Un carteggio del 1843


Queste lettere furono pubblicate da Ruge negli Annali franco-tedeschi per stabilire una certa unità di tendenze e di dottrina fra i principali redattori tedeschi della rivista. Per ottenere l'omogenizzazione Ruge modificò le lettere in modo tale che furono ripudiate da Marx, il quale in esse risulta comunque l'animatore dell'impresa editoriale. Ruge restò inattivo perché ammalato durante la redazione degli Annali, della quale si lamentò perché non corrispondente al suo Piano degli Annali franco-tedeschi (liberale e umanitario anziché comunista) con cui essi iniziano.
Versione di Leonardo M. Battisti, Novembre 2017


Karl Marx ad Arnold Ruge. Sul battello per D., marzo 1843

 Io viaggio in Olanda. In base ai giornali locali e francesi, la Germania è caduta nel fango e vi sprofonda sempre di più. Le assicuro che, benché privi di orgoglio nazionale, si sente lo stesso la vergogna nazionale, specie in Olanda. L'ultimo degli olandesi è ancora il cittadino di uno Stato, rispetto al primo dei tedeschi. E i giudizi degli stranieri sul governo prussiano! Prevale un accordo spaventoso: nimo si illude più su tale sistema e sulla sua reale natura. La nuova scuola è pur servita a qualcosa: l'abito di gala del liberalismo è caduto, e il più ripugnante dispotismo è esibito agli occhi di tutto il mondo in tutta la sua nudità.
 Pure questa è una rivelazione, benché a rovescio. È una verità che almeno c'insegna la vacuità del nostro patriottismo, la mostruosità del nostro Stato, e a coprirci il viso. Lei mi scruterà sorridendo e mi chiederà: «cosa si è guadagnato con ciò? Mica per vergogna si fa rivoluzione». Rispondo: «la vergogna è già una rivoluzione; è la vittoria della Rivoluzione francese sul patriottismo tedesco, dal quale essa fu vinta nel 1813». La vergogna è una sorta di ira contro di sé. E se davvero un'intera nazione si vergognasse, sarebbe come un leone che si china per spiccar il balzo. Invero, in Germania ancora non esiste la vergogna: i tedeschi sono miserabili patrioti tuttora. Ma quale altro sistema potrebbe purgare il loro patriottismo, se non questa buffonata del nuovo cavaliere Federico Guglielmo IV di Prussia? La commedia del dispotismo che ci è recitata è per lui altrettanto pericolosa quanto lo fu a suo tempo la tragedia per gli Stuart e i Borboni. E benché per un lungo periodo tale commedia non fosse considerata per quello che è, pure sarebbe già una rivoluzione. Lo Stato è una cosa troppo seria per farne un'arlecchinata. Una nave carica di matti spinta dal vento potrebbe forse veleggiar a lungo; ma essa andrebbe comunque verso il suo destino, proprio perché i pazzi non ci crederebbero. Questo destino è la rivoluzione che ci sovrasta.

