare sorprendente a coloro che ne comprendono l'enormità. Ciò è accaduto comunque di tanto in tanto. Prima che in Irlanda entrassero in vigore le leggi sulla compravendita della terra, i contadini irlandesi formarono le "Ribbon Lodges" per uccidere i proprietari terrieri. Tra le manifestazioni sintomatiche della rivoluzione francese vi furono gli incendi delle grandi case di campagna dei proprietari terrieri (gli "chƒteaux") da parte dei contadini. La stessa tattica ebbe una parte importante sulla creazione del Libero Stato d'Irlanda. In Russia il Governo bolscevico, stabilito nel 1917, ha abolito come istituzione la proprietà privata della terra (proprietà reale), e punisce penalmente ogni tentativo di introdurla di nuovo. Ma il sistema non porta sempre conseguenze così intollerabili da spingere alla rivolta e all'omicidio la gente che è stata educata a considerarlo come onesto. Quando un uomo che non possiede terra accetta di prendere in affitto un piccolo pezzo di terreno da un proprietario terriero a un tanto l'anno, lo fa volontariamente e di sua iniziativa, e si contenta di trarne quel provento che basti al suo tenore di vita abituale, pensando che pagare l'uso della terra è naturale quanto pagare un ombrello. Egli non capisce la questione agraria e spesso mira a diventare lui stesso un proprietario terriero; infatti sul mercato vi son sempre terre a sufficienza per chi ha abbastanza denaro da comperarle. Anche se il compratore non ha denaro bastevole, può sempre comperare la terra prendendo in prestito il denaro con un mutuo.

La differenza che passa tra il comprare un ombrello dal fabbricante e il prendere in affitto una terra da qualcuno che la trovò bell'e fatta non sfuggì agli economisti. I contadini rivoltosi potevano soltanto cantare: «Quando Adamo zappava ed Eva filava, il gentiluomo dove se ne stava?».

Ma i colti fisiocrati francesi esaminarono la questione scientificamente. I riformatori francesi anteriori alla rivoluzione, in special modo il padre di Mirabeau, proposero l'abolizione delle tasse sulle merci e la loro sostituzione con un'unica tassa sulla terra, come mezzo per nazionalizzare la rendita fondiaria. Questa proposta fu messa in ridicolo da Voltaire, il quale fece osservare che essa non avrebbe toccato il reddito del capitale, e che, mentre il proprietario terriero sarebbe morto di fame, il banchiere sarebbe diventato più ricco di prima. La proposta fu tuttavia riesumata un secolo più tardi con straordinaria eloquenza dall'americano Henry George, il cui libro intitolato "Progress and Poverty" ebbe ampia diffusione e tra l'altro attrasse la mia attenzione sull'argomento. Ma in quel tempo la questione agraria aveva assunto proporzioni tali che la critica di Voltaire era più forte che mai: era infatti evidente che, se lo Stato confiscava la rendita senza esser preparato a impiegarla immediatamente come capitale nell'industria, la produzione sarebbe cessata e il paese sarebbe morto di fame. Nacque pertanto un movimento, chiamato socialismo, che tendeva ad avocare allo Stato l'organizzazione dell'industria per il beneficio di tutti.

Quando si presentò questa alternativa al capitalismo, gli economisti ufficiali diventarono molto meno franchi sull'argomento della rendita. Nello stesso tempo un francese aveva scritto un saggio intitolato "Che cos'è la proprietà? Un furto". La gente facilona disse «quanto è stupido!». La gente seria disse «che malvagità! che disonestà!». Ma il francese (di nome Proudhon) non era né stupido né disonesto: aveva analizzato la situazione e scoperto che il proprietario terriero e il capitalista, in quanto consumano senza produrre, arrecano alla comunità precisamente lo stesso danno che le fa il ladro.

Quel grande inglese profondamente rispettabile che era John Ruskin toccò la stessa piaga quando rilevò che vi sono soltanto tre maniere possibili di guadagnarsi da vivere: 1) lavorare; 2) chiedere la carità; 3) rubare.

Dobbiamo quindi concludere che i nostri proprietari terrieri sono ladri? William Morris, il più grande dei comunisti inglesi, rispose bruscamente: «Sì, ladri dannati. Vivono depredando i poveri». Ma De Quincey, il più bello spirito fra i "tories", definì i proprietari terrieri «signori di campagna», aggiungendo: «chi più degno di loro?». Marx li chiamò borghesia, termine che ora non è più esatto, poiché la borghesia più povera è diventata proletaria per colpa dei grandi affaristi e la più ricca è stata assorbita dalla plutocrazia.

Cairnes, uno dei principali economisti inglesi, li ha definiti «pecchioni nell'alveare». Per quanto mi riguarda, io non mi considero un ladro. Le mie intenzioni non sono disoneste; io non ho creato né ho il potere di modificare il sistema legale in base al quale sono diventato proprietario terriero, mi sia o meno piaciuto; devo però dire che ho dedicato tutta la mia vita politica a mettere in chiaro quanto ho detto più sopra, e cioè che io infliggo ai miei affittuari lo stesso danno economico che avrei loro causato se fossi un ladro, un borsaiolo, uno scassinatore di negozi o un bandito di strada. Io non sono un barone brigante perché non sono barone, ma in pratica un ladro lo sono senz'altro dato che pretendo che i miei affittuari mi rimettano parte dei loro sudati guadagni, senza mai rendere o aver reso loro in cambio un qualsiasi servizio. Che non sia colpa mia, e che anzi questo stato di cose sia stato per me in certa misura una disgrazia, non allevia loro per nulla il pagamento degli affitti. E' egualmente irrilevante il fatto che, riscattando le ipoteche, io mi sia comprato col sudore della mia fronte i miei poteri di sfruttamento: il ladro deve ben pagare il suo grimaldello.

Come può dunque la nazione sbarazzarsi di me? Uccidermi, come fecero col defunto Lord Leitrim i suoi affittuari, porterebbe soltanto a sostituire al mio diritto di proprietà quello del mio più prossimo parente. Perché lo Stato o il Municipio potesse prendermi la terra e gettarmi sulla strada, sarebbe necessaria una rivoluzione bolscevica che legalizzasse questo atto e un nuovo Dicastero che amministrasse tutti i beni immobili del paese e fosse pronto a iniziare immediatamente la sua attività al mio posto. La prima regola infatti nel passare dalla proprietà privata alla proprietà pubblica è che il Governo non deve confiscare nessuna proprietà, terra o capitale, se non è già pronto a utilizzarla immediatamente con la stessa produttività di prima. Se un campo non viene coltivato, non soltanto vi nasceranno i cardi, ma questi si spargeranno anche sui campi coltivati limitrofi.

La soluzione del mio caso singolo è abbastanza semplice. Appena il Municipio della città ove è situata la mia proprietà avrà bisogno della mia terra per costruirvi, poniamo, una stazione elettrica, o bagni pubblici, scuole, una stazione tranviaria, una sede di polizia o dei pompieri, una nuova casa comunale, un ufficio postale, un ufficio di collocamento o che so io, l'unica cosa che dovrà fare sarà di pagarmi la proprietà secondo il valore per cui è tassata, procurandosi il denaro col mettere una tassa su tutti i valori tassabili della città, compresa la mia proprietà.

Così il mio pezzo di terra diventa proprietà pubblica a spese di tutti i proprietari terrieri, e io sopporto soltanto la mia parte di espropriazione, invece di esserne rovinato, mentre i miei compagni proprietari terrieri se la cavano gratis.

Non vi è niente di nuovo in questo affare: la gente è abituata alla compra-vendita delle terre e a tasse che variano di anno in anno di un penny in più o un meno per ogni sterlina. Io dovrei trovare un nuovo investimento per il denaro così ottenuto, oppure, nel caso che avessi usato la mia proprietà come abitazione o ufficio, una nuova casa per viverci e lavorarci; ma la gente non si preoccuperebbe di questo fatto, poiché ne accadono tutti i giorni.

Basta ripetere abbastanza spesso questa transazione evidentemente normale per trasferire tutta la terra della città dalla proprietà privata a quella pubblica ed estinguere così senza violenza la classe dei piccoli proprietari terrieri. La stessa cosa può fare il Governo nazionale coi proprietari di grandi tenute. Vicino a dove abito io, una compagnia privata comperò uno di questi possedimenti e vi costruì una città giardino. Il costo dell'operazione non fu sostenuto da una tassa pubblica, bensì sottoscritto da speculatori privati. Io ero uno di quelli, e sono così diventato proprietario terriero inglese oltre che irlandese. Ma se il Governo dovesse un giorno decidere di utilizzare la città per il benessere nazionale in maniera migliore di quanto possiamo fare io e i miei amici per il nostro profitto privato, esso potrà facilmente comperarla da noi e procurarsi il denaro a mezzo di una tassa di redditi di tutti i proprietari terrieri del paese. Anche in questo caso basta ripetere l'operazione abbastanza spesso fino a effettuare la completa nazionalizzazione della terra, senza discostarsi dall'usuale procedura, senza alcuna legislazione rivoluzionaria, e senza menzionare la parola nazionalizzazione, o la parola compensazione che ripugna ai teorici della nazionalizzazione. L'unico procedimento legale all'infuori di questo sarebbe l'avocazione della terra al re, sulle orme di una legge feudale che ancora esiste, sebbene sia caduta in desuetudine e quasi dimenticata. L'ultimo re ad applicarla in misura considerevole fu Enrico quinto cinquecento anni fa. Guglielmo terzo ne fece qualche uso duecentocinquanta anni fa. Ma ciò si basa sul presupposto che il re sia un re feudale, la qual cosa perdette la sua attualità storica fin dal 1649. Oggi nella maggior parte dei paesi europei e dell'America del Nord e del Sud non esistono più re.

L'alternativa rivoluzionaria consiste nel dichiarare la terra proprietà pubblica e decapitare tutti i proprietari terrieri che non lasciano a tempo la campagna, come fu fatto durante la rivoluzione francese nel diciottesimo secolo, oppure fucilare i pochi che si oppongono attivamente e lasciare gli altri a sbrigarsela da soli con le entrate decurtate e le case requisite, come avvenne in Russia nel 1917. Ma in ambedue i casi i nuovi Governi sorti dalla rivoluzione non poterono far altro che dividere la terra agricola fra i contadini, pochi dei quali erano capaci di sviluppare la sua produttività potenziale. I contadini russi, che vivevano dei loro piccoli poderi e aravano coi cavalli, impiegando altri paesani come lavoratori, furono denunciati come "kulaki" ed espulsi dai loro campi come sfruttatori e profittatori, col risultato che i campi andarono in malora. Il Governo sovietico fu ben presto costretto a ricercare i derelitti kulaki e a rimetterli al loro posto nei poderi con la stessa violenza con la quale prima li aveva espulsi. Ma furono così pochi che ogni dieci poderi coltivati col sistema e col rendimento dei kulaki (ancora molto inferiore alle possibilità effettive) vi erano circa novanta appezzamenti miseramente coltivati dai loro proprietari, i quali vivevano in baracche di legno con un'unica stanza appena sufficiente a contenere un pidocchioso letto di famiglia, una stufa e un pezzo di pavimento fangoso. E quando contadini ordinari e kulaki si accorsero che, quando essi producevano in misura tale da poter risparmiare qualche soldo, il Governo sovietico glielo portava via con tasse che equivalevano in realtà a un affitto, così come facevano i vecchi proprietari terrieri, uccisero i loro cavalli e il loro bestiame e distrussero le semenze piuttosto che farsele sequestrare dal Governo per le tasse. I cosacchi produssero in tal modo carestie artificiali e vennero pertanto lasciati morire di fame.

Il Governo sovietico fu costretto alla fine a sbarazzarsi dei proprietari contadini, competenti e incompetenti, e a rimpiazzarli con fattorie collettive e città giardino, che ebbero un successo immediato e grandioso. Con una lezione simile sotto gli occhi, non vi sono più scuse plausibili per insistere nel voler lasciare la nostra agricoltura in mano a ignoranti contadini e a poco istruiti signori di campagna, che tutti lottano fra loro invece di cooperare, e ognuno dei quali dovrebbe essere contemporaneamente chimico agrario, allevatore di bestiame, finanziere, statistico, uomo d'affari e ragioniere: in breve un tale modello di versatilità quale non fu mai immaginato neppure dal più stravagante dei romanzieri. Coltivare una tenuta è lavoro collettivo e non individuale; nessun signore di campagna, piccolo proprietario o contadino, può assommare in se stesso tutto un personale tecnico, mentre in una fattoria collettiva l'esistenza di questo personale è un fatto naturale.

L'avvenire della terra dal punto di vista produttivo sta nelle fattorie collettive e nelle città giardino; non dovrebbe essere permesso a nessuna persona, la cui opinione sulla riforma agraria si limiti al progetto di trasformare i possedimenti agricoli in piccole proprietà contadine e di lasciare le città così come sono (vi sono molti di questi semplicioni), di immischiarsi di questioni politiche. E' comunque psicologicamente consigliabile fare piani di fattorie collettive e di città giardino in modo tale che ogni casa abbia annesso un piccolo pezzo di terreno ove poter giocare, coltivare fiori e verdura, e tenere la propria vacca o che so io?

Questa concessione all'intimità è stata trovata necessaria nell'U.R.S.S., nonostante il successo delle fattorie collettive. Essa soddisfa il senso domestico, che non è la stessa cosa dell'agricoltura, mentre attualmente si verifica il fatto incongruo che la casa colonica debba servire anche da casa di abitazione; e si trova anzi naturalissimo che gli operai vivano nei mulini, nelle officine e nei loro negozi, e in qualche paese perfino entro le fabbriche. Questo è uno stato di cose intollerabile. La questione agraria è una questione di vita privata non meno che di vita produttiva. La vita privata produce bambini, che sono molto più importanti del raccolto o della produzione di una fabbrica. Nessun dubbio che le abitudini familiari subiranno una grande modificazione, non appena i fatti dimostreranno che le sistemazioni in comune sono più convenienti di quelle private. Per esempio tutte le critiche suscitate dal fatto che il contadino sia costretto a vivere nel suo podere, il mugnaio nel suo mulino, l'operaio nella sua fabbrica, si applicano egualmente alla cuoca che deve vivere nella sua cucina e alla sguattera confinata nel retrocucina. Il fornello e l'acquaio seguiranno la stessa sorte della ruota da filare e del telaio a mano; nei clubs e nelle trattorie, negli alberghi e nelle locande, negli ospedali e nelle scuole, la vera intimità aumenterà di pari passo coll'organizzazione comunitaria.

Il mestiere di allevare i figli, mestiere assai gravoso, è già in gran parte passato dalle mani dei genitori e dall'ambiente casalingo a quelle degli insegnanti nelle scuole: ovverossia dal dilettante al professionista.

I socialisti sono così preoccupati dalla necessità di attuare riforme in questo senso, che corrono il rischio di perdere di vista la corrente contraria. Quando si parla di rivoluzione industriale, si pensa all'energia idraulica e all'energia del vapore che abolirono il telaio a mano e riuscirono a cacciare i proletari dalle loro casette di campagna alle fabbriche, dove la divisione del lavoro rese impossibile a qualsiasi lavoratore di imparare altro che una minima parte nel lungo processo che va dalla raccolta delle materie prime alla loro lavorazione e alla loro vendita. Fu una vera rovina per le classi lavoratrici; nelle città industriali gli operai diventarono automi dai sentimenti di esseri umani. Si ridussero ad abitare in tuguri pestilenziali; e i loro bambini morirono come mosche, mentre la ricchezza e il lusso dei proprietari terrieri e dei capitalisti cresceva «a salti e a sbalzi», come disse Gladstone quando era Cancelliere dello Scacchiere. Parve che l'umanità fosse condannata per sempre a lavorare nelle fabbriche, negli opifici e nelle miniere, poiché la forza che azionava la macchina per filare e il martello a vapore non poteva essere distribuita ed era al di là delle possibilità di chiunque eccetto i capitalisti.

Ma noi sappiamo ora che la forza idraulica e il vapore possono essere trasformati in forza elettrica, distribuita di casa in casa come l'acqua e il gas, e che anche un bambino può adoperarla per farsi luce quando è a letto, o un artigiano per mettere in moto i suoi arnesi. Mi ricordo ancora di quando usavo le candele di sego, che bisognava accomodare continuamente con un paio di forbici o smoccolatoio, per farmi luce a letto, e maleodoranti lampade a olio per leggere la sera. A quei tempi mi trapanarono un dente cariato con un grosso chiodo. Sono vissuto abbastanza perché i miei denti (quando ne avevo ancora) potessero essere trapanati elettricamente, perché i miei capelli potessero essere tagliati elettricamente e le mie stanze non soltanto illuminate ma spazzate e spolverate elettricamente, col solo sforzo di girare un piccolo interruttore nel muro.

Il primo uomo di Stato che vide in questo qualcosa di più che una delle nove meraviglie fu il russo Lenin. Egli capì che l'unico modo di rivoluzionare la Russia era quello di elettrificarla; e con la stessa rapidità con cui poté essere attuata l'elettrificazione, le steppe russe e i deserti asiatici diventarono fiorenti città prive di tuguri, e i "barboni" delle tribù si trasformarono in esperti artigiani.

Anche in questo caso il mondo occidentale si rese conto soltanto delle vaste imprese elettriche dell'U.R.S.S., della diga del Dnieper, dei nuovi canali e delle fabbriche costruite in acciaio e vetro che producevano decine e decine di trattori ogni giorno: opera tutta di lavoratori irreggimentati sotto un'abile direzione e una ferrea disciplina. Sinché non fu pubblicata la classica inchiesta di Sidney e Mary Webb, noi non sapevamo (e anche allora non ce ne accorgemmo) che l'artigiano isolato, il fabbro ferraio, l'ebanista, il vasaio, il tessitore stavano risorgendo in Russia, proprio sotto il segno di quel socialismo che si credeva dovesse estinguerli. Quello di cui ci accorgemmo, fu che il governo della casa a base di cucine automatiche e aspirapolvere smentì il vecchio detto: «il lavoro di una donna non è mai finito», e di conseguenza alterò quel rapporto tra vita di casa e vita in comune, che si era trasformato a scapito netto dell'intimità sotto il giogo del capitalismo.

Quindi lo sbaglio più grande che un uomo di Stato moderno possa commettere è quello di lasciarsi ossessionare dal lato collettivo della questione agraria. Il fabbro ferraio Wayland che lavora «per conto proprio» e definisce i suoi conti con lo Stato attraverso il ricevitore delle imposte può diventare un fattore politico molto più importante che non il burocrate della fabbrica di uno Stato totalitario cui l'inglese, incorreggibile individualista, guarda con tanto timore.

I miei timori sono di natura opposta. La mia arte di commediografo potrebbe anche essere esercitata separatamente in un'isola deserta; ne deriva che gli autori, anche per ciò che riguarda la difesa dei loro interessi, sono più difficili a organizzare dei maiali. Sulla carta essi sono modelli di ogni virtù: negli affari sono invece inveterati anarchici, attaccabrighe, sentimentali incapaci di discutere senza perdere la calma, nonché abituati a considerare ogni obiezione alle loro opinioni come un insulto personale.

Il giornalismo, essendo una attività sociale, li civilizza; ma i romanzieri che se ne stanno tutti soli e creano il mondo dalla loro testa, senza nessuno che li contraddica o li corregga, non imparano mai, a meno che non abbiano un forte senso di umorismo, come si deve vivere in una società politica, e devono essere pertanto trattati dagli uomini di Stato come gente che venga da un altro mondo. Possiamo trovare forse una spiegazione di ciò nel fatto che la libertà dal bisogno favorisce un eccessivo sviluppo di individualismo in coloro che hanno un'individualità da sviluppare e che, a differenza dei militari, non sono specialmente allenati a non pensare con la propria testa. Gli autori non si disinteressano delle proprie questioni pecuniarie, tutt'altro; ma chiunque ci tenga ai propri interessi finanziari si guarderà bene dal darsi anima e corpo alla professione del letterato. Vi sono ordini religiosi con un regolamento così completamente monastico che ogni soldo posseduto dai loro membri appartiene all'ordine. Essi non possono nemmeno scegliere il modello dei vestiti che indossano. Ma il loro pane quotidiano è sicuro e, ovunque vadano, sono loro concessi dall'ordine almeno tre giorni di ospitalità. Chiesi a un mio amico che apparteneva a un simile ordine se questo genere di vita producesse cattivi effetti sui suoi confratelli. Egli ci pensò un momento e disse: «L'ordine cui appartengo sviluppa in ciascuno un individualismo così spaventoso che all'età di quarant'anni ogni membro diventa un perfetto rammollito». Sarà interessante vedere se il comunismo cambierà i russi in una nazione di automi o in una nazione di eccentrici.

Concludendo, devo insistere sul fatto che il punto centrale della questione agraria è la teoria classica della rendita ricardiana, battezzata da Ferdinand Lassalle come "legge ferrea dei salari". Sfortunatamente essa non è così evidente come la rotondità della terra. E' così contraria alla morale comune e così complicata matematicamente che mi sarebbe più facile trovare cinquanta esperti di calcoli delle tensioni che non cinque uomini di Stato avvezzi a concepire la questione agraria in termini di legge della rendita. Essa è il ponte dell'asino della matematica economica. I nostri uomini politici non possono trarne conclusioni più di quanto Shakespeare potesse trarne dall'"okapi" o dall'"axolotl": la verità è che essi non si rendono conto della sua esistenza. Karl Marx facendo un assurdo riferimento ad essa nel "Capitale" dimostrò di non averne capito niente. John Ruskin, dopo aver esordito brillantemente come economista coll'antitesi di valori di scambio e valori umani, dovette arrestarsi di fronte a questa legge. E tuttavia Marx e Ruskin avevano più intelligenza e un più acuto interesse alle questioni sociali che non tre o quattro Consigli di ministri o tre o quattro milioni di normali elettori. Essa è lo scoglio su cui è naufragato il liberalismo di Cobden e su cui si è andato costruendo il socialismo nella lotta tra plutocrazia e democrazia. Noi ci troviamo attualmente nel vivo della lotta e, poiché rientra necessariamente nel mio lavoro il fare propaganda ai miei scritti, sono tentato di aggiungere che chi non ha letto il mio saggio sulle Basi Economiche del Socialismo nei "Fabian Essays" non dovrebbe essere in alcun modo autorizzato a scrivere, parlare, o agitarsi politicamente in questo infelice paese.

Coloro che sospettano che la legge ferrea sia una mia invenzione per far trionfare il socialismo possono documentarsi al riguardo in modo accademicamente ortodosso leggendo, circa la teoria delle rendite, il libro di Ricardo: "Principi di Economia Politica e di Tassazione", scritto prima che il socialismo avesse trovato un nome in Inghilterra, e, per quanto riguarda l'affine teoria del valore di scambio, il libro di Stanley Jevons: "Teoria dell'Economia Politica", che corresse gli errori di Adam Smith, Ricardo e Karl Marx sull'argomento.

3. IL SISTEMA INGLESE DEI PARTITI.
Praticamente nessun cittadino di queste isole sa che cosa sia il sistema dei partiti. Gli inglesi non conoscono la sua storia. Essi credono che il sistema si basi sulla natura umana e che sia quindi indistruttibile ed eterno. Quando io obbietto che esso non esiste nei nostri Municipi, essi mi prendono per un ignorante o per un pazzo e mi assicurano che nei consigli e nelle operazioni municipali sono rappresentati i partiti conservatori e progressisti, «proprio come» in Parlamento, e che lo saranno sempre, per l'immutabile legge della natura umana politica.

Come stanno realmente le cose? Lasciate che ve lo dica con un piccolo dramma storico; in tal modo mi riesce più facile spiegarle ed è anche più divertente.

SCENA: "Althorp, residenza degli Spencer, conti di Sunderland. Sono presenti re Guglielmo terzo di 45 anni, di gloriosa, veneranda e immortale memoria, e il suo ospite Robert Spencer, secondo conte di Sunderland, maggiore di lui di dieci anni, famoso anche alle corti di Carlo secondo e Giacomo secondo per la sua completa mancanza di scrupolosità e la sua abilità politica. Siamo nel 1695."

ROBERT: Vostra Maestà mi ha fatto un grande onore visitando la mia umile residenza. Poiché non oso pretendere di meritarmelo, penso che vi sia qualche ragione perché io possa essere utile a Vostra Maestà.

GUGLIELMO: E' infatti così. Non so più che pesci pigliare. Ho bisogno di un consiglio. Ci si attende da me che io salvi la religione protestante in Europa dalla Donna Scarlatta di Roma. Ci si attende da me che io salvi il vostro paese (nonché l'Olanda, che è il mio) dai Borboni. Ci si attende da me che io faccia tutto per tutti. E si pretende anche che io faccia tutto senza denaro e senza un esercito permanente. Io non posso fare neppure i piani di guerra per un anno, a causa di questo odioso Parlamento inglese, che è eletto per governare l'Inghilterra e fa invece soltanto ciò che tutti gli inglesi desiderano: ovverossia non essere governati affatto. Esso è capacissimo di lasciarmi da un momento all'altro senza un soldo e senza un soldato. Il miglior generale di Francia, che ha vinto per essa tutte le sue battaglie, è appena morto e ha lasciato così re Luigi in mio potere. E questo è proprio il momento che il vostro Parlamento sceglie per minacciarmi di fare la pace. E' intollerabile. Al diavolo il vostro Parlamento! Me ne tornerò ad Amsterdam: meglio essere un vero Stadtholder che un finto re. Questi imbecilli di cavalieri vogliono la libertà. Bene, che se la tengano la loro libertà: libertà di essere torturati sulla ruota per compiacere il papa, libertà di essere vassalli della Francia, libertà di andarsene al diavolo, nel modo che preferiscono, libertà da ogni interferenza di Re o Consiglio. Io getterò loro la corona in faccia e mi scoterò dai piedi la polvere d'Inghilterra, a meno che voi non possiate mostrarmi il modo di far fare al Parlamento quello che dico io.

ROBERT: Questo non sono in grado di farlo; ma posso indicarvi un sistema per impedire al Parlamento di fare qualsiasi cosa se non votare i bilanci e ritardare al massimo la prossima elezione.

GUGLIELMO: Davvero? Gli unici bilanci che mi interessano sono quelli di uomini e di denaro, per salvare i protestanti da quel grasso bigotto di un Borbone. Se non posso averli, la vostra corona non mi serve. Potete riprendervi Giacomo. Sapete bene dove trovarlo: in tasca a Luigi. Sono sicuro che siete in corrispondenza con lui, intrigante del doppio gioco che non siete altro.

ROBERT: Sono come mi hanno fatto i tempi; io mantengo la corrispondenza con tutti: non si sa mai cosa accadrà in futuro. Ma io vorrei poter distogliere per un momento l'attenzione di Vostra Maestà dai protestanti e dall'esercito. Vorrei potervi convincere che ciò che dovete combattere qui non è re Luigi ma il Parlamento inglese.

GUGLIELMO: Forse che non lo so? Non ve lo stavo dicendo?

ROBERT: Va bene, Maestà. D'accordo che sono un intrigante?

GUGLIELMO: Siamo d'accordo, per Dio, d'accordo!

ROBERT: Vostra Maestà vuole arrivare forse fino al punto di ammettere che sono un intrigante sufficientemente abile?

GUGLIELMO: Un intrigante diabolicamente sottile, direi. E allora?

ROBERT: Ho la mia idea circa la maniera di comportarsi col Parlamento, sebbene finora non abbia mai trovato un re abbastanza furbo da capirla.

GUGLIELMO: Provate con me.

ROBERT: Voi, Sire, siete l'ultimo re sulla terra che possa capirla. Ma la deporrò ugualmente ai vostri regali piedi. Voi scegliete i vostri ministri in base ai loro meriti e alla loro capacità senza alcun riguardo ai loro partiti, un "whig" qui, un "tory" là, ciascuno nel suo dicastero, che voi chiamate il suo Gabinetto; la loro assemblea forma il vostro Consiglio, che si potrebbe chiamare anche il vostro Gabinetto.

GUGLIELMO: Proprio così. Trovate che c'è qualcosa che non va?

ROBERT: La mia opinione è che Vostra Maestà dovrebbe scegliere in futuro tutti i suoi ministri dallo stesso partito, e che questo partito dovrebbe essere quello che ha la maggioranza alla Camera dei Comuni.

GUGLIELMO Ma siete pazzo! Chi ha mai sentito cose simili?

ROBERT: Ogni cosa deve avere un inizio, Sire. Pensateci.

GUGLIELMO: Ci sto pensando. E ricordo anche ciò che avete dimenticato.

ROBERT: Che cosa, Maestà?

GUGLIELMO: Che la maggioranza alla Camera dei Comuni è attualmente una maggioranza "whig".

ROBERT: Non l'ho dimenticato, Sire. Dovete sbarazzarvi subito di tutti i vostri ministri "tories" e rimpiazzarli con quelli "whigs".

GUGLIELMO: Ma io, perdinci, sono un "tory". State diventando pazzo?

ROBERT: Un giorno i "tories" avranno la maggioranza e sconfiggeranno il Governo "whig" su qualche provvedimento. Voi allora scioglierete immediatamente il Parlamento; e quando i "tories" avranno ottenuto dalle elezioni generali la maggioranza, sceglierete soltanto ministri "tories".

GUGLIELMO: Ma qual è lo scopo di questa assurdità? State parlando con la stessa freddezza che se diceste cose serie. Perché allora dite stupidaggini?

ROBERT: Se Vostra Maestà vorrà degnarsi di fare ciò che io le consiglio, garantisco sulla mia parola che...

GUGLIELMO (scetticamente): Hum!

ROBERT: Scusate: avrei dovuto dire che garantisco sulla mia reputazione di intrigante. Ebbene, garantisco che, dal momento in cui Vostra Maestà adotterà questo piano, nessun membro della Camera dei Comuni voterà più secondo i suoi principi, le sue convinzioni, il suo giudizio, la sua religione o alcun'altra delle sue ubbie. La gente crederà che egli voti per la tolleranza, per la pace o per la guerra, o per l'opportunità o meno di passare la Corona all'elettore di Hannover qualora i figli di vostra cognata continuino a morire; o sulla soppressione del demanio comunale o sull'obbligo di alloggiare i soldati o sulla tassa alle finestre o su qualsiasi altra cosa; ma la vera questione su cui egli voterà sempre è se il suo partito resterà o meno in carica o se lui stesso dovrà spendere metà del suo patrimonio per essere rieletto, con l'alea di perdere il seggio se il suo oppositore ha qualche migliaio di sterline da spendere più di lui. GUGLIELMO: Non siate stupido, Robert. Io diventerei lo schiavo della maggioranza, comunque votassero i deputati. Ma tutto questo che c'entra con l'esercito e il denaro per pagarlo?

ROBERT: Vi sarebbe sempre un solo sistema per votare sulla guerra o su qualsiasi altra cosa; e voi potreste sempre contarci. Nessuna maggioranza, "whig" o "tory", oserà mai votare per la resa ai nostri nemici naturali: i francesi e il papa.

GUGLIELMO: Il papa è dalla mia parte.

ROBERT: Fortunatamente soltanto pochi di noi conoscono questo fatto curioso. La miglior carta che potete giocare in Inghilterra è sempre questa: niente papa.

GUGLIELMO: Voi mi state tendendo una trappola. Volete fare della maggioranza ai Comuni quella che tira i fili e ridurre il monarca un burattino. E poiché la maggioranza è sempre condotta per il naso da qualche ambizioso intrigante dotato come voi del genio dell'eloquenza, costui sarebbe capace di dettarmi legge, come se lui fosse il re e io una nullità.

ROBERT: Non sarò mai un dittatore sinché voi vivrete, perché voi, Sire, non sarete mai una nullità. Ma io vi do un'altra garanzia ancora, e cioè che se voi fate come vi consiglio non avrete mai nulla da temere dal più audace e scaltro avventuriero, anche se questi dovesse essere Cromwell stesso o Lilburne il "livellatore". Egli spenderà metà della sua vita e la maggior parte dei suoi averi per entrare in Parlamento; e quando finalmente vi arriverà, non penserà ad altro che a entrare nel Gabinetto di Vostra Maestà. Quando a forza d'intrighi avrà raggiunto quella posizione, sarà abile solo nel gioco dei partiti e in niente altro. Verrà a prendere il cibo dalla mano di Vostra Maestà. E la gente crederà di essere libera perché ha un Parlamento. Potrete allora combattere contro tutta l'Europa per tutto il tempo che vorrete.

GUGLIELMO: Non lo capisco e non ci credo. Ma poiché non posso andare avanti in questo modo senza saper dove andare a pescare nuovi reggimenti e nuovo denaro, proverò il vostro piano sinché non avrò ricacciato Luigi nel suo porcile. Se il piano fallirà, vi farò tagliare la testa.

ROBERT: Va bene, Sire. E' già stata troppo tempo sulle mie stanche spalle.

"Passano 25 anni. Guglielmo e Sunderland, morti nello stesso anno, sono già da diciotto anni nelle loro bare. La regina Anna è morta e Giorgio primo è re. Carlo, figlio di Sunderland, di 45 anni, è membro del Governo "whig". Robert Walpole, di anni 44, sebbene sia un noto parlamentare "whig", è capo dell'opposizione contro il progetto di legge sulla paria. I due si incontrano una mattina nel parco di S. Giacomo, dove sono venuti a prendere una boccata d'aria. Walpole vorrebbe passare avanti, salutando con un cenno della mano; ma Sunderland è deciso a intavolare una conversazione con lui e non lo molla. Dopo i soliti convenevoli, Sunderland arriva alla questione che gli sta a cuore."

SUNDERLAND: Vorrei avere il vostro appoggio per questo mio progetto sulla paria. Francamente temo che mi sconfiggerete se vi opponete. Perché non venite in mio aiuto? Non è una questione di partito: noi siamo tutti "whigs" e tutti egualmente interessati.

WALPOLE: Come potete provarlo? SUNDERLAND: Bene, non è forse chiaro come la luce del sole? Noi "whigs" siamo prima di tutto gli uomini del Parlamento: per noi inglesi libertà significa supremazia del Parlamento. Il Parlamento ha due forze rivali da temere: il re e la folla degli elettori. Il mio venerato padre, del cui genio politico pretendo di aver ereditato un grano o due, ci salvò dalla tirannia della folla col sistema dei partiti. Egli vi ha fatto diventare ciò che adesso siete: il più grande capo di partito del mondo: voi dovete la vostra preminente posizione alla sua invenzione.

WALPOLE: Costa troppi denari. Ogni uomo ha il suo prezzo.

SUNDERLAND: Ragione di più per assicurarci il denaro per noi e per la massa. Ma cosa ne pensate dell'altro rivale del Parlamento, il re?

WALPOLE: La questione del re è stata sistemata 71 anni fa.

SUNDERLAND: No, mio caro Walpole; non si può uccidere la monarchia con un solo colpo di scure a Whitehall. La Restaurazione ha riportato con sé la Camera dei Lords e ha restituito al re il potere di riempirla di suoi fedeli creando sui due piedi tutti i nuovi pari che vuole. L'unico scopo del progetto di legge sulla paria è di distruggere quel potere. Esso renderà impossibile al re di creare foss'anche un solo pari in più del numero attuale. Sicuramente siete d'accordo con me.

WALPOLE: Credo di no. Il vostro venerato padre convinse re Guglielmo che il sistema dei partiti gli avrebbe dato il controllo del Parlamento. Ma in realtà esso dette alla maggioranza parlamentare il controllo sul re. Ciò dovrebbe tornarvi assai comodo, perché voi avete il controllo della maggioranza, fino a che non lo riavrò di nuovo io, come avverrà dopo che avrò sconfitto il vostro progetto.

SUNDERLAND: Ma perché sconfiggermi su questo progetto, che è altrettanto nel vostro interesse quanto nel mio? Potete scegliere qualche altra occasione.

WALPOLE: Non è altrettanto nel mio interesse quanto nel vostro. Voi siete un pari: io sono un borghese. Voi volete fare dei Lords la massima autorità, distruggendo per mezzo loro il potere del re. Io voglio che il re mantenga il suo potere sui Lords e che i Comuni mantengano il loro sul re. So vedere attraverso il vostro gioco. Ho un cervello inglese, non olandese.

SUNDERLAND: Vedo che siete troppo abile per me. Ma riflettete un momento. Voi siete un borghese, ma non sarete sempre un borghese. Sarete presto uno dei nostri. Sapete che vi è una contea pronta per voi, appena vorrete allungare una mano per prenderla.

WALPOLE: Sì, ammesso che il re mantenga il suo potere di farmi diventare conte. Il vostro progetto potrebbe privarlo di tale potere. SUNDERLAND: Puh! Vi è sempre un posto vuoto.

WALPOLE: Anche così, una contea sarebbe la mia fine. Non m'aspetto di essere spinto in alto a calci. La Camera dei Lords è per voi il trampolino dal quale siete saltato nella politica all'età di ventun anni. Per me sarà lo scaffale su cui sarò archiviato a settant'anni. SUNDERLAND: Questo può essere il vostro caso personale. Ma guardate il problema da un punto di vista più ampio. Considerate gli interessi della nazione. La Camera Alta, con tutti i suoi difetti, si frappone come una barriera tra l'Inghilterra e la folla dei commercianti arricchiti che vogliono fare denari a spese della nazione; denari, denari e ancora denari. Voi non siete un arricchito, siete un signore di campagna.

WALPOLE: Sì, e voi siete ingolfato fino al collo in questa pazzia commerciale dei Mari del Sud. Sarà la vostra rovina. Io vi avverto: sarà la fine della vostra carriera politica fra un anno, a partire da oggi.

SUNDERLAND: Voi siete impossibile. (Bruscamente) Buon giorno. "Si allontana velocemente lasciando Walpole a finire la sua

passeggiata da solo."

***

Se il terzo conte di Sunderland fosse stato capace di imbrogliare l'inglese Walpole così come suo padre riuscì ad imbrogliare l'olandese Guglielmo, la legge sulla Riforma del 1832 non sarebbe forse passata senza una guerra civile; e quando il nuovo partito laburista andò al potere un secolo più tardi, avrebbe rischiato di rimanere senza rappresentanti tra i Lords. Stando invece le cose così come sono, i Lords sono sempre costretti a cedere sotto la minaccia di nuove nomine. L'ultima parola rimane ai Comuni; cioè, in pratica, alla plutocrazia. E questo è il punto a cui la questione è giunta ai nostri giorni.

