[Archivio Marx-Engels]

La situazione in Inghilterra. Articolo 1. Passato e presente di Thomas Carlyle, Londra 1843i

Friedrich Engels (1844)

 


Pubblicato nel 1844 negli Annali franco-tedeschi.
Versione di Leonardo M. Battisti, trascritta da Giacomo Danielevic, novembre 2017


 


Fra i grossi libri e i sottili opuscoli usciti l'anno scorso in Inghilterra ad allietar o edificar il “mondo colto”, Passato e presente è l'unico degno d'esser letto. Tutti i romanzi in più tomi (ricchi di peripezie tristi o liete) tutti i commentari d'edificazione e di meditazione, dotti e popolari, sulla Bibbia (romanzi e libri d'edificazione sono la merce più in voga della letteratura inglese) potete tranquillamente negligerli. Forse troverete certi libri di geologia o d'economia, di storia o di matematica che hanno un granello di novità; ma sono cose che si studiano, non che si leggono, arida letteratura specialistica, sterile tassonomia da erbari di piante dalle radici da tempo divelte dal terreno umano universale da cui traevano nutrimento. Cercate pure, il libro di Carlyle è l'unico che tocchi corde umane, che rappresenti rapporti umani e segua la traccia d'un'umana concezione.

È notevole come le classi sociali elevate (che l'inglese chiama: respectable people; the better sort of people;iietc.) siano in Inghilterra spiritualmente decadute e svigorite. Ogni energia, ogni attività, ogni contenuto è sparito; la nobiltà terriera va a caccia, la nobiltà finanziaria scrive libri mastri e, al più, spreca tempo con una letteratura non meno vana e futile. I pregiudizi politici e religiosi passano di generazione in generazione; oggi si riceve tutto già fatto, non serve arrovellarsi sui princìpi come ieri: già nella culla si ricevono i princìpi bell'e pronti, e non sai donde vengano. Cosa altro serve? Si è fruita una buona educazione (cioè si è stati tormentati a scuola coi greci e i romani senza frutto) e per il resto si è “rispettabili” (cioè si hanno migliaia di sterline e ci si deve curar solo di trovarsi una moglie se ancora non se ne ha una).

Donde potrebbe quel fantasma che la gente chiama “spirito” venir in una vita simile? E se venisse, chi mai gli darebbe ospitalità? Lì tutto è esattamente fissato e misurato come in Cina: guai a varcar i limiti angusti; tre volte guai a violare un antico e venerabile pregiudizio; nove volte guai se tale pregiudizio è religioso. Per ogni domanda ci sono solo due risposte: una whig e una tory. Tali risposte sono state da tempo date dai maestri di cerimonia di ambi i partiti; non c'è bisogno di riflettere o di complicare, tutto è bell'e pronto, l'ha detto Dicky Cobden o Lord John Russell, e ha detto così Bobby Peel o il Duca per eccellenza Wellington,iiie così resta.

A voi buoni tedeschi tocca sentir ogni anno dai giornalisti e dai rappresentanti del popolo liberali che gli inglesi sono gente notevole e uomini indipendenti mercé le loro libere istituzioni: da lontano così pare. I dibattiti delle due Camere del Parlamento, la libera stampa, le tempestose assemblee popolari, le elezioni, le giurie impressionano il timido animo di Michel,ivche stupito stima oro colato quell'apparenza. Ma, alla fine, il punto di vista del giornalista e del rappresentante del popolo liberali è troppo limitato per assicurare una visione ampia sullo sviluppo dell'umanità oppure solo di una nazione. La Costituzione inglese a suo tempo è stata abbastanza buona e ha fatto pure del bene; anzi, dal 1828 ha iniziato la sua azione migliore: l'autodistruzione.vMa non ha fatto ciò che dice il liberale. La Costituzione inglese non ha reso gli inglesi uomini indipendenti. Gli inglesi (cioè gli inglesi colti), stimati nel continente metro del carattere nazionale, sono i più spregevoli schiavi che vivono sotto il sole. Solo la parte della nazione inglese ignota nel continente (gli operai, i paria dell'Inghilterra, i poveri) sono i soli rispettabili, malgrado ogni loro rozzezza e demoralizzazione. In essi sta la salvezza dell'Inghilterra, in essi c'è ancora una materia educabile; essi non hanno cultura ma manco pregiudizi, hanno ancora forze da spendere per una grande impresa nazionale: gli operai hanno ancora un futuro. L'aristocrazia (che oggi include pure le classi medie) si è esaurita; il contenuto di pensiero che poteva offrire è stato affatto consumato e attuato, e il suo regno si avvia a grandi passi verso la fine. L'opera sua è la Costituzione, e l'estrema conseguenza di tale opera fu di avvolgere i suoi creatori in una rete di istituzioni da impedire qualsiasi libero movimento spirituale. Il dominio del pregiudizio pubblico è ovunque la conseguenza prima delle cosiddette libere istituzioni politiche e nel paese politicamente più libero d'Europa (Inghilterra), tale dominio è più forte che altrove (eccetto il Nord America, dove con la legge di Lynchviil pregiudizio pubblico è stato legalmente riconosciuto come un potere nello Stato). L'inglese striscia di fronte al pregiudizio pubblico, gli si sacrifica ogni giorno, e più è liberale più umilmente striscia nella polvere ante questo suo idolo. Ma nei “circoli colti” il pregiudizio pubblico è tory o whig, raramente radicale (e già in quest'ultimo caso è visto con sospetto). Ite fra inglesi colti a dichiararvi cartista o democratico: si dubiterà della sanità del vostro senno evitando la vostra compagnia. O a dichiarar di non creder nella divinità di Cristo: sarete traditi e venduti. O a dichiararvi ateo: il giorno dopo si fingerà di non conoscervi. E se l'indipendente inglese iniziasse a pensar realmente (evento assai raro) e a scuotere i ceppi del pregiudizio succhiato con il latte materno, comunque non avrà il coraggio di esprimere liberamente le sue convinzioni, fingendo ante l'opinione pubblica di aver opinioni almeno tollerate, pago di poter a volte parlare liberamente a quattr'occhi con chi la pensa come lui.

Così le classi colte in Inghilterra sono negate a ogni progresso e solo la spinta delle classi operaie riesce talvolta a muoverle. Non c'è da aspettarsi un diverso quotidiano pane letterario di tale cultura senile. Tutta la letteratura in voga si aggira in un circolo eterno ed è altrettanto noiosa e sterile che la società in voga apatica ed esangue.

Allorché la Vita di Gesú di Strauss e la sua fama varcarono la Manica, nima persona dabbene osò tradurlo, niun editore stimato osò stamparlo. Infine lo tradusse un lecturer socialista (termine agitatorio intraducibile in tedesco), cioè un uomo di professione meno in voga al mondo; e un oscuro editore socialista lo pubblicò in fascicoli a un penny l'uno; e i lavoratori di Manchester, Birmingham e Londra furono l'unico pubblico di Strauss in Inghilterra.vii

Se poi uno dei due partiti in cui è scissa la classe colta degli inglesi fosse da sceglier, meglio i tories. Nella situazione sociale inglese, il whig è troppo pertinace per preferirlo; l'industria, nucleo della società inglese, è nelle sue mani e lo arricchisce; egli la ritiene senza macchia, stimandone l'espansione come l'unico fine di ogni legislazione, avendogli dato la ricchezza e il potere. Invece il tory, il cui potere e sovranità sono stati rotti dall'industria, odia l'industria, e la considera semmai un male necessario. Perciò si formò la sezione di tories filantropi, diretta da Lord Ashley, Ferrand, Walter, Oastler,viiietc., col dovere di difender gli operai delle fabbriche contro gli industriali. Pure Thomas Carlyle è di origine tory, a cui resta più vicino che ai whigs: mai un libro di un whig conterrà metà dell'umanità di Passato e presente.

Thomas Carlyle è noto in Germania pei suoi sforzi di far conoscere agli inglesi la letteratura tedesca. Da tanti anni si occupa soprattutto della situazione sociale inglese (unico uomo colto del suo paese che lo faccia). Già nel 1838 scrisse un'operetta: Cartismo. In quel tempo i whigs erano al governo e proclamavano con grande solennità che lo spettro del Cartismo, nato intorno al 1835, era annientato. Il Cartismo era il seguito naturale dell'antico radicalismo, placato per alcuni anni dal Reform bill,ixe redito dal 1835-36 con nuova forza e in ranghi più stretti di prima. I whigs credettero d'aver disfatto tale Cartismo, dando a Thomas Carlyle l'occasione di studiar le cause reali del Cartismo e l'impossibilità di eliderlo senza elider tali cause. In Cartismo c'è lo stesso punto di vista di Passato e presente, ma con una più forte coloritura tory, forse perché col partito whigs al governo, erano più esposti alla critica. Comunque Passato e presente ha ogni contenuto del più piccolo Cartismo, ma è più chiaro ed ampio, e con una maggiore esplicazione delle conseguenze, onde è vano criticare Cartismo.