Arnold Ruge a Karl Marx. Berlino, marzo 1843

«È dura sentenza, ma la dico perché è vera: non so raffigurar un popolo più dilaniato dei tedeschi. Vedi artigiani, non uomini; pensatori, non uomini; signori e servi, giovani e vecchi, ma non uomini. Non è un campo di battaglia laddove mani e braccia e membra giacciono alla rinfusa, mentre il sangue versato scorre nella sabbia?» [Hölderlin: Iperione]. Ecco il motto del mio umore usuale. Ogni tanto lo stesso argomento provoca negli uomini simili reazioni. La sua lettera è un'illusione. Il suo coraggio mi fa solo demoralizzar ancor di più.
  Avremo dunque una rivoluzione politica? Noi, i coevi di tali tedeschi? Amico mio, Lei crede ciò che desidera. Oh, lo so! È dolce sperare, ed è amaro deporre ogni illusione. C'è più coraggio nella disperazione che nella speranza. Ma è il coraggio della ragione, e noi siamo arrivati a un punto in cui non è più lecito illudersi. Che cosa ci tocca vedere ora? Una seconda edizione dei Decreti di Karlsbad [1] nonché la disattesa promessa di libertà di stampa e la migliorata promessa di censura (un altro fiasco dei tentativi di libertà politica, e stavolta senza Lipsia e Bellealliance [2], senza sforzi da cui ci sia motivo di riposar). È dal riposo che riposiamo. Al riposo c'induce la semplice ripetizione dell'antica massima dispotica, la trascrizione dei suoi atti ufficiali. Passiamo da un'onta all'altra. Ho lo stesso senso d'oppressione e di degrado del tempo delle conquiste napoleoniche, quando la Russia impose alla Germania una censura peggiore; e se Lei è confortato dal fatto che oggi noi siamo schietti come allora, ciò non mi aiuta affatto. A Erfurt, quando Napoleone disse ai tedeschi che si congratulavano chiamandolo “notre prince”: «non sono vostro principe; sono vostro maestro», fu accolto da un applauso scrosciante. E se le nevi russe non gli avessero risposto, il corruccio tedesco dormirebbe ancora. Non mi dica che l'onta di quella frase è stata lavata nel sangue, non mi obietti che la casuale vendetta sarebbe seguita d'uopo, che il manifesto dispotismo avrebbe fatto ribellare tutti i popoli. Io voglio un popolo che senta la sua onta a prescindere da tutti gli altri popoli; chiamo rivoluzione il convergere di tutti i cuori e il levarsi di tutte le mani per l'onore dell'uomo libero, per il libero Stato indipendente da ogni padrone, l'Ente pubblico che appartiene solo a sé. I tedeschi non arriveranno mai a tanto: da tempo sono storicamente disfatti. Essere ovunque scesi in campo insieme ad altri, non prova nulla. Popoli vinti e soggiogati e costretti a battersi sono solo dei gladiatori che lottano per un fine estraneo e si sgozzano se i padroni abbassano il pollice. «Mirate come il popolo si batte per noi!» disse il re di Prussia nel 1813. La Germania non è l'erede sopravvissuto, bensì l'eredità da ottener. I tedeschi non contano mai come i partiti in lotta, ma come numero delle anime che si deve vendere per la lotta.
  Lei dice che l'ipocrisia liberale è rivelata. È vero; anzi, c'è di più: la gente è turbata e offesa, si odono amici e conoscenti ragionare insieme, ovunque si parla del destino degli Stuart, e chi ha paura di parlare scuote almeno il capo esibendo che pure in lui c'è un moto. Ma tutti parlano e basta. C'è forse uno convinto che il suo sdegno sia generale? C'è uno sì folle da rinnegare i nostri borghesucci e la loro perenne pazienza bovina? Cinquant'anni dopo la Rivoluzione francese, ecco il rinnovarsi tutte le onte dell'antico dispotismo. E non mi dica che il secolo decimonono non lo sopporterà. I tedeschi hanno risolto tale problema: nonché sopportarlo, lo sopportano con patriottismo; e proprio noi che ne arrossiamo sappiamo che se lo meritano. Chi avrebbe dubitato che tale doloroso ricader dalla parola al silenzio, dalla speranza alla disperazione, da uno stato quasi umano a un affatto servile, avrebbe ridestato gli spiriti, reso ardente chiunque e suscitato un grido di sdegno generale? Il tedesco aveva solo la libertà spirituale, comune allo schiavo, e ora gli è tolta. Già i filosofi tedeschi erano servi altrui che parlavano e tacevano a comando (Kant ce ne ha dato le prove); ma si tollerava l'audacia con cui, in astratto, essi proclamavano l'uomo libero. Ora pure la cosiddetta libertà scientifica o di principio (paga di non venir attuata) è tolta; e naturalmente c'è molta gente che va predicando la dottrina del Tasso:
«Non stimate che l'impeto selvaggio/mi gonfi il petto di libertà. /L'uomo non è nato per essere libero. /E per un nobile spirito non c'è felicità maggiore/che servir un principe, ch'ei onora» [Goethe: Tasso, atto II, scena prima].
  Pure se obiettassero «e se non lo onora?», essi ripeterebbero: «non è nato per essere libero». Si tratta del suo concetto, non della sua felicità. Sì, Tasso ha ragione: felice è un uomo che serve un altro uomo ed è chiamato schiavo; anzi si può chiamare addirittura nobile: la storia e la Turchia lo dimostrano. Così (se non già uomo e libertà, bensì uomo e schiavitù sono un unico concetto) il vecchio mondo è giustificato.
  Venticinque anni dopo la Rivoluzione, nulla i tedeschi hanno obiettato all'asserto che «gli uomini sono nati per servir e per esser proprietà dei loro padroni». I principi tedeschi si sono riuniti nella Confederazione Tedesca per ricostruire la loro proprietà privata di terre e di persone e per abrogare i «Diritti dell'uomo»: ciò era antifrancese, ed essi furono applauditi. A tali fatti segue ora la teoria. Perché la Germania dovrebbe indignarsi d'ascoltarla, anziché consolarsi della sua sorte pensando che dev'esser così, che l'uomo non è nato per esser libero?
  Ed è così: questa generazione non è nata per esser libera. Trent'anni senza vita politica, con un'oppressione sì avvilente che pure i pensieri e i sentimenti erano vigilati e regolati dalla polizia segreta della censura, hanno eliso politicamente la Germania come mai visto. Lei dice: la nave di matti in balia del vento e delle onde va verso il suo destino: la rivoluzione.
  Ma non dice: tale rivoluzione è la guarigione dei pazzi; al contrario, la sua immagine induce solo al pensiero della fine. Ma io manco la fine le concedo, che sarebbe affatto augurabile. Tale utile popolo materialmente non perisce, ma spiritualmente (nella sua esistenza di popolo libero) è finito da tempo.
  Io giudico la Germania dalle sue storie passata e attuale; Lei non mi vorrà obiettare che quella storia è un falso e che l'odierna vita pubblica non riflette la vera situazione del popolo. Legga tutti i giornali che vuole; concederà che non si cessa (né che la censura vieti ad alcuno di cessar) di lodar la nostra libertà e felicità nazionale; e dica poi a un inglese, a un francese o pure solo a un olandese che ciò non è colpa nostra, non è il nostro carattere.
  Lo spirito tedesco è codardo (o almeno lo appare) e non ho alcun ritegno a dire che se non appare diverso la colpa è solo della sua natura codarda. O Lei ne apprezza la sua esistenza privata, i suoi taciti meriti, i suoi inediti discorsi conviviali, il pugno stretto nella tasca, al punto da creder che l'onta del suo stato attuale potrà esser un giorno lavata dall'onore del suo futuro? Oh, questo avvenire tedesco! Dov'è stato piantato il suo seme? Forse nella storia ontosa vissuta finora? Ovvero nella sfiducia di chi ha il concetto di libertà e di onore storico? O nello sfottò che i popoli stranieri ci riversano, e che ci fanno sentire acutamente, dicendo la migliore opinione di noi? Infatti essi manco possono immaginare a qual grado di ottusità e di degenerazione politica siamo discesi invero. Legga solo il Times sulla censura della stampa in Prussia; legga come parlano gli uomini liberi, legga quanta dignità ancora ascrivono a noi che non ne abbiamo affatto: allora compiangerà la Prussia, compiangerà la Germania. Lo so che pure io vi appartengo; non creda che mi voglia sottrarre all'onta generale. Mi rimproveri che non agisco meglio degli altri; mi esorti a portar col nuovo principio un'epoca nuova, e ad essere uno scrittore a cui seguirà un secolo libero; mi parli duramente; io vi sono rassegnato. Il nostro popolo non ha futuro: che importa la nostra fama?

