[Indice degli Annali franco-tedeschi]
Traduzione di Ettore Ciccotti (†1939) in: Federico Engels, I. Le condizioni dell'Inghilterra. II. Lineamenti di una critica dell'economia politica, Roma, Mongini, 1899, pp. 28-51.
Digitalizzazione: Leonardo Maria Battisti, luglio 2026
L'economia politica (86) sorse come una naturale conseguenza dell'estendersi del commercio, e con essa, al posto del semplice piccolo traffico non governato da alcun criterio scientifico, subentrò un sistema bene organizzato di lecito inganno, una completa scienza dell’arricchire.
Questa economia nazionale o scienza del modo di arricchire, sorta dalla reciproca gelosia e dall'avidità de’ commercianti, porta in fronte l'impronta del più nauseante egoismo. Si viveva ancora nell’ingenua opinione che oro e argento costituissero la ricchezza e quindi non vi fosse niente di più spedito da fare che vietare dovunque l'esportazione de’ metalli «nobili». Le nazioni stavano l'una contro all'altra come avari, ognuno de quali stringe con entrambe le braccia la sua cara borsa e guarda con senso d'invidia e di sospetto al suo vicino. Tutti i mezzi furono messi in opera per carpire a’ popoli, con i quali sì stava in rapporti commerciali, quanto più danaro contante si potesse e custodire bellamente entro la linea doganale quello che per fortuna si era riuscito ad attirare.
L'applicazione estremamente conseguente di questo principio avrebbe ucciso il commercio. Così si cominciò a sorpassare questo primo gradino; si vide che il capitale chiuso negli scrigni vi giace morto, mentre nella circolazione cresce continuamente. Si divenne quindi più filantropici, si mandavano fuori i proprî ducati come uccelli di richiamo, perché ne potessero ricondurre altri con sé, e si riconobbe che non nuoce se si paga troppo ad A per le sue merci, finché si possono dare a B per un prezzo ancora maggiore.
Su questa base si eresse il sistema mercantile. L’avido carattere del commercio fu così un po’ occultato; le nazioni si accostavano un po’ più, facevano trattati di commercio e di amicizia (87), facevano reciprocamente affari e si dimostravano scambievolmente, a scopo di maggiore guadagno, tutto l’amore e la benevolenza possibile. Ma in fondo vi era pur sempre l'antica avarizia e l’antico egoismo, e questi erompevano, di tempo in tempo, nelle guerre, che in quel periodo traevano tutte origine dalla rivalità commerciale. In queste guerre appariva anche che il commercio, come la rapina, poggia sul *dritto della forza (Faustrecht); non ci si metteva punto della coscienza per iscroccare con l’astuzia o con la forza que’ trattati che si ritenevano più favorevoli.
Il fulcro di tutto il sistema mercantile è la teoria della bilancia del commercio. Poiché specialmente si teneva al principio che oro ed argento fossero la ricchezza, si consideravano come proficui solo gli affari che finissero per portare in paese danaro contante. Per iscoprir questo sì paragonavano l'esportazione e l'importazione. Se si era esportato più che non si fosse importato, si credeva che la differenza in danaro contante fosse entrato in paese, e si credeva di essere divenuti più ricchi in virtù di questa differenza. L'arte dell’economista consisteva dunque in questo, nel fare in modo che in fin di ogni anno l’esportazione desse un bilancio favorevole rispetto all'esportazione; e, in grazia di questa ridicola illusione, migliaia di uomini sono stati massacrati! Il commercio ha pure le sue crociate e la sua inquisizione da additare.
Il secolo decimonono, il secolo della rivoluzione, portò la rivoluzione anche nell'economia; ma come tutte le rivoluzioni di questo secolo erano unilaterali e rimanevano impigliate in una contraddizione: come all’astratto spiritualismo fu opposto l'astratto materialismo, alla monarchia la repubblica, al diritto divino il contratto sociale, così anche la rivoluzione economica non superò questo contrasto. Le premesse rimasero da per tutto; il materialismo non attaccò il cristiano dispregio e avvilimento dell’uomo e solo, invece del Dio cristiano, contrappose all'uomo la natura come qualche cosa di assoluto; la politica non pensò a mettere al cimento della prova, in sé e per sé, i presupposti dello Stato; l'economia non si lasciò mai cogliere dalla tentazione di rivolgersi una dimanda sulle legittimità della proprietà privata. Perciò la nuova economia costituì soltanto un mezzo progresso; essa fu obbligata a tradire e smentire le sue stesse promesse, a chiedere aiuto alla sofistica e all’ ipocrisia, per larvare le contraddizioni in cui si avvolgeva, per venire alle conclusioni verso cui era spinta, non dalle sue premesse, ma dallo spirito umano del secolo. Così l’economia assunse (88) un carattere filantropico; essa tolse il suo favore al produttore e lo volse verso il consumatore; affettò un sacro orrore per i sanguinosi abbominii del sistema mercantile e presentò il commercio quale un vincolo di amicizia e di unione tra le nazioni come tra gl’ individui. Era tutto dovizia e munificenza — ma le premesse tornarono ancora a farsi valere, e, in contrasto a questa sfolgorante filantropia. produssero la teoria della popolazione di Malthus, il più ripugnante sistema barbarico che sia mai esistito sistema della disperazione, che atterrava tutte queste belle frasi di amore umano e di cosmopolitismo; esse crearono e ingrandirono il sistema delle fabbriche e la schiavitù moderna che non cede per nulla all'antica in crudeltà e inumanità. La nuova economia, il sistema del libero scambio poggiato sulla Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, appare come la stessa ipocrisia. inconseguenza e immoralità, che ora, in tutti i campi, stanno contro alla libertà del genere umano.
Ma non costituì dunque alcun progresso il sistema dello Smith? Certamente fu un progresso necessario. Era necessario che il sistema mercantile, con i suoi monopolî e i vincoli da essi imposti allo scambio, fosse scalzato. onde potessero venire in luce le vere conseguenze della proprietà privata: era necessario che tutte queste meschine considerazioni d'ordine locale e nazionale cedessero il campo. onde la lotta del nostro tempo potesse acquistare un carattere universale ed umano; occorreva che la teoria della proprietà privata abbandonasse la via puramente empirica, della ricerca puramente obbiettiva per assumere un carattere scientifico, che includesse anche la responsabilità e così portasse la questione su di un campo umano universale: occorreva che l'immoralità contenuta nell'antica economia fosse spinta al suo termine più alto mercè lo sforzo di dissimularla e mediante l'ipocrisia che era la necessaria conseguenza di questo tentativo. Tutto questo stava nella natura stessa della cosa. Noi riconosciamo volentieri che soltanto mercè l'introduzione e lo sviluppo del libero scambio siamo stati messi in grado di oltrepassare l'economia della proprietà privata, ma al tempo stesso noi dobbiamo avere il diritto di presentare in tutta la sua vanità teorica e pratica il libero scambio.
Il nostro giudizio dovrà essere tanto più aspro, quanto più gli economisti, che dobbiamo giudicare, ricadono nel tempo nostro. Poiché, mentre Smith e Malthus trovarono solo alcuni frammenti (89), i più moderni avevano innanzi a loro compiuto l'intero sistema: le conseguenze erano tutte tirate, le contraddizioni vennero chiaramente e a sufficienza in luce, e tuttavia essi non giunsero fino alla riprova delle premesse, pur prendendo su di sè la responsabilità dell'intero sistema. Quanto più gli economisti si approssimano al presente. tanto più sì scostano dalla probità. Con ogni progresso del tempo cresce necessariamente la sofistica per mantenere l’economia all'altezza de’ tempi. Così, per esempio, Ricardo è degno di censura più di Adamo Smith e Mac Culloch e Mill più di Ricardo.
L'economia più recente non può giudicare rettamente il sistema mercantile, perché essa stessa è unilaterale e ancora avvinta dalle premesse di quello. Soltanto il punto di vista, che sì solleva sul contrasto de’ due sistemi, che critica i presupposti comuni di entrambi e prende le mosse da una base puramente umana, universale, potrà assegnare all'uno e all’altro il loro vero posto. Si mostrerà che gli apostoli del libero scambio sono monopolisti peggiori degli antichi mercantilisti. Si mostrerà che sotto la raggiante umanità de' moderni si asconde una barbarie ignota agli antichi; che la confusione concettuale degli antichi è ancora semplice e conseguente rispetto alla bifida logica de’ loro assalitori e che nessuna delle due parti può fare all'altra un rimprovero che non ricada su sè stessa. Perciò la più recente economia liberale non può comprendere la restaurazione. che avviene di sottecchi, del sistema mercantile, mentre la cosa per noi è assai semplice. L'inconseguenza e l'equivoco dell'economia liberale sì deve di nuovo risolvere necessariamente ne' suoi elementi fondamentali. Come la teologia, o deve retrocedere verso la fede cieca, o deve avanzare verso la libera filosofia, così il libero scambio deve menare da un lato alla restaurazione de' monopolî, dall'altro all'eliminazione della proprietà privata.