Passato e presente confronta l'Inghilterra del XII sec. e del XIX sec.; e consta di 4 parti, intitolate: Proemio; Il monaco dell'antichità; Il lavoratore dell'epoca moderna; Oroscopo. Studiamo per ordine tali parti. Non resisto alla tentazione di tradurre i passi più belli, nonché troppo belli, del libro. La critica penserà a sé stessa.

Il primo capitolo del Proemio si intitola: Mida.

«La situazione inglese passa a ragione per una delle più minacciose e, in generale, delle più singolari che mai si siano viste al mondo. L'Inghilterra è piena d'ogni tipo di ricchezza, eppure l'Inghilterra muore di fame. Con lo stesso rigoglio il suolo inglese verdeggia e fiorisce, ondeggiante di spighe dorate, fittamente ricoperto d'officine, con attrezzature d'ogni tipo, con 15 milioni d'operai che dovrebbero essere i più forti, i più abili e volenterosi che mai la nostra terra abbia avuto; tali uomini sono ivi; il lavoro che essi hanno fatto, i frutti da essi prodotti sono ivi sovrabbondanti, ovunque in gran copia. Eppur un nefasto incanto di un mago s'è levato e recita: “non toccate questo frutto, voi lavoratori, voi signori che lavorate, voi signori in ozio; nimo deve toccarlo, nimo deve goderlo. Questo è un frutto stregato!”».

Tale comando vale anzitutto pei lavoratori. Nel 1842 l'Inghilterra e il Galles contavano 1.430.000 poveri, di cui 222.000 reclusi in case di lavoro (Bastiglie della legge sui poveri, le chiama il popolo). Grazie all'umanità dei whigs, la Scozia non ha una legge sui poveri, ma ha masse di poveri. L'Irlanda, per inciso, può vantare la cifra mostruosa di 2.300.000 poveri.

«Ante le Assise di Stockport (Cheshire) un padre e una madre furono accusati e trovati colpevoli d'aver avvelenato tre dei loro figli per frodare ad una società di sepoltura tre sterline e otto scellini (pagabili alla morte d'ogni figlio); e le autorità competenti fanno capir che il caso non è isolato e che forse è meglio non indagar troppo a fondo. Tali esempi somigliano a una cima montana erta all'orizzonte con sotto altipiani e valli invisibili. Una madre e un padre con umanità parlano fra loro: “Cosa si deve far per non morir di fame? Siamo qui nel profondo della nostra buia cantina e i soccorsi sono lontani”. Ah, nella torre della fame di Ugolino avvengono cose gravi, il molto amato figlioletto Gaddo è morto ai piedi del padre! I genitori di Stockport riflettono e dicono: “Il nostro povero piccolo affamato Tom piange tutto il giorno perché vuole pane; in questo mondo vedrà solo il male e mai il bene; e se lui smettesse di soffrire e noi potessimo restare in vita?”. Pensato, detto, fatto. “E dopo che Tom è morto e tutto è stato speso e consumato, di chi è il turno? Del povero piccolo affamato Jack o del povero piccolo affamato Will?”. Che razza di ragionamento mezzi-fini è questo! Nelle città assediate, nell'estrema rovina di Gerusalemme incorsa nell'ira del Signore (Deuteronomio 28, 53), era stato profetato: le madri delle infelici donne hanno apprestato a sé stesse per cibo i loro propri figli. La più fosca fantasia degli ebrei immaginò ciò come la massima miseria: questo toccava l'uomo degradato e maledetto da Dio. E noi siamo giunti a questo qui nella ricchissima Inghilterra moderna? Come ciò può avvenir? Donde e perché è così?».

Ciò capitava nel 1841. Io posso aggiunger che cinque mesi fa fu impiccata a Liverpool Betty Eules di Bolton, che per gli stessi motivi avvelenò tre figli suoi e due figliastri.

Ciò vale pei poveri. E pei ricchi?

«Questa industria vittoriosa con la sua gonfia ricchezza finora non ha arricchito alcuno; è una ricchezza stregata che non appartiene ad alcuno. Si può spender mille ove prima si spendeva cento, ma senza acquistar alcunché di utile. Uno mangia leccornie, beve vini pregiati, ma ciò è un segno di benessere? È forse più bello, più buono, più forte, più coraggioso, cioè più felice?»

è più felice il lavoratore né l'ozioso nobile proprietario terriero.

«Per chi è allora tale ricchezza dell'Inghilterra? Chi beneficia, chi rende più felice, più bello, più savio, più buono? Nimo finora. Finora la nostra industria vittoriosa non ha avuto alcun successo; il popolo muore di fame in mezzo a una doviziosa abbondanza; fra mura dorate e granai colmi nessuno si sente sicuro e soddisfatto. Mida agognava l'oro e bestemmiò l'Olimpo. Ottenne l'oro, onde tutto ciò che toccava diveniva oro ma ciò gli nocque. Mida aveva spregiato la musica celeste. Mida aveva offeso Apollo e gli dèi, e gli dèi esaudirono il suo desiderio aggiungendo un paio di orecchie d'asino, una buona appendice. Quanta verità c'è in tale antica favola!».

Il secondo capitolo del Proemio si intitola: Sfinge.

«Quanta verità c'è nell'altra antica favola della Sfinge; la natura è la Sfinge: una dea, ma non del tutto liberata bensì ancora in parte immersa nell'animalità e nell'incompletezza di spirito; un lato di saggezza e ordine e un lato d'oscurità, selvatichezza, fato necessario».

La Sfinge-natura (misticismo tedesco dicono gli inglesi quando leggono questo capitolo) ha una domanda per ogni uomo e per ogni tempo: felice colui che sa risponderle. Chi non risponde o lo fa sbagliando, si congiunge alla parte bestiale e selvaggia della Sfinge: anziché la bella sposa trova una leonessa feroce. E ciò capita pure alle nazioni: come gli individui infelici, pure tutti i popoli infelici hanno sbagliato la risposta all'enigma del destino, hanno preso l'apparenza per la verità, hanno rinunciato all'essenza immutabile dell'universo per appigliarsi ai fenomeni esterni e transitori; ciò ha fatto anche l'Inghilterra. Più oltre Carlyle dice: la sua situazione odierna segue d'uopo dalla caduta dell'Inghilterra in mano all'ateismo. Di ciò diremo poi, per ora solo una bada: Carlyle avrebbe potuto sviluppar di più la similitudine della Sfinge, se va accolta nel suo senso panteistico-vecchio schellinghiano: la risposta dell'enigma oggi è la stessa della leggenda: l'uomo, ed è la soluzione nel suo senso più ampio. Ma pure di ciò diremo poi.

Il terzo capitolo del Proemio si intitola: Rivolta di Manchesterx(agosto del 1842).

«Un milione di operai affamati insorsero, si riversarono nelle strade e ci rimasero. Che altro dovevano far? Le ingiustizie e le accuse loro erano amare, intollerabili; invece il loro furore era giustificato. Ma chi causa tali accuse, chi vuole rimediarvi? Non si sa chi o cosa sono i propri nemici né dove sono i propri amici. Come si può attaccar o uccider o lasciarsi uccider da uno? Oh se tale maledetto incubo che invisibile opprime la vita nostra e dei nostri simili comparisse, se assumesse la forma d'una tigre sircana, di Behemoth del caos, o di Satana in persona; in una qualsiasi figura avvertibile!».

Ma fu appunto questa la sventura dei lavoratori nella sommossa estiva del 1842: non saper contro chi dover lottar. Il loro era un male sociale, e i mali sociali non si possono abolire come si aboliscono la monarchia e i privilegi. I mali sociali non possono essere curati attraverso le Carte del popolo,xie il popolo lo sentiva; altrimenti, la Carta del popolo sarebbe oggi la legge fondamentale dell'Inghilterra. I mali sociali vanno studiati e conosciuti, e la massa dei lavoratori finora non l'ha fatto. Risultato della rivolta fu fare udir a ogni mente pensante in Inghilterra la questione vitale dell'Inghilterra, la questione della sorte definitiva della classe operaia, come dice Carlyle. Oggi l'Inghilterra non può evitar la questione: o risponde o perisce.

Tralascio il capitolo finale del Proemio e tutta la sezione successiva, e passo subito la terza sezione (Lavoratori dell'epoca moderni) ché completa la descrizione della situazione inglese iniziata nel Proemio.

Seguita Carlyle: la religiosità del medioevo è stata elisa per nulla.