Karl Marx ad Arnold Ruge. Colonia, maggio 1843

  Mio caro amico, la Sua lettera è una buona elegia, un canto funereo che toglie il respiro; ma nulla ha di politico. Nessun popolo dispera, e benché dovesse sperar per ottusità, un giorno, pure dopo molti anni, per súbita intelligenza adempirà tutti i suoi pii desideri.
  Ma Lei mi ha contagiato; il Suo tema non è finito: voglio aggiungervi il finale e, una volta finito, mi dia la mano per riiniziar da capo. Lasciate che i morti seppelliscano e piangano i propri morti. È invece invidiabile essere i primi ad accedere vivi nella nuova vita; tale dev'essere la nostra sorte.
  È vero, il vecchio mondo è dei filistei. Ma (anziché trattarlo come uno spauracchio da cui levare lo sguardo) si deve fissarlo dritto negli occhi: vale la pena studiar tali padroni del mondo.
  Invero, è padrone del mondo solo in quanto lo popola con la sua società, come i vermi popolano un cadavere. Indi la società di tali padroni abbisogna solo di un certo numero di schiavi, e i proprietari di schiavi non hanno bisogno di essere liberi. Benché (possedendo terre e persone) son detti signori (specie in senso etimologico), non sono meno filistei della loro gente.
  Uomini sono qualcosa di spirituale, liberi repubblicani; ma i gretti borghesi non sono l'uno né l'altro. Che cosa possono essere e volere allora?
  Ciò che essi vogliono, vivere e riprodursi «oltre cui nimo di loro va» [Goethe], lo vogliono pure le bestie; tuttalpiù un politico tedesco aggiungerebbe che un uomo sa di volerlo e che il tedesco è così accorto da non voler altro.
  Nel petto di simili individui borghesi si dovrebbe ridestar il sentimento che l'uomo ha del suo essere: la libertà. Solo tale sentimento, sparito dal mondo coi greci e sciolto dal cristianesimo nell'azzurro etere del cielo, può ancora far della società una comunità di uomini uniti per un fine supremo: uno Stato democratico.
  Invece coloro che non si sentono liberi si moltiplicano per i loro padroni, come un allevamento di schiavi o di cavalli. I signori dinastici sono il fine di tale società. Tale mondo li appartiene. Essi lo prendono così com'è e come crede di essere. Prendono pure se stessi come capita, e si sistemano ove sono cresciuti i loro piedi, sul collo di tali animali politici, che sentono la sola vocazione di essere «sottomessi, affezionati e devoti».
  Il mondo dei filistei è un mondo politico di animali, e se si dovesse riconoscerne l'esistenza, resterebbe solo da sancir lo status quo. Prodotto e formato da secoli barbarici, ora esso esiste come un sistema coerente, il cui principio è l'umanità distolta dal proprio fine. Il più perfetto mondo filisteo, la nostra Germania, doveva certo restar indietro alla Rivoluzione francese, restauratrice dell'uomo; e se l'Aristotele tedesco volesse evincere la sua Politica dalle nostre condizioni, allora dovrebbe esordir dicendo: «L'uomo è un animale sociale, ma affatto apolitico», ma non potrebbe definire lo Stato meglio di quanto ha già fatto il signor Zöpfl [3], autore del: Diritto pubblico costituzionale in Germania. Per lui, lo Stato è una «associazione di famiglie», che (aggiungiamo noi) per eredità e per possesso appartiene alla famiglia più potente (la quale si chiama dinastia). Più feconde paiono le famiglie, tanto più felice è la gente, più grande lo Stato, più potente la dinastia, onde perfino in Prussia (Stato esemplarmente dispotico) alla nascita del settimo figlio è corrisposto un premio di cinquanta talleri.
  I tedeschi sono così realisti da non desiderar o pensar al di là della nuda vita. Tale realtà, e nulla di più, accettano coloro che li governano. Pur essi sono realisti, lungi da ogni logica e da ogni grandezza umana, tipici ufficiali e proprietari terrieri; ma, anziché sbagliarsi, hanno ragione: così come sono, bastano certo per sfruttar e dominar tale regno di animali, poiché dominio e sfruttamento sono un unico concetto, qui come ovunque. E se si fanno servir guardando dall'alto le brulicanti teste di tali esseri privi di cervello, che cosa è più consono a essi dell'atteggiamento di Napoleone alla Beresina? Si dice che accennando al brulichio di quanti stavano annegando egli abbia detto all'accompagnatore: «Guardate questi rettili!». Probabilmente l'aneddoto è falso, ma è verosimile. L'unica teoria del dispotismo è il dileggio per l'uomo, l'uomo disumanizzato, e tale teoria ha sulle altre il vantaggio d'esser pure un fatto. Il despota vede sempre gli uomini dimidiati. Per lui, sotto i suoi occhi, essi annegano nella melma della vita comune, dalla quale però, come le rane, riemergono sempre. Se tale concezione s'impose pure a uomini capaci di attuare grandi fini, come Napoleone prima della sua follia dinastica, come potrebbe un re qualunque essere idealista in una tale realtà?
  L'essenza della monarchia è l'uomo avvilito, spregevole, disumanizzato; e certo Montesquieu sbaglia a crederlo onore. Ei cerca di cavarsela discriminando monarchia, dispotismo e tirannia. Ma queste sono sinonimi, o tuttalpiù connotano una varietà morale nello stesso principio. Ovunque il principio monarchico sia prevalente, gli uomini sono in minoranza; se manco è discusso allora non vi sono uomini. Perché mai un uomo come il re di Prussia (senza prove per ritener problematica la sua esistenza) non dovrebbe seguir solo il suo umore? Se fa così, cosa risulta? Decisioni contraddittorie? Ma così non risulta nulla. Tendenze impotenti? Esse restano sempre l'unica realtà politica. Posizioni vergognose e ridicole? Onta e ridicolo sono solo perdere il trono. Finché il capriccio resta al suo posto ha tutte le ragioni. Sia pur volubile, ottuso, spregevole quanto vuole; è sempre abbastanza buono da governare un popolo senza altra legge che l'arbitrio dei suoi re. Non dico che un sistema ottuso e la perdita di prestigio, sia all'interno sia all'estero, siano senza conseguenze, non mi prendo la responsabilità della nave dei matti; bensì dico che: il re di Prussia resterà un uomo del suo tempo, finché questo mondo alla rovescia sarà il mondo reale.
