Dibattiti sulla libertà di stampa e sulla pubblicazione delle discussioni alla Dieta

Karl Marx (1842)


Traduzione di Vittorio Piva (†1907) in: Le discussioni del sesto Landtag delle province renane (1842), Roma, L. Mongini editore, 1899.

«Dei due superstiti articoli sulle Discussioni alla sesta Dieta renana (Dibattiti sulla libertà di stampa e sulla pubblicazione delle discussioni alla Dieta e Dibattiti sulla legge contro i furti di legna) esisteva una precedente, sciagurata versione perpetrata da Vittorio Piva (C. Marx: Le discussioni del sesto Landtag delle province renane (1842), Roma, Mongini, 1899, pp. 79), che, rimasta evidentemente invenduta, fu da Ettore Ciccotti inserita con riporto del frontespizio nella sua silloge: Marx-Engels-Lassalle: Opere, Milano, Soc. Ed. «Avanti!», vol. I, 1914» [Luigi Firpo in: Karl Marx: Scritti politici giovanili, Torino, Einaudi, 1950, p. 19]

Trascritto da Leonardo Maria Battisti, dicembre 2017


GAZZETTA RENANA, n° 125, giovedì 5 maggio 1842, supplemento

Con meraviglia di tutta la Germania che scrive e legge, la Preussische Staatszeuung pubblicò, un bel mattino di primavera berlinese, le proprie confessioni. Certo non iscelse la forma nobile, diplomatica ed invero non breve della confessione; si diede l'aria invece di voler presentare alle sue sorelle lo specchio affinché si riconoscessero; parlò in modo mistico delle altre gazzette prussiane, mentre propriamente parlava di sé, della gazzetta prussiana «par excellence».

Di questo fatto si possono dare parecchie spiegazioni. Cesare parlò di sé come di una terza persona. Perché la Preuss. Staatszeitung non doveva parlare di terze persone come di sé stessa? I fanciulli quando parlano di sé stessi, hanno cura di non dire «Io», ma «Giorgio», ecc. Perché la Preuss. Staatszeitung non avrebbe potuto usare in luogo dell'«Io» il vossiano Sprenersche, o qualche altro santo nome?

Erano apparse le istruzioni nuove per la censura. Le nostre gazzette credettero di dover adottare l'aspetto e la forma convenzionale della libertà. Anche la Preuss. Staatszeitung fu costretta a destarsi e ad assumere un atteggiamento liberale od almeno indipendente. La prima condizione necessaria per godere la libertà è la conoscenza di sé stessi, e tale auto-conoscenza è impossibile senza l'auto-confessione.

Si tenga per stabilito che la Preuss. Staatszeitung ha scritto auto-confessioni: non si dimentichi che noi osserviamo qui il primo destarsi della coscienza di sé nel foglio della stampa semi-ufficiale, e tutti gli enigmi si scioglieranno. Ci si convincerà che la Preuss. Staatszeitung ha pronunciato delle grandi parole con serenità, e solo resteremo indecisi se si dovrà ammirare più la serenità della grandezza o la grandezza della serenità.

Appena apparvero le istruzioni per la censura, appena la gazzetta di Stato s'era rimessa da questo colpo, essa mise innanzi la seguente questione: «Che vi è giovato, gazzette prussiane, la libertà di stampa?». Chiaramente essa voleva dire: «Che cosa vi hanno giovato i molti anni di stretta osservanza della censura? Che cosa è avvenuto di me nonostante le più accurate e le più complete sorveglianze e tutele? E che avverrà me ora? Io non ho imparato, ad andare senza sostegni, ed un pubblico astuto e allegro attende ora le mie capriole di sciancata». Cosi sarà anche per voi, sorelle. Lasciate che il popolo prussiano riconosca le nostre debolezze, però permettete che facciamo con diplomazia le nostre confessioni. Non diciamo precisamente al popolo prussiano che noi siamo interessanti; diciamo invece che, se. le gazzette prussiane non sono per lui interessanti, si è perché lo Stato prussiano non è per nulla interessante per le gazzette.

La questione ardita della Preuss. Zeitung, la risposta ancor più ardita sono soltanto il preludio del suo destarsi, sono insinuazioni fatte a modo di sogno, sono il proemio del testo, che seguirà. Essa s'eleva alla coscienza, manifesta il suo spirito, si atteggia ad Epimenide!

È noto che la prima attività teorica della intelligenza, che oscilla ancora tra la sensibilità ed il pensiero, è il contare. Il numerare è il primo atto teorico della intelligenza del fanciullo. Lasciateci contare, esclama la Preuss. Staatszeitung alle sue sorelle. La statistica è la prima scienza politica. Io conosco la intelligenza di un uomo se so quanti capelli ha in testa.

«Fa agli altri quello che desideri venga fatto a te stessa», e come ci possiamo, noi gazzette prussiane, ed io in particolare, meglio apprezzare, se non statisticamente? La statistica proverà non solo che io esco così spesso come qualsiasi giornale inglese o francese, ma che sono letta meno di qualsiasi altro giornale del mondo civile. Tolti gli impiegati che mezzo a malincuore devono interessarsi di me, non tenendo calcolo dei locali pubblici ai quali non deve mancare un organo semi-ufficiale, chi mi legge? chiedo io. Chi? Calcolate quel che costo, calcolate quello che riscuoto, e confessate che il pronunziare senza saperlo parole di grande importanza non è affatto un ufficio lucroso. Vedete come è deprimente la statistica, come il contare rende superflue ulteriori operazioni di spirito! Dunque contate: le tabelle di numeri istruiscono il pubblico senza urtare i suoi affetti. E la gazzetta di Stato, con la sua importanza statistica, mette da una parte non solo i Cinesi, non solo il primo statistico del mondo, Pitagora, ma si mostra seguace dei più grandi filosofi della natura dei tempi recenti, che volevano disporre le differenze degli animali, ecc., in serie di numeri.

Così è la Preuss. Staatszeitung, non senza fondamento filosofico, benché appaia totalmente positiva.

La Preuss. Staatszeitung è completa.

Non si ferma al numero che misura la grandezza del tempo; ancor di più, riconosce il principio quantitativo, parla anche di grandezze dello spazio. Lo spazio è la prima cosa che per la sua grandezza s'impone ai fanciulli. È la prima grandezza del mondo che il fanciullo conosce. Questi riguarda l'uomo adulto come un grande uomo, e la infantile Pszt ci racconta che i grossi libri sono senza proporzione migliore dei piccoli e persino dei singoli fogli e persino ancora delle gazzette che si pubblicano giornalmente in un sol foglio.

Voi tedeschi vi potete esprimere solo dettagliatamente; scrivete diffusi libri sulle istituzioni dello Stato, libri dotti invero, che nessuno legge oltre il signor autore ed il signor recensionista; ma pensate che le vostre gazzette non sono libri. Pensate quanti fogli occorrono per un'opera fondamentale in tre tomi. Non cercate adunque lo spirito del giorno e del tempo nelle gazzette, che vogliono presentarvi tabelle statistiche, ma cercatelo nei libri, la grandezza dei quali garantisce della loro prosperità.

Pensate, voi buoni fanciulli, che si tratta di cose «dotte», andate alla scuola, e dopo voi avrete care, noi, povere gazzette, a cagione del nostro formato leggero, delle nostre leggerezze politiche, che sono in cambio confortanti, dopo i grossi libri.

Certo, certo! Il nostro tempo non ha più quel senso reale della grandezza, che ammiriamo nel medio evo. Guardate i nostri minuscoli trattatelli pietistici, guardate i nostri sistemi filosofici in 8° piccolo, e poi volgete i vostri sguardi ai venti giganteschi in foglio di Duns Scoto. Voi non vi servite dei libri per leggere; già il loro sguardo strano tocca il vostro cuore, batte il vostro senso quasi come un edificio divino. Queste opere gigantesche crescenti di continuo operano materialmente sullo spirito; questo si sente oppresso sotto la massa e il senso dell'oppressione è il principio della venerazione. Voi non possedete i libri, essi possedono voi. Voi siete una cosa accidentale per loro, e così, pensa la Psz., il popolo è una cosa accidentale per la sua letteratura politica. Così pensa la Psz. in modo perfettamente medioevale, nonostante si esprima in forma moderna.

Se però il pensare teorico del fanciullo è quantitativo, il suo pensare ed il suo giudizio sono dapprima di senso pratico. La qualità sensibile è il primo legame che lo unisce al mondo. A preferenza il naso e la bocca — nei quali risiede il senso pratico sono i primi organi con i quali il fanciullo giudica il mondo. L'infantile Psz. giudica perciò il valore delle gazzette, e. quindi il suo proprio, col naso; la Psz. giudica per buone gazzette quelle che dànno «buon odore». Non sa apprezzare abbastanza; il profumo letterario della Allgemeine Ausburger o del Journal des Débats. Lodevole, rara semplicità! Grande, grandissimo Pompeo!

Dopo che la Psz. ci ha permesso, con singolari meritorie espressioni, di osservare profondamente il suo stato d'animo, essa riassume in conclusione le sue vedute costituzionali con una grossa riflessione, per la quale scopre «che in Prussia il governo dello Stato e il suo organismo sono divisi dallo spirito politico, e che perciò non possono aver interesse né per il popolo, né per le gazzette».

Secondo adunque l'opinione della Psz., Russia l'amministrazione dello Stato una volta non aveva spirito politico, o lo spirito politico non possedeva il governo dello Stato. Imprudente! La Psz. sostiene tali cose, che l'avversario più arrabbiato non poteva dire di peggio! Sostiene, essa, che la vita dello Stato è senza spirito politico e che lo spirito politico non vive nello Stato reale.

Però non dobbiamo dimenticare lo stato di sentimento infantile della Preuss. Staatszeitung. Ci racconta che per le ferrovie non si deve pensare che al ferro ed alle strade, pei trattati di commercio solo allo zucchero ed al caffè, per le concerie solo alle pelli. Certo il fanciullo resta fermo nelle sue osservazioni sensibili, vede solo i singoli e non i fili nervosi invisibili che quelli uniscono all'insieme, e che dappertutto — così pure nello Stato — compiono la parte materiale di animare i fattori del tutto. Il fanciullo crede che il sole giri attorno alla terra, il generale giri attorno al particolare. Il fanciullo non crede allo spirito perciò, crede invece ai fantasmi.

Così la Psz. ritiene lo spirito politico come un fantasma francese e pensa di scongiurare il fantasma lanciandogli sul capo pelli, zucchero, baionette e numeri.

Ma, dirà; interrompendo il nostro lettore, che noi invece di discutere sulle discussioni del Landtag renano, lo conduciamo innanzi all'angelo innocente, al vecchio fanciullo della stampa, alla prussiana gazzetta di Stato, e che ripetiamo le vecchie prudenti canzoni con le quali essa cerca di addormentare sé e le sue sorelle nel comodo letargo.

Ma Schiller dice: E ciò che non vede la ragione degl'intelligenti è proprio quello che occupa, all'occasione, un'anima infantile. La Preussz. ci ha con tutta candidezza ricordato che noi in Prussia abbiamo i consessi (Landtag) regionali buoni come in Inghilterra, e che i giornali ne commentano le discussioni se possono, poiché la Psz., nella grande classica presunzione di sé, pensa che alle gazzette prussiane manchi non la facoltà, ma la capacità.

L'ultima la riconosciamo come privilegio, a preferenza, suo: e senza ulteriori spiegazioni sulla sua potenza, ci prendiamo la libertà di realizzare il pensiero che essa ha con tutta schiettezza esposto. Le pubblicazioni delle discussioni del Landtag verranno ad essere una realtà se esse si considereranno un fatto pubblico, cioè se potranno essere oggetto dei commenti della stampa. Il più vicino a noi è l'ultimo Landtag renano.

Cominciamo dalle sue discussioni sulla libertà di stampa e notiamo in precedenza che mentre in tale questione le nostre personali vedute si presenteranno alle volte come co-attori, nei seguenti articoli accompagneremo e descriveremo invece il corso delle discussioni più quali spettatori che quali commentatori. Tale differenza è richiesta dalla natura medesima delle discussioni al Landtag. In tutte le altre dispute troveremo allo stesso livello le opinioni diverse degli stati (Landtag) regionali. Per ciò che riguarda la stampa, gli oppositori della libertà della medesima hanno maggiore capacità.

Astrazion fatta dai frizzi e dai luoghi comuni che erano nell'atmosfera troviamo in codesti oppositori un'affezione patologica, una preoccupazione passionale che davano a loro di fronte alla stampa un atteggiamento sentito effettivo, mentre, i difensori nel Landtag non avevano con la loro protetta alcun rapporto che li tenesse avvinti.

Non hanno mai imparato a conoscere la libertà della stampa come un bisogno; per loro è una cosa del cervello e nella quale il cuore entra per nulla; per essi è una pianta esotica verso la quale tendono per pura inclinazione. Anche quello che viene opposto alle particolari buone ragioni degli avversari, è un ragionamento vago e generale, ed il pensiero, sebbene limitato, si ritiene per importante, solo perché nessun altro ne venne espresso di meno vigoroso.

Göthe dice che al pittore riescono colo quelle bellezze femminili, il cui tipo ha amato almeno in qualche persona vivente. Anche la libertà di stampa è una bellezza — ancorché essa non sia una bellezza femminile — e per poterla difendere bisognava averla amata. Quello che io amo veramente è ciò la cui esistenza sento come una necessità, come una cosa che mi abbisogna per vivere, senza la quale il mio essere non è compiuto, tranquillo, senza la quale la mia vita non può essere completa. Pare che quei difensori della libertà di stampa ci sarebbero altresì e del tutto, se anche la libertà di stampa non ci fosse.

GAZZETTA RENANA, n° 128, domenica 8 maggio 1842, supplemento

L'opposizione liberale ci mostra lo stato liberale di un aggregato politico, come l'opposizione in genere ci mostra lo stato elevato di una società.

Un tempo nel quale è audacia filosofica dubitare dei fantasmi, un tempo nel quale è un paradosso ribellarsi contro i processi di stregoneria, un tal tempo è quello legittimo dei fantasmi e delle stregonerie. Un paese il quale, come l'antica Atene, tratta gingillini, parassiti, adulatori come eccezioni e come pazzi, è il paese dell'indipendenza e della libertà. Un popolò che, come tutti i popoli dei tempi migliori, rivendica ai pazzi di corte il diritto di pensare e di esprimere la verità, può essere solo un popolo servo e privo di individualità. Un'assemblea di stati nella quale l'opposizione assicura che la libertà di volere appartiene alla natura dell'uomo, non è per lo meno l'assemblea degli stati della libertà di volere. L'eccezione ci mostra la regola.

Se perciò abbiamo notato che i difensori della libertà, nel Landtag non si mostrarono all'altezza del loro soggetto, questo vale ancor più per l'intero Landtag stesso.

Lo spirito pacifico costituzionale, a dir vero, non lo troviamo in nessun luogo più chiaro, decisivo e pienamente impresso, come nelle discussioni della stampa. A preferenza ciò vale per l'opposizione contro la libertà di stampa, come sopratutto per l'opposizione contro una libertà generale dello spirito di determinati ambienti l'individuale interesse degli stati singoli, la naturale unilateralità del carattere si rivoltarono e mostrarono i loro denti nel modo più aspro e senza scrupoli. Le discussioni ci dànno una polemica dei rappresentanti dei principi contro la stampa libera; una polemica dei cavalieri, una polemica degli stati della città, così che non sono gli individui ma gli stati che polemizzano.