Per farvi un'idea di cosa sia diventato ora praticamente il sistema dei partiti, guardate la descrizione che se ne fa in un romanzo intitolato "Bleak House" e più diffusamente in un altro intitolato "Little Dorrit", ambedue scritti da Charles Dickens, già reporter parlamentare e giudiziario. Studiate poi le esperienze parlamentari di scrittori scientifici come John Stuart Mill e Sidney Webb, e la carriera di gente come Charles Bradlaugh, Keir Hardie, Ramsay MacDonald e altri intransigenti, che riuscirono a entrare in Parlamento e si fermarono lì sino alla fine dei loro giorni. Confrontate quella che è la sterilità del Parlamento in ogni campo, tranne quello dell'oratoria di banchetto, con lo sviluppo del socialismo municipale nei municipi, dove non vi sono Gabinetti, nomine reali, elezioni generali eccetto che a date fisse; dove in breve non vi è alcuna possibilità di un sistema di partiti. "A chi non sa vedere fino in fondo cosa si celi dietro lo stratagemma di Sunderland e capirne la sua storia, non dovrebbe essere affidato né voto né funzione parlamentare, e non dovrebbe nemmeno essergli permesso di pronunciare in pubblico la parola «democrazia»".

Questo ci porta all'inattesa conclusione che un Governo parlamentare modellato sul sistema inglese dei partiti è ben lungi dal costituire una garanzia di libertà e di illuminato progresso e deve pertanto essere decisamente respinto, in pieno accordo con Oliver Cromwell, Charles Dickens, John Ruskin, Thomas Carlyle, Adolf Hitler, Pilsudski, Benito Mussolini, Stalin e chiunque in genere si sia provato a governare per suo mezzo in modo efficiente e senza corruzione o ne abbia studiato gli effetti conoscendo la sua storia e quella della Rivoluzione Industriale. Mettete a confronto quello che ha fatto il Parlamento con quello che avrebbe potuto fare un Governo efficiente e patriottico durante i due secoli della sua deplorevole esistenza, o con quello che il Governo sovietico ha compiuto in 20 anni, e tutte le nostre teorie "whigs" attinte a Macaulay scompariranno davanti ai fatti.

Ciò nondimeno la pianta parlamentare non deve essere estirpata dalle radici. Stalin e Hitler, i più fedeli discepoli di Cromwell e Dickens in questo campo, sono anche i più convinti assertori della tesi che un Governo non può operare grandi mutamenti finché una lunga propaganda mirante a inculcare i suoi principi e le sue speranze non abbia persuaso la massa del popolo, se non a capirli criticamente, almeno a seguire le bandiere e a fare eco alle parole d'ordine dei suoi sostenitori. Un club di filosofi politici non potrà mai diventare un Governo se prima non si sarà tenuto per anni a contatto con la comunità mediante libri, opuscoli, e soprattutto, come Hitler sostiene, discorsi alla folla ora enormemente suffragati in efficacia dalle conversazioni radiofoniche, che mettono direttamente a contatto lo studio dell'oratore col focolare dell'ascoltatore.

Fu in questa maniera che i bolscevichi, i quali all'inizio non erano che un club marxista, diventarono il Governo comunista della Russia, con l'appoggio dei contadini e dei soldati contadini, né gli uni né gli altri comunisti, ma tutti più o meno indotti a credere mediante discorsi, opuscoli e giornali che soltanto i bolscevichi avrebbero dato loro la terra e la pace. Seguendo lo stesso metodo, Adolf Hitler divenne l'autocrate della Germania, politicamente sostenuto da milioni di tedeschi, ai quali egli aveva fatto credere con discorsi e scritti, di essere nientemeno che il Messia. Se un Governo vuole essere efficiente, dev'essere popolare tra coloro che governa e bene accetto ai più. Esso deve avere cioè il favore popolare. Il favore popolare può essere non intelligente ed equivalere a una ignorante idolatria; ma deve esistere ed essere galvanizzato con un'attiva propaganda.

Non voglio dire con questo che il signore e la signora Ognuno dovrebbe essere autorizzati a eleggere il signore e la signora Qualunque quali governanti, sebbene i nostri uomini politici democratici a quanto pare pensino ancora così. Questo metodo lo stiamo sperimentando sin da quando si emanciparono le donne, e abbiamo dovuto constatare che esso produce non soltanto uno stagnante conservatorismo, ma addirittura un regresso, frenato unicamente dal buon senso dei plutocrati. Tuttavia il Parlamento deve sopravvivere come Congresso di signori Qualunque, lamentevoli e rumorosi, aventi l'illimitato permesso di disapprovare, criticare, denunciare, domandare, suggerire, fornire e discutere notizie di prima mano, sollecitare risoluzioni e dare un voto su di esse: in breve tenere aggiornato il Governo sull'opinione pubblica.

Questo è in linea di massima ciò che fanno oggi i Parlamenti e i Congressi. Nella Camera dei Comuni britannica, per esempio, quando una guerra, obbligando i partiti a coalizzarsi, fa sospendere il sistema dei partiti, sia i deputati di destra sia quelli di sinistra sono liberi di dire ciò che vogliono, e cominciano allora a diventare utili. Al difuori del Parlamento possono essere convocate e organizzate da chiunque ne abbia la capacità pubbliche riunioni nazionaliste non di partito e dimostrazioni d'ogni genere; il diritto a tale attività e all'uso delle strade e dei luoghi pubblici dovrebbe essere gelosamente mantenuto; se infatti non si fanno conoscere con molto rumore le lagnanze e i desideri del pubblico, non ci si può aspettare che il Governo li prenda in considerazione e trovi qualche rimedio. Essi forniscono una tribuna allo spirito d'iniziativa che ribolle continuamente nella massa dei cittadini. I più saggi governanti non sono sempre coloro che hanno maggiore inventiva: essi sono in massima parte abbastanza vecchi da aver esaurito le proprie doti d'immaginazione e perduto il gusto della novità. I giovani devono avere invece una piattaforma da dove gridare; un Governo deve infatti sapere che cosa hanno da dire i giovani Calvini, Napoleoni, Hitler e Ataturk, e fino a qual punto essi siano in grado di convincere il pubblico e di farsi fischiare dal medesimo.

Senza questo contatto i savi che governano rischiano di estraniarsi pericolosamente dallo spirito del loro tempo.

Ma queste assemblee di agitatori e di postulanti non devono avere il diritto di legiferare. E' necessario abolire le invenzioni pseudo- democratiche come l'iniziativa legislativa e il referendum, che offrono al signore e alla signora Ognuno la facoltà diretta e immediata di fare e disfare, poiché anche quando costoro sanno esattamente che cosa vogliono non sanno come realizzarlo; come a dire che possono volere un'automobile, ma non sanno fare il disegno che serve all'ingegnere per poterne costruire una.

Il legiferare deve essere compito delle persone d'"élite" e non della massa.

Quando si usano termini come "élite" e massa non bisogna mai dimenticare che essi non indicano due classi di persone totalmente differenti. Si tratta invece delle stesse persone. Nella letteratura e nell'arte del drammaturgo io appartengo per esempio all'"élite". Nella matematica, nell'atletica, nella meccanica, io sono uno della massa e non soltanto mi sottometto e obbedisco a chi ne sa più di me, ma reclamo il diritto che mi si dica che cosa devo fare, da coloro che ne sanno più di me. Il migliore di noi è per il 99 per cento massa e per l'uno per cento "élite"; i «palloni gonfiati» sono soltanto coloro le cui menti sono così occupate dalle poche cose che conoscono, che non vi è rimasto posto per le innumerevoli cose che non conoscono. Io faccio alcune cose molto bene; ma la stima che ho di me stesso è schiacciata dalla quantità di cose delle quali sono inguaribilmente ignorante. Nel sostenere i diritti della massa, io difendo i miei.

Chi deve scegliere e designare la "élite"? Attualmente il re ove esiste il re, o il presidente ove c'è il presidente; ma nessuno crede che il re d'Italia avesse molte alternative dinanzi a sé quando scelse Benito Mussolini, né il maresciallo Hindenburg quando scelse l'ex caporale Hitler, né la regina Vittoria quando scelse Palmerston o Gladstone. Anche il presidente degli Stati Uniti, che ha più libertà di scelta di qualunque re perché lui stesso è scelto da un plebiscito, non può scegliere il signor Qualunque. Deve scegliere tra le persone preminenti; e la preminenza si guadagna con l'autoaffermazione, approfittando delle circostanze favorevoli e della fortuna; possiamo così dire che i nostri governanti sono in parte autoeletti e in parte il risultato di una naturale selezione darwiniana; ovverossia della pura fortuna. In questo modo ci troviamo talvolta di fronte a grandi capi come Lincoln, Brigham Young, Ferdinand Lassalle e Kemal Ataturk (per non parlare degli esempi viventi) che riuscirono ad affermare se stessi, guadagnandosi il loro seguito grazie all'idolatria prodotta dalla forza della loro personalità, più che dalla loro saggezza; infatti molte persone energiche e ambiziose hanno raggiunto la preminenza e il potere servendosi di ben poca saggezza.

Che dire dei periodi, qualche volta molto lunghi, durante i quali non sorge alcun capo del genere e ciò nondimeno gli affari di Stato devono procedere senza un momento di pausa? Un simile Governo non è possibile sotto il feudalesimo, dove l'autorità è legalmente ereditaria, né sotto la plutocrazia dove è in gran parte virtualmente ereditaria. In ambedue le forme di Governo, gli stupidi non soltanto non sono esclusi, ma molto frequentemente sono scelti proprio come governanti.

Quando essi si trovano di fronte a un sistema stabile (quello che noi chiamiamo Costituzione) su cui regolarsi, possono bordeggiare per lunghi periodi senza pericolo di fare naufragio. Ma la risposta principale è che la Natura fornisce costantemente un numero adeguato di persone aventi le richieste capacità mentali. Il problema è questo: come scegliere le persone capaci; di gente capace ve n'è infatti sempre.

Nella vecchia Roma gli imperatori Antonini sceglievano i loro successori con risultati molto migliori di quelli che avrebbero ottenuti adottando la successione ereditaria. Ma se si escludono i casi di considerevole attività, che portano i governanti alla prova del fuoco, non è sempre facile scoprire il successore più capace. Anche un governante abile come Cromwell credette che non vi fosse persona più indicata di suo figlio a succedergli come Lord Protettore; e il risultato fu un fallimento completo e quasi immediato. Il tentativo di Napoleone di fondare una dinastia bonapartista fu un ridicolo fallimento. Una dinastia può scegliere un'altra dinastia, come quando i gallesi Tudor scelsero gli scozzesi Stuart a governare l'Inghilterra; ma il quarto re Stuart era uno stupido e fu detronizzato da un olandese che aveva sposato sua figlia.

Bisogna fare piazza pulita con la tradizione dell'ereditarietà. Basta studiare le vite, non dei grandi uomini, ma dei loro padri, madri, figli e figlie, per imparare che l'abilità politica si eredita in quantità così infinitesimali, che una persona straordinaria può generare figli del tutto normali, mentre una coppia comunissima può produrre un genio. In clima di democrazia si dovrebbe partire tutti da quota zero, senza tener conto delle parentele illustri. Le nostre idee attuali in proposito sono disordinate e incoerenti. La proposta di rendere ereditaria la Presidenza degli Stati Uniti scandalizzerebbe gli americani; e tuttavia per loro è naturale che l'amministrazione di un'impresa debba andare dal padre al figlio. Noi non ci sogneremo mai di permettere al re di stabilire che cosa la nazione dovrà fare dieci anni dopo la sua morte; tuttavia permettiamo che i cittadini diano per testamento disposizioni fantastiche, ingiuste, bigotte e dispettosamente malvagie da attuarsi nei riguardi delle loro proprietà dopo la loro morte, e attribuiamo a questi testamenti valore di legge. Noi non conferiamo a un uomo la carica di giudice per il fatto che suo padre era giudice, né gli diamo un diploma di chirurgo perché suo padre era chirurgo, né lo mettiamo al comando dell'esercito perché suo padre era Maresciallo. Un secolo fa gli ufficiali dell'esercito (ad esempio Burgoyne e Wellington) reclamavano le promozioni come un privilegio da acquistare contro pagamento e riservato al loro rango di aristocratici, e avrebbero considerato una richiesta basata su di un onorato e fortunato servizio come la pretesa di un presuntuoso; oggi invece ogni altra richiesta cadrebbe nel ridicolo perché farebbe l'effetto di una pretesa da snob. Queste incongruenze e contraddizioni costituiscono gli imprevisti di una società non perfettamente organizzata, nella quale, in mancanza di un superiore controllo sulla proprietà, bisogna permettere alla gente di disporne come meglio le aggrada. Poiché l'organizzazione sociale progredisce e si sviluppa, e gli affari che ora sono privati si vanno vieppiù trasformando in pubblici affari, le nostre attività e libertà personali verranno limitate da condizioni quali ora neppure ci sogniamo. Ad esse non tarderemo ad abituarci; e intanto, se non ci garbano, dobbiamo fare buon viso a cattiva sorte.

Dal momento che dobbiamo affidare l'autorità a coloro che sono capaci d'usarla, se vogliamo salvare la civiltà, la nostra tradizione pseudo- democratica di governare mediante comitati e relative maggioranze si scontra col fatto che il criterio della maggioranza non è conforme alla natura delle cose; i governanti capaci sono infatti sempre una minoranza, sebbene la natura, purché non ostacolata, ne produca abbastanza da consentire una buona scelta. Il criterio maggioritario distrugge inoltre la responsabilità. Un uomo di Stato che accetta di ricoprire una carica pubblica a condizione di essere processato ed eventualmente fucilato se fallirà, o almeno rimosso dall'incarico e discreditato, è veramente un ministro responsabile. Ma un ministro che deve fare soltanto ciò di cui riesce a persuadere una maggioranza di Parlamento o di Comitato, non ha alcuna responsabilità; né alcun altro può essere responsabile in sua vece, poiché le maggioranze non possono essere fucilate se non con il loro consenso, né possono essere degradate, poiché non hanno grado.

Una delle migliori descrizioni di questo stato di cose si trova nell'autobiografia di Adolf Hitler intitolata "Mein Kampf". Quando nel 1919 egli cominciò il suo lavoro di organizzazione del nazional- socialismo in Germania all'età di 30 anni, si trovò a essere membro di un comitato di sei sconosciuti, il cui patrimonio collettivo non arrivava a uno scellino. Essendo del tutto privi di responsabilità, essi non potevano fare altro che discutere tra di loro. L'esperienza fatta da Adolf in sei anni di vita militare gli aveva insegnato che gli uomini non possono diventare efficienti e attivi se non si combina l'autorità con la responsabilità, e ciò non è affatto possibile in un Governo di maggioranza: è questo un fatto che noi ci nascondiamo con il semplice e familiare espediente di chiamarlo Governo responsabile anziché irresponsabile. Il Fhrer non si fece ingannare da questa fandonia: una dura esperienza e la sua abilità di farne tesoro gli avevano insegnato qualcosa di meglio. Quando fu fatto presidente di un comitato, si guardò bene dal partecipare alle riunioni, e mentre gli altri parlavano badò a lavorare. Quando diventò capo del movimento per i suoi meriti personali (o demeriti, se vi è antipatico) e dovette organizzare uno Stato Maggiore, dette ai suoi aiutanti autorità militare e li considerò militarmente responsabili dell'uso che ne facevano. Quando con questo metodo riuscì a diventare in 14 anni, da oscuro e ultimo adepto di un piccolo gruppo di sei persone, capo ufficiale di 60 milioni di tedeschi e Cancelliere a vita del Reich germanico, continuò la sua propaganda orale facendo di tempo in tempo dal Reichstag discorsi radiodiffusi a 60 milioni di persone, ma non era il Reichstag che governava: l'autorità e la responsabilità erano del Fhrer; e nelle sue mani e sulle sue spalle vi erano realmente autorità e responsabilità. Dopo cinque anni quei 60 milioni ancora lo adoravano e lo fecero Comandante in Capo di tutte le loro forze combattenti.

Prendiamo questo esempio di vita contemporanea come il punto estremo a cui si possono spingere in pratica l'autorità e la responsabilità. L'estremo opposto è rappresentato dal Parlamento britannico in tempo di pace, quando l'autorità, la responsabilità e l'attività sono ridotte al minimo, e dove occorrono trent'anni per fare il lavoro di quindici giorni, a meno che una guerra non obblighi il Parlamento ad abbandonare il sistema dei partiti e si facciano allora sforzi disperati per compiere trent'anni di lavoro in una quindicina. Il nostro problema è di trovare la via di mezzo più conveniente fra questi due estremi.

Dobbiamo respingere il piano di Hitler, poiché, sebbene abbia successo nell'esercito, dà a un uomo più autorità e responsabilità di quanta ne possa sopportare. Se costui è debole, si lascia corrompere dal suo stesso potere: se è forte, esso gli dà alla testa, e come Alessandro, Hitler e Napoleone egli cerca allora di sottomettere il mondo al suo dominio, diventando in tal modo nel peggiore dei casi un tiranno e un flagello, e nel migliore un esploratore e un avventuriero come Giulio Cesare o Guglielmo il Conquistatore. Quante più conquiste, avventure ed esperimenti sociali egli intraprende, tante più autorità egli deve delegare e distribuire, per l'impossibilità di essere dovunque e di occuparsi di tutto. I suoi sottocapi diventano allora corrotti o pazzi; da ultimo, il sistema diventa intollerabile, provoca una rivoluzione o una reazione libertaria in senso anarchico, e non ha importanza che il capo supremo sia Cromwell, Luigi quattordicesimo, il Kaiser oppure il signor Hitler. Le scope scopano bene quando sono nuove; ma quando sono consumate, la sporcizia si accumula come nelle stalle di Augia.

Quali precauzioni si possono prendere contro un simile stato di cose? Ovviamente, tanto per cominciare, eleggere e rieleggere governanti per periodi abbastanza brevi da far sì che essi non si dimentichino di dipendere dalla sottomessa approvazione dei sudditi. Prendete il caso del Presidente degli Stati Uniti d'America. Sebbene il suo incarico fosse stato creato dal successo della rivoluzione contro la tirannia del Governo inglese personificata in re Giorgio terzo, gli venne tuttavia data, in base a principi schiettamente hitleriani, un'autorità molto più assoluta di quella che ebbe mai re Giorgio. Neanche una sconfitta in seno a un Comitato o al Congresso può spodestarlo. La descrizione che Byron fa di Giorgio terzo come di «un povero matto cieco» e di «un vecchio re disprezzato» non è molto applicabile a lui. Se qualche suo provvedimento non è costituzionale, si ricorre alla Corte Suprema. In alcune questioni egli deve ottenere il consenso di almeno i due terzi del Senato, il quale fra l'altro deve per esempio approvare la scelta dei ministri che formano il suo consiglio. I singoli Stati dell'Unione hanno governatori che sono forniti di analoghi poteri e restrizioni, che sono analogamente responsabili e vessati dal Parlamento, guardati con fiducia, ma anche con sfiducia, liberi da restrizioni per quanto riguarda religione, sesso e colore, ma sottoposti a certe limitazioni in fatto d'età e di nazionalità, nonché di luogo e durata di residenza. Tutto sommato, uno strano miscuglio di precauzioni contro la tirannia con misure atte a garantire la sicurezza della legge e dell'ordine.

In futuro dovremo impegnare di più la nostra intelligenza nel redigere la nostra Costituzione. Bisogna gettare nella pattumiera la nostra idolatria per il Parlamento e i nostri "slogans" sulla libertà inglese e americana e sul fatto che "i britannici non sono mai stati schiavi". Allora scopriremo che ciò di cui abbiamo bisogno non è soltanto riformare il nostro vecchio Parlamento, ma crearne di nuovi. Le decisioni politiche non devono essere capricci o fobie di uomini resi pazzi dalla loro autorità assoluta come Nerone e lo zar Paolo (per non citare esempi più recenti), contro i quali non c'è niente da fare finché la guardia del corpo o i cortigiani stessi non s'incaricano di assassinarli. Abbiamo bisogno di Consigli comunali, Consigli professionali, Consigli industriali, Consigli di cooperative dei consumatori, Consigli finanziari, Consigli scolastici; di Consigli che facciano progetti e servano di coordinamento, così come di congressi parlamentari (a intervalli non troppo frequenti) per discutere dei mali nazionali e prendere in esame le eventuali proposte del signor Ognuno. Questo è ciò che è accaduto nella ultrademocratica Russia sotto le inesorabili necessità della natura umana e delle circostanze. Il sistema russo non si discosta fondamentalmente dal nostro in senso rivoluzionario. Noi siamo governati più dai sindacati operai, dalle società cooperative, dalle associazioni professionali di dottori e avvocati, dalla magistratura, dai comitati del Consiglio Privato, dalla burocrazia e da Consigli di ogni genere, che non dal Parlamento.

Il Ministero del Tesoro dirige la Borsa in modo molto più costante ed efficace di quanto non faccia la Camera dei Comuni; analogamente il Ministero degli Esteri dichiara la guerra e ci manda in trincea senza consultare il Parlamento, che viene avvertito semplicemente il giorno dopo, come accadde nella Guerra dei Quattro Anni, o con un'ora di ritardo, come nella guerra attuale, di quanto è stato fatto irrevocabilmente dietro le sue spalle. L'abdicazione di re Edoardo ottavo fu preparata e portata a termine senza che ne venisse fatta parola alla Camera dei Comuni o agli altri organi costituzionali. I funzionari delle prigioni impediscono al pubblico di visitare le carceri, e hanno la facoltà di renderle a loro piacere molto più crudeli dei campi di concentramento, come avviene ad esempio per la prigione di Dartmoor.

Una trasformazione del nostro sistema in quello russo non sarebbe affatto un mutamento per quanto concerne la molteplicità degli organi governativi. Tali organi non possono essere aboliti; essi sono necessari e dovrebbero essere controllati e coordinati nell'interesse del benessere generale, e composti di persone competenti e responsabili. Attualmente essi non sono che un groviglio di vegetazioni bizzarre, spesso impopolari perché non sempre all'altezza dei tempi, vengono diretti da uomini politici di partito, e amministrati da imbecilli tirannelli, da ignoranti, o da incurabili parassiti che sono virtualmente inamovibili. Ma questo stato di cose non è poi irrimediabile. In Russia gli organi governativi vengono epurati e i negligenti «liquidati» (vale a dire anche fucilati nei casi gravi) senza por tempo in mezzo, quando sono colti in fallo. Ciò che fanno i russi possiamo ben farlo anche noi.

Competenza, responsabilità e coordinamento si dimostrano urgentemente necessari tanto nelle associazioni volontarie e nelle imprese commerciali quanto negli affari di Stato. Gli Stati capitalisti, fascisti e comunisti ne hanno egualmente bisogno, sebbene soltanto nello Stato comunista sia possibile impedire l'opera di corruzione esercitata dagli interessi privati. In ogni modo l'istituzione di simili organi è necessaria, e non comporta affatto un catastrofico capovolgimento di tutte le istituzioni esistenti. La gente per bene, che è portata spesso a credere perfette le istituzioni nazionali per il solo fatto che sono quelle della patria beneamata, non si accorgerebbe quasi del mutamento. Al massimo ripeterebbe il proverbio francese: «quanto più si cambia, tanto più le cose rimangono le stesse». I sognatori di «nuovi mondi» non dovrebbero dimenticarlo; e, se lo dimenticano, si espongono a una forte delusione.

Poiché questa esigenza non è nuova, e suppone un sistema di educazione e un sistema di cernita basato su determinate qualifiche, ci si potrà chiedere perché la tradizione liberale si opponga tanto aspramente a qualsiasi forma di qualifica (speciale) restrittiva che da qualche secolo a questa parte s'è cercato piuttosto di abolire quelle esistenti che non di rafforzarle o crearne altre.

La risposta è che tali qualifiche sinora non hanno affatto giovato ad assicurare l'uguaglianza di opportunità e a lasciare «la carriera aperta agli uomini d'ingegno»; condizioni queste entrambe essenziali alla democrazia. Alcune di esse erano veramente insulse; per esempio il requisito dell'appartenenza alla Chiesa d'Inghilterra per i membri del Collegio dei Medici. Il re d'Inghilterra deve essere protestante, e deve esplicitamente ripudiare, all'atto dell'incoronazione, la Chiesa Romana e implicitamente tutti gli altri credi orientali, sebbene la maggior parte dei suoi sudditi siano ebrei, musulmani, indù, buddisti, cattolici romani, atei o agnostici, e ciascuno di questi consideri gli altri come eretici, pagani e idolatri.

Gli ebrei e gli atei una volta erano esclusi dal Parlamento inglese. I comuni sacerdoti della Chiesa d'Inghilterra sono esclusi dalla Camera dei Comuni, sebbene i suoi prelati siedano alla Camera dei Lords. Tutta la questione diventò così assurda che l'abolizione dei requisiti e l'apertura di tutte le professioni e delle pubbliche carriere ai non conformisti, ebrei, atei e settari di ogni sorta, purché non fossero veri e propri criminali come i Thugs e i cultori di Vudu, mise profonde radici nel programma liberale.

Sfortunatamente la reazione contro i requisiti religiosi ha prodotto un movimento anticlericale che sta diventando altrettanto assurdo quanto i requisiti religiosi. In Russia, soltanto gli atei dichiarati sono ammessi al partito comunista (l'unico tollerato), che è quello che in realtà elegge i Sovieti. Non vi è nulla di nuovo in questa esclusione: è il sistema della Chiesa cattolica e di tutte le Chiese. Ne è derivato che il partito comunista russo, avendo per fine la completa eliminazione del potere temporale del clero, è diventato esso stesso un clero. Per eliminare l'ortodossia, ha istituito la più intollerante ortodossia del mondo. Per sbarazzarsi degli ordini religiosi ha fondato la Lega dei Senzadio, con medaglie ed emblemi simili a quelli dei Sette Dolori o del Sacro Cuore: capita di vederne in Russia più frequentemente che non scapolari in Irlanda. L'Europa, dopo essersi spinta dall'Età della fede all'Età dello scetticismo scientifico e dell'Umanesimo, trova ora che nulla può salvare la sua civiltà se non una nuova fede democratica, intollerante non soltanto verso i credi rivali, ma anche verso i partiti rivali. La conservatrice Inghilterra, convinta dalle argomentazioni di Macaulay, non solo emancipò gli ebrei ma fece un ebreo Primo Ministro. Ma la Germania, trasformando il liberalismo in nazional-socialismo sotto direzione proletaria, è giunta non soltanto a perseguitare gli ebrei, ma a sterminarli.

Accade sempre così. Il liberalismo popolare, che è in pratica una anarchia sorvegliata, caccia il Governo fuori dalla porta, per vederlo poi rientrare dalla finestra. I re dispotici e gli zar sono rimpiazzati da Primi Ministri, Capi, Dogi e Duci, che hanno mignoli più grossi dei lombi dei monarchi.

Il liberalismo e il libero pensiero, ben lungi dal trovare il loro culmine e il loro trionfo finale nel socialismo, perderanno le prime battaglie contro la dittatura del proletariato. Ma essi non sono ancora morti. Sono soltanto in una trance catalettica, e risorgeranno poderosamente quando il socialismo produrrà quell'agiatezza senza la quale non esiste vera libertà, e quando la gente, giunta a viver bene con sole ventiquattro ore di lavoro la settimana, chiederà libertà di iniziativa e libertà di pensiero.

Tralasciamo ora per un momento la democrazia e torniamo a esaminare i Parlamenti nella forma in cui esistono oggi in Inghilterra.

4. I PARLAMENTI DEI POVERI
Se ciò che non funziona nella Camera dei Comuni è il sistema dei partiti e ciò che va bene nei Municipi è la loro libertà dal sistema dei partiti, ci si può allora chiedere se basta abolire il sistema dei partiti in Parlamento e lasciare invece i Municipi così come sono. Sfortunatamente i Municipi sono paralizzati da una tirannia ancor più degradante di quella rappresentata dal sistema dei partiti: essa è la povertà della maggior parte dei contribuenti che eleggono i consiglieri municipali. Ciò impedisce qualsiasi manifestazione di quella teorica democrazia alla quale essi devono i loro voti.

Vi descriverò adesso una scena tipica, alla quale io stesso presi parte.

Una delle mie prime esperienze quale membro del consiglio di una parrocchia di Londra, che regolava la vita civica di un quarto di milione di persone, fu una seduta nella quale si dovevano stabilire le tasse per il corrente anno. Il comitato incaricato della finanza ci presentò un bilancio del costo dei pubblici esercizi e la tassa necessaria per coprirlo. Io, che ero nuovo a tali cose, mi aspettavo naturalmente che questa appunto dovesse essere la tassa proposta dal comitato. Invece no: mentre la tassa necessaria era di 14 pence per sterlina di reddito, la tassa proposta era di uno scellino (dieci pence). Poiché non veniva data alcuna spiegazione di questo deliberato passo versa l'insolvenza, proposi un emendamento perché la tassa fosse di 14 pence. L'effetto fu spaventoso. Un vecchio parrocchiano barbuto, che sedeva vicino a me, si mise a piangere come un bambino, e mentre le sue lacrime cadevano rapide sul tavolo mi rimproverò di non avere alcuna pietà per i poveri. I membri che versavano in men peggiori condizioni finanziarie mantennero un tetro silenzio. Essi sapevano che io avevo perfettamente ragione; ma votarono contro di me in modo così unanime, che non mi immischiai mai più nella questione delle tasse, aspettando che giungesse anche per loro, prima o dopo, il giorno del giudizio.

Venne abbastanza presto. Fu approvata una legge sulle amministrazioni locali che trasformò la parrocchia in un Consiglio Municipale, e ci obbligò a far rivedere i nostri conti dal Consiglio Amministrativo locale invece che da noi stessi. Venne così a galla che il nostro conto corrente in banca era in passivo di 70000 sterline; il nuovo revisore, senza nemmeno dire «se avete lacrime, preparatevi a spargerle», ci ordinò di pagare immediatamente la somma imponendo una tassa che ci avrebbe seriamente compromessi alle prossime elezioni. Non ricordo come fosse sistemata la questione, perché in quel periodo di tempo ero lontano. Credo comunque che le nostre umili suppliche poterono farci guadagnare abbastanza tempo da rateizzare il sacrificio nello spazio di qualche anno. Ciò non toglie che la tassa crebbe d'un salto di sei pence per sterlina; e i "candidati dei contribuenti" furono spazzati via nella successiva elezione.

Ora, questo problema delle tasse era così semplice, che sarebbe assurdo voler concludere che la differenza tra il mio modo di agire e quello del mio barbuto collega che si mise a piangere e si adirò contro di me fosse la differenza tra un'alta intelligenza politica e una relativamente bassa. Egli non sapeva scrivere commedie e libri; ma sapeva quanto me che uno scellino non può comprare merci che valgano 14 pence. La differenza era che lui era un povero diavolo che viveva in uno stato di cronica ristrettezza pecuniaria, mentre io ero una persona ricca, e non mi occupavo in pratica della questione delle tasse, se non in quei pochi momenti in cui, una volta l'anno, firmavo l'assegno relativo senza neanche preoccuparmi di guardare a quanto ammontava. Se fossi stato povero come lui avrei senza dubbio pianto e votato come lui. Ne trassi pertanto la conclusione che se il requisito di possedere un reddito annuo di mille sterline fosse stato richiesto tanto per i membri del consiglio quanto per i votanti, il consiglio di parrocchia sarebbe stato perfettamente solvibile, più efficiente e molto meno alla mercè dei suoi funzionari, che lo detestavano e consideravano le riunioni come una seccatura che avrebbe dovuto ridursi a due volte l'anno o anche meno. Gli stessi membri che sedevano silenziosi in attonito assentimento, quando dovevano votare un conto di 20000 sterline per macchine elettriche, avevano il coraggio di prolungare le sedute per una notte intera per discutere furiosamente intorno a un conto di tre scellini e sei pence sotto la voce "rinfreschi".

Soltanto assemblee di persone libere da preoccupazioni economiche, scelte da elettori ugualmente sicuri della loro posizione finanziaria, offrono quella garanzia di immaginazione e di audacia che sono indispensabili per l'amministrazione del denaro pubblico ai nostri tempi.

E non si creda che il Parlamento sia libero dal timore della povertà per il semplice fatto che per la maggior parte dei suoi membri la somma di cento sterline rappresenta una spesa minore che non cinque sterline per il contribuente medio. In regime capitalista l'indipendenza è una conseguenza della povertà proletaria. Attualmente i giornali stanno pubblicando bilanci familiari nei quali le entrate sono di quaranta scellini e il solo affitto di quattordici. Però tutte le lagnanze riguardano l'esiguità dei guadagni, non l'enormità di quanto di essi viene confiscato dal padrone di casa per mezzo del suo esattore, che è appoggiato dagli ufficiali giudiziari, dalla polizia, e dall'intero esercito, marina e aviazione britannica, se l'affitto non viene pagato. Ogni acquisto fatto con i rimanenti scellini deve servire a compensare l'affitto che il venditore deve pagare a sua volta.

La ricchezza dei membri del Parlamento e dei pari consiste in quei quattordici scellini più la differenza tra i salari dei lavoratori e i prezzi che i datori di lavoro ottengono per i prodotti.

I legislatori possono guarire la povertà dei loro elettori soltanto rovinando se stessi, a meno di non possedere il genio industriale necessario ad aumentare la produttività del lavoro in maniera tale da prendere due piccioni con una fava. Quando in questo campo tutto è stato tentato, non resta al proletariato che la scelta fra la schiavitù, mitigata soltanto dagli artifici usati per tenere in vita la gallina che fa le uova d'oro, e un completo capovolgimento politico che stabilisca la dittatura del proletariato.

Nello stesso tempo i ricchi temono la povertà ancor più dei poveri, che vi sono ormai abituati. Anche i milionari non possono mai essere sicuri che un giorno non morranno poveri. Le loro rendite possono essere ridotte a zero da una bancarotta, da scoperte e invenzioni, o anche, quando i loro beni sono investiti in titoli di Stato, dalle enormi tasse e dall'inflazione causate dalle guerre moderne. Questo timore li obbliga a una continua preoccupazione per i loro interessi privati, mentre una perfetta onestà nei pubblici affari equivarrebbe al suicidio. Ricchi e poveri hanno preoccupazioni comuni e interessi opposti.

Questo è il risultato della plutocrazia; il rimedio è la democrazia. Abbiamo appena visto che nei nostri Parlamenti centrali e locali dominati dalla plutocrazia e dalla povertà (che i matematici potrebbero chiamare plutocrazia negativa), la democrazia è inevitabilmente sconfitta. Esaminiamo ora la questione più a fondo.

5. DEMOCRAZIA: UN PASSO AVANTI
Democrazia significa organizzazione della società per il beneficio di tutti, a spese di tutti, e non soltanto per il beneficio di una classe privilegiata.

La maggiore difficoltà che si opponga alla sua realizzazione consiste nel credere che, per attuarla, sia necessario dare il voto a tutti, ciò che costituisce invece l'unico metodo sicuro per distruggerla. Il suffragio universale la uccide. Le persone di alta levatura morale e mentale la desiderano; ma esse sono in trascurabile minoranza nelle sezioni elettorali. Il signor Ognuno, come Voltaire lo chiamò (e noi dobbiamo ora aggiungere la signora e la signorina Ognuno), ha il terrore di esser governato, un'intensa ripugnanza a essere tassato e una forte avversione a ricevere ordini da un funzionario governativo, anche quando in caso contrario rischia di essere reso schiavo e spogliato dei suoi averi da gente sua pari, priva di responsabilità e autorità. La sua mente, quando riesce a oltrepassare la cerchia ristretta dei suoi affari personali e familiari, è piena del romanticismo della guerra vista da un punto di vista cavalleresco, e la sua immaginazione si lascia trasportare dall'adorazione del suo oratore favorito o di famosi capitani di terra e di mare, che hanno ucciso il maggior numero di stranieri. Egli è favorevole a qualsiasi legge negativa che si frapponga tra lui e il potere dello Stato: alla Magna Carta, all'Habeas Corpus, alla libertà di parola per se medesimo, per il giornale e per le pubbliche adunanze del suo partito, concessioni che egli estende con riluttanza anche agli altri a patto che essi condividano le sue idee e le sue preferenze; ma un semplice accenno a qualsiasi legislazione positiva fa sì che lui e i suoi innumerevoli simili si precipitino a votare contro. Si può governarlo, soltanto ingannandolo fin dall'inizio. E' stato quindi sempre necessario ingannarlo più o meno; ma al momento di rendere il Parlamento realmente rappresentativo, il diritto di voto di cui egli dispone ha reso la democrazia impossibile ad attuarsi. Nonostante tutti i suoi pregiudizi, le sue superstizioni e le sue romantiche illusioni, egli si conosce troppo bene per votare per se stesso. Ciò non toglie che egli si risentirebbe se gli fosse tolto il diritto di voto. Rimane da vedere fino a qual punto i veri democratici possono ingannarlo fino a farlo votare per la propria emancipazione.