Il solo progresso positivo realizzato dall'economia liberale è lo svolgimento delle leggi della proprietà privata. Queste sono per intero contenute in essa, se anche non sono state svolte sino all'ultima conseguenza ed espresse chiaramente. Da ciò segue che in tutti i punti, in cui si viene a decidere sulla maniera più corta di diventar ricchi, e quindi in tutte le controversie strettamente economiche, i fautori del libero scambio si trovano dalla parte della ragione. Beninteso — nelle controversie (90) con i fautori de’ monopoli, non con gli avversari della proprietà privata; che questi sieno in condizione di decidere giustamente in questioni economiche, anche da un punto di vista economico, lo hanno mostrato da lungo tempo, praticamente e teoricamente, i socialisti inglesi.
Nella critica dell'economia nazionale dunque noi indagheremo le categorie fondamentali, sveleremo la contraddizione indotta dal libero scambio e tireremo la conseguenza di entrambi i termini delle contraddizioni.
L'espressione: ricchezza nazionale è venuta primieramente dal desiderio di generalizzare degli economisti liberali. Finché sussiste la proprietà privata, questa espressione non ha alcun senso. La «ricchezza nazionale» degl'Inglesi è assai grande, eppure essi sono il popolo più povero che sia sotto il sole. Si smetta dunque del tutto questa espressione ovvero si assumano premesse che le dieno un senso. E lo stesso si dica delle espressioni: economia nazionale. economia politica, economia pubblica. Sotto l’impero degli odierni rapporti la scienza si dovrebbe chiamare economia privata, poiché i suoi rapporti pubblici esistono solo in grazia della proprietà privata.
La più immediata conseguenza della proprietà privata è il commercio, lo scambio di ciò che serve ad appagare i reciproci bisogni, compra e vendita. Questo commercio, sotto l'impero della proprietà privata, deve diventare, come ogni altra attività, una fonte immediata di guadagno per il commerciante; perciò ognuno deve cercare di vendere quanto più caro può e di comprare al più buon mercato possibile. Così ad ogni compra-vendita si trovano di contro due uomini con interesse assolutamente opposto; il conflitto è decisamente quello di due nemici, perché ciascuno di essi conosce l’intenzioni dell’altro, sa che sono opposte alle sue. La prima conseguenza, quindi, è da un lato una reciproca diffidenza, dall’altra la giustificazione di questa diffidenza, l’impiego di mezzi immorali per raggiungere un fine immorale. Così, per esempio, in commercio la prima norma è la segretezza, il tener celato tutto ciò che potrebbe far calare il prezzo dell'articolo in questione; e, conseguenza di tutto questo, in commercio è lecito trarre il maggior partito possibile dell'ignoranza, della confidenza della parte avversa, e del pari è lecito lodare nella propria merce qualità che non ha. In una parola, il commercio è l'inganno legale (91). Che la pratica coincida con questa teoria, può attestarlo ogni commerciante, se vuol rendere onore al vero.
Il sistema mercantile aveva ancora una certa ingenua, catolica rettitudine e non dissimulava menomamente il carattere immorale del commercio. Noi abbiamo veduto come esso metteva apertamente in vista la sua comune avarizia. La reciproca posizione avversa delle nazioni nel secolo decimottavo, la nauseante invidia e la gelosia commerciale erano le conseguenze necessarie del commercio specialmente. L'opinione pubblica non era ancora resa più umana: perché dunque nascondere cose, che derivavano dall'indole del commercio, non umana, gravida di contrasti?
Ma quando il Lutero economico, Adamo Smith, sottopose alla sua critica l'economia professata sino allora, le cose erano assai mutate. Il secolo si era umanizzato, la ragione s'era fatta valere, la moralità cominciava ad accampare ì suoi eterni diritti. Gli estorti trattati di commercio, le guerre commerciali, il rigido isolamento delle nazioni urtavano straordinariamente contro la coscienza progredita. Al posto della sincerità cattolica subentrò l'ipocrisia protestante. Lo Smith dimostrò che anche l'umanità ha il suo fondamento nell'essenza stessa del commercio: che il commercio, invece di essere «la sorgente più ricca della discordia e dell’inimicizia », debba divenire un « vincolo di unione e di amicizia tra le nazioni come tra gl’individui» (cfr. Wealth of nations, lib. 4, c. 3, $ 2): è nella natura della cosa che il commercio in complesso riesca proficuo a tutti quelli che ne partecipano.
Lo Smith aveva ragione quando lodava l'umanità del commercio. Non vi è niente di assolutamente immorale nel mondo; anche il commercio ha un lato in cui rende omaggio alla moralità e all'umanità. Ma quale omaggio! Il diritto della forza, lo sfacciato brigantaggio esercitato sulle strade nel medio evo fu umanizzato, quando fece luogo al commercio, e il primo gradino del commercio caratterizzato dal divieto di esportare monete assunse la forma di sistema mercantile. Naturalmente è nell’interesse di chi commercia il mantenersi in buoni termini così con quello da cui compera a buon mercato, come con quello a cui vende caro. È quindi assai imprudente una nazione che alimenta un’inclinazione ostile verso i suoi fornitori e i suoi avventori. Quanto più essa si mostra animata da sentimenti amichevoli, tanto più trae profitto. Questa è l'umanità del commercio, e questa ipocrita maniera di far valere la moralità per fini immorali è l'orgoglio del (92) sistema del libero scambio. Non abbiamo noi abbattuti i monopoli? — gridano gl'ipocriti — non abbiamo noi portata la circolazione nelle più lontane parti del mondo, non abbiamo affratellato i popoli e diminuite le guerre? — Sì, voi avete fatto tutto questo, ma come l'avete fatto! Voi avete annientati i piccoli monopolî, per lasciare il campo tanto più libero e sgombro di ostacoli ad un grande monopolio fondamentale, alla proprietà; voi avete inciviliti gli ultimi confini della terra per guadagnare nuovo terreno allo sfogo della vostra bassa avidità; voi avete affratellati i popoli, ma in una fraternità di ladri, e avete diminuite le guerre per poter guadagnare tanto più in pace, per spingere sino al suo grado più alto la inimicizia de' singoli, la ignobile guerra della concorrenza! — Dove avete voi fatto qualche cosa per puro spirito di umanità, per la coscienza che non vi sia antagonismo tra l’interesse individuale e il generale? Dove siete stati morali senz'essere interessati, senza mirare nel dietroscena a motivi immorali, egoistici?
Dopo che l'economia liberale aveva fatto del suo meglio per generalizzare lo stato di guerra col dissolvere le nazionalità, per mutare il genere umano in un’orda di belve affamate — e che cos'altro sono gli uomini dati in balia della concorrenza? — in un'orda di belve che si addentano a vicenda, perché ognuno ha lo stesso interesse di tutti gli altri; dopo tutto questo lavoro preliminare, un passo solo le rimaneva da compiere per raggiungere lo scopo, la dissoluzione della famiglia. Per giungere a questo le venne in aiuto la sua propria bella invenzione, il sistema della fabbrica? L'ultima traccia d'interessi comuni, la vita economica comune della famiglia è stata sotterrata dal sistema della fabbrica e — almeno qui in Inghilterra — condannata senz'altro alla dissoluzione. È cosa di tutti i giorni che fanciulli, appena son capaci di lavorare, cioè hanno nove anni, spendono per sé la loro mercede, considerano la casa paterna soltanto come una semplice pensione, e a’ genitori danno un tanto per il vitto e l'alloggio. E come potrebbe accadere qualche cosa di diverso? Che altro ne può uscire dall’isolamento degl’interessi che costituisce la base del sistema del libero scambio? Una volta data la spinta a un principio, esso opera da sé passando oltre le sue conseguenze, vi trovino gusto gli economisti oppur no.
Ma l'economista stesso non sa a quale cosa serve. Egli non sa che con tutto il suo ragionamento egoistico, pure egli è soltanto un anello della catena dell’universale progresso del genere umano (93). Egli non sa che con la sua dissoluzione di tutti gl’interessi distinti non fa che spianare la via per la grande trasformazione a cui il secolo va incontro: la riconciliazione del genere umano con la natura e con sé stesso.
