[Indice degli Annali franco-tedeschi]
Traduzione di Ettore Ciccotti (†1939) in: Federico Engels, I. Le condizioni dell'Inghilterra. II. Lineamenti di una critica dell'economia politica, Roma, Mongini, 1899, pp. 3-27.
Digitalizzazione: Leonardo Maria Battisti, luglio 2026
(152) Fra tutti i grossi libri e gli smilzi opuscoli, che sono comparsi in Inghilterra nell’anno passato per diletto o edificazione del «mondo educato», lo scritto sopra cennato è il solo che sia degno di esser letto. Tutti i voluminosi romanzi con i loro tristi e giocondi avvolgimenti, tutti gli edificanti e contemplativi, dotti e indotti commentarî della Bibbia — e romanzi e libri edificanti sono i due fondi di magazzino della letteratura inglese — su tutto questo si può passar sopra benissimo senza leggerlo. Forse trovate alcuni libri geologici od economici, storici o matematici che contengono qualcosellina di nuovo — ma queste sono cose che si studiano, non si leggono: sono secca specialità, arida erborizzazione, piante le cui radici sono state da lungo tempo divelte dal comune terreno umano onde avevano nutrimento. Potete cercare come volete: il libro del Carlyle è il solo che tocca corde umane, rappresenta rapporti umani e svolge una traccia di un modo umano di concepire la vita.
È notevole ad osservare come le alte classi della società, quelle che l'Inglese chiama «respectable people» «the better sort of people», sono intellettualmente decadute e infiacchite in Inghilterra. Ogni energia, ogni attività, ogni contenuto consiste in questo: l'aristocrazia fondiaria va a caccia, l'aristocrazia del danaro scrive libri mastri, e, al più, sì sperde in una letteratura vuota e flaccida. I pregiudizî politici e religiosi passano ereditariamente di generazione in generazione; ora si prende tutto hello e fatto, e non vi è bisogno di angustiarsi per i principii come in altri (153) tempi; i principii arrivano, ora, ad uno già belli e pronti nella cuna, senza che si sappia donde vengono. Che cosa occorre dippiù? Si è avuta una buona educazione, cioè si è tribolato nella scuola senza profitto con i Romani e i Greci; del resto sì è «rispettabili», cioè si posseggono tante e tante migliaia di lire e non si ha da darsi pena per null’altro che per una moglie, se già non la si ha.
Ed ora, per soprappiù, ecco lo spauracchio che la gente chiama «spirito». Donde deve venire in una tale vita lo spirito? e, se anche vi arrivi, dove presso di loro può trovare albergo? Ivi tutto è fissato e circoscritto alla maniera cinese: — guai a quello che attraversa gli angusti confini, guai, tre volte guai, a quello che urta contro un pregiudizio radicato ab antiquo, e nove volte guai a lui, se questo pregiudizio è un pregiudizio religioso. Vi sono poi su tutte le domande due risposte: una risposta whig e una risposta tory; e queste risposte sono scritte già lungo tempo prima da’ supremi maestri di cerimonie de’ due partiti; non avete bisogno di superiorità o di larga veduta: tutto è fisso è pronto, Dicky Cobden o Lord John Russell ha detto questo, e Bobby Peel, o il «duca» par excellence, propriamente il duca di Wellington, ha detto così, e non si va più avanti.
Voi, buoni tedeschi, dovete farvi predicare tutti gli anni, da’ giornalisti liberali e da’ rappresentanti del popolo, qual gente meravigliosa e quali uomini indipendenti sieno gl’Inglesi, e tutto questo a causa delle loro libere istituzioni; e da lontano par tutto buono. Le discussioni delle Camere parlamentari, la libera stampa, le tempestose adunanze popolari, l’elezioni, la giurìa non mancano di produrre il loro effetto sull’animo timido del povero zotico, e nella sua stupefazione egli prende tutta questa bella apparenza per moneta contante. Ma pure, infine, il punto di vista del giornalista liberale e del rappresentante del popolo non è a lunga portata, né alto abbastanza per fornire un concetto complessivo dello sviluppo del genere umano od anche di una singola nazione. La costituzione inglese è stata a suo tempo eccellente e ha fatto molto bene; dal 1828 ha cominciato a lavorare pel suo miglior compito, per demolirsi — ma ciò che il liberale le ascrive, non l'ha fatto. Essa non ha fatto degl’Inglesi degli uomini indipendenti. Gl' Inglesi, cioè gl’ Inglesi colti, da’ quali sul continente si argomenta il carattere nazionale, questi inglesi sono gli schiavi più spregevoli che (154) sieno sotto al sole. Solo la parte della nazione inglese ignota sul continente, solo gli operai, i paria dell’Inghilterra, i poveri sono realmente rispettabili, malgrado la loro ruvidezza e la loro demoralizzazione. In loro sta la salute dell'Inghilterra, in loro v'è ancora materia per creare qualche cosa; essi non hanno cultura, ma non hanno nemmeno pregiudizi; essi hanno ancora forza per compiere un grande fatto nazionale — essi hanno ancora un avvenire. L'aristocrazia — e questa oggigiorno comprende anche le classi medie — sì è esaurita; tutto il contenuto di pensiero che essa poteva realizzare è stato elaborato e messo in atto sino alle sue ultime conseguenze e il suo impero cammina a grandi passi verso la fine. La costituzione è opera sua, e il più immediato effetto di quest’opra fu che avvolse i suoi autori con una rete d’ istituzioni in cui si è reso impossibile ogni libero movimento spirituale. L'impero del pubblico pregiudizio è dovunque la prima conseguenza delle così dette libere istituzioni politiche, e questo impero, nel paese politicamente più libero di Europa, in Inghilterra, è più forte che in ogni altro luogo — eccettuata l'America del Nord, dove per la legge di Lynch il pregiudizio pubblico è legalmente riconosciuto come un potere nello Stato. L’ Inglese striscia innanzi al pregiudizio pubblico, sacrifica ad esso giornalmente — e, quanto più è liberale, tanto più umilmente sì prostra nella polvere innanzi a questo suo idolo; ma il pregiudizio pubblico ne’ «circoli bene educati» o è tory o whig, al più radicale — e, anche questo, già non si trova più fino. Andate una volta tra Inglesi colti e dite loro che voi siete cartista o democratico, e si dubiterà della integrità del vostro senno, e la vostra società vi fuggirà. O dichiarate che voi non credete alla divinità di Gesù Cristo, e voi siete perduto e spacciato; confessate, per di più, che siete ateo e il giorno appresso si farà conto di non avervi mai conosciuto. E l’indipendente inglese, se — ciò che del resto accade abbastanza di rado — comincia una volta a pensare realmente e si scuote di dosso i ceppi del pregiudizio che ha succhiato col latte materno, anche allora non ha il coraggio di esprimere liberamente la sua convinzione; anche allora simula per la pubblicità un’opinione almeno tollerata ed è contento soltanto se a quattr'occhi ne può par- lare con uno che la pensi come lui.
Così le classi colte in Inghilterra hanno sbarrata la via ad ogni progresso, e solo mediante lo spirito della classe operaia sono tenute in certo modo in movimento. Non bisogna attendersi che il pane letterario (155) quotidiano di questa decrepita coltura sia diverso da essa. L'intera letteratura fashionable si muove in un circolo vizioso ed è noiosa e sterile come l’annoiata e smidollata società fashionable.
Quando passarono oltre la Manica la vita di Gesù di Strauss e la sua fama, nessun uomo di riguardo osò di tradurre il libro, nessun libraio di riguardo osò stamparlo. Finalmente un conferenziere socialista (Lecturer) (per questa espressione artificiale dell’opera d’agitazione non vi è nessuna parola tedesca) — quindi un uomo posto in una delle posizioni più unfashionables del mondo — un insignificante tipografo socialista la stampò a fascicoli, a un penny l'uno, e gli operai di Manchester, Birmingham e Londra costituirono il solo pubblico di Strauss in Inghilterra.
Del resto, se de’ due partiti, in cui si divide la parte colta degl’Inglesi, uno merita la preferenza, questo è il partito de’ tories. Il whig nella condizione sociale dell'Inghilterra, è troppo un partito per potere avere un giudizio; l'industria, questo centro della società inglese, è nelle sue mani e l’arricchisce; esso la trova incensurabile e considera la sua diffusione come l’unico scopo di ogni legislazione, poiché è dessa che gli ha dato la sua ‘ricchezza e la sua potenza. Il tory invece, la cui potenza e il cui monopolio del potere è stato scalzato dall'industria, i cui principii sono stati scossi da questa, l'odia e vede in essa al più un male necessario. Così si formò quella sezione di tories filantropici i cui capi sono Lord Ashley, Ferrand, Walter, Oastler ecc. e che si sono fatto un dovere di assumere la difesa dei lavoratori delle fabbriche contro gl'imprenditori. Anche Tommaso Carlyle nella sua origine è un tory, e sta pur sempre più vicino a questo partito che non al whig. Questo è certo che un whig non avrebbe mai potuto scrivere un libro che fosse solo per metà umano come il «Past and Present».