Quale specchio potrebbe dunque rivelare meglio delle discussioni sulla stampa il carattere interno. del Landtag?

Cominciamo con gli oppositori della stampa libera e precisamente, come di giusto, da un oratore della rappresentanza dei principi. Sulla prima parte del suo discorso, cioè «che la libertà di stampa e la censura sono due mali» non ci soffermeremo a parte, poiché questo tema venne trattato a fondo da un altro oratore; non passeremo sopra, invece, alle argomentazioni proprie dell'oratore.

«La censura è un male minore dell'eccesso della stampa», questa persuasione si conferma a poco a poco nella nostra Germania (si domanda quale parte della Germania è); anche l'autorità federale promulgò leggi su ciò e ad esse la Prussia si rese e si sottomise.

Il Landtag trattò della liberazione della stampa dai suoi legami; questi legami stessi, le catene dalle quali è avvinta, disse l'oratore, provano ch'essa non è destinata ai liberi movimenti. La sua esistenza incatenata testifica dal suo essere. Le leggi contro la libertà di stampa negano la libertà stessa. Un argomento questo, come si vede, diplomatico contro tutte le riforme, che esprime decisamente la teoria classica di un certo partito.

Ogni limitazione di libertà è una prova di fatto incontestabile che nei potenti v'era in una data epoca la persuasione che si doveva limitare la libertà, e questa persuasione serve a regolare le ulteriori persuasioni. Si ordinò una volta che il sole non girasse attorno alla terra. Fu confutato Galilei.

Così si aveva anche nella nostra Germania la persuasione dell'impero condivisa dai singoli principi, la leva formulata, che la proprietà del corpo è una proprietà di certi corpi, che la verità viene contestata nel modo più vidente con operazioni chirurgiche, per esempio la tortura, che le fiamme dell'Inferno dovevano mostrarsi all'eretico già per mezzo del fuoco terreno.

Non era la proprietà legale del corpo una prova di fatto contro il capriccio razionale che il corpo umano non può essere oggetto di maneggio e di possesso? L'antica tortura non confuta l'alta teoria, che la verità non si strappa con gli spasimi, che la tensione del dorso sulla scala della tortura non rende il corpo del torturato più resistente?

Così, pensa l'oratore, la censura contraddice la libertà di stampa: questo è un argomento di fatto; tuttavia esso è vero per certi paesi, mentre per altri non assoluto. Né dai discorsi; né dagli scritti veniamo noi maggiormente istruiti; né nelle nostre provincie renane, né nell'intera Germania, il vero, il nobile, l'intellettuale, sviluppo appare incatenato. Il nobile smalto della nostra stampa è un «dono della censura».

Noi rivolgiamo dapprima le prime argomentazioni dell'oratore contro lui stesso: noi gli diamo un decreto invece di un ragionamento razionale. Nelle nuove istruzioni prussiane per la censura viene reso ufficialmente noto che la stampa finora ha soggiaciuto ad una limitazione troppo grande e che essa deve acquistare un contenuto veramente nazionale. L'oratore vede che le convinzioni nella nostra Germania sono variabili. Ma quale illogico paradosso considerare la censura, come fondamento della nostra stampa migliore!

Il grande-oratore della rivoluzione francese, la cui «voix toujours tonnante» rintuona ancora nel nostro tempo, il leone che doveva udirsi ruggire per gridargli con il popolo: «Ben ruggito leone», Mirabeau, si è formato in carcere. Sono quindi le prigioni le scuole superiori di eloquenza? È un pregiudizio veramente principesco il credere che, se, nonostante tutti i sistemi doganali intellettuali, lo spirito tedesco è divenuto un grande commerciante; i freni doganali in cordon lo abbiano fatto tale. Lo sviluppo intellettuale, della Germania è andato innanzi non per, ma malgrado la censura. Se la stampa langue sotto la censura ed impoverisce, tale argomento viene addotto contro la stampa libera, benché essa testifichi solo contro la non libera. Se la stampa, malgrado la censura, conferma il suo essere caratteristico, si adduce ciò in favore della censura, benché ciò deponga solo in favore dello spirito e non delle catene. Del resto esso è condizionato dalle qualifiche di nobile vero sviluppo.

Nel tempo della stretta osservanza della censura, dal 1819 al 1830 (più tardi venne la censura sottoposta essa stessa a censura (censirt), se non nella «nostra Germania», però in gran parte della Germania, dalle circostanze di tempo e dalle rare convinzioni che s'erano formate) la nostra letteratura vedeva la sua Abenblattszeitung che si può chiamare «vera e nobile ed intellettuale e ricca di sviluppo» con il medesimo diritto con il quale il redattore della Abendzeitung, un noto «Winkler» si chiamava umoristicamente Hell (chiaro), benché non si possa ascrivere a sua lode nemmeno la chiarezza del peccato a mezzanotte. Questo «Krähwinkler»1 con la firma Hell è il prototipo della letteratura d'allora, e quel tempo di digiuno persuaderà i posteri che, se tutta la Germania nel breve spazio di 40 giorni, senza essere affatto santa, ha potuto perseverare senza cibo, seppe durare più di 20 anni senza ogni consumo di produzione intellettuale. La stampa era divenuta abietta e si esitava solo a decidere se la mancanza di forma superava la mancanza di contenuto e viceversa. Per la Germania, la critica che potesse provare che quel periodo non è mai esistito, raggiungerebbe il più alto grado. L'unico ramo letterario nel quale allora parlava ancora lo spirito vivente, il filosofico, cessò di parlare tedesco perché aveva cessato la lingua tedesca d'essere la lingua del pensiero. Lo spirito parlò con parole misteriose, incomprensibili, perché le parole comprensibili non potevano più essere comprese.

Quanto all'esempio della letteratura renana, e veramente questo esempio non è tanto vago, si potrebbe camminare tutti e cinque i circondari con la lanterna di Diogene e non si troverebbe nemmeno «quest'uomo». Noi non consideriamo ciò come un difetto delle provincie renane, ma piuttosto come una prova del loro spirito pratico. La regione renana può mostrare «una stampa libera», ma per una stampa «non libera» manca di disinvoltura e di illusioni.

Il periodo letterario appunto dapprima scorso, che possiamo designare come «il periodo letterario della stretta censura», è così la prova evidente storica che la censura ha recato pregiudizio di certo allo sviluppo dello spirito tedesco in modo irrimediabile ed imperdonabile e che in nessun modo come l'oratore crede è destinata ad essere «magistra-artium». O si intende forse solo «nobile vera Stampa» una stampa che porta le sue catene con grazia? Se l'oratore si è permesso di ricordare un suo proverbio di piccole dita e della mano intera, noi ci prendiamo il contro-permesso di domandare se non convenga maggiormente alla dignità di un governo di dare allo spirito del suo paese non solo una mano intera, ma tutte due le mani?

Il nostro oratore ha messo da parte, come abbiamo veduto, la questione sulle relazioni della censura e dello sviluppo intellettuale in modo distratto, nobile, diplomatico, sobrio. Ancora più decisamente rappresenta il lato negativo del suo stato nell'assalto alla formazione storica della libertà di stampa.

«Per ciò che riguarda la libertà di stampa degli altri popoli, l'Inghilterra non può dare alcuna regola, perché colà già da secoli sulla via storica si sono formate relazioni. Che in nessun altro paese possono venire determinate da applicazioni di teorie, ma che in Inghilterra hanno trovato il loro posto d'adattamento. In Olanda la libertà non ha potuto preservare la stampa da una schiacciante colpa verso la nazione, avendo essa cooperato in gran parte allo scoppio di una rivoluzione, la quale ha avuto per conseguenza la ruina di metà di questo paese. Non ci fermiamo ora alla Francia alla quale torneremo più tardi. In Isvizzera finalmente si dovrebbe bene poter trovare per la libertà di stampa un felice Eldorado? Si può pensare solo con nausea alle aspre lotte di partito, trattate nei fogli di quel paese, nel quale i partiti, che sentivano nel minor grado la dignità umana, si distinguevano secondo le parti del corpo animale, in uomini corna, in uomini unghie e si rendevano, per i loro discorsi bassamente oltraggiosi, disprezzabili da tutti i vicini».

La stampa inglese non depone nulla a favore della libertà di stampa in generale, perché riposa su fondamenti storici. La stampa in Inghilterra ha merito solo perché è storica; non come stampa che si è potuta formare senza fondamenti storici. Il merito è qui della storia, non della stampa. Come se la stampa pure non appartenesse alla storia, come se la stampa inglese, sotto Enrico VIII, Maria la cattolica, Elisabetta e Giacomo non avesse sostenute lotte dure, spesso barbare, per guadagnare al popolo inglese il suo fondamento storico.

E non parlerebbe, all'apposto, per la libertà di stampa il fatto che la stampa inglese con la maggior libertà non esercita un'azione deleteria sulle istituzioni storiche? Solo, l'oratore non è conseguente. La stampa inglese non prova per la stampa in generale perché inglese. Quella olandese invece parla contro la stampa in generale, sebbene sia solo olandese. Una volta vengono rivendicati tutti i vantaggi ai fondamenti storici; un'altra volta tutti i difetti del fondamento storico vengono imputati alla stampa. Una volta la stampa non deve avere la sua parte nella perfezione storica, un'altra volta non deve la storia avere la sua parte nei difetti della stampa. Come in Inghilterra la stampa è cresciuta con la sua storia, così avvenne in Olanda e in Svizzera.

Deve la stampa rispecchiare o sollevare e sviluppare le basi storiche? Biasima la stampa olandese perché è storica. Avrebbe invece dovuto opporsi alla storia, salvando l'Olanda dalla schiacciante colpa nazionale? Che pretesa niente affatto storica! La stampa olandese non poteva impedire l'epoca di Luigi XIV: la stampa olandese non poteva evitare che la marina inglese sotto Cromwell divenisse la prima d'Europa: non poteva indurre alcun Oceano a liberare l'Olanda dalla dolorosa funzione d'essere il palcoscenico delle potenze continentali che facevano la guerra; essa poteva annullare il comando supremo di Napoleone tanto poco quanto tutte le censure della Germania messe insieme.

Ha però la stampa libera mai accresciuti i malanni nazionali? Quando, sotto il reggente d'Orléans, l'intera Francia si perdeva nella frenesia finanziaria di Law, chi si pose contro questo periodo fantastico di tempeste e di folli speculazioni di denaro, se non alcuni satirici che certo non ritirarono biglietti di banca, ma biglietti per la Bastiglia?

Il volere che la stampa preservi le nazioni dai malanni è come il pretendere che essa paghi i debiti ai singoli individui, e ricorda quei letterati che hanno sempre rancore contro i medici perché essi curano bensì le malattie del loro corpo, ma non in pari tempo gli errori di stampa dei loro scritti. La libertà non promette, proprio come il medico, di fare perfetto un uomo od un popolo... Essa non è affatto una perfezione. È triviale di diffamare il bene perché è un determinato bene e non tutto il bene, perché esso è questo e non un altro bene. Certamente se la libertà di stampa fosse il tutto nel bene, essa renderebbe superflue tutte le altre funzioni di un popolo ed un popolo stesso.

L'oratore rimprovera alla stampa olandese la rivoluzione belga. Qualunque uomo che abbia un po' di coltura storica non negherà che la separazione del Belgio dall'Olanda non sia stata più rispondente alla storia della loro unione.

La stampa in Olanda ha operata la rivoluzione belga.

Quale stampa? La riformista o la reazionaria?

Ecco una questione che possiamo sollevare anche per la Francia: e se l'oratore biasima forse la stampa belga clericale che era ad un tempo democratica, biasimerà pure la stampa clericale francese che era ad un tempo assolutista.

Entrambe hanno cooperato alla caduta dei loro governi.

In Francia non la libertà di stampa, ma la censura ha fatto la rivoluzione.

Ma fatta astrazione da ciò, la rivoluzione belga appare dapprima come una rivoluzione intellettuale, come rivoluzione della stampa. Più oltre non ha alcun senso l'opinione che la stampa belga abbia fatta la rivoluzione. La rivoluzione deve presentarsi materiale? Si deve colpire invece di parlare? Il governo può materializzare una rivoluzione intellettuale, ma esso deve privare una rivoluzione materiale del suo lato intellettuale.

La rivoluzione belga è un prodotto dello spirito belga. Dunque anche la stampa, la forma più libera nella quale oggi appare lo spirito, ha la sua parte nella rivoluzione belga. La stampa belga non sarebbe stata la stampa belga, se fosse stata lontana dalla rivoluzione; ma del pari la rivoluzione belga non sarebbe stata belga, se non fosse stata anche una rivoluzione della stampa. La rivoluzione di un popolo è totale, cioè rivolge ogni ambiente verso il suo fine: perché non anche la stampa come stampa?

L'oratore biasimando la stampa belga, non biasima la stampa ma il Belgio. E qui noi troviamo il punto di partenza della sua veduta storica sulla libertà di stampa. Il carattere popolare della stampa libera — e notoriamente nessun grande artista dipinge alcun quadro storico con colori ad acqua, — l'individualità storica della stampa libera, che fa proprio, di sé stessa, lo spirito proprio del popolo, ripugnano all'oratore dei principi; egli vorrebbe piuttosto che la stampa conforme ,alle esigenze dello varie nazioni, la stampa che rispecchia il suo animo, la stampa della haute volée, che invece d'essere per i corpi spirituali del mondo, per le nazioni, è per i singoli individui. Questa sua esigenza appare chiaramente nel giudizio sulla stampa svizzera. Di volo ci permettiamo una domanda: Perché l'oratore non si ricordò che la stampa svizzera si oppose alle dichiarazioni di Voltaire con Albrecht J. Holler? Perché non pensa che se la Svizzera non è un Eldorado, però ha il profeta dell'Eldorado dei principi futuri, parimente un signor di Holler, che ha, posto nella sua «Restaurazione della scienza di Stato, il fondamento della «nobile vera stampa» del Berliner Wochenblatt?

L'oratore deve riconoscere la stampa ai suoi frutti. E quale terra del mondo potrebbe contrapporre alla Svizzera un frutto che abbia questa legittimità così piena di sugo?

L'oratore dà biasimo alla stampa svizzera di aver accettato i nomi animaleschi di partito degli uomini corna zanne; in breve, che essa parla svizzero ed a svizzeri che vivono con buoi e vacche in una certa concordia patriarcale. La stampa di questo paese è la stampa di questo paese. Non c'è altro da dire. Innanzi tutto però la stampa libera riproduce la limitatezza del particolarismo paesano, come appunto lo prova la stampa svizzera. Sui nomi animaleschi dei partiti notiamo un particolare, che la religione stessa prende l'animalesco come simbolo dello spirituale. Il nostro oratore rimprovera del pari alla stampa indiana, che fa festeggiare nell'entusiasmo religioso la vacca Sabala e la scimmia Jonuman. Rimprovererà alla stampa indiana la religione indiana, come alla Svizzera il carattere svizzero: ma c'è una stampa che egli vorrà difficilmente sottoporre alla censura, pensando alla santa Bibbia: e non divide questa l'intera umanità nei due grandi partiti delle capre e delle pecore? non caratterizza Iddio stesso i suoi rapporti con le case di Giuda e di Israele nel modo seguente: «Sono per la casa di Giuda una tarma, per quella di Israele un verme»? O, ciò che ci sta più vicino nel mondo, non v'è un'intera letteratura di principi che cambia l'intera antropologia in zoologia? Alludiamo alla letteratura araldica. Essa nasconde altre curiosità oltre gli uomini corna e zanne.

