La costituzione e l'esercito dei romani

Polibio


Varie volte lungo i libri delle Storie, Polibio scrive di aver il solo obbiettivo di spiegare COME e PERCHÉ l'intera ecumene (letteralmente spazio segnato dalla presenza umana, contrario di eremo) sia divenuta romana.

«Come, e da che forma di governo, quasi tutto il mondo abitato fu dominato e, in meno di cinquantatre anni [220-167 a.C.], cadde sotto il dominio unico dei Romani (fatto senza precedenti noti)?» [I, 1,5].

«La cosa più bella e più utile di quanto ho intrapreso è far conoscere e apprendere come e per quale tipo di costituzione quasi tutte le regioni del mondo abitato, in meno di cinquantatré anni, siano cadute, assoggettate, sotto l'esclusivo dominio dei romani (fatto senza precedenti noti)» [VI 2,3]

«[3] Come è possibile comprender e rilevar la grandezza degli eventi e la loro connessione, leggendo soltanto i fatti presi in sé della Sicilia o dell'Iberia? O capir come e con che forma di governo la sorte abbia compiuto l'opera più straordinaria dei nostri tempi? [4] Cioè: come tutte le regioni conosciute del mondo abitato sono state ridotte sotto un solo dominio e un solo potere (fatto senza precedenti noti)» [VIII, 2]

«[7] Il più bello e il più utile risultato di questo lavoro dissi sarebbe stato conoscere: come e con che tipo di costituzione i Romani vinsero e fecero cader sotto il loro unico dominio quasi tutto il mondo abitato» [XXXIX, 8].

A queste domande [1] “come” e [2] “perché”, Polibio risponde in ordine: [1] narrando le forme della conquista romana dal 220 al 168 a.C., acquisendo aderitos exousia (dominio incontrastato); [2] digredendo una volta arrivati alla sconfitta di Canne contro Annibale (2 agosto del 216 a.C.), l'ora più buia di Roma, con le defezioni dei soci romani (Sicilia, Taranto, Capua, Siracusa, ...; cfr: Livio XXII, 61, 10-12).

Le risposte di Polibio sono date nelle parti rimasteci del Libro VI, per cui tutto il resto delle Storie è accessorio. COME? Con l'esercito (dalla unicità di riscuotere tributi sotto forma di truppe). PERCHÉ? Per la costituzione («inviolabile ma praticamente perfetta per conseguir qualsiasi scopo»). Così questo testo insegna che chiedersi "cosa comanda?" è più importante di "chi comanda?", a causa della capacità antropogenetica delle istituzioni.

Versione e note di Leonardo Maria Battisti, aprile 2014
Trascritto per il MIA da Leonardo Maria Battisti, 09 luglio 2018.
Finora non ci sono ebook delle tre edizioni cartecee di Polibio (salvo un'orrida traduzione automatica dall'inglese su amazon), perciò questo nucleo della sua opera parrebbe qui messo a disposizione per la prima volta.


LA COSTITUZIONE DEI ROMANI (Storie. Libro VI. 1-2; 11-18)

1.

[1] Arrivato alla [disfatta di Canne] sospendo la narrazione per affrontar il discorso sulla costituzione dei romani.

[2] Subito dopo esibirò che la natura particolare del sistema politico giovò loro moltissimo, non solo a guadagnarsi il dominio su Italici e Sicelioti, e ad aggiungervi poi quello su Iberi e Celti.

[3] Ma anche a concepir infine (dopo aver vinto in guerra i Cartaginesi) il disegno di un impero universale.

2.

[5] Una costituzione deve essere giudicata sì come si fa nella vita privata per valutare le persone probe o prave.

[6] Chi vuole giudicare bene, non esamina le persone nei momenti di vita sicura, bensì nelle peripezie legate a disgrazie e nei successi legati a fortune, ritenendo discriminante di un uomo probo il saper sopportare con magnanimità e nobili sentimenti i radicali rovesci della fortuna.

[7] Perciò, vedendo che i più gravi e completi rovesci nello Stato romano sono avvenuti dopo la battaglia di Canne, ho riservato tale momento per trattare della costituzione romana.

11.

[1] [Dall'epoca del decemvirato, evolvendosi], la costituzione romana si offriva perfetta all'epoca di Annibale (donde iniziò questa digressione).

[2] Perciò, dopo averne narrato la formazione, tenteremo ora di spiegar come era nell'epoca in cui i Romani, battuti nella battaglia di Canne, subirono un disastro su tutta la linea.

[3] Non ignoro che ai Romani (nati e cresciuti con questa costituzione) l'esposizione parrà lacunosa (poiché ho negletto dei dettagli).

[4] Infatti, costoro che conoscono e hanno sperimentato tutto ciò che diciamo (essendo stati allevati fin da bambini secondo tali leggi e consuetudini) non si meraviglieranno, ma andranno a cercar quello che omettiamo.

[5] E non penseranno che chi scrive abbia omesso di proposito i particolari minuti; bensì che sia ignorante sugli inizi e sui punti principali delle varie questioni.

[6] Non saranno colpiti dalle cose dette (ritenendole piccole e secondarie), ma cercheranno le cose omesse (ritenendole necessarie), volendo parer più sapienti degli storici stessi.

[7] Ma un buon giudice deve valutare gli scrittori da quanto dicono (non da quanto omettono).

[8] Se dicono il falso, allora le omissioni sono sì per ignoranza. Ma se dicono il vero, allora le omissioni sono per scelta.

[9] Ciò valga per chi critica gli storici più per esibirsi che per senso di giustizia.

[10] Consensi e critiche sensate osservano la tesi circa solo il momento che tratta. Se confrontata con una situazione diversa, l'affermazione migliore e più attendibile degli storici non solo dispiace, bensì è intollerabile.

[11] Come ho detto testé, c'erano 3 organi dominanti nella costituzione romana. Tutte le cose erano state divise in modo da distribuirle fra i loro poteri invero equamente, che neppur i romani avrebbero saputo dire con sicurezza se il loro governo fosse nel complesso o aristocratico, o democratico, o monarchico. Ciò non deve stupire.

[12] Considerando il COMANDO dei consoli,   infatti,   la forma di governo romana parrebbe monarchica.1

Considerando l'AUTORITÀ del senato,   invece,   la forma di governo romana parrebbe aristocratica.

Considerando il POTERE del popolo,   ovvero,   la forma di governo romana parrebbe democratica.

[13] Dai tempi della guerra annibalica fino ad aggi, (pressappoco) ciascun organo domina le seguenti prerogative (esattamente divise e distribuite).

12. Consoli

[1] I CONSOLI esercitano il potere esecutivo se non sono fuori dalla città a capo dell'esercito.

[2] Gli altri magistrati (tranne i tribuni della plebe)2 sono loro sottoposti, e gli ubbidiscono. I consoli presentano le ambascerie al senato3.

[3] Eseguono senatoconsulti, e ne propongono di urgenti4.

[4] Sono i consoli a convocar i comizi [assemblee legali] per affari pubblici di competenza del popolo, e a rogarci le leggi5, e ad eseguir le decisioni votate dai più.

[5] Hanno potere assoluto sulla guerra [imperium].

[6] Donde possono imporre qualcosa agli alleati, eleggere tribuni militari6, arruolare soldati stabilendone l'idoneità.

[7] Inoltre, hanno diritto di vita e di morte su chiunque sotto il loro comando7.

[8] Hanno il potere di spendere i beni dell'erario come credono opportuno, e li accompagna un questore pronto a eseguir i loro ordini.

[9] Onde, considerando i consoli, si potrebbe definire monarchica la costituzione romana.

[10] Quando poi col passare del tempo in queste comunità si crei la socievolezza e la confidenza, ha origine il regno; ed allora per la prima volta gli uomini concepiscono l'idea di bene e di giusto e i loro contrari.

13. Senato

[1] Il SENATO ha in suo potere anzitutto l'erario (controllando ogni entrata e ogni uscita).

[2] I questori [urbani] così per nima ragione possono ordinar spese senza un ordine del senato, se non imposte dai consoli8.