Nel 1920 Sidney e Beatrice Webb, le nostre massime autorità in materia, dimostrarono in modo molto convincente, in un libro intitolato "Progetto di costituzione per la comunità socialista", che un unico Parlamento, anche se non infestato dai partiti, non può governare una civiltà complicata come la nostra. L'uomo che sa fare tutti i mestieri non è esperto in niente. I Webb proposero la creazione di due Parlamenti: l'uno politico e l'altro sociale. Gli argomenti e i fatti da essi addotti erano incontestabili: di conseguenza il problema fu risolto, come di consueto, non facendo alcuna attenzione alla loro proposta. Ora è facile ignorare un libro o i suoi autori; se non fosse che i fatti rimangono, l'affare sarebbe bell'e chiuso. Ma se i fatti sono ignorati troppo a lungo, le cose cominceranno ad andar male. E uno dei fatti è che se tutti i problemi sociali, politici, commerciali, culturali e artistici sono amministrati da un solo organismo, e il voto per l'elezione di tale organismo deve essere perciò un voto onnivalente dato ogni cinque anni o giù di lì dal signor Ognuno, questi ha diritto di essere compatito. Immaginate la sua perplessità in una elezione generale! «Sono stato appena convinto da un candidato del partito laburista» egli dice «che se le miniere saranno nazionalizzate potrò comperare il mio carbone a metà del prezzo che pago ora. Ma egli ha promesso al mio vicino Smith che voterà per la revisione del Libro delle Preghiere; ora questo non potrei sopportarlo: per me è basso ateismo. Il candidato conservatore mi dice che difenderà fino alla morte il Libro delle Preghiere; ma egli è proprietario di metà di una miniera di carbone nel Durham e non vuol sentir parlare di ribasso dei prezzi del carbone. Mi dicono che egli sia un anglicano cattolico, il che è per me poco meglio che un cattolico della Chiesa del papa; perché io, grazie a Dio, sono un inflessibile protestante. Sono d'accordo con tutto ciò che dice il candidato liberale sulla libertà e sulla necessità di sbarazzarsi di tutti questi asfissianti ispettori che vengono a interferire nei miei affari con i loro regolamenti, il controllo governativo e altre cose del genere; ma egli è un repubblicano e ha la sfrontatezza di dirlo; io sono invece per il re e la Nazione. L'indipendente sembra essere il più simpatico di tutti; ma vuol fare una pace negoziata e renderci tutti schiavi di Hitler. Inoltre non ha alcuna probabilità contro gli uomini di partito, e a me non garba che il mio voto vada sciupato. L'altra volta c'era un comunista, ma ci rimise il suo deposito elettorale. Robinson votò per lui, ma vi assicuro che aveva l'aria di un pazzo. Per fortuna questo è un paese libero e non sono costretto a votare se non ne ho voglia. Così non voterò affatto. Al club ognuno crederà che abbia votato per il suo candidato. In ogni modo queste elezioni sono una bella turlupinatura; i candidati ottengono i nostri voti promettendoci una determinata cosa, e appena sono eletti fanno proprio l'opposto. Guardate la storia della parità aurea! Guardate la "pace con onore" di Monaco! Puh!».

La proposta dei Webb sistemerebbe il Libro delle Preghiere, le miniere di carbone e molte altre questioni, in scompartimenti separati; ma il successo avuto dal nuovo sistema sovietico in Russia ci convince che la soluzione del problema va al di là del progetto dei due Parlamenti. Il signor Ognuno in Russia può dividere i suoi voti tra una dozzina di organismi governativi; i candidati sono persone che egli conosce e i cui figli potrebbero sposare le sue figlie o viceversa senza degradarsi. Il signor Ognuno inglese crede di essere governato soltanto da due autorità: la Camera dei Comuni, eletta dal suo voto, e la Camera dei Lords, che egli spera sarà presto abolita, sebbene quest'ultima lo rappresenti in fondo assai meglio, dato che nasce anch'essa per caso come lui. In realtà egli è governato da altrettante autorità quante ne esistono in Russia: dal suo Sindacato o Associazione professionale, dalla sua Società Cooperativa, dalla sua Federazione di datori di lavoro, dalla sua Chiesa, dai suoi banchieri, dai suoi imprenditori e dai suoi padroni di casa. La maggior parte di questi organismi esercita su di lui un potere (praticamente senza alcuna responsabilità) quale nessun Ministero responsabile pretenderebbe di avere. L'uomo qualunque può essere privato del suo impiego ed essere gettato sulla strada a morire di fame o a vivere di sussidi forniti dal suo datore di lavoro, senza una ragione plausibile o un utile rimedio. Il medico può essere inabilitato e rovinato, l'avvocato espulso dai ruoli, il prete o il parroco interdetto, l'agente di cambio o lo speculatore espulso dalla Borsa, se si oppone a regolamenti per i quali non gli è stato mai chiesto il consenso. Egli non può essere registrato quale membro di nessuna professione o mestiere qualificato, a meno che non sottostia a esami e a corsi di apprendista, sui quali non ha alcun controllo. Le dittature commerciali e professionali tengono ben poco conto delle sue aspirazioni di libertà; esse lo tassano e lo controllano a ogni passo; tuttavia, ogniqualvolta qualcuno propone di mettere questi controllori sotto il controllo dello Stato, egli urla che gli stanno distruggendo la sua libertà. Grida come un'oca spennata che non vuol diventare a nessun costo schiavo, perché, non avendo esperienza della vera libertà, non sa che cosa sia.

Non bisogna però prendersela col moltiplicarsi delle autorità; al contrario quante più autorità separate e specializzate esistono, tanto più è possibile passare dal ridicolo principio «Ogni uomo, un voto» del sistema dei partiti all'ideale democratico «Ogni questione, un voto». Ma bisogna che vi sia qualche pubblico controllo delle autorità, per garantire il benessere della comunità contro le scandalose tirannie che si generano quando manca ogni controllo. E se la democrazia vuol essere un principio centrale deve avere un organo centrale. L'organo può avere un centinaio di registri, ognuno con la sua separata fila di canne; ma qualcuno deve suonare l'organo; e sebbene il signor Ognuno possa essere del tutto incapace di usare la tastiera, tuttavia chiunque la maneggi deve suonare musiche che piacciano al signor Ognuno, altrimenti un giorno o l'altro egli romperà l'organo, ucciderà l'organista e morrà per fame di musica, a meno che non abbia la pazienza di aspettare che venga costruito un nuovo organo e che sia stato trovato un nuovo organista, col rischio di averli poi nettamente inferiori a quelli di prima. Se il signor Ognuno si costruisce da solo un organo e si prova a suonarlo lui, sarà certamente peggio. Se poi non viene consultato in proposito, e non gli piace la musica, il nuovo organo farà la stessa fine di quello vecchio. Esiste qualche sistema per uscire finalmente da questo vicolo cieco?

Certo che esiste. Ma prima di inculcarlo nella testa del signor Ognuno devo sgombrarla da molti rifiuti per farvi posto. E per cominciare devo rendere giustizia a quel signore. In un recente romanzo di H. G. Wells, il signor Ognuno è rappresentato da un certo signor Albert Edward Tewler. In una mia recente commedia la signora Ognuno è rappresentata da una certa signorina Begonia Brown. Ambedue appartengono alla piccola borghesia. Tewler è un uomo di vedute ristrette e un idiota ignorante, per i cui poteri di comprensione Kentish Town è già troppo grande. Begonia ha vinto premi alla scuola della contea e ha un enorme concetto di se stessa; ma il suo ardente patriottismo consiste nell'essere pronta a morire in difesa della sua nativa Camberwell contro Peckham. (I londinesi capiranno da questo chi siano Tewler e Begonia; ma per gli altri devo spiegare che Kentish Town, Camberwell e Peckham sono soltanto sobborghi confinanti fra di loro della stessa metropoli.) Begonia diventa la prima donna che assuma la carica di Primo Ministro, ma troppo tardi per figurare nella commedia in tale veste.

Ora, non è certamente vero che tutti gli abitanti di Londra, e tanto meno quelli delle isole britanniche, debbano essere altrettanti Tewler e altrettante Begonie. L'intelligenza del signor Wells è certamente più grande di quella di Tewler, e quella di Bernard Shaw più cosmopolita di quella di Begonia. Dietro a Wells e a Shaw esiste una considerevole categoria di persone abbastanza intelligenti da comprare i loro libri e divertirsi alla loro lettura, o almeno criticarli. Esse formano attualmente soltanto una "intellighentzia"; ma sono il nucleo germinale di una vera aristocrazia, il cui avvento è ormai prossimo. Siccome costoro però sono molto meno numerosi dei Tewler e delle Begonie aventi diritto di voto, e sono da loro incompresi, sospettati, temuti e odiati, mentre d'altra parte vengono disprezzati quali intellettuali nei più ricchi quartieri commerciali e tollerati dalla "crema" della società solo come servi di categoria superiore e geni divertenti ("giullari di società") purché non si occupino di politica, è impossibile che siano eletti a posizioni di responsabilità nei pubblici affari.

Poiché inoltre la loro capacità permette loro di guadagnare bene e di farsi una posizione agiata lavorando per se stessi, essi sono indotti a stare alla larga dalle agitazioni popolari e dalla sporcizia della politica e a formare una aristocrazia privata, lasciando che il proletariato sofferente e la plutocrazia politicante vadano a farsi benedire insieme. Così, mentre nelle strade di Parigi e di Pechino venivano esposti a scopo di edificazione del popolo criminali torturati sulla ruota o tagliati in mille pezzettini, le più eleganti raffinatezze della civiltà venivano godute dall'"intellighentzia" francese del diciottesimo secolo e dai mandarini cinesi del diciannovesimo. Sebbene da noi oggi non si pongano più sul lastricato del cortile della prigione le persone indiziate che si rifiutano di rispondere alle contestazioni mosse contro di loro, come fanno spesso i membri dell'esercito repubblicano irlandese, e non si ammucchino più su di loro dei pesi finché muoiano o acconsentano a parlare, e sebbene quando condanniamo un prigioniero a ricevere novanta frustate gliene diamo dieci col gatto a nove code, tuttavia il nostro codice penale è ancora orribilmente crudele e spietato e potrebbe essere chiamato addirittura brutale e barbaro se si riscontrasse in qualche animale o in qualche tribù primitiva la colpa di mantenere istituzioni simili alle prigioni di Dartmoor o di Mountjoy. Tredici anni a Dartmoor sono molto più crudeli di una tortura sulla ruota; ma poiché ciò avviene lontano dagli occhi degli intellettuali, essi possono permettersi di ignorarlo. E infatti lo ignorano. Vi è soltanto un pubblico servizio che li obbliga a entrare in contatto con questo stato di cose: il servizio di giurato. Come membro dell'"intellighentzia", anch'io dovetti assoggettarmi a questo servizio fintanto che non fui colpito dai limiti d'età. Ben lungi dal pretenderlo come un diritto, cercai ogni artificio per tenere il mio nome lontano dalla lista dei giurati, e in questo fui fortunato. Così facendo fui senza dubbio un perfetto rappresentante della mia classe.

Nulla impedisce agli intellettuali di prender parte alla vita politica della nazione; soltanto essi sono troppo ansiosi di starne fuori. Di tanto in tanto qualche famoso assassinio li induce a fare schizzinose proteste contro la pena capitale; ma appena il ministro degli Interni è indotto a sospendere la condanna e pone l'assassino in salvo a Dartmoor o in qualche simile posto infernale, essi si ritengono soddisfatti e il caso viene dimenticato per sempre dai giornali. Lo slancio evolutivo però non va soggetto al suffragio universale. Esso specializza una parte degli intellettuali per gli affari pubblici così come specializza altre persone per la poesia, la pittura, la musica, il diritto, la medicina, la religione, il combattimento, lo sport e il delitto. Da Confucio e Lao Tse, Socrate e Platone, Gesù, Budda e Maometto, Marx, Engels, Bentham, Richard Wagner, Ruskin, Morris, Stuart Mill, i Fabiani, Lenin, Trotsky e Stalin, la successione apostolica dei rivoluzionari non si è mai interrotta. Ma sebbene essi abbiano governato città per breve tempo come Calvino a Ginevra, il mutamento è stato soltanto nominale: i nuovi Governi sono altrettanto brutali dei vecchi. Gli adoratori di Gesù instaurano l'Inquisizione spagnola e intraprendono in suo nome la guerra dei trent'anni; i militanti nazisti in Germania credono di essere buoni seguaci di Nietzsche e sono guidati da un discepolo di Wagner, le cui ultime parole al mondo furono: «alla saggezza attraverso la pietà» ("durch Mitleid wissend"). E' pur sempre vero, come ho detto in qualche altro libro, che la conversione dei selvaggi alla cristianità è in realtà la conversione della cristianità alla barbarie.

Non vedo nessuna via di uscita da queste difficoltà, fintantoché i nostri democratici insistono nel dire che il signor Ognuno è onnisciente e onnipresente e si rifiutano di riesaminare il suffragio universale alla luce dei fatti e del buon senso. In che misura il signor Ognuno ha bisogno del controllo del Governo per essere protetto dalla tirannia? In che misura è egli capace di esercitare questo controllo senza rovinare se stesso e far naufragare la civiltà? Sono queste domande veramente senza risposta? Non lo credo.

Sono d'accordo nel riconoscere che il signor Ognuno deve essere autorizzato a scegliere i suoi governanti, non fosse altro che per salvarlo dal pericolo di essere governato in maniera intollerabile. Ma fino a che punto dovrebbe poterli scegliere? Gli si potrà permettere di scegliere un vitello d'oro come fece nel deserto del Sinai, o un gatto come fece in Egitto, o un idolo come fa ora una setta chiamata "I testimoni di Jehovah", o Titus Oates o Lord George Gordon o Horatio Bottomley, per non parlare degli idoli ora viventi? Sicuramente no. Sarebbe come lasciare in libertà un asilo infantile tra i veleni di una farmacia, o aprire le gabbie a tutti gli animali dello zoo. Vi è abbastanza possibilità di scelta tra la gente per bene da consentirci di dare al signor Ognuno tutta la facoltà di controllo che gli spetta. Questo è così ovvio, che quando la democrazia cominciò con i parlamenti noi li tutelammo richiedendo ai candidati un certo censo, che assicurasse ai nostri legislatori una istruzione elementare; senonché questi abusarono del loro potere in modo così disastroso nel loro interesse di classe, che il requisito del censo fu messo da parte a favore di coloro che non avevano alcuna qualifica, il che costituì un salto dalla padella nella brace, del quale stiamo ora scontando le conseguenze.

Che gli uomini siano assai diversi in fatto di competenza politica, è una questione di semplice storia naturale. Tale competenza varia infatti non soltanto da individuo a individuo, ma secondo l'età dello stesso individuo. Di fronte a questo fatto positivo, è sciocco continuare a pretendere che la voce del popolo sia la voce di Dio. Quando Voltaire disse che il signor Ognuno era più saggio del signor Qualcuno, non aveva mai visto il suffragio universale all'opera. Per fare un mondo occorrono tutti i generi di persone, e per mantenere una civiltà alcune di esse devono essere uccise come cani arrabbiati, mentre altre devono essere messe al comando dello Stato. Fintantoché le diverse attitudini non siano esattamente classificate, non potremo mai avere un suffragio scientifico, e senza un suffragio scientifico ogni tentativo di democrazia fallirà, come è accaduto sempre.

La classificazione è quindi il primo passo verso una democrazia genuina, e di conseguenza è giusto che essa abbia un capitolo a sé.

6. CONOSCERE IL NOSTRO POSTO
Molti anni fa cominciai a studiare la questione della classificazione chiedendo a H. M. Stanley, il giornalista che esplorò l'Africa alla ricerca di Livingstone, quanti dei suoi uomini avessero dimostrato qualità di capi nei brevi intervalli in cui egli doveva lasciare loro il comando della spedizione. Egli rispose immediatamente e con sicurezza: «il cinque per cento». Insistetti per sapere se quanto mi aveva detto fosse una congettura improvvisata, oppure un dato esatto. Ammettendo che quella percentuale sia esatta, in mancanza di una stima più accurata, possiamo calcolare che, sulla nostra popolazione di quaranta milioni di abitanti, soltanto due milioni siano atti ad esercitare una qualche azione di Governo.

Ne deriva immediatamente la domanda: quale azione? Stanley trovò che una persona su venti poteva assumere le sue stesse funzioni di comando in Africa. Ma se egli avesse avuto bisogno di un Giulio Cesare, non avrebbe certamente trovato un uomo su venti e neppure uno su mille, ma soltanto un uomo in tutto il mondo conosciuto: vale a dire, non avrebbe avuto nessuna possibilità di scelta. Il papa Giulio secondo avrebbe potuto trovare una quantità di pittori per decorare la Cappella Sistina, ma un Michelangelo solo. Il nostro re Giacomo aveva dozzine di drammaturghi a sua disposizione, ma soltanto uno Shakespeare, e dopo la morte di Shakespeare non si trovò più nessuno come lui. Giacomo secondo non avrebbe potuto trovare un altro Shakespeare né per amore né per forza.

Tra questi casi estremi, ovverossia tra l'apparizione di un superuomo nel corso di quindici generazioni o giù di lì, e il cinque per cento giornaliero di Stanley, vi sono molte vocazioni e molti gradi di capacità in ciascuna di esse. Io non oso pretendere di essere il miglior commediografo di lingua inglese, ma sono convinto di essere uno dei migliori dieci, e posso quindi forse essere qualificato fra i migliori cento.

All'infuori della sua vocazione naturale, il più grande genio può essere una persona del tutto insignificante. A teatro io sono una persona che rende; in un osservatorio astronomico sarei licenziato alla fine della prima settimana, o al più sarei incaricato di spolverare e pulire i telescopi, cosa che farei anche peggio di una qualsiasi buona cameriera. Ora, il successo di ogni iniziativa dipende dal fatto che chi se ne occupa sia per vocazione naturale al suo giusto posto: un conservatorio di musica non può essere infatti diretto con successo da un sordo, né un'accademia di pittura da un daltonico, come hanno provato alcuni esperimenti in proposito. Il più grande e difficile problema del mondo è l'organizzazione, e l'amministrazione di un moderno Stato democratico, che deve trovare per ogni cittadino un'utilizzazione rimunerativa, senza mai costringerlo a ricorrere al sussidio per la disoccupazione. Se lo Stato sarà governato da persone inadeguate al loro compito o sciupate nel posto loro assegnato, esso piomberà nei peggiori disastri e dovrà per forza ricorrere a qualche avventuriero napoleonico, abbastanza folle da essere ambizioso e tuttavia abbastanza abile, come ebbe a dire Mussolini, da ripulire le stalle di Augia.

Bisogna ora fare un'altra distinzione. Sessanta anni fa, mentre passeggiavo una domenica in Hyde Park, dove qualsiasi riformatore sociale o apostolo religioso può radunare attorno a sé una folla semplicemente fermandosi e cominciando a parlare all'aria, mi incontrai con un certo capitano Wilson, che ora temo sia stato dimenticato. Costui stava predicando un vangelo, che chiamava comprensionismo, e invitava i suoi ascoltatori a diventare comprensionisti. Ma un mondo di persone che comprendono potrebbe essere, o forse sarebbe, un mondo di incapaci. La comprensione è una cosa molto differente dalla facoltà di esecuzione. Gli uomini d'azione, abili e pronti nelle questioni pratiche, raramente sono pensatori. Il mondo è pieno di solerti avvocati che non hanno alcun senso del diritto, di dottori per i quali la biologia potrebbe anche non esistere, di preti senza un barlume di religione, di giornalisti sconsiderati che ripetono abitualmente decine e decine di frasi fatte, di consigli di amministrazione che fanno soltanto quello che fu fatto l'ultima volta, di lavoratori specializzati che del loro lavoro conoscono poco più che non le macchine che stanno maneggiando, così come di Cancellieri dello Scacchiere i quali, convinti che quanto più una nazione esporta tanto più è ricca, ritengono che l'ideale della prosperità per una nazione sia di non produrre niente per uso interno e tutto per il commercio estero. Credo che sia stato Palmerston, il nostro più grande ministro degli Esteri, a dire: «Se desiderate essere informato male su di un paese, consultate un uomo che vi sia vissuto per trent'anni e ne parli la lingua come uno del luogo».

Gli utopisti non devono concludere con questo che nessuno dovrebbe essere autorizzato a praticare un mestiere o una professione se non ne è perfettamente edotto. Sarebbe come sostenere che un bambino non dovrebbe essere messo al seno della madre finché non si sia fatta una cultura sul metabolismo del cibo. Gran parte dei nostri affari deve essere trattata da gente che non capisce quello che sta facendo, ma sa farlo anche senza capirlo. Lo farà o meno nel modo migliore; ma bisogna pure farli in qualche modo, i nostri affari; ed è sempre meglio farli nel modo peggiore, piuttosto che non farli per niente. I genitori a esempio devono attualmente curare che i loro figli ricevano il nutrimento. Ne consegue che alcune madri, pur molto affettuose, nutrono i loro figli con gin o aringhe affumicate, e i loro mariti con carne e bevande distillate o fermentate, perfettamente convinte che senza di queste non potrebbero mantenersi in forza. Esse dovrebbero essere istruite meglio alle scuole elementari. Ma nello stesso tempo bambini e mariti devono pur nutrirsi in qualche modo. Le aringhe affumicate, il gin, la carne di bue e la birra possono essere peggiori dei cereali, delle verdure e delle bevande leggere; ma sono sempre meglio che niente.

L'istruzione è però limitata dalla capacità di assimilarla, nonché dal tempo a disposizione dell'allievo e dalla necessità di scegliere le materie più proficue per la vita. Anche i geni più dotati non possono studiare tutto. Io sono un competente commediografo; ma nulla potrebbe fare di me un competente matematico. So maneggiare una macchina calcolatrice, e oso dire che mi si potrebbe insegnare a usare le tavole dei logaritmi così come uso una macchina calcolatrice; ma impiego meglio il mio tempo a scrivere libri e commedie. Quanto al resto, o non lo faccio o devo trovare qualcuno che lo faccia per me, oppure, se lo faccio io, devo farlo alla carlona, usando il metodo senza pretendere di capirlo. Nella letteratura e nell'arte drammatica io sono una celebrità: in una fabbrica di aeroplani sarei considerato un deficiente. Quando considero quello che so e quello che ho fatto (per quanto non tutto quello che ho fatto), ho un'alta opinione di me stesso. Quando considero quello che non so e quello che non so fare (e che sono spesso costretto a fare), mi sento come si sentirebbe un verme se potesse sapere quanto è grande il mondo.

Ma vi prego di non concluderne che, essendo io assolutamente un profano in fatto di meccanica e matematica, non possa capire l'immensa importanza democratica della matematica e della fisica. I calcolatori prodigio e i grandi inventori non possono avere una simile comprensione. Newton fu così grande matematico che, quando inventò il calcolo infinitesimale, lo tenne segreto come un artificio extraprofessionale, sinché Leibniz lo inventò anche lui e ne fu altamente lodato. Tuttavia Newton, nell'attento studio che compì sulla cronologia storica, fu credulo come un bambino. Confondendo colui che agisce con colui che capisce, siamo arrivati in Inghilterra a credere che i metafisici e filosofi siano dei pazzi e gli uomini pratici delle guide sicure. Non vi è dubbio che gli uomini pratici sappiano dove si trovano, ma non sempre sanno dove stiano andando, mentre i pensatori, che sanno dove stiamo andando, non sempre sanno dove stiamo.

La democrazia dovrà fare i conti non soltanto con le diversità di vocazione ma con il grado di abilità nelle singole vocazioni. Quando fu iniziato uno studio sistematico sul benessere del bambino, si trovò subito che l'autore della popolare canzone «si dice che nessuno può prendere il posto della madre» sapeva ben poco di madri e di bambini.

D'altra parte, quando William Morris disse che è dubbio quali siano le persone più adatte a prendersi cura dei bambini ma che senza dubbio i genitori sono le peggiori, egli presentava la sua tesi con evidente esagerazione. E' sempre necessario esagerare in partenza, per ottenere che la gente si disponga ad ascoltare e resti impressionata. Io lo faccio abitualmente e deliberatamente.

Quando alcune persone presero a considerare il benessere dei bambini, che era un settore trascurato dall'assistenza sociale, i fatti le costrinsero presto a classificare le madri in tre categorie: a) madri che potrebbero allevare i loro bambini (o quelli degli altri) meglio di quanto ogni altra persona potrebbe o vorrebbe fare; b) madri che potrebbero farlo abbastanza bene, con un po' di istruzione e di guida; c) madri che sono assolutamente e incorreggibilmente incapaci di educare bambini; in queste ultime sono comprese non soltanto quelle che allevano i loro bambini in modo tale da farne ladri e prostitute, o quelle violente e crudeli ma quelle che rovinano i figli adorandoli stupidamente e gelosamente. Dovremmo anche considerare quei genitori che per la loro povertà sono costretti a mandare i loro bambini a guadagnare un po' di denaro con lunghe ore di lavoro faticoso, invece di educarli o dar loro opportuni svaghi. Questo è comunque un problema che bisogna risolvere mediante leggi sulle fabbriche e sull'educazione o mediante una migliore distribuzione del reddito nazionale. La rozza divisione in tre categorie, media, superiore alla media e inferiore alla media, è una divisione naturale e continuerà sempre ad esserci a dispetto di ogni sviluppo della legislazione sulle fabbriche o del socialismo.

Poiché la critica delle nostre istituzioni si è andata interessando sempre meno delle sofferenze individuali e sempre più delle organizzazioni sociali, questa rozza divisione in persone comuni, teste dure e geni è affiorata da tutte le parti. Nella professione medica, nella quale un praticante con un vecchio diploma conferito 50 anni fa può intraprendere le più moderne operazioni o prescrivere cure da lungo tempo ripudiate dalle scuole mediche, troviamo che i dottori sono come le madri: la maggior parte di essi capace di cavarsela nei casi difficili con la guida di altri medici chiamati a consulto, che formano l'aristocrazia della professione, e una percentuale deteriore di gente che non dovrebbe essere mai autorizzata a entrare nella stanza di un ammalato, poiché la sua presenza diminuisce grandemente la probabilità di guarigione del paziente. Vi sono avvocati famosi per il numero dei loro clienti impiccati benché innocenti; predicatori le cui prediche, per quanto brevi, sono insopportabili; generali il cui inevitabile destino è il disastro; e nel mazzo si possono contare coloro che sono un fallimento totale, le celebrità e i tipi medi. Nulla può alterare la naturale differenza di grado nelle specifiche facoltà umane.

In una società come la nostra, dove la proprietà privata delle fonti di produzione ha prodotto una mostruosa disparità nella distribuzione del reddito nazionale, con la conseguenza di un sistema di caste che preclude tutte le professioni alle persone prive del censo considerato indispensabile per esse, non dobbiamo meravigliarci molto dell'incompetenza e della deficienza che ci affliggono; questo è l'effetto della pressione sociale che si sforza di continuo di far entrare pioli quadrati in buchi tondi. Uno dei miei nonni era molto dotato per il lavoro manuale. Il suo "studio" era attrezzato come una bottega di falegname. Egli si costruiva da sé le sue barche e, se fosse vissuto del suo genio di artigiano, sarebbe stato un utile membro della società. Sfortunatamente la sua condizione era quella di un gentiluomo di campagna a cui era proibito di fare denari con il dono della sua abilità manuale. Egli non aveva la minima attitudine per l'amministrazione dei suoi possedimenti. Anzi, non ci viveva nemmeno: poiché lì non c'era la possibilità di fare del buono sport, se ne andava in un altro paese ancor più selvaggio, dove cacciava, sparava e pescava (nella barca che si era costruita lui stesso) a sazietà; sapeva montare qualsiasi cavallo, anche difficile da maneggiare, e centrava il bersaglio con ogni tipo di arma da fuoco. Nello stesso tempo, tutto quello che fece come proprietario terriero fu di lasciare il suo possedimento alle cure di un agente e di ipotecarlo al punto di non poterlo più riscattare. Egli non era per natura incompetente o inattivo, anzi del tutto l'opposto: era soltanto un piolo quadrato in un buco tondo. In una società organizzata intelligentemente, avrebbe fatto una utile e redditizia carriera come artigiano. Come membro della classe proprietaria era... ciò che era.

Uno dei miei bisavoli se la cavò meglio mediante una straordinaria frode sociale. Egli si presentava in tutto e per tutto come un tipico gentiluomo di campagna sposato con il miglior sangue irlandese. Tuttavia contemporaneamente ammassava ricchezze facendo l'usuraio in uno dei più poveri quartieri di Dublino. E' per me un mistero biologico come egli potesse avere un nipote sfornito delle sue qualità come me. Difficilmente avrei potuto superare gli anni di una povertà giovanile impostami dagli editori, se non fosse stato per la parte rimastami dei profitti della sua usura.

Ma tralasciando questi casi, che scompariranno, se e quando la società si organizzerà in modo più intelligente e tutti i pioli quadrati troveranno non soltanto buchi quadrati, ma saranno anche obbligati dalla pressione sociale a stare dentro di questi invece che fuori, vi sarà sempre un irriducibile minimo di diversità nell'abilità pratica in ogni professione. Non voglio dire con questo di aver fatto una grande scoperta: infatti tutti gli Stati, democratici o plutocratici, tengono conto di questo principio, istituendo corsi di apprendista, esami, diplomi, registri, regolamenti, ordini professionali e altri espedienti, per affidare l'esercizio dei mestieri e delle professioni alle persone che si sono qualificate mediante anni di studio e di pratica, come meccanici specializzati, dottori, dentisti, avvocati, parroci, ragionieri, architetti e così via.

Vi sono però varchi pericolosi nelle barriere create intorno alle professioni. Per esempio, una persona di abilità affaristica di prim'ordine, che abbia creato un'impresa per la produzione di beni o servizi vitali dando in tal modo lavoro a migliaia di proletari, può lasciarla in eredità a un parente, in genere al figlio, la cui capacità può essere di secondo o terz'ordine o anche del tutto negativa; così l'impresa, sebbene vada avanti sui vecchi binari, non può adattarsi ai nuovi processi o ai cambiamenti delle condizioni sociali, e finisce per morire di vecchiaia. In un'impresa socializzata questo non può accadere: nessuno si sogna ora di permettere che i posti nel corpo dei funzionari siano riempiti per eredità, eccettuata la Corona, la cui successione, se lasciata incerta o aperta a ogni concorrente, potrebbe causare una guerra civile a ogni morte di re; d'altronde il trono non può essere dissipato al gioco in una sola notte o lasciato a qualche parente o conoscenza favorita, come avviene in un'impresa privata.

La lacuna più pericolosa consiste tuttavia nell'omettere l'intelligenza comprensiva dalla lista delle professioni specializzate. Si ammette generalmente che tutti siano capaci di condurre un'impresa e che del pari sappiano scegliere la persona più adatta alle funzioni di Primo Ministro. Ne risulta che molti dei nostri affari sono amministrati da persone che non sanno comprenderli in una visuale ampia; analogamente i Primi Ministri capaci di una politica intelligente sono in verità molto rari. Il signor Ognuno è libero di provarsi nell'uno e nell'altro mestiere e fare del suo peggio in entrambi.

Ma vi è una particolare esigenza democratica, nel caso della famiglia del signor Ognuno, che fa sì che ogni tentativo di restringere le sue attività politiche sollevi una feroce opposizione. Quando la legge diventa uno strumento di oppressione, come lo sono molto spesso le leggi, specialmente prima che siano state emendate alla luce dell'esperienza, sono i signori Ognuno che sanno dove la scarpa stringe. Bisogna quindi che essi abbiano delle assemblee nelle quali possano sfogare le loro lamentele, agitarsi per invocare i rimedi cari al loro cuore, promuovere risoluzioni e voti di fiducia o di sfiducia, proporre progetti di legge, rivolgersi al Governo perché li adotti e li metta in opera e criticare impunemente il Governo in tutta la misura del possibile. E poiché a tali assemblee devono presenziare i governanti, che non potrebbero d'altronde mandare avanti gli affari dello Stato se dovessero stare a sentire le doglianze del signor O., della signora O. o della signorina O. per più di poche settimane ogni due anni, una libera e quotidiana discussione e agitazione deve effettuarsi a mezzo dei giornali e dei libri, che dovrebbero avere gli stessi privilegi dei comizi. Ciò che noi chiamiamo libertà di riunione, libertà di parola, libertà di agitazione, libertà di stampa, sono dunque necessità democratiche. Dovendo poi le assemblee rappresentare quanto più è possibile gli uomini qualunque, bisognerebbe che esse fossero formate mediante sorteggio come le giurie, o con qualche altro metodo che renda impossibile la distinzione in partiti. I legislatori e i governanti dovrebbero al contrario rappresentare il meno possibile l'uomo qualunque, senza però arrivare al punto di essere inumani.

L'assemblea degli uomini qualunque ci darà tutto ciò che di buono c'è attualmente nel Parlamento. Nel privare il Parlamento di poteri che esso non possiede realmente, che non ha mai posseduto e che non può possedere, noi non perderemo niente. La preminenza del nostro Gabinetto è altrettanto assoluta quanto quella del Politburò o Sovnarkom russo (o comunque essi chiamano il loro Gabinetto di uomini politici e industriali in questi tempi di mutevoli denominazioni). Ma il male è che, siccome il Parlamento può dare il potere a chiunque gli piaccia senza esigerne alcuna prova scientifica di capacità politica, noi abbiamo Gabinetti e anche Primi Ministri che sono fanfaroni e buoni a nulla, bigotti, plutocrati, conservatori e reazionari, pericolosi, indesiderabili, analfabeti, anti-intellettuali e ridicoli fantocci di tutti i generi. Resta il problema di come limitare la facoltà di scelta del signor Ognuno alle persone politicamente competenti, classificate e graduate secondo il loro grado di competenza. Questo non lo possiamo fare, finché non sappiamo chi siano le persone competenti. Bisogna perciò cominciare in qualche modo a compilare elenchi di persone mentalmente capaci di funzionare in maniera soddisfacente come consiglieri di parrocchia, consiglieri di distretto e di contea, assessori municipali, ministri di Stato per gli Interni, per il Tesoro, la Finanza, gli Affari Esteri e così via. Sarebbe bene chiamare albi questi registri, poiché abbiamo tutti confidenza con gli albi dei medici e possiamo quindi facilmente abituarci agli albi dei Primi Ministri.

Ma non potremo riuscire a questo senza prove e misure antropometriche. Il nostro metodo attuale per collaudare l'attitudine di qualcuno alle funzioni legislative è dato dalla maggioranza dei voti da esso ottenuti in località che variano talmente quanto a popolazione e carattere da non poter fornire nessun criterio sicuro di competenza. Per le più alte cariche abbiamo la selezione fatta dal Primo Ministro, che raccomanda al re la persona adatta. Ma poiché né il Primo Ministro né il re possono conoscere tutte le persone tra cui potrebbe avvenire la scelta, questa è limitata al circolo delle loro conoscenze, che è molto più piccolo del numero delle persone qualificate disponibili. Lo stesso sistema evidentemente non è neppure applicabile alla burocrazia permanente, che deve essere reclutata tra molte migliaia di persone assolutamente sconosciute a Downing Street o a Buckingham Palace. Per costoro, dopo aver provato a lungo il sistema delle raccomandazioni in alto e del lavoro obbligatorio in basso, ci siamo ridotti ad adottare il sistema cinese del concorso con l'aggiunta di visite mediche e di colloqui personali con i candidati. Negli ultimi tempi sono venute di moda le "prove d'intelligenza" con sistemi più semplici; ma esse sono soltanto un'estensione del sistema del concorso e non cambiano nulla nella faccenda.

Non abbiamo veramente nessun'altra alternativa al sistema del concorso, ora che ci troviamo di fronte all'esigenza democratica di un censimento della capacità politica e di una gerarchia di albi basata su di essa? Anche questo argomento meriterà un capitolo a sé, più avanti.

7. L'EGUAGLIANZA
Democrazia significa eguaglianza: ma cosa significa eguaglianza? Naturalmente non significa che siamo tutti eguali in fatto di disposizione per la politica o per qualsiasi altra attività. La natura ci divide inesorabilmente in una massa di persone che differiscono nelle attitudini e nelle capacità, con una percentuale di babbei e una percentuale di geni. Ma poiché i bisogni materiali degli uomini sono gli stessi, il cibo, i vestiti e l'alloggio possono essere razionati in maniera eguale; e gli uomini sono tutti egualmente indispensabili. Una ordinanza abbisogna di più cibo e consuma più presto i suoi vestiti di un attempato ammiraglio; ma un eguale stipendio provvederà al mantenimento dell'uno e dell'altro: ambedue sono egualmente necessari alla flotta; la loro comune civiltà è una parte necessaria della civiltà della nazione e anzi del mondo. Gli ammiragli pari-grado sono pagati allo stesso modo, siano essi dei Byng o dei Nelson; lo stesso accade per le ordinanze, svelte o lente, brave o stupide.

Tutte le comunità civili consistono in massima parte di classi entro le quali gli stipendi o i salari sono gli stessi; la misura varia da classe a classe secondo il livello di vita usuale, ma non da individuo a individuo, per quanto differenti possano essere i caratteri e gl'ingegni. Le differenze di carattere e d'ingegno non possono essere stabilite in danaro: nessuno per esempio può dire che siccome il signor Joe Louis, campione del mondo dei pesi massimi, può guadagnare in 15 riprese di tre minuti più di quello che guadagna Einstein in 15 anni, la sua attività valga 180.00 volte più di quella di Einstein. Nessuno riuscirebbe ad assolvere l'incarico di fissare i guadagni di entrambi in base ai loro meriti: sarebbe come cercar di misurare in danaro la differenza di valore che per la stessa famiglia possono avere una padella e una Bibbia.

I prezzi delle padelle e delle Bibbie sono fissati non secondo i rispettivi valori intrinseci, ma secondo il loro costo marginale di produzione: cioè a dire, di quella produzione che si svolge nelle circostanze meno favorevoli. Le Bibbie sono più a buon mercato che non le bottiglie di liquore, e i tagli di vestiti che non gli anelli di diamanti, sebbene abbiano un valore infinitamente più grande. Il rimedio è che il Governo controlli la produzione in base alle esigenze sociali, così che nessuno possa comprare un anello di diamanti finché vi sono bambini che vanno in giro nudi e cenciosi, e che esso provveda a che i cittadini non paghino per i beni necessari più del loro costo medio di produzione. Ma prima di raggiungere questo grado di socialismo, o di civiltà, o di umanesimo scientifico o come altrimenti volete chiamarlo, il Governo dovrà provvedere il paese di ordinanze e di ammiragli, e fissare conseguentemente i loro prezzi. Ora è facile per un uomo di Stato democratico arrivare alla conclusione che, siccome tutti costano lo stesso per quanto riguarda vitto, vestiario e un alloggio decente, e senza che entrino in gioco le differenze di abilità, la soluzione più semplice sia quella di dare a tutti la stessa quota di reddito nazionale. Una simile conclusione lo porterà però a urtare contro il fatto che costa di più produrre un ammiraglio che un'ordinanza, sebbene i loro bisogni, come esseri umani, siano gli stessi. Se noi li riduciamo tutti a un comune denominatore, avremo un'eccedenza di ordinanze e nessun ammiraglio.