Che ha adunque rimproverato l'oratore alla libertà di stampa? Che i difetti di un popolo sono nel tempo, stesso i diretti della sua stampa, che è la lingua che manifesta senza riguardi la figura dello spirito del popolo. Ha egli provato che lo spirito tedesco è escluso da questo grande privilegio della natura? Ha mostrato che ogni popolo esprime il suo spirito nella sua stampa. — Non deve convenire allo spirito colto, filosofico dei tedeschi quello che, secondo l'assicurazione stessa dell'oratore, si trova nell'animalesco svizzero?

Pensa finalmente l'oratore che i difetti nazionali della stampa libera non sono anche i diletti nazionali dei censori? I censori sono segregati dalla totalità, non tocchi dallo spirito di un'epoca?

Purtroppo può avvenire il caso; .ma qual uomo sano non scuserà nella stampa i peccati della nazione e del tempo piuttosto che nella censura i peccati contro la nazione ed il tempo?

Abbiamo già notato nella introduzione che nei vari oratori polemizzava il loro particolare stato contro la libertà di stampa. L'oratore dei principi pose dapprima motivi diplomatici. Dimostrò l'illegalità della libertà di stampa secondo l'opinione dei principi, la quale s'era pronunciata abbastanza chiaramente sulla legge della censura. Egli opina che il vero, nobile sviluppo dello spirito tedesco si sia fatto mediante la repressione dall'alto. Egli polemizza infine contro i popoli e respinge con nobile orrore la libertà di stampa giudicandola con linguaggio volgare ed indiscreto rivolto dal popolo contro sé stesso.

GAZZETTA RENANA, n° 130, martedì 10 maggio 1842, supplemento

L'oratore dello Stato dei cavalieri, al quale ora noi veniamo, non polemizza contro i popoli, mia contro gli uomini. Egli combatte nella libertà di stampa la libertà umana; nella legge sulla stampa la legge. Prima di entrare nella questione propria della libertà di stampa, egli discute della questione dell'intatta e giornaliera pubblicazione delle discussioni del Landtag.

Noi lo seguiamo passo passo.

«Si dia sfogo alla prima delle proposte per la pubblicazione delle discussioni». Sia posta nelle mani del Landtag la facoltà di far uso dell'accordato permesso. Questo è il vero punctum quaesbionis. La provincia crede prima di tutto che il Landtag sia nelle sue mani, attesoché la pubblicazione dei dibattiti non è più abbandonata al buon criterio del Landtag stesso, ma è divenuta, una necessità legale. Noi dovremmo segnare la nuova concessione come un regresso se si dovesse interpretare che la pubblicazione è devoluta alla volontà degli stati provinciali. I privilegi degli stati provinciali non sono i diritti della provincia: piuttosto cessano i diritti della provincia dove questi divengono privilegi degli stati provinciali. Così avevano gli stati del medioevo assorbiti in sé tutti i diritti del paese e li avevano volti in privilegi contro il paese.

Il cittadino vuole conoscere il diritto non quale privilegio. Può egli ritenere per diritto un nuovo privilegio da aggiungersi agli antichi privilegi? I diritti del Landtag sono a questo modo non più i diritti della provincia, ma- diritti contro la provincia; ed il Landtag stesso sarebbe l'illegalità più contraria alla provincia, mentre vorrebbe sembrare per essa come il più grande diritto. E che l'oratore dello stato dei cavalieri sia molto suggestionato dalla sua concezione medioevale del Landtag e che egli voglia senza riserve il privilegio dello Stato provinciale (Landstandes) contro il diritto del paese, lo proverà il seguito del suo discorso. «L'estensione' di questo permesso (la pubblicazione dei dibattiti) dovrebbe soltanto essere determinata dall'intima convinzione del Landtag, ma non da influenze estranee».

Una sorprendente novità! L'influenza della provincia sul suo Landtag, viene- considerata come una cosa estranea, a cui sta di contro la persuasione degli Stati generali come soave intimità, alla quale la natura irritabile al più alto grado della provincia grida: Nòli me tangere!

È così memorabile questo fiore di rettorica dell'«intima convinzione», contro la rozza, ingiusta boria della «convinzione pubblica», che la proposta di rendere púbblica l'intima convinzione degli Stati provinciali precisamente va a perire.

Senza dubbio, noi troviamo anche questa inconseguenza. Dove all'oratore fa comodo, come nelle controversie sulle chiese, egli chiama in ballo la provincia.

Noi — continua l'oratore — le lasceremo (le pubblicazioni) arrivare fin dove lo crederemo conveniente, e le limiteremo là dove ci apparirà lo sviluppo senza scopo e del tutto nocivo».

Noi faremo quello che vorremo: sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas. Così parla chiaramente da signore, e tale linguaggio ha nella bocca di un uomo della nobiltà un gusto gradevole.

Chi siamo «noi»? Gli Stati provinciali. La pubblicazione delle discussioni è per la provincia non per gli Stati. Ma l'oratore ci insegna anche di meglio. Anche la pubblicazione delle discussioni è un privilegio degli Stati provinciali, i quali hanno il diritto, se essi lo trovano conveniente, di dare alla mazza del torchio l'eco a più voci della loro saviezza. L'oratore conosce soltanto la provincia degli Stati provinciali, non gli Stati provinciali della provincia. Gli Stati provinciali hanno una provincia sulla quale è basato il privilegio della loro attività, ma la provincia non ha gli Stati generali mediante i quali possa essere attiva.

Senza dubbio la provincia ha il diritto, sotto le date condizioni, di crearsi i propri Dei, ma subito dopo la creazione essa deve dimenticare — come il servo feticcio — che gli Dei furono opera delle sue mani.

Fra l'altro non si può prevedere se una monarchia senza Landtag non sia più degna di una monarchia con il Landtag; quindi il Landtag non è il rappresentante della volontà della provincia; così noi serbiamo per la pubblica intelligenza del Governo più fiducia che per la privata intelligenza del suolo e del fondo. Noi abbiamo qui lo spettacolo singolare, forse derivante dall'essenza stessa del Landtag. che la provincia deve lottare con i suoi rappresentanti. Secondo l'oratore il Landtag non ritiene i diritti generali provincia per sue sole prerogative; in tale caso la giornaliera, esatta pubblicazione delle discussioni sarebbe un nuovo diritto del Landtag, perché del Paese, ma molto più deve il paese ritenere le prerogative degli Stati provinciali per suoi soli diritti; perché non anche le prerogative di una classe di impiegati e della nobiltà e dei preti?

Il nostro oratore dice aperto che le prerogative degli Stati provinciali diminuiscono a misura che crescono i diritti della provincia.

«Tanto desiderabile ciò gli apparirebbe, poiché qui nell'adunanza avrebbe luogo la libertà di discussione e si eviterebbe una paurosa ponderazione delle parole; e ciò gli sembrerebbe tanta più opportuno per il conseguimento di questa libertà di parola e di questa schiettezza di discorso; e così le loro parole verrebbero soltanto giudicate da quelli ai quali sono destinate».

«Per l'appunto — conclude l'oratore — perché la libertà di discussione è desiderabile nelle nostre adunanze — e quali libertà non ci sarebbero desiderabili dove si tratta di noi? — perciò giustamente la libertà di discussione è pure desiderabile al più alto grado nella provincia; poiché è desiderabile che noi parliamo schiettamente; ed è ancor più necessario che noi teniamo la provincia nella prigionia della segretezza. Le nostre parole non sono destinate alla provincia».

Si deve riconoscere il tatto con il quale l'oratore scopre che il Landtag, con l'esatta pubblicazione dei suoi dibattiti, da un privilegio degli Stati provinciali diverrebbe un dritto della provincia; che esso divenuto immediato oggetto dello spirito pubblico, dovrebbe risolversi ad essere un'espressione dello spirito pubblico, che esso posto alla luce della conoscenza generale dovrebbe sviluppare la sua particolare natura contro la generale.

Ma se l'oratore dello Stato dei cavalieri scambia i privilegi personali e le libertà individuali, che stanno contro il popolo ed il Governo, per diritti generali, con ciò ha parlato senza dubbio, secondo lo spirito esclusivista del suo Stato; così interpreta a rovescio lo spirito della provincia se egli in ogni caso scambia le sue generali domande in desiderio personale. Così l'oratore sembra supporre una personale avida curiosità della provincia per le nostre parole (cioè delle personalità degli Stati generali).

Noi lo assicuriamo che la provincia in nessun caso è curiosa delle parole degli Stati provinciali come di singole persone, ma soltanto perché tali parole possono con diritto chiamarsi sue parole. Molto più la provincia chiede che le parole degli Stati provinciali si debbano mutare in pubbliche, distinte voci del paese.

Si tratta perciò di vedere se la provincia deve o non deve avere conoscenza della sua rappresentanza! Deve aggiungersi al mistero del governo il nuovo mistero della rappresentanza?

Anche nel Governo il popolo è rappresentato. La stessa nuova rappresentanza degli Stati sarebbe completamente senza senso, se in essa non vi fosse un carattere speciale; non si tratta di agire per la provincia, ma è la provincia che agisce essa da sé stessa; non è rappresentata, ma piuttosto rappresenta sé stessa. Non è una rappresentanza quella che si sottrae all'esame dei suoi rappresentanti. Quello che io non so, non mi fa né caldo né freddo.

È una incomprensibile contraddizione che la funzione dello Stato, che rappresenta l'autonomia delle singole regioni, la loro formale cooperazione, sia sottratta alla conoscenza di queste; incomprensibile contraddizione che la mia autonomia dev'essere il fatto di un altro a me ignoto.

Ma una pubblicazione delle discussióni del Landtag che dipenda dalla volontà degli stati provinciali è peggio che se non avvenisse: quindi se il Landtag dà a me non quello che è, ma quello che esso vuole far apparire a me, di conseguenza io lo giudico secondo quanto mi offre, secondo quanto esso mi dà per testimonianza e ciò è male, poiché tale testimonianza ha un'esistenza legale.

Si può chiamare a buon diritto intatta e pubblica una pubblicazione giornaliera che deve passare attraverso l'oppressione?

Non è una diminuzione sostituire lo scritto alla parola, i modelli alle persone, le azioni di carta alle azioni reali? Sta la pubblicità in ciò, che la cosa effettiva viene riferita al pubblico e non piuttosto nel fatto che il pubblico reale, vivente può per via diretta averne cognizione?

Niente è più contradditorio che sia segreto il più alto atto d'interesse pubblico della provincia, che le porte dei tribunali nei processi privati della provincia siano aperte, mentre essa provincia è costretta ad arrestarsi innanzi alla porta del proprio tribunale.

L'integrale pubblicazione delle discussioni del Landtag non può quindi essere nel suo vero significato che la completa pubblicità del Landtag. Il nostro oratore all'opposto considera il Landtag quale un estaminet.

«Nonostante che noi ci siamo trovati di opinioni diverse sopra certe cose, per la lunga conoscenza della maggior parte di noi, il nostro buon personale accordo ha dato un risultato che resterà ai successori. E appunto per ciò nella maggioranza siamo nella condizione di apprezzare il valore delle nostre parole; e questo avverrà tanto più ingenuamente quanto meno permetteremo l'ingresso ad estranee influenze, le quali sarebbero utili soltanto nel caso che si presentassero a noi sotto forma di consiglio bene intenzionato, non sotto forma di un giudizio ardito, di una lode o di un biasimo che cercassero di influire con la pubblicità sulle nostre coscienze».

Il signor oratore parla al sentimento.

«Noi stiamo assieme così famigliarmente, noi parliamo così disinvolti, noi pesiamo così esattamente il valore delle nostre rispettive parole; dovremo noi la nostra condizione così patriarcale, così notevole, così comoda lasciarcela alterare dal giudizio della provincia, la quale attribuirebbe forse -alle nostre parole meno valore?».

Dio ci guardi. Il Landtag non sopporta il giorno. Nella notte della vita privata è il presentimento indistinto.

Se la provincia tutta ha la fiducia di affidare i suoi diritti a singole persone, va da sé che queste singole persone sieno tanto degne d'avere la fiducia della provincia, ma sarebbe una vera esagerazione il chiedere che esse ricompensassero nel modo istesso, che fossero piene di fiducia, che sacrificassero le loro azioni, le loro personalità al giudizio della provincia, la quale ha ad essi dato soltanto un voto di fiducia.

In ogni caso è più importante che la personalità degli Stati provinciali non venga compromessa dalla provincia di quello che la provincia non venga compromessa dalla personalità degli Stati provinciali.

Noi vogliamo anche essere giusti, anche clementi. Noi — e noi siamo una specie di governo — non permettiamo a dir vero alcun giudizio contradditorio, nessuna lode e nessun biasimo, non permettiamo alla pubblicità alcuna influenza sulla nostra persona sacrosanta, ma noi concediamo il consiglio benevolo, non in senso astratto quindi che fosse lusinghiero per il paese, ma in senso positivo che suonasse quindi quale appassionata tenerezza per le persone degli Stati provinciali, una particolare opinione della loro superiorità.

Si dovrebbe invero pensare che se la pubblicità è nociva al nostro buon accordo, così il nostro buon accordo potrebbe essere nocivo alla pubblicità. Solo questa sofisticheria dimentica che il Landtag è la rappresentanza degli Stati provinciali e non la rappresentanza della provincia. E si potrebbe resistere al più stringente di tutti gli argomenti? Se la provincia nomina secondo lo statuto gli stati perché rappresentino la generale intelligenza, essa ha con ciò allora rinunciato ad ogni, propria sentenza; ad ogni proprio poiché ora essa è incorporata negli eletti. La leggenda narra che i grandi scopritori venivano uccisi o sepolti vivi nelle fortezze e questo non è leggenda — appena avevano comunicati i loro segreti ai potenti; così avviene alla ragione politica della nostra provincia, che si getta sulla propria spada ogni volta che fa la grande invenzione degli stati provinciali: essa di poi, come la Fenice, rinasce a nuova vita per le susseguenti elezioni.

Dopo la sfacciata narrazione dei pericoli nei quali incorrono le personalità degli stati provinciali con la pubblicazione delle discussioni, l'oratore chiude la diatriba, che finora abbiamo seguita, con il pensiero profondo:

«La libertà parlamentare, «una parola che suona molto bene», si trova nel suo primo periodo di sviluppo. Essa dovrebbe rafforzarsi e farsi indipendente sotto la protezione e la cura; e queste sarebbero necessarie in quanto che le esterne tempeste non potrebbero in tal modo far loro alcun danno». Di nuovo ecco la fatale, l'antica antitesi fra il Landtag e la provincia.

Noi eravamo già da lungo tempo dell'opinione che la libertà parlamentare fosse nell'inizio del suo sviluppo, ed il discorso che ci sta innanzi ci ha di nuovo convinti che gli studi elementari nelle scienze politiche non sono ancora finiti.