La categoria determinata in via più immediata dal commercio è il valore. Su questa come su tutte le altre categorie non vi è dissenso tra gli economisti più antichi e i più recenti, perché i fautori de' monopolî, nella loro subita furia di arricchire, non avevano tempo d'avanzo per occuparsi di categorie. Tutte le controversie su tali punti provennero da’ più recenti.
L'economista, che vive di antitesi, naturalmente ha anche un doppio valore: il valore astratto o reale e il valore di scambio. Sulla natura del valore reale vi fu una lunga contesa tra gl’Inglesi, che consideravano il costo di produzione come l’espressione del valore reale, e il francese Say che preferiva misurare questo valore dall'utilità di cui era capace la cosa. La contesa è rimasta pendente dal principio di questo secolo ed è sopita, non risoluta: gli economisti non possono risolvere nulla.
Gl'Inglesi, — Mac Culloch e Ricardo in ispecie — sostengono dunque che il valore astratto di una cosa sia determinato dal costo di produzione. Beninteso, il valore astratto, non il valore di scambio, l'exchangyeable value, il valore commerciale che sarebbe tutt'altra cosa. Perché, intanto, il costo di produzione sarebbe la misura del valore? Perché — udite, udite! — perché, in condizioni normali e facendo astrazione da’ rapporti creati dalla concorrenza, nessuno venderebbe una cosa per meno dì quel che gli costa. — Venderebbe? Che cosa ha da fare il «vendere» qui dove non si tratta del valore commerciale? Qui entra di nuovo in giuoco il commercio, che avremmo dovuto appunto lasciare da parte. E qual commercio! un commercio, in cui non sì deve tener conto della cosa essenziale, della condizione creata dalla concorrenza! Prima un valore astratto: ora anche un commercio astratto, un commercio senza concorrenza, cioè un uomo senza corpo, un pensiero senza cervello che dia vita al pensiero. E non pensa dunque l'economista, che, appena scartata la concorrenza (94), non vi è più alcuna guarentigia che il produttore venda la sua merce proprio al costo di produzione? Che imbroglio!
Andiamo avanti! Concediamo per un momento che tutto vada come dice l'economista. Posto che qualcuno con indicibile pena ed enormi spese faccia qualche cosa d’inutile, qualche cosa che nessun dimanda, avrà ancora essa il valore del costo di produzione? Nemmeno per ombra, dice l'economista: chi volete che la comperi?
Ci troviamo dunque ancora a fare non solo con la discreditata utilità del Say, ma, per giunta, col «vendere», col rapporto della concorrenza. Non è possibile: l'economista non può mantenere neppure per un momento la sua astrazione. Ad ogni momento gli torna sotto mano non solo ciò che egli a gran fatica vuol tenere lontano, la concorrenza, ma anche ciò che esso attacca, l'utilità. Il valore astratto e la sua determinazione mercè il costo di produzione sono soltanto astrazioni, non sono cose reali.
Ma diamo ragione, ancora una volta, per un momento, all’economista; come vorrà egli determinare il costo di produzione senza tener conto della concorrenza? Nell’esame del costo di produzione vedremo che anche questa categoria poggia sulla concorrenza e anche qui appare nuovamente come l'economista non è in grado di portare a termine le sue premesse.
Se passiamo al Say, troviamo la stessa astrazione. L'utilità di una cosa è qualcosa di puramente soggettivo, che non è punto determinato in maniera assoluta, e che certamente non può risolversi in modo assoluto, almeno finché ci sì avvolge ancora tra antagonismi. Secondo questa teoria le cose di uso indispensabile dovrebbero valer più degli articoli di lusso. La sola maniera possibile di arrivare sotto il regime della proprietà privata a una risoluzione in certo modo obbiettiva, in apparenza almeno universale, sulla maggiore o minore utilità di una cosa, è la concorrenza; e questa proprio dev’esser messa da parte. Ma, ammessa anche la concorrenza, subentra ancora il costo di produzione, poiché nessuno venderà una cosa per meno di quel che gli sia costato il produrla. Anche qui dunque, senza volerlo, un lato dell'antitesi prende il posto dell’altro.
Cerchiamo ora di portar luce in questo imbroglio. Il valore di una cosa include entrambi i fattori, che per forza e, come abbiamo visto, senza successo sono separati dalle parti contendenti. Il valore è il rapporto del costo di produzione (95) con l'utilità. La prima applicazione del valore è la decisione del se una cosa debba essere prodotta, cioè se la sfera necessaria alla produzione controbilancia l’utilità. Allora primieramente si può parlare dell'applicazione del valore per lo scambio. Dato un stesso costo di produzione di due cose, l'utilità sarà l'elemento risolutivo per determinare il loro valore comparativo.
Questa base è la sola base legittima dello scambio. Ma prendendo di qui le mosse, chi deve decidere dell'utilità della cosa? La semplice opinione dell’interessato? Allora, in ogni caso, uno è ingannato. Ovvero deve decidere una determinazione poggiata sull’'utilità inerente alla cosa, indipendente dalle parti interessate e a loro non manifesta? In tal caso lo scambio può aver luogo solo in maniera coatta, e ognuno si tiene per giuntato. Non sì può eliminare questo contrasto tra l'utilità. realmente inerente ad una cosa e la determinazione di questa utilità, tra la determinazione dell'utilità e la libertà di chi fa lo scambio, se non coll’eliminare la proprietà privata; e, appena questa sia eliminata, non si può più parlare di uno scambio come esiste presentemente. L'applicazione pratica del concetto di valore si restringerà sempre più alla decisione sulla produzione, e questa è la sua vera sfera.
Ma a che punto stanno ora le cose? Noi abbiamo veduto come il concetto del valore è stato violentemente scisso, e l suoi singoli lati gabellati ciascuno per l’intero. Il costo di produzione, d'ora innanzi dominato dalla concorrenza, dovrebbe esso stesso costituire il valore; del pari l’utilità puramente subbiettiva — poiché non ve ne può essere un’altra. — Per rimettere in gamba queste definizioni sciancate, sì deve in entrambi i casi tener conto della concorrenza; e il più bello è che presso gl’Inglesi la concorrenza rappresenta l'utilità di contro al costo di produzione, mentre, viceversa, presso il Say sì mette il costo di produzione contro all’utilità. Ma quale utilità è mai la sua! quale il suo costo di produzione! La sua utilità dipende dal caso, dalla moda, dal capriccio de’ ricchi; il suo costo di produzione sale e scende col casuale rapporto della offerta e della domanda.
Un fatto reale sta a base della distinzione tra il valore reale e il valore di scambio — propriamente che il valore di una cosa è (96) diverso dalla così detta equivalenza data per caso in commerciò, cioè che l’equivalente non è equivalente. Questo così detto equivalente è il prezzo della cosa, e, se l'economista fosse leale, adopererebbe questa parola per «valore commerciale». Ma egli deve per sempre conservare una traccia di parvenza che il prezzo sia connesso in qualche modo col valore, onde non venga chiaramente in luce l’immoralità del commercio. Ma che il prezzo sia determinato dalla reciproca azione del costo di produzione e della concorrenza, è perfettamente esatto ed è una legge fondamentale della proprietà privata. Questa legge puramente empirica fu la prima che trovò l'economista; e di qui dedusse per astrazione il suo valore reale, cioè il prezzo nel tempo in cui la concorrenza sì trova in uno stato di equilibrio, quando l'offerta e la domanda vengono a coincidere: allora non resta naturalmente che il costo di produzione e questo vien chiamato dall’economista valore reale, mentre è soltanto una determinazione del prezzo. Così ogni cosa nell’economia si trova capovolta; il valore, che è il fatto originario, la sorgente del prezzo, vien reso dipendente da questo suo stesso prodotto. Come è noto, questa inversione è l'essenza dell’astrazione, su di che si può confrontare il Feuerbach.