[3] Il senato poi controlla i fondi più grandi di tutti,9 che i censori stanziano ogni cinque anni per eriger o riparar le opere pubbliche (purché i loro progetti siano autorizzati dal senato stesso).

[4] Il senato poi giudica i reati commessi in Italia che richiedono inchiesta pubblica10 (tradimenti, congiure, venefici, omicidi).

[5] Il senato poi arbitra se un privato o una città alleati chiedono o soccorso, o sanzioni, o protezione11.

[6] Il senato provvede se serve inviar un'ambasceria fuori d'Italia o per sanare dispute, o far rimostranze o intimare ordini o accettare una sottomissione o dichiarar una guerra12.

[7] Il senato infine riceve [a Febbraio] le ambascerie arrivanti a Roma, e decide che risposta dare a ognuna. In nima di tali faccende può intervenir il popolo.

[8] Onde, se uno straniero vedesse Roma in assenza dei consoli, la costituzione romana parrebbe aristocratica.

[9] E ne sono convinti molti greci e molti re, perché è il senato che ha trattato tutte le cose che li riguardano13.

14. Popolo

[1] Che potere resta al POPOLO?

[2] L'autorità del senato arbitra tutte le questioni suddette (specie il bilancio dello Stato); e i consoli decidono con pieni poteri sulla guerra (sia nei preparativi sia nelle spedizioni)?

[3] Il popolo invero ha il potere della DISTINZIONE, il più grande.

[4] È il solo arbitro delle assegnazioni di onori e di pene, i soli mezzi che conservano le dinastie, gli Stati, anzi l'intera società14.

[5] Le società senza distinzione, o che la applicano male, non possono amministrarsi bene. Quali speranze può aver una società dove buoni e cattivi sono altrettanto onorevoli?

[6] Il popolo poi giudica le cause che prevedono le più alte sanzioni in denaro, e soprattutto contro ex-magistrati15. È il solo a poter condannare a morte16.

[7] Ma in tal caso, i romani hanno un'usanza memorabile: per legge, il condannato a morte non è agli arresti fino al voto dell'ultima tribù, e può infliggersi l'esilio volontario17.

[8] A Napoli (o a Preneste, o a Tivoli, o in ogni città federata), gli esuli sono al sicuro18.

[9] Il popolo poi assegna le cariche pubbliche ai meritevoli (che è il miglior premio per la virtù).

[10] Il popolo poi approva o rigetta le leggi [quelle ‘rogate’, non ‘date’]19, e soprattutto decide della pace e della guerra20.

[11] Il popolo infine conferma o rompe i trattati di alleanza, di pace e di tregua21.

[12] Onde, si potrebbe dire che il popolo ha la massima autorità nel governo, cioè che la costituzione romana è democratica22.

15. La concordia di classi

[1] Esposta la divisione dei poteri fra i tre organi dello stato; dirò ora: come possono i poteri CONTRAPPORSI ovvero COLLABORARE a vicenda?

[2] Quando il console (entrato in carica) parte colle legioni, parrebbe aver potere assoluto.

[3] Invece, ha bisogno dell'appoggio del popolo e del senato, senza cui non può compiere alcuna impresa23.

[4] Senza il voto del senato, le legioni non possono esser rifornite né di viveri, né di abiti, né di paga.

[5] Onde qualsiasi piano dei consoli è affatto vano, se il senato si oppone con ostruzionismo24.

[6] Il senato può pure interromper le imprese dei consoli; e, scaduto il mandato annuale, può inviar un altro comandante all'esercito, o prorogare il console in carica25.

[7] Il senato poi può esaltar celebrando ovvero sminuir negligendo i successi dei comandanti.

[8] Infatti è il senato che concede (e paga) i trionfi (con cui si rende il popolo edotto dell'importanza delle imprese compiute)26.

[9] I consoli poi devon considerar pur il popolo, seppur lontani da Roma. Anzitutto perché il voto popolare conferma i trattati di pace.

[10] Soprattutto perché a fine mandato sono tenuti a render conto del loro operato27.

[11] Onde è periglioso negarsi il consenso del senato oppure del popolo.

16.

[1] Il senato pure (malgrado la massima autorità) è costretto a considerar il popolo nei pubblici affari.

[2] È il popolo a ratificar le inchieste decise dal senato sui reati contro lo Stato e i reati prevedenti pena di morte28.

[3] È il popolo poi a votar rogazioni sul senato, che possono abolirne le prerogative tradizionali, o i privilegi e gli onori dei senatori e perfino (oh Zeus!) imporre un tetto alle loro proprietà, confiscando il surplus29.

[4] Ma il potere più grande è il veto del tribuno della plebe, non solo contro le decisioni del senato, ma perfino contro la libertà di riunione del senato in qualsiasi luogo30.

[5] I tribuni della plebe sono sempre tenuti ad eseguire le decisioni del popolo e soprattutto ad uniformarsi alla mentalità che il popolo ha espresso31. Per tutte tali ragioni il senato teme il popolo, e ne tiene conto.

17.

[1] Il popolo parimenti è legato al senato; e deve tenerlo di conto sia nella sfera pubblica sia nella privata.

[2] I censori danno gli appalti per eriger o riparar un gran numero di beni pubblici in tutta Italia.: si tratta di grandi opere per sistemar il corso dei fiumi, i porti, le colture, le miniere, insomma ogni cosa nel dominio romano32.

[3] Questi affari sono fatti tutti dal popolo, interessato ai guadagni connessi agli appalti33.

[4] C'è: chi prende personalmente gli appalti ai censori, chi partecipa in società coi primi, chi garantisce pegli appaltatori, chi perfino dà i suoi beni come caparra all'erario a garanzia degli appalti stessi34.

[5] Ma di tutte tali cose decide il senato, con l'arbitrio di conceder proroghe o sgravi in caso di disgrazia, o di rescinder gli appalti in caso sia impossibile eseguirli35.

[6] Così il senato può giovar o nuocer a chi gestisce i lavori pubblici di sua competenza.

[7] Ma soprattutto, fra i senatori si eleggono i giudici dei più importanti processi civili, pubblici e privati.

[8] Così, temendo di dover poi cercar la sua protezione, tutti sono cauti nel far opposizione al senato36.

[9] Per la stessa ragione difficilmente si oppongono alle proposte dei consoli, sapendo che nelle campagne militari sono sotto il loro comando sia individualmente sia collettivamente.

18.

[1] Se i poteri della città possono o nuocersi o giovarsi fra loro, restano presenti in qualsiasi situazione, onde la costituzione romana è la migliore possibile.

[2] Se infatti giunge una minaccia straniera da costringer i poteri a collaborar, lo Stato ottiene un potere sì pervasivo, che nulla è trascurato.

[3] Anzi tutti gareggiano per trovar in tempo la soluzione al problema; e poi c'è un concorso individuale e collettivo per realizzarla.

[4] Perciò la costituzione romana è inviolabile, ma praticamente perfetta per conseguir qualsiasi scopo37!

[5] Infatti, sventata la minaccia estera, i romani godono del benessere seguito ai successi, vivendo in pace; e abusando della buona sorte, uno diviene prepotente.

[6] Allora la costituzione trova soccorso soprattutto in sé stessa.

[7] Cioè: poiché i poteri dello Stato dipendono l'uno dall'altro e sono controllati nella loro azione, se uno diviene così potente da cercar di esautorare gli altri, senza esser indipendente, allora non può agire contro gli altri perché non riesce a prendere l'iniziativa.

[8] Così la Repubblica resta tale e quale perché niun potere sa prevaler sugli organi di garanzia, subendone a priori il controllo.


L'ESERCITO DEI ROMANI (Storie. Libro VI. 19-26)*1

19.

[1] Dopo i consoli, [i comizi popolari?] eleggono i [24] tribuni militari*2: 14 fra chi ha servito cinque anni nell'esercito, & 10 fra chi vi ha servito dieci anni*3.

[2] I cittadini con meno di 46 anni di età [iuniores] devono servire o 10 anni come cavalieri o 16 anni come fanti, se hanno un censo maggiore di 400 dracme [= 4000 assi]*4.

[3] Altrimenti devono servire in marina. In caso di pericolo eccezionale, i fanti devono servire per 20 anni.