Ma noi non pensiamo niente affatto con ciò — ed il presente discorso. ci conferma di nuovo nella nostra opinione — che al Landtag venga dato ancora lungo tempo perché si fortifichi contro la provincia.

Forse l'oratore intende per libertà parlamentare la libertà dei vecchi parlamenti francesi. Secondo la sua confessione, domina negli stati provinciali una lunga esperienza, il cui spirito germoglia quale epidemica eredità sull'uomo nuovo, per il quale non viene mai il tempo della pubblicità.

Il dodicesimo Landtag può dare la stessa risposta del sesto Landtag soltanto aggiungendo la frase energica che è troppo indipendente per lasciarsi privare del nobile privilegiò della: procedura segreta, ma appunto contro questa evoluzione non si può avvisare abbastanza in tempo di guardarsi.

Una vera assemblea politica prospera sotto il grande protettorato dello spirito pubblico, come il vivente sotto il protettorato dell'aria libera. Solo le piante «esotiche» che sono trasportate in clima straniero, hanno bisogno della protezione e della cura della stufa. Considera l'oratore il Landtag una pianta esotica nel libero e sereno clima delle provincie del Reno?

Se l'oratore dello Stato dei cavalieri con quasi comica sostenutezza, con quasi malinconica dignità e quasi religioso pathos ha sviluppato il postulato dell'alta saviezza degli stati provinciali dalla libertà e dalla indipendenza medioevali, così il mal pratico vien sorpreso di vederlo cadere, nella questione della libertà di stampa, dall'alta sapienza del Landtag alla comune ignorànza del genere umano, dalla indipendenza e libertà degli stati privilegiati, poco innanzi sopratutto raccomandate, alla mancanza di libertà e dipendenza, per principio, della natura umana. Noi non siamo meravigliati di abbatterci in una delle figure dei feudatari moderni, cavalleresco-cristiani, oggi così numerosi; noi non siamo in breve meravigliati di abbatterci nel principio romantico.

Questi signori, perché non vogliono riconoscere la libertà quale dono naturale alla universale luce di sole della ragione, ma quale soprannaturale dono ad una particolare costellazione di stelle e perché considerano la libertà, come la proprietà di determinate persone e di stati (di persone), per conseguenza logica chiamano la ragione universale e la libertà universale cattivi sentimenti e chimere, «logico, ordinato sistema». Salvano le libertà particolari del privilegio, proscrivono la libertà universale dell'umana natura. Ma poiché la genia del XIX secolo ed il sentimento infinito proprio di questo secolo non trovano concepibile il cavaliere moderno — non potendosi concepire l'esistenza di disposizioni generali, interne e reali non munite all'essenza dell'uomo, alla ragione generale, cioè non comuni a tutti gli uomini, ma invece congiunte solo a particolari individui per mezzo di particolarità esterne e singolari — così il cavaliere si rifugia necessariamente nel meraviglioso e nel mistico.

Poiché in nessun caso, inoltre, il posto reale di questi signori cavalieri nello Stato moderno corrisponde al concetto che d'esso si sono fatto: perché essi vivono in un mondo che sta di là dell'attuale; perché adunque l'immaginazione è nella loro testa e nel loro cuore, essi necessariamente, non essendo soddisfatti della pratica, afferrano la teoria, ma la teoria dell'altra vita, la religione, che però riceve nelle loro mani l'amarezza di politiche tendenze, e di essa viene più o meno in questione il santo manto per desideri molto terreni ma ad un tempo molto fantastici.

Così troveremo nel nostro oratore, che egli contrappone a pratiche domande una mistica religiosa teoria dell'immaginazione; a reali teorie, una piccola sottigliezza della pratica superficiale; all'intelligenza umana, le santità superumane; alla reale santità delle idee, la volontà e l'incredulità delle vedute false.

Dopo il cauto e nonchalant quindi sobrio linguaggio dell'oratore dello stato dei principi, viene ora una patetica ampollosità ed una esaltata, fantastica unzione che si sente ancora più di prima, di più che nel pathos del privilegio.

«In breve, non può convenire che la stampa oggi sia una forza politica; gli appare pure errata del pari l'opinione tanto diffusa, che dalla lotta tra la buona e la cattiva stampa uscirà il vero e la luce e che si lasci sviluppare d'essa una più grande ed attiva diffusione della stampa. L'uomo è eguale nell'individuo come nella massa. Egli è di sua natura imperfetto e minorenne ed abbisognerebbe dell'educazione finché dura il suo sviluppo, che cessa poi solo con la morte. Ma l'arte dell'educazione consiste non nel punire le illecite azioni, bensì nel favorire i buoni e nell'allontanare i cattivi precetti. Ma da ogni umana cosa illecita è indissolubile il canto della sirena del cattivo che è potente sulle masse e che è, se non assoluto, in ogni caso un grave, un troppo trionfante impedimento alla voce semplice e savia della verità. Mentre la stampa cattiva soltanto parla alle passioni degli uomini; mentre per essa nessun mezzo è troppo cattivo pur di arrivare e di giungere, con l'eccitamento delle passioni, al suo scopo, che è la diffusione più larga delle cattive massime; mentre tutti i suoi vantaggi consistono nello stare sulla offensiva, per la quale l'obbiettivo è la distruzione d'ogni diritto ed il subbiettivo la morte di ogni legge di moralità, la buona stampa può stare solo sulla difensiva.

«Le loro azioni potrebbero essere per lo più soltanto allontanate, tenute discoste, immobili, senza potersi gloriare di più significanti progressi in questo campo nemico. Fortuna se esterni ostacoli non lo rendono ancora più pericoloso».

Noi abbiamo per intere riprodotto questo tratto per non darne ai lettori, affievolite, le patetiche espressioni.

L'oratore si è posto à la hauteur des principes.

Per combattere la libertà di stampa, si deve difendere la permanente minoranza del genere umano. È una tanto logica affermazione, che se la mancanza di libertà contraddice la natura dell'uomo, la libertà contraddice alla sua natura. Gli arrabbiati pirronisti potrebbero essere così temerari da non credere alla parola dell'oratore. Se la minoranza del genere umano ha un argomento mistico contro la libertà di stampa, in ogni caso la censura è un mezzo altamente saggio contro la maggioranza del genere umano.

Quello che si sviluppa è imperfetto. Lo sviluppo finisce soltanto con la morte. Da ciò deriverebbe adunque la conseguenza di dover uccidere gli uomini per scioglierli da tale stato di imperfezione. Così per lo meno l'oratore conclude che bisogna uccidere la libertà di stampa. La vera educazione sta quindi nel tenere l'uomo stretto nella cuna durante tutta la sua vita, poiché tosto che l'uomo impara a camminare, egli impara pure a cedere, e soltanto con le cadute egli impara a camminare. Me se noi tutti rimaniamo bimbi in fasce, chi ci deve infasciare? Se tutti giacciamo nelle cune, chi ci deve mettere in esse? Se noi tutti siamo prigionieri, chi deve essere il carceriere?

L'uomo è secondo la sua natura imperfetto, nell'individuo come nella massa. De principiis non est disputandum. Conveniamone! Che cosa ne segue? I ragionamenti del nostro oratore sono imperfetti, i governi sono imperfetti, i Landtag sono imperfetti, la libertà di stampa è imperfetta, ogni ambiente dell'uomo che esiste è imperfetto. Dunque deve ognuno di questi ambienti, a causa della sua imperfezione, non esistere, ogni cosa non ha alcun diritto d'esistere, così l'uomo soprattutto non ha alcun diritto alla esistenza. Or bene, presupposta la imperfezione principale dell'uomo, noi sappiamo dallo studio di tutte le istituzioni umane, che esse sono imperfette; su ciò non v'è da parlare oltre; questo non parla per essa, non contro di essa (imperfezione dell'uomo); l'imperfezione non è un suo speciale carattere. Questo non è il suo segno di differenziazione.

Perché deve sempre la libera stampa essere perfetta in mezzo a tutte, queste imperfezioni? Perché pretendere in una città provinciale imperfetta una stampa perfetta? L'imperfezione ha bisogno di istruzione. Non è pure l'istruzione umana, e quindi imperfetta? Non ha bisogno pure l'istruzione di istruzione? Ora se tutto, secondo l'umana sua esistenza, è imperfetto, dobbiamo noi perciò gettare tutto indistintamente, giudicare tutto allo stesso modo, il buono e il cattivo, la verità e la bugia? Da ciò può soltanto derivare la logica conseguenza: se io prendo per la contemplazione di un quadro un punto determinato che mi fa vedere gli sgorbi dei colori e mi confonde l'andamento delle linee, io non potrò vedere alcun colore né alcun disegno; così se io prendo, per la contemplazione del mondo e degli avvenimenti umani, un determinato punto che mi fa vedere soltanto la loro esterna sembianza, io dovrò riconoscere quale inetto e condannare il valore delle cose; poiché tale determinato punto, il quale su tutto l'universo ha soltanto l'idea seducente che tutto nella sua esistenza è imperfetto, come si potrebbe altrimenti far giudicare e distinguere?

Questo punto stesso è la cosa più imperfetta tra le cose imperfette che gli stanno d'attorno. Noi dobbiamo adunque applicare la misura dell'essenza del pensiero intimo all'esistenza delle cose e lasciarci traviare da una unilaterale e triviale esperienza, tanto meno, in quanto per opera sua vien meno la stessa forza probante dell'esperienza, vien meno ogni giudizio, tutte le vacche sono nere.

GAZZETTA RENANA, n° 132, sabato 12 maggio 1842, supplemento

Dal punto di vista delle idee si capisce da sé che la libertà di stampa ha, come la censura, un altro completo diritto, poiché essa stessa è una forma dell'idea, è un bene positivo della libertà, mentre la censura è una forma della mancanza della libertà, la lotta della nozione universale della apparenza contro la nozione universale dell'essenza, una natura soltanto negativa.

No, no, no! grida il nostro oratore nel mezzo. No, io non biasimo l'apparenza, io biasimo la sostanza. La libertà è l'infamia della libertà di stampa. La libertà dà la possibilità del male, dunque la libertà è un male. Libertà perniciosa!

E l'ha uccisa nel fondo del bosco.

E ha gettato il suo corpo nel Reno.

ma:

Ma parlare di debbo stavolta:

Dammi ascolto, maestro e signore.

Esiste forse la libertà di stampa nel paese della censura? La stampa è sopra ogni altra cosa una realizzazione della libertà umana. Nel paese della censura, a dir vero, lo Stato non ha alcuna libertà di stampa, ma un membro dello Stato la ha, il governo. Da questo osserviamo che gli scritti ufficiali del governo hanno perfetta libertà di stampa, non mette in pratica il censore giornalmente una assoluta libertà di stampa, se non diretta, certo indiretta? Gli scrittori sono quasi suoi segretari. Dove il segretario non esprime l'opinione del suo principale questi ne sopprime e corregge il lavoro. La censura adunque scrive la stampa. Le linee trasversali del censore sono per la stampa stessa quello che linee diritte — i kaús — dei cinesi sono per il ragionare'. I kaús del censore sono le categorie della letteratura, e come è notorio le- categorie sono le anime tipiche di ogni ulteriore contenuto.

La libertà è tanto nella natura dell'uomo che persino i suoi nemici la realizzano mentre essi ne combattono la realtà; difatti essi si vogliono appropriare come il più prezioso ornamento, quello che rigettano quale ornamento dell'essere umano.

Nessun uomo combatte la libertà; esso combatte tutt'al più la libertà degli altri. Ogni specie di libertà quindi è sempre esistita, soltanto ora quale privilegio particolare, ora quale diritto universale.

La questione ha adesso soltanto ottenuto un senso conseguente. Non si domanda se deve esistere la libertà di stampa; quindi essa esiste sempre. Si domandi se la libertà di stampa deve essere privilegio di singoli domini, o se essa deve essere privilegio dello spirito umano? Si domanda se deve essere la mancanza di un diritto di una parte quello che è un diritto di un'altra parte? Si chiede se «la libertà dello spirito» ha più diritto della «libertà contro lo spirito»?

Ma se la libera stampa e la libertà di stampa sono da respingersi quali realizzazione della «libertà universale», sono il censore e la stampa sottoposte alla censura ancor più che la realizzazione di una particolare libertà, poiché come può essere buona la specie se il genere è cattivo?

Se l'oratore fosse logico, dovrebbe voler abolire non la libera stampa ma la stampa. Secondo lui, essa sarebbe buona soltanto se non fosse un prodotto della libertà dello spirito umano. Adunque sopratutto le bestie o gli Dei avrebbero diritto alla stampa. O dobbiamo noi forse — l'oratore non osa dirlo — porre l'ispirazione divina nel governo od in lui stesso? Se nella nostra società una persona privata si gloria della ispirazione divina, tale persona viene consegnata al medico dei pazzi.

La stampa inglese ha provato a sufficienza come l'asserzione dell'ispirazione divina dall'alto produce la contro asserzione dell'ispirazione l'ispirazione divina dal basso, e Carlo I salì al patibolo portatovi dall'ispirazione divina dal basso.

Il nostro oratore dello stato dei cavalieri prosegue a trattare, a dir vero, come noi vedremo più tardi, censura e libertà di stampa, stampa sottoposta a censura e stampa libera come due mali, ma egli non perciò riconosce sopratutto la stampa quale un male.

Al contrario! Egli divide tutta la stampa in «buona e cattiva» stampa. Della stampa cattiva ci racconta l'incredibile; ossia che sono suoi scopi la malvagità e la maggiore diffusione del male. Passiamo sopra che l'oratore fa molto andamento sulla nostra credulità, se egli pretende che noi dobbiamo credere, sulla sua! parola, ad una malvagità dì professione.

Ma noi gli ricordiamo solo l'assioma che tutti gli umani sono imperfetti; quindi anche la stampa cattiva non sarà imperfetta mente buona, quindi cattiva?

Ma l'autore ci mostra dell'altro. Egli afferma che la stampa cattiva è migliore della buona: quindi la cattiva si trova in ogni caso sulla offensiva, la buona sulla difensiva. Ora egli stesso ci ha detto che lo sviluppo dell'uomo finisce soltanto con la morte. Egli con ciò tuttavia non ci ha detto molto, egli non ci ha detto niente affatto se la vita finisce con la morte. Ma se la vita dell'uomo è sviluppo e la buona stampa è sempre sulla difensiva, «preserva soltanto, respinge, trattiene», non si oppone essa con ciò allo sviluppo, quindi alla vita? Adunque o è cattiva, questa buona stampa difensiva, o lo sviluppo è cattivo; in conseguenza anche l'antecedente asserzione dell'oratore, che «lo scopo della stampa cattiva è la maggior possibile diffusione dei perversi principii e dei malvagi sentimenti», perde la sua mistica incredulità nella razionale interpretazione.

Il male della stampa cattiva consiste nella più larga diffusione dei principii cattivi e nelle peggiori pretese del sentimento.

Le condizioni della stana buona e cattiva divengono ancor più strane se dobbiamo credere all'oratore, che ci assicura essere la buona stampa impotente e quella cattiva potente; quindi la prima è senza effetto sul popolo, mentre la seconda agisce su di esso in modo irresistibile. La buona stampa e la stampa senza effetto sono identiche per l'oratore. Egli vuole ora affermare che il buono è impotente o che l'impotente è buono? Egli pone contro il canto di sirena della cattiva stampa la voce sensata della buona, che si lascia cantare nel modo migliore e pieno d'effetto.