«Abbiamo scordato Dio, abbiamo chiuso i nostri occhi all'essenza eterna delle cose e li abbiamo tenuti aperti alla loro apparenza decettiva; ci tranquillizziamo dicendo che questo universo è internamente un grande e incomprensibile enigma, ma esteriormente è un grande recinto e una casa di lavoro, con gigantesche cucine e tavole da pranzo coi posti riservati ai saggi: ogni verità di tale universo è incerta ma l'uomo pratico trova comprensibili il guadagno, il piacere, il nutrimento, il plauso. Senza più un Dio, vige la legge della maggior felicità possibile (un intrigo parlamentare). Il cielo è divenuto un orologio astronomico, un safari per il telescopio di Herschelxiiove si cacciano risultati scientifici e sentimenti nel linguaggio nostro e del vecchio Ben Jonson:xiii l'uomo ha perso la sua anima e inizia solo ora ad accorgersi di tale perdita. Ecco il nucleo del generale cancro sociale. Non c'è religione, non c'è Dio, l'uomo senza anima in decomposizione cerca di fermarla. Invano. Inutili sono le decapitazioni di re, la Rivoluzione francese, di Reform Bills, le insurrezioni di Manchester. La putrida lebbra arrestata per un momento ritorna subito dopo più forte e disperante».

Ma poiché il posto dell'antica religione non poteva restar vuoto, è stato occupato da un nuovo Vangelo tale da corrispondere alla nullità e alla superficialità dell'epoca: il Vangelo di Mammona. Il cielo cristiano è stato abbandonato come dubbio e l'inferno cristiano come insensato in cambio di un nuovo inferno; l'inferno dell'Inghilterra moderna è saper di «non farsi strada, di non guadagnar denaro!».

«Invero il nostro Vangelo di Mammona implica conclusioni ben strane! La chiamiamo società, eppure istituiamo ovunque la separazione e l'isolamento più totali. La nostra vita non è un aiuto reciproco, bensì una reciproca ostilità con determinate leggi di guerra (es.: concorrenza razionale; ...). Si è scordato affatto che il mero pagamento non è l'unico legame fra uomo e uomo. Dice il ricco industriale: “I miei operai hanno fame? Ma io li ho forse affittati sul mercato, legalmente e giustamente; io ho pagato loro quanto dovevo fino all'ultimo; io con loro non ho altro da spartire”. Invero la fede in Mammona è triste».

«Una povera vedova irlandese a Edinburgo chiese aiuto a un'istituzione benefica per sé e per i suoi tre figli. Fu respinta da tutti gli istituti, le forze e il coraggio l'abbandonarono; si ammalò di tifo, morì e contagiò tutto il suo vicolo, onde morirono altre diciassette persone. Tale storia è narrata dall'umano medico Dr. W. P. Alisonxiv che si chiede: non sarebbe stato più economico aiutare questa donna? Ammalandosi, essa fece morire altre diciassette persone! È notevole. La derelitta vedova irlandese si rivolse ai suoi simili: “Vedete, muoio inope; dovete aiutarmi come vostra sorella, carne della vostra carne, un solo Dio ci creò”. Ma essi risposero: “Impossibile! Tu non sei una nostra sorella”. Ma lei provò la parentela: la sua malattia li uccise. Erano suoi fratelli benché lo negassero. Quale prova è più di ciò?».

Bada. Carlyle e Alison qui sbagliano. I ricchi non hanno alcuna compassione, alcun interesse per la morte dei «diciassette». Ecco il ragionamento dei ricchi malthusiani inglesi: «È una pubblica fortuna aver ridotto l'eccedente popolazione di diciassette unità. Fossero stati qualche milione anziché quei pochi “diciassette” sarebbe stato ancor meglio».

E di peggio c'è il Vangelo del dilettantismo, che ha creato un governo impotente, che ha tolto agli uomini ogni consistenza spingendoli ad apparire come non sono: la ricerca della “felicità” (cioè bere e mangiare bene) ha posto sul trono la crassa materia distruggendo ogni contenuto spirituale. Che cosa può seguire da tutto ciò?

«E che dovremmo dire a un governo come il nostro, che osa accusar i suoi lavoratori di “sovrapproduzione”? Sovrapproduzione, ecco il punto! Tutti voi produttori avete prodotto troppo! Vi accusiamo d'aver fabbricato più di 200.000 camicie per vestir gli ignudi. Pure i pantaloni che fabbricate dal velluto di cotone, dal cashemir, dal plaid scozzese, dal nanchino e dalla lana sono troppi! Fabbricate cartelli e scarpe, sedie per sedersi e cucchiai per mangiare nonché orologi d'oro, gioielli, posate d'argento, cassettoni, chiffonières e divani imbottiti: o cielo, tutti i bazar commerciali e gli Howel & James non possono stipar i vostri prodotti; voi avete prodotto, prodotto, prodotto. Chi voglia accusar si guardi attorno: milioni di camicie e di pantaloni vuoti pendono lì a testimonianza contro di voi. Noi vi accusiamo di sovrapproduzione; siete colpevoli del grave delitto d'aver prodotto in terrificante eccesso camicie, pantaloni, cappelli e scarpe... E perciò ora c'è una crisi, e i vostri lavoratori devono morir di fame».

«Miei Lords e Gentlemen, di che accusate quei poveri lavoratori? Eravate voi preposti a impedir che si verificassero delle crisi. Voi dovevate sorvegliare che la ripartizione del salario per il lavoro compiuto fosse ordinata, che niun lavoratore restasse senza il suo salario, sia in moneta liquida sia in capestro di canapa. Era vostro officio da tempo immemorabile. Questi poveri filatori hanno dimenticato tanto di ciò cui avrebbero dovuto rifletter secondo l'interna legge non scritta della loro posizione, ma quale legge scritta della loro posizione hanno dimenticato? Erano stati adibiti a fabbricare camicie. La comunità ordinò loro camice. Ecco camice. Troppe camicie? Una follia in questo mondo coi suoi novecento milioni di corpi nudi! Ma, miei Lords e Gentleman, a voi la società ordinava di garantir che tali camicie fossero ben ripartite. E dov'è tale distribuzione? Due milioni di lavoratori senza abiti o con abiti miseri sono nelle Bastiglie della legge sui poveri,xvaltri cinque milioni sono in cantine degne della fame di Ugolino; e per rimediare a tutto ciò, voi dite: accresceteci le rendite! Voi dite trionfanti: “Volete fare accuse, volete imputarci la sovrapproduzione? Chiamiamo il cielo e la terra testimoni che noi non abbiamo prodotto proprio nulla. In tutto il creato non c'è una sola camicia fatta da noi. Noi siamo senza colpa per la produzione; anzi, o ingrati, quali montagne di cose non abbiamo dovuto 'consumare'! Forse che tali montagne non sono sparite dinanzi a noi, come se avessimo stomaci di struzzo e una divina capacità di consumo? O ingrati! Essendo cresciuti all'ombra delle nostre ali, sorgendo le vostre fede fabbriche sul nostro terreno, allora perché non dovremmo vendervi il nostro grano al prezzo che ci pare? Cosa pensate sarebbe di voi se noi proprietari del suolo d'Inghilterra decidessimo di non far più crescer il grano?».

Tale mentalità dell'aristocrazia, tale barbara domanda (cosa sarebbe di voi se non fossimo disposti a far crescer il grano?) ha prodotto le «folli e indegne leggi granarie»; leggi granarie sì pazze da non poter addurre contro di esse altri argomenti se non che «indurrebbero al pianto un angelo in cielo e pure un asino sulla terra». Le leggi granarie provano che l'aristocrazia non ha ancora imparato a non causare sciagure, a starsene tranquilla, a non far proprio nulla (specie a non far del bene); eppure, per Carlyle, avrebbe invece il dovere di fare.

«L'aristocrazia è nella posizione di dover guidare e reggere l'Inghilterra. Ad essa ogni lavoratore nella casa di lavoro ha il diritto di chiedere: “Perché sono qui?”. Domanda che se trascurata sarà udita in cielo, e si farà udir pure sulla terra. La sua accusa è contro di voi, miei Lords e Gentlemen; voi siete i primi da accusare; per la posizione che avete, siete i primi a dover rispondere! Il destino dell'aristocrazia oziosa è (secondo l'oroscopo leggibile nelle leggi granarie e altrove) un abisso che riempie l'animo di disperazione. Sì, miei rubicondi fratelli dediti alla caccia alla volpe, coi vostri volti freschi e amabili, con la vostra maggioranza sulle leggi granarie, sliding-scales,xvidazi protettivi, brogli elettorali e fuochi di trionfo nel Kent: date un'occhiata ai paurosi quadri del crollo, troppo paurosi a dirsi, un manoscritto Mene Mene.xviiOddio, l'oziosa aristocrazia francese (appena mezzo secolo fa) diceva come voi: “Noi non possiamo esister, non possiamo seguitar a vestirci ed esibirci come esige il nostro ceto; la nostra rendita fondiaria non basta più, dobbiamo aver di più con l'esenzione dalle tasse e una legge granaria che aumenti la nostra rendita fondiaria”. Ciò capitò nel 1789. Quattro anni dopo... mai sentito parlare della conceria di Meudon, dove gli ignudi si confezionavano abiti di pelle umana? Possa il cielo misericordioso allontanare questo presagio; possiamo essere noi più saggi per una sorte meno peggiore!».