  Lei sa quanto mi occupo di quest'uomo. Pure quando aveva come organo solo il Foglio politico settimanale di Berlino [4], ne riconobbi il valore e la vocazione. Già col giuramento di Königsberg egli confermò la mia previsione che ormai la questione sarebbe divenuta puramente personale. Dichiarò il suo cuore e il suo animo come futura costituzione dei domini prussiani, del suo Stato; e infatti in Prussia il re è il sistema. È l'unica persona politica. La sua personalità determina il sistema. Ciò ch'ei fa o che gli si lascia fare, ciò che pensa o che gli si mette in bocca, è ciò che in Prussia pensa e fa lo Stato. Indi è certo un merito dell'attuale re di Prussia l'averlo detto con tanta purezza.
  Su un solo punto si è errato per molto tempo: nel credere che desideri e intenzioni esibiti dal re fossero rilevanti. Invece non mutavano alcunché: il materiale della monarchia è il filisteo, e il monarca resta sempre e solo il re dei filistei: non può liberare sé stesso né la sua gente, non può farne degli uomini reali, finché ambe le parti restano ciò che sono.
  Il re di Prussia ha cercato di variare il sistema con una concezione assai diversa da quella di suo padre. La sorte di tale tentativo è nota: un totale insuccesso. È ovvio. Nel “mondo politico degli animali” non vi sono reazioni al di là dei suoi confini, e non c'è alcun progresso senza deporne la base e senza passare al mondo umano della democrazia.
  Il vecchio re non voleva nulla di stravagante, era un filisteo senza alcuna pretesa spirituale. Sapeva che a uno Stato di servi e al suo governo serve solo un'esistenza prosaica, quieta. Il giovane re era più sveglio e più vivace, con idee più grandi dell'onnipotenza del monarca, avente per confine solo il suo cuore e intelletto. Il vecchio, decrepito Stato di servi e di schiavi gli ripugnava. Egli voleva vivificarlo, adeguarlo ai suoi desideri, sentimenti e pensieri; e poteva ben pretenderlo nel suo Stato, se gli fosse riuscito. Di qui i suoi discorsi e i suoi sfoghi liberali. Non l'arida legge, bensì l'ardente e vivo cuore del re doveva folcire tutti i sudditi. Voleva mettere in moto tutti i cuori e tutti gli spiriti per i suoi desideri e i suoi piani ben ponderati. Ne è seguito un certo moto; ma gli altri cuori non battevano col suo, e i sudditi non potevano tacere sull'elisione dell'antica signoria. Gli idealisti (sì imprudenti da voler fare dell'uomo un uomo) presero la parola, e mentre il re fantasticava in tedesco antico, essi pensarono di poter filosofare in tedesco moderno. Certo ciò era inaudito in Prussia. Per un istante l'antico ordine parve capovolto, le cose iniziarono perfino a divenir uomini, alcuni ebbero pure un nome proprio, benché l'appello nominale non sia lecito nelle Diete; ma tosto i servi dell'antico dispotismo posero fine a tale attività antitedesca. Fu facile porre in un netto conflitto i desideri del re (sognanti un grande passato di preti, cavalieri e servi della gleba) & la concezione idealistica (che era un prodotto solo della Rivoluzione francese, indi una repubblica e un ordinamento di uomini liberi anziché un ordinamento di cose morte). Allorché il conflitto fu assai acuto e scomodo, e il collerico re abbastanza aizzato, andarono da lui quei servi che prima avevano guidato facilmente il corso delle cose, e gli dissero: «il re fa male ad indurre i sudditi a discorsi inutili, e i signori non potrebbero folcire una progenie di uomini parlanti». Pure il signore di tutti i russi in patria si allarmò per il fermento nelle teste dei russi quaggiù [5], e pretese il ritorno dell'antico stato di quiete. Ne seguì una nuova edizione dell'antica proscrizione di tutti i desideri e pensieri dell'uomo sui diritti e doveri umani, cioè il ritorno all'antico e fossilizzato stato di servi, in cui lo schiavo serve in silenzio, e il padrone di terre e persone domina il più possibile in silenzio, mercé un servidorame ben allevato e sommesso. Non possono dire ciò che vogliono né il servo che intende divenir uomo, né il padrone che nel paese non abbisogna di uomini. Così il silenzio è l'unica via d'uscita: «gregge muto, prono ed obbediente al ventre» [Sallustio: Congiura di Catilina, I,1].
  Tale è il fallito tentativo d'elevar lo Stato di filistei sulle sue stesse basi filistee: l'esito è stato esibire come per il dispotismo di tutto il mondo è uopo essere violento ed è impossibile essere umano. Un rapporto brutale può essere retto solo con la brutalità. Ecco qui che ho finito il nostro compito comune di studiar il filisteo e il suo Stato. Non dirà che confido troppo nel presente; eppure non dispero di esso, solo poiché la sua situazione disperata mi dà speranza. Non parlo affatto dell'incapacità dei signori e dell'indolenza dei servi e dei sudditi, i quali lasciano che tutto vada come Dio vuole; benché le due cose insieme basterebbero già a provocar una catastrofe. Ponga la sua attenzione al fatto che i nemici del filisteismo (cioè chiunque pensi e soffra) son giunti a un'intesa per la quale in passato mancavano mezzi; e che pure il sistema passivo di riproduzione di antichi sudditi arruola ogni giorno nuove reclute al servizio della nuova umanità. Ma il sistema dell'industria e del commercio, della proprietà e dello sfruttamento umano (ben più dell'aumento della popolazione) porta a una frattura all'interno dell'attuale società, che il vecchio sistema non può sanar, perché esso non sana e non crea, ma solo esiste e gode. L'esistenza dell'umanità sofferente che pensa e dell'umanità pensante che è oppressa deve d'uopo diventar insopportabile e indigeribile per il passivo è spensierato mondo animale dei filistei.
  Da parte nostra, si deve completamente esporre il vecchio mondo e creare il mondo nuovo positivo. Più a lungo gli eventi daranno tempo per riflettere all'umanità che pensa, e tempo per associarsi all'umanità che soffre, più perfetto verrà al mondo la creatura che il presente porta in grembo.