L'oratore sembra che abbia conosciuto soltanto il sensibile calore della passione, ma non la calda passione della verità, non l'irresistibile pathos delle forze morali, non l'entusiasmo vittorioso della ragione. Nei sentimenti della stampa cattiva egli trova «la superbia» che non riconosce alcuna autorità nella Chiesa, l'«invidia» che predica la soppressione della nobiltà ed altro che esamineremo più tardi. Frattanto ci accontentiamo di chiedere all'oratore: come egli può chiamare questo isolatore, il bene? (stampa buona). Se le forze generali della vita sono cattive e noi abbiamo udito che il cattivo è l'onnipotente, che ha effetto sulle masse, che cosa e chi è autorizzato a spacciarsi per buono? Questa è la coraggiosissima affermazione. La mia individualità è il bene; le cose reali che sostengono la mia individualità sono il bene; questo non vuol riconoscere la stampa cattiva. Pessima stampa!

L'oratore ha subito in principio mutato l'attacco alla libertà di stampa in un attacco alla libertà, così egli lo muta ora in un attacco al bene. Per lui i frutti del bene e del male sono uguali; egli fonda la censura adunque sul riconoscimento del male ed il misconoscimento del bene.

Così noi abbiamo confutata abbondantemente la distinzione dell'oratore circa la buona e la cattiva stampa. Noi non dobbiamo tuttavia dimenticare di raccomandare all'attenzione la cosa principale, che l'oratore ha posto la questione in modo completamente falso e che falso è il fondo d'essa.

Ma se si vuoi parlare di due generi di stampa, questa distinzione deve essere dedotta dall'essenza stessa della stampa, non da considerazioni che stanno fuori di essa. Stampa sottoposta a censura o stampa libera, una delle due deve essere la buona o la cattiva stampa. Chiara ne deriva la discussione se la stampa sottoposta a censura o quella libera sono buone, se alla natura della stampa conviene un'esistenza libera o non libera.

Combattere la stampa libera, dicendola cattiva, è affermare che la stampa libera è cattiva e che il sistema della censura è buono, quello che appunto era da provare.

I sentimenti vili, i cavilli personali, le infamie sono comuni alla stampa sottoposta a censura e alla stampa libera. Questo non dimostra adunque la differenza della loro specie: esse danno a singoli prodotti in questa o quella forma; anche nelle paludi crescono i fiori. Qui si tratta di distinguere lo spirito, l'intimo carattere della stampa libera e della stampa soggetta a censura.

La stampa libera, la quale è cattiva, non corrisponde al carattere della sua natura; la stampa sottoposta a censura con la sua ipocrisia, con la sua mancanza di carattere ed il suo linguaggio eunuco, con il suo scodinzolare, realizza soltanto le intime condizioni della sua natura. La stampa sottoposta a censura rimane cattiva anche se dà buoni prodotti, poiché questi rappresentano la stampa libera dentro quella soggetta a censura e per il loro carattere non appartengono al prodotto della stampa sottoposta a censura. La stampa libera rimane buona anche se dà cattivi frutti, poiché questi sono solo prodotti eccezionali della natura della stampa libera. Un castrato rimane un uomo cattivo anche set ha buona voce. La natura rimane buona anche se apporta dei mostri.

La natura della stampa libera è la vigoria del carattere, la razionale e la morale, natura della libertà. Il carattere della stampa sottoposta a censura è la mancanza di carattere, la confusione della illiberalità; essa è un mostro civilizzato, un aborto profumato. C'è ancora bisogno di provare che la libertà di stampa conviene alla natura della stampa e che la censura la contrasta?

Non si capisce da sé che una barriera estranea ed una vita spirituale non appartiene al carattere intimo di questa vita, e che nega e non afferma la vita? L'oratore avrebbe dovuto provare che la censura è realmente giustificata, che. la censura appartiene alla natura della stampa. Invece di ciò, egli pone che la libertà non appartiene alla natura dell'uomo. Egli confonde tutto il genere per ottenere una sola buona specie; la libertà e tuttavia la natura del genere del completo essere intellettuale; dunque anche della stampa?

Per togliere la possibilità del male, egli toglie la possibilità del bene e realizza il male; poiché il bene umanamente può essere soltanto quello che è: una realizzazione della libertà.

Noi riterremo quindi la stampa sottoposta a censura come stampa cattiva fino a quando non ci verrà provato che la censura esca dalla natura della stessa libertà di stampa. Ma, dato che la censura sia nata assieme alla natura della stampa, nonostante che nessuna bestia e meno ancora un essere intellettuale venga al mondo con le catene, che ne segue? Che pure nella libertà di stampa, come essa esiste nei luoghi ufficiali, la censura ha bisogno della censura. E chi: deve giudicare la stampa del governo all'infuori della: stampa del popolo?

Invero, pensa un altro oratore, il male della censura è tolto con questo, che è triplicato; la censura è posta sotto la censura provinciale e la censura provinciale sotto la censura berlinese; la libertà di stampa diverrebbe parziale e la censura molteplice. Troppi giri attorno alla vita! Chi deve censurare la stampa berlinese? Ma ritorniamo al nostro oratore. Sino dal principio egli ci insegnò che dalla lotta tra la buona e la cattiva stampa non verrebbe alcuna luce; ma possiamo noi ora domandare: vuole egli rendere permanente una lotta inutile? Non è secondo lui stesso la lotta tra la censura e la stampa una lotta tra la buona e la cattiva stampa? La censura non toglie la lotta; essa la fa unilaterale, essa la muta da pubblica in segreta, essa fa di una lotta di principî una lotta tra la mancanza di principî e la mancanza di forza. La vera censura, fondata sulla vera essenza della libertà, è la critica; essa è il tribunale; questo genera la censura da sé stesso. La censura è la critica quale monopolio del governo; ma la critica non perde il suo razionale carattere, se essa è, non aperta, ma segreta? se essa è, non teorica, ma pratica? se essa è non sopra i partiti, ma un partito stesso? se essa non agisce con l'acuminato coltello dell'intelligenza, ma con la forbice smussata dell'arbitrio? se essa soltanto esercita la critica, ma non vuole sopportarla? se essa si rinnega quando cede? se essa infine è così mancante di critica da scambiare un individuo per la scienza universale? le sentenze autoritarie, per sentenze di raziocinio? le macchie colorate per macchie di sole? le striscie curve del censore per costruzioni matematiche, ed i colpi per argomenti taglienti?

Nel corso dell'esposizione noi abbiamo mostrato come il misticismo fantastico, pieno di unzione, sensibile all'oratore si muti nella durezza di una piccola statua pragmatica dell'intelligenza e nella grettezza di un calcolo pratico privo di ogni idea

Nel suo ragionamento sopra la relazione della legge sulla censura, legge sulla stampa, nelle misure repressive e preventive, egli ci toglie questa fatica, poiché egli steso continua con l'applicazione delle leggi in parola:

«Misure di prevenzione o repressione, censura o legge sulla stampa — qualunque cosa sia — si tratta — e questo non è proprio inutile — di esaminare i pericoli un po' da vicino; pericoli che da una parte e dall'altra dovrebbero essere rimossi. Mentre la censura vuole prevenire il male, la legge sulla stampa vuole impedirne con la pena la ripetizione. Come ogni istituzione umana la censura e la legge sulla stampa rimangono imperfette: quale lo sia di meno, ecco la questione.

«In tutti e due i casi, si tratta di una cosa puramente morale, quindi il compito è uno dei più difficili da risolversi. E si trovi una forma che esprima l'intenzione del legislatore in modo così chiaro e certo, da separare il diritto ed illegalità, da sopprimere ogni arbitrio ma che cosa è l'arbitrio di una persona se non l'operare secondo la sua intelligenza individuale? E come si possono sopprimere gli atti individuali dell'intelligenza, se si tratta di una pura cosa spirituale?

«Bisognerebbe trovare una regola così netta, precisa che porti in sé la necessità di dover applicare in ogni singolo caso l'intenzione del legislatore, che sia la pietra della saggezza, che sino ad ora, non venne mai trovata, e che anche difficilmente potrebbe essere trovata; per conseguenza, sia l'arbitrio, se si intende l'operare secondo l'intelligenza individuale, indissolubile alla censura ed alla legge sulla stampa. Noi dovremo considerarle ambedue nelle loro necessarie imperfezioni e nelle loro conseguenze. Se la censura opprimerà qualche bene, la legge sulla stampa non sarà in grado di evitare molti mali. La verità non si lascia alla lunga opprimere. Tanti maggiori ostacoli vengono posti sulla sua via, tanto più arditamente persegue il suo scopo, per tanto più purificato raggiungerlo. Ma la parola cattiva somiglia al fuoco greco, intrattenibile dopo che è stato lanciato. incalcolabile nella sua azione, perché la parola cattiva non trova niente di sacro ed indelebile, poiché trova il suo sentimento e la sua preparazione nella bocca e nella parola dell'uomo».

L'oratore non è felice nel suo confronto. Una poetica esaltazione lo invade allorché descrive la potenza del male. Già una volta udimmo noi la voce del bene risuonare senza forza, perché sensata, contro il canto di sirena del male. Ora il male diviene fuoco greco, mentre l'oratore per la verità non ha alcun confronto e noi lo concepiamo per lui dalle sue «sagge parole»: così sarebbe la verità come il più alto dei ciottoli, che più si batte e più chiara scintilla sprigiona. Un bell'argomento per il mercato degli schiavi, l'umanità frustata dal negro; una eccellente massima per il legislatore di dare leggi di repressione contro la verità, acciocché essa tanto più sollecitamente consegua il suo fine. L'oratore sembra avere rispetto della verità, quando essa diviene chiara e palpabile. Quanto più argini voi opporrete alla verità, tanto più una capace verità otterrete! Sempre ponete argini, adunque! Lasciamo tuttavia le sirene a cantare!

La mistica «teoria dell'imperfezione» dell'oratore ha portato i suoi frutti terrestri; egli ce li ha messi innanzi. Esaminiamoli. Tutto è imperfetto. La censura è imperfetta, la legge sulla stampa è imperfetta. La loro essenza è con ciò riconosciuta, nel diritto delle loro idee non c'è da dire niente di più, non ci resta altro che esporre, dal punto di vista dell'empirismo più basso e con un calcolo di probabilità, da qual lato sianvi i maggiori pericoli. È una pura distinzione di tempo se le misure della censura prevengono il male, o se la legge sulla stampa ne previene la ripetizione. Si vede come l'oratore sa girare con la sua vuota frase dell'«umana imperfezione» la particolare, intima, caratteristica differenza; tra la censura e la legge sulla stampa e mutare la controversia da una questione di principî in una questione di forma. Ma se la legge sulla stampa e la legge sulla censura devono venir confrontate, si tratta di farlo prima di tutto, non per le loro conseguenze, ma per il loro fondo, non per la loro individuale applicazione ma per il diritto generale. Montesquieu insegna già come nell'applicazione sia più comodo il dispotismo che la legalità, e Machiavelli afferma come il male porti ai principi migliori effetti del bene. Quindi se noi non vogliamo confermare la vecchia gesuitica sentenziuccia, che il buon fine — e noi dubitiamo del buon fine — giustifica il mezzo cattivo, innanzi tutto noi dobbiamo cercare se la censura per sua natura sia un buon mezzo. L'oratore ha ragione s'egli chiama la legge sulla censura una misura preventiva, che è una misura di precauzione della censura contro la libertà, ma egli ha torto s'egli chiama la legge sulla stampa una misura repressiva. Essa è la regola della libertà stessa, e si fa secondo le misure delle eccezioni di mesta. Le misure di censura non sono alcuna legge. La legge sulla stampa non è alcuna misura. Nella legge sulla stampa la libertà punisce. Nella legge sulla censura punita è la libertà. La legge della censura è una legge di sospetto contro la libertà. La legge sulla stampa è voto di fiducia che la libertà dà al sé stessa. La legge sulla censura condanna la libertà quale un abuso; essa tratta la libertà quale un assassino. O non è riconosciuto in ogni luogo come punizione disonorante essere sottoposta alla sorveglianza della polizia?

La legge sulla censura è soltanto una larva di legge; la legge sulla stampa è una legge reale. La legge sulla stampa è una legge reale poiché è l'essere positivo della libertà; essa pretende la libertà quale normale condizione della stampa, la stampa quale essenza della libertà ed entra soltanto in conflitto con le offese della stampa, le quali sono l'eccezione che, mentre contraddice la regola, la conferma.

La libertà della stampa s'afferma come legge sulla stampa contro gli attentati a sé stessa, cioè i delitti di stampa.

La legge sulla stampa dichiara la libertà per determinare la natura del delitto. Quello che il delinquente fa contro la libertà, egli fa contro sé stesso, e tale offesa a lui appare come una pena, la quale è per lui il riconoscimento della libertà. Dunque, lungi dall'essere una regola repressiva contro la libertà di stampa, la legge sulla stampa è un puro mezzo per evitare con lo spavento prodotto dalla pena la ripetizione del delitto; così si dovrebbe di preferenza considerare la mancanza di una legislazione sulla stampa come l'esclusione della libertà di stampa dalla sfera delle libertà giuridiche, la libertà delle quali è legalmente riconosciuta nello Stato quale legge.

Le leggi non sono misure di repressione contro la libertà, al modo stesso che la legge della gravità non è una misura repressiva contro il movimento: perché in vero la legge della gravitazione determina il movimento universale, ma per la legge della caduta dei gravi, mi uccide se io l'offendo e voglio ballare nell'aria. Le leggi sono le positive, chiare, universali norme nelle quali la libertà ha guadagnato un'impersonale, teorica, indipendente esistenza dall'arbitrio del singolo. Il libro della legge è la sacra scrittura della libertà di un popolo. La legge sulla stampa è il chiaro riconoscimento legale della libertà di stampa. Essa è un diritto, poiché importa l'esistenza positiva della libertà. Essa deve esistere quindi, mentre la censura, come la schiavitù nell'America del Nord, mai potrà esistere legalmente, anche se centomila volte venisse ad esistere nella legge. Attualmente non v'è alcuna legge preventiva. La legge previene come precetto. La legge è efficace soltanto quando la legge naturale incosciente della libertà è divenuta riconosciuta legge di Stato.

Dove la legge è legge positiva, è vale a dire, la condizione della libertà, costituisce il positivo modo di essere della libertà degli uomini. Le leggi non potrebbero prevenire le azioni reali degli uomini, poiché esse sono le intime leggi del suo agire stesso, gli specchi riconosciuti della sua vita. La legge adunque sta alla vita dell'uomo; come alla vita della libertà. Solamente se la sua azione morale ha mostrato che egli cessa di ubbidire alla legge naturale della libertà, essa lo costringe quale legge di Stato ad essere libero, con e le leggi fisiche appariscono come qualche cosa di estraneo solo quando la mia vita ha cessato di essere la vita di queste leggi, quando è in preda a un malore.