Tommaso Carlyle si è reso noto in Germania per i suoi sforzi di ‘mettere la letteratura tedesca alla portata degl'Inglesi. Da più anni egli sì occupa principalmente della condizione sociale dell'Inghilterra — egli, il solo degli uomini colti del suo paese che fa questo! — e scrisse già nel 1838 un piccolo libro: Chartism. Allora erano i whigs al ministero e proclamarono con gran pompa che lo «spettro» del Chartismo sorto verso il 1835 fosse annientato. Il Chartismo era la naturale conseguenza dell'antico radicalismo, che mediante il bill di riforma era stato sedato per alcuni anni e dopo il 1835-36 era ancora ricomparso con nuova forza e in masse più serrate che mai. I whig credevano di avere schiacciato questo Cartismo, e Tommaso Carlyle prese le mosse da ciò per trattare delle reali cause del Chartismo e della impossibilità di estirparlo prima che queste cause fossero eliminate.
Il punto di vista di questo libro è veramente, in complesso, lo stesso di quello del Past and Present, ma con un tory tory un po più marcato, che forse aveva origine soltanto dal fatto che i whigs come partito dominante offrivano più il fianco alla critica. In ogni caso, «Past and Present» contiene tutto ciò che v'è nel libro più piccolo, in forma più chiara, più diffusa e con l’espressa indicazione delle conseguenze, così che ci solleva alla critica del Chartismo.
«Past and Present» è un parallelo tra l'Inghilterra del secolo decimosecondo e quella del secolo decimonono, e consta di quattro parti intitolate: Proemio; il monaco del tempo andato; l'operaio del tempo moderno; oroscopo.
Scorriamo secondo l'ordine queste parti; io non posso resistere al desiderio di tradurre i più belli de’ tratti, spesso meravigliosamente belli, del libro. — La critica penserà da sé a’ casi suoi.
Il primo capitolo del proemio s'intitola «Mida». «La condizione dell'Inghilterra si considera a buon diritto come una delle più pericolose e sopratutto delle più strane che si sieno mai create nel mondo, l'Inghilterra ribocca di ogni specie di ricchezza, eppure l'Inghilterra muore di fame. Con dovizia inesauribile fiorisce e produce la terra d'Inghilterra, ondeggiante di spiche d’oro, fittamente coverta di opificî, di manifatture di ogni maniera, con quindici milioni di operai, che debbono essere i più forti, i più saggi e i più volenterosi fra quanti mai n’ebbe la nostra terra ; questi uomini son qui; il lavoro, che essi hanno fatto, il frutto, ch’essi hanno prodotto, è qui esuberante e abbondante, in mano di ognuno di noi, quando, ecco, un funesto comando, come di una maga, è uscito e dice: Non toccate, voi lavoratori, voi signori che lavorate, voi oziosì signori: nessuno di ‘voi deve toccarlo; nessuno di voi deve goderlo — questo è un frutto incantato!».
Il comando tocca prima di tutto gli operai. Nel 1842 l'Inghilterra e il paese di Galles contavano 1.430.000 poveri, di cui 222.000 stanno chiusi nelle case di lavoro: Bastiglie della legge su’ poveri le chiama il popolo. Grazie all'umanità dei whigs — La Scozia non ha legge de’ poveri, ma poveri in massa. — L'Irlanda — detto di passaggio — si può gloriare dell'enorme numero di 2,300,000 poveri.
«Innanzi alle Assise di Stockport (Cheshire) una madre ed un padre sono accusati e riconosciuti colpevoli di avere avvelenato tre loro figliuoli, allo scopo di scroccare da una società funeraria tre sterline e otto scellini pagabili alla morte di ogni figliuolo: e le autorità pubbliche, si bisbiglia, pensano che il caso non sia isolato, ma che sia meglio di non spingere a fondo l'indagine… Tali esempî sono pari all’altissima vetta di un monte che emerge all'orizzonte — al disotto vi è un'intera catena di monti e un paese che non appare ancora. — Una madre, un padre, che appartengono alla specie umana, avevano detto a se stessi: Che cosa dobbiamo fare per non morire di fame? Noi siamo inabissati qui nel nostro antro oscuro, e l’aiuto è lontano. — Oh! tetre cose accadono nella torre della fame di Ugolino: l'amatissimo piccolo Gaddo è caduto morto a’ piedi del padre! — I genitori di Stockport pensano e dicono: Il nostro povero piccolo affamato Tom, che piange tutto giorno chiedendo pane, che in questo mondo non vedrà che il male e niente di bene: se ad un tratto uscisse dalla miseria! Egli farebbe una buona morte e chi resta di noi potrebbe ancor sostenersi! Si pensa, si dice; e, infine, è fatto. Ed ora Tom è morto e tutto è speso e consumato; è ora la volta del povero, piccolo, affamato Jack o del povero, piccolo, affamato Will? — Oh! quale escogitazione di vie e di mezzi è mai questa! — Nelle città assediate e affamate. nella suprema ruina di Gerusalemme caduta sotto l’ira di Dio, era stato vaticinato: le mani delle misere donne hanno fatto una vivanda de’ loro proprî figli. La cupa fantasia dell’Ebreo non sapeva immaginare un più nero abisso di miseria; era questo l’ultimo termine dell’uomo avvilito, maledetto — e noi qui, nell’Inghilterra moderna, forniti ad esuberanza di tutto ciò che occorre alla vita, non assediati da altro che da invisibili incantamenti — ne veniamo a tanto? Come va questo? Donde ha causa e perchè deve accadere così?» Ciò accadde nel 1841. Io posso aggiungere che, cinque mesi or sono fu appiccata in Liverpool Betty Eules di Bolton, che per lo stesso motivo aveva avvelenato tre suoi figli e due figliastri.
Questo per i poveri. Che n'è de’ ricchi?.
«Questa industria inglese vittoriosa, con la sua riboccante ricchezza (158) finora non ha fatto ricco nessuno; è ricchezza stregata e non appartiene ancora ad alcuno. Possiamo domandare: chi di noi ha essa arricchito? Noi possiamo spendere le migliaia dove altra volta impiegavamo le centinaia — ma non riusciamo con ciò a comperare niente che ci sia più servibile. — … Più d'uno mangia delle leccornie più fine, beve vini più cari, ma, se scendiamo nel loro cuore, fuori del loro stomaco rovinato, è forse questa una maggiore benedizione per loro? Sono forse essi perciò più belli, più buoni, più forti, più bravi? Sono essi soltanto ciò che dicono «più felici?».
Il signore che lavora non è più felice, il signore che marcisce nell'ozio, cioè il proprietario fondiario aristocratico, non è più felice: «per chi dunque questa ricchezza d’Inghilterra è ricchezza? Per chi essa è una benedizione? chi rende essa più felice, più bello, più saggio, migliore?… Finora nessuno… La nostra prospera industria non ha finora alcuno buon risultato; perisce in mezzo alla straripante abbondanza il popolo: una strana vittoria se si arresta qui. In mezzo alle mura d'oro e a’ colmi granai nessuno v'è che si senta sicuro e contento. — Mida languiva appresso all'oro e insultava l'Olimpo. Egli ebbe oro in modo che diveniva oro tutto quanto toccava — e ciò gli giovò poco per le sue lunghe orecchie. Mida non aveva saputo pregiare la musica celestiale. Mida aveva vituperato Apollo e gli dei, e gli dei appagarono il suo voto e gli dettero un paio di lunghe orecchie per giunta; anche una buona appendice. — Quale verità in queste vecchie favole!»
«Come è vera» prosegue egli nel secondo capitolo «l'altra vecchia favola della sfinge». La natura è la sfinge, una dea, ma non ancora del tutto liberata, ancora mezzo avvolta nell’animalità, nella natura irragionevole: da un lato ordine, saviezza, ma anche oscurità, istinto selvaggio, necessità fatale. La sfinge-natura — misticismo tedesco, dicono gl’Inglesi quando leggono questo capitolo — ha un problema per ogni uomo e per ogni tempo; felice quello che lo risolve esattamente: chi non lo scioglie o lo scioglie male, cade in preda alla parte selvaggia e bestiale della sfinge; invece di una bella fidanzata trova una leonessa che sbrana. E lo stesso accade anche alle nazioni; sapete voi sciogliere l'enigma del destino? E tutti i popoli infelici, come tutti gl’individui disgraziati hanno data falsa risposta alla questione, hanno scambiato l'apparenza per la verità, hanno subordinato gli eterni, intimi fatti dell’universo a' fenomeni esteriori e passeggieri; e anche l'Inghilterra ha fatto così. L'Inghilterra, come egli si esprime appresso, è caduta in braccio all’ateismo e la sua presente con- dizione è la necessaria conseguenza di tutto questo.
Noi parleremo appresso di questo; intanto basta osservare che Carlyle avrebbe potuto estendere ancora un poco più il paragone della sfinge, se può (159) essere ammesso nel cennato antico senso panteistico dello Schelling; — la soluzione dell’enigma, oggi, come nella leggenda, è l'uomo, e veramente la soluzione nel senso più esteso. Si tratterà anche di questo.
Il capitolo successivo ci dà il seguente schizzo della insurrezione di Manchester nell'agosto 1842: «Un milione di operai affamati sì rivoltò; scesero tutti in istrada e — vi rimasero. Che altro dovevano fare? I loro torti e le loro lagnanze erano acerbi, intollerabili; il loro furore d'altra parte era giusto; ma chi ha dato causa a queste lagnanze, chi vuole dar loro aiuto? I nostri nemici, non sappiamo chi o che cosa sono; i nostri amici, non sappiamo, dove sono? Come dobbiamo noi assalire qualcuno, fucilare qualcuno o lasciarci fucilare da qualcuno? Oh! se quest'incubo maledetto, che, invisibile, sugge la vita nostra e de’ nostri, potesse assumere una figura e volesse venirci contro come tigre africana, come Behemoth del Caos, come lo stesso nemicissimo! in qualunque forma, in cui ci fosse dato di vederlo, d'afferrarlo!».