E l'aristocrazia che lavora si incastra nella rete dell'aristocrazia che ozia, e col suo «mammonismo» si riduce anch'essa a mal partito.

«Pare che la gente del continente esporti le nostre macchine, tessa il cotone e fabbrichi da sola, cacciandoci da un mercato dopo l'altro. Tristi notizie e manco sono le peggiori. La cosa più triste che ho sentito dire è che dovremmo vedere dipendere la nostra esistenza nazionale dalla nostra capacità di vendere i tessuti di cotone un soldo al metro in meno di tutti gli altri popoli. Assai precaria tale condizione per una grande nazione! Condizione che parmi insoddisfacibile pur abolendo le leggi granarie. Una grande nazione non può stare in equilibrio sulla cima di una piramide sollevandosi sempre più sull'alluce. Insomma, il Vangelo di Mammona col suo inferno di: mancato guadagno, domanda e offerta, concorrenza, libertà di commercio, “laissez faire e lasciate andare al diavolo”,xviii va divenendo per gradi il peggior Vangelo predicato sulla terra. Abolir domani le leggi granarie non porterebbe alla fine ben di farebbe posto a imprese di ogni specie. Senza le leggi granarie, col commercio libero, certo l'attuale paralisi dell'industria sparirebbe. Avremmo una ripresa di imprese commerciali, di vittorie e di fioritura; si allenterebbe il nodo scorsoio della carestia intorno al nostro collo, avremmo spazio per respirar e tempo per rifletter e per pentirci, tempo prezioso il triplo per lottare come per la nostra vita, per riformare i nostri metodi malvagi, alleviare il nostro popolo, educarlo, governarlo; dargli un po' di nutrimento spirituale, una vera guida e un governo. Questo tempo è vitale. Infatti un nuovo periodo di fioritura ottenuto col vecchio metodo della “concorrenza e il diavolo si porti tutto il resto” dovrà d'uopo di mostrarsi solo un parossismo, forse l'ultimo letale. Infatti se in vent'anni la nostra industria raddoppiasse, allora insieme raddoppierebbe pure la nostra popolazione; ripassando dal via raddoppiati di numero e decuplicati di rabbia. Ahimè, vagando nel corso del tempo siamo finiti dove gli uomini si aggirano come cadaveri galvanizzati, con occhi vacui e fissi, senz'anima, solo aventi una febbrile capacità industriale e uno stomaco per digerire! La fame disperata nelle fabbriche di cotone, nelle miniere di carbone e tra i salariati agricoli di Chandosse in questi giorni è penosa a vedersi, ma più penoso per un pensatore è veder tale brutale e sacrilega filosofia del guadagno e della perdita e tale saggezza di vita udibile ovunque (nelle sedute del Senato; nei dibattiti dei circoli; negli articoli di fondo; da pulpiti e tribune) come il Vangelo definitivo e il degno empireo della vita umana! Oso creder che mai dall'inizio della società la sorte delle masse operaie sfinite sia mai stata così intollerabile come oggi. Né la morte né la fame rendono l'uomo misero (tutti dobbiamo morir e per tutti l'ultimo trapasso è nel carro di fuoco del dolore) ma essere misero senza sapere il perché, lavorare fino allo sfinimento per nulla e poi nulla logorandosi il cuore, eppure essere isolati, orfani, stretti da un gelido e universale laissez faire, morire lentamente per tutta la vita, murati in una sorda, muta e infinita ingiustizia come nel ventre maledetto del toro di Falaride. Ciò è e resta intollerabile in eterno per tutti gli uomini creati da Dio. E ci stupiamo di una Rivoluzione francese, di una “grande settimana",xixdi un Cartismo inglese? Invero i nostri tempi sono ineguagliabili».

In tempi così unici, un'aristocrazia incapace di diriger la cosa pubblica è rimossa! Donde la democrazia.

«Chi voglia aprir gli occhi su un qualsiasi campo dei rapporti umani può veder quanto la democrazia si sia diffusa e si diffonda sempre più velocemente e sospetta. Dal tuono delle battaglie napoleoniche al brusio d'una pubblica riunione comunale a St. Mary Axe, tutto dice democrazia».

Ma cosa è la democrazia?

«L'assenza di capi capaci di guidar e la rassegnazione a tale assistenza, il tentativo di farcela senza capi. Nimo ti opprime, il libero e indipendente elettore, ma non lo fa un boccale di birra? Non un figlio di Adamo ti comanda di venire o di andare, bensì questo assurdo boccale, greve liquore (Heavy-wet)! Anziché di Cedric il Sassonexxsei il servo delle tue voglie animali, e parli di libertà? Perfetto cretino! Che la libertà sia votare e poi dire “così pure io ho un ventimillesimo turno nel ciarlatoio nazionale; non mi saranno fausti tutti gli déi?” è una delle idee più lepide del mondo. Inoltre la libertà dell'isolamento reciproco (che si attuata con la riduzione dei rapporti umani solo a rapporti di denaro e i libri mastri) è libertà di morire di fame per milioni di lavoratori, libertà di imputridire per miriadi di fannulloni. Fratelli, dopo secoli di governo costituzionale, non sappiamo ancora cosa sia libertà e che cosa sia schiavitù. Ma la democrazia sarà attuata, le masse di lavoratori (nel loro bisogno di vita, nel loro istintivo e appassionato anelare a una guida) rigetteranno la falsa guida e per un istante spereranno che la non-guida sia bastevole. Capisco rigettar l'oppressione delle vostre false autorità; ma fatto ciò resta insoluto il grande problema: trovar la guida di vere autorità. “La guida, qual è oggi, è messa male”. L'ultimo Comitato parlamentare sulla corruzione, l'opinione delle migliori teste pratiche, par esser che la corruzione sia inevitabile e che bene o male c'è da cavarsela senza elezioni oneste. Quale legislazione potrà far un Parlamento per natura eletto e eleggibile dalla corruzione? Oltre a venalità, corruzione significa disonestà, frode ostentata; bronzea indifferenza alla menzogna e istigazione alla menzogna. Ma siate onesti! Istituite a Downing Street un ufficio elettorale con una tariffa cittadina: tanta popolazione paga tanto di tasse sulle entrate, il valore delle case è tanto, elegge due deputati, elegge un deputato, che si può ottenere con tanto e tanto denaro; Ipswich tante migliaia di sterline, Nottingham tante. Così ottenete lo stesso risultato con l'acquisto, senza disonestà! Il nostro Parlamento si dichiara eletto e eleggibile con la corruzione. Cosa diverrà un tale Parlamento? Forse non un istituto del diavolo, ma comunque prepara nuovi Reform-Bills. Meglio provare il Cartismo o qualsiasi altro sistema anziché accontentarci di questo! Un Parlamento che inizia con la menzogna sulla bocca è autoimmune. Ogni giorno, ogni ora può sorger un cartista, un Cromwell armato intimamente a tale Parlamento: “Non siete un Parlamento! In nome dell'Altissimo, andatevene!”».

Per Carlyle la situazione inglese è: una decadente aristocrazia terriera, che «manco ha ancora appreso a starsene tranquilla e, almeno, a non usare sciagure», un'aristocrazia che lavora sprofondata nel mammonismo, la quale (anziché esser un'associazione di dirigenti del lavoro, di «capitani d'industria») è solo un'accolta di bucanieri e pirati dell'industria; un parlamento eletto con la corruzione; una filosofia di vita solo contemplativa basata sul non far niente, sul laissez faire; una religione lisa e a pezzi; un totale distacco da ogni umano interesse comune; un'universale sfiducia nella verità e nell'umanità donde un universale isolamento degli uomini nella loro «terrea individualità»; una caotica e desolata confusione di tutti i rapporti di vita; una guerra di tutti contro tutti; una generale morte spirituale, assenza di «anima», di vera coscienza umana; un'innumerevole classe lavoratrice intollerabilemente oppressa e inope, selvaggiamente insoddisfatta e ribelle contro l'antico ordine sociale, donde l'inarrestabile avanzata minacciosa della democrazia; ovunque caos, disordine, anarchia, rottura degli antichi legami della società; ovunque un vuoto spirituale: assenza di pensiero e consunzione. Ecco la situazione inglese. Fin qui (salvo alcune espressioni che derivano dal particolar punto di vista di Carlyle) dobbiamo affatto convenir. Nella classe «rispettabile», solo Carlyle ha tenuto gli occhi aperti almeno sui fatti, ha ben capito perlomeno il presente immediato: ciò è davvero straordinario da parte di un inglese «colto».

