Manoscritto sul salario (†1925)


Pubblicato postumo per la prima volta nel 1925 sulla rivista Unter dem banner des Marxismus, riportato nelle Opere Complete con il titolo di Salario.
Questo manoscritto è uno schema di sedici pagine relativo alle conferenze tenute nel 1847 alla Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles. Esso non era stato ancora ritrovato quando Engels scrisse nella prefazione del 1891 di Lavoro salariato e capitale che: «Il manoscritto del seguito non è stato trovato tra le carte lasciate da Marx».
Prima di interrompersi, nel ciclo di conferenze Marx trattò solo uno dei tre punti annunciati: 1) il rapporto fra il lavoro salariato & il capitale: la schiavitù dell'operaio, il dominio del capitalista; 2) la proletarizzazione inevitabile che dissolve le classi medie borghesi e il cosiddetto ceto contadino nell'attuale sistema polare, cioé formato esclusivamente capitalisti e salariati; 3) l'asservimento commerciale e lo sfruttamento delle classi borghesi delle diverse nazioni europee da parte del despota del mercato mondiale: l'Inghilterra. Il manoscritto Salario fornisce accenni di come Marx avrebbe sviluppato il secondo punto (la necessaria PROLETARIZZAZIONE del ceto medio) e lo fa attraverso le fonti sfuse studiate da Marx anziché attraverso la sintesi che ne avrebbe fatto, fornendo informazioni preziose e insperate sulla sua formazione autodidatta.

Tradotto indirettamente dalla versione in inglese presente sul MIA e trascritto da: Leonardo Maria Battisti, Novembre 2017



A. Già spiegato

1. Salario = prezzo della merce. Così la determinazione particolare del salario è un tipo della determinazione generale del prezzo.
Lavoro = attività umana = merce. L'estrinsecazione della vita umana, l'attività vitale è risemantizzata come strumento; l'esistenza separata da tale attività [hobby, otium, évasion, ricreazione, quello che sia] pare il fine.
2. In quanto prezzo di una merce, il salario dipende dalla concorrenza, dalla domanda e dall'offerta di merci.
3. L'offerta di una merce dipende dai costi di produzione, cioè dal tempo di lavoro richiesto per produrre tale merce.
4. Rapporto necessariamente inverso fra profitto & salario. Necessario antagonismo delle due classi (capitalisti e operai), la cui esistenza economica sono il profitto e il salario.
5. Lotta per l'aumento o la riduzione del salario. Associazioni operaie.
6. Prezzo medio o normale del lavoro; il salario minimo vale solo per la classe operaia, non per il singolo. Coalizione degli operai per ottenere il salario.
7. Influsso sul salario dell'abolizione delle imposte, dei dazi protettivi, della riduzione degli esercizi. Il minimo vitale è in media determinato uguale al prezzo dei mezzi di sussistenza necessari.

B. Aggiunte.

I. ATKINSON

1. Tessitori a mano (lavorano 15 ore giornaliere) (sono mezzo milione). «La loro distress [indigenza] è connaturata a un lavoro che si impara facilmente ed è sempre esposto ad essere soppiantato da mezzi di produzione meno costosi. Data l'enorme disponibilità di merce, una breve interruzione della domanda basta a provocare la crisi. La creazione di nuovi rami dell'industria insieme all'abolizione dei vecchi causa sofferenze periodiche. Es. I tessitori a mano di Mino nel distretto di Dacca, in India: affamati o rigettati nell'agricoltura dalla concorrenza delle macchine inglesi». (Dal discorso della Dr. Bowring alla Camera dei Comuni, luglio 1835). (Usar tale esempio di passaggio da un tipo di attività ad un altro, nel Discorso sul libero scambio).
2. Dire qualcosa sulla teoria della popolazione.
3. Influsso sulla determinazione del salario di una divisione del lavoro mutata ed estesa.

II. CARLYLE

1. Dei wages [salari] conta non solo la quantità ma la qualità oscillata dalle fluttuazioni dal gioco di vari elementi.
2. Vantaggio del salario: solo il bisogno, l'interesse, il mercato legano l'operaio al datore di lavoro (nulla di patriarcale come nel medioevo). Leggi sui poveri, derattizzazione, chargeable labourers [lavoratori a carico]. «La legge sui poveri piombò come Iperione e disse: “siano fatte le workhouses”; e afflizione fu. [...] Come in una disinfestazione: se le trappole funzionano, spariscono i sorci (leggasi: i lavoratori disoccupati a carico della società)» [Cartismo, 3].
3. Perlopiù il lavoro non è skilled labour [lavoro qualificato].
4. Tutta la teoria economica maltusiana è che: gli operai hanno la libertà di ridurre la domanda smettendo di fare figli.