Michail Bakunin ad Arnold Ruge. Peterinsel, sul lago di Bienne, maggio 1843

  Il nostro amico Marx mi ha comunicato la sua lettera da Berlino. Lei pare molto pessimista circa la Germania. Lei vede solo la famiglia e il filisteo, chiuso fra le sue quattro mura con tutti i suoi pensieri e desideri, e non vuol creder alla primavera che lo inviterà ad uscirne. Caro amico, non perda la fede almeno Lei. Pensi che non la perdo io, il russo, il barbaro; non do perduta la Germania, e Lei che è in mezzo al suo moto, Lei che ne ha visto l'inizio e fu sorpreso dal suo sviluppo, Lei vorrebbe ora condannar all'impotenza quelle stesse idee nelle quali prima confidava affatto, quando la loro forza non era ancora stata testata? Oh, ammetto certo che il 1789 tedesco è ancora ben lontano! Quando mai i tedeschi non sono restati indietro di secoli? Ma non è un motivo per restare con le mani in mano, disperandosi inutilmente. Se uomini come Lei non credono più nel futuro della Germania, se non vogliono più operare per esso, chi mai crederà, chi vorrà operare? Scrivo questa lettera dalla roussoiana isola del lago di Bienne [6]. Lei sa che io non vivo di fole e di frasi; ma mi corre un fremito per le ossa al pensiero di esser venuto qui proprio oggi che scrivo a Lei, e su un tale argomento. Oh, ne sono sicuro, la mia fede nella vittoria dell'umanità su preti e tiranni è la stessa fede che il grande esiliato versò in milioni di cuori, la stessa ch'ei portò pure qui con sé. Rousseau e Voltaire, tali immortali, ritornano giovani; essi celebrano la loro risurrezione nelle più elette teste della Germania; un grande entusiasmo pell'Umanesimo e pello Stato, il cui principio finale e reale è l'uomo; di nuovo compenetra il mondo un odio ardente contro i preti e la loro empia corruzione di ogni grandezza e verità umane. La filosofia riavrà ancora la funzione che sì gloriosamente ebbe in Francia; e non è a suo sfavore che la sua potenza e la paura che essa ispira siano divenute chiare prima ai suoi nemici che a sé stessa. Essa è ingenua, non si aspetta lotte e persecuzioni, ché ritiene tutti gli uomini esseri razionali, e si rivolge alla ragione come se fosse la loro signora assoluta. È affatto regolare che i nostri avversari (così sfrontati da definirci irrazionali e fieri di esserlo) abbiamo iniziato con misure irrazionali la lotta pratica e la rivolta contro la ragione. Tale situazione prova solo la superiorità della filosofia: il gridare contro di essa è già la vittoria. Disse una volta Voltaire: «Voi, omiciattoli investiti d'una piccola carica che vi dà una piccola autorità in un piccolo paese, voi imprecate contro la filosofia?» [Dizionario filosofico, voce: Filosofo, Sezione II]. Noi viviamo in Germania il secolo di Rousseau e di Voltaire, e «chi fra noi è abbastanza giovane da poter godere i frutti del nostro lavoro, vedrà una grande rivoluzione e un tempo in cui varrà la pena di essere nati». Pure noi possiamo ripetere queste parole di Voltaire, senza temere che la seconda volta siano meno confermate della prima volta dalla storia.
  Pure oggi i francesi sono i nostri maestri. Politicamente essi sono in vantaggio di secoli. E quante cose ne seguono! Una potente letteratura, una poesia vitale e un'arte creatrice, un'educazione e spiritualizzazione del popolo tutto, situazioni che noi cogliamo solo da lontano! Dobbiamo recuperare tempo; dobbiamo incitare la nostra superbia metafisica che non riscalda il mondo; dobbiamo imparare, lavorare giorno e notte per arrivar a viver come uomini con uomini, per esser liberi e render liberi. Ripeto: dobbiamo impadronirci del nostro tempo col nostro pensiero. Al pensatore e al poeta è dato d'anticipar il futuro e di formar un nuovo mondo di libertà e bellezza sul caos di rovina e marciume che ci circonda.
  Ante a tutto ciò, Lei, iniziato al mistero delle forze eterne che il tempo rigenererà dal suo grembo, vorrebbe disperar? Se Lei dispera della Germania, oltre a disperar di sé, Lei elide la forza della verità a cui si è votato. Pochi uomini sono così nobili da dedicarsi affatto e senza riserve a tessere la verità liberatrice, pochi sanno infondere ai loro contemporanei questo moto del cuore e della mente; ma chi ha saputo esser una volta la bocca della verità e avvincer il mondo con le note argentine della sua voce, allora ha una garanzia della vittoria della sua causa, che altri possono aver solo con un pari lavoro e un pari successo.
  Si deve finirla, lo ammetto, col nostro passato. Siamo stati battuti, e benché fu solo la forza bruta a ostacolar il cammino del pensiero e della poesia, tale brutalità sarebbe stata impossibile se non fossimo vissuti isolati nel cielo della teoria erudita, se avessimo avuto il popolo dalla nostra parte. Noi non abbiamo recato dinanzi al popolo la sua causa. Non così i francesi. Pure i loro liberatori sarebbero stati vinti, se fosse stato possibile.
  Io so che Lei ama i francesi, che sente la loro superiorità: in una causa così grande, ciò basta a una forte volontà per emularli ed eguagliarli. Che sentimento! Che beatitudine indicibile volere ciò e poterlo fare! Oh, come le invidio il suo lavoro, anzi la sua ira, poiché è il sentimento anche di ogni spirito nobile del suo popolo. Potessi anch'io cooperare! Il mio sangue e la mia vita per la sua liberazione! Mi creda, esso si ribellerà e arriverà allo splendore della storia umana. L'onta dei germani (essere i servi migliori d'ogni tirannia) non seguiterà ad esser loro vanto. Lei biasima ai tedeschi che non sono liberi, d'esser solo un popolo di privati. Ma Lei dice solo ciò che esso è: come vuole provar ciò che sarà?
  La Francia era forse un caso diverso? Eppure súbita l'intera Francia è divenuta un ente pubblico e i suoi figli uomini politici. Se il popolo depone la propria causa, allora non dobbiamo deporla noi. Tanto più questi filistei ci rinnegano e ci perseguitano; quanto più fedelmente i loro figli si daranno alla nostra causa. I loro padri cercano d'uccider la libertà: i loro figli per la libertà andranno a morir.
  Che vantaggio abbiamo sugli uomini del ‘700? Essi parlavano in un'epoca desolata; noi abbiamo vivo dinanzi agli occhi gli enormi risultati delle loro idee, noi possiamo praticamente collegarci con loro. Andiamo in Francia, mettiamo piede al di là del Reno, ed eccoci súbiti in mezzo a quei nuovi elementi, che in Germania manco sono ancora nati: la diffusione del pensiero politico in ogni strato della società; l'energia del pensiero e della parola che si esplica nelle menti eccelse solo perché in ogni palpitante parola si sente l'impulso di tutto un popolo; ecco tutto ciò che noi oggi possiamo vedere in atto. Un viaggio in Francia, un lungo soggiorno a Parigi ci sarebbe assai utile.
  La teoria tedesca ha meritato assai di precipitar dal suo cielo, come le capita ora, mentre rozzi teologhi e stolti proprietari terrieri la scrollano per le orecchie come un cane da caccia e le additano la strada da seguir. Buon per lei se la caduta la sanerà dalla sua superbia. Le gioverà se dal suo destino vorrà trarre un insegnamento: stando sulle erme vette oscure la teoria tedesca è derelitta, mentre solo nel cuore del popolo è al sicuro. Così tali oscuri castrati gridano ai filosofi: «chi si concilia il popolo, noi o voi?». Oh, che vergogna per un fatto simile! Ma pure salute e onore agli eroi, che ora combattono vittoriosamente per la causa dell'umanità.
  Qui, solo qui, inizia la lotta, e la nostra causa è così grande che noi, pochi uomini dispersi e con le mani legate, col nostro solo grido di guerra terrorizziamo le loro moltitudini. Orsù, andiamo! Ne vale la pena! Io, lo Scita, voglio scioglier i ceppi a voi, oh germani, che volete diventare i greci! Inviatemi le vostre opere! Nell'isola di Rousseau voglio stamparle e scrivere ancora una volta con lettere di fuoco nel cielo della storia: morte ai Persiani!