Secondo l'economista il costo di produzione consta di tre elementi: la rendita per il pezzo dì terra necessaria a produrre la materia prima, il capitale con l’annesso profitto e la mercede per il lavoro necessario alla produzione e alla manifatturazione. Ma appare subito che capitale e lavoro sono identici, poiché gli economisti stessi confessano che il capitale è «lavoro accumulato.» Così rimangono solo due elementi: quello naturale, oggettivo, la terra, e quello umano, soggettivo, il lavoro, che comprende il capitale — e, all’infuori del capitale, ancora un terzo elemento di cui l'economista non si occupa: alludo all'elemento morale dell'invenzione, del pensiero, insieme a quello fisico del semplice lavoro. Che cosa ha a fare l'economista col genio inventivo? Tutte le invenzioni non sono arrivate a lui per aria senza la sua cooperazione? Qualcuna di esse gli è forse costata qualche cosa? In che ha da preoccuparsene egli nel fare il computo delle sue spese di produzione? Le condizioni della ricchezza sono per lui terra, capitale, lavoro; né altro gli occorre. La scienza non lo riguarda, se anche essa per opera di Bertollet, Davy, Liebig (97), Watt, Cartwright gli ha fatto de’ doni, che hanno infinitamente elevato lui e la sua produzione — che cosa gliene importa? Egli non sa tener conto di simili cose; i progressi della scienza son fuori delle sue cifre. Ma da un punto di vista ragionevole, che va oltre la ripartizione degl’interessi, quale sì trova presso gli economisti, l'elemento morale appartiene assolutamente agli elementi della produzione e troverà anche nell’economia il suo posto tra le spese di produzione. E qui è assolutamente soddisfacente il sapere come la scienza compensi anche materialmente la cura che le si dedica: è soddisfacente il sapere come uno solo de’ frutti della scienza, la macchina a vapore di Giacomo Watt, ha reso al mondo ne’ primi cinquant'anni della sua esistenza più di quanto il mondo abbia speso da principio per coltivare la scienza.
Noi abbiamo quindi due elementi della produzione: la natura e l’uomo, l’uomo fisico e l’uomo morale, messi in attività; ed ora possiamo tornare all'economista ed al suo costo di produzione.
Tutto ciò che non può essere monopolizzato, non ha valore, dice l’economista — una proposizione che nol ci proponiamo di esaminare più a fondo in appresso. Se diciamo, che non ha prezzo, la proposizione è esatta per lo stato di cose che poggia sulla proprietà privata. Se la terra si potesse avere facilmente come l’aria, nessun uomo pagherebbe rendita. Ma, poiché non è così, e l'estensione della terra, che nel caso speciale ci riguarda, è limitata, l’uomo paga rendita per il terreno che lo concerne, cioè per la parte di terra da lui monopolizzata, ovvero eroga per essa un prezzo d'acquisto. Ma è assai strano dovere udire dall’economista sull’origine del valore della terra secondo questa derivazione che la rendita sia la differenza tra il provento del fondo che dà un profitto e quello minore che compensa la fatica della coltivazione. Come è noto, questa è la definizione della rendita primieramente svolta in maniera completa da Ricardo. In verità, questa definizione è esatta dal punto di vista pratico, quando si presupponga che una riduzione della dimanda reagisca istantaneamente sulla rendita, e subito sottragga alla cultura una corrispondente quantità della terra peggiore prima coltivata. Ma se questo non è il caso, la definizione è perciò stesso insufficiente; oltre di che essa non comprende la serie di cause per cui si è venuta formando la rendita e però è destinata ad essere scartata. Il maggiore T. P. Thompson (98), il membro della lega contro la legge su’ cereali, rinnovò, in antitesi a questa definizione, quella di Adamo Smith e la dimostrò. Secondo lui la rendita è il rapporto tra la concorrenza di quelli che si disputano l’uso della terra e la quantità limitata del terreno disponibile. Qui si ha almeno un ritorno all'origine della rendita; ma questa spiegazione esclude la diversa feracità della terra, come l’altra di prima esclude la concorrenza.
Abbiamo quindi ancora due definizioni unilaterali e perciò semidefinizioni di un oggetto. Dovremo così fondere entrambe queste definizioni per trovare, come abbiamo fatto pel concetto del valore, la vera, che deriva dall'evoluzione della cosa che si vuol definire e ne abbraccia perciò tutta la pratica applicazione. La rendita è il rapporto tra la produttività della terra, il lato naturale (risultante alla sua volta dalla natura del terreno e della cultura dell’uomo, dal lavoro impiegato per migliorarla) — e il lato umano, la concorrenza. Gli economisti scoteranno il capo su questa «definizione»; essi vedranno con loro sgomento che essa comprende tutto ciò che si riferisce alla cosa.
Il proprietario non ha nulla da rinfacciare al mercante.
Egli ruba quando monopolizza la terra. Ruba, quando volge a suo profitto l'aumento della popolazione che fa crescere alla sua volta la concorrenza e quindi il valore del suo fondo; quando rende sorgente di suo personale vantaggio ciò che non è dipeso della sua opera personale. di ciò che per lui è puramente accidentale. Egli ruba se affitta e finisce ancora con l’appropriarsi le migliorie indotte dal suo fittaiuolo: questo è il segreto della ricchezza continuamente crescente de’ grandi proprietari fondiarî.
Gli assiomi che qualificano di furto la maniera di acquisto del proprietario fondiario, e asseverano propriamente che ognuno ha diritto al prodotto del suo lavoro e che niuno dovrebbe raccogliere là dove non ha seminato, non sono una nostra affermazione. Il primo di quegli assiomi esclude il dovere di alimentare ì figli, il secondo esclude ogni generazione dal diritto alla esistenza dal momento che ogni generazione occupa l'eredità di ogni generazione precedente. Questi assiomi sono piuttosto conseguenza della proprietà privata: bisogna tirare le conseguenze o rinunziare alle premesse.
La stessa originaria appropriazione è giustificata dall’asserzione (99) di un diritto di possesso comune ancora anteriore. Così, dovunque ci volgiamo, la proprietà privata ci mena a delle contraddizioni.
Trafficare la terra era per l’uomo l’ultimo passo verso il traffico di sé stesso, poiché la terra è per noi elemento e compendio di tutto, la condizione prima della nostra esistenza. Era ed è sino a’ giorni nostri una immoralità superata solo dall’immoralità dell’alienazione di sé stesso. E l'appropriazione originaria, il monopolio della terra realizzato a beneficio di un piccolo numero di persone, l'esclusione degli altri da quello che è per loro condizione di esistenza, non cede punto in fatto d’ immoralità al posteriore traffico della terra.
Lasciamo anche qui che sparisca la proprietà privata della terra, e la rendita si riduce alla sua verità, al ragionevole punto di vista che le serve sostanzialmente di base. Il valore della terra, staccato da questa come rendita, ritorna subito nella stessa terra. Questo valore, che si deve misurare dalla feracità di superficie uguale, in cui è stata incorporata uguale quantità di lavoro, viene calcolata come parte del costo di produzione nel determinare il valore de’ prodotti; e, come la rendita, è il rapporto della produttività con la concorrenza, ma con la vera concorrenza quale si svilupperà a suo tempo.
Abbiamo visto come capitale e lavoro nell'origine sono identici; vediamo indi dallo svolgimento che fa lo stesso economista come il capitale, il risultato del lavoro, nel corso nella produzione diventa ancora sostrato, materia del lavoro e come quindi la separazione, stabilita per un momento, del capitale dal lavoro scompare subito, novellamente, nell'unità di entrambi; e pure l'economista separa il capitale dal lavoro, ne tien ferma la scissione senza riconoscerne l’unità altrimenti che col definire il capitale «lavoro accumulato». La scissione di capitale e lavoro, derivante dalla proprietà privata, non è altro che il dissidio del lavoro in sé stesso, rispondente a questo discorde stato di cose e da esso emergente. E, col progresso di questa separazione, il capitale si divide ancora in capitale originario e profitto; l'aumento, cioè, che il capitale ha nel corso della produzione, quantunque la pratica atteggi subito a capitale questo stesso guadagno e lo rimetta con esso in circolazione.
Il profitto stesso sì scinde ancora in (100) interesse e profitto propriamente detto. L'irragionevolezza di queste separazioni è spinta al supremo grado negl'interessi. L’immoralità del dare a prestito, dell’introitare senza lavorare, per il semplice fatto del prestare, quantunque avesse la sua ragione d’essere nella proprietà privata, pure è stata da lungo tempo riconosciuta manifestamente e dalla semplice coscienza popolare. Tutte queste fini divisioni e ramificazioni sorgono dall’originaria separazione del capitale dal lavoro e dal completarsi di questo distacco con la separazione del genere umano in capitalisti e lavoratori, una separazione che ogni giorno diventa più netta e che, come vedremo, deve sempre crescere progressivamente. Questa separazione, come la separazione della terra dal capitale e dal lavoro, in ultima istanza, finisce per sorpassare i limiti del possibile. Non si può completamente determinare quanta parte abbia la terra, quanta il capitale, quanta il lavoro in un dato prodotto. La terra produce la materia prima, ma non senza capitale e lavoro; il capitale presuppone la terra e il lavoro, e il lavoro presuppone almeno la terra, per lo più anche il capitale. Le funzioni di queste tre grandezze sono affatto divise e non hanno un quarto elemento che ne sia la comune misura. Quando, adunque, nell’attuale stato di cose, si viene alla ripartizione del prodotto fra i tre elementi, non vi è alcuna misura ad essi inerente, ma è una misura accidentale, del tutto estranea ad essi che decide: la concorrenza o il diritto raffinato del più forte. La rendita implica la concorrenza; il profitto sul capitale vien determinato unicamente mediante la concorrenza, e vedremo ora che cosa accade alla mercede del lavoro.