III. MACCULLOCH

«Il salario giornaliero che l'operaio guadagna è uguale al normale rate of profit [saggio di profitto] che si prende il proprietario della macchina chiamata Uomo, più una somma per sostituire le macchine lise o (è lo stesso) gli operai vecchi e consumati con operai nuovi».

IV. JOHN WADE

1. «La divisione del lavoro è lo strumento più efficace se si ha il fine di far dell'operaio una macchina tale da produrre la massima quantità di lavoro in una data occupazione».
2. Se il salario è ridotto, allora gli operai devono ridurre le loro spese o aumentare la produttività (lavorando un maggior numero di ore di lavoro nelle fabbriche meccanizzate, tipico; o producendo di più a parità di tempo presso gli artigiani, tessitori, ecc.). Ma così fanno crescere l'offerta di merci proprio nel momento peggiore dello stesso calo della domanda che ha ridotto il loro salario. Di conseguenza il salario si riduce ancora! Poi i borghesi vengono a dire: «Se solo la gente volesse lavorare».
3. Legge generale: non possono esserci due prezzi di mercato bensì domina sempre il prezzo più basso (a qualità eguale). Se sono disoccupati 50 operai su 1000 altrettanto qualificati, allora il prezzo del lavoro è determinato dai 50, non dai 950 che lavorano. Tale legge del prezzo di mercato grava più pesantemente sulla merce-lavoro che su altre merci, perché l'operaio non può preservare la propria merce in magazzino: o vende la sua attività vitale o muore d'inedia. La merce-lavoro è diversa da altre merci perché deperibile (non accumulabile), e perché la sua offerta non può esser accresciuta o ridotta con la facilità d'altri prodotti.
4. L'umanità del capitalista è comprare più lavoro possibile al minor prezzo. Gli operai agricoli ricevono più in estate benché in inverno occorra loro più cibo, riscaldamento, vestiti più caldi.
5. Es. Toglier la domenica sarebbe una pura perdita per l'operaio: i padroni tentano di ridurre il salario lasciandolo nominalmente identico (es. accorciando la pausa pasto fanno lavorare un quarto d'ora in più...).
6. Il salario è quindi determinato dalla moda, dall'avvicendarsi delle stagioni e dalle fluttuazioni commerciali [non dal denaro a cui ammonta, ma dal potere d'acquisto].
7. Che l'operaio sostituito dalla macchina passi ad un altro tipo di lavoro è peggio per lui: mai potrà tornar allo stato di prima: La macchina e la divisione del lavoro rimpiazzano lavoro più caro con lavoro meno caro.
Si è proposto agli operai:
1) casse di risparmio;
2) di imparare più mestieri possibili (così ci sarebbe subito e contemporaneamente più concorrenza in ogni ramo di lavoro).
8. In periodi di stagnazione:
a) cessazione del lavoro;
b) riduzione del salario;
c) stesso salario a cottimo; meno giorni lavorativi alla settimana.
9. Le combinations of trade [associazioni professionali] causano:
1) le spese degli operai (v. costi). Invenzione di macchine in seguito alle coalizioni. Ulteriore divisione del lavoro. Riduzione del salario. Delocalizzazione delle fabbriche.
2) Se tutti gli operai conservassero il salario così alto che il profitto scendesse tanto al disotto del profitto medio di altri paesi, o che il capitale salisse più lentamente, l'industria del Paese fallirebbe (operai, padroni, etc.).
Ridurre le tasse non giova all'operaio, ma aumentarle gli nuoce. Nei paesi borghesi avanzati più tasse proletarizzano i piccoli contadini e i piccoli proprietari (artigiani etc.): gli irlandesi riducono i salari inglesi, i tedeschi quelli alsaziani.

V. BABBAGE

Trucksystem: salario in natura.

VI. ANDREW URE

Principio generale dell'industria moderna: sostituire gli adulti con i bambini; gli operai qualificati coi non qualificati; gli uomini con le donne.
Eguagliamento dei salari. Caratteristica principale dell'industria moderna.