La legge preventiva non ha adunque in sé alcuna misura, nessuna regola razionale, poiché la regola razionale può soltanto dalla natura delle cose, qui dalla libertà, essere dedotta. È una mancanza di misura, poiché se si vuole la prevenzione della libertà, deve essa essere così grande come il suo soggetto, cioè illimitata. La legge preventiva è adunque la contraddizione di una illimitata limitazione, e dove essa cessa non è per necessità, ma per il caso dell'arbitrio che pone i confini, come la censura giornalmente dimostra ad oculos.

Il corpo umano è mortale per sua natura. Le malattie non potrebbero quindi non esistere. Perché il corpo umano è sottoposto alla cura del medico quando ammala e non quando è sano? Poiché non soltanto la malattia, ma pure il medico è un male. Con la tutela medica sarebbe la vita riconosciuta quale un male ed il corpo umano quale obiettivo per gli esperimenti del collegio dei medici. Non è la morte più desiderabile che una vita che sia una pura misura preventiva contro la morte? Non è necessario il libero movimento anche alla vita? Che è ogni malattia se non la vita privata della sua libertà? Un medico perpetuo sarebbe una malattia con la prospettiva non di morire, ma di vivere. La vita può morire; la morte non può vivere. Lo spirito non ha più diritto dei corpi? Certamente questo si è spesso detto, che al moto degli spiriti sia notevole il moto dei corpi e che quindi sia questo da togliersi.

La censura dà per questo la malattia quale condizione normale, o considera la condizione normale, la libertà, come una malattia. Essa assicura alla stampa continuamente che essa o ammalata e può dare la miglior prova della sua sana costituzione lasciandosi bistrattare. Ma la censura non è un medico letterario, il quale secondo le diverse malattie trova una medicina. Essa è un medico di campagna che conosce un solo rimedio per tutte le malattie: le forbici. Essa è un chirurgo che ha per iscopo la sua salute, essa è un chirurgo estetico il quale ritiene superfluo per il suo corpo tutto quello che a lui non piace e strappa tutto ciò che lo contraria; essa è un ciarlatano, che allorquando fa la sua nobile parte batte grandi colpi per distrarre il pubblico e non far sorgere in esso alcuna inquietudine.

Voi non avete diritto di prendere uccelli. Palle e tempeste, la gabbia non è una misura preventiva contro il furto degli uccelli? Voi ritenete per barbarico l'accecare gli usignuoli, e non vi sembra una barbarie con le acute penne della censura strappare gli occhi della stampa? Voi ritenete dispotico il tagliare i capelli ad un uomo libero, e la censura taglia nella carne lo spirito individuale giornalmente e lascia passare come sani soltanto i corpi senza cuore, i corpi senza reazione, i corpi devoti.

GAZZETTA RENANA, n° 135, martedì 15 maggio 1842, supplemento

Noi abbiamo dimostrato come la legge sulla stampa sia un diritto e la legge sulla censura una illegalità. La censura ammette essa stessa di non essere alcun fine, di essere in sé e per sé niente di buono, di riposare sul principio: il fine giustifica i mezzi. Ma un fine che abbisogna di un mezzo non santo, non è un fine santo e non potrebbe anche la stampa ribattere «il fine santifica i mezzi?».

La legge sulla censura non è alcuna legge, ma una misura di polizia, ma una cattiva misura di polizia; quindi essa non porta ciò che vuole, essa non vuole ciò che arreca. La legge sulla censura, volendo prevenire la libertà quale cosa spiacevole, raggiunge il contrario. Nel paese. della censura ogni scritto proibito è un avvenimento. Essa giova ai martiri ed ogni martire non è senza luce, non è senza credenti. Essa giova quale eccezione; e, se la libertà non può cessare di essere un valore per l'uomo, la mancanza eccezionale ha più importanza della universale mancanza. Ogni mistero corrompe. Dove la pubblica opinione stessa è un mistero, essa viene abbagliata in ogni scritto che spezza le mistiche barriere. La censura proibisce ogni scritto, sia esso buono o cattivo, mentre la libertà di stampa impedisce che dati scritti assumano maggior importanza di quella che effettivamente hanno.

Ma la censura giudica onesto di prevenire l'arbitrio e così muta l'arbitrio in legge. Essa non può prevenire alcun pericolo, che non sia più grande di quello ch'essa stessa è. Il pericolo della vita sta in ciò, di perdere sé stessa. La mancanza di libertà e quindi un vero pericolo di morte per gli uomini.

Intanto così pensa, facendo astrazione dalle conseguenze morali, che voi non potete avere i vantaggi della libera stampa senza i suoi svantaggi. Potete voi spiccare la rosa senza le spine? E che cosa perdete voi nella libera stampa?

La libera stampa è ovunque l'occhio aperto dello spirito del popolo, la materializzata fiducia del popolo in sé stesso, il legame parlante che annoda i singoli con lo Stato, l'incorporata cultura che trasforma le lotte materiali in lotte spirituali e ne idealizza la materiale rozza figura; essa è la confessione aperta che un popolo fa a sé stesso, e come è noto la forza della confessione riscatta. Essa è lo specchio spirituale nel quale un popolo guarda fa a sé stesso: e l'esame di sé stesso, e la prima condizione della saviezza. Essa è lo spirito dello Stato che penetra in ogni capanna a più buon prezzo del gas materiale.

Essa è ovunque onnipotente, onnisciente. Essa è il mondo ideale che sorge dal reale e sempre si rianima di nuovo e più ricco spirito.

Il corso della dimostrazione ha dimostrato come la censura e la legge sulla stampa sieno diverse, come l'arbitrio sia legge formale, la libertà legge effettiva. Quello che vale per la natura, vale anche per le altre cose che esistono; quello che dà loro valore per diritto, vale pure per la loro applicazione. Così, data la diversità della legge sulla stampa e sulla censura diverso è il posto del giudice per la stampa ed il posto del censore.

Il nostro censore tuttavia, i cui occhi sono rivolti al cielo, vede profonda sotto di sé la terra quale uno spregevole colle di polvere, e così egli non sa dir nulla di tutti i fiori poiché essi sono coperti di polvere. Così anche qui egli vede due misure, le quali nella loro applicazione sono egualmente arbitrarie, poiché l'arbitrio è il trattare secondo l'individuale intelligenza, e l'intelligenza non si può separare dalle cose spirituali, ecc. ecc. L'intelligenza delle cose spirituali è individuale; quale diritto ha una opinione individuale avanti un'altra, l'opinione del censore avanti l'opinione dello scrittore?

Ma noi intendiamo l'oratore. Egli fa un memorabile giro e rigiro, e dice eguali la legge sulla censura e la legge sulla stampa, entrambe le giudica senza diritto nell'applicazione per provare il diritto della censura, poiché egli fa tutto il mondo imperfetto. Così a lui rimane soltanto una questione: se l'arbitrio deve stare dalla parte del popolo o da quella del governo. Il suo misticismo si muta in libertinage, pone ad egual grado la legge e l'arbitrio: vede soltanto una formale distinzione là dove si tratta di una morale e giusta opposizione; egli polemizza adunque non contro la legge sulla stampa, ma contro la legge. Ma si può dare che in qualche luogo possa esistere una legge che porti in sé la necessità che in ogni singolo caso deve venir applicata nel senso voluto dal legislatore e che con essa ogni arbitrio venga assolutamente escluso? Sarebbe una sfrontatezza incredibile chiamare un tale compito, senza senso, la pietra della saviezza, còmpito che può essere posto dalla completa mancanza di sapienza. Il fatto singolo si confonde col generale; da questo si desume il giudizio.

Il giudizio è problematico. Anche il giudice appartiene alla legge. Se le leggi applicassero sé stesse, i tribunali sarebbero superflui.

Ma tutto ciò che è umano è imperfetto! Edile, bibite! Perché desiderate voi i giudici? i giudici non sono uomini? Perché desiderate voi le leggi, le quali possono venir solo eseguite da uomini? ed ogni umana istituzione, non è imperfetta? Sottomettiamoci adunque alla volontà dei superiori! La giustizia renana è imperfetta come la turca! Dunque: Edile! bibite!

Qual differenza tra un giudice ed un censore?

Il censore non ha alcuna legge quale suo superiore. Il giudice non ha alcun superiore come legge.

Ma il giudice ha il dovere di interpretare la legge per l'applicazione ad ogni singolo caso, come egli lo intende dopo conscienzioso esame; il censore ha il dovere di capire la legge come viene interpretata ufficialmente per ogni singolo caso.

Il censore dipendente è un membro stesso del governo. Il giudice indipendente non appartiene né a me né al governo.

Nel giudice entra l'incertezza di ogni singola ragione, l'incertezza di ogni singolo carattere. Innanzi al giudice vien posta un'offesa determinata dalla stampa, innanzi al censore lo spirito della stampa. Il giudice giudica un mio atto secondo una determinata legge; il censore, non solo condanna i crimini, ma li crea. Se io vengo portato innanzi a un tribunale, vuol dire che mi si accusa di un'offesa ad una legge esistente, e dove una legge viene offesa, essa deve anche esistere. Dove non esiste alcuna legge sulla stampa non può venir offesa alcuna legge dalla stampa. La censura non mi accusa di offese ad una legge esistente. Essa condanna la mia opinione, perché essa opinione non è quella del censore e del suo superiore. Il mio atto pubblico che si vuole abbandonare al mondo e al suo giudizio, allo Stato e alla sua legge, viene giudicato da una forza occulta soltanto negativa, la quale non si costituisce quale legge, che paventi la luce, che non è legata a un principio generale.

La legge della censura è una cosa impossibile, perché vuol condannare non un'offesa, ma un'opinione, perché essa non può dipendere da null'altro che dall'arbitrio del censore, poiché nessun Stato ha il coraggio di pronunciare in legali, generali determinazioni quello ch'esso può eseguire di fatto con l'organo del censore. Anche perciò l'amministrazione della censura viene assegnata non ai tribunali, ma alla polizia.

Egualmente, se la censura fosse la stessa cosa che la giustizia, tale fatto verrebbe ad essere in primo luogo senza necessità. La libertà non consiste nel mio vivere, ma nel modo con cui vivo: non basta che io sia all'aria aperta, ma occorre pure che io sia libero. Altrimenti che cosa distinguerebbe l'architetto dal castoro, se non fosse il castoro un architetto con pelle ed un architetto un castoro senza pelle? Per soprapiù, il nostro oratore ritorna ancora una volta sulla libertà di stampa nei paesi ove essa realmente esiste. Siccome questo tema noi lo abbiamo già trattato, così noi lo toccheremo soltanto per quello che riguarda la stampa francese. Osservato che i difetti della stampa francese sono i difetti della nazione, noi non troviamo il male dove lo trova l'oratore. La Francia non istabilisce invero alcuna censura intellettuale, ma essa ha una censura materiale; l'alta cauzione in denaro: Essa diviene materiale appunto perché dai suoi veri ambienti è tratta in quelli della speculazione commerciale.

La stampa francese adunque si concentra in pochi punti: e se la forza materiale è così concentrata, come può agire la stampa che dipende da essa?

Se voi volete giudicare la libertà di stampa non secondo le vostre idee, ma secondo l'esistenza storica, perché non ricercate dove essa stampa esiste storicamente? I naturalisti cercano con gli esperimenti di porre il fenomeno naturale nelle sue vere condizioni. Voi cercate, adunque, il fenomeno naturale della libertà di stampa nella sua più pura e naturale condizione. Ma, se nel Nord America la libertà di stampa ha grandi fondamenti storici, così ancor di più ne ha la libertà di stampa in Germania. La letteratura è, con la progrediente educazione intellettuale di un popolo, non solo la base diretta storica della stampa, ma pure la sua storia stessa. E qual popolo al mondo si può gloriare di questa immediata base storica più del popolo tedesco?

Ma al nostro oratore dispiace, ma la moralità della Germania dolorerebbe, se la stampa fosse libera, poiché la libertà determina un'«interna demoralizzazione», la quale cercherebbe di seppellire la credenza in una più alta predestinazione dell'uomo e con essa la base di una più. vera civiltà.

La stampa soggetta alla censura determina la demoralizzazione. Il vizio potenzializzato; la ipocrisia sono inseparabili da essa, e da questo vizio fondamentale sgorgano tutti gli altri suoi difetti, ai quali manca persino la disposizione alla virtù; essa giudica estetico il nauseante vizio del contegno passivo.

Il governo ode soltanto la sua unica voce, esso sa che ode soltanto la sua sola voce e si fissa tuttavia, nell'illusione di udire la voce del popolo ed appunto desidera dal popolo che esso pure si fissi in tale illusione. Il popolo dal canto suo si abbandona in parte alla superstizione politica, in parte alla incredulità politica, o completamente si allontana dalla vita dello Stato e diviene plebaglia. Mentre ogni giorno la stampa fa l'apologia delle creazioni della volontà del governo e dice quanto Dio stesso disse solo al sesto giorno intorno alle sue creazioni: «Ed ecco, tutto era buono»; mentre di necessità ogni giorno contraddice all'altro, la stampa mentisce con persistenza e deve persino negare la coscienza della menzogna e allontanare da sé la vergogna. Mentre il popolo deve considerare i liberi scritti come contrari alla legge, si abitua a considerare l'illegale quale libero, la libertà quale contraria alla legge, il legale quale non libero. Così la censura uccide lo spirito animatore dello Stato. Ma il nostro oratore temeva la libertà di stampa per i privati. Egli non riflette che la censura è un attentato ai diritti delle persone private ed ancor più alle idee. Egli si appassionava in difesa delle personalità minacciate dalle critiche del pubblico, e non dovremmo noi appassionarci in difesa della generalità che pericola?

Noi non possiamo non separare nettamente la nostra e la sua opinione, se noi confrontiamo le sue definizioni sui sentimenti cattivi.

«Cattivo sentimento è «la superbia» che non riconosce la autorità della Chiesa e dello Stato». E non dovremmo noi considerare per cattivo sentimento il disconoscere l'autorità della ragione e della legge? «Un cattivo sentimento è l'invidia che predica la distruzione di quello che il popolaccio chiama aristocrazia», e noi diciamo che l'invidia è quella che vuole disfarsi dell'eterna aristocrazia della umana natura, la libertà, una aristocrazia, questa, della quale il popolaccio non può dubitare. «Sentimento cattivo è la pessima, maligna gioia la quale, si tratti di bugia o verità, si diverte sugli individui ed esige imperiosamente la pubblicità acciocché nessuno scandalo della vita privata rimanga nascosto». «È gioia maligna, pettegolezzo e personalità strappare il popolo dalla sua gran vita, misconoscere la ragione della storia e predicare al pubblico soltanto lo scandalo della storia, la quale (dice) è incapace di giudicare l'essenza di una casa, la quale si attacca solo ad alcuni lati dell'evento ed alle personalità, la quale vuole categoricamente il mistero, affinché ogni macchia della vita pubblica rimanga velata». «Cattivo sentimento è l'impurità del cuore e della mente i quali sono lusingati da cose oscene». «È impurità del cuore e delle mente quello che si lusinga oscenamente nell'onnipotenza del male e nell'impotenza del bene; è l'immaginazione alla quale è peccato la superbia; è il cuore impuro che nasconde il suo alto coraggio nelle immagini mistiche». «Cattivo sentimento è disperare di ogni salute, il voler stordire la voce della coscienza con la negazione di Dio». È disperare di ogni salute il proclamare le debolezze degli uomini, debolezze dell'umanità, per ricacciare essa umanità lontano da ogni coscienza; è disperare della salute della umanità quella che voi impedite, ossia il seguire le leggi naturali della natura ed il predicare la minorità quale una necessità; è la simulazione che adduce per la iscusa la credenza in Dio; è l'egoismo per il quale la salute privata è tenuta in più conto di quella pubblica.