Ma questa era la sciagura degli operai nell'insurrezione della estate del 1842, che essi non sapevano contro chi dovevano combattere. Il loro male era di carattere sociale — e i disagi sociali non si abbattono come si abbattono un regno o i privilegi. I mali sociali non si lasciano curare con Chartue del popolo, e questo sentiva il popolo; altrimenti la Charta del popolo sarebbe oggi la legge fondamentale d'Inghilterra. I mali sociali vogliono essere studiati e conosciuti, ed è questo che la massa degli operai non ha fatto ancora sino a questo punto. Il grande frutto della sommossa fu che la questione vitale d'Inghilterra, la questione della sorte della classe operaia, come dice Carlyle, fu posta in modo da essere udita in Inghilterra da ogni orecchio pensante. La questione ora non può più essere girata: l'Inghilterra deve risolverla o soccombere.
Passiamo sopra al capitolo finale di questa sezione, passiamo sopra, intanto, a tutto il seguente, e prendiamo la terza sezione che tratta degli «Operai del tempo moderno» per avere tutt’insieme un disegno della con- dizione d'Inghilterra, come fu cominciato nel proemio.
Noi abbiamo, continua Carlyle, fatto gettito della religiosità del Medio Evo senza nulla avere in cambio; «noi abbiamo dimenticato Dio; noi abbiamo chiusi i nostri occhi all'eterna realtà delle cose, e li abbiamo tenuti aperti per la loro apparenza ingannatrice; noi pianamente crediamo che questo (160) Universo nel suo interno sia un grande incomprensibile FORSE: nella sua forma esterna, evidentemente, esso è una grande mandria ed una casa di lavoro forzato, con grandi cucine e tavole da pranzo, dove chi è savio si trova un posto; ogni verità di quest’universo è problematica, solo il guadagno e la perdita, solo la greppia e l'applauso sono e rimangono evidenti per l'uomo pratico. Nessun Dio esiste più per noi; le leggi di Dio sono divenute un «principio della maggiore possibile felicità», una gherminella di parlamenti; il cielo è divenuto un orologio astronomico, un campo di caccia per il telescopio di Herschell, dove si va a caccia di risultati scientifici e di sentimentalismi; in lingua nostra e del vecchio Ben Johnson: l’uomo ha perduta la sua anima e comincia ora a notare la sua mancanza. Questa è in verità la piaga, il focolare della comune cancrena sociale..... Non vi è più religione, non vi è più Dio, l'uomo ha perduta la sua anima e cerca inutilmente un antisettico. Invano lo cerca nella decapitazione di re, nelle rivoluzioni francesi, ne' bills di riforma, nelle insurrezioni di Man- chester; in tutto questo non vi è alcun rimedio. La putrida lebbra, alleviata per un'ora, torna subito dopo più forte e più insanabile».
Ma poiché il posto dell'antica religione non poteva rimanere del tutto vacante, così abbiamo accolto in luogo suo un nuovo evangelo, un evangelo che corrisponde alla vacuità e alla vanità del secolo — l'evangelo di Mammone. Il cielo cristiano e il cristiano inferno sono sbarazzati, quello come problematico, questo come privo di senso — e voi avete avuto un nuovo inferno; l'inferno della moderna Inghilterra è la coscienza di «non arrivare, di non guadagnare danaro!» — «Veramente, col nostro vangelo di Mammone siamo arrivati a singolari conseguenze! Parliamo di società, e pure, da per tutto, non facciamo che indurre la separazione e l'isolamento. La nostra vita non è mutuo appoggio, ma reciproca inimicizia, sotto certe leggi di guerra, «ragionevole concorrenza», e così via. Noi abbiamo gradatamente dimenticato che il pagamento in contanti non è l'unico legame tra uomo e uomo. «I miei operai languenti per fame?» dice il ricco fabbricante. «Non li ho io presi a nolo sul mercato, secondo dritto e ragione? Non ho io loro pagato quanto per contratto doveva. sino all'ultimo spicciolo? Che altro ho io a vedere con loro? Veramente, il culto di Mammone è una triste fede!».
«Una povera vedova irlandese, essendole morto il marito in uno de' vicoletti di Edimburgo andò via con i suoi tre figli, priva di ogni mezzo, e chiese soccorso a una istituzione di beneficenza. Da tutte le istituzioni essa fu respinta; forza e coraggio le vennero meno: fu presa dal tifo, morì e Infettò tutta la strada con la malattia, così che in seguito a tutto questo ne morirono diciassette altri. Il pietoso medico, che racconta questa storia — D. W. P. Alison — domanda a questo proposito: Non sarebbe stato più economico aiutare questa donna? Essa prese la febbre e recò la morte a diciassette di voi! — È assai singolare. La vedova irlandese abbandonata si volge ad altre creature umane come lei: Vedete, io vado attorno senza un soccorso; voi dovete aiutarmi, io sono vostra sorella, carne della vostra carne; un solo Dio ci creò? Ma essi rispondono: No, è impossibile; tu non sei nostra sorella. Ma essa mostra la sua fratellanza; la sua febbre li uccide; essi erano suoi fratelli, quantunque lo negassero. Come sì poteva cercare una prova più profonda?».
I Carlyle, sia detto di passaggio, è qui in errore, proprio quanto Alison. I ricchi non hanno alcuna compassione, nessun interesse per la morte de’ «diciassette». Non è una pubblica fortuna che la «popolazione eccedente» si è diminuita di diciassette? Se fossero stati un paio di milioni, invece di miseri diciassette, sarebbe stato tanto meglio. — Questo è il ragionamento de’ ricchi malthusiani inglesi.
E indi l’altro, anche peggior vangelo del dilettantismo, che ha foggiato un reggimento il quale non fa nulla, che ha tolto agli uomini tutto quanto hanno di vero e li spinge a voler essere ciò che non sono — li sforza verso la «felicità», cioè verso il mangiare e bere bene, che ha sollevato sul trono la crassa materia e ha rovinato ogni contenuto spirituale: che cosa deve venir fuori da tutto questo?
«E che cosa dobbiamo dire di una classe dirigente come la nostra, che oppone a' suoi operai un'accusa di «sopraproduzione»? Sopraproduzione, non è questo il punto? Voi diversi individui che tenete fabbriche, voi avete prodotto troppo? La nostra doglianza è che voi avete fatto più di duecentomila camicie per il nudo genere umano. Anche le mutande che voi fate, di cotone, castmir, plaid scozzese, di nanking e di lana, non sono troppe? Cappelli e scarpe, sedie per sedere e cucchiai per mangiare — già, e voi producete orologi d’oro, gioielli, forchette d'argento. cassettoni. armadî e divani imbottiti — o cielo, tutti i bazars commerciali e Howel e (162) James non possono contenere i vostri prodotti: voi avete prodotto, prodotto, prodotto — chi di voi vuole lamentarsene, non ha che da guardarsi in- torno; milioni di camicie e di vuote mutande pendono come testimonianza contro di voi. Noi vi accusiamo di sopraproduzione: voi siete colpevoli del tristo delitto di aver prodotto camicie, mutande, cappelli e scarpe, e così via, in una stupefacente abbondanza. È ora vi è un ristagno in seguito di questo, e i vostri operai debbono morir di fame…».
«Miei Lords e Signori, di che cosa si dolgono quei poveri operai? Loro, miei Lords e Signori, erano istituiti per curare che non nascessero di questi arresti; loro dovevano guardare che la ripartizione della mercede del lavoro eseguito procedesse ordinatamente, che nessun lavoratore rimanesse privo della sua mercede, sia in danaro che in canapo di forca; questo era il loro ufficio ed è stato da tempo immemorabile. Questi poveri tessitori hanno molto dimenticato di quello che secondo la legge intima non scritta della loro condizione avrebbe dovuto considerare — ma secondo ogni legge scritta della loro condizione, che cosa hanno essi dimenticato? Essi erano chiamati a far camicie. La comunità con tutte le sue voci ordinò loro: fate camicie — e le camicie sono qui. Troppe camicie? Veramente, questo è nuovo, in questo matto mondo, con novecento milioni di corpi ignudi! Ma, miei Lords e Signori, la comunità detta a noi quest'ordine: prendete cura che queste camicie sieno ben ripartite — e dove è la ripartizione? Due milioni di operai senza camicia o con la camicia a brandelli stanno nelle Bastiglie della legge su’ poveri, cinque altri milioni stanno negli ugoliniani antri della fame; e per tutto aiuto, Lorsignori dicono — che cosa dicono? — : Fate salire le nostre entrate.... Lorsignori dicono trionfalmente: Voi volete imbastir doglianze, voi volete rinfacciare a noi un eccesso di produzione? Noi prendiamo come testimoni il cielo e la terra che noi non abbiamo pro- dotto proprio niente. In tutti gli ampî campi della creazione non vi è una sola camicia o altra cosa fatta da noi. Noi non abbiamo alcuna colpa di tutto ciò che sì produce: al contrario, ingrati, che monte di cose non abbiamo noi avuto da «consumare»! Non sono scomparsi innanzi a noi questi monti, come se avessimo avuti degli stomachi di struzzo e una specie di divina capacità di distruggere? Ingrati! non siete voi cresciuti all'ombra delle nostre ali? Le vostre sudicie fabbriche non stanno sulla nostra proprietà? E non dobbiamo noi potervi vendere il nostro grano al prezzo che ci piace? Pensate un po’, (163) che ne sarebbe di voi, se i possessori del suolo d'Inghilterra deliberassero di non lasciar crescere più frumento?».