Il costo di produzione di un lavoratore varia secondo il genere di lavoratore richiesto. In Giappone il costo di un operaio che lavora il cotone è di un penny all'ora. Nel Lancashire è di 20 pence. Nella Russia zarista il costo di produzione di un lavoratore comune era di 24 scellini al mese. Nel Commonwealth britannico i coloni bianchi ritengono che i lavoratori negri dovrebbero essere grati perché ricevono una capanna, un pezzetto di giardino, il privilegio di essere sudditi britannici, l'insegnamento della dottrina cristiana da parte di missionari, e otto scellini al mese di paga.

Ora non è possibile procurarsi nello stesso modo legislatori e amministratori, tecnici ed eruditi, avvocati, dottori e preti, artisti e filosofi: essi costano istruzione, cultura, nutrimento adatto, isolamento, decoro e qualche agio. Quando il Governo sovietico in Russia volle dare a tutti i lavoratori una quota eguale del reddito nazionale che il loro lavoro produceva, trovò che essi non producevano abbastanza perché si potesse dare a ognuno di loro qualcosa di più dell'elemosina guadagnata dall'operaio peggio pagato sotto il Governo degli zar. I Sovieti dovevano o aumentare il reddito nazionale sino a renderlo bastevole a pagare ogni lavoratore in base al suo valore professionale, il che non era immediatamente possibile, o fare a meno di una classe tecnica e burocratica, il che avrebbe significato esporre l'esperimento comunista a una bancarotta sicura. Si dovette pertanto rinunciare all'eguaglianza dei guadagni, in via provvisoria; e non sarà possibile ritornarvi sinché il dividendo nazionale non raggiungerà il livello professionale. Questo livello è raggiungibile e si profila già la possibilità di raggiungerlo in breve tempo; ma intanto la Russia ha una burocrazia e una classe di professionisti che guadagnano 10 volte più degli spaccalegna e degli idraulici.

Lo statista che miri a una eguale distribuzione dei guadagni troverà che deve fissare un livello di paga tale che nessun uomo di genio sia impossibilitato a raggiungere il suo pieno sviluppo creativo per mancanza di mezzi. Poiché questo livello sorpasserà all'inizio quello che si ottiene dividendo tutto il reddito nazionale per il numero degli abitanti, egli dovrà mantenere i guadagni della burocrazia e dei professionisti al livello prescelto, a carico del reddito nazionale. Dovrà poi distribuire il resto nel miglior modo possibile, usando ogni mezzo per incrementare il reddito nazionale e adoperando questo aumento per portare le paghe più basse a un livello sempre più alto, finché tutte siano giunte al livello prescelto e sia così ottenuta virtualmente, se non matematicamente, l'eguaglianza dei guadagni.

L'eguaglianza matematica non è infatti fine a se stessa. Gli uomini politici con cui Stalin perse la pazienza, chiamandoli in tono di derisione mercanti dell'eguaglianza, non soltanto stavano protestando per ottenerla prima che fosse possibile organizzarla, ma non previdero che, quando fosse stata raggiunta, avrebbe perso la sua importanza.

Anche nella società capitalista vi è un livello, raggiunto il quale essa cessa di avere importanza. La differenza tra una classe di persone che guadagna un paio di centinaia di sterline l'anno o meno, e quella che ne guadagna un paio di migliaia o più, è disastrosa, perché alla classe che ne guadagna duecento, fisicamente vigorosa e abitualmente industriosa, la povertà preclude la possibilità di coltivare le sue naturali doti di comando e il suo ingegno; la classe che ne guadagna più di duemila, debilitata dall'ozio e dal parassitismo, è esclusa dalla possibilità di mescolare il suo sangue con quello dei lavoratori. Ma tra la classe di chi guadagna 5000 sterline l'anno e quella di chi ne guadagna 50000 (i milionari), questa restrizione nella selezione eugenetica non esiste. La loro educazione è la stessa. Tutte le carriere sono egualmente aperte a coloro che hanno ingegno. Essi si associano a condizioni di parità: appartengono agli stessi clubs, mangiano cibi eguali, indossano vestiti eguali, vivono nelle stesse strade dello stesso quartiere elegante della città. Alcuni di loro possono avere cinque case e altri soltanto due; ma possono vivere soltanto in una alla volta. Usano gli stessi avvocati e gli stessi dottori; fanno le spese negli stessi negozi. In breve, possono sposarsi gli uni con gli altri. Vi è un così piccolo vantaggio personale nell'essere 10 volte più ricco del proprio vicino, che i milionari come Carnegie e Pierpont Morgan, Ford e Morris, fanno dono del proprio denaro superfluo e istituiscono fondazioni come il Rockefeller Trust o il Pilgrim Trust, per sbarazzarsi del denaro di cui non hanno bisogno usandolo per "opere di bene".

Un lascito di 20000 sterline, che costituisce un sogno dorato per un pover'uomo, fa bestemmiare un ricco perché gli dà la noia di esigerlo e di investirlo. Di conseguenza, quando tutta la popolazione sarà stata portata al livello delle 5000 sterline di guadagno, i principali fini dell'eguaglianza di reddito saranno assicurati; e il Governo, pur continuando a curare che nessuna classe diventi più povera, non avrà bisogno di impedire ai singoli di diventare più ricchi se vi riescono e pensano che ne valga la pena. Una tale ambizione può anzi essere incoraggiata, quando costituisca un incentivo ad aumentare la produzione. Nell'U.R.S.S. è stato riscontrato che era impossibile aumentare la produzione o anche mantenerla allo stesso livello, finché non fu introdotto il pagamento a cottimo, invece di quello proposto dai mercati di eguaglianza. Quando il socialismo democratico avrà raggiunto la sufficienza dei mezzi, l'eguaglianza delle opportunità e la possibilità per tutti di sposarsi l'uno con l'altro, organizzando la produzione nel suo ordine naturale, dalle cose necessarie a quelle di lusso, e i tribunali non saranno più corrotti da avvocati mercenari, il suo lavoro sarà compiuto; queste cose, infatti, e non astrazioni matematiche come l'uguaglianza dei redditi, sono il suo vero fine. L'attuale stratificazione della società sarà livellata fino al punto in cui le varie possibilità della natura umana non saranno più soffocate; ma rimarrà sempre la natura umana con le sue iniziative, le sue ambizioni ed emulazioni, con le persone superiori che faranno da pionieri, con le persone di valore medio che saranno conservatrici, e con quelle relativamente inferiori addette ai compiti loro più conformi, tutte ben nutrite, istruite al massimo della loro capacità, libere di sposarsi tra di loro. L'uguaglianza non può essere spinta più lontano.

8. A PROPOSTA ABOLIZIONE DELLE CLASSI
La Civiltà comporta la divisione del lavoro. L'uomo isolato deve saper fare tutti i mestieri. La domanda: «che mestiere fai?» non ha significato per Robinson Crusoe: tutto ciò che egli può rispondere è che fa il mestiere dell'uomo. Ma in seno a una società egli è stagnino, sarto, soldato, marinaio, ricco, povero, farmacista o ladro, a seconda della sua occupazione. Nella civiltà moderna vi sono molte più denominazioni, e quando le denominazioni comportano differenti guadagni una denominazione indica in pari tempo una classe e una occupazione. E poiché il signor Ognuno disprezza le persone che guadagnano poco, mentre adora le persone che guadagnano molto, egli diventa uno snob nel suo atteggiamento verso i relativamente poveri e un lacché nei riguardi dei relativamente ricchi. Si crede in genere che questa duplice volgarità sia caratteristica della classe media, dato che essa sta tra il proletariato e la plutocrazia, ma essa è egualmente forte a ogni livello di reddito. Il meccanico specializzato disprezza il lavoratore: il plutocrate, insolente verso l'artigiano, s'inchina alla persona di sangue reale ancor più profondamente che il suo maggiordomo. In tutte le classi vi è un piccolo numero di uomini, repubblicani o comunisti per natura, che usano le stesse buone maniere con tutte le classi; ma essi sono nondimeno obbligati a vivere lontani dalla gente più ricca o più povera di loro, perché questa ha necessariamente abitudini differenti e una diversa possibilità di spendere il denaro. Persone che hanno le più diverse occupazioni, ammesso che i loro redditi siano eguali o abbastanza abbondanti da lasciare un margine in più, possono associarsi senza imbarazzo. Cacciatori di volpi e pescatori di trote s'incontrano a tavola con astronomi e filosofi in case di campagna su piede di parità. Quando io ero giovane, un pari non poteva fare visita a un negoziante; ma ora le figlie di pari ultratitolati danzano ai balli di grandi negozianti e anzi vanno lì a cercarsi marito. Infatti a lungo andare il denaro porta ovunque, mentre la mancanza di esso prostra anche il più orgoglioso dei pari.

Ciò nondimeno la divisione di classi creata dalla differenza di reddito produce effetti indipendenti dalle differenze dei redditi e spesso contrari. Il sarto di mio padre, che era un uomo molto più ricco di mio padre e conosceva per esperienza personale la mancanza di fondi di quest'ultimo, lo trattava come una persona a lui socialmente superiore, poiché ambedue ritenevano che un negoziante sia socialmente inferiore a un commerciante; e mio padre, quando entrò negli affari, era un commerciante all'ingrosso. Quando io da ragazzo avevo bisogno di un vestito nuovo, mio padre comprava alcuni metri di stoffa e li portava da un sarto più povero, che sedeva a gambe incrociate sulla tavola del suo minuscolo negozio e non era certamente un gentiluomo.

Una vecchia consuetudine aveva stabilito che un gentiluomo non potesse avere rapporti privati con l'uomo che gli cuciva la giacca e i calzoni. Questo modo di fare durò anche dopo che i principali sarti di Savile Row a Londra o di Dawson Street a Dublino erano diventati dei principi del commercio e i loro cognomi erano diventati familiari nei più eleganti circoli della città. Il pronipote di un duca poteva anche diventare un poveraccio, in condizioni di non poter pagare il suo ricco fornitore di formaggio; ma il fornitore di formaggio, per quanto ricco, non si sarebbe mai arrogato di mettere in discussione la sua supremazia sociale.

Mi ricordo dell'epoca in cui la paga media di un impiegato a Londra era di 15 scellini la settimana, mentre quella di un operaio specializzato era di 2 sterline; tuttavia la gente faceva fare ai figli la carriera dell'impiegato e non quella del muratore, falegname o aggiustatore, perché il vestito nero, il colletto duro e la penna erano più rispettabili della giacchetta di fustagno, dei calzoni alla cacciatora, del cesello, della sega e del martello. L'impiegato, ben più povero del meccanico, era almeno più ricco del contadino con i suoi 13 scellini o del bracciante dell'Oxfordshire coi suoi 8 scellini e due o tre bambini. Io richiamo alla memoria questi oggi pressoché incredibili dati inglesi per norma di coloro che ripudiano a priori qualsiasi cambiamento come utopia, in base al concetto che la natura umana (e intendono parlare della condotta umana, che è infinitamente mutevole) non può essere mutata.

Mi vien fatto di riandare col pensiero le più strampalate convenzioni di classe. Sessant'anni fa, prima che scomparissero dalle case i martelli delle porte e quando l'andare a toglierli via di notte era un passatempo da bellimbusti, io, che mi considero un gentiluomo, domandavo il permesso di entrare con un susseguirsi di colpi assolutamente personale che sembrava il crepitio di una mitragliatrice. Una persona di basso ceto era però autorizzata a battere soltanto un colpo, a meno che non fosse il postino, nel qual caso egli dava due colpi, decisi e violenti, grazie al suo incarico. Poiché i campanelli non si potevano maneggiare in questo modo, la casa di un signore aveva due campanelli, uno per i visitatori e uno per i fornitori. Non era allora concepibile che si potesse bussare o suonare il campanello in maniera non consona al proprio rango sociale. Cominciammo pertanto inevitabilmente ad associare mentalmente il colpo singolo alla persona povera, con ragione, e finimmo, senza ragione, per rispettare la persona povera che bussava a ritmo di una mitragliatrice e disprezzare quella che dava un solo colpo, anche se era più ricca della prima.

Ora, è molto più difficile sbarazzarsi di questi riflessi condizionati, come li chiamano adesso i nostri scienziati, che non delle distinzioni di classe, dovute unicamente all'incompatibilità tra il modo di vivere del ricco e quello del povero. Queste differenze scompariranno, quando quella quota base del reddito nazionale che noi chiamiamo stipendio minimo sarà salita fino al punto in cui 10000 sterline in più di reddito annuo non possano più dare al beneficiario privilegi di vitto, vestiario, alloggio e istruzione inaccessibili al signor Ognuno e non lo esimano dal fare giornalmente la sua parte di lavoro per la nazione, così come non lo esimono oggi dal servizio militare.

Finché ci saranno distinzioni di classe basate sulle differenze di reddito, e dovranno essercene ancora per un considerevole periodo di tempo, non vi è nulla di più stupido e crudele che cercare di porvi rimedio ignorandole. Le nostre principali scuole pubbliche, fondate per l'istruzione dei poveri, sono diventate riserve dei ricchi; i nostri più sconsiderati riformatori propongono di correggere questa situazione ingiusta, introducendo nelle scuole dei ricchi gli scolari vincitori di borse di studio delle scuole elementari; così Eton e Harrow verrebbero ad avere, a detta di costoro, dal dieci al quindici per cento di ragazzi provenienti da famiglie i cui precari guadagni vanno da due a quattro sterline la settimana, e dall'ottantacinque al novanta per cento di alunni provenienti da famiglie i cui guadagni vanno da trenta a mille sterline la settimana. Non si potrebbe immaginare un compromesso peggiore. Il ragazzo delle due sterline e quello delle trenta sono, si voglia o no, due animali del tutto differenti. Ambedue sono casi estremamente indesiderabili e dovrebbero essere portati allo stesso livello senza guardare in faccia a nessuno; ma quello di metterli a prematuro contatto non è il sistema migliore per arrivarvi. Uno degli attuali vantaggi della scuola di Eton è che al disopra di un certo livello le manifestazioni snobistiche non sono permesse. Il ragazzo delle mille sterline alla settimana può anche darsi delle arie nei riguardi di quello delle trenta sterline o del figlio del povero prete che è obbligato per tradizione a considerare l'educazione in una «scuola pubblica» come un'assoluta necessità e che ci arriva solo con una borsa di studio. Se il padre del ragazzo è un professore, questi è altrettanto rispettabile che se suo padre fosse un marchese. A scuola, i due ragazzi fanno la stessa vita: il cibo è lo stesso, l'alloggio lo stesso, le abitudini di tavola le stesse; i vestiti gli stessi; l'accento lo stesso; il modo di fare e il tono della voce gli stessi; la politica, la religione, i pregiudizi, gli interessi pecuniari sono gli stessi. I ragazzi sono dei giovani signori; mentre i ragazzi delle due sterline nelle scuole elementari sono dei «cafoni». I «cafoni» chiamano i giovani signori: damerini. Un cafone abbastanza sfortunato da finire in una comunità di damerini deve o trasformarsi in un signore, senza avere le abitudini e l'accento che tale pretesa presuppone, o rassegnarsi a essere un infelice e un pesce fuor d'acqua, così come lo sarebbe un damerino in una scuola sovrappopolata di bambini provenienti dagli "slums".

Il rimedio non è pertanto quello di obbligare in modo violento i cafoni e i damerini a stare nella stessa scuola, ma di modificare la distribuzione del reddito nazionale in tal maniera, che il livello di vita e di cultura di Eton possa essere anche raggiunto da coloro che dimorano nei quartieri popolari, i quali in seguito a ciò abbandoneranno i loro sporchi rioni ed educheranno i loro figli in modo altrettanto dispendioso di come sono educati quelli di Eton. Poiché Eton deve già mantenersi dentro le possibilità dei genitori che hanno un reddito di quattro cifre e tratta nello stesso modo anche i figli di genitori con un reddito a sei cifre, si può lasciarla continuare per la sua vecchia strada sino a che un bel momento cessi di essere una riserva di plutocrati viziati e di nobili lupacchiotti, destinati a sfruttare e comandare vasti greggi di cafoni, e si trasformi invece in una scuola ordinaria dove i ragazzi dovranno essere educati a guadagnarsi il pane, lavorando socialmente in comune con tutti i loro concittadini in un mondo dove non vi siano più cafoni e dove l'attuale parassitismo del ricco venga considerato come una disgrazia invece di essere motivo di onore e di riverenza. Eton pertanto non ha che due alternative davanti a sé: uniformarsi alle altre scuole, o mantenere la sua unicità specializzandosi in qualche dimenticato ramo di cultura, di scienza, di belle arti o anche di galateo.

Nel frattempo, però, sarà meglio che l'esclusività di cui questa scuola è simbolo si coltivi in scuole separate per ricchi e poveri, con distintivi gelosamente differenti. Bisogna insegnare ai cafoni a vergognarsi delle loro strade sporche e della loro povertà, ma ad essere nello stesso tempo profondamente orgogliosi della loro dignità di lavoratori e fieramente sdegnòsi nei confronti dei ricchi parassiti. A loro volta i damerini dovrebbero essere incoraggiati a rifiutare di accettare in sorte una squallida povertà e l'ostracismo sociale, o di distruggere le loro tradizioni eroiche o la pretesa che le loro scuole siano un vivaio di uomini di Stato potenziali. I damerini di Eton e i cafoni del Politecnico dovrebbero venire a contatto gli uni con gli altri soltanto in zuffe stradali, la cui organizzazione potrebbe essere considerata come legittima parte dei loro esercizi fisici, oppure nelle aule di esame e nei laboratori, dove le loro capacità e le loro pretese saranno saggiate in modo imparziale.

Non immaginiamoci però che la scomparsa della divisione in classi, basata sulle differenze di reddito, possa produrre un fronte unico che comporti per tutti l'obbedienza all'esortazione fatta da Cristo ai suoi discepoli, di amarsi gli uni con gli altri. Quando non vi saranno più paria e saremo tutti intersposabili, la società sarà più compatta, ma non sarà per questo più quieta né meno incorreggibilmente litigiosa. L'uguaglianza di redditi, l'abolizione dei privilegi e la possibilità di sposare persone di ceto diverso già esistono attualmente a vari livelli, nei mestieri, nelle professioni, nei ceti e nelle classi. Tuttavia a ogni livello vi sono differenti fedi religiose, partiti politici, tendenze, combriccole, gusti e capacità, molti dei quali possono generare guerre civili di estrema violenza. Attualmente abbiamo una quantità di proletari, che sono troppo preoccupati della loro lotta per l'esistenza e delle lunghe ore di lavoro per occuparsi di politica o di religione. E al vertice della società abbiamo persone che, non avendo preoccupazioni economiche, né alcun lavoro da fare, e consumando sette pasti al giorno, sono troppo indolenti per poter discutere di questioni religiose o politiche. Quando questo stato di cose sarà superato, il numero di coloro che discuteranno aumenterà fortemente e tutta la società diventerà polemista e partigiana. Il leone può starsene in pace con l'agnello, o almeno astenersi dal mangiarlo; ma quando mai potrà il monarchico starsene con il repubblicano, il quacchero con il ritualista, il deista con l'ateo, il cattolico romano con l'anglicano e l'uno e l'altro con il protestante, il bergsoniano col darwiniano, il comunista con l'anarchico, l'imperialista con l'idealizzatore del Commonwealth, il giainista col bramino, il musulmano con l'indù, lo scintoista col buddista, il nudista col pudico eccetera eccetera? Le controversie tra costoro non sono ancora finite: sono state soltanto momentaneamente dimenticate nella suprema emergenza della lotta tra capitale e lavoro, proprietà privata e proprietà pubblica. Quando questa lotta sarà decisa e finita, ritorneranno tutte a galla, con molte altre nuove per ingarbugliare ancora la matassa.

La gente priva di immaginazione disprezza il socialismo, perché teme che riduca la vita a uno stagno. Nessuna apprensione fu mai più ingiustificata. Milioni di cittadini arroganti e ben nutriti, con un sacco di tempo a disposizione per litigare, procureranno a tutti un eccitamento tale da soddisfare anche gli spiriti più inquieti. Qualunque sia il limite entro cui riusciremo a contenere la nostra incorreggibile litigiosità britannica, dovremo ancora separarci in partiti, fedi e tendenze. Quando le differenze di grado e di guadagno saranno state dimenticate, le differenze di temperamento e capacità produrranno una separazione analoga a quella che capita tra i figli di un stessa famiglia. Anche nelle famiglie le separazioni vengono con l'adolescenza. Ho conosciuto numerosi uomini eminenti che avevano dei fratelli. Chiesi a uno di essi di suo fratello. Egli disse: «Oh, siamo ottimi amici. Naturalmente non potrei stare in sua compagnia nemmeno due giorni; ma poiché non ci vediamo mai, tutto va sempre bene». Tutti avranno osservato come spesso i parenti vicini, anche quando sono in apparenza molto uniti, si tengano a distanza gli uni dagli altri. Un figlio e una figlia possono per temperamento preferire un gruppo di persone in mezzo alle quali padre e madre si sentirebbero intrusi. A sua volta la cerchia dei genitori può essere tale che i figli, o alcuni di essi, vi si sentano così a disagio, che il successo della loro vita dipende dal sapersene districare completamente. Abramo Mendelssohn ebbe la sfortuna di essere il padre di un famoso compositore e il figlio di un famoso teologo. Il padre di Dickens ben difficilmente avrebbe potuto trovarsi a suo agio con Maclise, Stanfield, Macready e tutto lo stuolo di celebrità di cui suo figlio era il centro. La figlia di Dickens mi disse di non poter immaginare niente di più terribile che il destino di un genio costretto a vivere in una famiglia di gente comune. Quei figli che, per avere ereditato il nome del padre e presa la stessa professione, si crede possano ereditarne il genio (pensate al figlio di Mozart e a quello di Wagner), farebbero bene a cambiar nome e a tener segreta la loro parentela per evitare l'inconveniente di essere classificati come buoni a nulla anziché essere rispettati come competentissime mediocrità.

Nelle famiglie generalmente il massimo che possa capitare è che ci si dichiari amichevolmente d'accordo sul fatto di avere idee differenti: il disaccordo non arriva mai fino al punto di provocare una guerra civile. Le guerre civili, nelle quali possono trovarsi a combattere nelle parti opposte i parenti più stretti, sono però possibili sia in regime socialista sia in regime capitalista. Considerate per esempio il fatto che alcune persone sono piene d'energia e altre relativamente pigre. Vi è gente che fa colazione a letto e si alza alle undici del mattino, e gente che preferirebbe lavorare 10 ore al giorno e ritirarsi a vita privata all'età di 40 anni. Altri sarebbero invece molto soddisfatti di ritirarsi all'età di 60 anni, dopo aver lavorato 4 ore al giorno. Questi ultimi potranno a loro volta suddividersi in gente che desidera lavorare tre giorni alla settimana fino alle ore piccole per avere poi tre giorni di riposo, e altri che desiderano invece una settimana ininterrotta di lavoro a orario ridotto. Gli artisti come me, che aborrono il tran tran dell'ufficio e il lavoro di fabbrica, chiederanno che le giornate lavorative impiegate macchinalmente in attività da automi siano il più possibile brevi, così da poter avere ogni giorno il massimo di tempo per scrivere libri, comporre musica, dipingere quadri o modellare statue, finché il successo non permetta loro di praticare queste arti come professionisti e li liberi per sempre dagli uffici, dalle fabbriche, dalle miniere e dai campi. Altri non ne vorranno sapere di essere automi e vorranno lavori interessanti che tengano desta la mente.

Vi è poi la questione del reddito. Anche quando tutti saranno sufficientemente educati a capire la necessità dell'uguaglianza dei redditi, il che comporta un reddito tipo al quale tutti gli altri devono tendere, con ciò non avremo ancora definito quale debba essere questo reddito, ma soltanto aperta la discussione in proposito. E allora saranno gatte da pelare.

Alcuni diranno: «fateci vivere con 20000 sterline all'anno e metteteci in condizioni di guadagnarle». Altri diranno: «dateci una vita semplice e altamente intellettuale con un modesto guadagno di 1000 sterline all'anno».

Nessun Governo, per quanto socializzato, può scansare tutte queste difficoltà lasciandoci fare quello che ci pare e piace. Esso deve fissare la misura del reddito nazionale. Deve fissare le ore lavorative e l'età del collocamento a riposo. Le sue decisioni provocheranno l'ira di numerosi gruppi di cittadini; alcuni invocheranno, senza sapere ciò che dicono, un ritorno ai giorni felici (come essi credono) del diciannovesimo secolo e all'immaginaria libertà di cui esso si vantava. Il Governo dovrà mettersi d'accordo con le unioni operaie su quanto debba ricevere l'operaio in denaro da poter spendere come gli pare e piace e quanto debba ricevere in generi di prima necessità e in divertimenti. Il pane e il latte si possono collettivizzare con la stessa facilità con cui ciò è già avvenuto per l'acqua e l'illuminazione stradale, perché sono generi che tutti consumano; ma sarebbe ridicolo impiantare un rifornimento generale di microscopi, tromboni, ciclotroni e telescopi da osservatorio. Anche la produzione di generi alimentari non potrà essere comunizzata senza che sorgano conflitti tra carnivori e vegetariani. Ci attendono tempi piuttosto animati, a quanto pare.

Alcune difficoltà saranno sistemate o si sistemeranno da sé, senza spargimento di sangue; ma ve ne sono altre che bisognerà affrontare molto seriamente. L'uomo energico e attivo e quello pigro e facilone possono essere messi d'accordo variando le condizioni del loro servizio; ma cosa dire dei conflitti tra genitori e insegnanti riguardo all'educazione religiosa dei figli? Il genitore può essere cattolico e l'insegnante protestante; nei protestanti sono compresi i glasiti, i fratelli di Plymouth, i seguaci di Jehovah e i pilastri di fuoco, i presbiteriani, i prelatisti, i neoplatonisti, la Chiesa alta, bassa e lunga, mentre i cattolici comprendono i cattolici romani, che dicono di essere supernazionali, così come lo dicono tutti i cattolicesimi nazionali, gli anglicani, i greci, e tutti gli altri. Quando tutta l'istruzione sarà obbligatoria e comunizzata, come lo è oggi l'istruzione elementare, e il suo scopo sarà quello di fare di tanti piccoli selvaggi dei buoni cittadini, il Governo non dovrà permettere fantastici insegnamenti settari a capriccio dei singoli genitori. Esso deve proteggere il ragazzo contro questo proselitismo e proibire apertamente che gli venga inculcata l'adorazione per Jehovah e la teoria della espiazione col sacrificio di sangue, di cui è pieno il nostro libro di preghiere. L'istruzione laica, richiesta dalla società nazionale secolare e dagli agnostici, è stata messa in discredito dagli studenti americani di psicologia giovanile. Gli psicologi americani, che hanno studiato le menti dei ragazzi, mi dicono che le prime cinque domande di un ragazzo sono: Che cosa? Dove? Quando? Come? Perché?. La Scienza laica può rispondere alle prime tre e rispondere in parte o sperare di rispondere alla quarta; ma la quinta, il Perché? non trova risposta dagli scienziati. Quando ero giovane e il darwinismo era alla sua prima fioritura, gli scienziati amavano dire che tutti i libri della biblioteca del British Museum avrebbero potuto essere scritti dalla selezione naturale senza intervento della coscienza umana, e che sarebbero stati gli stessi parola per parola. Quest'esempio della stupidaggine di cui sono capaci i laici e gli scienziati non è ormai neppure divertente. Bisogna insegnare al ragazzo che egli deve essere un buon ragazzo; e se, quando il ragazzo domanda «perché dovrei essere un buon ragazzo», l'insegnante non ha altra soddisfacente risposta che l'agnostico «non so», il ragazzo perderà ogni rispetto per l'autorità dell'insegnante e si sentirà dire, come accadde a Winston Churchill nella sua scuola preparatoria, che se farà domande irrispettose sarà severamente frustato. Quando ero bambino mi dicevano che se facevo il cattivo avrei passato l'eternità dopo la mia morte a bruciare in un inferno di zolfo, morendo di sete e torturato da una magica combustione che non mi avrebbe mai consumato. Questa favola fece il suo effetto, fintanto che fui abbastanza giovane da crederci; ma quando diventai abbastanza grande da riderci sopra, rimasi senza una plausibile ragione del perché dovessi comportarmi bene, e con l'abitudine di deridere tutti gli insegnamenti religiosi come fraudolenti, ridicoli e impartiti da pazzi superstiziosi e imbroglioni. Fortunatamente in quel periodo mi si era sviluppato il senso dell'onore, che impedì lo svilupparsi dei miei peggiori impulsi e mi indirizzò verso quelli migliori; conclusi pertanto nella mia nuova esperienza di ragazzo ateo che questo naturale senso dell'onore, che non è menzionato in nessun luogo della Bibbia, era la vera fonte del comportamento onorevole ed era del tutto indipendente dall'istruzione religiosa. Io lo classificai allora, e lo classifico ancora oggi, come una passione.

Ma prima che questo senso dell'onore diventasse imperativo, passai attraverso un periodo di incredulità, durante il quale diventai a scuola un bugiardo senza scrupoli e svergognato nel trovare scuse per non aver frequentato le lezioni e per non aver fatto i miei compiti, mentre la vera ragione era che ero troppo occupato a leggere libri leggibili (i libri di scuola erano terribilmente illeggibili), ad ascoltare musica, guardare quadri e girovagare per la collina di Dalkey: a fare cioè cose che mi educavano veramente e mi facevano aborrire la mia prigione scolastica, dove l'arte e la bellezza non avevano posto e dove gli insegnanti, benché infarciti di latino e di greco e nella maggior parte candidati al pulpito, erano relativamente ignoranti da un punto di vista squisitamente culturale. E' comunque facile dire che non dovremmo più raccontare ai ragazzi bugie nella forma attraente di favole e di leggende, e persuaderli che, se prendono in giro le persone anziane, gli orsi usciranno dal bosco e li mangeranno. Perché non dire loro la verità, come la diciamo alle autorità del fisco quando riempiamo i moduli della tassa sul reddito? Ebbene, supponiamo di constatare che i ragazzi all'età di cinque anni sono completamente restii alla verità scientifica; che essi continueranno a beffarsi delle persone anziane a meno di non credere che in tal caso gli orsi li mangeranno; che essi possano credere nei serpenti e nelle scimmie parlanti, in un'arca non molto più grande di una barca e contenente le coppie di ogni specie vivente, e nei profeti che vivono tre giorni nel ventre di un grosso pesce, mentre le Istituzioni di Calvino, il trattato di Bergson sulla Evoluzione Creatrice e il Manifesto comunista non significano niente per loro e non hanno alcun effetto sulla loro condotta! Questo è ciò che accade in realtà. Io ero in grado di leggere il "Pilgrim's Progress" con grande interesse, quando avevo cinque anni; ma un'esposizione dialettica di Marx sarebbe stata arabo per me.

Ora, il Ministero dell'Istruzione ha da fare con ragazzi che hanno da due a cinque anni, per i quali i primi versetti del Vangelo di Giovanni non significano nulla, mentre il primo capitolo della Genesi è intelligente, divertente e interamente credibile. Bisogna educarli per mezzo di favole, leggende, allegorie e parabole, oppure a colpi di pantofola, righello, bacchetta o mediante altre punizioni dolorose, che non insegnano altro che la paura di essere scoperti e fanno dell'insegnante un carnefice ostile e odiato anziché una guida, un filosofo, un amico e un genitore suppletivo.

Coi ragazzi di dieci anni la situazione è diversa: i ragazzi non credono più ai serpenti tentatori, agli asini che protestano e agli orsi che fanno i giudici. Se essi continuano irriflessivamente ad ammettere che esistessero in un remoto passato siffatti grotteschi moralisti, e se si deve insegnar loro a pensare onestamente e seriamente, sarà necessario dir loro con franchezza, quando vengono promossi e ammessi alla classe corrispondente alla loro età, che le storie degli orsi erano discorsi da bambini, che devono essere messi ora da parte per far posto alle lezioni di storia naturale e di astronomia, le quali ne dimostreranno irrefutabilmente l'inverosimiglianza.

Il passaggio all'adolescenza deve essere similmente accompagnato da iniziazioni e dalla caduta di altre illusioni, riprendendo così una istituzione delle antiche tribù che, per quanto barbara nel rito, corrispondeva però a una necessità sociale.

Un codice scolastico che regoli tutto questo processo non potrà certamente essere messo in pratica senza generare aspri conflitti di opinione. Alcuni dei nostri adulti rimangono bambini di cinque anni in fatto di religione, mentre ne hanno invece cinquanta in fatto di tecnica e commercio. Mi torna nuovamente alla memoria Newton, quando volle applicare la sua prodigiosa capacità matematica a una cronologia del mondo nella supposizione che esso fosse stato creato nell'anno 4004 avanti Cristo, e Cromwell, grande governatore e guerriero, alle prese con immaginari accordi tra Abramo e Jehovah, entrambi i quali costituiscono ora per me, che non sono né un governatore né un guerriero, miti infantili e certamente non edificanti.

Mi rendo conto che la previsione di una società così scientificamente civilizzata, libera da tutte le distinzioni economiche di classi, intersposabile in tutti i ceti, per quanto incoraggiante e rassicurante possa essere per giovani discepoli di Nietzsche che aspirano a vivere pericolosamente quali esploratori di tutte le attività umane, lascerà terribilmente delusi coloro che guardano al socialismo come a un eterno paradiso. Circa 60 anni fa chiesi a un ragazzo molto intelligente (egli aveva finito di scrivere proprio allora un libro di poesie) quale professione volesse intraprendere. Egli mi rispose molto seriamente che, tra breve tempo, non sarebbero più esistite professioni di sorta, poiché il discorso del capo socialista Henry Mayers Hyndman lo aveva convinto che nel 1889, centenario della rivoluzione francese, vi sarebbe stata la rivoluzione in Inghilterra. Io gli ricordai che anche nel più perfetto Stato socialista la gente avrebbe continuato a rompersi le gambe e che pertanto ci volevano chirurghi per accomodarle, che le case non si potevano costruire senza tecnici e capimastri e che i bambini non potevano nascere senza levatrici; in breve, che in regime socialista vi sarebbero state le stesse professioni e gli stessi mestieri di ora, se non anche di più.

Sebbene questo sia chiaro come il sole, lui non ci aveva mai pensato. Aveva considerato il socialismo come una organizzazione nella quale nessuno avrebbe mai sofferto la fame o il freddo, nessuno sarebbe stato malato o ignorante o comunque infelice. Gli avevano insegnato a credere nel paradiso e nell'inferno e lui, invece di prendere in esame queste credenze e di respingerle come favolose, le aveva semplicemente trasferite nell'antitesi di socialismo e capitalismo. Aveva immaginato, invece di uno Stato in cui tutti devono lavorare, uno Stato in cui il denaro non è necessario e nel quale nessuno deve lavorare.

Il suo caso non è poi raro. Di questi tempi si parla molto di un nuovo ordine che verrà dopo la guerra. Vi potrà essere un nuovo ordine, ma questo sarà ancora soggetto come il vecchio alla eterna tirannia della natura, che non è affatto possibile eludere o abolire, anche se la si può democratizzare distribuendone con equità il retaggio di fatica e travaglio. I problemi principali che il socialismo spera risolvere sono quegli stessi che il feudalismo e il capitalismo hanno a loro volta tentato di risolvere, senza riuscirci; molti cittadini rimpiangeranno in futuro quelli che essi chiameranno i bei tempi antichi; essi non capiranno infatti il socialismo più di quanto non capiscano ora il capitalismo, sotto il quale brontolano o gemono. Alla fine dei loro giorni essi avranno ancora cinque anni, dal punto di vista politico. Temo pertanto che sia necessario privarli dei loro diritti e farli governare da coloro che non potrebbero leggere questo libro senza addormentarsi alla prima pagina.

Differenze di classe sotto il socialismo? Partiti, fedi, unioni operaie, associazioni professionali, clubs, sette e combriccole e in più i nuovi albi e registri? Sì: abbondanza di tutto ciò, in un clima forse battagliero, ma che sempre permetta la discussione e il matrimonio: cioè in un clima di eguaglianza.

9. LO STATO E I BAMBINI
L'uomo di Stato non deve mai comportarsi verso i bambini della nazione così come si comporta con i propri. I suoi bambini crescono con una straordinaria rapidità. Egli ha appena deciso il modo di regolarsi con il figlio di cinque anni, che questo è già sparito lasciando al suo posto un ragazzo o una ragazza di dieci. Prima che egli abbia imparato come comportarsi con questo nuovo venuto, anche questo se ne è già andato ed è rimpiazzato da un adolescente di tredici anni. Ed ecco che l'adolescente cresce a sua volta e diventa una persona indipendente, molto più estranea ai suoi genitori di quanto non lo siano i loro coetanei. I genitori sono insensibilmente portati da questa esperienza a considerare l'infanzia come una fase transitoria, che bisogna superare nel miglior modo possibile, finché la crescita sia terminata ed essi non ne debbano più sopportare né il costo né la responsabilità.

Ma i nostri bambini, presi nella massa, non crescono mai. L'infanzia, dal punto di vista dello Stato, non è una fase transitoria: è un'istituzione permanente. Come l'infanzia, così la maturità e così la seconda infanzia, cioè la vecchiaia. Le singole unità si spostano da una all'altra fase, ma in ogni fase vi sono sempre tanti milioni di unità come prima. E ogni fase deve essere per i suoi appartenenti un mondo stabilito, organizzato e riccamente dotato, così come lo è una università. Quando un bambino esce dal mondo dei cinque anni, bisogna che vi sia un mondo di dieci anni che lo aspetti, e oltre a questo altri mondi separati per l'adolescenza, sia iniziale sia tarda.