[4] Senza almeno 10 anni di servizio militare, nimo può ottenere una magistratura. *5

L'arruolamento [DILECTUS = selezione pubblica]

[5] Ogni anno i consoli titolari (se vogliono arruolare soldati) fissano nell'assemblea popolare il giorno in cui ogni cittadino in età militare deve presentarsi*6.

[6] Giunti a Roma, i coscritti sono adunati sul Campidoglio*7.

[7] A seconda di come sono stati eletti dal popolo o dai consoli*8, i tribuni militari più giovani si dividono in tanti gruppi quante le legioni (che sono la prima e principale suddivisione dell'esercito romano)*9.

[UFFICIALI] [8] Con 4 legioni [fino al 167 a.C.], si assegnano: 4 tribuni (scelti per primi) alla Iª legione; 3 (scelti di seguito) alla IIª legione; 4(successivi) alla IIIª legione; 3 (ultimi) alla IVª legione.

[9] Dei tribuni più anziani*10, ne sono assegnati: 2 alla Iª legione; 3 alla IIª legione; 2 alla IIIª legione; 3 (ultimi) alla IVª legione.

20.

[1] Con tal assegnazione, per ogni legione ci sono [6] ufficiali.

[FANTERIA] [2] I tribuni militari d'ogni legione, sedendosi distanti, convocano a sorte una tribù per volta.

[3] Da questa, i tribuni scelgono 4 simili per età e costituzione.

[4] Di questi, ne scelgono uno: prima i tribuni della Iª legione; poi i tribuni della IIª; poi della IIIª; poi della IVª.

[5] Poi, fra altri quattro giovani scelti, scelgono prima i tribuni della IIª legione, poi i tribuni delle seguenti fino alla Iª legione.

[6] Poi, fra altri quattro giovani, scelgono prima i tribuni della IIIª legione, e ultimi i tribuni della IIª.

[7] Arruolare a turno forma legioni costituite da fanti simili.

[8] E continua fino al numero previsto (4200 fanti per legione; che sale a 5000 se c'è una grave minaccia militare).

[CAVALLERIA] [9] La scelta dei cavalieri, prima, seguiva la scelta dei fanti; adesso, la precede*11. È svolta per censo dal censore, assegnando 300 cavalieri per ogni legione.

[10]

21.

[1] Finito di arruolar nel modo indicato, alcuni tribuni militari di ogni legione sono incaricati di riunire i loro soldati.

[2] Al più idoneo, fanno giurar d'obbedir ad ogni ordine dei comandanti e d'eseguirlo come meglio potrà.

[3] Tutti gli altri poi passano uno ad uno dinanzi ai tribuni e giurano di fare come il primo*12.

[4] Intanto i consoli titolari inviano l'ordine di mobilitazione ai capi delle città federate scelte per l'invio truppe, indicando il numero di uomini richiesti e il quando e il dove devono adunarsi.

[5] Le città (selezionati e fatti giurar i soldati allo stesso modo dei romani)*13 inviano i soldati con un comandante e un ufficiale addetto agli stipendi.

[6] A Roma, dopo il giuramento, i tribuni militari indicano ai soldati quando e dove presentarsi senza armi, e li congedano.

[7] Riuniti i soldati nel giorno stabilito, i tribuni creano veliti (armati alla leggiera) i più giovani e più poveri; creano astati (lancieri) quelli che seguono per età e censo; creano prìncipi i più robusti; e creano triari i veterani.

[8] (Tali le DISTINZIONI di nome, età, armamento suddividenti ogni legione)*14.

[9] E sono ripartiti in: 600 triari (veterani) 1200 prìncipi e 1200 astati (lancieri); ed i rimanenti 1200 veliti (poveri e giovani).

[10] Nei suddetti casi (d'emergenza) in cui la legione sale a 5000 fanti, questi corpi sono aumentati proporzionalmente, tranne i triari che restano 600.

L'equipaggiamento della fanteria

22.

[1] L'armamento leggero dei VELITI consta di: spada, giavellotto, ed una parma.

[2] La parma è uno scudo piccolo rotondo, largo tre piedi, bastante per difendersi.

[3] In più sono equipaggiati d'una celata (un elmo piatto e spoglio), che talora coprono con una pelle di lupo (o cosa simile) sia per difesa, sia come segno per far notare agli ufficiali se sono valorosi in battaglia.

[4] Il giavellotto è un'asta lunga circa due cubiti e spessa un dito, con una punta lunga un palmo eppur tanto acuminata e sottile da piegarsi d'uopo al primo tiro, per non farla riusar ai nemici (a differenza delle lance).

23.

[1] L'equipaggiamento degli ASTATI (che seguono per età) è la panoplia completa.

[2] Essa è formata anzitutto da uno scudo convesso largo due piedi e mezzo e lungo quattro.

[3] Lo spessore dell'orlo è di un palmo. Lo scudo consta di due tavole unite collà còlla di bue, ricoperte con una tela di lino e con una pelle di vitello.

[4] Gli orli sopra e sotto hanno una cornice di ferro come difesa dai fendenti e sostegno per appoggiarlo a terra.

[5] Pure il centro convesso è coperto da un umbone di ferro come difesa dalle sarisse, e in generale dai proiettili (anche pesanti).

[6] L'armamento degli astati consta di: un'iberica; due giavellotti; un cimiero di bronzo; e gambiere.

[7] L'iberica*15 è una spada portata al fianco destro: affilata per ferir di punta; resistente e solida ai lati per ferir di taglio.

[8] I giavellotti [pila]*16 sono di due tipi: uno spesso, l'altro sottile.

[9] I giavellotti spessi possono essere rotondi con un diametro di un palmo, o quadrati con lato sempre di un palmo. I giavellotti sottili (che gli astati portano cogli spessi) somigliano alle lance medie da caccia.

[10] L'asta in legno di ogni tipo di giavellotto è comunque lunga tre cubiti. La punta in ferro è della stessa lunghezza dell'asta ed è ricoperta di spine uncinate per essere inestraibile dalla carne.

[11] La punta di ferro avvolge fino a metà l'asta di legno, ed è fissata da così tanti ribattini per assicurarne la saldatura e l'utilizzabilità, che è più facile che il ferro si spezzi prima che l'incastro si allenti. E ciò pur avendo uno spessore di un dito e mezzo dall'estremità al punto di congiunzione con l'asta di legno. Tale e tanta è la cura con cui i Romani mettono insieme i due pezzi.

[12] Gli astati non portano la celata, bensì un cimiero con tre piume rosse o nere lunghe circa un cubito.

[13] L'aggiunta delle piume sull'armatura fa parer il milite alto il doppio, dandogli un aspetto maestoso e terribile.

[14] L'armatura della maggior parte degli astati è una piastra di bronzo (di una spanna quadrata) detta guardacuore [pectorale]*17, che si legano al petto.

[15] Ma gli astati con un censo superiore a 10000 dracme*18, [Iª classe]invece della guardacuore, portano cotta di maglia di rame [lorica hamata].

[16] PRÌNCIPI e TRIARI sono armati allo stesso modo degli astati, sennonché i TRIARI portano lance [hastae] anziché giavellotti [pila].

Sottufficiali (fanteria, 24; cavalleria, 25)

24.

[1] I tribuni eleggono*19 pel merito 60 sottufficiali: 10 per ognuno dei 3 corpi testé (triari, prìncipi, astati); poi altri 10 [per 3]*20.

[2] Sono tutti detti centurioni. Il primo centurione eletto partecipa al Consiglio di guerra*21. I centurioni eleggono altrettanti [60 optiones] comandanti pelle ultime file*22.

[3] I militi d'ogni corpo (tranne i veliti) sono poi divisi in 10 reparti; per ognuno, sono assegnati 2 centurioni pelle prime file & 2 pelle ultime.

[4] Per ogni reparto, distribuiscono in numero uguale i veliti.

[5] Chiamano i reparti: ordine, manipolo, vessillo [ordo, manipulus, signum]; mentre gli ufficiali del comando: centurioni (cioé comandanti di reparto).

[6] Per ogni manipolo, i centurioni scelgono 2 uomini fra i più forti e coraggiosi come vessillifero [signifer] & il suo sostituto.