Questo modo di vedere dell'aristocrazia, questa barbara domanda: che ne sarebbe di voi, se noi non fossimo tanto compiacenti da lasciare crescere il frumento, ha prodotto le «folli e miserabili leggi su’ cereali»; le leggi su’ cereali che sono tanto folli da non potersi portare contro loro se non tali argomenti: «che farebbero piangere un angelo in cielo e anche un asino sulla terra». Le leggi su’ cereali provano che l'aristocrazia non ha ancora imparato a non produrre malanni, a star tranquilla, a non far niente. non diciamo neppure a far qualche cosa di bene; eppur secondo Carlyle sarebbe questo il suo dovere. «Essa è obbligata per la sua stessa condizione a guidare e reggere l'Inghilterra e ogni operaio nella casa di lavoro forzato ha il diritto di chiederle innanzi tutto: Perché io sono qui? La sua domanda è udita in cielo, e sì farà udire anche in terra, se non le si fa attenzione. La sua doglianza è contro di loro, miei Lords e Signori. Lor signori sono in prima linea degli accusati; Loro, in grazia della posizione che hanno, debbono rispondere per i primi! — Il destino dell'aristocrazia che si va disfacendo — come si può leggere il suo oroscopo nelle leggi su’ cereali e così via — è un abisso che riempie di disperazione! Sì, miei rosei fratelli, che andate a caccia della volpe, attraverso i vostri freschi e vaghi visi, attraverso le vostre maggioranze che votano le leggi su’ cereali, attraverso le vostre scale mobili (sliding-scales), i vostri dazî protettori, la corruzione elettorale e i fuochi di gioia del Kent, un occhio indagatore scopre gli orribili tratti delle rovina, troppo orribili per potersi dire, il mene, mene di Baldassarre. — Buon Dio! un'accidiosa aristocrazia francese — è trascorso appena un mezzo secolo d’allora — non dichiarò ugualmente: noi non possiamo vivere, non possiamo seguitare a vestirci e posare secondo il nostro stato: la rendita delle nostre terre non ci basta, noi dobbiamo aver più di quel che abbiamo; noi dobbiamo essere esentati dalle imposte e avere una legge su’ cereali per elevare la nostra rendita. Questo accadeva nel 1789: quattro anni dopo… — Avete voi udito della conceria di Meudon, dove gl'ignudi sì fecero calzoni di pelle umana? Possa il cielo misericordioso sperdere l’augurio; avvenga a noi dì diventare più saggi, con che diverremo meno miseri!».
E l'aristocrazia che lavora resta impigliata nelle reti della putrescente aristocrazia e approda, anch'essa, col suo «Mammonismo», ad una cattiva condizione. «Il popolo del continente sembra che (164) esporti le nostre macchine, tessa la lana e fabbrichi da sé e ci cacci prima da questo mercato, poi da quello. Tristi notizie, ma di gran lunga non le più tristi. Il più triste è che — come sento dire — noi dovremmo far dipendere la nostra esistenza nazionale dalla nostra possibilità di vendere la stoffa di lana a qualche picciolo al braccio meno degli altri popoli. Un'assai grama posizione questa, per una grande nazione! Una posizione che, come mi pare, non potremo mantenere a lungo, malgrado tutti i possibili allestimenti di leggi su’ cereali. — Nessuna grande nazione si può mantenere sovra una tale punta di piramide, ascendendo sempre più in alto e giuocando di equilibrio sul pollice del piede.
In breve, questo vangelo di Mammone col suo inferno della mancanza di guadagno, dell'offerta, della domanda, della concorrenza, della libertà di commercio, del laissez-faire, e del diavolo che si porti tutto il resto, comincia gradatamente a divenire il più miserabile vangelo che si sia mai predicato sulla terra. — Sì, se domani le leggi su’ cereali fossero abolite, non si sarebbe con ciò venuto a capo di nulla: sarebbe solo rimasto il campo per iniziare cose d'altro genere. Abolite le leggi su’ cereali, reso libero il commercio, è ben sicuro che scomparirà il presente inceppo del- l'industria? Noi avremo di nuovo un periodo d'intraprese commerciali, di supremazia e di espansione; il collare della fame che ci stringe il collo si allenterà, noi avremo campo di respirare e tempo di riflettere ed emendarci — un tempo tre volte prezioso per regolare come combattere per la nostra vita, per la riforma de’ nostri tristi metodi, come alleviare e istruire il nostro popolo, mettere alla sua portata qualche nutrimento spirituale, una vera guida e un vero governo. — Sarà un tempo impagabile! Poiché il nostro nuovo periodo di espansione ci richiamerà e deve richiamarci di nuovo all'antico metodo della «concorrenza» e del diavolo che porti il resto soltanto come un parossismo e verosimilmente come il nostro ultimo parossismo. Raddoppiandosi in venti anni la nostra industria, si duplica in venti anni anche la nostra popolazione; noi saremo al punto a cui eravamo; saremo soltanto duplicati, e, perché raddoppiati, dieci volte più privi di freno. — Guai, in quali posti siamo noi arrivati in questo nostro pellegrinaggio attraverso la distesa de’ tempi, dove gli uomini vagolano, come cadaveri galvanizzati, con occhi fissi, senza pensiero, senza anima, solo con un'attitudine industriale del genere di quella de’ castori e uno stomaco per la digestione! La sparuta disperazione degli operai delle fabbriche di cotone, delle miniere di carbone e dell'agricoltura in questi giorni è dolorosa a (165) vedersi, ma non certo più dolorosa per chi pensa che questa brutale saggezza della vita e filosofia della perdita e del guadagno, dimentica di Dio, che sentiamo bandire dovunque, nelle sedute del Senato, ne’ clubs, negli articoli di fondo de’ giornali, dalle cancellerie e dalle tribune come il definitivo e onorevole vangelo inglese della vita umana!» — «Io ho l’audacia di credere che in nessun tempo, dalle origini della società, la sorte de’ muti, affaticati milioni sia stata così insopportabile come è oggi. Non la morte. O la stessa morte di fame, fa l’uomo infelice; tutti dobbiamo morire: ma essere infelice e non sapere perché, lavorare sino ad ammalarsi per niente e poi niente ancora, col cuore affaticato, stanco, eppure essere isolato. desolato, cinto da un freddo, universale laissez-faire, morire lentamente durante tutta la nostra vita, murato in una muta, morta, infinita ingiustizia, come nel ventre maledetto di un toro di Falaride — questo è e rimane in eterno insopportabile per tutti gli uomini fatti ad immagine divina. E noi ci meravigliamo di una Rivoluzione francese, di una «grande settimana», di un Chartismo inglese? I tempi, se noi riflettiamo bene, sono davvero senza esempio».
Se in tali tempi senza esempio l'aristocrazia si mostra inetta alla direzione della cosa pubblica, è una necessità scartarla. Indi la democrazia. «A quale estensione è già arrivata oggi la democrazia, come essa avanza con foga auguriosa e sempre crescente, può vederlo ognuno che vuole aprire gli occhi su qualsiasi sfera di rapporti umani. Dal tuono delle battaglie napoleoniche allo schiamazzo per una pubblica adunanza locale a St Mary Axe tutto annunzia democrazia». Ma che cosa è democrazia, infine? «Niente altro che la mancanza di padroni che vi possono reggere e la rassegnazione di questa inevitabile mancanza, lo sforzo di cavarsela senza di loro. — Nessuno ti opprime, o libero e indipendente elettore, ma non ti opprime questo stupido fiasco di porter? Nessun figlio di Adamo ti comanda di andare e venire — ma questo assurdo fiasco, umido pesante (heavy-wet) lo può e lo fa! Tu sei il servo, non di Cedrik il Sassone, ma de’ tuoi stessi bestiali appetiti. e tu (166) parli di libertà? tu, perfetto imbecille! — La credenza che la libertà di ognuno consiste nel dare il suo voto nell’elezioni e dire: vedi, anche io adesso ho la mia ventimillesima parte di un oratore nella nostra istituzione nazionale delle ciarle; tutti gli dèi non mi saranno dunque favorevoli? questa credenza è una delle più divertenti del mondo. La libertà che si acquista così, mentre v'isolate reciprocamente, non avete più niente da fare vicendevolmente fuorché per via di danaro contante e libri mastri, questa libertà si riduce ad essere infine la libertà di morire di fame per i milioni di lavoratori, la libertà d'imputridire per le migliaia e le unità pigre, che non fanno nulla. Fratelli, dopo secoli di regime costituzionale sappiamo ancora ben poco ciò che è libertà e ciò che è schiavitù. Ma la democrazia avrà il suo libero corso; i milioni di lavoratori, sotto l’azione delle necessità della vita, nel loro istintivo, passionale desiderio di una guida, rigetteranno la falsa direzione e spereranno per un momento di poter fare a meno di chi li conduca; ma solo per un momento. Voi potete scuotere l'oppressione di chi malamente vi è preposto; io non vi biasimo, vi compiango soltanto e vi ammonisco; ma rimane ancora insoluto il problema posto, il grande problema: il problema di trovare una direzione per mezzo di vostri veri capi.»