VII. [PELLEGRINO] ROSSI

Rossi pensa: Il fabbricante rimborsa all'operaio solo la sua partecipazione di prodotto, perché l'operaio non può aspettare che il prodotto sia venduto. Tale speculazione è avulsa dal processo di produzione. Se l'operaio potesse mantenersi fino alla vendita del prodotto, esigerebbe poi la sua parte come socio. Quindi, il salario non è una componente del prodotto (invece lo sono il capitale e la terra). È solo un accidente, una forma delle nostre condizioni sociali. Il salario non fa parte del capitale. Il salario non è un fattore necessario della produzione: scomparirà nella prossima organizzazione del lavoro.

VIII. CHERBULIEZ

1. «La crescita del capitale produttivo non implica necessariamente un aumento degli approvisionnements dell'operaio [mezzi di sussistenza]. Materie prime e macchine possono aumentar e i rifornimenti ridursi.
Il prezzo del lavoro dipende da due realtà sociali irrelate dalla volontà del lavoratore:
a) dalla quantità assoluta del capitale produttivo;
b) dal rapporto fra i diversi elementi del capitale.
2. La condizione dell'operaio è resa felice o infelice dal consumo relativo (non da quello assoluto). Oltre il consumo necessario, il piacere dei nostri averi è essenzialmente relativo».
Quando si parla di aumento o caduta del salario, serve considerare l'insieme del mercato mondiale e la situazione degli operai nei vari Paesi.
Tentativi di stabilire il giusto salario (ugualitari; etc.).
Lo stesso salario minimo varia e diminuisce sempre più (esempio dell'acquavite).

IX. BRAY

Casse di risparmio. Triplice macchina nelle mani del dispotismo e del capitale.
1. Il denaro rifluisce nella Banca Nazionale, che fa profitti riprestandolo ai capitalisti.
2. Catena d'oro con cui il governo imprigiona una gran parte della classe operaia.
3. Onde lo Stato dà nuove armi ai capitalisti in quanto tali.
Quando il salario è calato, non torna più al livello di prima (si tratti del salario assoluto o del salario relativo).

C.

I – Come incide la crescita delle forze produttive sul salario?

Macchine: divisione del lavoro. Il lavoro è semplificato. I suoi costi di produzione calano. È a minor prezzo. La concorrenza fra gli operai aumenta. Il passaggio da un ramo lavorativo ad un altro.
Es. Gli artigiani della lana del distretto di Dacca in India, indicati dal Dr. Bowring davanti al Parlamento inglese nel 1835. Il nuovo lavoro a cui l'operaio è costretto è peggiore del precedente.
Lavoro degli adulti sostituito da lavoro dei bambini, lavoro degli uomini da lavoro delle donne, gli operai qualificati da operai non qualificati.
O aumento delle ore lavorative o riduzione del salario.
Concorrenza fra gli operai (nonché perché l'uno si vende a prezzo minore dell'altro) perché uno è abile a due lavori.
Conseguenze della crescita delle forze produttive:
a) la situazione dell'operaio peggiora in rapporto a quella del capitalista, e il valore dei piaceri è relativo (poiché i piaceri sono sociali, relazioni, rapporti);
b) l'operaio diviene una forza produttiva sempre più omologata, che produce il più possibile nel minor tempo possibile. Il lavoro qualificato si trasforma incessantemente in lavoro semplice;
c) il salario dipende sempre più dal mercato mondiale, la condizione dell'operaio è in balia del caso;
d) la parte di capitale produttivo destinata alle macchine e alle materie prime cresce più di quella destinata all'approvisionnement [sostentamento]. Il capitale produttivo e domanda di lavoro non aumentano nella stessa proporzione.
Il salario dipende da due fattori su cui l'operaio non ha alcun influsso:
α) soprattutto dalla massa del capitale produttivo;
β) oltretutto dal rapporto fra le sue componenti.
(Senza le oscillazioni del salario, l'operaio non parteciperebbe affatto allo sviluppo della civiltà, resterebbe stazionario).
Sulla concorrenza fra operaio e macchina, notare che i manovali (es. gli artigiani della lana) stanno addirittura peggio degli operai direttamente addetti alle macchine nelle fabbriche.
Ogni sviluppo di una nuova forza produttiva diviene un'arma contro gli operai.
Es. Ogni evoluzione dei mezzi di comunicazione facilita la concorrenza fra operai in varie zone, così una concorrenza locale diviene nazionale etc. Tutte le merci diventano meno care eccetto i mezzi di sussistenza, onde l'operaio si veste di stracci avanzati e la sua miseria reca i colori della civiltà.