[7] La scelta di due centurioni è opportuna, perché non si sa che possa far o subir un ufficiale, e la guerra non ammette scusa, onde si evita che una schiera resti acefala.

[8] Finché ci sono due centurioni, il primo comanda la parte destra del manipolo, ed il secondo la sinistra. Se ce n'è uno solo, comanda tutto.

[9] I centurioni devono essere abili al comando, costanti, magnanimi; e non arditi, temerari. Non devono prender iniziative, bensì resister proprio quando sono spacciati, cedendo anzi la vita prima che la posizione.

25.

[1] La cavalleria è pure divisa in 10 torme. In ogni torma sono scelti 3 decurioni, che scelgono 3 [optiones] comandanti pella retroguardia. [∴1 torma=3 decurie]

[2] Il primo decurione guida tutta la torma, e, se manca, fa le sue veci il secondo.

[3] Oggi l'armatura equestre è simile a quella dei Greci; prima non c'era, e i cavalieri combattevano con la sola tunica.

[4] Così liberi nei movimenti, si poteva scender e risalir a cavallo. Ma il combattimento era rischioso.

[5] Pure le lance erano prima di scarsa utilità. Anzitutto perché costruite così sottili da non raggiungere mai il bersaglio e così fragili da rompersi per l'agitazione del cavallo.

[6] Soprattutto perché prive di puntale inferiore, da non poter portar un secondo colpo se si spezzano al primo.

[7] Lo scudo equestre romano era prima di pelle di bue, simile alle focacce ovali usate nei sacrifici. Già di suo, tale tipo di scudi non proteggeva negli assalti pella poca resistenza. Se poi si bagnava perdeva il rivestimento di cuoio, diventando affatto inutile.

[8] Alla prova dei fatti, ben tosto i romani introdussero l'arte greca di forgiatura.

[9] La forgiatura greca realizza lance inflessibili (sia precise sia letali nel primo colpo) e dotate di puntale inferiore di ferro per un secondo colpo*23.

[10] E realizza scudi resistenti al danno sia da lancio sia da mischia*24.

[11] Conosciuti i vantaggi dell'armamento greco, i Romani lo adottarono subito, perché sono disposti come nessun altro popolo ad assumere nuovi costumi, adottando i migliori*25.

26. L'addestramento

[1] Dopo aver diviso gli uomini e datigli gli ordini sull'armamento, i tribuni militari congedano l'assemblea.

[2] Ogni console ha assegnate due legioni romane e metà degli alleati, e fissa per conto proprio il luogo in cui le sue legioni debbono raccogliersi.

[3] Venuto il giorno in cui i soldati hanno giurato di radunarsi nel luogo destinato dal console, lì si trovano immancabilmente.

[4] Poiché chi ha giurato non può assentarsi se non per auspicio contrario o ostacoli insuperabili*26.

[5] Riunite le truppe romane agli alleati, 12 prefetti-dei-soci*27 (ufficiali eletti dai consoli) provvedono a guidarli e addestrarli.

[6] Anzitutto i prefetti scelgono gli extraordinari: “alleati scelti” (cavalieri e i fanti) come idonei a servir i consoli*28.

[7] Il numero totale d'alleati è perlopiù uguale ai romani per i fanti [4200]; è il triplo per i cavalieri [900].

[8] Per formare gli extraordinari, sono presi circa 1/3 della cavalleria & 1/5 della fanteria alleate.

[9] I rimanenti sono divisi in due parti dai prefetti [1/3 cavalieri & 2/5 fanti], chiamate ala destra e ala sinistra.

[10] Fatto tutto ciò, i tribuni militari fanno accampare romani ed alleati insieme*29. I romani hanno un unico e semplice tipo di accampamento, che adattano ad ogni circostanza e ad ogni luogo.

[11] Nel prosieguo descriverò, per quanto è possibile a parole, l'organizzazione delle truppe nelle marce, nell'accampamento e in battaglia.

[12] Chi infatti può esser così poco interessato alle belle e nobili imprese da non voler prestar un po' di attenzione all'esposizione di argomenti, il cui ascolto lo renderà conoscitore di nozioni degne d'esser studiate e apprese?


57. CONCLUSIONE DELLA DISSERTAZIONE SULLO STATO DEI ROMANI*30

[1] Che tutte le cose esistenti contengono in sé elementi di distruzione ed elementi di mutamento, non c'è quasi bisogno di dirlo: la necessità naturale è sufficiente ad esibirlo.

[2] Due sono i fattori naturali per cui una costituzione è soggetta a perire: un fattore esterno, e un fattore interno. Il fattore esterno segue principi incerti*31. Il fattore interno alla società segue principi ben determinati*32.

[3] Ho detto all'inizio di questo libro quali forme di governo nascano per prime, quali per seconde, e come l'uno si trasformi nell'altro*33.

[4] Onde chi sa collegare gli inizi e la conclusione di questo libro potrebbe già prevedere il futuro [della Repubblica romana]*34. Per me è già chiaro.

[5] Se uno Stato, liberato da molti e gravi pericoli, ottiene un dominio incontrastato, allora la prosperità generale rende più lussuosa la vita, e meno giusta la competizione fra gli uomini per le cariche pubbliche ed altri obiettivi*35.

[6] Continuando questa tendenza, l'avidità di potere e la vergogna di non essere famosi segnano l'inizio del declino dello Stato (esibito dalla sfrontatezza ed all'uso dei costumi)*36.

[7] Il mutamento partirà dal popolo, ritenendosi offeso dall'avidità di certi concittadini (o pungolato da altri per ottenere cariche pubbliche)*37.

[8] Allora, inorgoglito, decidendo in base alla sua prepotenza, il popolo né vorrà più obbedire, né essere alla pari dei capi, bensì vorrà tutto per sé.

[9] Dopodiché, ci sarà una costituzione col più bello dei nomi (libertà, democrazia) sancente la forma di governo peggiore (oclocrazia)*38.

[10] Avendo esposto “Come uno Stato si forma, si sviluppa, raggiunga l'acme? Come si differenzi dagli altri (in peggio e in meglio)?” si è concluso il mio discorso sulle diverse Costituzioni.


Note

1.

«L'inizio della libertà è da ricercar nell'essere limitato ad un anno il potere consolare [imperium consulare], non in una diminuzione della potestà regale [regia potestas]. I primi consoli infatti mantennero tutte le prerogative e le insegne di comando dei re: si evitò solo di concedere ad entrambi i fasci, per non raddoppiar la minaccia dell'autorità» [Livio: Ab urbe condita, II, 1, 7-8].

In tempo di pace, i consoli esercitavano il potere un mese a testa, cedendo le insegne dei fasci.

2. Nella Iª secessione della plebe [494 a.C.]:

«Iniziarono le trattative per riportar la concordia. I patti concessero alla plebe: [1] il diritto d'aver propri magistrati inviolabili [sacrosancti]; [2] cui fosse riconosciuto il diritto di ausilio contro i consoli [auxilii latio adversus consules]; [3]fu stabilito che niun patrizio potesse accedere a quella magistratura» [Ab urbe condita,II,33,1].

Perciò:

«Contra consulare imperium tribuni plebis [...] constituti» [Cicerone, La repubblica, II, 58].

Ius auxilii: intervento in difesa o della plebe tutta o di un singolo cittadino plebeo (senza diritto di parola e senza un patrono che parlasse per lui in assemblea) contro gli arbitri dei magistrati patrizi. Per svolger tale funzione, tale magistratura di opposizione fu munita di ius intercedendi (diritto di veto) e della coercitio (diritto di irrogare sanzioni ai magistrati), ma col tempo si integrò nell'ordinamento statale, onde i tribuni utilizzarono innaturalmente il diritto di veto contro iniziative dei propri colleghi volte all'interesse plebe (come M. Ottavio Cecina contro la legge Sempronia di Tiberio Gracco). Infatti la intercessio si poteva usare con pars potestas (contro un atto compiuto dal collega magistrato) oltre che con maior potestas (contro un atto compiuto da un magistrato minore). Bada che la intercessio può riguardare solo lo imperium domi (amministrazione interna dell'urbe), cioè era una sorta di restrizione tendente a limitare o a vietare solo un atto amministrativo compiuto da un magistrato.