«La guida, come è ora, è certamente abbastanza miserabile.» «Nel recente comitato parlamentare riflettente la corruzione elettorale, l'opinione delle teste più sane e più pratiche sembrò questa, che la corruzione fosse inevitabile e che noi, bene o male, dovessimo cercare di andare avanti senza elezioni sincere. — Da un parlamento, che si proclama eletto ed eleggibile per corruzione, che legislazione mai può venire? Corruzione significa non soltanto venalità, ma disonore, inganno impudente; insensibilità bronzea verso la menzogna e l'istituzione delle menzogne. Siate dunque onesti, aprite in Downing-Street un ufficio elettorale con una tariffa cittadina; tanto di popolazione, paga tanto d'imposta sull'entrata, tanto di rendita fondiaria, questo lo sviluppo dell'industria; elegge due deputati, elegge un deputato, il cui ufficio si può avere per tanto danaro contante: Ipswich tante migliaia. di lire sterline, Nottingham tante; — allora voi li avete bellamente, onesta- mente, per via di compera, senza la menzogna! — Il nostro Parlamento sì dichiara eletto ed eleggibile per corruzione. Che ne deve uscire da un tale Parlamento? A meno che Belial e Beelzebub non reggano questo mondo, un tal Parlamento è tratto da sé stesso a nuovi bills di riforme.
Noi vogliamo piuttosto provare il Chartismo ad ogni altro sistema, anziché contentarci di questo! (167) Un parlamento, che comincia con una menzogna sulla lingua, si dovrà fare scartare da sé stesso. Giorno per giorno, or per ora sì avvicina un chartista, un Cromwell armato per intimare a un tal Parlamento: «Voi non siete un Parlamento. In nome dell’Altissimo — fate il vostro bagaglio!».
Questa è la condizione dell'Inghilterra secondo Carlyle. Una putrefacente aristocrazia fondiaria, che «non ha ancora imparato a restar tranquilla e almeno a non procacciare alcun malanno», un'aristocrazia’ che lavora, che è precipitata nel Mammonismo, che mentre dovrebbe essere un consesso di guide del lavoro, di «capitani dell'industria», è soltanto un mucchio di boucaniers e di privati industriali, un Parlamento eletto per corruzione, una filosofia della vita del semplice stare a vedere, del non far niente, del laissez-faire, una fragile e logora religione cercata fuori della vita, un completo dissolversi di tutti i generali interessi umani, una universale sfiducia della verità e dell'umanità, e, come conseguenza di tutto questo, un isolamento universale dell’uomo ridato alla sua «rozza unità, una coattiva, sterile confusione di tutti i rapporti della vita, una guerra di tutti contro tutti, una generale morte spirituale, una mancanza d’«anima», cioè di una coscienza veramente umana; una classe operaia sproporzionatamente forte, in uno stato intollerabile di oppressione e di miseria, di selvaggio malcontento e ribellione contro il vecchio ordine sociale, e perciò una democrazia che sì avvicina minacciosa e senza freno — da per tutto caos, disordine, anarchia, dissoluzione degli antichi legami della società, dovunque vuoto spirituale, assenza di pensiero e rilassamento. — Questa è la condizione dell'Inghilterra. Per quanto abbiamo a fare delle riserve su di alcune espressioni che derivano dal particolare punto di vista di Carlyle — noi gli dobbiamo dare completamente ragione. Egli, l’unico della classe «rispettabile», ha tenuto aperti gli occhi almeno per i fatti, egli ha compreso giustamente almeno l'immediato presente, e questo è davvero infinitamente molto per un inglese «educato».
Quale è l'avvenire? Le cose non rimangono e non possono rimanere come sono ora. Noi l'abbiamo visto: come egli stesso confessa, Carlyle non ha alcuna «pillola di Morrison», nessun rimedio universale per il risanamento del malessere sociale. E anche in questo egli ha ragione. Ogni filosofia sociale, finché mette come suo risultato finale un paio di proposizioni, finché include ancora pillole di Morrison, è ancora assai incompleta; (168) non sono tanto i nudi risultati che ci occorrono, come, piuttosto, lo studio; i risultati sono niente senza lo sviluppo che ha condotto sino ad essi; questo lo sappiamo già da Hegel in poi, e i risultati sono peggio che inutili, se si assumono come stabiliti per sé stessi, se non si assumono ancora come premesse per lo sviluppo ulteriore. Ma i risultati debbono anche temporaneamente assumere una forma determinata, debbono mediante l'evoluzione uscire dalla vaga indeterminatezza per divenire chiari pensieri, e non possono assolutamente presso una nazione così schiettamente empirica come l'inglese, evitare la forma di «pillole di Morrison». Lo stesso Carlyle, quantunque sì sia assimilato molto di tedesco e stia molto lontano dal crasso empirismo, avrebbe verosimilmente sotto mano qualche pillola, se vedesse in maniera meno confusa e meno nebulosa il futuro.
Intanto egli dichiara che tutto è inutile e sterile finché il genere umano persiste nell’ateismo, finché non ha di nuovo riformata la sua «anima». Non che il vecchio cattolicismo debba restaurare la sua energia e la sua forza vitale, o che si debba mantenere in piedi l’attuale religione: — egli sa molto bene che rituali, dogmi, litanie, tuoni del Sinai non possono giovare a nulla, che tutti i tuoni del Sinai non fanno la verità più vera e non preoccupano un uomo ragionevole; che il tempo della religione della paura è passato già da gran pezza, ma la religione stessa dev'essere restaurata; noi stessi vediamo dove ci hanno condotto «due secoli di regime ateo» — dalla «benedetta» Restaurazione di Carlo II — e vedremo ancora a poco a poco che questo ateismo comincia ad essere fuori di moda e logoro. Ma noi abbiamo veduto come ciò che Carlyle chiama ateismo, non è la miscredenza di un Dio personale, ma la miscredenza dell’intima essenza, dell’infinità dell'universo, la miscredenza verso la ragione, la sfiducia nello spirito e nella verità; la sua lotta non è diretta contro chi non crede alla rivelazione della Bibbia, ma contro il «più orribile miscredente, contro quello che non crede alla Bibbia della storia mondiale». Questo è l'eterno libro di Dio, in cui ogni uomo, finché non gli si sono spente l’anima e la luce degli occhi, può vedere a scrivere il dito di Dio. Ridere di ciò, è miscredenza di cui non vi è l’uguale, una mìscredenza che voi dovreste punire, non col fuoco e con i roghi, ma col più reciso comando di tacere finché non si abbia qualche cosa di meglio da dire. Perché il felice silenzio dovrebbe essere interrotto da uno strepito, solo per metter fuori tali ciarle? Se il passato non ha in sé alcuna ragione divina, ma solo diabolico errore, ch’esso vada perduto in eterno, non parlate più di esso; a noi i cui padri furono tutti appiccati, mal si conviene ciarlare di corda! «Ma la moderna Inghilterra non può credere alla storia». L'occhio vede delle cose solo quel tanto che può vedere per l'intima capacità sua. Un secolo senza Dio non può intendere epoche piene del sentimento divino. Esso vede nel passato (nel Medio Evo) solo un vano dissidio, l’universale impero della forza bruta, esso non vede che infine potenza e diritto vengono a coincidere, esso vede semplice bestialità, selvaggia irragionevolezza, conveniente piuttosto a Bedlam che a un mondo umano. Onde segue naturalmente che le stesse peculiarità dovrebbero seguitare a dominare nel nostro tempo. Milioni confinati nelle Bastiglie; vedove irlandesi che provano la loro natura umana mediante il tifo: è stato sempre così o peggio; che cosa pretendete voi di diverso? che cos'altro è stata la storia, fuorché lo sfruttamento della marchiana stupidaggine compiuta dalla fortunata ciurmeria? Nessun Dio vi era nel passato; niente altri fuorché meccanismo ed idoli caotici-bestiali: come il povero «storico filosofico», il cui secolo è così interamente dimentico di Dio, deve scorgere Dio nel passato?»
Ma il nostro tempo non è così completamente fuor di ogni speranza. «Sì, nella stessa nostra povera, dilaniata Europa non si sono levate in questi ultimi tempi invincibilmente a’ cuori di tutti gli uomini voci religiose di una nuova e, al tempo stesso, della vecchia religione? Ne conosco alcuni, che si chiamavano o sì credevano profeti. ma che in verità erano piane voci echeggianti dell'eterno cuore della natura, anime degne di onore in eterno da parte di tutti che hanno un'anima. Una rivoluzione francese è un fenomeno: come completamento ed esponente spirituale di essa sono per me anche un fenomeno un poeta Goethe e una letteratura tedesca. Se l'antico mondo terreno o pratico è andato in fiamme, non vi è poi qui il presagio e l'aurora di un nuovo mondo spirituale, del generatore di assai più nobili, più grandi, nuovi, pratici mondi? Una vita di antica devozione, di antica virtù e di antico spirito eroico è di nuovo divenuta possibile, è qui realmente visibile per l'uomo modernissimo, un fenomeno che in tutta la sua pacatezza non sì può comparare ad alcuno (170) altro! Ivi sono accordi di una nuova melodia delle sfere, percettibili di nuovo attraverso tutto l'interminabile gergo e le disonnanze della cosa che si chiama letteratura».