Arnold Ruge a Michail Bakunin. Dresda, giugno 1843

  Ricevo la Sua lettera solo ora; ma il suo contenuto non è così transitorio. Lei ha ragione: noi tedeschi siamo ancora così arretrati da dover prima crear una letteratura umana per conquistar teoricamente il mondo, onde esso abbia idee secondo cui agir. Forse potremo iniziare una pubblicazione in Francia, anzi coi francesi. Di ciò voglio parlar coi miei amici. Del resto Lei ha avuto torto a preoccuparsi tanto che io a Berlino ero così sfiduciato. Gli altri sono molto più contenti, e basta che il primo berlinese, il re, soddisfi un solo desiderio, perché un mondo pieno di tristezza sia compensato. Non creda che io disconosca tali desideri diffusi.
  Es. Il cristianesimo è tutto, per così dire. Ora esso è restaurato, lo Stato è cristiano, un vero convento, il re è molto cristiano, e gli impiegati regi sono i più cristiani di tutti. Ammetto che tale gente è pia solo perché non ne ha abbastanza di una sola servitù. Al servizio terreno di corte devono aggiungerne pure uno celeste. Nonché il loro officio, la servitù dev'esser pure la loro coscienza.
  E come i nativi americani si puniscono da sé, a frustate, per le proprie colpe, spero che pure i popoli vorranno applicar tale procedura a questi cani del cielo. Ma per ora, chi dubita che si sta bene nel regno di Dio? Certo avrei preso viva parte alla festa generale, se non sospettassi che una triste disillusione è sempre meglio di una soddisfazione delusa. Lei dirà che avrei potuto leggere con profitto l'Eulenspiegel [7], che andando in discesa era di malumore per la successiva salita; pure i berlinesi l'hanno letto e lo leggono sempre quando leggono la loro storia, ma senza profitto: restano del parere che tutte le loro arlotterie siano solo bei frizzi. Pure il loro cristianesimo li interessa solo come una spiritosaggine, come una frase geniale. È salace professar tutte le follie della superstizione indossando una tonaca sacra; è salace sentir parlar nello stile del Sacro Romano Impero (tutto «saluti e stretta di mano anzitutto»), oppure, in quest'epoca irreligiosa, sottoscrivere con la data di un qualsiasi giorno sacro e (non potendo datar pure da luoghi sacri, come S. Giovanni in Laterano o il Vaticano) è almeno piccante promulgare dal castello dell'empio Federico il Grande una Bolla per la ricostituzione delle Suore di carità o per la fondazione della Cappella di S. Adalberto.
  Ma io non voglio più rischiar d'abitar nel deserto, manco con la fantasia. Addio, Berlino! Preferisco Dresda. Là tutto è raggiunto, là si gode tutto ciò che la Prussia non può riaver, malgrado gli sforzi del suo umorismo ufficiale. I ceti, le corporazioni, le antiche leggi, il clero accanto al laicato, il prelato cattolico nella sala dei consiglieri di Stato, i calzoni corti e le calze nere pure per il clero cattolico, i divorzi con egida religiosa e la potenza del Concistoro in tali occasioni, le feste domenicali e la multa da 16 groschen a 5 talleri per chi profana la festa facendo un lavoro pesante, una società per la protezione degli animali ma nessuna per la protezione degli spazzacamini né per le persone neglette; anzi no, per esser giusti, serve ricordar quel vero cristiano che aveva in cale l'umanesimo e cercava con mezzi assai ingegnosi d'elider parte delle sevizie ai bambini poveri, e falli non per la propria incapacità, ma per l'eccellenza di ciò che già esisteva. La Sassonia reca in grembo, ringiovaniti, tutti gli splendori del passato; invero si trascura tale eldorado dell'antica giurisprudenza e teologia, questo Sacro Romano Impero in miniatura, i cui diversi offici e le cariche amministrative distrettuali si dichiareranno presto indipendenti gli uni dagli altri, e la cui Università di Lipsia è da tempo indipendente dal vano corso culturale della vasta, desolata Germania, nonché dell'Europa.
  Non dico che la nazione sassone non faccia alcun progresso. Voglio narrarLe una storia. Gli ebrei, non essendo buoni cristiani, non hanno alcuna delle libertà del resto del popolo sassone, non hanno diritti civili e non possono far questa o quella cosa che i battezzati possono fare. La terrazza Brühl era una volta il giardino Brühl. Accanto al ponte, dove ora c'è la scalinata, esso aveva una ripida muraglia, dall'altro lato era chiuso. In certi giorni la sentinella non faceva entrar alcuno, ma ai cani e agli ebrei l'accesso era proibito sempre. Un giorno arrivò la moglie di un generale con un cane in braccio e, a causa del cane, fu respinta dalla sentinella. Irritata, la signora se ne dolse col marito, e ne seguì un ordine che elideva la consegna della sentinella contro i cani. Da allora i cani talvolta entravano nel giardino Brühl; e gli ebrei? No, gli ebrei non ancora. Indi gli ebrei chiesero d'esser equiparati ai cani. Il generale era nel più grande imbarazzo. Doveva disdire il suo ordine dagli imprevisti effetti rivoluzionari? La moglie sosteneva il diritto del suo cane e dei cani delle sue amiche. Il diritto era ormai invalso e gli ebrei (il generale lo capiva bene) avrebbero gridato orribilmente se nell'800 non si fosse loro concesso un privilegio concesso ai cani, di cui pure avevano goduto fin dal Medioevo. Il generale si decise così, sulla propria responsabilità, a far acceder pure gli ebrei nel giardino Brühl, purché non fosse chiuso per la presenza della Corte. Grande fu l'indignazione, ma il generale le tenne testa. Poi vennero i russi. Nel 1813 il governatore generale russo Nikolai Grigorjevic Repnin-Wolonski non trovò alcuna Corte e pensò che non ne sarebbe tornata una, indi trasformò il giardino Brühl in terrazza Briihl, con la grande scalinata e l'odierno libero accesso. Ciò adirò ogni sassone dabbene, e se i russi non fossero stati popolari quanto i prussiani sarebbe scoppiata una rivolta. Il popolo invece ne fu entusiasta al punto da ammazzar i nobili fagiani del grande giardino e si compiacque pure del fatto che i russi avessero aperto pure agli uomini quella passeggiata prima riservata ai fagiani. Ma uno, il più dabbene di tutti i sassoni, un consigliere segreto del Principe Elettore, tuttora in vita, non ha mai perdonato ai russi la loro sconveniente e frenetica smania d'innovazioni. Egli non riconobbe la terrazza Brühl né il grande giardino: mai sale né scende la «scalinata russa»; usa sempre la legittima porticina del fu «giardino Briihl»; giammai porta con sé un cane o un ebreo; e della «fagianaia» percorre solo il viale centrale, che pure nel buon tempo antico era aperto al pubblico a piedi, eccetto nel periodo della cova.
  Certo, tale cristiano conservatore è ragionevole, e se tutti i tedeschi fossero sassoni dabbene, o se non ci fossero i russi che ogni tanto vengono a inaugurare le loro passeggiate, o i francesi che a Jena tagliano loro il codino, o infine manco i prussiani con la relativa smania di innovazioni nella testa dei loro reali pagani e cristiani, in nessun posto si vivrebbe più tranquilli che a Dresda. Invece così la nostra patria sassone, con tutta la sua pompa interna, deve sempre temere gravi sconquassi dall'esterno.
  «Il mondo è perfetto / ovunque non giunga l'uomo col suo tormento» [Schiller: La sposa di Messina, atto IV, scena VII, 2590-2591].