II – Concorrenza tra operai e datori di lavoro.

α) Per determinare il salario relativo serve sapere che: per un operaio, un tallero non ha lo stesso valore che ha per un datore di lavoro. L'operaio deve comprare cose peggiori e più care. Rispetto al datore di lavoro, il suo tallero ottiene una merce minore e peggiore. L'operaio deve essere prodigo, deve comprare e vendere contro ogni principio economico. Bada che il discorso vale per il salario in sé (un solo lato del problema). Ma lo sfruttamento dell'operaio ricomincia tostoché scambi il prezzo del suo lavoro contro altre merci (il negoziante, lo strozzino, il padrone di casa): tutti quanti lo sfruttano ancora una volta.
β) Avendo i mezzi d'impiego, il datore di lavoro controlla pure i mezzi di sussistenza dell'operaio, cioè la vita dell'operaio dipende da lui; pure il datore riduce la sua attività vitale solo a mezzo della sua esistenza.
γ) La merce lavoro ha più svantaggi di altre merci. Nella concorrenza con gli operai il capitalista si gioca solo il profitto, l'operaio l'esistenza. Il lavoro è più deperibile delle altre merci. Non può esser accumulato. La sua offerta non può crescere o diminuire con la stessa facilità di altre merci.
δ) Regime di fabbrica. Legislazione della famiglia. Trucksystem (in cui il datore di lavoro inganna l'operaio alzando il prezzo delle merci mentre lascia inalterato il salario nominale).

III – Concorrenza degli operai fra loro.

α) Legge economica generale: non possono esserci due prezzi di mercato. Su 1000 operai dalle stesse qualifiche, a determinar il livello del salario sono i 50 disoccupati, non i 950 che lavorano. Influsso degli Irlandesi sulla condizione degli operai inglesi, dei Tedeschi sulla condizione degli operai alsaziani.
β) Concorrenza fra gli operai poiché uno si vende a prezzo minore dell'altro ed è abile a due lavori. Vantaggi dell'operaio celibe su quello sposato etc. Concorrenza fra operai rurali e operai urbani.

IV – Fluttuazioni del salario.

Sono generate:
1) dai mutamenti della moda;
2) dall'alternarsi delle stagioni;
3) dalle fluttuazioni commerciali.
α) In caso di crisi: l'operaio ridurrà le sue spese, o accrescerà la sua produttività (lavorando più ore di lavoro o producendo di più in un'ora). Ma così il rapporto fra offerta e domanda è aggravato (essendo stato il salario ridotto proprio dal calo della domanda del suo prodotto). Ma il borghese dice: «la gente non vuole lavorare». Lo sforzo eccessivo riduce ancora di più il salario.
β) Durante le crisi ci sono: disoccupazione totale; riduzione del salario; mantenimento del salario a cottimo e riduzione delle giornate lavorative.
γ) Ogni crisi cattura l'operaio nel seguente circolo vizioso: il datore di lavoro non può occupar gli operai perché non può vender il suo prodotto; non può vender il suo prodotto poiché non ha acquirenti; non trova acquirenti perché gli operai hanno solo il loro lavoro da offrire e proprio per questo non riescono a cambiarlo.
δ) Quando si parla di aumento o caduta del salario, serve considerare l'insieme del mercato mondiale e l'irrilevanza dell'aumento del salario (perché si affamano gli operai di altri Paesi).

V – Salario minimo.