Goethe è il profeta della «religione dell'avvenire», e il suo culto, il lavoro. «Poiché vi è un’eterna nobiltà, ancor più qualche cosa di sacro nel lavoro. E, se anche così oscurato, reso dimentico dell'alto suo compito, vi è sempre in esso una speranza per un uomo che lavora realmente e saviamente; nell'accidia soltanto è l'eterna disperazione. Il lavoro, anche così mammonizzato, anche così avvilito, rimane tuttavia un legame con la natura; l'impellente desiderio vi vedrà compiuto il proprio lavoro, condurrà sempre, più è più, alla verità e alle condizioni e alle leggi della natura. Un’infinita importanza risiede nel lavoro: mediante esso l'uomo sì completa. Putridi pantani scompariscono; bei campi arati, splendide città ne prendono il posto, e sopratutto l'uomo stesso cessa di essere una putrida palude o una desolazione pregna di miasmi. Considerate come anche nelle più vili forme di lavoro tutta l'anima dell'uomo si riadagia in una certa armonia, appena si dà al lavoro! Dubbio, desiderio, angoscia, inquietudine, sdegno, la disperazione stessa, tutte queste cose, come cerberi, assediano l'animo del povero giornaliero come di qualunque altro: ma si mette con animo sereno alla sua opera giornaliera e tutti si ritirano ringhiando ne loro covi lontani. L'uomo ora è un uomo; il sacro ardore del lavoro è m lui come un fuoco purificatore. dove ogni veleno e anche il vapore più appestante si consumano in una sacra. vivida fiamma. — È beato chi ha trovato il suo lavoro; egli non desidera altra benedizione. Egli ha un lavoro, uno scopo alla vita; egli l'ha trovato, lo prosegue e la sua vita ora scorre verso di esso, un canale che scorre liberamente. scavato attra- verso la stagnante palude dell'esistenza, scaricando l'acqua, impantanata dal più lontano giuncheto, trasformando la palude pestilenziale in una verde, feconda prateria. Lavoro è vita; in fondo tu non hai altro conoscenza fuori di quelle che ti sei procacciato mediante il lavoro; il resto è ipotesi, materia di dispute scolastiche tra le nuvole, ondeggianti in interminabili mulinelli logici, finché non la mettiamo alla prova e la fissiamo. Un dubbio di ogni specie può essere risoluto solo con l’operosità. Mirarabile era il motto degli antichi monaci: Laborare est orare; lavoro è religione. Più antico di ogni vangelo predicato fu (171) questo vangelo non predicato, non pronunziato, ma inestinguibile, eterno vangelo: lavora e trova nel lavoro la pace. O uomo, non vi è nell'intimo fondo del tuo cuore uno spirito di ordine operoso, una forza del lavoro, ardente come un fuoco che vampa dolorosamente, che non ti lascia tranquillo, finché tu non lo sviluppi, finché tu non lo scrivi in opere intorno a te? Tutto ciò che è disordinato, sterile, tu devi renderlo ordinato, regolato, coltivabile, che ti obbedisce e ti dà frutti. Dove tu trovi disordine, là è il tuo eterno nemico; assaltalo immediatamente, soggiogalo; strappagli l’imperio del caos, mettilo sotto il tuo dominio, sotto il dominio dell’intelligenza e della divinità! Ma soprattutto dove tu trovi incoscienza, stolidità, pervertimento. assaltali, io ti dico, colpiscili, colpisci in nome di Dio; colpisci! Tu devi operare finché è giorno; non puoi la notte, quando nessuno può operare. — Ogni vero lavoro è sacro; sudore del volto, sudore del cervello e del cuore, che comprende i computi di un Keplero, le meditazioni di un Newton; tutte le scienze, tutti i canti eroici cantati, ogni atto eroico compiuto, ogni martirio, sino a quella «lotta mortale del sudore sanguinante» che tutti gli uomini hanno chiamato divina. Se questo non è culto. o fratello, allora io ho in poco pregio il culto, poiché questa è la più nobile cosa che sia conosciuta sotto la volta celeste. Chi sei tu che spargi lamenti sulla tua vita di puro lavoro? Non lamentarti: con te il cielo è severo, ma non inimico, una nobile madre, come quella madre spartana che dava lo scudo al figlio: con questo o su questo! Non ti lamentare: anche gli Spartani non sì lamentavano. — Un mostro vi è nel mondo, — l'infingardo. Quale è la sua religione da questa infuori, che la natura è un fantasma. che Dio è una menzogna e la sua vita una bugia.»
Ma anche il lavoro è preso nel selvaggio vortice del disordine e del caos; il principio che purifica, che rende coscienti, che sviluppa, è divenuto preda dell'imbroglio, della confusione e delle tenebra. Ciò porta alla vera questione principale, all'avvenire del lavoro.
«Qual lavoro sarà quello, che i nostri amici del Continente, stamburando da lungo tempo e in maniera un po’ assurda, chiamano «organizzazione del lavoro». Tutto questo dev'essere tolto dalle mani di assurdi parolai e dato ad uomini valenti, saggi, laboriosi; ed è cosa da iniziarsi (172) e da compiersi subito, se l'Europa — se l'Inghilterra almeno — deve rimanere ancora abitabile. Se poi guardiamo a’ nostri nobilissimi capeggiatori della legge su’ cereali o a’ nostri capitani spirituali e pastori di anime «con un minimo di quattromila cinquecento sterline all’anno», certamente le nostre speranze saranno un po’ appannate.
Ma, animo! Vi è ancora più di un bravo uomo in Inghilterra. O inaddomesticabile padrone di fabbrica, non vi è anche in te qualche speranza? Finora tu sei stato un
boucanier
; ma se in questi cuori non addomesticabili può trionfare il cotone, non possono forse esservi altre vittorie, dieci volte più nobili?»«Guardatevi intorno, i vostri eserciti terreni sono in sommossa, confusi, rilassati, alla vigilia di perire nelle fiamme, alla vigilia della follia! Essi non vogliono marciare più secondo il principio di sei pence al giorno e dell'offerta e la domanda; essi non vogliono più, e hanno ragione. Essi sono quasi cacciati nelle fauci della follia: siate voi più ragionevoli. Questa gente non marcerà più, per molto tempo, come una plebe confusa e che confonde, ma come una massa ordinata e serrata con veri condottieri alla loro testa. Tutti gl’ interessi umani, tu tte le intraprese comuni dovevano ad un certo grado di sviluppo, essere organizzate, ed ora il più grande degli interessi umani, il lavoro, richiede la sua organizzazione».
Per attuare questa organizzazione, per mettere un vero sostegno e un vero governo al posto di un falso appoggio, Carlyle chiede una «vera aristocrazia», un «culto d’eroì» e pone come il secondo grande problema, quello di scoprire gli ἄριστοι, i migliori, la cui direzione occorre «per unire l’inevitabile democrazia con la indispensabile sovranità».
Da questi estratti emerge abbastanza chiaramente il punto di vista di Carlyle. Tutta la sua concezione è essenzialmente panteistica e propriamente panteistico-tedesca. Gl’Inglesi non hanno panteismo, ma soltanto scetticismo: il risultato di tutto il filosofare inglese è la sfiducia nella ragione, la confessata incapacità di risolvere le contraddizioni a cui si è approdato in ultima istanza; e, in conseguenza di ciò, da un lato un ritorno alla fede, dall'altro la deduzione alla pura praxis, senza curarsi più di metafisica e d’altre cose somiglianti. Carlyle perciò col suo panteismo derivato dalla letteratura tedesca è ancora un «fenomeno» in Inghilterra, e un fenomeno (173) abbastanza inintelligibile per ì pratici e scettici Inglesi. La gente lo affisa, parla di «misticismo tedesco», d'inglese slogato; altri sostengono che vi sia qualche cosa dietro, che il suo inglese sia veramente inusitato, ma pure bello, ch'egli sia un profeta, e così via — ma nessuno sa bene che cosa deve fare dell'intero.
Per noi Tedeschi, che conosciamo le premesse del punto di vista di Carlyle, la cosa è abbastanza chiara. Resti di romanticismo tory e concezioni umane di (Goethe, da un lato, e, dall'altro lato, l'Inghilterra scettico empirica, questi fattori bastano per trarne tutta la concezione mondiale di Carlyle. Carlyle, come tutti i panteisti, non ha superato la contraddizione; e il dualismo è tanto peggiore in Carlyle, poiché egli conosce veramente la letteratura tedesca, ma non conosce il suo necessario complemento, la filosofia tedesca, e perciò tutte le sue concezioni, anche immediate, intuitive, tengono più di Schelling che di Hegel. Con Schelling — col vecchio Schelling, beninteso, non con lo Schelling della rivelazione — Carlyle ha una quantità di punti di contatto; con lo Strauss, la cui concezione è anche panteistica, si accorda nel «culto degli eroi» o «culto del genio».
La critica del panteismo è stata fatta in Germania, negli ultimi tempi, in modo così esauriente, che poco più resta da dire. Le tesi di Feuerbach negli «Anekdotas» e gli scritti di Bruno Bauer contengono tutto quanto occorre. Noi ci limiteremo quindi semplicemente a tirare le conseguenze dal punto di vista di Carlyle e a mostrare che in fondo è soltanto un prodromo al punto di vista di questa rivista.