Quali sono le prospettive per l'avvenire? Le cose non resteranno così come sono, né lo possono. L'abbiamo visto: Carlyle ammette di non avere una «pillola di Morrison»xxi(un rimedio universale per curar i mali sociali). Di nuovo ha ragione. Ogni filosofia sociale che fissi ancora un paio di proposizioni come suo risultato finale e spacci ancora pillole di Morrison è ancora assai imperfetta; non servono nudi risultati bensì lo studio. I risultati non sono nulla senza lo svolgimento che ha portato ad essi; lo sappiamo molto bene fin da Hegel. Nonché inutili, risultati affermati da soli anziché come premesse per un ulteriore argomento sono nocivi. Ma i risultati devono assumere una forma determinata almeno transitoria, devono perdere una vaga indeterminatezza con la sequenza logica per prendere la veste di pensieri chiari, e perciò non possono in generale evitar la forma di «pillole di Morrison» in una nazione così meramente empirica come l'inglese. Perfino Carlyle, benché nutrito di spirito tedesco lontano dalla crassa empiria, spaccerebbe pillole se fosse sicuro sull'avvenir.

Intanto Carlyle stima vano e sterile ogni sforzo finché l'umanità persisterà nell'ateismo, finché non avrà recuperato la propria «anima». Non che voglia ripristinar il vecchio cattolicesimo colla sua antica energia e vitalità, né conservare l'odierna religione. Carlyle sa che rituali, dogmi, litanie e tuoni del Sinai non possono giovare, che tutti i tuoni del Sinai non stabiliscono la verità né atterriscono più alcun uomo ragionevole, che ormai la religione della paura è da tempo elisa; ma la religione in sé va ripristinata vedendo dove «due secoli di governo ateistico» (dalla «benedetta» restaurazione di Carlo II)xxiiabbiano portato; e va notato che tale ateismo si va facendo logoro e consunto. Ma si è già visto cosa Carlyle chiami ateismo: non l'incredulità in un Dio personale, bensì l'incredulità nell'essenza intima, nell'infinità dell'universo, l'incredulità nella ragione, il disperare dello spirito e della verità. Carlyle non lotta contro l'incredulità nella rivelazione biblica, bensì contro «la più spaventosa l'incredulità nella Bibbia della storia mondiale»: cioè, l'eterno libro divino che ogni uomo tale che conservi i recettori dell'anima può veder scritto dalla mano divina. Irrider la storia mondiale è un'incredulità senza pari, un'incredulità da punir non col rogo bensì col comando di tacer finché non si abbia da dir un che di buono. Un silenzio felice è meglio di un frastuono che gridi simili cose. Il passato a cui si neghi una divina ragione, dandogli solo diabolica irrazionalità, viene dimenticato perché chi ha avuto il padre impiccato non vuol parlar di corda! «Ma l'Inghilterra moderna non può credere nella storia». Tutte le cose sono afferrate dai recettori solo dell'occhio. Un secolo ateo non può capire un'epoca ebbra di Dio. Nel passato (il Medioevo) esso vede solo una vuota discordia, l'universale signoria della forza bruta, non vede come alla fine forza e diritto coincidano, vede solo stupidità, selvaggia irrazionalità adatta più al Bedlam Asylum che ad un mondo umano. Conseguenza naturale di ciò sarebbe la perpetuità del presente con le sue qualità. Milioni di persone rinchiuse nelle bastiglie delle workhouses; vedove irlandesi che provano di essere umane ammalandosi di tifo; è sempre stato così o peggio; che altro pretendete? La storia è solo un registro di una incallita stupidità attraverso un trionfante ciarlatanismo? Nessun Dio era nel passato, solo meccanismo e idoli caotici e bestiali; come potrebbe il povero «storiografo filosofo», il cui secolo è così abbandonato da Dio, «veder Dio nel passato»?

Eppure il nostro secolo non è completamente abbandonato.

«Perfino nella nostra povera e divisa Europa si sono levate di recente voci religiose, con una religione nuova e antica al contempo, irresistibili al cuore di tutti gli uomini. Ne conosco che non si definivano né si credettero profetiche, eppur erano voci provenienti di nuovo dal cuore eterno della natura, anime in eterno venerate da chiunque abbia un'anima. Una Rivoluzione francese è un fenomeno; per me lo è pure un poeta come Goethe e una letteratura tedesca come complementi ed esponenti spirituale della Rivoluzione. Che l'antico mondo profano o pratico sia perito nel fuoco è forse il presagio e l'alba di un nuovo mondo spirituale, della madre di nuovi mondi pratici di gran lunga più nobili, più ampi? Una vita di antica dedizione, di antica verità e di antico eroismo è tornata possibile, si appalesa all'uomo più moderno, un fenomeno dalla certezza senza paragoni!

Ecco una nuova melodia celeste di nuovo recepitile attraverso il gergo infinito e le dissonanze di quella cosa che si chiama letteratura».

Goethe, il profeta della «religione dell'avvenire», e il suo culto: il lavoro.

«Infatti nel lavoro c'è un'eterna nobiltà, una santità. Per un uomo che lavori realmente e seriamente c'è sempre speranza, seppur fosse oscurato, dimentico della sua alta missione; solo nell'ozio c'è eterna disperazione. Il lavoro (pure mammonizzato e degradato) resta un legame con la natura; il desiderio di veder compiuto il proprio lavoro avvicinerà sempre più alla verità e alle determinazioni e leggi della natura. Il lavoro ha un'importanza infinita; col lavoro l'uomo giunge a perfezione. Le paludi sono bonificate, sostituite da bei campi coltivati e fastose città; e soprattutto l'uomo stesso cessa di essere una palude putrida ed un deserto malsano. Riflettete come pure nei lavori più umili tutta l'anima dell'uomo ottenga una certa armonia tostoché lavori! Dubbi, desideri, angosce, inquietudini, ira, nonché disperazione occupano l'anima del povero salariato come di chiunque altro come cani infernali; ma dacché egli con coraggio inizi il suo lavoro, allora tali sentimenti tornano latranti nelle loro tane remote. Ora che lavora l'uomo è uomo; il sacro ardore del lavoro è in lui come un fuoco purificatore che depura ogni veleno nonché il peggiore tormento con una limpida, sacra fiamma. Chi trova lavoro è benedetto in eterno senza bisogno di altre benedizioni. Ha trovato un lavoro, uno scopo nella vita; lo persegue onde la sua vita scorre come in un canale spurgato, scavato dallo scopo attraverso la putrida palude del bisogno nell'esistenza, deviando l'acqua stagnante dal più lontano giunco, mutando la palude insalubre in un verde campo fecondo. Il lavoro è vita; una conoscenza autentica è ottenuta solo lavorando, la restante è apparente, materia per dispute scolastiche nelle nuvole, sospesa in infiniti vortici logici finché non è sperimentata e fissata. Ogni tipo di dubbio è risolvibile solo con l'azione. Mirabile era il detto degli antichi monaci: laborare est orare, il lavoro è culto. Più antico d'ogni Vangelo predicato era tale eterno Vangelo non predicato, inespresso ma incancellabile: lavora e trova soddisfazione nel lavoro. Oh uomo, nell'intimo del tuo cuore non manca uno spirito di ordinamento attivo, una forza del lavoro, bruciante come un fuoco che dolorosamente arde, che ti perseguita finché non lo attui, finché non lo materializzi tutto intorno? Tutto ciò che è disordine e deserto, tu devi rendere ordinato, regolato, coltivabile, a te obbediente e secondo. Il tuo eterno nemico sta nel disordine. Attaccalo lesto e soggiogalo; portalo dalla signoria del caos alla signoria tua e dell'intelligenza e della divinità! Ma soprattutto dove trovi ignoranza, stupidità, bestialità, attaccale, ti dico, colpiscile saggio e indifeso; non riposare finché tu o esse vivano; colpisci, colpisci in nome di Dio, colpisci! Devi operare finché è giorno; poiché di notte non è possibile. Ogni vero lavoro è sacro, sudore del volto o della mente o del cuore che sia; lavoro sono i calcoli di un Keplero e le meditazioni di un Newton; tutte le scienze, tutte gli eroismi narrati o compiuti, tutti i martirii, fino a quella “lotta mortale del sudore cruento”, che tutti gli uomini hanno chiamata divina. Senza questo culto del lavoro, ogni altro culto va al diavolo. Chi sei tu che ti lamenti dell'aspro lavoro? Non lamentarti, il cielo è severo con te ma non ostile, una nobile madre come quella spartana che diede al figlio lo scudo: “ritorna vivo con questo o morto su questo”! Non lagnarti: gli spartani non si lagnavano. L'unico mostro al mondo è: l'ozioso, la cui religione è: la natura è un fantasma, Dio e l'uomo e la sua vita sono menzogne».