1. Il salario giornaliero che riceve l'operaio è il profitto che la sua macchina (il suo corpo) fornisce al proprietario. È la somma necessaria per sostituire l'usura della macchina o operai vecchi con operai nuovi.
2. Il salario minimo implica che, per es., toglier la domenica sarebbe una pura perdita per l'operaio (dovrebbe guadagnarsi il salario in peggiori condizioni). Lo sanno i filantropi che lottano contro le feste domenicali.
3. Benché il salario minimo sia in media determinato dal prezzo dei mezzi di sussistenza più elementari, notasi:
Primo: che il salario minimo varia in base al Paese (es. le patate in Irlanda).
Secondo: Inoltre il salario minimo ha un moto storico e scende al livello più basso in assoluto. (es. l'acquavite: prima distillata da vinacce, poi da grano, infine dalla grappa e intrugli vari).
A determinar la discesa verso il minimo assoluto contribuiscono: 1) oltre allo sviluppo generale delle macchine per produrre, alla divisione del lavoro, alla concorrenza fra gli operai libera da vincoli;
2) l'aumento delle tasse e della spesa pubblica perché, benché abolir una tassa non giova all'operaio, ogni aumento di tasse gli nuoce, finché il salario giunge al minimo vitale (malgrado perturbazioni e difficoltà del commercio borghese). Bada: l'aumento delle tasse proletarizza il piccolo contadino, il piccolo borghese e l'artigiano.
Es. La liberalizzazione. Lo sviluppo dell'industria introduce prodotti a minor prezzo e surrogati.
3) Tale minimo tende ad eguagliarsi nei vari Paesi.
4) Se il salario scende, poi mai risalirà fino al livello precedente.
Nel corso dello sviluppo il salario cala in due modi.
Primo: in modo relativo (inerente la sproporzione rispetto allo sviluppo della ricchezza generale).
Secondo: in modo assoluto (poiché si riduce la quantità di merci che l'operaio riceve in cambio).
5. Sviluppandosi la grande industria, il tempo diviene sempre più la misura del valore delle merci (incluso il salario). Al contempo, sviluppandosi la civiltà, la produzione della merce lavoro diviene sempre meno cara e costa sempre meno tempo.
Il contadino ha ancora del tempo libero per fare qualche guadagno supplementare. Ma la grande industria (non la manifattura) elimina tale situazione patriarcale. Ogni istante della vita, della esistenza dell'operaio è così sempre più coinvolto nel traffico.
(Restano ancora i seguenti punti:
1) Rimedi proposti per migliorar le condizioni dell'operaio. Malthus, Rossi etc., Proudhon, Weitling.
2) Associazioni operaie.
3) Significato positivo del lavoro salariato).

VI – Rimedi proposti.