Carlyle si duole della vacuità e della vanità del secolo, dell’intima corruzione di tutte le istituzioni sociali. Il lamento è giusto; ma la semplice doglianza non mena a niente; per eliminare il male, se ne deve cercare la causa; e, se Carlyle avesse fatto questo, avrebbe trovato che questa decomposizione e questa vacuità, questa «assenza di anima», questa irreligione e questo «ateismo» hanno la loro base nella stessa religione. La religione, secondo la sua essenza, importa uno spogliare l’uomo e la natura di ogni contenuto, un trasferimento di questo contenuto nel fantasma di un Dio oltremondano, il quale poi, in grazia, fa arrivare all'uomo e alla natura qualche cosa della sua esuberanza. Finché la fede in quel fantasma del di là è viva e vigorosa, l’uomo, almeno per questa via traversa, (174) giunge ad avere un certo contenuto. La viva fede del medio evo infondeva per questa via a tutta l'epoca una notevole energia, ma un'energia che non veniva dall'esterno, bensì si trovava già nella natura umana, se anche inconsapevole, se anche involuta. La fede si venne a grado a grado indebolendo, la religione si andò infrangendo al contatto della progrediente civiltà ma, pure, non sempre l’uomo vedeva che egli adorava e divinizzava lo stesso essere suo come un essere estraneo. In questo stato d’inconsapevolezza e» al tempo stesso, di miscredenza, l’uomo non può avere alcun contenuto, deve disperare della verità, della ragione, della natura, e questa vanità e vacuità, la sfiducia nelle eterne realtà dell’universo dura finché l’uomo non vede che la sostanza, che egli ha venerata come Dio, è la sua stessa; è l'essenza finora ignota, fino..... — ma a che copiare Feuerbach?
La vacuità per lungo tempo non è apparsa così sensibile, poiché la religione è l’atto per cui l’uomo si spoglia del suo contenuto; e voi ora vi meravigliate, che essa ora si mostri qual’ è, alla luce del giorno, con vostro spavento, dopo che la porpora, che la covriva è sbiadita, dopo che l'aroma, che la circondava, è svanito?
Carlyle inoltre — e questa è l'immediata conseguenza di quanto precede — accusa il secolo d'ipocrisia e di menzogna. Naturalmente la vacuità e lo snervamento possono essere coverti e tenuti ritti con drappi imbottiti e con stecche di osso di balena! Anche noi assaliamo l'ipocrisia della presente condizione del mondo cristiano: la lotta contro di essa, la liberazione nostra e del mondo da essa sono in fine il nostro unico compito: ma poiché noi siamo giunti mediante l'evoluzione della filosofia al riconoscimento di questa ipocrisia, e poiché noi conduciamo la lotta scientificamente, per ciò stesso l'essenza di questa ipocrisia non ci riesce più così strana e inintelligibile come è ancora assolutamente per Carlyle. Noi riportiamo questa ipocrisia alla religione, la cui prima parola non è la verità. O non comincia la religione con questo, col mostrarci qualche cosa di umano e sostenere che sia sovrumano, divino? Ma poiché noi sappiamo che tutta questa menzogna e questa immoralità trae origine dalla religione: che l’ipocrisia religiosa, la teologia è il prototipo di tutte le altre menzogne ed ipocrisie, così siamo autorizzati ad estendere il nome della teologia a tutto l'insieme (179) di menzogne e di simulazioni del tempo presente, come si è fatto già per opera di Feuerbach e B. Bauer. Carlyle può leggere i loro scritti, se desidera sapere donde viene l’immoralità che appesta tutti i nostri rapporti.
Una nuova religione, un culto panteistico di eroi, un culto del lavoro si debbono fondare o si debbono attendere; ora questo è impossibile; tutte le possibili forme della religione sono esaurite; dopo il Cristianesimo, dopo la religione assoluta, cioè astratta. dopo la «religione come tale» non può venir più nessun'altra forma di religione. Lo stesso Carlyle vede che la cattolica, la protestante ed ogni altra forma di Cristianesimo che si voglia. va irresistibilmente incontro alla fine; se conoscesse la natura del Cristianesimo, vedrebbe che dopo di esso non è più possibile altra religione. Nemmeno il panteismo! Lo stesso panteismo è una conseguenza del Cristianesimo non separabile dalla sua premessa; almeno il panteismo moderno di Spinoza, di Schelling, di Hegel e anche di Carlyle. Anche questa volta, Feuerbach mi esime della pena di fornirne la prova.
Come si è detto, anche noi siamo intenti: a combattere l’incontinenza, la interna vacuità, la morte dello spirito, la menzogna del secolo: con tutte queste cose noi guerreggiamo per la vita e per la morte, tanto quanto Carlyle. e abbiamo assai maggiore probabilità di successo ch'egli non abbia, perché noi sappiamo ciò che vogliamo. Noi vogliamo eliminare l'ateismo, quale Carlyle lo rappresenta, ridando all'uomo quell'intimo contenuto. che egli ha perduto per via della religione; non un contenuto divino. ma un contenuto umano; e tutta questa restaurazione si limita al ridestare la coscienza di sé stesso. Noi vogliamo sbarazzare la via di tutto ciò che si annunzia come sovrannaturale e sovrumano, e con ciò allontanare la menzogna: poiché la pretensione di ciò che è umano e naturale a voler essere sovrumano e sovrannaturale è la radice di ogni mancanza di sincerità e di ogni menzogna. Perciò abbiamo dichiarato guerra una volta per sempre alla religione e a’ concetti religiosi, e ci curiamo poco che ci si chiami atei o d'altra maniera. Intanto, se fosse vera la definizione panteistica che Carlyle dà dell'ateismo, i veri atei non saremmo noi, ma i nostri avversarî cristiani. A noi non viene punto in mente di attaccare «l'eterne intime (176) realtà dell'Universo»: al contrario, noi abbiamo dato ad esse una solida base col provare la loro eternità e col metterle al sicuro dall’onnipotente arbitrio di un Dio per sé stesso contradittorio. A noi non viene in mente di dichiarare «una menzogna il mondo, l’uomo e la sua vita»: al contrario, i nostri avversari cristiani incorrono in questa immoralità, quando fanno dipendere il mondo e l'uomo dalla grazia di un Dio, che in realtà sorse solo da un riflesso dell'uomo nel deserto della sua coscienza non ancora sviluppata. A noi non viene in mente di metter in dubbio o di spregiare la «rivelazione della storia»; la storia è per noi l'uno e il tutto, ed è tenuta da noi in più alto conto che non da qualsiasi altro precedente sistema filosofico; in più conto che non dallo stesso Hegel, a cui infine doveva servire di prova del suo schema logico. Il dispregio verso la storia, la noncuranza dello sviluppo del genere umano è tutta dall'altro lato; sono ancora i Cristiani, che con l'architettare una separata «storia del regno di Dio», negano alla storia reale tutto il suo intimo contenuto: che col completarsi della specie umana nel loro Cristo fanno raggiungere alla storia una meta immaginaria, l’interrompono a mezzo del suo corso e per conseguenza debbono dare i milleottocento anni che seguono come uno sterile nonsenso e cosa priva di ogni contenuto. Noi acclamiamo il contenuto della storia; ma noi vediamo nella storia, non la rivelazione «di Dio», ma dell'uomo e sol- tanto dell'uomo. Per vedere lo splendore del genere umano, per vedere l'evoluzione della specie nella storia, il suo ininterrotto progresso, la sua vittoria sempre sicura sull'irragionevolezza de’ singoli, il suo trionfo su tutto ciò che sembra sovrumano, il suo ostinato ma vittorioso combattimento con la natura, sino alla finale conquista della libera, umana coscienza. della concezione del- l'unità dell’uomo con la natura e della libera, spontanea creazione di un nuovo mondo fondato su rapporti di vita morale puramente umani - per riconoscere tutto ciò nella sua grandezza, noi non abbiamo bisogno d'invocare l'astrazione di un «Dio» e di attribuirgli tutto che è bello, grande, elevato e veramente umano: noi non abbiamo bisogno di questa via (177) traversa, non abbiamo bisogno d'imprimere lo stampo del «divino» a quello che è veramente umano per essere sicuri della sua grandezza e della sua magnificenza. Al contrario, quanto più qualche cosa è «divina». cioè non umana, tanto meno potremo ammirarla. Soltanto l'origine umana del contenuto di ogni religione conserva ad essa qua e là qualche diritto al rispetto; soltanto la coscienza, che anche la più folle superstizione contiene in fondo l'eterna determinazione dell'essere umano, se anche in forma così stravolta e confusa, soltanto questa coscienza salva la storia della religione e specialmente quella del medio evo da un completo abbandono e da una completa dimenticanza, che sarebbe altrimenti il destino di queste storie «riboccanti del divino». Quanto più riboccante del divino, tanto è meno umana, tanto più bestiale: e il medio evo «pieno del divino» produsse assolutamente la perfezione della bestialità umana, la servitù, il jus primae noctis, e così via. La miscredenza del nostro secolo, di cui Carlyle si duole tanto, è appunto la sua pienezza del divino. Di qui appare anche chiaro perché io detti l'uomo come la soluzione dell'enigma della sfinge. La questione è sempre stata: Che cosa è Dio? e la filosofia tedesca ha sciolto la questione così: Dio è l’uomo. L'uomo ha soltanto da riconoscersi, da misurare su sé stesso tutti i rapporti di vita, da giudicare secondo la sua essenza, da foggiare il mondo secondo le esigenze della sua natura veramente umana; e così ha sciolto l'enigma de’ nostri tempi. La verità non si deve trovare nelle regioni del di là, prive di esistenza. non oltre il tempo e lo spazio, non in un «Dio» abitante nel mondo o ad esso contrapposto, ma assai più presso, nello stesso petto dell'uomo. Così, quando Carlyle dice con Ben Johnson che l’uomo ha perduto la sua anima e comincia ora a notarlo, la esatta espressione sarebbe questa: l’uomo ha sperduto nella religione il vero essere suo, si è spogliato della sua natura umana, e nota ora la sua vacuità e la sua inconsistenza, dopo che la religione vacilla pel progresso della storia.