Se si elimini la proprietà privata, scompariscono anche queste innaturali distinzioni. Scompare la distinzione d'interesse e profitto: il capitale è niente senza lavoro, senza che sia messo in movimento. ll profitto riduce il suo significato al peso che il capitale pone nella bilancia fissando il costo di produzione, e resta così inerente al capitale, come questo stesso ricade nella sua originaria unità col lavoro.
Il lavoro, l'elemento capitale della produzione, la «fonte della ricchezza», la libera attività umana, la passa male con l'economista. Come il capitale fu già separato dal lavoro (101), così ora il lavoro si dirompe ancora una seconda volta; il prodotto del lavoro gli sta di contro come mercede, è distinto da esso, e, come d’uso, si determina mercè la concorrenza; poiché, secondo abbiamo visto, non vi è alcuna misura fissa per determinare la partecipazione del lavoro alla produzione. Eliminiamo la proprietà privata, e scompare anche questa separazione non naturale: il lavoro è la sua stessa mercede; e viene în luce la vera importanza della mercede del lavoro prima sformata: l'importanza della mercede del lavoro per la determinazione del costo di produzione di una cosa.
Abbiamo veduto che, alla fine, tutto mette capo alla concorrenza, finché sussiste la proprietà privata. Essa è la principale categoria dell’economista, la sua figliuola prediletta, che accarezza e vezzeggia senza tregua — e considerate qual volto di Medusa ne verrà fuori.
La conseguenza più immediata della produzione era il dirompersi della produzione in due parti contrapposte, la naturale e l’umana: la terra che, quando non sia resa fruttifera dall'uomo, è morta e sterile, e l’umana attività al cui esercizio la terra è condizione prima. Vedemmo inoltre come l'attività umana si risolveva ancora nel lavoro e nel capitale, e come questi due lati di un sul tutto tornavano a contrapporsi come elementi avversi. Noi avevamo dunque già la lotta reciproca de’ tre elementi, invece del loro reciproco appoggio; ora si aggiunge che la proprietà privata porta con sé il frazionamento di ognuno di questi elementi. Un fondo, un capitale, una forza di lavoro si trovano contro a un altro fondo, a un altro capitale, a un’altra forza di lavoro. In altri termini: poiché la proprietà privata isola ognuno nella sua ruvida e chiusa cerchia individuale, e ciascuno, d'altra parte, ha il medesimo interesse del suo vicino; un proprietario, un capitalista, un operaio si trova in una posizione che lo rende avverso all'altro proprietario, all’altro capitalista, all’altro lavoratore. In questa ostilità d'interessi analoghi avversi, in grazia della loro stessa analogia, trova la sua più compiuta espressione l’immoralità dello stato in cui il genere umano è vissuto fin qui; e questa più compiuta espressione è la concorrenza.
L'opposto della concorrenza è il monopolio. Il monopolio era la parola d'ordine de' mercantilisti, la concorrenza è il grido di guerra degli economisti liberali. È facile vedere che (102) quest'antitesi finisce in fondo per essere soltanto apparente. Ogni concorrente deve desiderare di avere il monopolio, sia egli operaio, capitalista o proprietario fondiario. Ogni più piccolo gruppo di concorrenti deve desiderare di avere il monopolio per sé, contro tutti gli altri. La concorrenza poggia sull’interesse, e l’interesse genera ancora, alla sua volta, il monopolio; in breve la concorrenza va a finire nel monopolio. D'altro canto il monopolio non può trattenere la corrente della concorrenza; esso stesso genera la concorrenza, come, per esempio, un divieto d'importazione o un alto dazio aprono l’adito alla concorrenza del contrabbando. La contraddizione della concorrenza corrisponde perfettamente a quella della proprietà privata. Ciascuno ha interesse a possedere tutto, ma tutti insieme hanno interesse a che il possesso sia suddiviso ugualmente. Così l'interesse generale e quello individuale sono diametralmente opposti. La contraddizione della concorrenza è: che ognuno deve desiderare il monopolio, mentre tutt'insieme, presi collettivamente, vengono a perdere col monopolio e debbono quindi scongiurarlo. Appunto, la concorrenza presuppone il monopolio, propriamente il monopolio della proprietà privata — e qui viene novellamente in luce l’ipocrisia de’ liberali —; e finché sussiste il monopolio della proprietà, è ugualmente giustificata la proprietà del monopolio, poiché anche il monopolio, dato che vi sia, è una proprietà. Che miserabile ripiego è dunque l’assalire i piccoli monopolî e il lasciar sussistere il monopolio fondamentale. l se, per giunta, richiamiamo ancora qui la proposizione innanzi citata dall'economista, che niente ha valore e sfugge al monopolio, e quindi niente, che non sia suscettibile di essere monopolizzato, può entrare in questa lotta della concorrenza; resta pienamente giustificata la nostra affermazione che la concorrenza presuppone il monopolio.
La legge della concorrenza è che l'offerta e la domanda tendono a bilanciarsi sempre esattamente e perciò non coincidono mai. L'una e l’altra cosa sono continuamente spostate e quindi messe in un aspro contrasto. L'offerta corre, è sempre là per covrire la dimanda ma non arriva mai a bilanciarla; essa è o troppo grande o troppo piccola, mai corrispondente alla domanda, perché in questo inconscio stato del genere umano nessun uomo sa le proporzioni dell'offerta e della domanda. Se la domanda è maggiore dell'offerta, sale il prezzo e quindi l’offerta è fomentata; appena questa si affaccia sul mercato (103), calano i prezzi; e, se l'offerta è maggiore della domanda, il calo de’ prezzi è così significante che, per ciò stesso, la dimanda riceve un nuovo impulso. Così sì continua incessantemente: mai uno stato di equilibrio stabile, ma una perpetua vicenda di eccitazione e di collasso, che esclude ogni progresso; un continuo oscillare senza mai trovare il proprio centro di gravità. Questa legge con la sua continua compensazione, per cui si perde qui ciò che là si guadagna, l’economista la trova meravigliosa. È la sua gloria maggiore: egli non sa dichiararsene mai sazio e la considera sotto tutti gli aspetti possibili e impossibili a verificarsi. E tuttavia è evidente che questa legge è una legge naturale non è una legge dello spirito. Una legge che genera la rivoluzione.
L'economista se ne viene con la sua bella teoria della dimanda e dell'offerta; vi dimostra che «giammai si può produrre troppo» e la vita pratica risponde con le crisi commerciali, che ritornano regolarmente come le comete e di cui ora ne abbiamo una in media ogni 5 o 7 anni. Queste crisi commerciali, da ottant'anni, sono venute regolarmente come prima le grandi epidemie — ed hanno portato maggiore miseria e maggiore immoralità che non queste (Cf. Wade, Hist. of the middle and working classes, London, 1835, p. 211). Naturalmente queste rivoluzioni confermano la legge, la confermano pienamente ma in una maniera diversa da quella che l'economista ci vorrebbe far credere. Che si deve pensare di una legge che può funzionare solo mercè periodiche rivoluzioni? È appunto una legge naturale, che poggia sull'incoscienza di quelli che vi hanno parte. Se i produttori come tali sapessero di quanto abbisognano i consumatori, essi organizzerebbero la produzione, la ripartirebbero tra loro e così diventerebbe impossibile il ritmo della concorrenza e la sua tendenza verso la crisi. Producete con piena consapevolezza, come uomini, non come atomi sparsi senza coscienza collettiva e voi vi emancipate da tutte queste antitesi artificiali e insostenibili. Ma finché voi persistete nell'attuale inconscia, spensierata maniera di produrre, abbandonata all’imperio del caso, persisteranno del pari le crisi commerciali, e ognuna dovrà essere più universale e quindi peggiore della precedente; dovrà impoverire una maggiore quantità di piccoli capitalisti e aumentare con proporzione crescente la classe di quelli che vivono di lavoro — ingrossando quindi visibilmente la massa del lavoro da compiere, il problema principale de’ nostri economisti. e dovrà quindi menare a una rivoluzione quale (104) la sapienza scolastica degli economisti non lascia sognare neppure.