E' ora evidente che questi mondi non devono essere quelle prigioni infantili che noi chiamiamo scuole e che William Morris chiamò coltivazioni di bambini. Questi inferni sono basati, non su quanto serve per l'educazione, ma sul fatto naturale e sicuro che qualsiasi tentativo fatto da una persona grande per divertire un bambino esaurirà il più forte campione dei pesi massimi molto prima che il bambino, dopo mezzo minuto di riposo a ogni ripresa, si sia stancato a furia di giochi importuni, rumorosi e fisicamente violenti e possa essere messo a letto in modo da sbarazzarsene per la notte. Se questa è l'esperienza del padre, che se ne sta per la maggior parte del giorno fuori di casa, possiamo immaginare quale sia lo sforzo della madre che deve non soltanto far divertire il bambino, ma aver cura di lui sotto ogni riguardo ed evitare che le metta la casa a soqquadro. E' facile cantare «si dice che nessuno può prendere il posto della madre» oppure «casa, casa: dolce dolce casa»; le melodie sentimentali, per quanto possano soddisfare il naturale e reciproco affetto tra genitori e figli, non modificano il fatto che i bambini, nella loro libera e sana attività, sono seccature insopportabili per gli adulti. Bisogna o terrorizzarli in casa o lasciarli liberi per la strada. Qualunque madre non sfrutti i suoi figli come piccoli schiavi infelici è ben contenta quando la legge o l'abitudine sociale la costringono a mandarli a scuola. Così la scuola diventa in primo luogo una prigione dove si chiudono i bambini per evitare che essi importunino ed esauriscano i loro genitori. E i guardiani, per non essere importunati sino alla pazzia dai loro prigionieri, devono mascherarsi da insegnanti e considerare il muoversi o il parlare in classe senza autorizzazione una colpa da punirsi con la bacchetta. E come in una prigione per criminali i detenuti cospirano continuamente contro i loro guardiani, così nella scuola i bambini sono in continua cospirazione contro i loro insegnanti. La prima lezione loro impartita per farli diventare buoni cittadini si trasforma così in una lezione di ostilità verso la polizia, che è la negazione del diritto di essere cittadini. Le loro uniche armi sono le menzogne, e il loro principale divertimento il sabotaggio.

Questo stato di cose, sebbene si verifichi in quasi tutte le scuole, è troppo inumano per essere portato nella pratica alle sue estreme conseguenze. Tra gli Squeers e le Montessori vi sono insegnanti di ogni sorta. Ci sono scuole in cui i bambini sono più liberi e più felici che non a casa. Ma non abbiamo nulla di simile a quella specie di scuola che Goethe prospettò nel "Guglielmo Meister"; e anche se l'avessimo, diventerebbe una scuola da Goethe in erba, piuttosto che una comune scuola di giovani.

Ciò di cui i bambini hanno bisogno non è soltanto una scuola e una casa abitata da persone adulte, ma un mondo di bambini del quale essi possano essere i piccoli cittadini, con leggi, diritti, doveri e divertimenti adatti alle loro capacità e incapacità. Per ciò che riguarda la loro fede religiosa dovremo prospettare loro alcune finzioni; non è infatti utile mettere il trattato sulla "Volontà" di Schopenhauer o l'"Evoluzione Creatrice" di Bergson nelle mani di un bambino che non può capire altro che le favole di Esopo, il libro della Genesi e il "Pilgrim's Progress". Quando il bambino passa dal mondo dei cinque anni a quello dei dieci, potrà trovare qui punti di vista più scientifici e meno immaginari che non le vecchie favole. Non bisogna mettere da parte i vecchi libri; il bambino stesso cambierà, e ricaverà dai libri un profitto sempre maggiore; o minore. Non è necessario che le opere d'arte, di letteratura o altro siano purgate a uso dei bambini. Un bambino di sei anni può leggere l'edizione integrale delle "Notti d'Arabia" senza venire colpito dai passaggi pornografici.

L'istruzione non si limita soltanto ai ragazzi: l'educazione liberale è infatti in massima parte un'educazione per adulti, e continua per tutta la vita nelle persone che hanno uno spirito attivo e non abitudini mentali di seconda mano. Ma l'educazione degli adulti è una cosa a sé stante: tutto ciò che lo Stato può fare è di mettere a loro disposizione i materiali necessari, biblioteche, gallerie d'arte, orchestre, e abbondanza di spazi aperti. Per gli adulti bisogna che vi sia libertà di discussione e di critica; un'istruzione dogmatica è infatti perfettamente inutile come strumento di educazione liberale. Un cittadino che non conosca il suo argomento in modo da poterne discutere farebbe meglio a non interessarsene dal punto di vista politico. I più dannosi e ignoranti dei nostri governanti sono quelli che, avendo ricevuto nelle nostre scuole pubbliche un'istruzione dogmatica, credono a quello che è stato loro insegnato e ne sono soddisfatti. L'uomo comune che crede che la terra sia piatta può essere sotto molti aspetti una guida più sicura dell'erudito il quale ha imparato che è tonda, ma si trova in un imbarazzo tremendo quando viene sfidato sull'argomento da un convinto assertore della teoria che essa è piana, il quale conosca altresì tutti i lati della controversia.

I bambini però non devono essere annoiati con le discussioni. E' necessario insegnare in modo dogmatico a un bambino a vestirsi, almeno dodici anni prima che egli possa essere arringato da un propagandista del nudismo. Bisogna fargli capire che alcune parole e alcuni argomenti non devono essere toccati in una conversazione comune; che non deve chiedere denaro, se non ai suoi genitori; che deve venire a tavola con le mani e i vestiti puliti; che deve obbedire a nove dei dieci comandamenti e ad altri ancora, senza fare domande. Bisogna insegnargli a fare le somme prima che capisca l'aritmetica, e insegnargli le regole grammaticali a memoria, prima che si interessi della lingua. Se quando gli si dice di fare o di non fare qualcosa egli ne chiede la ragione e le vere ragioni sono al di là del suo potere di comprensione, può essere necessario raccontargli una bella storia o dirgli che se non obbedisce andrà all'inferno dopo la morte, o che sarà frustato o che non gli daranno più denari o che gli angeli non l'ameranno più, o che la mamma ne sarà addolorata; in questo campo le più severe bambinaie e le più bigotte governanti possono avere subito più successo dei profondi filosofi, specializzati in psicologia dei bambini; ma poiché un regime di terrore può fare di loro dei nevrastenici e dei vigliacchi per tutta la vita, sarebbe molto desiderabile che si ragionasse con i bambini in maniera adeguata alla loro capacità quanto più presto e accortamente è possibile, e anche quando le ragioni fornite non sono le vere ragioni: in breve, quando bisogna dir loro bugie, le bugie dovrebbero essere piacevolmente incoraggianti, finzioni poetiche e non volgari bugie. Quando io ero bambino e tormentavo le persone più grandi con «che cosa, e dove, e quando, e come, e chi» la bambinaia mi diceva «non fare domande e non ti saranno dette bugie»; ciò che era vero, ma non edificante. Mio padre, che era per me onnisciente e infallibile, fu la mia principale vittima, e uno dei miracoli che ancora mi rende perplesso è la maniera con la quale, sotto questa mia pressione, egli mi dette tante informazioni su argomenti nei quali doveva essere ignorante come me. La domanda finale del bambino, che è sempre «perché», rimane senza risposta, e bisognerebbe forse sempre rispondere con un franco «nessuno lo sa», sebbene gli scienziati stupidi si mettano nel torto, confondendo troppo spesso i «come» coi «perché». Noi tracciamo una linea tra vita giovanile e vita adulta a 21 anni di età; ma questa linea non esiste in natura. Un corridore velocista è troppo vecchio a 19 anni e un uomo di Stato troppo giovane a 70. Un Governo deve fissare i limiti di età per il diritto di voto e per la messa in pensione dalle carriere pubbliche, perché bisogna pure tirare una linea da qualche parte; ma la vita umana non sa nulla di queste stazioni ufficiali, dove la gente deve cambiare treno; noi continuiamo a crescere e a invecchiare, guadagnando dal punto di vista intellettuale e perdendo nello stesso tempo dal punto di vista fisico, e passando attraverso fasi di offuscamento e di perspicacia, di successo e insuccesso, di fortuna e sfortuna, di infelice inefficienza come pioli quadrati in buchi tondi, o di facile e felice attività in buchi adatti a noi, rendendo impossibile allo Stato di classificare i suoi soggetti dopo che hanno raggiunto la loro piena statura, sebbene essi pensino già per conto loro a classificarsi in ogni senso in classi, caste, combriccole, tendenze, sette, partiti, gusti, idee eccetera eccetera; ma l'uomo immaturo deve essere separato dall'uomo cresciuto e istruito, dall'età di due anni fino all'adolescenza, se deve essere reso capace di diventare cittadino quando sarà completamente cresciuto.

Ma la separazione come tutte le generalizzazioni verbali, è soltanto una parola vuota se non se ne definiscono i limiti. Fino a che punto è possibile o desiderabile una separazione? Un'eccessiva separazione presenta difficoltà a cui gli statisti non hanno ancora cominciato a pensare. Prendiamo un esempio curioso.

Un uomo che si era fatto una grande fortuna esercitando il mestiere di negoziante comprò un possedimento nel Surrey e lo attrezzò a luogo di ritiro e di riposo per donne che avessero lavorato (governanti e simili) e fossero riuscite a mettere da parte un po' di denaro, ma non abbastanza per la vecchiaia. Un minimo di risparmio era obbligatorio, in quanto garantiva un minimo di carattere. Il possedimento era per loro un paradiso. Ma invece di essere perfettamente felici, esse diventavano pazze, e il manicomio ne fu pieno prima che i direttori potessero rendersi conto delle cause. L'unica compagnia delle vecchie signore era la loro stessa compagnia: una compagnia di vecchie signore. I direttori dovettero impiantarvi campi da tennis, da croquet e simili, e invitare tutti i giovani della contea ad andarvi a giocare e a fare dello sport. Essi vennero, chiacchierarono e presero il tè con le vecchie signore, che tornarono immediatamente in sé e in normale salute. Senza dubbio, questi contatti erano necessari sia all'educazione dei giovani sia alla salute mentale delle vecchie; ancor più importanti dei contatti dei bambini con gli adulti. I bambini non sono sempre infantili, e i vecchi non sono sempre rimbambiti; io sono stato un bambino e sono ora un vecchio rimbambito, e me ne intendo. La sapienza e le cognizioni di cui è provvisto un bambino alla nascita non si limitano alla digestione del cibo, al cambiamento dei denti, e alla sostituzione al latte materno di una dieta più ricca di minerali. Questi sono risultati meravigliosi; ma vi sono anche eredità mentali non meno notevoli. Sotto alcun riguardi la saggezza dei bambini e dei poppanti, così come la loro digestione, è più sicura di quella che essi avranno quando saranno cresciuti e anche dopo che saranno stati membri del Governo in una mezza dozzina di legislazioni. E i vecchissimi, se ancora continua il processo evolutivo, possono essere dei giovani nel primo albeggiare di una nuova facoltà. Di conseguenza, né la scuola infantile né la tenuta del Surrey rappresentano una soluzione del problema sociale per i giovanissimi e i vecchissimi. Alcuni bambini sono mentalmente più vecchi dei loro genitori, e alcuni settuagenari più giovani dei loro nipoti.

Noi provvediamo in parte a questo mescolando la vita di scuola con quella di famiglia. La giornata del ragazzo è divisa nelle sue 24 ore tra queste due attività. Il collegiale ha le sue vacanze. Ma né l'uno né l'altro dei due espedienti sono soddisfacenti. Non basta organizzare le ore di lavoro del bambino: bisogna organizzare anche quelle di riposo. I nostri collegi pubblici cercano di farlo con i giochi obbligatori. Il generale Baden Powell fece molto meglio, creando i "boy scouts" e le "girl guides", che sono i primi seri tentativi di organizzazione della vita dei ragazzi. A parte il codice penale, non posso immaginare niente di più crudele e di più dannoso che obbligare un ragazzo che abbia la tendenza del naturalista, del poeta, del pittore, del musicista o del matematico, a farsi schiavo del foot-ball o del cricket, mentre dovrebbe starsene a passeggiare o a fare schizzi in campagna, o a leggere o a suonare uno strumento o ad ascoltare un'orchestra alla radio.

Vi è poi la questione dell'isolamento. Vi sono persone che non possono stare sole, talvolta perché ciò le terrorizza, più spesso perché la compagnia è l'unico loro passatempo. Altri sono misantropi; essi possono dire «la mia mente è il mio regno»: prediligono la solitudine e riducono i rapporti con gli altri al minimo indispensabile. Tra questi estremi esiste ogni possibile grado di socievolezza, in quanto tutti hanno bisogno, in qualche momento della giornata, di una stanza solitaria e di un posto per se stessi.

Tra parentesi, l'organizzazione della vita del bambino non deve diventare uno sport di dottrinari che si credono democratici perché vanno pazzi per l'autogoverno attuato mediante il suffragio universale. Uno Stato controllato da bambini e non sorvegliato da adulti sorpasserebbe presto Nerone e lo zar Paolo in crudeltà, ed essi si batterebbero per il puro piacere di battersi, come i Maori.

Le atrocità commesse dagli adulti con l'appoggio dei plebisciti sono abbastanza malvage; ma preferisco non immaginare quello che potrebbero fare i bambini, se lasciati a se stessi. I bambini devono essere educati all'obbedienza verso gli adulti, non perché gli adulti sono fisicamente più forti, ma perché ne sanno più di loro. E gli adulti devono governare, non sempre con la mano forte, che è utile soltanto per la coercizione pura e semplice, ma per il fatto che ne sanno realmente di più e perché hanno l'autorità e il coraggio delle loro idee.

Ora, questa deferenza verso la cultura superiore e verso il carattere non è una servile abbiezione da gettar via quando si diventa adulti e da rimpiazzare con risolute asserzioni di democrazia e di eguaglianza. I bambini imparano nei loro giochi e nelle loro lezioni che essi differiscono molto gli uni dagli altri nelle loro specifiche capacità, e che non possono sperare di eccellere in tutto. Un futuro Newton, capace di sviluppare in un calcolo nuovo quanto ha imparato dall'insegnante di matematica, può essere un incapace nel gioco del cricket; lo stesso lanciatore di palla nel cricket può essere incapace di fare il capovoga in una regata di "outrigger" da Putney a Mortlake. Tuttavia Newton può conoscere le regole del cricket assai meglio del miglior giocatore; e il giocatore di cricket che non sa tenere in mano un remo meglio d'un qualsiasi barcaiolo può allenare un armo da regata meglio del capovoga. Il capire e il saper giudicare, ovverossia la saggezza, sono le arti di un buon governante; e la natura, per quanto prodiga, non sciupa i suoi doni riversandoli su tutti, certa che la società abbisogna di pochi governanti e di molti falegnami, muratori, fornai, tessitori, artigiani e tecnici di ogni genere, compresi i padri e le madri, le levatrici e le bambinaie. La natura provvede abbastanza governanti da dare alla democrazia una scelta sufficiente, nel caso qualcuno debba essere squalificato per povertà, ignoranza e trascuratezza; e la democrazia è l'esercizio di questa limitata scelta dei governanti da parte dei governati. Finché i bambini non saranno educati a capire questo, diventeranno sempre cattivi cittadini, come accade attualmente per la maggior parte di loro.

Ho incluso anche le madri e i padri tra i tecnici necessari alla società umana, per quanto essi siano invero tecnici primitivi. Essi vengono anche prima dei mariti e delle mogli, i genitori esistono anche prima dell'istituzione del matrimonio. Quella dei genitori è una professione molto importante; ma per essa non è stata mai chiesta nessuna prova di attitudine nell'interesse dei bambini. Le tribù possono limitare questa professione con l'esogamia o l'endogamia. Le nazioni civili possono limitarla con le leggi sul matrimonio, con le tavole di consanguineità, con convenzioni private come la classe e il reddito, e considerando il maltrattamento e la trascuratezza dei bambini come un reato. In alcuni rari casi, come quelli del poeta Shelley e di Annie Besant, lo Stato può prendere i bambini dalle mani dei genitori e metterli sotto tutela del Tribunale, per evitar loro il pericolo di un'educazione atea; questa squalifica data ai genitori può essere paragonata con l'espulsione di un dottore o di un avvocato dai ruoli, o con la sospensione di un sacerdote "a divinis". In Cina lo Stato può intromettersi e sciogliere un matrimonio, consenzienti o meno le parti, se esso è indesiderabile dal punto di vista della comunità. Ma queste sono considerate misure di eccezione, poiché l'opinione generale ritiene che il matrimonio benché libero deve essere indissolubile nella misura che la nostra natura può sopportare. Le leggi matrimoniali variano nei particolari dalla Scozia al Giappone, dalla monogamia a una illimitata poligamia; tuttavia in nessun caso ci si pone la domanda se i mariti e le mogli siano atti a generare bambini capaci di diventare buoni cittadini e a educarli opportunamente a tale scopo. Sotto questo punto di vista vi è un tipo solo di matrimonio, mentre vi sono numerose differenze nelle leggi matrimoniali da luogo a luogo. Vi sono anche diversi tipi di unioni possibili: a un estremo abbiamo matrimoni che portano a una società domestica che dura per tutta la vita, e dall'altro rapporti di momentanea intimità fra persone la cui incompatibilità di carattere non permetterebbe una vita in comune. Non voglio dire con questo che le persone incompatibili siano sempre quelle di cattivo carattere, gli egoisti, i lunatici, i bevitori, ovverossia i poco amabili. Newton non si sposò, e neppure Kant. La regina Elisabetta e santa Clara morirono zitelle. Ma dal punto di vista eugenetico essi non erano certamente da disprezzarsi; anzi, li si può benissimo considerare come un'aristocrazia naturale, quella delle persone che non dovrebbero mai essere sterilizzate per nessuna ragione, legale o tradizionale che sia. La società dovrebbe addirittura riservare una posizione di legittimità alla loro eventuale prole naturale.

Vi è poi la questione dell'incrocio di razze e delle razze di colore. Talvolta essa non ha effetto sterilizzante; si dice infatti che la moglie di un cinese non abbandona mai suo marito- non ha importanza di quale nazionalità o colore essa possa essere - e che alcuni dei più bei bambini del mondo siano quelli prodotti dai matrimoni tra lavandai cinesi e ragazze irlandesi. E' difficile che ciò sia provato scientificamente; ma vi è qualche elemento per ritenere che nei climi tropicali e subtropicali, dove i popoli di pelle nera e bruna si moltiplicano e riempiono la terra, la gente dal volto roseo (che ama chiamarsi bianca) muoia, mentre le razze incrociate ci stanno benissimo. Nelle isole Hawaii è ora difficile trovare qualche aborigeno puro sangue: essi sono quasi tutti mezzi sangue, eccetto i giapponesi che non si incrociano. Nella Nuova Zelanda i discendenti dei nostri rispettabilissimi pionieri sono soltanto un milione e mezzo dopo 100 anni di occupazione. Dovrebbero essere almeno dieci milioni. Nel Sud Africa il Governo ha dovuto ricorrere alla immigrazione straniera per tenere in piedi il settore britannico della popolazione. Pare accertato che la causa di questo stato di cose non sia il controllo sulle nascite. La necessità degli incroci di razze va molto al di là della possibilità sociale dei matrimoni misti. Anche nelle Hawaii, in Giamaica e nella Nuova Zelanda, dove la concupiscenza umana ha superato la barriera del colore in misura notevole, non vi è posto legittimo per i bambini, per quanto promettenti, i cui genitori siano reciprocamente incompatibili dal punto di vista domestico. E' concepibile che qualche futuro Governo si decida a salvare i bambini mezzo sangue dal marchio di bastardi e li metta sotto la tutela del tribunale. Quando la povertà sarà eliminata per opera del socialismo, questi cambiamenti saranno più facili. Per esempio, quando si propose che la regina Elisabetta sposasse Ivan il Terribile, la cosa non fu resa impossibile dalla differenza di reddito e di classe. Essi avrebbero potuto mettere al mondo magnifici bambini; ma o si sarebbero separati quasi subito, o Ivan sarebbe ora conosciuto come Ivan il Terrificato.

Io non credo che gli Stati del futuro vorranno o dovranno tollerare ciò che è chiamato l'amore libero. Essi d'altronde tollereranno ben poco di libero che non possano regolare con vantaggio per il benessere generale. Ciò che voglio mettere in rilievo è che, quando la vita del bambino è riconosciuta come un aspetto permanente della vita della collettività e una fase transitoria della vita dell'individuo, ed è legalmente e pubblicamente regolata a spese del pubblico, molte delle onerose condizioni che ora sono connesse alla professione di genitori diventeranno irrilevanti e non necessarie; si nascerà così da matrimoni temporanei, anche se brevi, e da unioni domestiche permanenti. Io stesso sono il frutto di un matrimonio non riuscito tra due persone molto amabili, che finalmente si separarono nella più amichevole maniera e non si videro più, dopo aver passato molti anni insieme nella stessa casa, senza partecipare nei gusti, nell'attività e negli interessi reciproci. Essi e i loro tre bambini non litigavano mai: la convivenza familiare, sebbene non entusiasmante, non era tuttavia spiacevole. La sua atmosfera di buona musica e libero pensiero era salutare; ma come esempio di competenza da parte dei genitori nel guidare, allevare e crescere i figli era così comicamente assurda che fin da allora la tenni presente come spunto per importanti considerazioni.

10. I MOSTRI GENERATI DALLA SCUOLA
Fino a una certa età i bambini sono impressionabili e paurosi come topi, hanno paura del buio e dei fantasmi, dei cani, delle mucche, e di immaginari pericoli di tutti i generi, dai ladri ai serpenti a sonagli. In questa fase della vita possono essere terrorizzati per sempre, come accade ai cani spaniels, derivi il terrore dalla crudeltà fisica o dall'idea di un inferno soprannaturale, o da ambedue le cose insieme.

Se non vengono guastati a questo modo, in seguito essi diventano battaglieri, si vergognano di qualunque pusillanimità e acquistano una crudeltà spensierata dovuta al gusto delle bravate.

Amano l'autorità per se stessa, infliggono con piacere gli stessi castighi che li hanno intimiditi; istituiscono ridicole regole di condotta e di contegno che impongono violentemente e senza pietà, lavorano come schiavi e governano come prefetti; ciò permette ai rettori dei collegi di lasciare la parte più faticosa del loro lavoro agli allievi, con la certezza che il risultato non sarà un'anarchia distruttiva, ma una tirannide spietata e irresistibile.

Questa fase della vita dei ragazzi ha un'importanza politica perché, sebbene non sia una fase della loro vita adulta, può essere prolungata per tutta la vita coltivando sistematicamente questa tendenza o facendo abortire quelle migliori. Ciò avviene con sorprendente successo nei più eleganti collegi d'Inghilterra, benché sia una cosa del tutto innaturale. Nella Germania degli Hohenzollern questo sistema venne adottato ancora più energicamente, e dopo la caduta degli Hohenzollern è stato portato agli estremi limiti dai nazisti. Prendete il caso di un ragazzo che abbia genitori ricchi. Inculcategli la convinzione che il commercio e il lavoro manuale siano tradizionalmente degradanti; che il servizio nell'esercito o in diplomazia siano le uniche occupazioni degne di un gentiluomo, e l'andare a caccia, lo sparare, il cavalcare e il correre a cavallo i suoi unici svaghi; abituatelo a considerare la religione come il fatto di andare in chiesa la domenica con i vestiti migliori nonché chiedere imperiosamente a Dio di fulminare i politicanti e frustrare i malvagi disegni dei nemici, commisto alla devozione per un idolo chiamato Sovrano o Capo, che sia il simbolo vivente del suo paese, e avrete non soltanto il notissimo tipo del giovine plutocrate, le cui idee governano questo misero paese, ma un Dio nazionale dotato di istinti imperiali, pienamente convinto che i collegi eleganti siano il trionfo supremo dell'educazione prescritta dal cielo, dimodoché la verità, l'onestà e la giustizia siano frutti spontanei e sicuri dei loro criteri educativi, e sotto la loro norma gli ottenebrati stranieri debbano trovarsi molto meglio che non a casa propria. Questo è ciò che fanno in Inghilterra ai figli della casta dirigente plutocratica le scuole come Eton e Harrow con i loro corsi preparatori; e poiché la stessa cosa accade a tutti gli Stati plutocratici, abbiamo tanti patriottismi rivali quante sono le lingue e le nazioni, rendendo per questa ragione impossibile ai giorni nostri quella pace cui aspiriamo. Questo stato di cose è in parte una degenerazione del sistema feudale, nel quale la stratificazione per classi era una base morale necessaria. Esso sussiste ovunque fiorì un sistema feudale che ancora mantiene le sue proprietà, i suoi privilegi, titoli, ricchezze e prestigio, mentre affida lietamente i faticosi doveri politici a prefetti, tratti dalla classe media. Non bisogna prestar fede a coloro che ritengono che il presente stato di cose sia una venerabile tradizione risalente all'età della fede e della cavalleria. Fino al diciannovesimo secolo, quando l'aristocrazia feudale cedette finalmente la sua sovranità agli orgogliosi commercianti arricchiti dalla rivoluzione industriale e si mescolò a loro sposandone le figlie, i bambini dei ricchi venivano mandati a scuola non per ottenere titoli di studio, per farsi una cultura, o acquistare quelle cognizioni di cui erano capaci, ma soltanto per essere classificati come membri della "classe elevata". Furono i 50 anni posteriori alla Legge della Riforma del 1832 a produrre quel curioso mostro, noto sotto il nome di "Old School Tie" [1], che eccelle nel cricket, nel tennis, nel golf, ha modi di fare di classe e un accento di classe, non sa niente del mondo in cui viviamo o lo sa in modo errato, ed è mentalmente fornito delle idee di un cavaliere del diciottesimo secolo.

Quando dico che "Old School Tie" è un mostro del diciannovesimo secolo, ciò che è letteralmente esatto, non voglio dire con questo che il prodotto opposto della rivoluzione industriale, il proletario, non sia, a modo suo, anche lui un mostro. Vero è che, siccome lavora per vivere, egli può essere un mostro produttivo e utile e non un mostro rapace e parassita; ma è sempre una creatura perversa e deformata. Io non sono un amico dei poveri e un nemico dei ricchi, come la gente ignorante crede debba essere un socialista. Quando ero bambino, la bambinaia che mi portava a fare del moto, così come avrebbe potuto fare con un cane, mi conduceva negli "slums" dove essa aveva alcuni amici, invece che in posti più belli e più salubri. Naturalmente io odiavo gli "slums" e coloro che vi abitavano. Io voglio ancora fare di tutto per far demolire gli "slums" e sterminare i loro abitanti, e sto scrivendo questo libro appunto a tale scopo, in vista della mia seconda infanzia. Durante la mia vita ho ricevuto scrosci di applausi da platee formate di abitatori di quartieri poveri, cui esprimevo appunto tali sentimenti. Ma appena fui uscito dalle mani della bambinaia ed entrai in contatto con signore e signori, li trovai moralmente altrettanto insopportabili. Nel loro deplorevole snobismo e nella loro ovattata ignoranza di quella che è la vita negli "slums", grazie ai quali essi ingrassavano e dei quali io avevo fatto clandestinamente conoscenza, non potei trovare alcun punto di contatto: anche loro, conclusi alla fine, erano da sterminare. Soltanto le finzioni dell'arte mi dettero qualche soddisfazione, e il compito che mi assunsi fu quello di dar vita a queste finzioni e nello stesso tempo di vivere come un "bohémien", come un ribelle e un nemico, non dell'umanità, ma della perversione dell'umanità, prodotta dalla proprietà privata più la rivoluzione industriale. La massima «Amatevi gli uni con gli altri» era impossibile a seguirsi in una società divisa in classi che si detestavano. Non si capirà mai abbastanza che il socialismo non è carità né gentilezza di vita né simpatia per i poveri né filantropia popolare a base di beneficenze e collette disinteressate, ma l'odio dell'economista per lo sciupio e il disordine, odio dell'esteta per il brutto e lo sporco, odio del giurista per l'ingiustizia, odio del medico per la malattia, odio del santo per i sette peccati capitali, in breve una combinazione dei più intensi odi contro una struttura sociale in forza della quale gli economisti sono legati da cospicui interessi pecuniari al capitalismo anarchico e sciupone, gli artisti alla venalità e alla pornografia, i dottori alla malattia e i santi al malvezzo di fomentare o lusingare i sette peccati capitali anziché denunciarli.

Ciò chiarito, ritorniamo al culto del rivale etoniano del mostro di Loch Ness, la "Old School Tie". Tale culto è un dannoso anacronismo, ora che non s'ispira più al vecchio cattolicismo e che ha sostituito al Sacro Romano Impero una profana e commerciale Alsazia.

Quando il feudalismo era all'apogeo, l'Europa occidentale aveva un unico Dio supernazionale, un paradiso per tutta l'umanità e un inferno, l'inferno di Dante, in cui tutte le anime, ricche o povere, di alto o semplice casato, sarebbero state gettate dopo la morte se erano state trovate malvagie. Al giorno d'oggi il signore britannico crede in un Dio insulare inglese, lo Junker tedesco in un Dio nordico come Wotan, il francese in un materialistico Anti-Dio assolutamente francese, mentre nessuno di essi crede ad alcun genere di inferno. Le guerre sono diventate fanatiche crociate intraprese con milioni di soldati, milioni di denaro, e mezzi di distruzione e di uccisione sempre più grandi. Le guerre delle due Rose sterminarono soltanto la vecchia nobiltà e trasferirono il potere a una plutocrazia che si diede nuovi titoli nobiliari. Ma la guerra moderna, che ha perfino prodotto l'oltraggio della coscrizione delle donne per il servizio militare, minaccia di sterminare la razza umana e di distruggere la civiltà fino al punto in cui i suoi poteri di distruzione si esauriranno e la gente per bene morrà di scoraggiamento, malattia molto letale.

Ora, questi e altri guai consimili sono il risultato di un sistema di educazione che, invece di guidare il naturale passaggio dall'infanzia all'adolescenza e alla maturità, arresta lo sviluppo giovanile nella sua fase più delicata e obbliga gli uomini di Stato esperti a trattare la nazione come un orfanotrofio, il cui limite di età sia 14 anni, e gli orfani come mentalmente deficienti.

Naturalmente questo sistema, al pari di altri sistemi antiquati, non è attuato in pratica nella sua completa integrità: i fatti sono troppo forti per consentirlo. Quando le scuole sono invase da fortunati uomini di affari e da professionisti esse sono obbligate a sviluppare, per quanto in un primo tempo con riluttanza e con disprezzo, il lato scientifico e poi quello affaristico, i quali comprimono quello classico finché questo non ha la peggio. Ma il vecchio sistema scolastico è ancora abbastanza forte da assicurare che la classe arricchita dal sistema della proprietà privata sia l'unica che comandi in Parlamento, negli alti gradi della burocrazia, nella diplomazia eccetto quando è in corso una guerra mondiale, nei quadri delle forze armate.

La cosa peggiore è che i nostri più sinceri studiosi di pedagogia sono unanimi nel far pressioni perché tutti i ragazzi siano obbligati a restare a scuola fino all'età di 18 anni, così da essere preparati a fare tre anni di università, se ne hanno voglia. Questo può soddisfare i genitori che desiderano che i loro figlioli divengano signori o signore con modi di fare e di parlare e pregiudizi di classe propri di quella condizione. Ma lo scopo di uno Stato sano è di fare dei suoi ragazzi altrettanti buoni cittadini; cioè di fare di loro membri produttivi e utili alla comunità. I due scopi sono opposti e incompatibili; portare la cravatta di una vecchia scuola non è infatti di alcun vantaggio a chi deve sopportare parte del fardello sociale lavorando e servendo. Se non esistono altre scuole che quelle per i poveri, le quali inculcano una mentalità da schiavi, e quelle per i ricchi, dove i bambini sono educati a una vita di riposo, di lusso e di privilegio, o al massimo al monopolio di ogni opportunità commerciale professionale e politica (che si suol chiamare in termini cortesi arte del comando), allora bisogna prontamente concludere che sarebbe meglio tenere lontani i bambini da qualsiasi scuola e che Eton e simili istituti dovrebbero essere rasi al suolo e le loro macerie cosparse di sale.

Ma in verità l'ignoranza non è adatta a creare buoni cittadini: qualsiasi sistema di istruzione e di educazione è sempre meglio di nulla. Il nostro sistema deve perciò continuare fino a tanto che non ne creeremo uno migliore. Nello stesso tempo, però, non costituisce assolutamente un rimedio alla nostra attuale cattiva educazione civica imporre l'educazione di Eton a moltitudini di proletari, compresa la classe media povera, mediante borse di studio per scuole costose o estendendo il limite di età per la scuola obbligatoria a 18 anni. Abolire completamente le scuole e fare dell'insegnamento un delitto, come gli erewhoniani di Butler avevano abolito la macchina e imprigionato l'esploratore perché trovato con un orologio in tasca, darebbe il solo risultato di rendere clandestina l'istruzione, come accadeva nella Russia zarista, dove le donne, perché insegnavano ai contadini a leggere, erano condannate a 20 anni di carcere (e ciò non senza ragione: infatti i contadini che sapevano leggere incoraggiavano gli altri a bruciare le case di campagna dei signori). Il nostro sistema di Eton deve morire di morte naturale attraverso l'espropriazione dei suoi attuali clienti plutocratici e la concorrenza di una nuova organizzazione di vita giovanile.

Quale debba essere questo nuovo sistema è al di là delle mie capacità di progettista. Si svilupperà, immagino, dalle scuole della classe media, i cui allievi sono in massima parte ragazzi e ragazze che dividono la loro vita giornaliera tra la scuola e la casa. Io fui allievo di una scuola in cui vi erano ragazzi interni ed esterni. Gli esterni, essendo più numerosi, disprezzavano gli interni e parlavano di loro chiamandoli i «macilenti». Gli interni erano ugualmente sprezzanti e offensivi.

Ora, in Irlanda, un esterno era realmente un ragazzo che andava a scuola solamente mezza giornata: egli infatti non tornava a scuola nel pomeriggio. La scuola non era ispezionata né obbligata a raggiungere un certo livello dalle superiori autorità, e d'altra parte non si poteva neanche determinare quale dovesse essere questo livello. Le lezioni che dovevo imparare mi erano imposte sotto la minaccia di punizioni, non abbastanza dure però da ottenere il loro scopo con ragazzi come me, che erano abbastanza liberi a casa per avere qualcosa di più interessante da fare che non studiare su libri di scuola illeggibili; ma non mi furono mai insegnati né le maniere di comportarsi né i sentimenti di lealtà né le norme per vestirsi e aver cura della propria persona. La disciplina era limitata al fatto di stare in silenzio, e seduti, ciò che non impediva di intraprendere rapide conversazioni o battaglie con il mio vicino di banco, che poteva essere un amico o un nemico. Io odiavo la scuola e non vi imparai niente di ciò che essa diceva di insegnare. Quando riuscii a liberarmene e all'età di quindici anni fui condannato a cinque anni di schiavitù penale in un'altra specie di prigione chiamata ufficio, ne sapevo molto di più sul mondo di quanto non sappia un laureato proveniente da Eton più Oxford o da Harrow più Cambridge; ero però terribilmente maleducato in fatto di questioni civiche e sociali. Imparai la maniera di stare a tavola e di comportarmi in società da un utilissimo libro chiamato "Le maniere e lo stile della buona società": un ammirevole testo che spero sia ancora in circolazione e di moda. Con questo equipaggiamento potei non gravare sulle esaurite finanze dei miei genitori (non avevo mezzi miei, poiché preferivo essere disoccupato senza un soldo piuttosto che subire altra prigione); dovetti però fare da solo tutto il lavoro di educazione, di disciplina e di formazione di me stesso che avrei dovuto ricevere da bambino. Se non fosse stato per l'educazione estetica che avevo attinto a casa mia dalle attività musicali di mia madre, e per la rara fortuna di essere stato dotato da madre Natura di un ingegno di tipo shakespeariano, che potei cominciare a sfruttare prima che morissero i miei genitori, avrei potuto fare la fine del vagabondo.

La storia della mia educazione, eccetto che per il dono letterario e l'atmosfera musicale della mia casa, è simile a quella della maggior parte dei proletari arricchiti e dei cadetti decaduti delle buone famiglie che, sapendo almeno leggere e scrivere, devono condurre gli affari e la politica di questo paese e delle sue colonie. Vi è da meravigliarsi, non già che essi combinino una quantità di guai e ci precipitino in insensate lotte mortali (che per metà li demoralizzano e per metà li addestrano al più stringato comunismo militare), ma che sotto la loro amministrazione qualche poco della civiltà riesca a salvarsi.

Comunque, il sistema dello scolaro esterno, al contrario di quello di Eton, è mutevole e perfezionabile. La proporzione fra il tempo che il bambino passa a casa e quello che passa a scuola può essere cambiata, finché portando sempre più il bambino dalla casa alla scuola si raggiungerà il punto in cui la scuola prenderà il posto della famiglia e gli insegnanti dei genitori. Ai suoi più umili inizi il bambino viene spidocchiato e ci si occupa dei suoi denti. Il bambino affamato riceve a scuola il latte e poi da mangiare. Se i suoi piedi sono bagnati riceve le scarpe; e se ha le scarpe, perché non anche le calze, le camicie e finalmente un'uniforme? I compiti di casa, che avvelenano il riposo del bambino, se pur non vengono fatti, sono rimpiazzati da esercizi limitati ma obbligatori. Giochi regolati e sorvegliati prendono il posto delle dannose avventure di strada. La benefica assistenza scolastica si sviluppa sino a che i bambini non sono assicurati contro la povertà, lo sfruttamento, la tirannia o la negligenza domestica e così via, un po' alla volta, fintanto che la scuola invece di essere un infetto penitenziario in cui i bambini vengono incarcerati per apprendere a leggere e scrivere e a far di conto diventa una colonia nella quale i genitori possono vedere i figli e viceversa abbastanza da mantenere i vincoli familiari senza perpetuarne le gravi deficienze, e che provvede a una vita organizzata del bambino, ora del tutto inesistente eccetto che in embrione nei "boy scouts", nelle "girl guides", nei clubs di ragazzi o ragazze, nei "komsomol", nei balilla, nelle leghe della gioventù e nei corpi e movimenti similari che stanno spuntando dappertutto. Quando questi si combineranno con le scuole in un sistema generale di colonia per ragazzi contemporaneamente a un parallelo sviluppo dei Ministeri dell'Educazione, sarà alla fine possibile avere una autonoma civiltà di cittadini invece di una schiavitù imposta a casaccio su selvaggi con la forza fisica.