«“I tribuni hanno troppo potere”. Certo, ma la tracotanza della plebe è più crudele e sfrenata, eppure talvolta è più lene se ha una guida. Un capo sa di esporsi attivandosi, invece l'impeto della folla è cieco al pericolo. [...] Quale organo collegiale è così disperato da non aver un uomo su dieci sano di mente? [...] Ammira la saggezza dei nostri antenati durante la prima secessione: una volta che i patrizi concessero i tribunati alla plebe, la rivoluzione fu spenta, si trovò un compromesso, onde i più umili potessero credersi di essersi eguagliati agli ottimati; e solo in tale provvedimento fu la salvezza della società. “Ma ci furono i due Gracchi”. Certo, e oltre a loro, fra tutti i tribuni enumerabili (poiché eletti fino a dieci per volta), ce ne sono alcuni affatto funesti, di più sconsigliati, e la maggior parte non buoni; ma la classe più alta [summus ordo] ha smesso di far invidia alla plebe che non suscita più pericolose lotte per i suoi diritti. Diciamolo: abbattuta la monarchia, si doveva concedere alla plebe una libertà sostanziale, non a parole [plebi re, non verbo danda libertas]; invece fu concessa una libertà limitata (per mezzo di numerose ottime istituzioni) & sufficiente (per cedere all'autorità degli ottimati)» [Cicerone: Le leggi, III, 10, 24-25].

3. Ai tempi di Polibio, numerose ambascerie giungevano a Roma dall'oriente, che Livio menziona esclusivamente (segno forse di un gusto esotico dei romani), negligendo quelle italiche e occidentali.

4. Il greco dogmatos (decreto) forse traduce i senatus consulta (vincolanti per i consoli), ma non solo i consoli avevano ius referendi (il diritto di convocare e proporre una discussione urgente in senato). L'esecuzione dei decreti è lo ius edicendi (diritto di emanare editti), proprio di tutti i magistrati superiori romani, seppur caratteristico delle magistrature di “pretore urbano” e “pretore peregrino”.

5. Senza la libertà di riunione, solo il magistrato di rango più elevato presente a Roma aveva lo ius agendi cum popolo (diritto di riunire il popolo in assemblea) e lo ius rogandi (diritto di proporre leggi ai comizi).

6. Chieder agli Italici tributi in soldati (non in denaro) è un'unicità romana, non ben esaltata da Polibio. Tribuni militum Rufuli (eletti dal console) si affiancavano a 24 tribuni militum a populo (6 per legione).

7. L'imperium consolare (fuori dalla città di Roma; la cui l'amministrazione si chiama invece: imperium domi) sospendeva la provocatio ad populum (diritto di appello a un popolo per le condanne a morte).

8. Già in 12, 8, Polibio sottovaluta il controllo del senato sulla finanza pubblica, poiché non è noto un esempio di un console che attinga all'erario di sua iniziativa. Polibio stesso riporta però un aneddoto.

«[5] Essendoci necessità di denaro per qualche spesa urgente, ma rifiutandosi il questore d'aprir l'erario quel giorno per una qualche legge, Publio prese le chiavi e disse che lui stesso l'avrebbe aperto. [6] Perché era grazie a lui che l'erario era chiuso» [XXIII, 14].

L'erario non è vuoto (quindi chiuso) perché Scipione vi ha deposto 123000 libbre d'argento con la vittoria su Cartagine, per cui può porsi al di sopra della legge. Tale aneddoto è in un contesto particolare. Scipione è la prima individualità emergente in senso antitradizionale: la gloria va a lui solo, anziché alla collettività in generale (o all'ordine senatorio in particolare). Le ricchezze, il potere e il prestigio conquistati dai vincitori delle guerre danneggiavano il sistema dell'aristocrazia romana, che cercava di riaffermare la responsabilità collettiva nella direzione della politica estera. Scipione è così la prima sintesi nell'elaborazione della FIGURA del capo carismatico che segnerà l'impero. (Due quaestores urbani stavano in città. Due quaestores peregrini erano i tesorieri fuori coi consoli).

9. I censori ricevono dal senato una pecunia attributa (somma stabilita).

«[9] Per eriger opere pubbliche, un senatoconsulto rivolto ai questori assegnò ai censori metà dei vectigalia riscossi quell'anno [170 a.C.]» [Livio, XLIV, 16].

10. Dall'inizio del II sec. a.C., Roma assume progressivamente il controllo amministrativo dell'Italia. Questo riduceva l'indipendenza (formalmente sancita) pure dei socii degli Stati che godevano di foedus aequum. Nei casi di prodosia (tradimento, un atto di guerra realizzato) o sinomosia (congiura, atto di guerra progettato), l'intervento del senato era un potere di eccezione, in difesa dei rapporti confederali vigenti. Ideato nella IIª guerra punica, il controllo del senato sugli affari alleati si evolse in tempo di pace, sulla base del concetto di cospirazione. Cioè: sinomosiapharmakeia (venefici); prodosiadolofonia (omicidio). Polibio non coglie l'evoluzione (riportando tutto al tempo di Canne, 216 a.C.), forse perché fuorviato dalla repressione dei Baccanali (186 a.C.), e da altri ignoti scandali. Notar infatti le corrispondenze terminologiche fra Polibio & Livio (XXXIX): prodosiafraus (in rem publicam); sinomosiaconiuratio; pharmakeiavenena; dolofoniacaedes.

11. Nelle questioni di confine (o altro) fra due città, il senato nominava commissioni arbitrali, con inclusi i patroni delle città in questione. Es. di boetheia (soccorso): le ricostruzioni di Genova, Piacenza, Cremona (195 a.C.); nonché l'invio dell'esercito contro un'invasione di cavallette in Apulia (173 a.C.), al comando del pretore Cneo Sicinio. Es. di protezione: le guarnigioni a Napoli dissuasero i cartaginesi dalla conquista (caduta Capua).

12. Pure questa non è la situazione anteriore al II sec. a.C., bensì più vicina ai tempi di Polibio. Notare l'assenza del diritto feziale (collegio sacerdotale di 20 feziali, incaricati di difesa del diritto internazionale).

13. I greci erano stupiti che il senato trattasse con le ambascerie straniere, poiché nelle democrazie greche spettavano all'assemblea popolare l'ascolto di ambasciatori stranieri e le questioni di politica estera. Il popolo ateniese mostrò di non concepire una rinuncia dell'assemblea alle proprie competenze sulla politica estera, quando (425 a.C.) ambasciatori spartani richiesero di discutere con un comitato ristretto.

14. Già Platone (Leggi, III, 697 a-b) attribuisce un'importanza decisiva al sistema degli onori nel funzionamento dello Stato. Il passaggio dei processi dei magistrati alle competenze del popolo (infondato giuridicamente) diventa ufficiale proprio ai tempi di Polibio, integrando i processi irregolari intentati ai magistrati emeriti (che segneranno la vita politica romana) fra i mores costituzionali.

15. Polibio allude al ruolo dei tribuni della plebe come pubblici accusatori degli ex magistrati. Ma è una pratica inaugurata soprattutto con il processo agli Scipioni, e poi divenuta frequente.

16. La competenza per le pene capitali spetta ai comizi centuriati. Cicerone: «Decidano della vita di un cittadino solamente i [maximus comitiatus], formati da quelli che i censori registrano come cittadini» [Leggi, III,11].

17. Perché la competenza è dei comizi centuriati, ma votano le tribù? Fra le due guerre puniche, forse, c'è stata una riforma dell'organismo di voto, onde le unità di voto nei comizi centuriati potevano chiamarsi tribù. Lo ius exsilii (il diritto reciproco di accogliere gli esuli, detenuto da alcune città alleate) c'era fin dai tempi. Per Livio ne è un caso l'esilio di Coriolano (contro l'interpretazione di Dionigi di Alicarnasso).

18. Neapolis, Praeneste, Tibur erano sì città federate formalmente, ma Tibur era in condizione di inferiorità nell'effettiva natura dei rapporti con Roma.