Questa gente dubita dell'umanità e «canonizza» ogni uomo. Essa abbozza un'immagine timorata dell'umana natura e desidera che ognuno di noi pieghi innanzi alla santità dei privilegi. Noi sappiamo che ogni uomo è debole, ma noi sappiamo ancora che il tutto è forte.

Infine l'oratore ricorda le parole che risuonavano dai rami dell'albero della scienza sul godimento, i cui frutti oggi come una volta trattiamo. «Voi non vi sperderete nel nulla, se ne mangerete; gli occhi vostri si apriranno; come gli dèi riconoscerete il bene ed il male.

Riproduciamo giustamente alcune parole dell'epilogo del discorso dell'oratore: «Lo scrivere ed il parlare siano abilità meccaniche».

Per quanto il nostro lettore possa essere stanco di «queste abilità meccaniche», dobbiamo per essere completi lasciare che, dopo lo stato dei cavalieri e quello dei principi, espettori anche quello della città contro la libertà di stampa. Abbiamo contro di noi l'opposizione del borghese, non quella del cittadino. L'oratore degli stati provinciali crede di unirsi a Sieyès con l'osservazione civile «che la libertà di stampa è una bella cosa, finché non se ne immischiano gli uomini cattivi».

Però sinora non s'è trovato alcun mezzo certo, ecc., ecc. Il punto di vista che chiama una cosa la libertà di stampa, è da lodarsi per metà a cagione della sua semplicità. Si può in generale rimproverare ogni cosa a questo oratore, non però la mancanza di freddezza o di eccesso di fantasia.

Dunque la libertà di stampa è una bella cosa, anche qualche cosa che abbellisce le dolci abitudini dell'esistenza, una cosa buona gradevole? Ma ci sono anche cattivi uomini che abusano della lingua per mentire, della testa per imbrogliare, delle mani per rubare, dei piedi per disertare.

Bella cosa parlare e pensare, aver mani e piedi, possedere buona lingua, gradevole pensiero, abili mani, eccellenti piedi, solo se non vi fossero uomini cattivi che non ne abusassero. Per ovviare a questo inconveniente non è stato ancor trovato alcun mezzo. «Le simpatie per la costituzione e la libertà di stampa dovrebbero necessariamente illanguidire, se si vedesse che ad esse sano unite condizioni oscillanti in quel paese (Francia) ed una incertezza inquietante per il futuro».

Quando venne fatta la nota scoperta che la terra è un mobile perpetuo, parecchi pacifici tedeschi afferrarono la loro berretta da notte e sospirarono sulla condizione della madre terra eternamente in modo, e una incertezza inquietante del futuro li dissuadeva dall'acquistare una casa che poteva ogni momento cader loro sul capo.

GAZZETTA RENANA, n° 139, sabato 19 maggio 1842

La libertà di stampa produce così poco le condizioni variabili come il cannocchiale dell'astronomo produce i moti senza posa del sistema del mondo.

Cattiva astronomia! Era un bel tempo allorquando la terra sedeva, come un onorando uomo civile, nel mezzo del mondo, e fumava la sua pipa e non osava accendere la sua luce, poiché sole, luna, stelle come altrettante devote lampade notturne e «belle cose» le danzavano attorno.

Chi non abbatte mai quello che ha costruito sta fermo su questo mondo terreno, che, esso stesso, non sta fermo, dice Hariri, che non è un oriundo francese, ma un arabo.

L'oratore scatta ed esprime ora il pensiero pienamente determinato del proprio stato. «Il patriota vero ed onesto non può comprimere in sé la preoccupazione che la costituzione e la libertà di stampa non sieno pel bene del popolo, ma per l'acquietamento dell'ambizione dei singoli e dominazione dei Partiti».

È noto che una certa psicologia spiega la grandezza come il prodotto di piccole cause, e dalla giusta idea che tutto ciò per cui un uomo lotta è cosa del suo interesse, passa alla ingiusta opinione che vi sieno solo «piccoli interessi», solo gli interessi del1'egoisimo stereotipato.

È inoltre noto che questa specie di psicologia ed antropologia si trova particolarmente in città, dove vale per segno di una testa furba il riguardare il mondo come avvolto da una serie nebulosa di idee e di azioni, come un tutto formato da mannequins, affatto piccoli, gelosi ed intriganti tirati da fili.

Lo stato dell'oratore mostra anche imperfezione e indecisione. «Il suo senso di indipendenza parla per la libertà di stampa (nel senso dell'oratore della mozione), egli deve però dare ascolto al ragionamento ed alla esperienza».

Se l'oratore avesse detto infine che, a dir vero, la sua ragione parla per la libertà di stampa, ma il suo senso di indipendenza contro, il suo discorso sarebbe stato un perfetto quadro di genere della reazione cittadina.

Chi possiede una lingua e che non parla,

chi possiede una lancia e non combatte,

che cosa è d'altro, fuor che un fannullone?

Veniamo ai difensori della libertà di stampa e cominciamo con la proposta principale. Omettiamo il generale, che è detto bene e giustamente nelle parole d'introduzione della preposta, per accentuare il punto di vista proprio e caratteristico di questa relazione.

Il proponente la mozione vuole che l'industria della libertà di stampa non sia escluso dalle generali libertà di industria come lo è ancora; da ciò appare una intima contraddizione, una inconseguenza». Il lavoro delle braccia e delle gambe sono liberi, quelli della testa vengono tenuti sotto tutela. Delle grandi teste senza dubbio? Dio guardi, questo non è il caso dei censori. A chi dà un ufficio, Dio dà anche intelligenza.

Colpisce dapprima vedere mischiata la libertà di stampa con le altre libertà di industria. Non possiamo però senz'altro rigettare l'opinione dell'oratore. Rembrandt dipinse la madre di Dio come una contadina fiamminga: perché non doveva il nostro oratore dipingere la libertà di stampa sotto una figura, che gli è familiare e facile?

Del pari non possiamo negare al ragionamento, dell'oratore una verità relativa. Se si considera la stampa anche solo come un'industria, le conviene, quale industria della testa, una maggior libertà che non convenga all'industria delle braccia e delle gambe. L'emancipazione delle gambe e delle braccia diviene in primo luogo umanamente importante solo per mezzo dell'emancipazione della testa, poiché, come è notorio, le braccia e le gambe divengono braccia e gambe umane, solo quando la testa è alla direzione di esse.

Per quanto possa apparire originale la maniera di considerare dell'oratore, dobbiamo però riconoscerle un vantaggio sui ragionamenti privi di contenuto, nebulosi ed oscillanti di quei liberali tedeschi i quali pensano di onorare la libertà quando la collocano nel cielo stellato dell'immaginazione, invece che sul solido terreno della realtà. A questi ragionatori dell'immaginazione, a questi sentimentali entusiasti, che aborriscono ogni contatto del loro ideale con la libertà, come una profanazione, dobbiamo noi tedeschi, in parte, se la libertà è rimasta sinora una immaginazione ed una sentimentalità.

I tedeschi sono in generale disposti al sentimento ed all'esaltazione; essi hanno una tenerezza per la musica. dell'aria azzurra. È dunque da rallegrarsi se vieni loro dimostrata la grande questione delle idee da un punto di vista grossolano, reale, preso nei limiti più vicini. I tedeschi sono per natura i più devoti, sommessi e pieni di venerazione. Per alto rispetto alle idee essi non le realizzano. Consacrano loro un culto di idolatria, ma non le coltivano. La via dell'oratore pare adunque propria a familiarizzare i tedeschi con le sue idee; a mostrar ad essi che hanno qui da fare con i loro più vicini interessi e non con lontani; per tradurre la lingua degli dèi in quella degli uomini.

È noto che i greci credevano di riconoscere il loro Apollo, il loro Giove, la loro Atena negli Dei dell'Egitto, della Libia e persino in quelli della Scizia e consideravano le particolarità dei culti stranieri come cose accessorie. Non è quindi una cosa sbagliata, se si fa considerare ai tedeschi la ignota dea della libertà di stampa per una delle dee note e, secondo ciò, la si chiama libertà dell'industria o della proprietà.

Appunto perché riconosciamo la bontà del punto di vista dell'oratore e sappiamo apprezzarlo, lo sottoponiamo ad una critica più acuta.

«Può pensarsi: Accanto alla libertà di stampa, sta l'industria della testa, che richiede una più alta potenzialità, una eguale posizione delle altre sette arti liberali: ma la continuazione della mancanza di libertà di stampa accanto alla libertà d'industria è un peccato contro lo spirito santo».

Certo! una forma secondaria della libertà è di per sé stessa inammissibile se non ne è la forma più alta annessa. Il diritto dei cittadini è una pazzia, se non è riconosciuto il diritto dello Stato. Se la libertà in generale è autorizzata, si comprende di per sé che una figura della libertà è tanto più autorizzata dal momento che in essa la libertà ha guadagnato un'essenza più grande e più sviluppata. Se può vivere il polipo perché in esso passa la vita della natura, perché non dovrebbe vivere il leone nel quale la vita tempesta e rogge?

Per quanto giusta la conclusione di credere dimostrata una più alta figura del diritto per mezzo del diritto di una figura inferiore, tuttavia bisogna riconoscere che l'applicazione è invertita, poiché fa delle sfere più basse misura alte più alte e torce in comiche le leggi razionali entro i propri limiti, pel fatto che suppone in esse la pretesa di non essere leggi della propria opera, ma di una superiore. È come se io volessi obbligare un gigante ad abitare in una casa di un pigmeo.

La libertà dell'industria, della proprietà, della coscienza, della stampa, dei tribunali, sono tutti generi di una stessa specie, la libertà senza nome speciale. Solo non è interamente errato dimenticare la differenza nell'unità di usare un modo determinato come misura, norma a sfere di altra natura?

È l'intolleranza di un genere di libertà che vuole sopportare le altre, solo s'abbandonano ad essa e si dichiara per sue vassalle.

La libertà d'industria è appunto libertà d'industria e niun'altra libertà, perché in essa la natura della industria si modella, si misura indisturbata la sua regola di vita interna; la libertà dei tribunali è la libertà dei tribunali, se i tribunali seguono le proprie leggi naturali del diritto, non quelle di altre sfere, ad esempio della religione.

Ogni determinata sfera della libertà è la libertà di una determinata sfera, come ogni determinata maniera della vita è la maniera di vita di una determinata natura. Non sarebbe falsa la pretesa che le leggi vitali del polipo fossero quelle del leone? Come concepirei falsamente la dipendenza e l'unità dell'organismo umano se concludessi: Perché braccia e gambe agiscono secondo la loro maniera, gli occhi e le orecchie essendo organi che staccano l'uomo, dalla propria individualità e lo fanno specchio ed eco dell'universo, hanno diritto ad una maggiore attività, cioè ad una attività multipla di gambe e braccia.

Come nel sistema solare ogni singolo pianeta gira attorno al sole, mentre si muove attorno a sé stesso, così circola nel sistema della libertà ognuno dei suoi mondi attorno al sole centrale della libertà, mentre ciascuno di questi mondi si muove attorno a sé stesso. Fare della libertà di stampa una classe della libertà di industria, è difenderla mentre prima della difesa la si colpisce a morte; poiché non tolgo alla libertà un carattere, se chiedo che essa sia libera nel modo di un altro carattere? La tua libertà non è la mia libertà, grida la stampa all'industria. Come tu obbedisci alle leggi del tuo ambiente, io obbedirò a quelle del mio. Essere libera al tuo modo, m'è lo stesso come non essere libera, come il falegname si sentirebbe tutt'altro che lieto se chiedendo la libertà della sua industria gli si desse come equivalente quella del filosofo.

Vogliamo esprimere nudamente il pensiero dell'oratore.

Che è la libertà? Risposta: «La libertà d'industria», come press'a poco uno studente risponderebbe alla questione: che è la libertà? «La libertà della notte».

Con lo stesso diritto si potrebbe confondere, come s'è fatto della libertà di stampa, ogni altra libertà con la libertà di industria. Il giudice esercita l'industria, del diritto, il predicatore l'industria della religione, il padre di famiglia l'industria dell'allevamento dei figli; ma ho con ciò espressa l'essenza della libertà giudiziaria, religiosa, morale?

Si potrebbero anche invertire le cose e chiamare la libertà di industria un genere della libertà di stampa. Le industrie lavorano solo con le mani e con le gambe e non pur anche con la testa? Il cervello comunica i propri pensieri solo con la lingua? Non parla il meccanico nella macchina a vapore molto distintamente al mio orecchio? Il fabbricante di letti non parla molto distintamente al mio dorso? Il cuoco non parla comprensibilmente al mio stomaco? Non è una contraddizione che sieno permesse tutte queste libertà di stampa, solo non sia permessa quella che parla al mio spirito mediante il nero dei caratteri?

Per difendere la libertà di un ambiente e pure afferrarla, devo concepirla nel suo essenziale carattere, non nelle sue relazioni esteriori. La libertà di stampa è però fedele al suo carattere, agisce conforme alla nobiltà della sua natura, è libera, se si degrada ad industria?

Lo scrittore deve certo guadagnare per poter vivere ed esistere e scrivere, ma non deve in alcun modo esistere per guadagnare.

Se Béranger canta:

Je ne vis, que pour fare des chansons.

Si vous m'ôtez ma place, Monseigneur,

Je ferai des chansons pour vivre

in questa minaccia fa la confessione ironica, che il poeta scende dalla sua sfera se la poesia diventa un mezzo.

Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come un mezzo. Essi sono fine a sé stessi, sono così poco mezzi per sé e per gli altri che sacrifica la propria esistenza alla loro, se è necessario, ed in altro modo fa proprio il principio del predicatore della religione. «Ubbidire più a Dio, che agli uomini» tra i quali uomini è incluso egli stesso con i suoi bisogni e desideri. All'incontro un sarto, al quale ho ordinato un frack parigino, non potrebbe portarmi una toga romana perché più conforme alle eterne leggi del bello. La prima libertà della stampa consiste nel non essere industria. Lo scrittore che l'abbassa a mezo materiale, merita di essere punito con la mancanza di libertà intima, che si manifesta esternamente per mezzo della censura; o piuttosto la sua esistenza stessa costituisce la sua pena. Certamente la stampa esiste anche come industria, ma allora non è affare dello scrittore, me del tipografo e del libraio. Non si tratta però qui della libertà d'industria del tipografo o del libraio, ma della libertà di stampa.

Il nostro oratore non ristà realmente per nulla dal ritenere provato il diritto della libertà di stampa per mezzo della libertà di industria; domanda che la libertà di stampa, invece di sottomettersi alle proprie leggi, si sottometta a quelle della libertà di industria. Polemizza persino contro il relatore della commissione, che fa valere un più alto concetto della libertà di stampa e cade in pretese che possono solo aver effetto umoristico, poiché l'umorismo appare subito, appena le leggi di una sfera più bassa vengono: applicate ad una più alta, come ad esempio, sarebbe completamente umoristico il vedere dei bambini che volessero darsi l'aria patetica.