Ma pure il lavoro è caduto nel vortice selvaggio del disordine e del caos; il principio purificatore, chiarificatore, formatore è caduto preda della confusione, del disordine e dell'oscurità. Così la vera questione è l'avvenire del lavoro.

«Quale lavoro sarà mai quello che i nostri amici nel continente (già da lungo tempo e facendo assurdi tentativi) chiamano: organizzazione del lavoro? Esso deve essere tolto ai ciarlatani pravi e affidato a uomini probi. Ciò va subito iniziato, attuato e compiuto per conservar abitabile l'Europa, o almeno l'Inghilterra. Veder i nostri nobilissimi duchi delle leggi granarie o i nostri duchi ecclesiastici e pastori d'anime “con un minimo di 4500 sterline all'anno”, invero frustra le nostre speranze. Ma, coraggio! Non mancano uomini onesti in Inghilterra. Tu, indomabile lord dell'industria, hai qualche speranza? Tu fosti finora un bucaniere; ma queste sopracciglia severe, questo cuore indomabile che comanda sul cotone, non celano vittorie dieci volte più nobili? – Guardatevi intorno, i vostri eserciti mondiali sono tutti ammutinati, smarriti, disarmati; prossimi a un tramonto fra le fiamme, a una catastrofe! Costoro non vogliono più marciare innanzi secondo il principio dei sei pence al giorno e della domanda e offerta: non vogliono e ne hanno diritto. Stanno arrivando alla follia; siate voi più ragionevoli. Questa gente non marcerà più oltre come una plebe dispersa e confusa, ma come una massa compatta e organizzata, con veri capi in testa. A un certo grado di sviluppo, tutti gli interessi umani, tutte le imprese sociali dovettero esser organizzati; e oggi ad esiger organizzazione il lavoro (il maggiore di tutti gli interessi umani)».

Per attuar tale organizzazione, per sostituir la falsa guida con una vera e un vero governo, Carlyle esige una «autentica aristocrazia», un «culto degli eroi», e come secondo grande problema pone trovare gli «aristoi», i migliori, la cui guida possa «congiungere l'inevitabile democrazia con la necessaria sovranità».

Ecco esibito il punto di vista di Carlyle. Tutta la sua concezione è panteistica à la tedesca. Gli inglesi non hanno panteismo ma solo scetticismo; il risultato della filosofia inglese è la disperazione verso la ragione, l'incapacità confessata di risolvere le contraddizioni in cui cade in ultima istanza; cosicché, da un lato è un ritorno alla fede, dall'altro la dedizione alla pura prassi (indifferente della metafisica etc.). Così Carlyle, col suo panteismo di matrice tedesca, è un vero «fenomeno» in Inghilterra, e un fenomeno abbastanza incomprensibile agli inglesi pratici e scettici. La gente lo sente stupita, parla di «misticismo tedesco», di lingua inglese corrotta; altri dicono che alla fine ci sarà pure qualcosa sotto e che, malgrado la lingua insolita, Carlyle sia un profeta etc., ma per tutti è inutile.

Per noi tedeschi, sapendo le premesse del punto di vista di Carlyle, la cosa è abbastanza chiara. La concezione del mondo di Carlyle deriva ad un tempo da residui di romanticismo tory e concezioni umane di Goethe, e ad un altro da l'Inghilterra scettica ed empirica. Come tutti i panteisti, Carlyle non è ancora uscito dalla contraddizione, e in lui il dualismo è tanto maggiore poiché lui conosce sì la letteratura tedesca ma non la filosofia tedesca (il suo necessario perfezionamento) onde tutte le sue opinioni sono immediate, intuitive, più schellinghiane che hegeliane. Invero con Schelling (il vecchio Schelling, non quello della rivelazione) xxiiiCarlyle ha molto in comune; con Strauss (dal pensiero parimenti panteistico) Carlyle ha in comune il «culto dell'eroe» o «culto del genio».

Di recente in Germania la critica al panteismo è stata fatta così esaurientemente che quasi nulla resta da dir. Le Tesi di Feuerbach negli Anekdotaxxive gli scritti di Bauer spiegano tutta la critica. Così potremo limitarci solo a trarre le conseguenze del punto di vista di Carlyle provando come in fondo sia un grado inferiore a quello di questa rivista.

Carlyle deplora il vuoto e l'insipienza di questo secolo, l'intima decadenza di tutte le istituzioni sociali. L'accusa è giusta; ma la denuncia non toglie il male; per curarlo serve trovarne l'origine. Se Carlyle l'avesse fatto, avrebbe trovato che tale disordine, tale vuoto, tale «assenza di anima» tale irreligiosità, tale ateismo derivano dalla religione stessa. La religione è per natura lo svuotamento dell'uomo e della natura di ogni contenuto, alienato nel fantasma di un Dio esterno, il quale poi, a sua volta, ottria per sua grazia che gli uomini e la natura partecipino della sua sovrabbondanza. Finché la fede in tale fantasma esterno sarà viva e robusta, l'uomo giunge a qualche contenuto almeno per via indiretta. Invero la forte fede medievale conferì per tale via a tutta l'epoca una notevole energia, ma un'energia che non veniva dal di fuori, bensì esisteva già nella natura umana, benché in modo ancora inconscio, allo stato embrionale. La fede si affievolì per gradi, la religione fu rotta dalla nascente cultura, ma senza che l'uomo ancora capisse d'aver adorato e divinizzato la sua essenza come un'essenza estranea.

In tali assenze di coscienza e di incredulità, l'uomo non può avere alcun contenuto e deve disperare della verità, della ragione e della natura; e tale vuoto, tale assenza di contenuto, il disperare dei fatti eterni dell'universo, dureranno finché l'umanità non capirà che l'essenza che venerava come Dio è la sua stessa essenza, fino ad allora sconosciuta, finché... ma devo copiare tutto Feuerbach?

Il vuoto esisteva già, essendo la religione l'atto dell'autosvuotamento dell'uomo; e vi stupite che oggi il vuoto sia di un'evidenza terribile, dopo che è allibita la porpora celantelo, dopo che è sparita la nebbia avvolgentelo?

Carlyle inoltre (questa è la conseguenza immediata di quanto precede) accusa il nostro secolo di ipocrisia e di menzogna. Certo! Il vuoto e l'assenza di sostanza devono venir celate pudicamente, sostenuti con ornamenti, vesti imbottite e stecche di ossi di balena! Pure noi attacchiamo l'ipocrisia dell'odierno mondo cristiano; la lotta contro di essa, la nostra liberazione da essa e la liberazione da essa del mondo sono invero il nostro lavoro. Ma poiché lo sviluppo della filosofia ci ha portato a riconoscere tale ipocrisia, e poiché conduciamo la lotta scientificamente, l'essenza di tale ipocrisia non è per noi tanto estranea e incomprensibile come lo è per Carlyle. Pure noi deriviamo tale ipocrisia dalla religione, la cui prima parola è una menzogna; infatti la religione inizia mostrandoci un'essenza umana che essa afferma essere invece una divina essenza soprannaturale! Ma sapendo che menzogna e immoralità derivano dalla religione, che l'ipocrisia religiosa, la teologia, è il modello originario di ogni altra menzogna e ipocrisia, siamo autorizzati ad estendere il nome di teologia a tutto l'insieme di falsità e ipocrisie del presente, come per primi hanno fatto B. Bauer e Feuerbach. Carlyle dovrebbe leggere i loro scritti per sapere donde provenga l'immoralità che corrompe tutti i nostri rapporti umani.

Bisognerebbe fondare o attendere, una nuova religione, un culto panteistico degli eroi, un culto del lavoro; ma è impossibile: tutte le possibilità della religione sono esaurite; dopo il cristianesimo, dopo la religione assoluta, cioè astratta, dopo «la religione in quanto tale», nim'altra forma di religione può sorgere. Carlyle stesso capisce che qualsiasi forma di cristianesimo (cattolico, protestante...) vada irresistibilmente incontro al suo declino; ma non sapendo la natura del cristianesimo, non capisce che nim'altra religione è possibile dopo di esso, manco il panteismo (una conseguenza del cristianesimo, inseparabile dalla sua premessa; almeno il panteismo moderno, sia esso spinoziano, schellinghiano, hegeliano, e carlyliano). Di nuovo Feuerbach mi solleva dall'onere della prova.