Non dimentichiamoci che in una tale civiltà le famiglie create in prosieguo di tempo dai ragazzi così educati coopereranno con le scuole e manterranno il naturale affetto verso i propri figli, senza le riserve attualmente inevitabili. Non sarà più possibile per nessuno, io spero, dire quello che io sono costretto a dire: e cioè che, sebbene non abbia mai litigato con i miei amabili genitori, sono costretto ad ammettere che essi erano del tutto inadatti a educare la loro prole.

In tale civiltà vi sarà più o meno libertà al tempo stesso. Lo Stato farà del proselitismo altrettanto quanto ne fanno ora i genitori, e in modo più efficiente; il diventare cittadini infatti, come ogni forma di vita corporativa, è impossibile senza una religione fondamentale in comune; ed è meglio che essa sia inculcata da uno Stato democratico fortemente interessato alla tolleranza e al libero pensiero, piuttosto che da genitori divisi in centinaia di sette, ciascuna di esse persuasa di avere il monopolio della salvezza e del fatto che ogni scettica critica mossa alle sue opinioni è empia e dovrebbe essere proscritta come una eresia. Bambini educati in queste sette producono incidenti come la guerra dei Trent'anni per una disputa sulla Transustanziazione, così come producono guerre mondiali quando sono educati in nazioni ognuna delle quali si considera la razza eletta o lo "Herrenvolk" [2] designato da Dio a governare e a essere il padrone di tutti gli altri.

Tutto ciò si può anche chiamare religiosità e patriottismo. Ma una cosa è ammessa da tutti: che nella vita privata quotidiana vige il comandamento «non rubare» e che ogni insegnamento in contrario non può essere tollerato neppure per un momento. Nessun difensore della famiglia contro lo Stato totalitario arriva al punto di proporre la soppressione della libertà di pensiero e di parola, così come fu soppressa nel Sacro Romano Impero; né l'uno né l'altro estremo sono infatti attuabili e desiderabili, ma è certo che non possiamo organizzare l'infanzia senza organizzare e prescrivere la sua religione e la sua politica in una misura che appare spaventosa a coloro che temono il Governo come i bambini temono la polizia. E così, comunque consideriamo il problema, cerchiamo almeno di non sentir dire più sciocchezze sopra la libertà individuale con la L maiuscola a proposito di questioni in cui una completa libertà è socialmente impossibile; d'altronde si può evitare assai più sicuramente che l'autorità necessaria si trasformi in tirannia quando essa è esercitata da organi pubblici soggetti alla pubblica critica, anziché da irresponsabili tiranni privati in case private o in scuole costose, che, sebbene siano chiamate "scuole pubbliche", sono in verità scuole plutocratiche, che fissano una moda per tutte le altre. Quando la vita del ragazzo sarà seriamente organizzata, lo sforzo degli insegnanti non sarà più diretto a impedire che gli allievi pensino in modo differente da quello che prescrive il Governo, ma a indurli anche a pensare un po' con la propria testa.

11. I MISTERI DELLA FINANZA: LA BANCA.
Al giorno d'oggi, poiché le imprese private diventano sempre più grandi e richiedono un capitale sempre maggiore per poterle avviare, i finanzieri di professione, il cui lavoro è di raccogliere capitali per il commercio invece che adoperarli essi stessi, sono i padroni della situazione. La vecchia figura dell'imprenditore è diventata quella di un impiegato che sarebbe più garantito, in migliori condizioni economiche e infinitamente più dignitoso, come funzionario dello Stato piuttosto che come amministratore stipendiato di una compagnia privata. Per lo Stato e per i servizi municipali non vi è difficoltà nel trovare persone competenti e desiderose di lavorare per la metà o un terzo del compenso che esse sarebbero costrette a richiedere in un impiego privato, dove non soltanto esse sarebbero meno sicure, ma sarebbero altresì obbligate a darsi un tono molto più sostenuto dal punto di vista sociale e dell'abbigliamento e ad attenersi all'osservanza di convenzioni religiose e politiche assai più che non un funzionario statale, di un ingegnere del genio civile o di un impiegato municipale.

La decadenza della classe degli imprenditori privati con il loro monopolio del saper leggere, scrivere e far di conto, nei confronti di una moltitudine di proletari analfabeti, e la sua sostituzione con stipendiati provenienti dal proletariato, grazie all'istruzione obbligatoria e alle borse di studio accessibili a coloro che si distinguono, spiega solo in parte la supremazia dei finanzieri. L'alta finanza è un fenomeno assai meno comprensibile di quello di trattare affari per proprio conto e con il proprio piccolo capitale. Essa mette al mondo progetti insensati ai quali la famiglia del signor Ognuno presta avidamente orecchio, poiché promettono abbondanza di denaro per niente. L'idea fissa della circolazione fiduciaria è un guaio per ogni movimento di riforma sociale. Gli apostoli del Credito Sociale persuasero una volta il Parlamento canadese a fare il bilancio sulla base delle immaginarie ricchezze della circolazione fiduciaria. L'alta finanza si sostiene grazie al mistero delle operazioni di banca, che sembrano creare milioni dal niente e dal fatto, di cui tutti facciamo quotidiana esperienza, che pezzi di carta sono accettati a saldo di debiti di migliaia di sterline d'oro. In questo fenomeno vi è una prova dell'esistenza della pietra filosofale, con il suo potere di trasformare metalli vili in preziosi, molto più concreta di qualunque altra i vecchi alchimisti furono mai capaci di produrre. Possiamo cessare di credere nella pietra filosofale e convincerci, data l'esperienza della tesoreria della provincia di Alberta, che c'è qualcosa che non va nel Credito Sociale; ma fintantoché la banca resterà un affare privato e la gente ricca godrà di enormi redditi immeritati, senza alzare neppure un dito per guadagnarli, vi saranno sempre insensati progetti sotto un nome qualsiasi e la famiglia del signor Ognuno correrà dietro di essi, come già corse dietro alla speculazione dei Mari del Sud.

Qual è allora il mistero delle operazioni di banca?

Furono gli orefici lombardi a fare alcuni secoli fa questa scoperta, che è oggi commemorata a Londra dal nome di Lombard Street, uno dei migliori indirizzi della City. Ai loro tempi la gente che aveva un bel gruzzolo di denaro risparmiato e abituata a proteggerlo dai ladri con le proprie mani e le proprie armi, tenendolo dietro le sbarre, i catenacci e i puntelli delle proprie case, cominciò a portare i suoi risparmi dall'orefice, perché fossero ivi più sicuramente custoditi, pagando naturalmente una cifra per il deposito. Ma poiché questa gente ricca ritirava soltanto ciò che le abbisognava al momento, lasciando il resto a suo credito, l'orefice si trovò ben presto ad avere molto più denaro di quello che gli veniva chiesto giornalmente dai legittimi proprietari. Prestando questo soprappiù contro un interesse, egli poteva ricavarne molto più profitto che continuando a esercitare la sua professione di orefice. Così smise di fare l'orefice e divenne un banchiere.

Successivamente egli fece un'altra scoperta. Trovò che se stampava biglietti fiduciari per cento, dieci, cinque, una sterlina, i suoi clienti li avrebbero trovati molto più convenienti dei sacchetti d'oro e d'argento, quando dovevano ritirare forti somme per fare pagamenti; con la certezza che essi rappresentavano l'oro custodito nelle sue casseforti. I biglietti sarebbero passati da una mano all'altra per lungo tempo, prima di ritornare nelle sue come altrettanto oro. E poiché non venivano mai tutti nello stesso giorno e ve n'era sempre una quantità in circolazione, l'orefice-banchiere trovò che anche in questo caso bastava tenere soltanto una percentuale dell'oro che essi rappresentavano, e che il resto poteva prestarlo a interesse. Questa fu per lui la seconda Golconda. Egli non soltanto aveva scoperto il mistero delle operazioni di banca, ma anche inventato la carta moneta. Aveva cioè scoperto la pietra filosofale.

Ma nell'Era della Fede gli alchimisti che trovavano la pietra filosofale o che anche soltanto la cercavano, venivano bruciati vivi come stregoni; ed egualmente coloro che per professione prestavano denaro erano chiamati usurai, e dannati per tutto il mondo della Chiesa. Così gli orefici non dissero nulla dell'uso che facevano dei depositi. Essi lasciarono credere ai loro clienti che tutto il denaro depositato da loro fosse chiuso in modo sicuro e imprendibile. Essi non si chiamarono alchimisti né usurai ma banchieri, sotto il cui nome furono non soltanto tollerati, ma altamente rispettati. Gli ebrei, che le persecuzioni avevano escluso da ogni occupazione all'infuori di quella di fare denari, si trovarono a loro agio negli affari di banca. Essi non furono più rapaci dei Gentili: anzi il contrario, ma furono più pratici nel maneggio del denaro.

I banchieri si accorsero subito che i clienti che avevano poco denaro erano altrettanto profittevoli di quelli che ne avevano più del necessario. Essi dovevano chiedere prestiti per portare avanti o estendere i loro affari. Nello stesso tempo quei clienti che avevano invece larghe disponibilità erano tenuti a ritirarle per investirle in azioni o terre. I banchieri perciò offrirono loro non soltanto di tenere il loro denaro in deposito per niente, ma di pagare un interesse su quella parte delle loro disponibilità che si sarebbero impegnati a non ritirare senza preavviso. Ma non pagarono mai ai depositandi lo stesso interesse che esigevano dai debitori. Nel periodo in cui scrivo i banchieri pagano circa l'uno per cento sui depositi, mentre esigono il 4,5 per cento sulle cambiali garantite. Essi prestano con interesse il denaro del prudente Pietro all'impulsivo Paolo. Quando Pietro è in un momento di difficoltà, gli prestano il suo stesso denaro allo stesso tasso.

Oggi che le operazioni di banca sono così diffuse che i moderni banchieri hanno milioni di clienti per ogni centinaio che ne poteva sperare l'orefice medievale, si è visto che tutto quello di cui i banchieri abbisognano per le necessità giornaliere dei clienti assomma a circa 3 scellini per ogni sterlina depositata. Con il soprappiù essi finanziano gli imperi durante le alternative delle guerre mondiali o gli allevatori di pollame che vogliono acquistare mangime per i loro polli. E' tutto pesce, piccolo o grande, che viene nella loro rete.

Quello della banca è un mestiere lucrativo e utilissimo, ma presenta una difficoltà. I clienti non ne sanno niente. Essi credono che il loro denaro sia al sicuro nelle casseforti del banchiere. Talvolta per essere sicuri che ci sia veramente vanno alla banca e lo ritirano tutto. Il cassiere dà loro un sacchetto di oro in cui è applicata una etichetta col loro nome. Essi lo contano e lo restituiscono al banchiere, perché venga custodito come prima. Non sospettano che lo stesso sacchetto d'oro, con una nuova etichetta e con il contenuto adatto alla somma richiesta, serve per molti ingenui clienti e costituisce una sicurezza del tutto illusoria. Ma il cliente che compie questa operazione, in genere un contadino preoccupato o una povera donna sospettosa, rappresenta un gran numero di depositanti, che, sebbene abbiano una tale confidenza nei loro banchieri che non li pongono mai di fronte a una prova pratica, ciò nonostante credono che il loro denaro sia al sicuro e che non venga mai toccato nei depositi della banca.

In condizioni normali questa illusione è molto comoda per i banchieri. Ma se si mette in giro la voce che la banca non può pagare, tutta questa gente illusa si affretta a ritirare il suo denaro, ovverossia assale, come si dice, gli sportelli. Ogni cliente, preso dal panico, domanda tutto il suo deposito di sterline. Il banchiere ne ha tenuti soltanto alcuni scellini: tanti quanti bastano per far fronte alle richieste ordinarie, ma non per un simultaneo ritiro di tutti i depositi. Il primo venuto è subito pagato. La banca prende disperatamente a prestito ogni quattrino che viene sotto mano, ma a meno che gli altri banchieri le vengano in aiuto deve chiudere gli sportelli e confessare di non avere più denaro contante. Ovverossia fa fallimento, e i suoi sfortunati clienti perdono i loro risparmi.

Si è tentati di dire: «una buona lezione per loro». Invece di affrettarsi a ritirare i loro depositi, essi si sarebbero dovuti affrettare a depositare alla banca ogni soldo disponibile e a limitare i loro assegni alla minore somma possibile. Avrebbero dovuto accettare una moratoria e una quotizzazione dei loro crediti. In breve avrebbero dovuto fare l'inverso di quello che invece han fatto. Essi lo avrebbero fatto, se fosse stato loro insegnato con cura che cosa sono le operazioni di banca e come mai la banca aveva potuto fare per loro tanto per niente. Avrebbero dovuto impararlo in quella scuola che doveva farli diventare buoni cittadini. Invece nella migliore delle ipotesi fu loro insegnato a leggere oscene satire di Giovenale nella loro originale lingua morta.

Ci si potrebbe chiedere perché i direttori di banca, prima di permettere ai loro clienti di aprire dei conti, non spieghino loro esattamente a voce o con opuscoli perché tutti i cittadini che hanno più denaro di quanto siano in grado di tenere in tasca possono depositarlo a vista, in un edificio con camere di sicurezza e un buon numero di persone a loro servizio, che pagano i loro clienti, prestano loro denaro, fanno loro da agenti di cambio, da amministratori e da esecutori testamentari ed eseguiscono altri servizi per niente o quasi niente, sebbene la banca paghi sempre ai suoi azionisti bei dividendi. Ebbene, il risultato di una tale spiegazione sarebbe che i semplicioni non consentirebbero mai alla banca di giocare col loro denaro; essi lo terrebbero in casa e lo metterebbero in una vecchia calza. A loro volta i direttori sarebbero licenziati, per avere rivelato il segreto. Un'altra ragione per non spiegare il segreto è che i direttori non sono necessariamente obbligati a conoscere il loro mestiere. Essi non sono dei teorici, ma dei pratici e degli empirici. Gli stessi banchieri conoscono spesso la teoria e la pratica non più dei direttori. Coloro che capiscono bene quello che fanno, sanno che la banca potrebbe essere facilmente nazionalizzata da una legge di acquisto delle banche simile alla legge di acquisto della terra, che abolì i vecchi proprietari terrieri irlandesi. Se dovesse esservi una corsa agli sportelli della banca nazionale, il Governo potrebbe dichiarare subito lo stato di emergenza e limitare la disponibilità, così come ora fa con le uova in tempo di guerra. I semplicioni dovrebbero comportarsi con maggiore buon senso, invece di rovinare se stessi e la banca in un accesso di panico determinato dall'ignoranza. Essi avrebbero la garanzia del Governo per ogni soldino dei loro depositi e potrebbero farsi imprestare quanto denaro vogliono dalla banca a prezzo di costo per estendere i loro affari, mentre ora non possono prendere in prestito che qualche ventina di migliaia di sterline al tasso del venti per cento o più. Ma poiché gli enormi profitti attuali delle operazioni di banca cesserebbero, e i corrispondenti enormi benefici sarebbero nazionalizzati, i banchieri fanno di tutto perché la banca rimanga un mistero.

Una garanzia governativa ha un aspetto alquanto rassicurante; ma il suo valore riposa sulla onestà e sulla intelligenza del Governo. Il potere che ha un Governo di fare del bene è superiore a quello di qualsiasi compagnia privata; ma identico è il suo potere di fare del male. Un sistema di credito nazionale sotto l'egida di un Ministero del Tesoro diretto da semplicioni e che poggi su un Parlamento di semplicioni sarebbe molto più disastroso di quello della più egoista banca privata. Considerate infatti la situazione di un semplicione appena eletto in un Parlamento formato sulla base del suffragio democratico. Ogni semplicione un voto. Egli (o ella) sarebbe abituato alla carta moneta, senza capire che cos'è. Sarebbe abituato a pagare uno scellino un tabacco che vale un penny e mezzo, senza sapere che egli sta così pagando 10 pence e mezzo di tasse. Il denaro sarebbe completamente separato nella sua mente dai beni di cui esso rappresenta il valore, e senza il quale una banconota vale soltanto la carta su cui è stampata. Finanziariamente egli penserebbe sempre in termini di denaro e mai di beni. Se il Tesoro avesse bisogno di denaro, il sistema più semplice del mondo gli sembrerebbe quello di stampare ed emettere una balla di banconote e pagare con esse tutti i debiti nazionali. Il Governo socialdemocratico tedesco fece questo dopo la guerra dei Quattro Anni, quando la Germania fu saccheggiata fino all'ultimo pfennig dagli Alleati vittoriosi. Il risultato fu che il prezzo di un francobollo di due pence e mezzo salì a 4 miliardi di sterline carta, mentre tutti gli altri beni crescevano in proporzione di ora in ora. I pensionati e le persone che vivevano di redditi e investimenti fissi furono ridotti alla miseria; i vecchi debiti e le obbligazioni furono pagati con meno del prezzo di una crosta di pane; i lavoratori diventarono milionari e milionari gli autisti, e tutto questo costituì un tale rivolgimento sociale che i tedeschi avrebbero sofferto assai meno se avessero consegnato il loro paese ai nemici e detto: «voi ci avete conquistati: ora siate abbastanza buoni da governarci sinché non riusciremo a rimetterci dalla sconfitta». I nostri semplicioni nazionali, avendo perso in questo modo tutto il denaro che avevano in Germania, sanno ora bene che l"'inflazione" è un male che bisogna evitare a tutti i costi. Sfortunatamente essi non conoscono il significato della parola; poiché essa passa di bocca in bocca e da penna a penna, ritengono che si riferisca ai prezzi alti e a niente altro. Che cosa significa realmente "inflazione"? Come mai produce catastrofi al cui confronto i peggiori danni che possono fare le bombe aeree non valgono neppure la pena di essere menzionati?

Quando l'orefice trasformatosi in banchiere emise biglietti fiduciari, invece di consegnare sacchetti d'oro ai suoi clienti, il loro valore dipendeva dal fatto che egli possedeva l'oro che questi biglietti rappresentavano, o almeno era sicuro di possederlo, quando i clienti fossero ritornati da lui ed egli avesse dovuto tener fede alla promessa fatta. Questo valore dipendeva dal fatto che l'oro era talmente pregiato, che chiunque lo possedeva poteva scambiarlo con pane o burro, con mattoni o vasi, lana o lino, carbone o legna, o qualsiasi altra cosa di cui avesse bisogno o che desiderasse. E questo valore dipendeva ancora dalla quantità disponibile di questi beni; una persona infatti che non pagherebbe un penny per un bicchiere d'acqua di rubinetto in una città moderna pagherebbe al contrario tutto l'oro del mondo (se lo avesse) per un sorso d'acqua se stesse morendo di sete nel deserto. Le fragole costano sterline durante l'inverno e pochi pence al cestino in luglio. Ma quando la civiltà abolisce le carestie e assicura un costante rifornimento di viveri per il sostentamento umano a prezzi discretamente stabili, un orefice (o qualsiasi altra persona) può stimare abbastanza accuratamente per pratica esperienza che cosa varrà il suo oro quando i suoi biglietti fiduciari torneranno in sue mani.

Ora, se l'orefice è un furfante o un giocatore, o se fa il suo mestiere senza sapere esattamente che cosa stia facendo, può cercare di arricchirsi emettendo biglietti fiduciari per più oro di quanto ne possieda o di quanto è presumibile ne possegga al momento in cui sono presentati per il pagamento. Questa è l'inflazione, e la pena relativa nel caso di un singolo orefice è quella che spetta per la bancarotta fraudolenta. Ma quando è un Governo a farlo ed esso inonda il paese di biglietti fiduciari (carta moneta), che poi non ha né oro né merci a sufficienza per liquidare, può accadere che un uomo affamato con la tasca piena di biglietti da 5 sterline e che offra 6 pence per un pezzo di pane e un pochino di burro in un ristorante si trovi di fronte il cameriere che gli dice scuotendo la testa «niente da fare». L'uomo affamato offre allora uno scellino con lo stesso risultato.

Una mezza corona, 10 scellini, una sterlina, 5 sterline, finalmente 4 miliardi di sterline per un pezzo di pane senza burro: ciò è accaduto nella grande inflazione avvenuta in Germania dopo la guerra dei Quattro Anni. Per quanto ricordo, la Germania mi doveva circa 200000 marchi e mi pagò bellamente con un biglietto di un milione di marchi che poteva valere pochi pence come curiosità da museo. Il signor Lloyd George chiamò questo «far pagare la Germania», ma in effetti il Governo tedesco, col trucco dell'inflazione, fece pagare me.

In un mondo solvibile, però, l'inflazione si cura da se stessa. Quando essa ridusse la valuta tedesca a un valore assurdo, nessuno ne voleva sapere, la gente non comperava marchi ma dollari americani che erano onesti e genuini. Il Governo tedesco dovette distruggere i suoi biglietti inflazionati e sostituirli con una nuova valuta, che aveva una garanzia effettiva dietro di sé. Ma la calamità non fu per questo meno grave. La gente che essa aveva rovinata non tornò nelle condizioni di prima per il fatto che il disastro era troppo pernicioso per durare e che gli Stati Uniti erano solvibili.

Può sembrare che gli uomini di Stato tedeschi debbano essere stati o straordinariamente stupidi o pazzamente disonesti per aver reso inevitabile una così grande calamità. Ma la stessa cosa avvenne in Russia sotto gli statisti bolscevichi eccezionalmente abili, politicamente assai colti ed eroicamente patriottici, condotti da Lenin e Stalin, ora universalmente riconosciuti come i più abili governanti che la nostra età abbia prodotto. Vi fu anche inflazione in Inghilterra, sebbene non si sia spinta molto lontano. In Francia il Governo, avendo contratto prestiti da tutte le parti durante la guerra, portò senza misteri e senza vergogna il valore del franco a due pence, frodando in tal modo i suoi creditori dei quattro quinti di quanto era dovuto. E nessuno ne fu scandalizzato; l'unica cosa che accadde fu che, quando i turisti inglesi e americani si accorsero che con le loro sterline e i loro dollari potevano comprare cinque volte più di prima, si affrettarono a passare in Francia le loro vacanze, in maniera molto economica.

Che una grande ignoranza in fatto di questioni finanziarie sia diffusa in tutte le classi, è dimostrato da episodi quali il panico che si sollevò quando il signor Winston Churchill diventò Cancelliere dello Scacchiere: la gente temeva che egli usasse il denaro che era stato depositato nelle casse di risparmio postali. La gente che aveva depositato somme credeva evidentemente che le stesse monete che avevano consegnate alla posta fossero conservate con cura con etichette su cui figuravano i loro nomi, in compartimenti separati, così da poter essere restituite, a domanda, in qualsiasi momento. Le corse agli sportelli della banca avevano già provato esaurientemente quanto ciò fosse errato. Il lato peggiore della cosa fu che, quando i nostri più esperti uomini di Stato si misero al lavoro per rassicurare questa povera gente, apparve subito evidente che essi ne sapevano ancor meno sulla questione (o addirittura niente) di coloro che avevano provocato il panico. Più tardi, quando fu proposto di sospendere la parità aurea, che obbligava la Banca d'Inghilterra a riscattare i suoi biglietti in oro su presentazione, il Governo inglese incitò il paese a sostenere nella prossima elezione il principio del "Gold Standard" del credito britannico. Questo appariva assai giusto, ma prima delle elezioni si venne a sapere che quasi tutto l'oro disponibile nel mondo era rinchiuso nelle casseforti americane. Il Governo dovette allora fare macchina indietro e assicurare gli elettori che la carta moneta è buona come l'oro finché essa rappresenti dei beni, e finché il Governo sia onesto. Ma ancora una volta i nostri esperti uomini di Stato non poterono dare esaurienti spiegazioni, perché non capivano la questione, e il governatore della Banca d'Inghilterra confessò che non capiva che cosa fosse la moneta, il che non era sorprendente, poiché la moneta, separata dai beni e considerata come un problema a parte, è semplicemente una sciocchezza e non può essere capita da nessuno.

Non era infatti il cervello o l'onestà che mancassero, ma l'elementare conoscenza del soggetto, che è poi più semplice che non tenere una contabilità o giocare a bridge, di cui tante persone comuni sono invece esperte. Anche quei pochi che comprendono la teoria generale della relatività di Einstein non dovrebbero essere fatti ministri del Tesoro se prima non dimostrano di conoscere la storia del sistema bancario e la natura della carta moneta.

Ma io sono ancora molto lontano dall'aver terminato di descrivere le illusioni cui l'ignoranza politica va soggetta.

12. LE ILLUSIONI DEL MERCATO MONETARIO
Fa parte del lavoro di un direttore di banca prestare denaro a persone sulla cui onestà, solvibilità e prospettive di successo egli si è formato un'opinione favorevole; questa opinione è chiamata credito. Banchieri e prestatori di denaro prendono subito l'abitudine di parlare e di pensare al credito come se si trattasse di beni effettivi, mattoni e malta, pane e burro, colletti e polsini, o che so io, per i quali il denaro prestato costituisce un titolo, sebbene tali titoli (non mi stancherò mai di dirlo) non abbiano alcun valore a meno che detti beni esistano realmente e siano in vendita. Sentiamo parlare di gente che vive di credito e costruisce case a credito, il che è una assoluta stupidaggine, e di banchieri che creano il credito e perfino la moneta, il che è una pericolosa stupidaggine, sebbene la cosa funzioni abbastanza bene finché esistano beni e il banchiere abbia del discernimento. Un ministro delle Finanze con simili illusioni è una minaccia costante di calamità nazionale.

Ma esiste una illusione ancor più pericolosa. A parte le banche, vi è un mercato del denaro chiamato Borsa. Il suo lavoro è di scambiare rendite annuali con somme di denaro contante. Questo specifico commercio è praticato da agenti che comprano le rendite e da speculatori che le vendono.

L'agente dice infatti allo speculatore: «Il mio cliente ha più denaro di quello che gli occorre per le sue spese. Egli è venuto in possesso (supponiamo) di un migliaio di sterline risparmiate dal raccolto di questo e dello scorso anno. Questa somma può essere impiegata subito, egli ve la venderà per un reddito futuro. Voi rappresentate la gente che ha redditi da vendere. Qual è il migliore che potete offrire al mio cliente?». Lo speculatore chiede se desidera un reddito sicuro, cioè garantito dal Governo, o se preferisce un reddito industriale che può aumentare, ma anche annullarsi completamente. Il prezzo di un reddito assicurato non sarà infatti lo stesso di quello di un reddito rischioso. Lo speculatore dirà all'agente: «Se desiderate un reddito di 1000 sterline l'anno garantite, com'è l'interesse di un prestito governativo, dovrete versarmi, diciamo, 33000 sterline; se volete rischiare la sorte con un reddito industriale, posso darvelo per 20000 sterline o anche per 10000, con un rischio doppio». In altre parole un reddito sicuro può essere comprato per una somma equivalente a trentatré volte il suo ammontare ed uno rischioso per venti o dieci volte o anche meno. Dicendolo in termini correnti, il denaro contante può essere investito al tre, al cinque o al dieci per cento o ad un altro interesse qualsiasi, secondo i casi.

Ora nei molti secoli di vita commerciale un interesse del cinque per cento diventò così frequente sul mercato monetario da produrre l'illusione che un reddito di mille sterline l'anno possa sempre essere cambiato in una somma di ventimila sterline da un agente di cambio. Una persona con un reddito di mille sterline l'anno si dice che ne valga "ventimila" e una con un reddito di cinquantamila l'anno passa per milionaria. La ricchezza nazionale è stata recentemente stimata da statistici che in tutto il resto sanno il fatto loro come il reddito nazionale moltiplicato per venti.

A questo punto qualche agente di cambio mi interromperà per dirmi che, qualsiasi cosa io possa dire in contrario, egli può vendere sicuramente un reddito di mille sterline l'anno per ventimila sterline e farmi avere il denaro, meno la provvigione, entro 15 giorni. Di conseguenza, ai fini del suo lavoro, la moltiplicazione per venti è praticamente giusta. Ma il suo lavoro è limitato al mercato, cioè al dieci per cento circa della popolazione che ha o redditi stabili da vendere o risparmi per comperarli. Applicate il trucco della moltiplicazione all'intera nazione, e la sua assurdità vi porterà subito a trovarvi di fronte al fatto incontestabile che, in grazia di nessuna magia finanziaria o di altra specie di magia, voi potrete consumare il raccolto dell'anno... '60 nell'anno... '40. E' chiaro che tale raccolto non esiste. Tuttavia quando si leva un clamore proletario a richiedere imposte sul capitale, come ora accade in occasione di ogni bilancio annuale o supplementare, i nostri uomini di Stato e giornalisti capitalisti, invece di rispondere semplicemente che non vi è niente da tassare, poiché il capitale è stato consumato molto tempo fa e non è quindi più tassabile della neve dell'anno scorso, danno immediatamente un mucchio di ragioni per non tassarlo, tutte fondate sul presupposto che il capitale esista ancora, mostrando così di non conoscere la natura del capitale e nello stesso tempo di essere dominati dalle illusioni della Borsa così come coloro che hanno avanzato l'idea dell'imposta straordinaria.

Guardiamo ora che cosa è il capitale, come operi e ciò che accadrebbe se il Cancelliere dello Scacchiere facesse un bilancio con il presupposto che ogni biglietto di 5 sterline esistente ne rappresenti 100 in beni disponibili per l'immediato consumo.

Il capitale è denaro risparmiato, o messo da parte. Le nostre industrie sono state costruite non direttamente dal Governo, ma rendono circa il dieci per cento della popolazione così ricca da non riuscire nemmeno a farle spendere tutto il denaro che possiede, e lasciando il rimanente 90 per cento così povero, da non poter nemmeno permettersi il lusso di mettere da parte uno scellino; ma da averne anzi la vita abbreviata e una enorme parte della sua prole uccisa precocemente dalla mancanza di mezzi di sostentamento. Quando i poveri cominciarono a lamentarsi, i nostri vescovi capitalisti non trovarono da dire niente di meglio se non che era loro la colpa se non avevano messo in pratica il risparmio; con la qual cosa intendevano dire ai poveri che bisognava "risparmiare" quando i loro bambini morivano di fame. Naturalmente i vescovi furono considerati dal popolo come abominevoli ipocriti senza cuore; ma in questo il popolo si sbagliava: i vescovi erano benevoli e abbastanza in buona fede, ma non sapevano neppure di che cosa parlassero, avendo imparato nelle loro università che il capitalismo deve inevitabilmente produrre la perfetta prosperità e l'armonia sociale, solo che ognuno comperi nel mercato più economico e rivenda nel più caro.

I vescovi sanno oggi che un mondo dove ogni cento persone novanta devono essere troppo povere per permettere a dieci di essere troppo ricche non è né prosperoso né armonioso né cristiano. Non soltanto i vescovi, ma anche gli arcivescovi e i decani predicano ora dal pulpito il vangelo di Cristo comunista, ma poiché essi non hanno ancora le idee molto chiare sulla natura e sul metodo del capitalismo (Cristo non lo conosceva sotto questo nome) cercherò di facilitare il loro compito.

Prendete il caso di un lavoratore che abbia un piccolo pezzo di terreno. Egli s'accorge che non può ricavarne niente finché non lo lavori con la vanga, e senza una vanga egli non lo può fare. Deve perciò risparmiare parte del suo salario per comprare la vanga. Egli - o piuttosto sua moglie - si adopererà quindi per mettere da parte un penny la settimana (o sei pence o uno scellino o ciò che può permettersi) sino a che potrà comprare una vanga; con questa e col lavoro riesce a far produrre al suo pezzo di terreno abbastanza verdure per la sua tavola e forse anche qualcosa da poter vendere. Le verdure sono il reddito che egli ricava dal suo capitale, così come chiamiamo la somma che egli ha risparmiata per comperare la vanga. Fino a qui l'affare è perfettamente onesto, ragionevole e socialmente benefico. Ma esso esclude assolutamente la pigrizia. La vanga in se stessa non produce niente. Soltanto quando è adoperata per vangare produrrà una patata, e il vangare è un lavoro abbastanza duro. Inoltre, sebbene il vangatore possegga la vanga, egli non possiede più il denaro che rappresentava il costo della vanga. Questo è stato mangiato da coloro che l'hanno fabbricata e dal negoziante di ferramenta, e se ne è andato per sempre. Immaginiamoci ora un esattore delle tasse che vada dal proprietario del piccolo pezzo di terra per imporgli la tassa sul capitale.

ESATTORE: Voi state lavorando con un capitale di 6 scellini (il prezzo della vanga). Siamo in guerra, e il capitale è ora tassato 10 scellini ogni sterlina. Gli unni sono alle porte. Dovete darmi 3 scellini per pagare la guerra.

CONTADINO: Ma io non posseggo questi 6 scellini, li ho spesi tutti per la vanga.

ESATTORE: Allora dovete darmi metà della vanga.

CONTADINO: Sciocchezze! Non potete far niente con metà vanga.

ESATTORE: E' vero, allora prenderò l'intera vanga, e voi reclamate dalla commissione speciale per la tassa sul reddito per farvi rimborsare i vostri 4 scellini.

CONTADINO: Al diavolo! Voi non potere ricavare dalla vanga i miei tre scellini a meno che non la usiate; e intanto il mio pezzo di terra va in malora, perché non avrò la vanga per lavorarlo.

ESATTORE: Questo non è venuto in mente al Cancelliere dello Scacchiere o alla Camera dei Comuni quando approvarono la legge. Perciò fareste meglio a mettere da parte i tre scellini. Vi do un mese di tempo per farlo e poi passerò a prenderli.

CONTADINO: Col diavolo che verrete! Quella stupida gente non conosce il suo stupido mestiere, conosce soltanto la maniera di depredare i poveri. Voterò contro di loro alla prossima elezione.

ESATTORE: Potete votare come vi piace, questo è un paese libero. Ma dovete pagare lo stesso. Buongiorno e arrivederci tra un mese.

Non difendo il modo di esprimersi del proprietario del piccolo pezzo di terra, ma ancor meno posso difendere l'ignoranza e la follia del ministro che ha imposto la tassa e degli agitatori che l'hanno domandata. Supponete che il Cancelliere dello Scacchiere abbia effettivamente preso la vanga. Egli non può fare nulla

con essa a meno che non si prenda anche il pezzo di terra. Con entrambe egli potrebbe coltivare il pezzo di terra con molto maggiore vantaggio di quello che possa farlo il contadino, poiché potrebbe unirlo con tutti gli altri appezzamenti di terreno, provvederlo di macchinario costoso e amministrarlo scientificamente con tecnici agricoli, ragionieri e statistici; oltre a ciò potrebbe dare al contadino un salario superiore, per meno ore lavorative di quello che egli avrebbe potuto mai sperare come proprietario. In breve, egli potrebbe socializzare l'agricoltura e nazionalizzare la terra. Soltanto, come dimostrerò adesso, questo non può essere fatto con pochi freghi di penna in una legge sull'appropriazione.

Ma prima di arrivare a questo punto lasciate che mi soffermi su un'altra pericolosissima possibilità.

Sebbene la vanga del contadino non possa produrre niente senza lavoro, non è necessario che il lavoro sia quello del proprietario del pezzo di terra. Supponete che il pezzo di terra si dimostri così produttivo che il proprietario s'accorga di poter avere tutti i prodotti di cui abbisogna, più un margine extra sufficiente a un altro uomo e alla sua famiglia! Qualche lavoratore, che non ha più un pezzo di terreno da lavorare, si offrirà di vangare, in cambio di una parte del prodotto. L'accordo trasforma il proprietario in un ozioso parassita sul suo pezzo di terreno, dall'industrioso coltivatore che era.

Ora supponete che dal suo pezzo di terra venga fuori petrolio, o che egli scopra oro o diamanti, mentre lo sta vangando per piantarci carote! Questo accadde nel Sud Africa. Ciò che accade in Inghilterra è invece che lo sviluppo di una città o la costruzione di una strada o la creazione di un nuovo parco danno al pezzo di terra che serviva soltanto per piantar cavoli un valore enorme. In tal caso il lavoratore a cui il proprietario ha affittato la sua terra da cavoli trova che la può subaffittare a un prezzo talmente più grande di quello che deve pagare al primo proprietario (ora chiamato proprietario del terreno) da poter vivere oziosamente in un lusso ancora più grande. E se il valore del posto cresce ancora, il subaffittuario può ripetere l'operazione, può fare l'affittuario del subaffittuario fin tanto che si raggiunge il valore limite della terra, mentre ogni subaffitto aumenta il numero delle famiglie parassite che vivono su redditi non guadagnati. Terre da cavoli, trasformate in uffici nelle grandi città, hanno attualmente dozzine di famiglie che le depredano in questo modo in forza dei pochi scellini spesi e consumati secoli fa nell'acquisto di una vanga e di una zappa. Diventai socialista 60 anni fa perché ero abbastanza curioso di sapere come mai certa gente facesse denaro senza far nulla, mentre altri vivevano come schiavi per 13 scellini o meno la settimana e morivano nelle officine, dopo aver duramente lavorato sin da quando erano bambini.

Era infatti pur vero e inevitabile che nessuna terra da cavoli, fosse essa ancora un appezzamento coltivato dal suo primo proprietario oppure la sede di una banca, di una compagnia di assicurazione, di un trust commerciale, di un grande magazzino o simili, poteva produrre mezzo soldo di carote o un soldo di rendita, a meno che non ci fossero uomini e donne a lavorarci sei giorni la settimana.