19. BADE. [a] Il popolo può solo votar la proposta d'un magistrato (con ius rogandi, iniziativa di legge). [b] Le leggi non sono l'unica fonte di diritto. Ius edicendi (di magistrati) e responsa (di giuristi) regolano il diritto privato.

20. Es. di guerra. Nel 200 a.C., la prima votazione dei comizi centuriati respinse la proposta di guerra contro Filippo V. Es. di pace. Nel 201 a.C., il console Gn. Lentulo pose il veto (intercessio) al senatoconsulto (che ruppe le trattative coi legati cartaginesi). E i tribuni della plebe (M. Acilio e Q. Minucio) indissero una votazione con la proposta di far deliberare al senato la pace coi Cartaginesi, incaricando Scipione di firmarla e rimpatriar l'esercito. Così il Senato decretò che Scipione firmasse la pace come volesse, ma col parere di 10 legati.

21. Nessuna decisione era considerata valida finché non fosse stata ratificata dall'assemblea comiziale competente.

22. È davvero decisivo l'elemento democratico del sistema politico repubblicano romano? I rapporti personali di patrocinio sembrano riversar la divisione del potere dalla parte della nobilitas. Ma tali vincoli verticali non bastano al pieno controllo del voto nei comizi. Decisivo nella vita politica romana parrebbe il nodo oratore & popolo (con scelte di voto al di là dei legami personali). Ma ciò non toglie l'esclusione del popolo dai processi decisionali. Anzi, il sistema elettorale censitario nega il principio fondamentale della democrazia classica dell'uguaglianza tutti di fronte alla legge.

«Servio Tullio, tolti i cavalieri dal computo, divise la popolazione in 5 classi (ognuna scissa in anziani e giovani), e le disgiunse onde potessero votar i ricchi (anziché tutti), curandosi (precauzione d'uopo in una costituzione) che i più [...] né fossero esclusi dal voto (o ci sarebbe tirannia), né avessero peso preponderante (o ci sarebbe pericolo)» [Cicerone, Repubblica, II, 39].

23. Nei capitoli 15-18 sui rapporti dei tre poteri figurano verbi esprimenti bisogno, timore, deferenza. Ognuno dei tre poteri può opporsi agli altri, ma esita prima di farlo. Vince la collaborazione.

24. Es. 169 a.C.: al console Quinto Marcio, il senato invia vesti, cavalli, denaro. 216 a.C.: il senato risponde «non esse unde mitteretur» ai propretori di Sicilia e Sardegna chiedenti stipendio e frumento per le truppe.

25. Il primo caso di prorogatio riguardò il console Quinto Publilio Filone (327 a.C.). Le ragioni per un console di puntare alla prorogatio, le mostra Tito Quinto Flaminino nella IIª guerra macedonica. Ottenuto il proconsolato (lasciando ai nuovi consoli un mero comando provinciale), Tito spinse il senato (mercé amici) a rifiutar le trattative di pace chieste da Filippo V, che sconfisse a Cinocefale ottenendo il trionfo.

26. In realtà, al 449 risale un primo trionfo celebrato contro il volere del senato per i consoli Valerio ed Orazio. Invero, la competenza del Senato è uno strumento di controllo collettivo in un'epoca di vittorie individuali.

27. In realtà ai consoli non avevano l'obbligo di presentare i rendiconti finanziari al popolo. Polibio parrebbe pensare al ruolo dei tribuni della plebe nelle accuse ad ex magistrati (si pensi al processo agli Scipioni).

28. Il senatoconsulto non ha alcun potere se non è ratificato dal popolo, neppure se ordina le inchieste per reati gravi suddette [13, 4]. È quanto accade nell'affare dei Baccanali? Prima il senato ordinò l'inchiesta [Livio, XXXIX, 14], poi il console Spurio Postumio Albino tenne un'orazione al concione [15-16], poi «i consoli dettero lettura dei senatoconsulti» per la ratifica [17].

29. Il plebiscito di Claudio (218 a.C.) proibì ai senatori di possedere navi con più stazza di 300 anfore. Non per escluder i senatori dalle attività speculative, ma per escluder gli affaristi dalla classe politica. Forse Polibio ripensa pure al tribunato di Gaio Flaminio (232 a.C.; cfr. II, 21, 7-8) che ottenne il plebiscito sulla ripartizione fra i coloni dell'agro Piceno (conquistato ai galli Senoni), sottraendolo all'abusivismo dei nobili.

30. Il veto del tribuno della plebe (ius intercedendi) riduceva il senatus consultum (decreto) a senatus auctoritas (parere). Le sanzioni imponibili dal tribuno (coercitio) permettevano di vietare la riunione del Senato.

31. Polibio guarda al tribunato della plebe come arma della plebe (da tradizione). Ma fra i tribunati di Gaio Flaminio & di Tiberio Gracco [232 a.C.& 133 a.C.], i tribuni andarono legandosi alla nobilitas patrizio-plebea. È parsa dubbia la dipendenza dei tribuni dal popolo, ma doveva esser un principio almeno teorico universalmente ammesso, già prima della destituzione di M. Ottavio Cecina (collega di Tiberio, cui oppose il veto).

32. Polibio parla della gestione delle miniere (specie in Spagna), e dell'esattoria ai pubblicani per la riscossione dei diritti di pesca sui fiumi, dei dazi portuali, delle decime, delle scriptura (tasse sui pascoli sul demanio). Bada che Polibio chiama dominio romano: le risorse naturali (fiumi, miniere, terra) & le strutture economiche (porti, terra) di tutta l'Italia. Pare suggerire un'economia guidata dal politico (indi fortemente regolata).

33. È indebita l'estensione alla plebe degli interessi dei pubblicani. Polibio presenta un popolo unito, impegnato negli appalti del Senato su tutto il dominio romano, senza coglier i nuovi rapporti all'interno del demos. Polibio rappresenta l'estrema operosità, senza il mutamento sociale e politico (emersione di nuovi ceti) che essa comporta.

34. Mancipes (titolari degli appalti); Socii (dei mancipes); Praedes (garanti degli appaltatori, e, in caso di successo, prendenti una parte dei loro guadagni); sono ignoti i quarti (garanti, ma impegnanti i loro beni).

35. Polibio attribuisce al Senato la rescissione sui contratti (anziché ai censori), pensando al caso isolato di Catone (184 a.C.).

«[7] Catone comprò per conto del fisco due atrii nelle Lautomie, il Menio e il Tizio, e quattro botteghe, e vi costruì la prima basilica, che prese il nome di Porcia. Poi aumentarono i prezzi dell'esattoria dei vectigalia, diminuirono quelli per forniture allo Stato. [8] E poiché il senato (vinto da lacrime e sangue dei pubblicani) fece cancellar e bandir di nuovo questi appalti, Catone e Flacco censori, escludendo dall'asta con ius edicendi quelli che avevano voluto eludere l'appalto precedente, aggiudicarono tutte le stesse opere, diminuendo di poco la convenienza per l'erario» [Livio, XXXIX, 44].

36. Il processo civile romano aveva una fase in iure (istruttoria, tenuta da un pretore) e una fase in iudicio (raggiungente il verdetto, tenuta da giudici tradizionalmente appartenenti all'ordine senatorio).

37. Le osservazioni di Polibio servono a mostrare le ragioni della straordinaria ripresa romana dopo la disfatta di Canne. Già in Platone (Leggi, III, 698b ss.) c'è il metus hostilis quale causa di concordia interna.

Esercito dei romani

*1. L'esposizione polibiana è la più completa rimastaci, arricchibile solo con notizie sparse (Livio, etc.); e si basa sull'interesse e l'esperienza militare diretta (e fonti perdute?). Al contrario, Vegezio (Epitoma rei militaris, V sec. d.C.!) attribuisce all'antichità usi più recenti, attingendo a fonti di valore eterogeneo, senza avere esperienza diretta.

*2. Evidentemente, manca una parte di testo in cui Polibio ha parlato dei comizi popolari nel quale avveniva l'elezione dei consoli e dei 24 tribuni militum a populo (assegnati solo alle 4 legioni urbane). Fino al 361 a.C., i tribuni militari erano eletti tutti dai consoli. Di lì, gradualmente l'elezione passò tutta al popolo (post quem: 311 a.C.). Ai consoli restò la nomina dei tribuni Rufuli (tribuni militum Rufuli).