Ludwig Feuerbach ad Arnold Ruge. Bruckberg, giugno 1843

  Le lettere e i piani letterari che Lei mi ha comunicato mi hanno dato molto da pensare. La mia solitudine mi fa sentire il bisogno di cose simili, quindi non tralasci di scrivermi ancora. La fine degli Annali tedeschi [8] mi ricorda la fine della Polonia. Nel generale pantano di una vita nazionale corrotta, gli sforzi di pochi uomini furono vani.
  In Germania non matureranno frutti tanto presto. Tutto è già marcio fin nel terreno, in un modo o nell'altro. Servono uomini nuovi. Ma stavolta non usciranno da foreste e paludi come nelle migrazioni dei popoli: dobbiamo generarli dai nostri lombi. E il nuovo mondo deve essere trasfuso alla nuova stirpe con il pensiero e la poesia. Tutto si deve rifare dalle fondamenta. Un lavoro gigantesco di tante forze unite. Non deve restare alcun legame con l'antico regime. «Nuovo amore, nuova vita» dice Goethe; «nuove idee, nuova vita» diciamo noi.
  Non sempre la testa dà il meglio; essa è la cosa più mobile eppure più pesante. È la testa che produce il nuovo, eppure è nella testa che il vecchio resta aggrappato il più a lungo possibile. Alla testa si abbandonano con gioia mani e piedi. Così anzitutto occorre ripulir e purgar la testa. La testa è il teorico, il filosofo. Essa deve imparar a portar solo il duro giogo della pratica, in cui noi già ci troviamo immersi, e imparare a dimorare umanamente in tale mondo sulle spalle di uomini attivi. È solo una varietà del modo di vivere. Che cos'è teoria, che cos'è pratica? Qual è il loro discrimine? Teorico è ciò che è ancora solo nella mia testa, pratico è ciò che appare nelle teste di molti. Ciò che unisce molte teste fa massa, si dilata onde si fa posto nel mondo. La possibilità di crear un organo nuovo per il nuovo principio è un'attività che non può essere ancora differita.

Arnold Ruge a Karl Marx. Parigi, agosto 1843

  Il nuovo Anacarsi e il nuovo filosofo mi hanno convinto. È vero, la Polonia è crollata ma non è ancora perduta: seguita a farsi sentire dalle sue rovine. E se la Polonia volesse trarre insegnamento dalla sua sorte e gettarsi in braccio alla ragione e alla democrazia (cioè cessasse d'esser la Polonia), allora potrebbe senz'altro salvarsi. «Nuova dottrina, nuova vita», sì! Come la fede cattolica e la libertà aristocratica non salvano la Polonia, così la filosofia teologica e la scienza aristocratica non potrebbero darci la libertà. Noi non possiamo compiere il nostro passato senza romper nettamente con esso. Gli Annali sono tramontati, la filosofia di Hegel appartiene al passato. Noi vogliamo fondar qui a Parigi un organo con cui giudicare (in libertà e con schiettezza inflessibile) noi stessi e l'intera Germania. Solo ciò è una rigenerazione reale, un principio nuovo, una posizione nuova, un liberarsi dalla gretta essenza del nazionalismo e un netto contraccolpo alla brutale reazione di caotici miti popolari che col tiranno Napoleone ingoiarono pure l'umanismo della Rivoluzione. Filosofia e grettezza nazionale, come si poteva accostar le due cose, sia pure nel titolo di un giornale? Ancora una volta la Confederazione Germanica ha con ragione vietato la rinascita degli Annali tedeschi: essa ci grida «Nima restaurazione!». È ragionevole! Bisogna escogitar un che di nuovo, se vogliamo far qualcosa. Io mi occuperò dell'aspetto commerciale della cosa. Contiamo su di Lei. Mi scriva cosa ne pensa del piano del nuovo giornale, che io Le allego a questa lettera.