Così l'appropriazione di un pezzo di terreno, o l'acquisto di una fattoria da parte di un pioniere, avranno per risultato di dividere alla fine la società umana in parassiti e produttori, lavoratori e fannulloni, padroni e schiavi, esattamente come accadde quando Guglielmo il Conquistatore donava un possedimento a uno dei suoi baroni. E fosse il capitale fornito dai proprietari sei scellini per una vanga o sei milioni per un colossale impianto industriale o per una flotta di transatlantici, una volta che l'impianto e le navi sono costruiti e che i sei milioni sono stati spesi per mantenere gli operai che li hanno costruiti, questi milioni sono irrimediabilmente consumati e la loro presenza come cifre del bilancio è soltanto un promemoria non sostanziato da alcun fatto. Sotto questo aspetto il capitale è una pura illusione. La teoria secondo cui i capitalisti vivono d'aria e possono essere tassati per essa costituisce una vera pazzia; noi tutti viviamo sul lavoro e non sulla proprietà; l'essenza genuina di un vero vangelo economico può trovarsi negli scritti di Ruskin che, essendo egli stesso un proprietario dotato di coscienza sociale, pubblicò i suoi conti privati per dimostrare che ogni penny che aveva speso per sé lo aveva guadagnato col suo lavoro e il resto era stato dato al paese. Cecil Rhodes privò nel suo testamento gli oziosi da ogni beneficio.

Così il mondo vive di lavoro immediato e non di pane raffermo lasciato in eredità dagli antenati. Alcuni strumenti con cui essi resero più produttivo il lavoro sono tuttora in uso, strade, ponti, canali, ferrovie, acquedotti, porti, centrali elettriche, miniere, mulini a vento, mulini ad acqua, fabbriche e anche macchinari, dalle ruote per filare e dai telai a mano ai telescopi per osservatori, tutte queste cose ci rendono la vita ancora più facile che se non le avessimo, ma senza un lavoro giornaliero esse sarebbero del tutto inutili e cadrebbero in rovina e si deteriorerebbero per mancanza di riparazioni o di miglioramenti. Esse rendono possibile a tutti di lavorare per un minor numero di ore al giorno e guadagnare di più, facendo la stessa fatica, cioè a dire produrre non soltanto una maggior quantità di beni materiali ma anche di agi. Una comunità saggiamente governata provvederà a che tanto i beni quanto gli agi siano egualmente goduti da tutti. Una comunità governata plutocraticamente darà tutti gli agi e tutti i beni a pochi favoriti, mentre farà lavorare il resto sempre più duramente e lungamente per ottenere una parte sempre più piccola di quello che produce.

Poiché questa è la nostra situazione, è possibile mai che siamo governati da idioti e depredati da mascalzoni, e che le masse siano così vigliacche e imbecilli da sottomettersi a questo stato di cose? La verità è che esse sono semplicemente ignoranti di scienza politica. Il Governo deve soltanto non far niente ("laisser faire") e limitarsi a dar vigore ai contratti volontari e a mantenere la pace; il male verrà automaticamente da sé. Il proprietario del piccolo pezzo di terra non dovrà mai dire «voglio vivere in ozio e cercare un tizio che faccia il mio lavoro oltre al suo». Il tizio verrà e si offrirà di fare il lavoro perché non ha altri mezzi per vivere. Tolstòi disse che i ricchi fanno di tutto per i poveri, eccetto che togliere loro il piede dal collo. Tolstòi si provò a farlo come uomo privato, e il tentativo finì con la composizione di un dramma autobiografico in cui egli confessava di essere una vera calamità e che egli lasciò interrotto all'ultimo atto, perché doveva finire col suicidio. Soltanto lo Stato può fare ciò che egli tentò di fare da solo.

Abbiamo avuto barlumi di buon senso in questo campo. Prendete il caso dei nostri inventori e autori. Come il proprietario del piccolo pezzo di terra prende un acro di arida terra e con il suo lavoro gli fa produrre vegetali, così l'inventore prende un foglio di carta bianca e lo trasforma in un disegno che spiega come si debba fare per costruire una macchina calcolatrice o una turbina; analogamente l'autore prende un altro foglio di carta bianca e lo trasforma in un poema, in una commedia, in un romanzo o in un trattato. Tuttavia allo stesso modo che il piccolo pezzo di terra non continuerà a produrre i vegetali a meno che non ci sia qualcuno che lo vanghi, così la macchina calcolatrice o la turbina non produrranno niente se non c'è qualcuno che le adoperi, né i poemi, le commedie, i romanzi e i trattati creeranno alcun divertimento, alcun miglioramento morale o educativo se non sono continuamente stampati, messi in circolazione o rappresentati. Ma poiché non sono gli autori né gli inventori a fare questo genere di lavoro, bisogna dar loro qualcosa dei profitti che si ricavano; essi sono infatti indispensabili alla civiltà e alla cultura, e se vogliamo che vivano bisogna pagare la loro opera creativa, anche se essi sono disposti a compierla per niente piuttosto che non farla affatto.

Parve semplice in un primo momento fare del disegno una proprietà dell'inventore, del libro una proprietà dell'autore e dello spartito musicale una proprietà del compositore, così come il pezzo di terreno è una proprietà di colui che lo vanga. Ma questa nuova forma di proprietà sembrò così speciale che i nostri giudici per lungo tempo non riuscirono a persuadersi che essa potesse esistere. Il caso della terra era semplice: quando coloro che la vangavano producevano una patata, questa poteva essere usata soltanto da un consumatore. Una volta mangiata, la cosa finiva lì, e per rimpiazzarla bisognava produrre una nuova patata con nuovo lavoro. Ma non vi è nulla di peggio di un disegno quando questo è usato da un fabbricante di macchine: egli può utilizzarlo per fare milioni di macchine e senza che esso perda di efficienza o si consumi. Lo stesso accade per gli spartiti e per i libri. Quanto più sono letti o pubblicati o rappresentati o stampati, tanto più famosi diventano: l'appetito da essi destato cresce parallelamente al loro uso; ed essi sono sempre buoni dopo che milioni di persone ci si sono divertite, né più né meno che quando l'inchiostro del manoscritto era ancora umido.

Inoltre, mentre nessuno potrebbe prendere una patata da un pezzo di terra senza avere ottenuto dal proprietario il permesso di entrarvi e di scavarla, tutti potrebbero usare disegni, spartiti e libri senza pagare nulla all'inventore, al compositore o all'autore.

E' evidente che bisognava fare qualcosa al riguardo, bisognava cioè che qualcuno pensasse con maggior attenzione di quanta ne era stata dedicata alla questione della terra. La soluzione più semplice era di proibire a tutti di moltiplicare le copie di un libro e di venderle, oppure di rappresentare commedie e far pagare l'ingresso senza aver ottenuto prima il permesso dall'autore, contro il compenso da lui richiesto, mettendo così libri, commedie, eccetera nella stessa posizione della terra; non proprietà per uso personale, ma proprietà "reale", cioè proprietà che dà rendita e profitto. Ciò sembrava più ragionevole della proprietà della terra; poiché il proprietario terriero non ha fatto la terra; essa fu un dono della natura, mentre l'autore ha lavorato molti mesi per scrivere un libro. La Bibbia ha detto la parola di Dio sull'argomento: «la terra non dovrà essere più venduta per sempre, poiché la terra è mia, voi siete infatti degli stranieri e degli abitanti temporanei di fronte a me». Così dice, in maniera del tutto socialista, il venticinquesimo capitolo del "Levitico", versetto 23.

Era difficile per un terrazziere o per un fabbro credere che il far scarabocchi con la penna su un pezzo di carta fosse un lavoro che faceva venire la fame come il maneggiare la pala, il piccone e il martello, così per un lungo periodo di tempo gli autori dovettero vivere vendendo i loro manoscritti a editori o ad attori. Ma la pubblicazione permetteva a chiunque di copiare il libro: e quando si rappresentava una commedia, un esperto stenografo poteva trascriverla parola per parola come era stata detta sul palcoscenico e così ottenere una copia da pubblicare o da usare in un altro teatro senza pagare nulla all'autore. Gli editori e i direttori di compagnia fecero molte obiezioni su questo punto; anche loro volevano infatti il diritto esclusivo di stampare o rappresentare il libro o la commedia che avevano comperato dall'autore, né d'altronde questi poteva venderlo loro, perché non lo possedeva. Così, sebbene gli autori fossero in numero troppo scarso, troppo poveri, troppo inesperti in questioni di affari e di politica per ottenere qualcosa per sé dal Parlamento, gli editori, essendo uomini d'affari, ottennero questo per diritto loro e lo comperarono a prezzi che lasciavano la maggior parte degli autori a lottare con "la fatica, l'invidia, il bisogno, il padrone e la galera", finché poi anch'essi formarono associazioni professionali ovverossia unioni operaie sotto nome più gentile, e cominciarono a sfruttare questa nuova forma di proprietà in maniera più sensata.

Ma donde venne ai legislatori quel barlume di coscienza che ispirò loro il diritto d'autore? Sembra che sia loro accaduto di pensare che, se la nuova proprietà fosse perpetua ed ereditabile come una proprietà terriera, non soltanto io (ad esempio) avrei avuto di che vivere a sufficienza con l'aver scritto uno o due "Pigmalioni", ma, ammesso che le opere fossero destinate a durare nel tempo, i miei discendenti di qui a cinquecento anni avrebbero nello stesso modo vissuto, pur senza aver mai scritto una parola, come veri e propri parassiti del lavoro di tipografi, editori, attori, direttori e librai. Per la maggior parte non potrebbero neppure pretendere di essere discendenti del Profeta (o sceriffo Shavian), poiché i miei "copyrights" potrebbero essere stati venduti dai miei discendenti (siamo una famiglia piuttosto previdente) ed essere così passati nelle mani di persone che non sanno scrivere una sola riga di letteratura.

I nostri legislatori cercarono quindi di evitare questa dannosa assurdità. Essi limitarono la durata dei diritti d'autore alla vita dell'autore più un periodo sufficiente a provvedere alle necessità della vedova e a educare i suoi figli non maggiorenni, nel caso ne lasci qualcuno. Attualmente questo periodo dura la vita dell'autore più 50 anni nella maggior parte delle nazioni europee ai sensi di un accordo internazionale, salvo alcune modifiche locali che non è necessario qui specificare. Negli Stati Uniti il periodo è di 28 anni, ma poiché è rinnovabile per altri 28 anni il periodo è virtualmente di 56, abbastanza vicino a quello europeo di 50 anni.

La parte più sorprendente della faccenda è che i nostri legislatori non si sono ancora accorti che l'obiezione che essi fanno alla eredità perpetua nei diritti d'autore è egualmente valida per la proprietà industriale e terriera. Vi è anzi attualmente un movimento che mira a rendere perpetui i diritti d'autore, in base al fatto che non è bello che una persona il cui nonno comperò prima degli altri un terreno senza valore nella zona di Chicago debba essere milionario, mentre il pronipote di Dickens debba essere povero come uno scaccino. Il sistema per eliminare questa anomalia è di municipalizzare la zona di Chicago e di limitarvi la durata degli affitti, piuttosto che di fare, della progenie degli autori, insigni parassiti come lo sono i discendenti dei primi diboscatori.

Ma vi è ancora un'altra anomalia da eliminare. Quale deve essere la sorte degli inventori? Il loro caso doveva essere risolto, così come era stato risolto quello degli autori. Ma la questione era ancora più urgente, poiché la vita civile viene modificata molto più dalle invenzioni che dai libri. Esse hanno reso quasi trascurabili distanze che nella mia giovinezza erano proibitive: queste sono state infatti abolite nel momento in cui furono inventati il telefono e il cavo elettrico. Al confronto Shakespeare non provocò forti mutamenti sociali: furono Watt e Stephenson a determinare la rivoluzione industriale. Viene fatto di pensare che, se deve esserci una differenza tra le condizioni degli inventori e quelle degli autori, i primi dovrebbero essere trattati meglio. Invece il diritto dell'autore dura tutta la sua vita più 50 anni, e il brevetto dell'inventore soltanto 16. La differenza è la stessa che passa tra le idee del 1624 e quelle del 1911, ed è diventata ora ingiustificabile.

Tali anomalie dimostrano che i nostri legislatori stanno annaspando nel buio e passano da un abuso all'altro senza alcuna comprensione del futuro, del passato e del presente. Mosè, morto 35 secoli fa, fu abbastanza intelligente dal punto di vista politico da limitare a cinquant'anni ogni diritto di proprietà; al sopraggiungere di questo termine (giubileo) tutti i diritti di proprietà venivano conferiti alla comunità; ma poiché il meccanismo sociale necessario a un simile mutamento non era nemmeno allora applicabile, l'idea non fu mai attuata, e se lo fosse stata avrebbe rovinato la civiltà di allora. Ma almeno Mosè ebbe la sagacia di vedere che sarebbe stato necessario fare qualcosa di simile; anche Gladstone, quando le ferrovie furono autorizzate, per evitare che gli azionisti e i loro discendenti ne fossero gli eterni proprietari dispose che fossero vendute alla comunità come rottame, alla fine di un certo periodo di tempo. Ma poiché quando giunse la scadenza il Governo era antisocialista, non attrezzato a prendersi le ferrovie e ad amministrarle, il progetto di Gladstone fu messo da parte dai nostri giudici, così come era accaduto al progetto di Mosè.

E' chiaro perciò che il male della proprietà "reale" si trova nella sua perpetua ereditarietà. Nel diciannovesimo secolo esso ha determinato una distribuzione del reddito nazionale così cattiva e oltraggiosa, che non poté essere ignorata né difesa. C'erano bambini milionari e lavoratori poveri benché essi si fossero esauriti in una intera vita di lavoro. Cagnolini maltesi erano superalimentati con cotolette di montone e riscaldati su tappeti da salotto, mentre molti bambini crescevano male e affamati per insufficienza di cibo e di combustibile. Mentre la nazione aveva urgente bisogno di cose migliori, di vestiti, di educazione e di viveri, il lavoro che avrebbe potuto produrli era invece impiegato nel fabbricare articoli di fantasia (in massima parte inutili cianfrusaglie) e nel permettere il parassitismo ai parassiti. Sebbene il male non fosse stato capito, esso era d'altra parte così manifesto che si cominciò ad attaccarlo con violenza.

Nonostante il precedente dei diritti d'autore e dei brevetti, il primo attacco non fu sferrato contro la durata dei diritti di proprietà. Il Governo, bisognoso di denaro per mandare avanti i grandi settori degli affari nazionali che non potevano essere lasciati al capitalismo privato, perché nessun profitto commerciale se ne poteva ricavare, cominciò a confiscare a tutto spiano i redditi dei ricchi. Nella mia giovinezza la tassa sul reddito era di due pence ogni sterlina. Essa è ora di diciannove scellini e sei pence sui redditi che eccedono le ventimila sterline, il che significa non soltanto la loro nazionalizzazione ma anche le fine di numerosi parassiti e la bancarotta dei loro proprietari. Si ammette ora esplicitamente e ufficialmente che tali redditi non sono guadagnati da coloro che li ricevono. In breve, poiché è ormai universalmente riconosciuto dagli economisti che le persone che li ricevono, simili a "fuchi in un alveare", danneggiano la società nello stesso modo dei ladri, noi, invece di mettere un freno a queste ruberie, abbiamo al pari di Wotan nell'"Anello dei Nibelunghi" di Wagner preso come regola della nostra economia politica quella che dice «Ciò che il ladro ti ha rubato, tu rubalo al ladro».

Successivamente, continuando a non capire il problema, abbiamo attaccato l'istituto dell'eredità, istituendo le imposte di successione e determinandole su un capitale puramente immaginario in base ai valori di Borsa.

Tutto questo, che si viene ora eseguendo in pieno sotto la pressione di una guerra che costa dodici milioni di sterline al giorno, sta rovinando il sistema capitalista, da cui pure la civiltà ancora dipende largamente. Sembra semplice prendere i milionari per la collottola e rovinarli, ma poiché non possiamo farlo senza rovinare contemporaneamente Bond Street e Bournemouth, oltre a dover trovar lavoro per i loro maggiordomi e le loro governanti, i loro cuochi e le loro cameriere, finiamo per trovarci in un bel ginepraio invece che in un paradiso terrestre. Prendete a esempio il mio caso. Trent'anni fa impiegai alcuni mesi del mio tempo libero per scrivere una commedia chiamata "Pigmalione", per la quale, in virtù della legge sui diritti di autore, sono stato abbastanza ultrapagato al confronto degli attori, degli scenografi e del personale di palcoscenico, per cui merito la commedia veniva rappresentata. Grazie all'invenzione del cinematografo (che non è stato inventato da me) ricevetti in seguito una pioggia di 29000 sterline in conto dei miei diritti d'autore per il film. Il risultato finanziario fu che dovetti pagare in due anni 50000 sterline al Cancelliere dello Scacchiere. Il risultato di quella catastrofe è che ora uso i miei diritti di autore, non perché si filmino le mie commedie e si dia in questo modo lavoro e divertimento ai miei concittadini, ma per vietarle o sopprimerle, così da ridurre il mio reddito al punto in cui mi sia possibile viverci. Analogamente, sebbene la guerra inciti ogni persona a lavorare fino al massimo della sopportazione per stornare dal nostro capo la minaccia della sconfitta da parte del nazismo, gli operai si rifiutano dappertutto di lavorare oltre l'orario, per tema di guadagnare quanto basta per essere colpiti dalla tassa sul reddito.

Un mio amico, morto tempo fa, aveva un'ottima posizione economica, quando ebbe la sfortuna di ereditare un vasto possedimento e il titolo di marchese. Egli diventò immediatamente debitore verso il Cancelliere dello Scacchiere di una somma pari a tredici anni di reddito del suo possedimento a titolo di imposta di successione, sebbene egli fosse nell'impossibilità di ricavare dal possedimento più del raccolto dell'anno precedente. Il mio amico disse al Cancelliere «naturalmente non posso pagarvi il denaro, ma posso darvi la terra» (6000 o 60000 acri non ricordo bene). Il Cancelliere, sebbene fosse per principio un ardente fautore della nazionalizzazione della terra, nonché ministro di un Governo laburista, dovette rifiutare l'offerta, non essendo in condizioni di coltivare e amministrare neppure un acro del suolo nazionale. Come sistemarono la questione, se mai lo fecero, non posso dirvelo: tutto quello che so è che, quando dovetti pagare le mie 50000 sterline, non offrii in loro vece alcuni dei miei diritti di autore; poiché infatti non abbiamo né un teatro né un cinematografo nazionale, il Cancelliere non sapeva che farsene di un diritto d'autore.

Mi verrà ora chiesto perché, se tassare il capitale è un'operazione spesse volte impossibile e non redditizia, questa tassa sia durata in pratica così a lungo sotto forma di tassa di successione. La risposta è che questa forma di tassazione non è mai realmente esistita e che sarebbe stata subito annullata se fosse stata applicata a tutti i capitalisti ogni anno (come vorrebbero fare i suoi sostenitori) invece che a casi individuali a lunghi intervalli. Se un Cancelliere domanda in un solo anno il reddito di 13 anni di un possedimento, lo fa soltanto ogni 33 anni, cioè una volta in una generazione, ed è allora possibile per il proprietario di provvedere al pagamento della tassa, risparmiando o mediante un'assicurazione; e poiché si fece appunto così, tutto procedette benissimo fino all'inizio della guerra dei Quattro Anni nel 1914, quando nelle Fiandre la carneficina era tale che la vita di un ufficiale di compagnia al fronte si pensava potesse durare al massimo sei settimane invece di 33 anni. Nel caso venissero uccisi tre eredi nello spazio di sei mesi, il possedimento di famiglia doveva pagare l'imposta di successione, sul suo valore immaginario, tre volte in un solo anno, e anche la sua completa confisca lasciava i suoi eredi ancora in debito verso la Corona: una povera ricompensa per il massimo sacrificio dei patrioti. In tali casi la tassa di successione dovette essere rimessa. Essa non è mai stata attuabile e non lo sarà mai, se non quando potrà essere pagata a intervalli considerevolmente più lunghi del numero dei redditi annui richiesti in una sola volta.

La confisca dei redditi non guadagnati è possibile soltanto nella misura in cui l'iniziativa socialista può provvedere all'impiego o a una pensione di Stato per tutti i parassiti a essi collegati. Le guerre realizzano questo programma, impiegandoli come soldati, come lavoratori nelle fabbriche di munizioni e nelle attività produttive, dalle quali i soldati e gli operai delle fabbriche di materiale bellico, il cui lavoro è invece distruttivo e omicida, ricavano i mezzi per il loro sostentamento.

Così la guerra dei Quattro Anni obbligò il Governo a costruire industrie nazionali e a controllare quelle private, prescrivendo quali dovessero essere i prodotti, accertandosi dei costi di produzione e limitando molto drasticamente i profitti. Ma quando la guerra finì, tutti questi impieghi cessarono. Le industrie nazionali furono distrutte e il controllo cessò. Vi sarebbero stati tumulti, se non si fossero aiutati i soldati smobilitati con sussidi di disoccupazione anziché organizzare socialisticamente i mezzi di lavoro per dar loro modo di guadagnarsi un decoroso sostentamento. Ma questo non lo potevano fare da sé senza avere né terra né una direzione. Il sussidio ci diede il peso di una nuova orda di parassiti viventi nella più abbietta povertà. I parassiti poveri sono molto peggiori dei ricchi: essi non possono né risparmiare capitale, né dare lavoro, né dare un esempio di bel vivere come fanno i ricchi.

Nel 1939 la situazione fu di nuovo temporaneamente salvata da una nuova guerra; ma essa si riprodurrà e ci porterà infine alla rovina, a meno che non riusciamo a ottenere che i nostri governanti capiscano che la semplice confisca dei redditi non guadagnati a mezzo di tasse e l'abolizione dell'ereditarietà e le tasse di successione non sono sufficienti a ciò, perché la terra e l'industria debbono essere mantenute in efficienza produttiva giorno per giorno, minuto per minuto, e devono essere coltivate, amministrate, lavorate senza un momento di sosta, altrimenti la nazione morirà di fame, per quanto il Cancelliere dello Scacchiere possa star seduto su una scatola piena di certificati, azioni e titoli di beni. Il nuovo Governo bolscevico russo del 1917 scoprì questa verità provando e sbagliando. Esso non fu così pazzo da stimare le risorse nazionali col semplice metodo di moltiplicare il reddito nazionale per venti: bensì ridusse alla miseria i capitalisti, i proprietari e i profittatori, in base ai principi socialisti, col metodo della semplice espropriazione violenta. I risultati immediati furono così disastrosi che ancor oggi c'è da meravigliarsi che il bolscevismo sia sopravvissuto alla catastrofe. I capi sovietici, non avendo letto nessun vangelo socialista più recente di quello di Karl Marx ed essendo quindi pre- fabiani, non capirono che gli statisti socialisti non devono nazionalizzare un soldo di capitale né un ettaro di terra, finché la nazione non sia attrezzata burocraticamente a usare quel capitale e a coltivare quella terra senza un giorno di ritardo. Quando Lenin s'accorse di che cosa accade quando si distrugge radicalmente l'impresa privata prima che il meccanismo politico sia pronto a continuare il suo lavoro, dovette restaurare buona parte del commercio e dell'agricoltura privati, sotto il nome di Nuova Politica Economica (egli avrebbe dovuto chiamarla Vecchia) per tirare avanti il Governo sino a che non fosse attrezzato per sostituirsi a loro.

Possiamo considerare arcidimostrato che né i principi cristiani, né i principi marxisti, né le esperienze di affari dei banchieri e degli speculatori possono guidare sicuramente uno Stato moderno verso una genuina democrazia. Ma non è possibile accertarsi con esami e colloqui se l'esaminando conosca l'economia finanziaria abbastanza solidamente da essere fatto Cancelliere dello Scacchiere o Lord del Tesoro, senza il rischio di essere portati alla rovina da ubbie che vanno sotto il nome di "valori del capitale", valori terrieri, credito sociale, risparmi, parsimonia e simili maschere del principio «Qualcosa in cambio di niente». Gli uffici del Tesoro dovrebbero portare cartelli dove fosse scritto non LIBERTA', UGUAGLIANZA, FRATERNITA', ma NIENTE PER NIENTE E POCHISSIMO PER UN SOLDINO.

13. IDEE GIUSTE E IDEE ASSURDE IN FATTO DI COMPENSAZIONE
Poiché andiamo perdendo a una a una, e forse a dieci a dieci, tutte le illusioni, diventa evidente a ogni piè sospinto che la civiltà, che prima dipendeva dalla proprietà e dall'iniziativa privata, le ha entrambe sorpassate e le sta riducendo dappertutto a brandelli. Dato che questo è un problema di fatti e non di opinioni, deve essere affrontato dai cittadini di tutti i partiti. Coloro che credono di potersela cavare dicendo «io non sono per il socialismo» sono altrettanto inutili di quei socialisti che immaginano che l'abolizione della proprietà privata metterà automaticamente a posto ogni cosa. Entrambi si trovano continuamente obbligati a sbarazzarsi un poco per volta e, qualche volta, molto per volta, della proprietà privata e dell'istinto dell'eredità, sotto le rinnovate pressioni delle circostanze e senza saper proprio come fare.

In un solo punto essi si accapigliano furiosamente. Coloro che non tengono per il socialismo insistono che gli espropriati dovrebbero ricevere un cosiddetto indennizzo, intendendo con ciò che essi dovrebbero riavere sotto altra forma la proprietà confiscata. Gli altri sostengono con veemenza che essi non dovrebbero ricevere alcun riguardo e dovrebbero essere lasciati tutti a lavorare o a morire di fame, come si meritano. Dicono questi ultimi che, siccome la proprietà privata è in effetti un furto, coloro che ne approfittano dovrebbero essere puniti invece che compensati. L'indignazione virtuosa è una forma molto apprezzata di autoindulgenza in Inghilterra, e senza dubbio anche altrove. Ma ciò non cambia il fatto che i signori e le signore gettati senza pietà sul lastrico non hanno effettivamente la possibilità di lavorare. Essi non sanno lavorare e non sono stati allenati a farlo. Alcuni di loro sono troppo giovani e altri troppo vecchi. Hanno molte persone a carico (tra i quali i poveri parenti rovinati come loro), e tra queste coloro che lavorano possono veder sfumare le loro possibilità di lavoro. La cameriera di una signora che si presentasse per ottenere un posto di raccoglitrice di stracci sarebbe rifiutata con una frase del genere «Lei non è il tipo che ci serve» nello stesso modo come lo sarebbe la sua padrona rovinata; e se la espropriazione dovesse essere molto estesa, ben poche signore impiegherebbero donne di servizio. Lo Stato inoltre non può, come un imprenditore privato, sbarazzarsi dei suoi impiegati con un semplice licenziamento. Essi si presentano a lui come "poveri" e, più educatamente, come "nullatenenti" che hanno diritto a esser soccorsi secondo la vecchia legge di Elisabetta e tutte le sue moderne aggiunte. La teoria secondo cui essi sarebbero in qualche modo colpevoli è ignorante e sciocca. Essi non possono evitare di essere proprietari più di quanto gli altri possano evitare di essere proletari. Se qualcuno deve essere ritenuto colpevole di qualche cosa, sono i proletari che dovrebbero essere puniti perché poveri, e non i proprietari perché ricchi. La formula del «nessun indennizzo» equivale alla crudeltà premeditata verso gli animali. Oggi anzi si fa troppo poco uso dell'indennizzo. Quando gli operai che tessevano a mano furono rovinati dalle industrie tessili meccaniche, essi furono spinti a rivoltarsi per il mancato indennizzo, mentre sarebbe stato più economico darglielo subito. La gente umana e di buon senso ammetterà questo senza discutere; ma si chiederà altresì che genere di indennizzo sia quello dato ai proprietari, se esso li lascia ricchi come prima. Questa giusta domanda dimostra che la parola indennizzo non è appropriata. I proprietari come classe non saranno né potranno essere indennizzati; ma l'espropriazione dei loro beni può essere fatta in modo da evitare che il proprietario di una grandissima proprietà debba sopportare più della sua giusta parte di danno nella trasformazione di quest'ultima da proprietà privata a pubblica. Ciò può farsi facilmente e in effetti si fa di continuo, comperando la proprietà al suo prezzo di mercato e pagandolo con tasse imposte su tutto il complesso dei proprietari. Il risultato non è un indennizzo, bensì un accomodamento e dovrebbe essere chiamato così.

Io stesso sono un proprietario, e quello che è peggio un proprietario assenteista. Da quando ereditai la mia proprietà, circa trent'anni or sono, passai una sola volta alcune ore nelle sue vicinanze, senza entrarvi e senza identificare una sola delle case ivi erette. Però intasco un modesto reddito, guadagnato dal lavoro di coloro che ci abitano, i quali non mi hanno mai visto né hanno mai ricevuto alcun servizio da me. Difficilmente si può immaginare una più grande malversazione, ma non è colpa mia, devo accettarlo come legge della terra; non vi sono infatti altre alternative per me. Sono nettamente favorevole alla municipalizzazione di questa mia piccola proprietà; ma desidero essere pagato come se la vendessi privatamente a un compratore privato. Perché dovrei restare infatti minorato del mio pezzetto di città, quando i padroni di casa dei miei vicini non soltanto continuerebbero a godere le loro rendite come prima, ma anche qualcosa in più, grazie ai vantaggi che possono risultare dall'espropriazione della mia terra?

Senza dubbio il metodo giusto è quello di pagarmi il prezzo della mia terra e mandarmi l'esattore delle tasse per ritirarmi una quota del prezzo, facendo nello stesso tempo contribuire con le loro quote i colleghi proprietari terrieri. Con ognuna di queste transazioni un pezzo di terra passa dalla proprietà privata a quella pubblica; il Municipio diventa più ricco per via del suo uso o provento; la classe dei proprietari diventa più povera in ragione del prezzo pagato per l'esproprio; i contribuenti diventano invece più ricchi in ragione della stessa cifra. I nostri economisti classici dimostrarono che le imposte finiscono sempre per ricadere sugli affitti; di conseguenza quando le imposte diminuiscono gli affitti possono essere aumentati; ma questo è vero soltanto quando al contribuente affittuario si impone un affitto esorbitante: cioè un affitto così alto che se fosse aumentato di uno scellino egli dovrebbe rinunciare a fare l'affittuario. Questo però accade soltanto nel caso di affittuari estremamente poveri. Finché l'affitto non giunge a questo punto, come accade nella maggior parte dei casi, l'affittuario può godere una parte della rendita viva; ma egli non può aumentar l'affitto del vicino, né possono farlo i locatari, sebbene essi possano trarre un profitto dal subaffitto, se l'affitto che pagano non è alto. Ma queste vie di evasione sono in massima parte soltanto teoriche, e quindi costituiscono una quantità trascurabile. Poiché i padroni di casa sono tassati sempre sui loro redditi in modo tale che le loro candele bruciano da tutte e due le parti, per rendere tutti i fondi urbani di proprietà pubblica è sufficiente che la municipalizzazione mediante il sistema anzidetto sia effettuata fino alla fine; in tal modo la classe dei proprietari rimasti senza proprietà si estinguerà, e i loro figli saranno educati a lavorare per vivere, come fanno tutti.

Nonostante la sua semplicità, questo procedimento abbisogna di qualche elementare ragionamento politico ed economico, perché sia pienamente capito. Chi non lo capisce non deve avere mai niente a che fare con progetti di municipalizzazione e nazionalizzazione. Si tratta di una posizione chiave, ed è perciò questo l'elemento decisivo per la qualifica.

Sebbene con questo sistema si possa provvedere perfettamente al trapasso del territorio urbano dalla proprietà privata a quella pubblica con l'assenso degli uomini d'affari, vi sono alcuni casi in cui questo sistema potrebbe essere troppo spietato verso i proprietari. Alcuni privati possiedono il suolo di intere città o di parti importanti di città che sono di per sé sole più vaste ed enormemente più redditizie di molte cittadine provinciali. Andare da uno dei nostri pari terrieri e dirgli «stiamo per municipalizzare questa e quella casa della vostra proprietà, ma non ne risentirete la perdita, perché vi pagheremo a prezzo di mercato tassando tutti gli altri proprietari della parrocchia» sarebbe una stupidaggine, finché egli potesse rispondere «grazie tante; sono il proprietario del suolo di tutta la parrocchia e sarei io a pagare l'intero prezzo». Finché potessimo rispondergli che potrebbe benissimo sopportare il sacrificio, potremmo andare avanti senza rimorsi; ma si arriverebbe a un punto al quale egli non potrebbe più sopportarlo senza un duro cambiamento nella sua situazione: vale a dire, ridursi a vivere in un modo che, non per colpa sua, non gli è mai stato insegnato e che quindi egli ignora, perdendo per giunta il margine necessario a mantenere in vita i suoi vecchi parenti e i servi che in passato lo avevano servito fedelmente. La privazione personale è al confronto trascurabile; un duca proprietario terriero non mangia infatti più del suo giardiniere né consuma altrettanto presto i suoi vestiti; e nei suoi viaggi deve talvolta vivere molto scomodamente. Ma egli ha tanti imbarazzi e impegni che una sua improvvisa e completa espropriazione sarebbe una calamità per molta altra gente. Egli ha il diritto, come lo hanno gli autori, di essere avvertito con sufficiente anticipo da permettere a lui e a sua moglie di farsi una nuova vita, e ai suoi figli di essere educati al loro avvenire nuovo e definito. Questo si può fare in maniera ragionevole concedendo loro una rendita annua temporanea, o una pensione vitalizia. La nostra esperienza dei figli cadetti sbalestrati nella vita come gentiluomini senza una lira non c'incoraggia a tenercene attorno altri in avvenire. La povertà della gente che non sa vivere poveramente è molto più penosa della povertà di un operaio che ha quel tanto a cui è stato sempre abituato e non deve conservare false pretese sociali vivendo in maniera inadeguata alle sue rendite, o addirittura senza rendite.

Se il futuro deve essere un futuro socialista, il caso di gente che viva di redditi non guadagnati sarà ulteriormente modificato dal fatto che il lavoro sarà obbligatorio per tutti. Esso lo è sempre stato per la maggior parte della gente; infatti, non soltanto il proletariato non ha avuto altra alternativa che lavorare o morire di fame, ma anche la nobiltà feudale è stata moralmente soggetta al servizio obbligatorio nell'esercito, nella Chiesa e nella diplomazia. Soltanto nella classe media non solo manca un senso dell'obbligo sociale al lavoro anche quando si può farne a meno, ma esiste addirittura una radicata convenzione sociale che "l'indipendenza" (e cioè in verità la completa dipendenza dal lavoro altrui) sia segno di distinzione. La gente distinta non deve farsi vedere a portar sacchi. Ora, il fatto di avere molto denaro non abolisce per niente l'obbligo sociale di lavorare. Questo principio finora è legalmente riconosciuto solo nel caso del servizio militare. L'uomo che ha un reddito non guadagnato di ventimila sterline l'anno deve andare in trincea come quello che non ha nulla e che prende la paga del re perché non saprebbe altrimenti come fare a vivere. Ora, sotto la denominazione di lavoro di guerra, il servizio militare comprende ogni genere di lavoro e tutti sono diventati egualmente obbligatori. Naturalmente questa obbligatorietà è salutare sia in pace sia in guerra, così che non è distante il giorno in cui il ricco dovrà fare la sua giornata di lavoro come la fa il suo vicino proletario. In tal caso quali privilegi darà il reddito non guadagnato, senza i suoi vantaggi attuali? Noi potremmo dire al milionario obbligato a lavorare al fianco dei suoi concittadini nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere, sulle navi e negli uffici, come ora è costretto a servire nell'esercito: «Se voi e gli altri milionari vorrete rinunciare ai vostri redditi non guadagnati, noi possiamo ridurre il vostro lavoro e quello di tutti gli altri di x ore al giorno».

Ogni progresso nell'organizzazione sociale sarà un ottimo affare per coloro che vivono di rendita quando non sarà loro più permesso di fare i parassiti. Anche ora le vite che si trascinano nell'ozio non sono felici: le loro vittime sono costrette a seccarsi e tormentarsi a vicenda nell'andazzo senza senso di una moda che non viene neppure inventata da loro ma è imposta dalle industrie di lusso che vivono a loro spese, e in tutto ciò l'occupazione migliore è ancora quella di fare vita di campagna dedicando ogni mese alla caccia e alla uccisione di qualche animale o uccello. Questa è una vita da cane e non da uomo civile, per quanto possa essere più sana della vita mondana di Londra. Le unioni operaie e la legislazione del lavoro hanno fatto qualcosa per mitigare la povertà e la schiavitù dei poveri; ma non si pensa affatto alle miserie dei ricchi, che si crede vivano in uno stato di continuo divertimento, poveri diavoli!

14. IL VIZIO DEL GIOCO E LA VIRTU' DELL'ASSICURAZIONE
L'assicurazione, sebbene fondata su fatti che sono inesplicabili e su rischi che sono calcolabili soltanto da matematici professionisti chiamati attuari, è nondimeno più simpatica a studiarsi degli argomenti della banca e del capitale, che sono più facili. Questo perché nel nostro paese per ogni uomo politico competente ci sono almeno 100000 giocatori che fanno scommesse ogni settimana, con i bookmakers dei campi di corse. Il mestiere del bookmaker è di far scommesse su ogni cavallo iscritto alla corsa con chiunque pensi che esso vincerà e desideri scommettere sulla sua vittoria. Poiché un cavallo solo vince e tutti gli altri debbono perdere, l'affare sarebbe enormemente lucrativo se tutte le scommesse fossero alla pari. Ma la concorrenza fra i bookmakers li porta ad attirare i clienti con l'offrir loro quote alte sui cavalli che non hanno probabilità di vincere e quote basse sul cavallo che ha le maggiori probabilità, e che si suole chiamare il favorito. Il ben conosciuto grido, che imbarazza i novizi, di «due a uno», significa che il bookmaker scommetterà sulla quota di due a uno contro tutti i cavalli della corsa eccetto il favorito. In genere, però, egli farà scommesse a quote di dieci a uno e anche più sul cavallo considerato "outsider". In questo caso, se vince l'"outsider", come talvolta è accaduto, il bookmaker può perdere in questa scommessa tutto quello che ha guadagnato nelle scommesse contro i favoriti. Tra le possibilità estreme di vincere o perdere, egli può cavarsela sempre basandosi sul numero dei cavalli iscritti alla corsa, sul numero delle scommesse fatte su di loro e sulla sua abilità nell'offrire le quote. In genere egli guadagna quando vince un "outsider", poiché normalmente vi è più denaro su favoriti e sui probabili che sugli "outsider"; ma può succedere anche il contrario: vi possono essere infatti diversi "outsider" così come diversi favoriti, e poiché gli "outsider" vincono abbastanza spesso il tentare i clienti con l'offrire quote troppo favorevoli costituisce un azzardo; e il bookmaker non deve mai giocare d'azzardo, sebbene egli viva nel gioco. Vi sono sempre in pratica sufficienti fattori variabili nel gioco per buttare in palio tutte le abilità finanziarie del bookmaker. Egli deve fare il suo bilancio in modo da riuscire, anche nel caso peggiore, a essere sempre solvibile. Un bookmaker che giochi d'azzardo si rovinerà certamente, proprio come accade a un fornitore di liquori che beva o a un commerciante di quadri che non sappia separarsi da un buon quadro.