L'oratore parla autori competenti e di autori incompetenti. Egli vuole con ciò significare che egli lega sempre l'esercizio di un diritto accordato, anche per la libertà di industria, a qualche condizione, da adempiere più o meno strettamente a seconda delle diverse specialità. I muratori, i falegnami, i costruttori devono adempiere certe specie di condizioni, dalle quali sono dispensate la maggior, parte delle altre industrie. La sua proposta si riferisce ad un diritto in particolare, non ad un diritto in generale.

Innanzi tutto, chi deve, riconoscere la competenza? Kant non avrebbe riconosciuta a Fichte la competenza del filosofo, Tolomeo a Copernico quella dell'astronomo, Bernarct di Clairvaux a Lutero quella del teologo. Ogni dotto considera i suoi critici come «autori incompetenti». O dovrebbero decidere gli ignoranti quali sono i dotti incompetenti? Manifestamente si dovrebbe lasciare il giudizio agli autori incompetenti; poiché i competenti non possono essere giudici in causa propria. Oppure la competenza deve essere propria ad uno stato Il calzolaio Jakob Böhm era un grande filosofo, parecchi filosofi di grido sono soltanto grandi calzolai. Del resto, se deve parlarsi di autori competenti e di autori incompetenti, non si può limitarsi in modo conseguente a distinguere le persone: si deve suddividere di nuovo l'industria della stampa in diverse industrie, si devono considerare le diverse sfere di attività degli scrittori come diverse industrie o gli scrittori competenti devono poter scrivere su ogni argomento? Il calzolaio è competente a scrivere di pellami quanto un giurista. Il salariato è altrettanto competente a scrivere se si debba lavorare nei giorni festivi quanto un teologo. Se dunque annettiamo la competenza a particolari condizioni reali e positive, ogni cittadino sarà contemporaneamente scrittore competente o incompetente, competente negli affari della sua occupazione, incompetente in tutte le altre. Facciamo astrazione dalla considerazione, che la stampa diventerebbe in tal modo il vero mezzo della divisione del mondo, invece di essere il legame del popolo e che in tal modo si fisserebbe intellettualmente la differenza delle classi sociali, si degraderebbe la storia letteraria a storia naturale delle diverse razze di animali intellettuali; facciamo astrazione dalle collisioni e dalle dispute sui limiti delle competenze, dispute che non potrebbero né decidersi né evitarsi; non pensiamo che alla stampa sarebbe fatta legge la mancanza di spirito e la limitatezza — poiché io considero intellettualmente e liberamente il singolo solo in dipendenza del tutto e non separato da esso, — facciamo pur astrazione da tutto ciò: ora siccome il leggere è altrettanto importante quanto lo scrivere, vi dovrebbero essere anche lettori competenti e lettori incompetenti, conseguenza che venne riconosciuta in Egitto dove i preti erano ad un tempo gli autori competenti ed i soli lettori competenti. Ed è molto conveniente che solo agli autori competenti venga permesso di comperare e di leggere i loro propri scritti.

Che inconseguenza? Se domina il privilegio, il governo ha pienamene ragione di sostenere che è il solo autore competente sul suo agire e fare, poiché se vi ritenete competenti all'infuori del vostro stato, come cittadini, di scrivere sulla cosa più generale, sullo stato, non dovrebbero essere competenti gli altri mortali, che voi volete escludere dal numero dei competenti, a scrivere su qualcosa di molto particolare, sulla vostra competenza a giudicare.

Ne scaturisce la comica contraddizione che l'autore competente potrebbe scrivere senza censura sullo stato, ma l'autore incompetente potrebbe scrivere sui competenti solo con la censura.

La libertà di stampa perciò non eviterà ch'essa recluti la schiera degli scrittori ufficiali nelle vostre file. Gli autori competenti sarebbero gli autori ufficiali, la lotta fra la censura e la libertà di stampa si cambierebbe nella lotta fra autori competenti e autori incompetenti.

Con ragione un membro del quarto Stato propose su ciò «che se deve esservi una limitazione della stampa, essa deve essere uguale per tutti i Partiti, cioè che in tal rapporto non venga accordato alcun maggior diritto ad una classe di cittadini». La censura ci sottomette tutti, come nel dispotismo tutti sono uguali se non in valore in non valore: quella sorta di libertà di stampa vuole introdurre l'oligarchia nello spirito. La censura tutto al più riconosce uno scrittore come incomodo, come inopportuno, nei confini del proprio impero. Quella libertà di stampa procede dalla presunzione di anticipare la storia del mondo, di anticipare la voce del popolo, che solo finora ha giudicato quali sono gli scrittori «competenti» e quali gli «incompetenti». Mentre Solone giudicava un uomo solo dopo la fine della sua vita, dopo la sua morte, quella sorta di libertà di stampa vuole giudicare uno scrittore prima della sua nascita.

La stampa è la maniera più generale all'individuo di comunicare la sua essenza spirituale. Non conosce alcuna autorità della persona, solamente autorità della intelligenza. Volete incatenare la capacità intellettuale della comunicazione a particolari caratteri esteriori ed ufficiali? Ciò ch'io non posso essere per altri, non lo sono per me e non lo posso essere. Se non devo esistere come spirito per altri, non devo esistere come spirito per me; e volete voi dare a singoli uomini il privilegio di essere uno spirito? Come ognuno impara a leggere ed a scrivere, così ognuno deve poter scrivere e leggere.

E per chi deve essere la divisione degli scrittori «competenti» e «incompetenti»? Manifestamente non per i veri competenti, poiché questi si faranno valere senz'altro. Dunque per gli «incompetenti» che vogliono proteggersi ed imporsi mediante un privilegio esteriore?

Oltre ciò, questo palliativo non rende superflua la legge della stampa, poiché come notò un oratore dello stato dei contadini «non può anche un privilegiato oltrepassare la sua competenza e diventare punibile? Sarebbe dunque necessaria anche in questo caso una legge sulla stampa, e si urterebbe nelle stesse difficoltà, come se si trattasse di una legge generale sulla stampa».

Se il tedesco getta uno sguardo alla sua storia, trova un motivo fondamentale del suo lento sviluppo politico, nella misera letteratura precedente Lessing, negli «scrittori competenti». I dotti di professione, di classe, di privilegio, i dottori e simili, gli scrittori universitarì senza carattere del XVII e XVIII secolo colle loro rigide code e le loro nobili pedanterie e le loro dissertazioni meschine, si sono posti fra il popolo e lo spirito, fra la vita e la scienza, fra la libertà e l'uomo. Gli scrittori incompetenti hanno fatto la nostra letteratura. Scegliete fra Gottsched e Lessing, fra un autore competente ed uno incompetente.

Non amiamo in generale «la libertà» che vuol valere solo al plurale. L'Inghilterra è una prova in grandezza storica naturale, del come sia pericoloso il limitato orizzonte «della libertà» per «la libertà».

«Ce mot des libertés — dice Voltaire des priviléges, suppose l'assujettissement. Des libertés sont des, exemptions de la servitude générale».

Se il nostro oratore vuole escludere dalla libertà di stampa scrittori anonimi e pseudonimi, e sottoporli alla censura, osserviamo che il nome nella stampa non appartiene alla cosa, che però dove domina una legge della stampa, l'editore, e quindi per suo mezzo anche lo scrittore anonimo o pseudonimo, è sottoposto a giudizio. Oltre ciò, Adamo dimenticò, quando diede un nome a tutti gli animali del paradiso, di darne uno ai corrispondenti di giornali tedeschi ed essi resteranno in saeculum saeculorum senza nome.

Il proponente ha cercato di limitare le persone, i soggetti della stampa, gli altri stati limitano la materia reale della stampa, il circolo della sua azione ed essenza, e ne deriva una maschera senza spirito, e si mercanteggia quanta libertà deve avere la libertà della stampa. Uno Stato vuol limitare la stampa alla discussione dei rapporti materiali, spirituali e religiosi della provincia del Reno; un altro vuole «fogli comunali» il cui nome manifesta il loro limitato contenuto, un terzo vuole che in ogni provincia si possa essere liberi in un unico foglio!!!

Tutti questi saggi ricordano un maestro di ginnastica che insegnava al suo scolaro il miglior metodo per l'istruzione del salto conducendolo ad una gran fossa e mostrandogli per mezzo di fili di rete dove poteva saltare. Si comprende che lo scolaro doveva dapprima esercitarsi con salti e non doveva tentare di saltare la fossa intera, ma a poco a poco il filo doveva venire allontanato. Purtroppo lo scolaro cadde nella fossa alla prima lezione e vi è rimasto finora. Il maestro era un tedesco e lo scolaro si chiamava «libertà».

I difensori della libertà di stampa nel 6° Landtag renano si distinguevano, a seconda dei tipi normali esaminati, dai loro avversari non per la loro figura ma per la loro direzione. La stampa era combattuta da questi, difesa da quelli per la limitatezza degli stati particolari. Gli uni volevano il privilegio solo dalla parte del governo, gli altri lo volevano dividere fra parecchi individui: gli uni volevano la censura intera, gli altri solo metà; gli uni 3/8 di libertà di stampa, gli altri non ne volevano alcuna. Dio mi guardi dagli amici! Interamente diversi però dallo spirito generale del Landtag sono i discorsi del relatore e di alcuni membri dello Stato dei contadini.

Il relatore nota fra l'altro:

Arriva un momento nella vita dei popoli come in quella degli individui nel quale le catene di una tutela troppo prolungata diventano insopportabili, nel quale si sospira l'indipendenza e una penna vuole difendere le sue azioni. Allora la censura ha finito di vivere, poiché, dove ancora sussiste, è considerata come una violenza odiata e che proibisce di scrivere. Pubblicamente si dice: «Scrivi come parli, e parla come» come c'insegnano i maestri elementari; più tardi si dice: «Parla come ti vien prescritto e scrivi ciò che ripeti».

Spesso il progresso infrenabile del tempo sviluppa un nuovo importante interesse; o produce un nuovo bisogno, pel quale le legislazioni esistenti non contengono alcuna determinazione sufficiente e nuove leggi devono regolare questo nuovo stato della società. Un tale caso si presenta completamente ora. Questa è una veduta veramente storica di fronte alla immaginaria, la quale uccide il senso della storia, per far fare alle sue ossa il servizio storico di reliquie.

«I compiti di un Codice della stampa non possono essere certamente facili da sciogliere: il primo saggio che verrà fatto può forse restare molto incompleto! Tutti gli stati saranno riconoscenti al legislatore che vorrà occuparsene per primo, e sotto ad un re come il nostro è forse riservato al governo prussiano di precedere gli altri Stati su questa via che sola può condurre allo scopo».

La nostra intera descrizione ha provato come restò isolata questa idea virile, degna e decisa nel Landtag; lo notò il presidente al relatore senza che ve ne fosse bisogno, e infine lo espresse un membro dello stato dei contadini con queste parole eccellenti, benché dimostrassero l'irritazione di chi le pronunciava: «Si accerchia la proposta fatta come il gatto gira attorno alla pappa calda». Lo spirito umano deve svilupparsi liberamente secondo le sue proprie leggi e deve poter comunicare le sue acquisizioni; altrimenti si cambierebbe da corrente limpida e vivente in una palude appestante. Se vi è un popolo al quale convenga la libertà di stampa, esso è il tedesco, il quale ha bisogno di essere eccitato a causa della sua flemma, piuttosto che essere legato dalla camicia di forza della censura. Il non potere comunicare incondizionatamente o i suoi pensieri od i suoi sentimenti ai suoi compatrioti ha molta somiglianza col sistema punitivo dell'America del Nord che, nella sua piena durezza, conduce alla follia. Le lodi di chi non può biasimare non hanno alcun valore, simili nella sua mancanza di espressione ad un dipinto cinese senz'ombre. Non potremo però trovarci vicini a questo popolo addormentato».

Se lanciamo uno sguardo retrospettivo alla intera discussione sulla stampa, non possiamo padroneggiare l'impressione desolante e spiacevole prodotta da una riunione dei rappresentanti della provincia del Reno, che oscillò fra la ostinazione preconcetta del privilegio e l'impotenza naturale di un mezzo liberalismo; dobbiamo notare innanzi tutto con dispiacere la mancanza quasi generale di vedute larghe e generali, come una superficialità trascurata che discusse e mise da un lato gli interessi della stampa libera. E noi domandiamo ancora una volta: la stampa non era troppo lontana dagli stati del Landtag; non aveva con essi troppo pochi contatti reali per poterne difendere la libertà coll'interesse profondo e grave col quale si difende un bisogno? La libertà porse agli Stati la tua supplica con la più gentile captatio benevolentiae.

Subito al principio del Landtag si ebbe una discussione nella quale il presidente notò che la stampa delle discussioni, come quella di ogni altro scritto, era soggetta alla censura, che però in questo caso egli era il censore. Non comincia in questo punto la libertà di stampa con quella del Landtag? Questa collisione è tanto più importante in quanto che qui ebbe esso stesso la prova come tutte le altre libertà diventino illusorie se manca quella di stampa. Tosto che si mette in discussione una libertà, si mette in discussione la libertà generale. Se una forma della libertà è rifiutata, è rifiutata la libertà: essa può in generale condurre solo una vita apparente, poiché è un puro accidente che prova come sia la forza dominante. La servitù è la regola, la libertà è un'eccezione del caso e dell'arbitrio. Nulla è più pervertito del pensare che si tratti di una questione particolare quando si tratta di una forma particolare della libertà. È la questione generale entro una sfera particolare. Libertà resta libertà, si esprima colla stampa, o nella coscienza, o in una riunione politica: ma l'amico leale della libertà il cui sentimento d'onore verrebbe offeso se dovesse votare: «Deve esservi o no libertà?» si confonde davanti allo strano materiale nel quale s'incarna la libertà, misconosce il genere nella specie, dimentica nella stampa la libertà, crede di giudicare qualche cosa di straniero e condanna la sua propria essenza. Così il sesto Landtag renano condannò sé stesso; mentre pronunciava il giudizio sulla libertà di stampa.

I sapienti e pratici burocratici che in silenzio ed a torto pensano di sé stessi quello che Pericle apertamente e con diritto vantava: «Io sono un uomo che può misurarsi con ognuno nella cognizione dei bisogni dello stato come nell'arte: «questi fittabili ereditari della intelligenza politica» scoteranno le spalle, e con la nobiltà d'un oracolo noteranno che i difensori della libertà trebbiano pura lotta, poiché una selvaggia censura è migliore di una libertà di stampa acerba. Noi rispondiamo loro ciò che risposero gli spartani Spertia e Buli al Satrapo persiano Hydarne: «Hydarne, il tuo consiglio non è per noi ugualmente pesato dalle due parti. L'una, quella dalla quale ci consigli, tu l'ài provata, non così l'altra. Tu conosci ciò che significa essere servo, non ài però ancora assaggiata la libertà, non sai se è desiderata o no. Se tu l'avessi provata, ci consiglieresti non solo a combattere per essa colle lance, ma anche con le asce».

Note

1. Krähwinkler è un presunto cittadino di Krähwink, al quale la favola attribuisce ogni sorta di sciocchezze. (N.d.t.).


Ultima modifica 22.12.2017