Come si è detto, pure noi abbiamo il compito di combatter l'instabilità, l'intimo vuoto, la morte spirituale, la falsità di questo secolo; contro tutto ciò noi lottiamo fino alla morte, come Carlyle, e abbiamo più possibilità di vittoria di lui, perché sappiamo ciò che vogliamo: elider l'ateismo definito da Carlyle, restituendo all'uomo quel contenuto alienato dalla religione; ma come contenuto umano, non divino. In definitiva tal restituzione è solo ridestar l'autocoscienza. Vogliamo rimuover tutto ciò che si proclama soprannaturale e sovrumano, cioè bandir la falsità. Infatti la pretesa dell'umano e del naturale di esser sovrumano e soprannaturale è la radice di ogni falsità e menzogna. Ciò significa dichiarar guerra totale alla religione e alle idee religiose, poco importa se ci chiamano atei e simili. Seppure fosse giusta la definizione dell'ateismo data da Carlyle, i veri atei sono i cristiani che ci combattono. Mai noi attaccheremo «gli elementi intimi dell'universo»; anzi, noi ne diamo una base reale, provandone l'eternità e preservandoli dall'onnipotente arbitrio di un Dio contraddittorio in sé. Noi siamo noi ad affermar che «il mondo, l'uomo e la sua vita» sono «una menzogna»; anzi, i nostri versieri cristiani attuano tale immoralità facendo dipendere il mondo e l'uomo dalla grazia di un Dio in realtà creato solo dal riflettersi dell'uomo nella deserta materia della sua coscienza embrionale. Anziché dubitar «della rivelazione della storia» o disprezzarla, la storia è per noi l'uno e il tutto e la stimiamo più noi d'ogni passata corrente filosofica, più di Hegel (il quale se ne serviva solo come prova del suo iniziale calcolo logico).

Lo scherno verso la storia, lo spregio dello sviluppo dell'umanità è tutto degli altri; sono i cristiani che erigendo una «storia del regno di Dio» separata, negano alla storia reale ogni consistenza, attribuendola solo alla loro storia ideale, astratta nonché inventata. Sono i cristiani (dicendo che il genere umano giunge alla perfezione nel Cristo) impongono alla storia un fine finto, interrompendone il corso, onde per coerenza devono stimare i prossimi diciotto secoli per insensate violenze e mera inanità. Noi reclamiamo il contenuto della storia; ma stimando la storia rivelazione dell'uomo e solo dell'uomo (giammai di «Dio»). Per stimar meravigliosa la natura umana, per rilevare uno sviluppo del genere umano nella storia, il suo progresso inarrestabile, la sua vittoria sempre certa sull'irrazionalità del singolo, il suo elider tutto ciò che pare sovrumano, la sua dura ma vittoriosa lotta contro la natura (al fine di raggiungere la libera autocoscienza umana, il riconoscimento dell'unità tra l'uomo e la natura e della creazione libera e autonoma di un mondo nuovo fondato su rapporti di vita umani ed etici), insomma per una piena conoscenza di ciò non ci serve evocare l'astrazione di un «Dio» a cui attribuirle tutta la bellezza, la grandezza, la sublimità e la vera umanità; non ci serve tale via indiretta; non ci serve imprimere alla vera umanità il timbro di divino, per essere certi della sua grandezza e sublimità. Anzi, più una cosa è «divina» (vale a dire inumana) meno la stimeremo. Solo l'origine umana del contenuto di tutte le religioni dà loro qualche diritto al rispetto; solo la coscienza che pure la peggior superstizione contiene in fondo le eterne forme della sostanza umana, benché in una forma sfigurata e snaturata; solo tale coscienza salva la storia della religione (specie medievale) dal ripudio totale e dall'oblio eterno, che sarebbe la sorte di tale storia «ebbra di Dio». Il «divino» Medioevo (quanto più «divino» tanto più inumano e bestiale) produsse in realtà la perfezione dell'umana bestialità con: la servitù della gleba, lo ius priusae noctis etc. La irreligiosità del nostro tempo lagnata da Carlyle è invece piena «ebbrezza divina». Infatti testé definii l'uomo come la soluzione dell'enigma della Sfinge “che cosa è Dio?” perché la filosofia tedesca lo ha risolto così: “Dio è l'uomo”. L'enigma del nostro tempo risolto tostoché l'uomo conosca sé stesso, commisuri a sé stesso tutti i rapporti della vita, giudichi secondo la sua natura, ordini il mondo secondo la sua autentica natura umana. La verità è da trovare (anziché in inesistenti regioni trascendenti, o al di là del tempo e dello spazio, o in un «Dio» immanente nel mondo, o in un «Dio» al mondo contrapposto) assai più vicino, nella profondità umana. L'essenza peculiare dell'uomo è assai più splendida e sublime dell'essenza immaginaria di tutti gli dèi possibili (i quali sono solo la copia più o meno oscura e deformata dell'uomo stesso). Quando Carlyle, seguendo Jonson, dice che l'uomo ha perso la sua anima e inizia ora a sentire la sua assenza, si potrebbe riformulare così: l'uomo pose nella religione la propria essenza, si spogliò della sua umanità, ma ora che la religione è messa in crisi dal progresso storico, l'uomo capisce quanto sia vana e instabile. Ma per l'uomo c'è una sola salvezza: l'uomo può riguadagnare la sua umanità e la sua natura solo elidendo radicalmente ogni rappresentazione religiosa, tornando deciso e schietto a sé stesso anziché a «Dio».

Tutto ciò è pure in Goethe, il «profeta», basta leggerlo. Goethe non amava occuparsi di «Dio», la parola stessa gli dava fastidio; egli si sentiva a suo agio solo nell'umano, e tale umanità, tale emancipazione dell'arte dai ceppi della religione è appunto la grandezza di Goethe. Né gli antichi né Shakespeare sono commisurabili a Goethe in tale aspetto. Ma tale compiuta umanità, tale superamento del dualismo religioso può esser capito in tutta la sua importanza storica solo da chi non sia estraneo all'altro lato dello sviluppo della nazione tedesca, la filosofia. Ciò che Goethe poteva esprimere solo subitamente (in termini quasi «profetici») è sviluppato e provato dalla più recente filosofia tedesca. Pure Carlyle ha in sé le premesse che coerentemente devono condurre al punto di vista più sopra esposto. Il panteismo stesso è solo il primo passo verso una concezione libera, umana. Infatti la storia, che Carlyle pone come l'autentica «rivelazione», contiene solo l'elemento umano, e solo con violenza si può sottrarre il suo contenuto all'umanità e attribuirlo a un «Dio». Il lavoro, la libera attività, in cui parimenti Carlyle vede un «culto», è a sua volta un fatto puramente umano e solo con la violenza può essere ricondotto a «Dio». Che scopo ha premettere sempre una parola che, nel migliore dei casi, esprime solo l'infinità dell'indeterminatezza, e, oltre a ciò, conserva l'apparenza del dualismo? Una parola che è in sé stessa l'affermazione della nullità della natura e dell'umanità?

Basta così per il lato interiore, religioso del punto di vista di Carlyle. Il giudizio sul lato esteriore, politico-sociale, vi si riallaccia così: Carlyle è ancora abbastanza religioso da restar in una condizione di illibertà; col panteismo si afferma ancora qualcosa di più alto dell'uomo come tale. Da ciò la sua richiesta di una «vera aristocrazia», di «eroi»: come se gli eroi, nel migliore dei casi, potessero essere qualcosa più che uomini. Se Carlyle avesse compreso l'uomo in quanto uomo in tutta la sua infinità, non avrebbe suddiviso ancora l'umanità in due gruppi, pecore e montoni, governanti e governati, aristocratici e canaglie, signori e balordi; non avrebbe trovato la giusta destinazione sociale del talento nel governo coercitivo, bensì nello stimolare e nell'indicare. Il talento deve persuader la massa della verità delle sue idee per ottenerne l'attuazione automatica anziché lagnarsi del fallimento. Invero l'umanità non passa dalla democrazia solo per tornar al punto di partenza. A parte ciò, il resto che Carlyle dice sulla democrazia (l'oscurità circa la sua meta e il suo scopo) è condivisibile. Indubbiamente la democrazia è una fase transitoria, ma non verso una nuova aristocrazia riformata, bensì verso la reale libertà umana. Così come l'irreligiosità odierna condurrà infine alla completa emancipazione da tutto ciò che è religioso, sovrumano, soprannaturale, giammai a una sua restaurazione.