*3. Il requisito dei cinque anni di servizio è giustificato perché: i tribuni militari (6 per ogni legione) si trovavano spesso comandare da soli distaccamenti separati. Era una grossa responsabilità.

*4. L'arruolamento sul censo attribuito a Servio Tullio (6° re). L'arruolamento libero sarà con la riforma mariana dell'esercito. 400 dracme greche indicano 4000 assi romani come limite minimo pella Vª classe di censo. Nell'età serviana il limite era o 11.000 (Livio I, 43, 7) o 12.500 assi (Dionigi di Alicarnasso); ma il censo richiesto fu abbassato per completar i quadri dell'esercito, segnando il proletizzarsi della milizia cittadina romana. La riduzione a 4000 assi del censo minimo pella Vª classe è negli anni dopo Canne (fra 214 e 212). Cicerone (Repubblica) parla di un abbassamento a 1500 assi dopo la crisi dell'arruolamento nel 151.

*5. 10 gli anni per ottenere una magistratura così come 10 gli anni di servizio dei cavalieri suggerisce che il censo senatorio dell'epoca repubblicana corrispondesse esattamente al censo equestre. Poiché l'età militare partiva dai 17 anni, la limitazione impediva che ci fossero magistrati più giovani di 27 anni.

*6. Seppur reso obsoleto dai conquisitores (funzionari addetti al reclutamento), vigeva ancora il sistema di leva annuale di far convocar a Roma (dai consoli) le reclute per inquadrarle nelle (4) legioni.

*7. In Livio (XXVI, 31, 11), il dilectus avviene invece nel Campo Marzio (non nel Campidoglio). Ma potrebbe essere un uso posteriore al tempo di Polibio.

*8. Il senso della frase è incerto. Forse: i tribuni militari si dividono secondo l'ordine temporale in cui sono stati eletti?

*9. I 24 tribuni militari eletti dal popolo andavano nelle 4 legioni urbane (eserciti dei consoli). I tribuni militari eletti dai consoli invece andavano in altre legioni, ma arruolate solo d'emergenza.

*10. Cioè i suddetti 10 tribuni militari con 10 anni di servizio [cfr. 19, 1].

*11. Colla cavalleria delle sole 18 centurie a carico dello Stato, la leva dei cavalieri poteva avvenir dopo quella di fanteria. Col ricorso a chi tiene da solo un cavallo, serviva arruolarlo prima che finisse nella fanteria. Cioè: il mutamento dell'ordine di arruolamento si lega all'istituzione del censo equestre. Ma se il ‘prima’ fosse quanto vide Polibio? Lo ‘adesso’ attesterebbe una fonte che ei ha letto e creduto a torto più aggiornata?

*12. Secondo Livio, questo sacramentum (giuramento con consacrazione) fu introdotto nel 216 a.C. Potrebbe essere un ‘terminus post quem’ per la presunta fonte scritta seguita da Polibio.

«[1] Fatta la leva, i consoli indugiarono pochi giorni, finché giunsero i soldati dagli alleati e dai soci di diritto latino. [2] Lì, cosa mai accaduta prima, ogni soldato fu costretto a giurar dai tribuni militari. [3] Fin lì, dovevano giurar solo di trovarsi nel luogo di riunione, e non allontanarsene senza il permesso dei consoli al comando. [4] Divisi in decurie di cavalleria o centurie di fanteria, i soldati si legavano reciprocamente col giuramento in massa che non si sarebbero dati alla fuga per paura e che non avrebbero lasciato la loro fila, se non per prender ovvero preparar un'arma, e per colpir il nemico ovvero salvar un cittadino. [5] Questo impegno volontario fu tradotto in obbligo legale di prestar giuramento ai tribuni»[Livio, XXII, 38, 2-5]

«[2] In tempi antichi, il tribuno militare faceva giurar i coscritti così: “Nell'esercito del console [X] e del console [Y], e per dieci miglia intorno, non commetterai furto con frode (né da solo, né con altri) che vale più d'una moneta di argento al giorno: e all'infuori di asta, lancia, legna, frutta, foraggio, otre, sacco, torcia, se troverai in quella zona, o carpirai, cosa non di tua proprietà, che valga più di una moneta d'argento, tu la consegnerai al console [X] o al console [Y], o a persona indicata dall'uno o dall'altro, oppure entro tre giorni dichiarerai tutto ciò che tu abbia trovato o carpito con frode, o lo renderai a colui che secondo te ne è il proprietario, come tu vorrai che si faccia ciò che è giusto”» [Gellio: Notti Attiche, XVI, IV]

*13. La progressiva assunzione romana del controllo amministrativo dell'Italia (13) può aver avviato un'omogeneizzazione tale che a uno straniero come Polibio sfuggivano i rapporti fra Roma e gli alleati italici.

*14. Contraddittori sono i nomi hastati, principes, triarii. Perché i principes stavano in seconda linea (non in prima); gli hastati avevano il giavellotto (non la lancia); i triarii portavano la lancia (in terza linea!). I termini dell'esercito pre-manipolare sono stati risemantizzati per l'esercito manipolare, lasciando residui etimologici fossili. Ai tempi di Polibio, la differenza “hastati ≠ principes” è di anzianità (non di armamento). Con la riforma di Mario, l'armamento divenne uniforme per TUTTI i mercenari. Non ebbe più valore tattico la tradizionale suddivisione in astati, prìncipi e triari (seppur mantenuta).

*15. I romani conoscevano la spada iberica dal 225 a.C. (usata dai mercenari spagnoli al servizio dei cartaginesi durante la prima guerra punica); ma la adottarono solo al tempo della guerra annibalica.

*16. Forse pure il pilum (giavellotto di hastati e principes; non dei triarii) deriva dai mercenari spagnoli durante la prima guerra punica (invece che dai sanniti secondo un'altra fonte).

*17. Sull'antichità dei pettorali: ne sono stati ritrovati esemplari risalenti fino al VII e VI sec., in tombe a Tarquinia e a Roma (necropoli dell'Esquilino).

*18. Le 10.000 dracme greche indicherebbero i 100.000 assi romani (indicati da Livio e Dionigi) come censo minimo per appartenere alla Iª classe serviana.

*19. Perché Polibio espone dal punto di vista dei tribuni militari compiti che (almeno de iure) sono dei consoli (nominare centurioni; arruolare; ...)? È insolito nella letteratura militare antica (rivolta al comandante supremo). È un indizio sulla natura dell'ignota fonte di Polibio: forse un manuale per tribuni militari (sia che valga in generale; sia che riporti istruzioni date in occasioni eccezionali).

*20. I tribuni militari nominano, cioè, prima 30 centuriones priores, dopodiché 30 centuriones posteriores di rango inferiore ai priori.

*21. È il primus pilus prior (il primo centurione del primo manipolo dei triarii; il centurione di rango più elevato dell'intera legione).

*22. Polibio traduce sempre con il greco ouragous (capi di retroguardia) il latino optiones (soldati scelti), scelti dai centurioni stessi come propri diretti collaboratori (disponibili per sostituire i caduti).

*23.

«[4] Macanida spronò il cavallo per indurlo al passaggio di un punto in cui pareva possibile il guado. Allora Filopemene si volse, si gettò sul tiranno, lo colpì una volta a morte con la lancia, e una seconda volta con la punta inferiore» [XI, 18].

*24. EPIBOLAS (da lontano) e EPITELEIS (da vicino) paiono assumere qui valenza tecnica (danno da lancio e danno da mischia).