1. Una delle proposte preferite è il sistema delle casse di risparmio. A parte l'impossibilità di risparmiar in cui versa la maggior parte della classe operaia, lo scopo (almeno il significato economico delle casse di risparmio) sarebbe ciò: gli operai previdenti e astuti riescono a compensare i cattivi tempi coi buoni (cioè distribuire il salario nel ciclo del movimento industriale in modo da non spendere più del salario minimo necessario per vivere).
Ma si è visto che oscillazioni del salario stravolgono l'operaio e che: se il salario non sale momentaneamente al di sopra del minimo, allora l'operaio è escluso da ogni progresso della produzione, della ricchezza pubblica, della civiltà (onde da ogni possibilità di emancipazione). Così l'operaio deve mutar in una macchina calcolatrice, come un borghese che fa della spilorceria un sistema e dà carattere eterno e immutabile alla meschinità.
A parte ciò, il sistema delle casse di risparmio è un triplice strumento dispotico:
α) la cassa di risparmio è la catena d'oro con cui il governo lega gran parte della classe operaia che (oltre ad aver interesse a preservare la situazione vigente; oltre a dividersi in classe operaia interessata alle casse di risparmio e classe operaia non interessata) fornisce così al suo nemico le armi per preservar l'organizzazione di gente della società che la opprime. β) Il denaro rifluisce alla Banca nazionale, che lo ripresta ai capitalisti, e ambi si dividono il profitto onde, col denaro prestatoli dal popolo ad un misero interesse, accrescono il loro capitale, il loro potere, contro il popolo (con tale concentrazione ottengono una potente leva industriale).
2. Un'altra proposta preferita dai borghesi è l'istruzione, specie l'istruzione industriale universale.
α) A parte l'assurdità poiché l'industria moderna sostituisce il lavoro complesso con quello semplice (privo di istruzione) e sfrutta il lavoro minorile facendo dei ragazzi una fonte di guadagni, nonché per la classe borghese, per i loro genitori proletari, in disprezzo delle leggi sulla scuola obbligatoria (es. in Prussia); a parte che l'eventuale formazione intellettuale dell'operaio non influisce direttamente sul suo salario; che l'istruzione dipende dalle condizioni della vita; che il borghese definisce educazione inculcare i principi borghesi; infine che la classe borghese non ha i mezzi per dar al popolo una vera educazione, né li userebbe se li avesse.
Valutiamo la proposta solo economicamente.
β) Per gli economisti filantropi educazione significa: l'operaio impari più mestieri possibili, onde, tostoché espulso dall'uso di macchine nuove o da una divisione del lavoro migliorata, possa passar facilmente ad un altro ramo lavorativo.
Ammesso che fosse possibile. La conseguenza sarebbe che l'eccedenza di manodopera in un dato ramo varrebbe per tutti gli altri rami, onde ridurre il salario in un ramo implicherebbe ridurre il salario in generale ancora più di prima.
Inoltre, poiché l'industria moderna rende ovunque il lavoro semplice e accessibile a tutti, qualsiasi aumento di salario in un dato ramo industriale causerebbe un tosto afflusso di lavoratori in tale ramo e la riduzione di salario assumerebbe un aspetto più o meno generale.
Qui non possiamo confutare gli altri piccoli palliativi proposti dai borghesi.
3. Però c'è una terza proposta, che ha avuto notevoli conseguenze sul piano pratico e continua ad averne: la teoria malthusiana. Sul nostro tema, tale teoria asserisce nell'insieme quanto segue.
α) Il livello del salario dipende dal rapporto fra quanti si offrono e quanti si richiedono. Il salario può aumentar in due modi diversi: o se il capitale che muove il lavoro sale sì lesto che la domanda di operai sale più lesta (in progressione più lesta) della loro offerta; ovvero se la popolazione cresce sì lentamente che la concorrenza fra gli operai resta debole, benché il capitale produttivo cresca poco. Su un lato del rapporto (la crescita del capitale produttivo) gli operai non hanno influsso. Sull'altro sì, invece, riducendo l'offerta di operai (cioè la concorrenza fra gli operai) facendo meno figli!
Per rilevare tutta la stupidità, l'ingiustizia e l'ipocrisia di tale dottrina, basta quanto segue.
β) (Ciò è da riferir a I – Come incide la crescita delle forze produttive sul salario?). Il salario sale se sale la domanda di lavoro, la quale sale se sale il capitale che muove il lavoro (cioè se sale il capitale produttivo).
In proposito vanno fatte due bade principali.
Primo: una condizione principale dell'aumento del salario è la crescita del capitale produttivo più lesta possibile. L'operaio raggiunge una situazione passabile solo se la peggiora in proporzione a quella della classe borghese, solo se accresce al massimo la potenza del suo nemico: il Capitale. La situazione dell'operaio è passabile solo creando e rafforzando la potenza a lui avversa, il suo proprio nemico. A tale condizione (creando tale potenza a lui ostile) all'operaio affluiranno i mezzi d'impiego, che daccapo faranno di lui una parte del capitale produttivo e la leva che lo accresce e lo trascina in un moto ascendente accelerato. Notiamo di passaggio che: capito il rapporto fra capitale e lavoro, tutti i tentativi di compromesso fourieristi e simili appaiono ridicoli.