L’eterna oscillazione de’ prezzi, qual è costituita dalle condizioni della concorrenza, bandisce completamente dal commercio perfino l'ultima traccia di moralità. Di valore non è più a parlare. Lo stesso sistema, che sembra dar tanto peso al valore, che concede l'onore di un'esistenza speciale alla astrazione del valore in danaro — lo stesso sistema scalza con la concorrenza ogni valore inerente alle cose e, giorno per giorno, ora per ora, muta il rapporto di valore di tutte le cose tra loro. In questo turbinìo dov'è più la possibilità di uno scambio poggiato su basi morali? In questa perenne vicenda di rialzi e ribassi ognuno deve cercare di cogliere il momento più favorevole per comperare e vendere, ognuno deve diventare speculatore, cioè raccogliere dove non ha seminato; deve arricchirsi mediante la perdita di altri, calcolare sulle disgrazie di altri o lasciare che il caso guadagni per lui. Lo speculatore conta sempre sopra infortunî, specialmente su cattivi raccolti; egli mette a profitto tutto, come, per esempio, a suo tempo, l'incendio di Nework; e il punto culminante dell'immoralità è la speculazione di borsa in valori, in cui la storia — e in essa il genere umano — è abbassata al grado di mezzo per soddisfare l'avidità degli speculatori che calcolano o giuocano d'azzardo. E non creda il probo e solido commerciante di elevarsi farisaicamente al disopra del giuoco di borsa, con l’invocazione: Dio ti ringrazio, e così via. Egli è tanto tristo quanto gli speculatori in valori di borsa; anch'egli specula come loro: egli deve farlo; la concorrenza ve lo costringe e il suo commercio quindi implica la medesima immoralità degli altri. La verità de' rapporti determinati dalla concorrenza è il rapporto tra la forza consumatrice e la forza produttrice. In uno stato di cose degno del genere umano non vi sarebbe altra concorrenza che questa. La comunità avrà da calcolare che cosa può produrre con ì mezzi de’ quali dispone: e, secondo il rapporto di questa forza produttiva colla massa de’ consumatori, dovrà calcolare sino a che punto debba aumentare o restringere la produzione, sino a che punto si debbano fare delle concessioni al lusso ovvero limitarlo. Ma per giudicare esattamente di questo rapporto e dell'aumento di produzione che si potrebbe attendere da uno stato di vita razionale della comunità, i miei lettori possono riscontrare i socialisti inglesi e in parte anche Fourier.
La concorrenza subbiettiva, la gara di capitale contro capitale, lavoro contro lavoro e così via, in queste altre condizioni (105), si ridurrà soltanto all'emulazione radicata nella natura umana e finora sviluppata in maniera tollerabile solo dal Fourier; emulazione che, con l'eliminazione degl'interessi opposti, è limitata alla sola propria e ragionevole sua sfera.
La lotta di capitale contro capitale, lavoro contro lavoro, terra contro terra, mette la produzione in uno stato febbrile, in cui tutti i rapporti naturali e ragionevoli sono capovolti. Nessun capitale può tener testa alla concorrenza dell'altro, se non è portato al più alto grado d'attività. Nessun fondo può essere coltivato con profitto, se la sua forza produttiva non cresce continuamente. Nessun operaio può sostenersi contro il suo concorrente, se non dedica al lavoro tutte le sue forze. Sopratutto nessuno, che sia attratto nella lotta della concorrenza, può sostenerla senza prescindere da tutti i fini veramente umani. Tutta questa tensione da un lato, porta dall'altro a un necessario collasso. Quando l'oscillazione della concorrenza si attenua, quando domanda ed offerta, consumo e produzione si bilanciano presso a poco, si entra in uno stadio della produzione in cui la forza produttiva è così esuberante che la grande massa della nazione non ha di che vivere, che la gente langue di fame per l’evidente sovrabbondanza. In questa folle condizione, in questa assurdità vivente si trova già l’Inghilterra da qualche tempo. Se la produzione ha una più forte oscillazione, come diventa necessario a seguito di una tale condizione di cose, subentra una vicenda di pletora e di crisi, di sopraproduzione e di arenamento. L'economista non ha saputo mai spiegarsi questa pazzesca condizione di cose; per potersela spiegare mise in campo la teoria della popolazione, che è così insensata, anche più insensata di questo contrasto di ricchezza e di miseria che si verifica in pari tempo. L'economista non poteva, nè doveva vedere la verità: egli non poteva, né doveva vedere che questa contraddizione è semplicemente una conseguenza della concorrenza, perché altrimenti tutto il suo sistema andrebbe per aria.
E la cosa è agevole a spiegare. La forza produttiva di cui il genere umano può disporre è smisurata. La capacità produttiva della terra sì può accrescere all'infinito mediante l'applicazione del capitale, del lavoro e della scienza. La Gran Brettagna che si dice «eccessivamente popolata» (106), secondo il calcolo de’ migliori economisti e statistici (ctr. Alison's Prirciple of population, vol I, cap. 1 e 2), in dieci anni potrebbe essere condotta al punto da produrre frumento bastevole al sestuplo della sua popolazione. Il capitale aumenta giorno per giorno; la forza di lavoro cresce con la popolazione, e la scienza giornalmente assoggetta all'uomo, più e più, le forze naturali. Questa smisurata capacità produttiva, adoperata consapevolmente e nell’interesse di tutti, ridurrebbe subito ad un minimum il lavoro addossato al genere umano: abbandonata invece alla concorrenza, questa capacità produttiva fa lo stesso, ma in preda a un incessante contrasto. Una parte della terra è coltivata nel miglior modo, mentre l’altra — in Gran Brettagna e in Irlanda 30 milioni di acri di buon terreno — resta incolta. Una parte del capitale circola con meravigliosa rapidità, un’altra giace inerte ne’ forzieri. Una parte degli operai lavora quattordici ore, sedici ore per giorno, mentre un’altra se ne sta inutile e inerte e languisce per fame. Ovvero quest’ alternativa non è più contemporanea. Oggi si va bene, la richiesta è grande, tutti lavorano, il capitale si riproduce con meravigliosa celerità, l'agricoltura fiorisce, gli operai lavorano sino ad ammalarsi; quand'ecco che domani v'è un ristagno, l'agricoltura non compensa la fatica della coltivazione, intere zone di terra rimangono incolte, il capitale s'arresta in mezzo alla circolazione, gli operai restano disoccupati e tutto il paese soffre dell’eccesso di ricchezza e di popolazione.
L'economista non può trovare esatto il modo come noi abbiamo tracciato lo sviluppo della cosa; altrimenti egli dovrebbe, come si è detto, rinunziare a tutto il suo sistema della concorrenza; egli dovrebbe scorgere l’inconsistenza della sua antitesi di produzione e consumo, di eccesso di popolazione e eccesso di ricchezza. Ma per conciliare il fatto, che non si poteva smentire con la teoria, si escogitò la teoria della popolazione.
Malthus, l’autore di questa dottrina, sostiene che la popolazione esercita una pressione continua su’ mezzi di sussistenza, cosicché, a misura che aumenta la produzione di essi, la popolazione cresce nella stessa proporzione, e che la tendenza inerente alla popolazione di crescere oltre ì mezzi disponibili di sussistenza è la causa di ogni miseria, di ogni vizio. Poiché quando gli uomini son troppi, debbono essere eliminati in una o in un'altra maniera; o debbono essere spenti per violenza o debbono perire per fame. Ma quando è accaduto ciò, si ha di nuovo un (107) posto che si deve colmare con altra moltiplicazione della popolazione, e così ricomincia l'antica miseria. Precisamente; è questo che si verifica sotto tutti i rapporti, non solo ne’ popoli civili, ma anche in quelli che si trovano nello stato di natura: i selvaggi della Nuova Olanda, dove vi è un abitante per ogni miglio quadrato, soffrono di sovrapopolazione come l'Inghilterra. In breve, se noi vogliamo essere conseguenti, dobbiamo confessare che la terra aveva già un eccesso di popolazione, quando esisteva un uomo soltanto. Le conseguenze di questa dimostrazione sono ora che i poveri sono appunto i superflui: che per loro non sì può, fare altro che lasciarli languire di fame; che non sì può fare altro, e che per tutta la loro classe non vi è rimedio che in una propagazione quanto più è possibile limitata; o, se questo non va, è pur sempre meglio che venga creato, come l’ha proposto. Marcus, un pubblico istituto per la spietata soppressione de’ figli de’ poveri. Per cui ad ogni famiglia di operai spettano due figli e mezzo, e tutto ch'eccede questa proporzione, dev'essere inesorabilmente soppresso.