Sorge subito la domanda: come sia possibile fare un bilancio di solvibilità trattando questioni di probabilità. La risposta è che, quando si presentano in grande numero, le probabilità diventano certezze, e questa è una delle ragioni perché un milione di persone organizzate in uno Stato possono fare cose che non possono essere tentate dai singoli privati. Questa scoperta nacque tuttavia dall'esperienza di ordinari affari privati.

Nel passato, quando il viaggiare era pericoloso e la gente prima di partire per un viaggio in mare faceva testamento, e diceva le sue preghiere come se fosse in procinto di morire, il commercio con i paesi stranieri era un affare rischioso, specialmente quando il commerciante, invece di starsene a casa e di consegnare le mercanzie a una agenzia straniera, doveva accompagnarle a destinazione per venderle sul posto. Per fare questo, egli doveva stipulare un contratto con un proprietario di nave oppure direttamente col capitano della nave.

Ora, i capitani delle navi, che vivono sul mare, non vanno soggetti al terrore che esso ispira agli uomini di terra. Per loro il mare è più sicuro della terra; i naufragi sono infatti meno frequenti delle malattie e dei disastri in terra. I capitani delle navi guadagnano sia portando passeggeri sia portando merci. Immaginate quindi un discorso di affari tra un commerciante avido di commerciare con l'estero, ma terribilmente pauroso di fare naufragio o di essere divorato dai selvaggi, e un comandante di nave avido di merci e di passeggeri. Il capitano assicura il commerciante che le sue merci arriveranno sane e salve, e che anche lui arriverà perfettamente a destinazione, in caso le voglia accompagnare. Ma il commerciante, che ha la testa piena delle avventure di Giona, san Paolo, Ulisse e Robinson Crusoe, non osa avventurarsi. Le loro conversazioni si svolgeranno più o meno in questo modo.

CAPITANO: Venite! Scommetto quante sterline volete che, se partite con me, tra un anno sarete ancora vivo e vegeto.

COMMERCIANTE: Se dovessi scommettere, scommetterei piuttosto che morirò entro l'anno.

CAPITANO: Perché no? Tanto perderete certamente la scommessa.

COMMERCIANTE: Ma se io affogo, affogherete anche voi, e allora che cosa accadrà della nostra scommessa?

CAPITANO: Giusto. Ma vi troverò qualcuno a terra che farà la scommessa con vostra moglie e con la vostra famiglia.

COMMERCIANTE: Questo cambia la situazione; ma, e il mio carico?

CAPITANO: Puh! Si può fare la scommessa anche sul carico. Oppure due scommesse: una sulla vostra vita e un'altra sul carico. Ambedue le cose saranno sicure, ve lo garantisco. Non accadrà nulla; e voi vedrete tutte le meraviglie che si possono vedere all'estero. COMMERCIANTE: Ma se le mie merci e io arriviamo sani e salvi dovrò pagarvi il valore della mia vita e quello delle merci. Insomma, se non affogo io sarò rovinato.

CAPITANO: Anche questo è vero, ma non crediate che per me le cose andrebbero molto meglio. Se voi affogate, io affogherò per primo; devo essere infatti l'ultimo uomo a lasciare la nave. Tuttavia voglio persuadervi a tentare. Faremo la scommessa dieci contro uno. Vi tenta?

COMMERCIANTE: Oh, in questo caso...

Il capitano ha scoperto l'assicurazione così come l'orefice scoprì le operazioni di banca.

L'assicurazione è un affare lucrativo, e se il giudizio dell'assicuratore e le sue informazioni sono buone è anche un affare sicuro. Esso non è però così semplice come fare il bookmaker sui campi di corse: mentre infatti in una corsa tutti i cavalli eccetto uno devono perdere e il bookmaker guadagna, in un naufragio tutti i passeggeri possono vincere e l'assicuratore andarsene in rovina. Egli deve quindi avere non una ma più navi, in modo che, quante più navi arriveranno in porto invece di affondare, egli guadagnerà in proporzione e perderà soltanto su una. Ma in effetti l'assicuratore marittimo non ha bisogno di navi proprie, così come il bookmaker non ha bisogno di propri cavalli. Egli può assicurare i carichi e le vite affidati a migliaia di navi che appartengono ad altra gente, anche se non ha mai posseduto o nemmeno visto qualcosa di più di una canoa. Quante più navi egli assicura, tanto più sicuri sono i suoi profitti; una mezza dozzina di navi può infatti naufragare nello stesso tifone o essere spazzata via dalla stessa ondata di fondo, ma su mille navi la maggior parte sopravviverà. Quando i rischi sono accresciuti dalla guerra le quote di scommessa possono diminuire.

Quando il commercio estero si sviluppa al punto che gli assicuratori marittimi possono impiegare più capitale di quello che possano fornire i singoli individui, per soddisfare la domanda si formano società come i Lloyds britannici. Queste società si accorgono subito che vi sono nel mondo molti altri rischi oltre a quello del naufragio. Gli uomini che non viaggiano e che non spediscono merci per mare possono perdere la vita o parte del corpo in un incidente, oppure le loro case possono essere distrutte da incendi o depredate dai ladri. Sorgono allora da tutte le parti compagnie di assicurazioni, e gli affari si sviluppano e si estendono fino a che non esiste più alcun rischio che non possa essere assicurato. I Lloyds assicureranno non soltanto contro i naufragi ma anche contro qualsiasi rischio che non sia specificamente coperto dalle società per azioni, ma purché sia un rischio assicurabile, ovvero sia un rischio sicuro.

Questo sembra costituire una contraddizione in termini: come può infatti un affare sicuro comportare un rischio o un rischio essere corso sicuramente?

La risposta ci porta in una regione misteriosa in cui i fatti non possono essere razionalizzati da nessun sistema di raziocinio finora scoperto. L'esempio tipico è costituito dalla più semplice forma di gioco, ovverossia quello di lanciare una moneta in aria e scommettere quale sarà il lato visibile quando si sarà fermata dopo la caduta. Testa o coda, si dice in Inghilterra, testa o croce in Italia. Ogni volta che la moneta è lanciata in aria, sia l'una che l'altra parte hanno le stesse probabilità di vincere. Se vince la testa è probabile vincere anche la volta dopo e ancora la prossima e così fino a mille volte; dal punto di vista teorico è possibile che si verifichi una serie di mille teste o di mille croci; il fatto che la testa vinca a ogni colpo non fa sorgere la più ragionevole probabilità che la croce vincerà la prossima volta. Tuttavia i fatti smentiscono questo ragionamento. Chiunque possiede un nichelino e lo lancia per aria cento volte, trova che la stessa parte ritorna successivamente varie volte; ma il risultato finale sarà di cinquanta teste e cinquanta croci o giù di lì. Mi sono trovato ora in tasca dieci soldi e li ho gettati dieci volte di seguito sul pavimento. Risultato: 49 teste 51 croci, sebbene il risultato 5 contro 5 si sia verificato soltanto due volte in 10 tiri, e le teste abbiano vinto all'inizio per tre volte consecutive. Così, sebbene in due lanci il risultato sia del tutto incerto, in dieci esso può dare abbastanza spesso un 6 a 4 o un 7 a 3 e ci si può quindi scommettere sopra; ma in cento lanci il risultato sarà di 50 a 50 e lascerà i due giocatori, di cui uno strilla testa e l'altro croce ogni volta, esattamente allo stesso punto o molto vicino a quello in cui erano quando cominciarono, né più ricchi né più poveri, a meno che le poste siano così alte che soltanto dei giocatori pazzi osino azzardarle.

Una compagnia di assicurazione ben diretta, che fa decine e decine di migliaia di scommesse, non gioca affatto d'azzardo; essa conosce con sufficiente esattezza a quale età moriranno i suoi clienti, quante loro case bruceranno ogni anno, quanti furti si verificheranno, quanto denaro sarà sottratto dai cassieri, quanti indennizzi dovranno pagare alle persone infortunate sul lavoro, quanti incidenti capiteranno alle automobili e ai clienti stessi, quante malattie o periodi di disoccupazione essi dovranno affrontare e quante spese faranno per nascite e morti: in breve, ciò che accadrà a ogni mille o diecimila o un milione di persone, e ciò benché la compagnia non possa dire quel che accadrà a ognuna di loro.

Nella mia giovinezza mi fu insegnato a giocare a "whist" per mettermi nelle condizioni di affrontare degnamente una vita oziosa, dato che vi era gente ricca che, non avendo niente altro di meglio da fare, scacciava la noia (che a quei tempi si chiamava "ennui") giocando a "whist" ogni giorno. Successivamente quelle persone sostituirono al "whist" la "bésigue"; ora si gioca a "bridge." Ogni club ha infatti la sua sala da gioco. I giochi di carte sono giochi di fortuna; sebbene i giocatori amino infatti far credere che usano abilità e discernimento nello scegliere la carta da giocare, la pratica stabilisce subito regole mediante le quali anche il più stupido giocatore può imparare quale carta scegliere correttamente: cioè non scegliendola affatto, ma ubbidendo a certe regole. In conseguenza di ciò, la gente che gioca ogni giorno a sei pence o a uno scellino al punto si trova alla fine dell'anno a non aver guadagnato né perduto somme di grande importanza e ad avere ucciso piacevolmente il tempo invece di essersi annoiata a morte. In realtà non si è esposti a rischi maggiori di quanto abbiano sostenuto le compagnie di assicurazione.

Fu infine scoperto che non soltanto non è necessario che gli assicuratori posseggano navi o cavalli o case o alcuna delle altre cose che essi assicurano, ma che non c'è neppure bisogno che essi esistano. I loro posti possono essere presi da macchine. Sui campi di corse il bookmaker vestito in modo vistoso, e impudentemente loquace, è sostituito dal totalizzatore, dove i giocatori depositano le somme che sono disposti a scommettere sui cavalli che essi immaginano vincitori. Dopo la corsa tutti i vincitori sono pagati mediante questo fondo. La macchina ne trattiene una parte per il costo d'esercizio e il suo profitto. Sulle navi che fanno crociere di divertimento, giovani donne con molto più denaro di quanto sappiano utilizzare gettano scellini e scellini nelle macchine da gioco costruite in modo tale che molto di rado lo scellino ritorna moltiplicato per dieci o venti. Queste macchine sono gli ultimi successori della roulette, dei cavallini e di tutti gli altri trucchi che vendono probabilità di far denaro per niente. Come il totalizzatore e la lotteria, esse non rischiano assolutamente nulla, sebbene i loro clienti non abbiano altra certezza se non quella che presi tutti insieme debbono perdere, dato che ogni vincita di Giacomo e Maria è una perdita per Tom e Susanna.

In che modo tutto questo riguarda gli uomini di Stato? In questo modo. Giocare d'azzardo o tentare di far denaro senza guadagnarlo è un vizio che economicamente (e cioè fondamentalmente) è rovinoso. Nei casi estremi è una pazzia alla quale neppure le persone più intelligenti sanno resistere; esse scommetteranno, infatti, tutto ciò che posseggono, sebbene sappiano che le probabilità sono contro di loro. Quando si sono rovinati in mezz'ora o in mezzo minuto, si meravigliano della follia della gente che sta facendo la stessa cosa e della loro stessa follia.

Ora lo Stato, potendo fare milioni di scommesse laddove un singolo cittadino non ne può affrontare che una, può tentare i suoi cittadini a giocare senza correre il minimo rischio di perdere finanziariamente; infatti, come ho già detto prima, si sa con certezza ciò che accadrà in un milione di casi sebbene nessuno possa invece prevedere ciò che accadrà nel singolo caso. Di conseguenza ogni Governo essendo in continuo e assillante bisogno di denaro a causa delle sue fortissime spese e dell'antipatia popolare per le tasse, è fortemente tentato a cercar di riempire il Tesoro tentando i cittadini a giocare contro di lui.

Nessun delitto verso la società potrebbe essere più perverso e più dannoso. E' un categorico dovere pubblico creare una salda coscienza popolare contro di ciò, facendo una questione di pura e semplice onestà civica il non spendere ciò che non si è guadagnato e il non consumare ciò che non si è prodotto; una questione di alto onore civico il guadagnare più di quello che si spende, il produrre più di quello che si consuma, e il lasciare così il mondo in condizioni migliori di come lo si era trovato. Nessun altro vero titolo di nobiltà è concepibile al giorno d'oggi.

Sfortunatamente, il nostro sistema di considerare la terra e il capitale una proprietà privata non soltanto rende impossibile tanto allo Stato quanto alla Chiesa di inculcare questi fondamentali concetti, ma li spinge in realtà a predicare proprio l'opposto. Il sistema può spingere l'imprenditore attivo a lavorare duro e a sviluppare al massimo i suoi affari, ma il risultato finale è quello di farlo diventare un membro della nobiltà terriera o della plutocrazia, che vive sul lavoro degli altri e che mette i suoi figli nelle condizioni di fare lo stesso senza aver mai lavorato un momento. La ricompensa del successo nella vita è di diventare un parassita e di fondare una stirpe di parassiti. Il parassitismo è il chiodo della ruota del carro capitalista; ovvero il principale incentivo, senza il quale, come ci è stato insegnato, la società umana cadrebbe a pezzi. Il più audace dei nostri arcivescovi, il più democratico dei nostri ministri delle Finanze non osa denunziare apertamente che il parassitismo, tanto per i pari quanto per i giocatori, è un male che finirà per corrompere anche la più forte civiltà, e che affermare l'opposto è semplicemente diabolico. I nostri più eminenti uomini di Chiesa predicano ora con grande chiarezza e decisione contro la tendenza a fare dell'egoismo l'elemento motore delle civiltà; ma essi non si sono ancora arrischiati a seguire le orme di Ruskin e Proudhon e ad affermare definitivamente che un cittadino che non produce beni o non presta servizi è in effetti un mendicante o un ladro. Il punto più alto che si sia raggiunto in Inghilterra è l'abolizione del lotto di Stato e la messa fuori legge delle lotterie sulle corse dei cavalli in Irlanda.

Ma anche qui il problema non è così semplice da poter essere risolto secondo le norme di un'astratta perfezione socialista. Vi sono periodi nella vita di ciascuno durante i quali uno deve consumare senza produrre. Ogni bambino è un vorace e impudente parassita. E per trasformare il bambino in una persona bene educata e capace di produrre, e fare della sua vita di adulto una vita degna di essere vissuta, bisogna prolungare il suo parassitismo fino a circa 18 anni. Anche le persone anziane non possono produrre. Alcune tribù, che prendono troppo sul serio l'economia della scuola di Manchester, risolvono facilmente la difficoltà uccidendo i vecchi o lasciandoli morire di fame.

In una moderna civiltà non è necessario che questo avvenga. E' possibilissimo organizzare la società in modo tale da mettere ogni persona intelligente e forte in condizioni di produrre abbastanza da pagare non soltanto ciò che consuma, ma risarcire anche il costo dei venti anni di educazione, e provvedere al più lungo intervallo tra l'inabilità al lavoro per vecchiaia e la morte naturale. Questo è anzi uno dei primi doveri del moderno uomo di Stato.

Ora la giovinezza e la vecchiaia sono due certezze. Ma come bisogna comportarci con gli incidenti e le malattie, che per i singoli cittadini non sono certezze ma probabilità? Ebbene, abbiamo visto che quelle che sono probabilità per il singolo diventano certezze per lo Stato. Il singolo cittadino può partecipare a queste certezze soltanto giocando su di esse. Per assicurarmi contro gli accidenti e le malattie devo fare una scommessa con lo Stato che queste disgrazie mi capiteranno: e lo Stato deve accettare la scommessa, dopo che i suoi attuari hanno fissato matematicamente il tasso che devo pagare. Mi si domanderà subito: perché con lo Stato e non con una compagnia di assicurazioni privata? Semplicemente perché lo Stato può fare ciò che un'assicurazione privata non può. Esso può obbligare ogni cittadino ad assicurarsi, benché imprevidente e fiducioso nella sua buona fortuna, e facendo così un gran numero di scommesse combinare il massimo profitto con la più grande certezza e versare i profitti al tesoro pubblico per il bene di tutti. Può inoltre causare un immenso risparmio di lavoro, sostituire a una dozzina di organizzazioni in lotta tra di loro un'unica organizzazione. Infine, può fare assicurazioni a prezzo di costo e, includendo quei prezzi nelle normali tasse, pagare per tutti gli incidenti e le malattie direttamente e semplicemente senza quell'enorme lavoro di radunare gli specifici contributi o di aver a che fare con quella massa di cittadini che perdono le loro scommesse non avendo malattie né incidenti a ogni dato momento.

La stranezza di questo stato di cose è che lo Stato, per rendere l'assicurazione sicura e abolire il gioco, deve costringere tutti a giocare, diventando un supertotalizzatore per tutta la popolazione.

Come l'assicurazione marittima portò alla assicurazione sulla vita, l'assicurazione sulla vita a quella sul fuoco e così via fino alla assicurazione contro la tassa di successione e la disoccupazione, la lista dei rischi assicurabili aumenterà ancora, e la polizza di assicurazione diventerà col passare del tempo sempre più larga fino a non lasciare senza copertura più nessun rischio che possa preoccupare un cittadino ragionevolmente imprudente. E quando le assicurazioni saranno rilevate dallo Stato e conglobate nelle tasse generali, ogni cittadino nascerà con una polizza di assicurazione contro tutti i rischi comuni e potrà fare a meno di dipendere dalle penose virtù della previdenza, della prudenza e dell'abnegazione che sono ora così oppressive e demoralizzanti, alleggerendo in tal modo grandemente il fardello della moralità borghese. I cittadini saranno protetti, piaccia loro o meno, così come ora i loro figli sono educati e le loro case sorvegliate dalla polizia, piaccia o non piaccia loro, anche quando non abbiano figli da educare né case da far sorvegliare. Il guadagno che faremo nel liberarci da queste piccole noie sarà immenso. Non dovremo più perdere tempo né tormentarci coll'assillante interrogativo se vi sarà da mangiare per la famiglia nella prossima settimana o se avremo lasciato sufficiente denaro per pagare il nostro funerale quando morremo.

In tutto questo non vi è nulla di impossibile o anche di irragionevolmente difficile. Eppure, mentre scrivo questo libro, un modesto e ben pensato piano di assicurazione nazionale progettato da Sir William Beveridge, il cui valore come autorità in fatto di scienza politica nessuno discute, è fortemente ostacolato non soltanto dalle compagnie di assicurazioni private che questo piano dovrebbe sostituire, ma dalla stessa gente che esso dovrebbe beneficiare; gli stessi suoi difensori in massima parte non lo capiscono e non sanno difenderlo. Se l'educazione impartita ai nostri legislatori avesse compreso lo studio dei principi dell'assicurazione, il piano Beveridge sarebbe stato trasformato in legge o messo in attuazione entro un mese. Così come stanno le cose, saremo fortunati se ne resterà qualcosa dopo anni di sciocche contese, a meno che il panico di qualche guerra lo faccia approvare in poche ore dal Parlamento senza discussione ed emendamenti. Comunque ciò possa essere, è chiaro che chi non capisce l'assicurazione e le sue enormi possibilità non può essere in grado di occuparsi di affari nazionali. Nessuno può arrivarvi senza almeno una larvata conoscenza del calcolo delle probabilità, non dico da giungere al punto di farne i calcoli e riempire di equazioni tipiche fogli d'esame, ma da sapere abbastanza da poter giudicare quando ci si possa fidare o meno. Quando infatti i loro numeri immaginari corrispondono a esatte quantità di monete stampate con testa e croce, questi numeri sono entro certi limiti sicuri: abbiamo infatti una assoluta certezza e due semplici possibilità, che possono diventare pratiche certezze, in un'ora di prova (cioè una certezza costante e una variabile, che in realtà non varia); ma quando il calcolo non include costanti e ha invece parecchie variabili capricciose, entrano in gioco a tal punto i giudizi soggettivi arbitrari, le inclinazioni personali e gli interessi pecuniari, che coloro i quali dapprima scioccamente immaginavano che la statistica non possa mai mentire finiscono col credere altrettanto scioccamente che essa menta sempre.

15. LE ILLUSIONI DELLA FINANZA DI GUERRA
Le guerre, si dice, non sono mai terminate per mancanza di denaro. Esse, infatti, non ne hanno bisogno. Una volta che la civiltà ha raggiunto lo stadio della divisione del lavoro, la guerra perpetua diventa possibile. Quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso, essi dovettero pensare ai casi loro, procurarsi cibo, vestiti e casa non soltanto per sé ma anche per i figli, altrimenti la razza sarebbe perita con loro. E' quindi condizione della sopravvivenza dell'umanità che ogni coppia debba poter mantenere col suo lavoro almeno tre marmocchi improduttivi, ingordi e cattivi. Vi sono molti esempi di coppie che hanno allevato da dieci a quindici figli e sono state ricompensate dai loro Governi per questo patriottico servizio. Tutto ci può costare un duro lavoro per molti anni ma un migliaio di coppie, civili e organizzate, col loro lavoro diviso e facilitato dalle macchine, possono sostentare senza troppe difficoltà non soltanto le loro famiglie ma anche sufficienti forze di polizia ed esercito, nonché oziosi e stravaganti fannulloni. Miliardi di coppie potrebbero mantenere milioni di soldati completamente equipaggiati per milioni di anni senza fare bancarotta.

Questa è la ragione per cui la guerra non cessa mai per mancanza di denaro.

Per realizzare questa possibilità è necessaria una prudente amministrazione, perché vi è sempre un limite al numero di uomini che una comunità può permettersi di impiegare sul campo di battaglia e nelle industrie che equipaggiano i soldati. Le nazioni moderne non possono esistere senza vettovaglie, vestiti, combustibili e abitazioni. Portate via tutti gli uomini da queste industrie civili, e vedrete che non soltanto la guerra, ma anche la vita umana diventerà impossibile. Il problema di quanti debbano essere assegnati all'esercito e quanti alle fabbriche di munizioni può significare la sconfitta per esaurimento, se non viene accuratamente risolto. Questo è abbastanza semplice in teoria; ma dove il capitale è al potere i calcoli diventano complicati. Il capitale, come Marx ha dimostrato, è insaziabile nella sua ricerca di lavoro a buon mercato; a parità di altre spese, quanto più economico è il lavoro tanto più forti sono i dividendi. Se il lavoro costa 10 scellini al giorno per persona in patria e vi sono luoghi all'estero ove costa 10 scellini la settimana, il capitale emigrerà in uno di quei luoghi, a meno che il Governo non sia abbastanza saggio e forte da tenerlo in patria per impiegarlo dove è più necessario. Ma un Governo di capitalisti non farà mai questo: al contrario si farà facilmente persuadere dai fanatici di Cobden che non soltanto si può ottenere dal commercio estero il massimo profitto, ma che, quando tutte le nazioni sono per questo motivo dipendenti l'una dall'altra, esse muoiono di fame, se si fanno la guerra: così che il libero commercio sarebbe in realtà una garanzia di pace universale, e come tale qualcosa di incondizionatamente accettabile. Nel 1851, il Governo britannico si era lasciato completamente convincere da queste teorie e organizzò pertanto in quell'anno la prima delle grandi esposizioni; in questa esposizione vennero raccolti tutti i generi prodotti da tutte le nazioni, per promuovere il libero commercio fra di esse.

Le conseguenze furono tutt'altro che felici. Quando si presentò all'Inghilterra l'assoluta necessità di distruggere gli "slums" dove il suo popolo stava imputridendo e di nutrire i suoi figli in misura sufficiente ad arrestare la terribile mortalità infantile, il capitale necessario fu mandato invece nel Sud America, nella Malesia, in Egitto, nel Congo, in India e ovunque il lavoro locale fosse più a buon mercato: ovverossia dove gli abitanti potevano vivere a un livello di vita più basso di quello delle Isole britanniche, pur nella loro povertà.

Sessant'anni fa i portuali di Londra fecero sciopero per ottenere i sei pence all'ora; analogamente le ragazze impiegate nelle fabbriche di fiammiferi di Londra scioperarono per ottenere qualcosa di più di 5 scellini la settimana e perché fossero presi provvedimenti per evitare loro la cancrena della mandibola per avvelenamento da fosforo. Oggi trovo che la mia scatola di fiammiferi è stata fatta in India; anche il commercio del cotone del Lancashire, una volta fonte di molta fortuna, sta lottando disperatamente per competere con il lavoro giapponese, che costa un penny all'ora.

Con le nostre risorse naturali di ferro e carbone noi possiamo costruire ancora macchine da esportazione, attaccandoci al ridicolo paradosso che quanto più esportiamo e quanto meno importiamo in cambio, tanto meglio stiamo; ma la conseguenza di tutto questo è che siamo diventati ora dipendenti da altre nazioni per il pane che mangiamo e che uno stretto blocco ci farebbe morir di fame; non possiamo infatti mangiare né il nostro ferro né il nostro carbone, fatto questo che a Cobden sfuggì. Il blocco diventa dappertutto l'oggetto della moderna strategia di guerra. La guerra di un uomo contro un uomo con il fucile e la baionetta è diventata ora una cosa rara; i lancieri, gli ussari e i dragoni guidano carri armati e conoscono i cavalli soltanto quali animali da cavalcare per il Derby. La guerra è ora guerra di navi, insidiate dal profondo del mare da sommergibili e dall'aria da aeroplani; un convoglio affondato vale quanto una diecina di sfolgoranti vittorie per terra.

Nel frattempo, sul fronte della moneta, i titoli vengono venduti forzatamente ai nostri alleati perché ci aiutino a vincere il blocco. In questo modo una nazione creditrice in guerra può facilmente diventare in poche settimane una nazione debitrice senza sapere cosa stia accadendo, se i suoi uomini di Stato non sono più che competenti negli affari finanziari. L'Inghilterra si è così ridotta a dipendere da altri Paesi e dalle sue colonie per il vettovagliamento, facendo del commercio estero una questione di vita o di morte, e mandando poi all'aria tutto il meccanismo del commercio estero con l'impegnarsi in guerre mondiali. Nella guerra dei Quattro Anni fummo sul punto di morir di fame per colpa dei sommergibili tedeschi; e mentre sto scrivendo siamo nella stessa situazione critica. Ci stiamo stringendo la cinghia e ci stiamo razionando, mentre moriamo lentamente per la paura che questa volta i sommergibili tedeschi possano affondare il meglio dei nostri incrociatori e delle nostre corazzate.

Ciò nondimeno rimane sempre vero che l'Inghilterra, con un'agricoltura scientifica collettivizzata e con un controllo governativo sul commercio estero e sull'esportazione di capitale, può non soltanto nutrire se stessa ma mantenere fino al giorno del giudizio la perpetua guerra che essa conduce sempre in qualche parte del mondo (e ciò almeno per quanto concerne la finanza).

Un paese interamente socializzato può affrontare una guerra molto meglio di un paese non socializzato, sebbene sia molto meno probabile che ne provochi una. Poiché può darsi che si debba fare ancora la guerra contro la barbarie e il delitto, e specialmente contro la moderna barbarie nazionale, la questione della finanza di guerra non deve essere messa nel dimenticatoio con la scusa che la presente guerra sarà l'ultima guerra e che la vittoria (ritenuta certissima dai combattenti di ambedue le parti) produrrà un nuovo ordine nel quale la guerra sarà sconosciuta e impossibile. Qualsiasi cosa possa accadere, non accadrà mai certamente questa.

Quando bisogna finanziare una guerra è necessario che l'uomo di Stato abbia in testa almeno alcuni fatti fondamentali. Sebbene si possa finanziare una guerra facendo prestiti sul mercato monetario, essa comunque non può essere pagata coi crediti. Il soldato non può combattere con cambiali-pagherò, egli deve avere di che mangiare e di che sparare. Si possono negoziare prestiti e passare ordinativi, ma poiché i rifornimenti devono essere consegnati e distribuiti ai combattenti giorno per giorno bisogna che essi siano prodotti giorno per giorno, altrimenti non si può fare la guerra. La guerra è una questione di denaro contante, e di rifornimenti tempestivi. Il soldato, che consuma e spende in misura terribile, non può posporre il consumo e anticipare la produzione, così come si fa in Borsa... Come va allora che il costo della guerra può essere più o meno pagato dai debiti pubblici (aggiunti al debito nazionale), come accade ora? La risposta è che i ritardi e gli anticipi che costituiscono l'oggetto del mercato monetario sono avvenimenti impossibili che non capitano affatto: essi sono soltanto illusioni della Borsa. Tra i singoli le illusioni hanno buon gioco. Smith ha crediti che vuol vendere per denaro contante. Jones ha più beni, in massima parte deperibili, di quanti gliene occorrano per l'immediato consumo, e gli piacerebbe di assicurarsi il futuro scambiandoli con i crediti di Smith. I due effettuano lo scambio, l'affare può essere considerato come un ritardo del consumo di Jones e un anticipo della produzione di Smith, ma dal punto di vista dello Stato non si sono verificati né ritardi né anticipi, tutto quel che è accaduto consiste nel fatto che Smith ha consumato alcuni beni ai posto di Jones e Jones se ne è privato al posto di Smith; la quantità e la disponibilità totale dei beni è rimasta però la stessa. I beni attesi da Jones non esistono e non esisteranno finché non saranno creati dal lavoro produttivo. E sul credito del suo futuro lavoro che Smith ha ottenuto i beni di Jones.

Ma il lavoro del soldato non è produttivo, al contrario è distruttivo, incendiario, devastatore, omicida. Gloria, vittoria, patriottismo, libertà, posterità, eroismo, sono tutte belle parole, ma non servono per mangiare. Il formidabile consumo di guerra deve essere accompagnato da una produzione egualmente formidabile, non nel futuro ma sul momento e prima del consumo: fintantoché i rifornimenti non sono stati prodotti, le truppe non possono mangiarli, indossarli e spararli non lasciandosi alle spalle altro che storpi, cadaveri, stracci, e rovina.

Il mondo non può indebitarsi per una guerra, deve pagare man mano che si svolge, senza un'ora di ritardo.

Sebbene il mondo non possa indebitarsi, gli Stati possono farlo. Essi possono accendere debiti non soltanto fra di loro, ma anche verso i loro cittadini, chiamando poi l'operazione "risparmio di guerra", il che è una sciocchezza poiché la guerra mangia a molti i loro risparmi a una media di quindici milioni di sterline al giorno. Grazie alla legge americana d'affitto e prestito, l'Inghilterra e la Russia stanno facendo importare i loro rifornimenti di guerra dagli Stati Uniti. Nella guerra dei Quattro Anni la maggior parte degli alleati prese a prestito il denaro occorrente dall'Inghilterra, e l'Inghilterra lo prese a sua volta dagli Stati Uniti. Ma quando venne il momento di pagare il prestito o gli interessi, i debitori dappertutto elusero i loro impegni. La Francia ripudiò i quattro quinti del suo debito svalutando la moneta, i debitori dell'Inghilterra non chiesero nemmeno scusa: non potevano pagare e non pagarono. L'Inghilterra, che si era assunta la garanzia dei loro prestiti, venne anch'essa meno all'impegno; gli americani, che pur avrebbero dovuto conoscerci meglio, ne rimasero indignati e sorpresi. Si ammette già ora che quanto è stato ricevuto in base alla legge di affitto e prestito non potrà essere mai pagato in denaro contante e che si dovrà quindi considerarlo, eccetto che per soddisfazioni puramente metafisiche, come un contributo gratuito alla guerra. L'interesse del denaro prestato al Governo per pagarlo dovrà essere accumulato col lavoro di coloro che hanno sottoscritto al prestito, e poi confiscato mediante l'imposta sul reddito. Non c'è nulla da sperare dal nemico sconfitto per ciò che riguarda il bottino; solo l'esaurimento e la bancarotta potranno obbligare una nazione bene armata a cedere. Il buon samaritano, ben lunghi dal poter depredare l'uomo che era caduto tra i ladri, dovette dargli due soldi per pagare il suo conto d'albergo, e questo è precisamente ciò che dovranno fare gli alleati per la Germania, quando l'avranno sconfitta. Dopo la guerra dei Quattro Anni l'Inghilterra tentò di far pagare la Germania. Noi chiedemmo navi e acciaio, e mancò poco che il primo pagamento facesse rovinare i nostri costruttori navali e produttori di acciaio. Dopo aver rapidamente proibito ai tedeschi di mandarci un'altra nave o un'altra tonnellata di acciaio e averci essi chiesto che cosa potevano mandarci in cambio, rispondemmo con molta leggerezza che ci mandassero della potassa; tutta l'assurda questione cadde così nel ridicolo, e cominciammo a lamentarci che la Germania, pur avendo perso la guerra, avesse vinto la pace.

La nostra orgogliosa determinazione di far pagare la Germania, così utile nelle lotte elettorali, fu seguita dal timore che essa fosse capace di farlo e con ciò ci gettasse in una crisi rovinosa di depressione industriale e di disoccupazione, quale essa stessa aveva esperimentato dopo la vittoria sulla Francia nel 1871.

Non hanno fine le follie che commettono anche i più abili finanzieri quando permettono alle abitudini delle Banche e della Borsa di interporsi tra loro e i fatti vitali dell'esistenza. Lo storico Macaulay, signorilmente "whig" com'era, giunse fino al punto di sostenere che un aumento del debito nazionale significava un aumento della prosperità nazionale, sebbene il proletario Gobbett, che esaminava freddamente i fatti, vedesse nel sistema la principale causa del processo descritto dal poeta Oliver Goldsmith nei profetici versi:

Va in rovina il paese, vittima di avidi flagelli, dove si accumula ricchezza e degenerano gli uomini. In verità il debito nazionale, così come lo vede il mondo degli affari, è un'illusione nazionale. Dopo la guerra dei Quattro Anni, il pagamento degli interessi salì a circa un milione di sterline al giorno, cifra questa che avrebbe scosso Macaulay, se egli fosse vissuto abbastanza da godersi questo spettacolo. Per le masse tuttavia ciò non ebbe considerevole importanza. I creditori della nazione erano i capitalisti della nazione, e questi furono tassati e sopratassati sui loro redditi. Gli interessi del debito furono raccolti mediante l'imposta e la sovrimposta sul reddito. I capitalisti ricevevano così i loro interessi, ma dovevano anche pagarseli. La conseguenza di tutto ciò fu una ridistribuzione dei loro redditi in senso egualitario (indubbiamente una buona cosa) ottenuta graduando le tasse. Io avevo un pacchetto di buoni del prestito di guerra e fui tassato in misura più bassa degli altri che avevano redditi più forti. Non so se persi da un lato ciò che guadagnai dall'altro; non mi presi mai la briga di calcolarlo. Ma le masse che erano esenti dall'imposta sul reddito non pagarono né ricevettero un soldo in tutto l'affare. E poiché il Governo, dati i suoi poteri di confisca e col vantaggio quindi che il suo credito era garantito, aveva potuto far denaro al saggio più basso possibile d'interesse, mentre i privati suoi concorrenti avrebbero dovuto tentarci con un saggio almeno doppio, la guerra fu più a buon mercato della produzione di oggetti di lusso. In effetti costa meno bombardare le città della Renania che ricostruirle. Questo è uno dei tanti paradossi del sistema capitalistico, che continua a durare, perché non discutiamo mai in modo paradossale sui fatti puri e semplici, ma continuiamo sempre a ragionare in base a premesse gratuite che sono in parte abitudini romantiche e in parte puramente commerciali.

Da quando è incominciata la guerra nel 1939, sorprendenti contributi al prestito di guerra nelle sue varie forme sono stati dati da proletari che vivono di paghe settimanali. Essi hanno guadagnato il denaro col loro lavoro e si attendono ora di goderne gl'interessi. Ma poiché dovranno guadagnare gli interessi con il loro lavoro esattamente come guadagnarono il capitale (ormai scoppiato in minuti frammenti), essi inseguiranno invano le carote che i loro guidatori fanno dondolare davanti al loro naso. Ugualmente i capitalisti sopratassati non si accorgeranno che i loro interessi vengono fuori dalle loro tasche. Finalmente i proprietari terrieri peleranno sia i lavoratori sia i capitalisti, rialzando gli affitti. Mi ricordo di quando gli affitti settimanali pagati dai nostri schiavi salariati variavano da due o tre scellini a cinque o sei. Ora essi variano da quattordici a ventidue. Per avere il permesso di vivere e di lavorare sul suolo d'Inghilterra ho pagato ai suoi proprietari decine di migliaia di sterline in più dell'interesse applicabile al costo delle costruzioni che mi hanno fornito; e mi dispiace tuttavia di aver potuto estorcere un po' di quella somma dai miei affittuari. Così la faccenda si complica nel particolare solo a causa dei debiti che abbiamo gli uni con gli altri: nella massa non ci possono essere debiti perché la massa vive nel mondo naturale e il mondo naturale vive di giorno in giorno. Per quanto si possano immagazzinare viveri e congelare carni, non possiamo vivere quest'anno sul raccolto dell'anno passato o del prossimo; e quando vi è gente che pretende di farlo o sembra pretenderlo, vuol dire che c'è qualche cosa di guasto nell'organismo dello Stato.

In questo come in altri casi, gli statisti machiavellici possono dover sfruttare e perfino creare le illusioni che riconciliano i cittadini con la schiavitù del servizio militare e col peso delle tasse di guerra; ma la confusione finanziaria e la catastrofe attendono tutte le nazioni i cui uomini di Stato condividono queste illusioni!

NOTE.

1. Espressione intraducibile, equivalente in parte al nostro "codino", e basata sul fatto che la cravatta ("tie") è un distintivo speciale per i vari collegi. (Nota del traduttore).

2. Popolo eletto. (N.d.T.).


Ultima modifica 05.12.2003