Carlyle riconosce l'inidoneità di «concorrenza, domanda» e «offerta, mammonismo» etc., ed è ben lungi dall'affermar l'assoluta giustificazione della proprietà fondiaria. Perché allora non ha tratto la semplice conclusione di tutte queste premesse rifiutando la proprietà in generale? Come crede di annientare la «concorrenza», «la domanda e l'offerta», il mammonismo, etc., lasciando sussistere la radice di tutto ciò, la proprietà privata? L'«organizzazione del lavoro» non può fare nulla in tal senso; anzi, manco può esser attuata senza una certa identità di interessi. Perché allora Carlyle non ha proceduto conseguentemente proclamando l'identità degli interessi come l'unica condizione umana, ponendo così fine a tutte le difficoltà, a tutta l'indeterminatezza e oscurità?

In tutte le sue rapsodie Carlyle non nomina manco una volta i socialisti inglesi. Il suo attuale punto di vista è certo infinitamente più avanzato rispetto alla massa degli inglesi colti, ma è pur sempre teorico-astratto e, finché resta lì, non potrà certo affiatarsi agli sforzi dei socialisti. I socialisti inglesi sono solo pratici onde propongono misure (colonie in patria;xxv...) in una forma grosso modo simile alle «pillole di Morrison»; la loro filosofia è schiettamente inglese, scettica, cioè dubitando della teoria e attenendosi per la prassi al materialismo su cui si basa l'intero sistema sociale; tutto non piacerà a Carlyle, ma egli è altrettanto unilaterale. Ambi hanno superato la contraddizione solo all'interno della contraddizione: i socialisti all'interno della prassi mentre Carlyle all'interno della teoria. Pure qui Carlyle supera la contraddizione in modo immediato, mentre i socialisti hanno superato la contraddizione pratica pure sul piano teorico. Infatti i socialisti sono ancora inglesi, mentre dovrebbero essere solo uomini; essi conoscono sì il materialismo filosofico sviluppatosi nel continente, ma non la filosofia tedesca; qui sta il loro difetto, ma il loro adoprarsi per sopprimere le differenze nazionali sta direttamente colmando tale lacuna. Non serve avere la foga di imporre la filosofia tedesca ai socialisti inglesi, alla quale giungeranno comunque e che ora non serve a nulla. In ogni caso, i socialisti sono l'unico partito in Inghilterra che abbia un futuro, benché sia percentualmente esiguo. La democrazia e il Cartismo dovranno presto coincidere, e allora la massa dei lavoratori inglesi potrà solo scegliere fra la morte per fame e il socialismo.

Invece ignorare la filosofia tedesca non è indifferente nel caso di Carlyle. Di per sé egli è un teorico tedesco, ma la sua nazionalità lo indirizza all'empiria; egli sta in una stridente contraddizione risolvibile solo se svolgerà il punto di vista teorico-tedesco fino alle sue ultime conseguenze, fino alla sua totale conciliazione con l'empiria. Per superare la contraddizione in cui sta, Carlyle deve ancora compiere un solo passo, ma tutta l'esperienza della Germania ha provato che è un passo difficile. È da augurarsi che lo compia ed è in grado di farlo benché non sia più giovane, perché il suo ultimo libro è un indizio del progresso di cui è ancora capace.xxvi

Per questo il libro di Carlyle è degno di essere tradotto in tedesco dieci volte più tutta la schiera di romanzi inglesi che ogni giorno e ogni ora sono importati in Germania, onde ne raccomando la traduzione. Ma non da parte dei nostri traduttori di professione! Carlyle scrive in un inglese singolare, e un traduttore che non conosca egregiamente la lingua inglese e le sue allusioni ai rapporti inglesi otterrebbe i risultati più ridicoli.

Dopo questa introduzione un po' generale, nei prossimi numeri di questa rivistaxxviicercherò di approfondire meglio la situazione dell'Inghilterra e il suo nocciolo, la situazione della classe lavoratrice. La situazione dell'Inghilterra è di importanza incommensurabile per la storia e per tutti i paesi: infatti nei rapporti sociali l'Inghilterra è certo più avanti di tutti gli altri paesi.

   

Note

iTale articolo doveva costituire l'inizio di una serie della quale Engels pubblicò solo altri due articoli sul Vorwärts! (giornale tedesco di Parigi).

iiRespectable people; the better sort of people: Persone rispettabili, i migliori strati della popolazione.

iiiRichard Cobden [1804-1865] famoso liberoscambista. Lord John Russel [1792-1878], leader whig e primo ministro dal 1846 al 1852. Sir Rober Peel [1788-1850] primo ministro dal 1841 al 1846. Arthur Wellerley, duca di Wellington [1769-1852] primo ministro dal 1828 al 1830.

ivMichel: personaggio caricaturale della borghesia tedesca prima del Quarantotto (dalla mentalità angusta, politicamente arretrata, ottusa, inerte, sazia).

vNel 1828 è stato abrogato il Test act [1673]: l'eleggibilità a cariche pubbliche solo ai membri della Chiesa anglicana.

viLynch Law [linciaggio]: processo sommario e punizione di delinquenti attraverso persone private non autorizzate.

viiLa traduzione inglese di Strauss (Vita di Gesù) fu pubblicata nel 1842 a fascicoli settimanali.

viiiLord Anthony Ashley Cooper Shaftesbury [1801-1885], uomo politico inglese, fu uno degli iniziatori del movimento per le dieci ore.

William Busfield Ferrand [1809]: socialriformatore, partecipò al movimento per le dieci ore e lottò contro la legge sui poveri.

John Walter [1776-1847]: editore e redattore dei Times.

Richard Oastler [1789-1861]: socialriformatore, oppositore della legge borghese del libero commercio e fautore della giornata lavorativa di dieci ore.

ixIl Reform bill (legge di riforma; presentato alla Camera bassa nel 1831, approvato nel 1832) tolse il diritto di inviare rappresentanti alla Camera a villaggi con meno di 2000 abitanti. Al contempo ottennero diritto di voto proprietari di almeno una casa paganti £ 10 l'anno di imposta. Così la borghesia industriale prevalse in Parlamento (non il proletariato e la piccola borghesia).

xNell'agosto 1842 Manchester fu il centro dell'agitazione cartista e di molti scioperi.

xiLa Carta del popolo [8 maggio 1838] fu un documento di rivendicazioni che diede il nome al movimento dei cartisti (estinto nel 1848). Aveva 6 punti: [1] suffragio universale maschile; [2] voto segreto; [3] elezioni parlamentari annuali; [4] abolizione dei requisiti di censo per candidarsi; [5] stipendi per deputati (indennità); [6] ritracciamento delle circoscrizioni elettorali.

xiiWilliam Herschel [1738-1822]: astronomo inglese.

xiiiBen Jonson [1573-1637]: il famoso poeta e drammaturgo inglese.

xivWilliam Pulteney Alison [1790-1859]: medico inglese.

xvNelle workhouses i mendicanti venivano rinchiusi coattivamente.

xviSliding-scales [Scale mobili]: sistema per stabilire i dazi sui cereali: la tassa cala se il prodotto rincara e aumenta nel caso inverso.

xviiMene Mene è un leggendario manoscritto annunciate gravi sciagure.

xviiiLaissez faire, laissez-aller [Lasciate fare, lasciate andare]: motto dell'economia liberistica fondata sul libero scambio e sul non intervento dello Stato nelle questioni economiche.

xixGrande settimana: Seconda rivoluzione francese (27 luglio-2 agosto 1830).

xxCerdic del Wessex [467-534]: conquistatore della Britannia meridionale [V-VI sec.].

xxiPillole di Morrison: rimedio fasullo contro tutti i mali spacciate da James Morison negli anni 20 dell'800.

xxiiCarlo II [1630-1685]: re d'Inghilterra e d'Irlanda.

xxiiiLa filosofia della rivelazione dell'ultimo Schelling è stata criticata in vari scritti da Engels.

xxivNegli Aneddoti per la recente filosofia e pubblicistica tedesca [1843] Arnold Ruge pubblicò scritti censurati, fra cui: Feuerbach: Tesi provvisorie per una riforma della filosofia.

xxvHome colonies [colonie in patria]: comunità fondate sulla condivisione dei beni create da Robert Owen.

xxviDeluso l'augurio, Engels scrisse in nota nell'edizione del 1892 de La situazione della classe operaia in Inghilterra: «Col Quarantotto francese Carlyle si fece reazionario; la sua giusta ira contro i filistei mutò in acido dispetto filisteo contro l'ondata storica che lo ha spinto a riva».

xxviiFalliti gli Annali franco-tedeschi, il resto de La situazione in Inghilterra uscì invece come due serie di articoli (Il diciottesimo secolo e La costituzione inglese) sul parigino Vorwärts!