L'elemosina sarebbe un delitto, perché sorregge l'aumento dell'eccesso di popolazione; sarà piuttosto preferibile che la povertà sia considerata come un delitto e ì ricoveri de' poveri come case di pena, ciò che appunto si è fatto in Inghilterra con la nuova legge «liberale» su’ poveri. Veramente, questa teoria s'accorda assai male con la dottrina biblica della perfezione di Dio e della sua creazione, ma «è una cattiva confutazione tirare in ballo la Bibbia contro i fatti».
Debbo io spiegare ancora questa infame, miserabile dottrina, questa obbrobriosa bestemmia contro la natura e l'umanità; debbo io proseguirla ancora nelle sue conseguenze? Qui finalmente abbiamo l’immoralità dell'economista - portata al suo ultimo termine. Che cosa sono tutte le guerre e gli orrori del sistema del monopolio rimpetto a questa teoria ? È questa appunto è la pietra di volta del sistema liberale del libero scambio, la cui caduta involge nella sua ruina l'edificio. perché se la concorrenza è Ivi mostrata come la causa della miseria, della povertà, del delitto, chi oserà prendere la parola a favor suo?
Alison ha scrollata la teoria di Malthus nella sua opera sopra menzionata col fare appello alla forza produttiva della terra e coll’opporre al principio di Malthus il fatto che ogni uomo adulto può produrre più di quello che gli occorre per vivere; (108) un fatto senza il quale il genere umano non potrebbe nemmeno sussistere. Altrimenti di che dovrebbe vivere la prole? Ma l'Alison non va al fondo della cosa, e però arriva, in conclusione, allo stesso risultato di Malthus. Veramente egli mostra che il principio di Malthus è erroneo, ma non sa smentire i fatti che hanno condotto Malthus a stabilire il suo principio.
Se Malthus non avesse considerato la cosa da un punto di vista così unilaterale, avrebbe veduto che l'eccedenza di popolazione o di forza di lavoro è sempre congiunta con l'eccedenza di ricchezza, di capitale e di proprietà fondiaria. La popolazione è sovrabbondante solo là dove è specialmente sovrabbondante la forza produttiva.
Lo stato di un paese sofferente di sovrapopolazione, specialmente dell'Inghilterra nel tempo in cui Malthus scriveva, lo mostra nella maniera più evidente. Questi erano i fatti che Malthus doveva considerare nel loro complesso e il cui esame doveva condurlo al vero risultato. Invece di far ciò, egli assunse alcuni fatti, ne trasandò altri e perciò giunse al suo folle risultato. Il secondo errore, in cui egli incorse, fu la confusione di mezzi di sussistenza e occupazione. Che la popolazione eserciti una perenne pressione di lavoro: che tanti uomini si producono, quanti se ne possono occupare: in breve. che la produzione della forza di lavoro sia stata finora regolata dalla legge della concorrenza e perciò è stata esposta a periodiche crisi e oscillazioni — questo è un fatto, che Malthus ha il merito di avere constatato. Ma i mezzi di lavoro non sono i mezzi di sussistenza. I mezzi di lavoro sono aumentati nel loro risultato finale solo con la moltiplicazione della forza meccanica e del capitale; i mezzi di sussistenza si moltiplicano appena è moltiplicata specialmente la forza produttiva. Qui viene in luce una nuova contraddizione dell’economista. La «dimanda» dell’economista non è la reale dimanda: il suo consumo è qualche cosa di artificiale. Per l'economista è un reale acquirente, un reale consumatore solo quello che ha da offrire un equivalente per ciò che riceve. Ma, se è un fatto che ogni adulto può produrre più di quel che non possa consumare, che i fanciulli sono come gli alberi, che compensano abbondantemente della spesa per essi erogata — e pure son fatti questi? — bisognerebbe ritenere che ogni operaio dovesse produrre infinitamente assai più che di quel che gli occorre e che la comunità (109) dovesse volentieri provvederlo di tutto ciò che gli serve; si dovrebbe ritenere che una numerosa famiglia fosse un dono assai ambito per una comunità. Ma l’economista, nella rozzezza del suo punto di vista, non conosce altro equivalente fuori del lavoro contante che egli può toccare con mano. Egli è così preso nelle sue antitesi, che i fatti più atti a colpire gli danno tanto poco da pensare come i principii scientifici d'ordine più elevato.
Noi facciamo scomparire la contraddizione semplicemente col risolverla. Con la fusione degl’interessi ora cozzanti tra l’eccesso di popolazione da un lato e l'eccesso di ricchezza dall'altro, scompare il mirabile fatto, mirabile più di tutti ì miracoli di tutte le religioni prese insieme, che una nazione debba languire di fame tra la vana ricchezza e la sovrabbondanza: scompare la folle affermazione che la terra non abbia la capacità di alimentare tutti gli uomini. Quest'affermazione è l'ultimo portato dell’economia cristiana; e che la nostra economia sia essenzialmente cristiana, avrei potuto dimostrarlo per ogni proposizione, per ogni categoria, e lo farò anche a suo tempo; la teoria di Malthus è soltanto l'espressione economica del dogma religioso della contraddizione dello spirito e della natura e della conseguente corruzione di entrambi. Io spero di aver mostrata l’inconsistenza, anche nel campo economico, di questa contraddizione, che già da lungo tempo è stata risoluta per la religione e con la religione: del resto io non considererò come competente alcuna difesa della teoria di Malthus, che non spieghi prima, col suo stesso principio, come un popolo possa languire di fame in mezzo all'abbondanza, e non metta ciò d'accordo con la ragione e con fatti.
Del resto la teoria di Malthus è stata un necessario termine di passaggio, che ci ha portati infinitamente più lontano. Da essa, come sopratutto mediante l'economia, noi siamo stati tratti a portare la nostra attenzione sulla forza produttiva della terra e del genere umano e, col vincere questa disperazione economica. ci siamo assicurati per sempre contro la paura della sovrapopolazione. Noi ricaviamo di qui i più forti argomenti a favore di una trasformazione sociale; poiché, se anche Malthus avesse ragione, bisognerebbe accettare immediatamente questa trasformazione: essa soltanto, solo l'educazione ch'essa darebbe alle masse può rendere possibile quel freno morale della prolificazione (110). che lo stesso Malthus presenta come il più efficace e più agevole antidoto contro l'eccessivo aumento della popolazione. Noi abbiamo imparato a conoscere da essa il più profondo abbassamento dell'umanità, la sua dipendenza da’ rapporti di concorrenza; esso ci ha mostrato come, in ultima istanza, la proprietà privata ha fatto dell'uomo una merce, la cui produzione e la cui eliminazione dipende soltanto dalla «dimanda»; ci ha mostrato come il sistema della concorrenza ha, in grazia sua, ucciso e giornalmente uccide milioni di uomini. Abbiamo visto tutto questo, e tutto questo ci mena all’eliminazione di questo abbassamento dell'umanità con l'eliminazione della proprietà privata, della concorrenza e degl’interessi contrapposti.
Per togliere intanto ogni base alla generale paura di un eccesso di popolazione, torniamo ancora una volta al rapporto della forza produttiva con la popolazione. La popolazione crescerebbe con progressione geometrica — 1 + 2 + 4 + 8 + 16 + 32 e così via; la forza produttiva della terra in proporzione aritmetica — 1 + 2 + 3 + 4 + 5 + 6. La differenza è visibile a colpo d'occhio, è spaventevole; ma è poi esatta? Dove è provato che la capacità produttiva della terra cresca con progressione aritmetica? L'estensione della terra è limitata: bene. La forza di lavoro che si può impiegare su questa estensione cresce con la popolazione; riteniamo pure che l'aumento del prodotto con l'aumento del lavoro non cresca sempre in proporzione del lavoro; rimane sempre un terzo elemento che per l'economista certamente non ha alcun valore, la scienza, e il cui progresso è tanto illimitato e almeno tanto rapido quanto quello della popolazione. Di quali progressi non va debitrice l'agricoltura di questo secolo alla chimica soltanto, e soltanto a due uomini, Sir Onfredo Davy e Giusto Liebig? Ma la scienza avanza almeno come la popolazione; questa si moltiplica in proporzione del numero dell’ultima generazione; la scienza avanza in proporzione del patrimonio di cognizioni che eredita dalla generazione antecedente, e quindi, nelle condizioni solite, anche in progressione geometrica. E che cosa è impossibile alla scienza? Ma è ridicolo parlare di sovrapopolazione, finché la «valle del Mississipi possiede ancora tanto terreno incolto da potervi trapiantare l’intera popolazione di Europa», finché, soprattutto, un terzo solo della terra si può ritenere messo a coltura e la produzione di questo stesso (111) terzo, con l'applicazione de’ miglioramenti di coltura ora noti, può essere portata al sestuplo.