Secondo: spiegato tale rapporto folle, resta un elemento ancor più notevole: che cosa significa crescita del capitale produttivo? A quali condizioni si determina?
Crescita del capitale = Accumulazione e concentrazione del capitale. Nella misura in cui aumenta, il capitale porta: ad un lavoro su più vasta scala onde a una nuova divisione del lavoro, che lo semplifica ancora di più; poi all'introduzione e maggior diffusione di macchine nuove. Ciò significa: più cresce il capitale, più cresce la concorrenza fra gli operai, perché la divisione del lavoro semplificata rende chiunque idoneo ad accedere in ogni settore lavorativo. La concorrenza fra gli operai cresce perché devono concorrere pure con le macchine che li riducono sul lastrico. Indi concentrare e accumulare il capitale produttivo (estendendo sempre più la scala su cui si produce; e essendo il tasso d'interesse sempre di più ridotto dalla concorrenza fra i capitali offerti) fa fallir le piccole imprese inabili a regger la concorrenza colle grandi imprese. Gran parte della classe borghese è proletarizzata. Così la concorrenza fra gli operai è accresciuta dal fallimento delle piccole industrie correlata alla crescita del capitale produttivo. Inoltre è accresciuta ulteriormente dall'aumento della classe operaia dovuto alla riduzione del tasso d'interesse che costringe i piccoli capitalisti (prima non direttamente coinvolti nell'industria) a divenir industriali: nuove vittime della grande industria.
Poiché la crescita delle forze produttive porta il lavoro su una scala sempre maggiore, la sovrapproduzione temporanea diviene sempre più uopo, il mercato diviene mondiale e la concorrenza universale. Così le crisi sono sempre più violente. Gli operai sono agglomerati e concentrati in grandi masse: uno stimolo a sposarsi e riprodursi mentre il loro salario oscilla sempre di più. Ogni nuova crisi causa così una maggior concorrenza fra gli operai. In generale: la crescita delle forze produttive (con mezzi di comunicazione più rapidi, con una più veloce circolazione, con un movimento febbrile del capitale) è possibilità di produrre di più in pari tempo che è trasformata in obbligo dalla legge della concorrenza. Cioè, la produzione avviene in condizioni sempre più difficili nelle quali, per sopportare la concorrenza, serve lavorare su scala maggiore, e concentrare il capitale sempre più in poche mani. E per far fruttar tale produzione su larga scala, la divisione del lavoro e i macchinari vanno sfruttati sempre e comunque.
Tale modo di produrre in condizioni sempre più dure, incide pure sull'operaio essendo parte del capitale. Le sue condizioni di lavoro peggiorano sempre: deve fornire più lavoro per un salario minore, deve produrre di più per con minori di produzione. Il salario minimo si riduce per forza maggiore a meno tempo libero. (La sproporzione aumenta geometricamente, non aritmeticamente). Così la crescita delle forze produttive rende prevalente il grande capitale, semplifica la macchina chiamata operaio, aumenta la concorrenza diretta fra gli operai estendendo la divisione del lavoro e l'uso di macchine, fissando formalmente premi per la produzione di esseri umani, proletarizzando frazioni rovinate della classe borghese.
Si può ripetere la cosa in termini più semplici. Il capitale produttivo consta di tre parti.
1. La materia prima che viene lavorata.
2. Le macchine e le materie prime (carbone ...) per far funzionare le macchine, i fabbricati etc.
3. La parte del capitale destinata al mantenimento degli operai.
Come interagiscono tali tre componenti se cresce il capitale produttivo?
La crescita del capitale produttivo è legata alla sua concentrazione, che frutta solo se il capitale è sfruttato su scala sempre più vasta.
Così gran parte del capitale è convertita direttamente in strumento di lavoro e funzionerà come tale; e più crescono le forze produttive, più sarà [2] le parte di capitale convertita direttamente in macchinario.
Lo sviluppo del macchinario e della divisione del lavoro fa produrre tanto di più in meno tempo. Così [1]la riserva di materie prime deve aumentar in pari proporzione. Durante lo sviluppo del capitale produttivo aumenta necessariamente [1] la parte del capitale produttivo che viene convertita in materie prime.
Resta ora [3] la terza componente del capitale produttivo: il sostentamento dell'operaio, cioè il salario.
Come influisce la crescita di tale parte [3] del capitale sulle altre due componenti? La più estesa divisione del lavoro implica che un operaio produca tre, quattro, cinque volte più di prima. Ciò vale pure per la macchina su scala maggiore.