Karl Marx ad Arnold Ruge. Kreuznach, settembre 1843

  Che Lei sia così deciso e che dallo sguardo retrospettivo sul passato rivolga i suoi pensieri in avanti, verso una nuova impresa, mi rallegra [9]. Allora a Parigi, antico ateneo di filosofia, absit omen!, e nuova capitale del mondo nuovo. Poiché ciò che è necessario deve compiersi allora non dubito che si possano superare tutti gli ostacoli (di cui non ignoro certo il peso).
  Che l'impresa riesca o no, io comunque sarò a Parigi alla fine del mese, perché l'aria di qui rende servi e in Germania non si può svolgere una libera attività in alcun campo.
  In Germania tutto è soffocato con la violenza, regna una vera anarchia spirituale, c'è il regime della stupidità, e Zurigo è agli ordini di Berlino [10]; onde pare sempre più chiaro che serve cercar un nuovo centro raccolta per le menti invero operose e indipendenti. Sono convinto che il nostro piano riflette un bisogno reale e i bisogni reali vanno soddisfatti realmente. Io non dubito dell'impresa, purché si faccia sul serio.
  Le difficoltà interne paiono quasi maggiori degli ostacoli esterni. Infatti, se non circa la «partenza», c'è una gran confusione circa l'«arrivo». Nonché che è emersa un'anarchia generale fra i riformatori, ognuno dovrà confessare di non aver un'idea esatta di cosa serva fare. Ma proprio questo è il bello d'un nuovo indirizzo: noi non anticipiamo dogmaticamente il mondo, ma dalla critica del vecchio mondo vogliamo evincere il mondo nuovo. Finora i filosofi avevano posto sul loro leggio la soluzione di ogni enigma, e lo stolto mondo essoterico doveva solo aprir le fauci onde gli volassero in bocca le colombe arrostite della scienza assoluta. La filosofia si è mondanizzata e la prova più evidente è che la coscienza filosofica è coinvolta non solo esteriormente, bensì pure interiormente, nel tormento della lotta. Costruir il futuro e trovar una ricetta valida perennemente non è affatto nostro, ma è certo più evidente ciò che dobbiamo far nel presente: la critica radicale di tutto l'esistente. Radicale nel senso che la critica è senza riguardi, senza paura né dei suoi risultati né del conflitto coi poteri attuali.
  Perciò dissento dal piantar una bandiera dogmatica; anzi. Noi dobbiamo cercar d'aiutar i dogmatici a chiarire a sé stessi i loro princípi. Così soprattutto il comunismo è un'astrazione dogmatica: non mi riferisco a un qualsiasi comunismo presunto e possibile, bensì al comunismo realmente esistente (quale lo predicano Cabet, Dézamy, Weitling, etc.). Tale comunismo è solo una manifestazione particolare del principio umanistico, contaminato dal suo opposto, l'elemento privato. Abolizione della proprietà privata e comunismo sono due cose diverse e non a caso, bensì necessariamente, contro il comunismo sono sorte altre dottrine socialiste (come quelle di Fourier, Proudhon , etc.) proprio perché esso stesso è solo un'attuazione particolare, unilaterale, del principio socialista.
  E tutto il principio socialista è solo la parte che concerne la realtà della vera essenza umana. Altrettanto serve occuparsi dell'altra parte: l'esistenza teorica dell'uomo, cioè far oggetto della nostra critica la religione, la scienza etc. Inoltre vogliamo influir sui nostri contemporanei (specie sui tedeschi). La domanda è: come fare tutto ciò? Due fatti sono innegabili: primo la religione e secondo la politica sono gli argomenti che polarizzano gli interessi principali dei tedeschi d'oggi. Serve rifarsi ad essi così come sono, e non contrapporre loro un sistema qualsiasi, come ad esempio il Voyage en Icarie [11].
  La ragione è sempre esistita, ma non sempre in forma razionale. Il critico può così rifarsi a qualsiasi forma della coscienza teorica e pratica, e dalle forme proprie della realtà esistente sviluppar la vera realtà come loro dover esser e loro scopo finale. Quanto alla vita reale, è proprio lo Stato politico (benché ancora non realizzi consapevolmente istanze socialiste) ad aver le istanze della ragione in tutte le sue forme moderne. Né si ferma qui. Lo Stato presuppone ovunque la ragione come realizzata. Ma così esso incorre nella contraddizione fra il suo destino ideale e le sue premesse reali.
  Perciò da tale conflitto dello Stato politico con sé stesso è sempre sviluppabile la verità sociale. Come la religione è l'indice delle battaglie teoretiche degli uomini, lo Stato politico lo è delle loro battaglie pratiche. Così lo Stato politico esprime all'interno della sua forma (sub specie rei publicae) tutte le lotte, i bisogni, le verità sociali. Indi è falso che non è all'altezza dei principi far oggetto di critica il problema politico più particolare (come la differenza fra sistema cetuale e sistema rappresentativo). Infatti tale problema esplica solo in modo politico la differenza fra dominio dell'uomo e dominio della proprietà privata. Il critico così, oltre a potere, deve affrontar i problemi politici (che secondo i socialisti volgari non meritano attenzione). Esibendo i vantaggi del sistema rappresentativo sul sistema cetuale, il critico interessa praticamente un grande partito. Elevando il sistema rappresentativo dalla sua forma politica a una forma generale e esibendone la vera importanza della sua essenza, egli obbliga tale partito a superare sé stesso, poiché la sua vittoria è pure la sua rovina.
  Così nulla ci impedisce di collegar la nostra critica alla critica politica, alla partecipazione politica, cioè alle lotte reali, e d'identificarla con esse. Allora non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio «qui è la verità, inginocchiati!»; bensì esibiremo al mondo nuovi principi tratti dai principi del mondo. Anziché dirgli: «Cessa le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d'ordine della lotta», gli esibiremo solo perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è ciò che deve far proprio, benché nolente.
  La riforma della coscienza è solo render il mondo consapevole di sé, destarlo dal sognar sé stesso, lo spiegargli le proprie azioni. Come per la critica della religione di Feuerbach, il nostro scopo è solo ridurre alla forma umana autocosciente tutte le questioni religiose e politiche.
  Indi il nostro motto sarà: riforma della coscienza, non mercé dogmi, bensì mercé l'analisi della coscienza mistica, oscura a sé stessa, in qualunque modo si presenti (religioso o politico). Così si vedrà che da tempo il mondo sogna una cosa, di cui deve solo aver la coscienza per averla realmente. Si vedrà che non si tratta di tracciare una linea fra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato. Si vedrà infine come l'umanità non inizi un lavoro nuovo, bensì attui consapevolmente il suo antico lavoro.
  Indi si può riassumer la tendenza del nostro giornale in una parola: autochiarificazione del nostro tempo, filosofia critica delle sue lotte e dei suoi desideri. Ciò è un lavoro per il mondo e per noi. Esso può esser svolto solo da un'unione di forze. Si tratta d'una confessione e null'altro.
  Per farsi perdonare le sue colpe, l'umanità deve solo dichiararle per ciò che esse sono.



Note

1. Nel 1819 a Karlsbad (città termale oggi chiamata Karlovy Vary) un convegno di ministri della Confederazione Germanica prese decisioni contro il movimento liberale.

2. A Lipsia (ottobre 1813) e a Bellealliance (giugno 1815) i prussiani sconfissero gli eserciti napoleonici.

3. Heinrich Mathias Zöpfl [1807-1877] fu un giurista conservatore tedesco.

4. Il Berliner politisches Wochenblatt fu un settimanale edito a Berlino con l'appoggio di Federico Guglielmo IV (principe ereditario, poi re di Russia dal 1840).

5. Marx chiama ironicamente i prussiani Vorderrussen (russi anteriori) e i russi Hinterrussen (russi ulteriori).

6. Nel 1765, Rousseau soggiornò al Lago di Bienne, presso Berna (perché perseguitato dopo la pubblicazione del Contratto sociale e dell'Emilio).

7. Till Eulenspiegel [XIII-XIV sec.] fu un eroe popolare tedesco-olandese. Sulla sua vita ci sono numerose storie scritte.

8. Gli Annali tedeschi per la letteratura e l'arte furono pubblicati da Arnold Ruge a Dresda dal 1° luglio 1841. Nel gennaio 1843 furono vietati dal governo sassone, poi dal parlamento confederale.

9. Marx si riferisce all'allegato piano di edizione degli Annali franco-tedeschi del Ruge.

10. A Zurigo, nel 1843, il giurista Johann Kaspar Bluntschli [1808-1881] impose persecuzioni contro Wilhelm Weitling [1808-71] e gli artigiani comunisti, e il sequestro delle opere appena stampate dalla casa editrice Literarisches Comptoir: Il cristianesimo scoperto (di Bruno Bauer); Ventun fogli dalla Svizzera (di Georg Herwegh).

11. Charles Fourier [1772-1837]; Pierre-Joseph Proudhon [1809-1865].




Ultima modifica 26.11.2017