La concorrenza dunque mette capitale contro capitale, lavoro contro lavoro, terra contro terra, e ancora ognuno di questi elementi contro gli altri due. Nella lotta vince il più forte, e noi dovremo indagare la forza degli elementi in lotta per poterne predire il risultato. Da prima, proprietà fondiaria e capitale sono ognuno più forti del lavoro, poiché l'operaio deve lavorare per vivere, mentre il proprietario fondiario può vivere delle sue rendite e il capitalista de’ suoi interessi, e in caso di bisogno anche del suo capitale o del suo possesso fondiario capitalizzato. La conseguenza di tutto questo è che al lavoro ricadono solo l’indispensabile, i semplici mezzi di sussistenza, mentre la parte maggiore del prodotto si ripartisce tra il capitale e la proprietà fondiaria. L’operaio più forte scaccia dal mercato il più debole, il capitale più grande scaccia il più piccolo, il più grande possesso fondiario sopraffà quello minore. La pratica conferma questa conchiusione. Sono noti i vantaggi che il fabbricante e il commerciante d’ordine più elevato hanno sul piccolo fabbricante e commerciante, che il grande proprietario fondiario ha sul possessore di una giornata di terra. La conseguenza di tutto questo è che già, in condizioni normali, il grande capitale e la grande proprietà fondiaria ingoiano Il piccolo capitale e la piccola proprietà col diritto del più forte: l'accentramento della proprietà. Nelle crisi del commercio e dell'agricoltura quest'accentramento procede molto più rapidamente. La grande proprietà cresce assai più rapidamente della piccola, perché dal prodotto se ne detrae una parte assai minore come spesa del fondo. Quest'accentramento del possesso fondiario è una legge immanente. come tutte le altre, alla proprietà privata: le classi medie debbono sempre più sparire finché il mondo si dividerà in milionarî e poveri, in grandi proprietari fondiarî e poveri giornalieri. Tutte le leggi, ogni ripartizione della proprietà fondiaria, ogni eventuale frazionamento del capitale non giovano a nulla; questo risultato deve venire e verrà, se non lo previene una completa trasformazione de’ rapporti sociali, una fusione degli interessi cozzanti, un'abolizione della proprietà privata.
La libera concorrenza, il motto d'ordine de’ nostri economisti del giorno, è una cosa impossibile. Il monopolio si proponeva almeno (112), se anche non poteva riuscirvi, di proteggere il consumatore dalle frodi: ma l'eliminazione del monopolio apre all'inganno la porta grande e la piccola. Nessuno comprerà cose scadenti. ma per questo ognuno deve conoscere ogni articolo, ciò che è impossibile. Indi la necessità del monopolio; necessità che si rivela anche in molti articoli. Le farmacie e simili debbono avere un monopolio. E l'articolo più importante, il danaro, ha appunto bisogno in estremo grado del monopolio. Il medio circolante, appena ha cessato di essere un monopolio di Stato, ha sempre fatto luogo a una crisi commerciale, e gli economisti inglesi, tra altri il dott. Wade, anche qui ammettono il carattere indispensabile del monopolio. Ma anche il monopolio non elimina il pericolo della falsa moneta. Si affronti la questione da qualsivoglia lato, l'uno presenta tanta difficoltà quanto l’altro; il monopolio fa luogo alla libera concorrenza, e questa ancora, alla sua volta, al monopolio; perciò l’una e l’altro debbono sparire, e questi inconvenienti sono eliminati col principio che li genera.
La concorrenza ha investito tutti i nostri rapporti di vita e ha completato la reciproca servitù, in cui gli uomini ora si trovano. La concorrenza è la grande molla che torna sempre a rimettere in movimento questo nostro ordine sociale che invecchia e si eterna, o piuttosto questo nostro disordine: ma ad ogni nuovo sforzo consuma ancora una parte delle forze che vengon meno. La concorrenza domina il progresso numerico del genere umano: domina anche il suo progresso morale. Chi ha acquistato qualche notizia della statistica criminale, deve rimanere colpito dalla vera regolarità con cui di anno in anno progredisce il delitto: della regolarità con cui certi motivi producono certi delitti. Lo sviluppo del sistema delle fabbriche ha dovunque come conseguenza un aumento de’ delitti. Si può predire annualmente con una certa sorprendente esattezza il numero de’ processi, de reati e perfino degli omicidî, delle effrazioni, de' piccoli furti in una città o in un distretto, come sì è fatto assai di frequente in Inghilterra. Questa regolarità prova che anche il delitto è retto dalla concorrenza; che la società ha una «dimanda» del delitto, a cui risponde una proporzionata «offerta» (113): che la lacuna fatta dagli arresti o dalla deportazione 0 dalla decapitazione di un certo numero di persone è subito colmata: proprio come ogni vuoto nella popolazione è subito colmata da’ nuovi venuti. In altri termini, il delitto esercita una pressione su’ mezzi punitivi, come i popoli l'esercitano su' mezzi di lavoro. Come è giusto, in queste condizioni, prescindendo da tutte le altre, punire i delinquenti, lo lascio al giudizio de' miei lettori. A me interessa qui soltanto mostrare l’azione della concorrenza anche nel campo morale, per additare a quale degradazione la proprietà privata ha condotto l’uomo.
Nella lotta del capitale e della terra contro il lavoro. i due primi elementi hanno uno speciale vantaggio sul lavoro — l’aiuto della scienza, perché anche questa, nelle condizioni odierne, è volta contro il lavoro. Quasi tutte le invenzioni meccaniche, per esempio, sono state determinate dalla mancanza di forza di lavoro: così specialmente le macchine per filare cotone di Hargrave, Crompton e Arkwright. Non vi è stata mai grande richiesta di lavoro, senza che ne venisse fuori un'invenzione, che accresceva naturalmente la forza di lavoro e quindi distoglieva la domanda del lavoro umano. La storia d'Inghilterra dal 1770 sinora ne è una prova continua. L'ultima grande invenzione nella filatura del cotone, il filatoio automatico, tu determinato unicamente dalla dimanda di lavoro e da’ crescenti salarî. Esso raddoppiò il lavoro delle macchine e ridusse così la mano d'opera alla metà. gettò in preda alla disoccupazione la metà degli operai e così depresse la mercede dell'altra metà; annientò una cospirazione degli operai contro ì fabbricanti e ruinò l'ultimo avanzo di forza con cui il lavoro aveva tenuto testa alla lotta disuguale contro il capitale. (Cfr. D. Ure, Philosophy of manufactures, vol. 2). L'economista dice veramente che, come risultato finale, le macchine sono favorevoli agli operai, col dar luogo alla produzione a buon mercato e col creare così un nuovo grande mercato per i suoi prodotti, il che porta. in ultimo, ad occupare ancora gli operai rimasti privi di lavoro. E tutto giusto; ma l'economista intanto dimentica che la produzione della forza di lavoro è regolata dalla concorrenza, che la forza di lavoro esercita sempre la sua (114) pressione su’ mezzi di lavoro e che, quando questi vantaggi dovrebbero subentrare, vi è di nuovo in attesa un numero esuberante di concorrenti che chiedono lavoro; così che questo vantaggio è reso illusorio, mentre il danno. la perdita immediata de' mezzi di sussistenza per una metà e il decadere del salario per l’altra metà degli operai non è illusorio? Dimentica l'economista che il progresso dell'invenzione non si arresta mai, e che quindi questo pregiudizio si perpetua? Dimentica egli che, con la divisione del lavoro spinta all'infinito dalla nostra civiltà, un operaio può vivere soltanto quando può essere occupato alla tale determinata macchina pel tale determinato minuzioso lavoro? Che il passaggio da un'occupazione ad un’altra, è quasi sempre una vera impossibilità per l'operaio adulto.
Nell'abbracciare con l'occhio gli effetti del macchinismo, io entro in un altro tema più remoto, il sistema delle fabbriche; e io non ho qui né voglia, né tempo d'occuparmene. Spero del resto di aver subito un'occasione di trattare diffusamente l'abbominevole immoralità di questo sistema e di svelare inesorabilmente l'ipocrisia dell'economista, che appare qui in tutto Il suo pieno splendore.
1. Umrisse zu einer Kritik der National-Vekonomie von Friedrich Engels in Manchester ne’ Deutsche-franzisische Jahrbücher herausgegeben von Arnold Ruge und Karl Marx. Paris, 1884, pp. 86-114.
I numeri intercalati nel corso della pagina segnano la corrispondenza con la pagina del testo. ↩
[Indice degli Annali franco-tedeschi]
Ultima modifica 2026.07.27