Ma non vi è alcun'altra salvezza per lui; egli non può riconquistare la sua umanità, l'essere suo altrimenti che con un completo trionfo su tutti (178) i concetti religiosi, e un deciso, reciso ritorno, non a Dio, ma a sé stesso.
Tutto questo si trova anche in Goethe, nel «Profeta»; e chi ha gli occhi aperti, può leggervela. Goethe non aveva molto volentieri a fare con «Dio»; la parola non gli andava a genio, egli si sentiva ad agio solo in ciò che è umano, e questa umanità, questa emancipazione dell’arte fa la grandezza di Goethe. Né gli antichi, né Shakespeare possono sotto questo rapporto misurarsi con lui. Ma questa umanità compiuta, questo superato dualismo religioso può essere compreso soltanto da chi non resta estraneo a tutto il suo significato storico, all'altro lato dello sviluppo nazionale tedesco, alla filosofia. Ciò che Goethe poteva da prima esprimere in forma spontanea, e quindi in un certo senso assolutamente «profetico», è stato svolto e ragionato nella più recente filosofia tedesca. Anche Carlyle include premesse che, conseguenzialmente, debbono portare al punto di vista innanzi sviluppato. Il panteismo è soltanto l’ultimo passo verso la concezione, libera, umana. La storia, che Carlyle considera come la vera «rivelazione», contiene sol- tanto l'umano, e solo per un colpo di mano il suo contenuto può essere sottratto all'umanità per essere messo a conto di una «divinità». Il lavoro, la libera attività in cui Carlyle vede un «culto», è ancora una cosa meramente umana e solo arbitrariamente può essere messa in relazione con la «divinità». Perché dunque mettere avanti, in continuazione, forzatamente, una parola, che nella migliore ipotesi esprime solo l’infinità dell’indeterminatezza e ancora, per giunta, tiene in piedi l'apparenza del dualismo? una parola che in se stessa importa l'annullamento della natura e dell'umanità?
Tanto per il lato intimo, religioso, dal punto di vista di Carlyle. Il giudizio sul suo punto di vista esteriore, politico-sociale è strettamente congiunto con esso; Carlyle ha ancora abbastanza religione per rimanere in uno stato che non è di libertà; il panteismo riconosce pur sempre qualche cosa di più alto che non sia l’uomo come tale. Indi il suo desiderio di una «vera aristocrazia», di «eroi»; come se questi eroi nella migliore ipotesi potessero essere più che uomini. Se egli avesse compreso l'uomo come uomo in tutta la sua estensione, non sarebbe approdato al pensiero di dividere ancora il genere umano in due greggi, di (179) pecore e arieti, dominanti e dominati, aristocratici e canaglia, padroni e sciocchi; egli avrebbe potuto scorgere allora la vera funzione sociale del talento, non già nel dominare per violenza, ma nel dare la spinta e nel precorrere. Il talento ha da persuadere la massa della verità delle sue idee e non si deve preoccupare oltre del loro ulteriore corso, che viene da sé. Il genere umano veramente non fa il suo passaggio attraverso la democrazia, per arrivare in ultimo là donde prese le mosse. Del resto, ciò che Carlyle dice della democrazia, lascia poco da desiderare, se noi non teniamo conto di ciò che è stato già indicato, della mancanza di chiarezza sulla mèta, sullo scopo della democrazia moderna. La democrazia, assolutamente, è solo un termine di passaggio, ma non ad una nuova, migliorata aristocrazia, bensì ad una reale, umana libertà; come l’irreligiosità del secolo mena in ultimo ad una completa emancipazione da tutto ciò che è religioso, sovrumano e sovrannaturale, non già alla loro restaurazione.
Carlyle riconosce l'inadeguatezza della «concorrenza», della «offerta e della domanda», del «Mammonismo», e così via, ed è ben lontano dal sostenere l'assoluta legittimazione della proprietà fondiaria. Perché dunque non ha tratta la semplice conseguenza di tutte queste premesse e non ha rinnegato soprattutto il diritto di proprietà? Come vuole egli annientare la «concorrenza», l’«offerta e domanda», il «Mammonismo» e così via, finché ne permane la radice, la proprietà privata? L’«organizzazione del lavoro» non vi può niente: essa non può essere attuata senza una certa identità degl’interessi. Perché non si è mostrato conseguente; non ha pro- clamata l'identità degl’interessi, l’unico stato umano, e non ha pratico fine con ciò a tutte le difficoltà, a tutte le indeterminatezze, a tutti gli equivoci?
In tutte le sue rapsodie, Carlyle non accenna a’ socialisti inglesi, neppure con una sillaba. Finché egli rimanga in questo punto di vista infinitamente avanzato rispetto alle masse delle genti colte d'Inghilterra, ma pur sempre astratto e teorico, non potrà mai famigliarizzarsi con l’opera loro. I socialisti inglesi sono parimenti pratici e perciò propongono anche misure regolatrici, colonizzazione del paese e così via, in una certa (180) forma di pillole di Morrison; la loro filosofia è schiettamente inglese, scettica; cioè essi diffidano della teoria e si attengono per la praxis al materialismo, su cui è basato l’intero loro sistema. Con tutto questo Carlyle si potrà poco accordare, ma egli è unilaterale proprio come gli altri. L'uno e gli altri hanno superato l'antitesi, ma solo nell'ambito dell’antitesi stessa; i socialisti entro la praxis, Carlyle nella teoria, e anche qui nello stadio più immediato, mentre i socialisti sono andati decisamente, col pensiero, oltre la contraddizione pratica. I socialisti rimangono ancora inglesi, quando dovevano essere soltanto uomini; dell'evoluzione filosofica del continente essi conoscono solo il materialismo, non anche la filosofia tedesca; questo è il loro difetto, ed essi lavorano direttamente a por riparo a questa lacuna col lavorare che fanno all'eliminazione delle distinzioni nazionali. Noi non abbiamo bisogno di affrettarci a iniettar loro la filosofia tedesca, a cui verranno da sé e che ora loro gioverebbe poco. In ogni caso, essi sono l’unico partito che abbia un avvenire in Inghilterra, per quanto possano essere relativamente deboli. La democrazia, il chartismo vi deve presto avere un'uscita, e allora la massa degli operai inglesi avrà la scelta soltanto tra la morte di fame e il socialismo.
Per Carlyle e per il suo punto di vista, l'ignorare la filosofia tedesca non è così indifferente.
Egli è, per sé stesso, un teorico tedesco con una vocazione per l'empirismo, a causa della sua nazionalità; egli si trova qui in una stridente contraddizione che si può risolvere soltanto col portare sino alla sua ultima conseguenza, sino alla completa composizione con l’empirismo il suo punto di vista. Carlyle ha un solo passo da fare, ma un difficile passo, come ha dimostrato l'esperienza in Germania, per superare la contraddizione in cui si aggira. È da desiderare che lo faccia, e, quantunque egli non sia più giovine, potrà pur farlo, poiché il progresso, che il suo libro mostra, indica che egli non è ancora fuori del processo dell'evoluzione.
Dopo tutto, il libro di Carlyle merita una traduzione tedesca, diecimila volte più di tutte le legioni di romanzi inglesi, che giorno per giorno e ora per ora sono importati in Germania; e io posso soltanto consigliare una tale traduzione. Ma i nostri traduttori da... dozzina possono astenersi dal mettervi mano. Carlyle scrive un inglese tutto suo, e il traduttore che non intende assai bene l'inglese e le allusioni a condizioni di vita inglese, commetterebbe degli strafalcioni assai ridicoli.
(181) Dopo questa quasi generale introduzione, ne’ prossimi fascicoli 2 di questa Rivista, prenderò a trattare della condizione dell'Inghilterra e di ciò che n'è il nocciolo, la condizione della classe operaia. La condizione dell'Inghilterra ha un'importanza incommensurabile per la storia e per tutti gli altri paesi; poiché sotto il rapporto sociale l'Inghilterra è andata assolutamente più in là di tutti gli altri paesi.
1. Die Lage Englands ne’ Deutsch-Französische Jahrbücher herausgegeben von Arnold Ruge und Karl Marx, Paris, 1844, pp. 1952-81.
I numeri intercalati nel corso della pagina segnano la corrispondenza con la pagina del testo. ↩
2. I Deutsch-Französische Jahrbücher non andarono oltre questo secondo fascicolo. Lo studio sulla condizione della classe operaia in Inghilterra vide la luce in un volume a parte, che comparirà, tradotto, in questa raccolta.
N. d. t. ↩
[Indice degli Annali franco-tedeschi]
Ultima modifica 2026.07.27