*25. La trasformazione pare un passaggio da una cavalleria leggera ad una cavalleria pesante, avvenuto per far fronte all'inadeguatezze esibite durante la IIª guerra punica. Cfr. l'introduzione della flotta:

«[8] A indurmi a trattar la Iª guerra punica fu il desiderio che non rimanesse ignorato un importante fatto: COME, QUANDO, PERCHÉ i Romani siano discesi in mare per la prima volta. [9] Osservando che la guerra andava per le lunghe, intrapresero la costruzione di navi (100 quinqueremi, 20 triremi). [10] Niun esperienza aveano gli armatori della costruzione delle quinqueremi, perché niun fin ad allora si servì in Italia di tali navi. Così la costruzione presentò notevoli difficoltà. [11] Ne risulta il carattere ambizioso e audace della condotta dei romani. [12] Infatti difettavano non solo di mezzi idonei, bensì di qualsiasi mezzo, senza aver alcuna conoscenza delle cose marittime. Eppur, allorché pensarono di combatter per mare, vi si dedicarono con tal audacia che (senza averne alcuna esperienza) osarono guerreggiar contro i Cartaginesi (che da intere generazioni possedevano il dominio incontrastato del mare). [13] Un esempio dimostrerà tale straordinarietà dei romani. Attraversarono Messina la prima volta [264 a.C.] senza posseder una sola nave (corazzata o da guerra). [14] Da Taranto, Locri, Elea, Napoli si fecero prestar navi da 50 remi e alcune triremi, su cui traghettarono allo sbaraglio i loro uomini. [15] In tal occasione, i Cartaginesi attaccarono i romani nello Stretto. Una nave corazzata (spostandosi troppo nel combattimento) si arenò, e fu catturata dai romani. Usando questa come modello, allora, i romani costruirono tutta la flotta. [16] Senza tal episodio casuale, i romani (ignorando l'ingegneria navale) avrebbero perso la guerra» [I, 20].

Polibio ribadisce sempre la disponibilità romana ad introdurre le invenzioni degli altri (specie nel campo militare). Inoltre Polibio esagera l'episodio casuale per ribadire la tesi che l'ascesa romana è dovuta al valore del popolo romano e delle sue istituzioni, oltre che a circostanze fortuite (non barbari fortunati). Notar il riferimento ai socii navales (città legate da trattati che prevedevano fornitura di navi & competenze cantieristiche). In ordine di tempo: Napoli (327 a.C.); Locri (282 a.C.); Taranto e Elea (272 a.C.). Trireme: nave con remi o disposti su un solo livello (con tre rematori per remo) o disposti su tre livelli (con un solo rematore per remo). Quinquereme: nave con remi o disposti su un solo livello (con cinque rematori per remo) o disposti su due livelli (con al livello basso tre rematori per remo; ed al livello alto due rematori per remo).

*26.

«[4] Veniva pronunciato un giuramento che impegnava il coscritto a presentarsi, “Sennonché si verifichi: lutto in famiglia o purificazioni funerarie (purché non siano state espressamente rimandate a quel giorno per non presentarsi alla data fissata dal console); malattia grave o auspicio da cui non sia lecito assentarsi senza espiazione; sacrificio annuale che non si possa compiere ritualmente senza la presenza dell'interessato in quella data; violenza o nemici; appuntamento fissato o pattuito con un forestiero. Se per qualcuno di loro si verificherà una di queste cause, allora si presenterà all'incaricato di leva (del suo villaggio o paese o città) l'indomani del giorno dell'esenzione giustificata”» [Aulo Gellio: Notti Attiche, XVI, IV].

«4. [2] Quinto Fulvio Nobiltore (console che nel [153 a.C.] ebbe l'imperio in Iberia [fin da gennaio!]) e quanti avevano partecipato alla sua campagna, riferirono a Roma dei combattimenti continui, dei morti numerosi, del coraggio dei Celtiberi. [3] Marcello [console 152 a.C.] evitava la guerra. Così sugli iuniores cadde un irragionevole panico, che mai i seniores ebbero visto. [4] La paura era giunta a tal punto, che pei posti di tribuno militare non c'erano sufficienti uomini (di solito troppi). [5] I legati scelti dai consoli, che dovevano partire insieme al comandante, si rifiutavano. [6] Ciò che è più grave: i giovani declinavano l'arruolamento, ricorrendo a pretesti che era vergognoso riferire, sconveniente indagare, e impossibile respingere. [7] Il senato e i comandanti impotenti si domandavano fin dove sarebbe arrivata l'impudenza dei giovani (la situazione costringeva a usare questo termine). [8] Scipione [Emiliano] era giovane, ma si sa che consigliò di continuar la guerra, e che fosse già famoso per virtù e saggezza, ma non ancora per valore militare. [9]Vedendo il senato in crisi, chiese d'inviarlo in Iberia come tribuno o legato» [XXXV].

*27. I praefecti socium erano cittadini romani, ed erano tre per ogni legione a cui era assegnato un contingente di alleati.

*28. Polibio traduce sempre extraordinarii con epilektoi (soldati scelti). Sull'origine, Livio:

«[2] Contenti d'aver ucciso il console Lucio Genucio [362 a.C.], gli Ernici s'accostarono al campo romano, sperando davvero d'espugnarlo. I soldati romani spronati dal legato e con l'animo acceso dall'ira e dalla vergogna operarono una sortita. Gli Ernici neppur arrivarono a sperar di raggiunger il vallo, e dovettero fuggire sparsi. [...] [5] Ciò riempì di speranze di ardore questo fior fiore di gioventù, che inoltre ricevettero per decreto doppia paga. Furono esentati pur dai lavori militari, e tenuti in serbo per la sola fatica della battaglia, perché fossero consapevoli di dover far uno sforzo sovrumano. [6] Pure nello schieramento in battaglia fu loro assegnato un posto a parte [extra ordinem], onde il loro valore meglio potesse emerger» [VII, 7].

*29. L'esposizione dal punto di vista dei tribuni militari è (di nuovo) un indizio sulla natura della fonte ignota seguita da Polibio.

*30. Il pessimismo di 57 (4) contraddice l'ottimismo di 18 (4). Ma 18 presentava i contributi positivi della costituzione alla stabilità. Invece, 57 presenta un altro punto di vista, donde le differenze.

*31. Polibio si sente uno storico, da non mettersi a fare profeta.

*32.

«[3] Come la ruggine per il ferro, e i tarli per le tignole, sono fattori intrinseci di distruzione, per cui (seppur sfuggono a tutti i danni dall'esterno), vengono altrettanto consumati, [4] così ogni costituzione è accompagnata da una forma negativa. [5] Con la regalità si accompagna la forma della monarchia; con l'aristocrazia si accompagna la forma dell'oligarchia; con la democrazia la forma dominata dalla forza; forme nelle quali col tempo si trasformano tutte le prime forme suddette» [10].

È la teoria del sumfutos kakos (congenerato male). L'origine della similitudine è controversa. Somiglia a Platone (Repubblica X, 608e-609a), ma il significato è inverso (Polibio ne é cattivo interprete?). C'è pure una corrispondenza con Menandro (frammento 540). Ma Menandro parla di individui, Polibio parla di Stati. Comunque, è data un'applicazione pratica di un principio filosofico.

*33. È la teoria dell'anaciclosi: i regimi politici si susseguirebbero (per decadenza del precedente) secondo un andamento circolare nel tempo. All'ultimo stadio si ricomincia, col ritorno della prima forma di governo. Particolarità di Polibio è “dimezzare” i regimi politici, “sdoppiando” ciascun regime in: forma positiva & forma negativa.

*34. Polibio sta certo parlando di Roma (dato il contesto di questo capitolo). Eppure insiste sul modello generale. Forse, prudente, si rifugia nell'espressione tipologica per annunciare la crisi di Roma?

*35. Seppur è un fatto l'inasprimento della contesa per le magistrature (all'interno della nobilitas) nel II sec. a.C., era una vecchia tradizione il certamen gloriae (certame, combattimento per la gloria).

*36. Proprio Polibio, sul comportamento di Scipione Emiliano (XXXI, 25-29), fa corrisponder la degenerazione di una città che ha ottenuto il potere aderitos (incontrastato) a Roma (dopo il 168 a.C.).

*37. Notar che 57 figura dopo che è il confronto con la corrotta Cartagine (51-56) a sollevar (per elegante inerzia storiografica) il tema della possibile decadenza di una mikte politeia (costituzione mista).

*38. Polibio dice che: un'oclocrazia è quel regime che ha appena descritto; non che ogni regime democratico sia fasullo. Anzi, che la democrazia sia l'acme del ciclo appare implicito pure in 14.


Ultima modifica 2021.02.22