Ergo aumentar [2] le parti del capitale convertite in macchine e materie prime non aumenta proporzionalmente [3] la parte del capitale destinata al salario (altrimenti l'uso di macchine e della più estesa divisione del lavoro fallirebbe il suo scopo). Ergo [3]la parte del capitale produttivo destinata al salario non cresce come le parti destinate [2] alle macchine e [1] alle materie prime. Di più.
Al crescer del capitale produttivo (cioè della potenza del capitale come tale) cresce la sproporzione fra [1-2] capitale investito in materie prime e macchine e [3] capitale destinato al salario. Cioè [3]la parte del capitale produttivo destinata al salario è piccola rispetto a [1-2] la parte del capitale convertita in macchine e materie prime.
Investir più [2] capitale in macchine implica investir più [1] capitale per comprar materie prime e materiali necessari al funzionamento delle macchine. Al capitalista che prima occupava 100 operai, ora ne servono forse di 50 operai, altrimenti dovrebbe raddoppiare di nuovo le altre parti del capitale, cioè dovrebbe accentuare la sproporzione. Così il capitalista o licenzierà 50 operai o 100 operai dovranno lavorare al prezzo offerto prima a 50 lavoratori. C'è dunque eccedenza di operai sul mercato.
Con la massima divisione del lavoro serve aumentare solo il capitale destinato all'acquisto di materie prime. Al posto di tre operai, ce ne sarà forse uno.
Poniamo pure il caso più favorevole: il capitalista amplia la sua impresa per riuscir (oltre a conservar la precedente quantità di operai – e certo ciò non lo trattiene) ad aumentarne il numero. Allora dovrà aumentare la produzione tantissimo per tener lo stesso numero di operai, nonché aumentarlo, e la proporzione fra operai e le forze produttive è sbilanciata all'estremo. Così la sovrapproduzione è accelerata e alla crisi seguente ci saranno più disoccupati.
Ergo è una legge universale (intrinseca alla natura stessa del rapporto capitale-lavoro) che: nella fase di crescita delle forze produttive, la parte del capitale produttivo convertita in macchine e materie prime (cioè il capitale come tale) sale smisuratamente rispetto alla parte destinata al salario. In altre parole: gli operai devono dividersi una parte del capitale produttivo sempre più piccola rispetto alla massa totale. La loro concorrenza peggiora sempre. In altre parole: più cresce il capitale produttivo, più decrescono (in percentuale) i mezzi per sostener per gli operai; cioè la popolazione operaia cresce più dei mezzi d'impiego.
Ecco cosa succede in generale quando cresce il capitale produttivo.
Per compensare tale squilibrio lo si accresce in progressione geometrica, e per riaggiustarlo in tempo di crisi lo si aumenta ancora di più.
Questa è una legge sociale: deriva solo dal rapporto fra operaio e capitale e rende sfavorevole pure la situazione più favorevole per l'operaio (la crescita veloce del capitale produttivo). Ma i borghesi ne hanno fatto una legge naturale che farebbe crescere la popolazione più in fretta dei mezzi di sussistenza.
I borghesi non hanno capito che la crescita del capitale aggrava tale contraddizione (come esporremo in seguito). La forza produttiva, in particolare la forza sociale degli operai stessi, non è pagata loro, anzi è rivolta contro di loro.
γ) Prima assurdità. Poiché al crescer del capitale produttivo (caso più favorevole previsto dagli economisti), cioè al corrispondente crescer della domanda di lavoro (caratteristica dell'industria moderna e della natura del capitale), non c'è un corrispondente crescer dei mezzi d'impiego per gli operai: le stesse ragioni della crescita del capitale produttivo accrescono la sproporzione tra afflusso e domanda di lavoro; cioè, la crescita delle forze produttive accentua la sproporzione fra operai e mezzi d'impiego. Di per sé ciò non segue dalla crescita dei mezzi di sussistenza né dall'aumento della popolazione; bensì dalla natura della grande industria e dal rapporto lavoro-capitale. Infatti pure nell'altro caso più sfavorevole (capitale produttivo che cresca lento, o resti stazionario, o addirittura cali) il numero di operai supera la domanda di lavoro.
In ambi i casi (favorevole e sfavorevole): dal rapporto lavoro-capitale, dalla natura del capitale stesso, segue che l'afflusso di operai sarà sempre troppo grande rispetto alla domanda di lavoro.
δ) A parte l'assurdità che l'intera classe operaia possa decider di non fare più figli, nella sua situazione il sesso è l'unico piacere della vita che la classe operaia possa concedersi. La borghesia che riduce l'esistenza operaia a ciò è la stessa che pretende di ridurre al minimo pure l'attività di riproduzione.
ε) Tali frasi e consigli dei borghesi non possono essere presi sul serio per le seguenti ragioni.
Primo. L'industria moderna incoraggia a procreare poiché sostituisce gli adulti coi bambini.
Secondo. La grande industria ha sempre bisogno di un esercito operaio di riserva per i periodi di sovraproduzione. Con l'operaio il borghese ha l'intenzione di aver la merce lavoro a basso prezzo, che significa avere un'offerta di tale merce maggiore della domanda, cioè la massima sovrappopolazione. Invero la sovrappopolazione giova alla borghesia, che dà all'operaio un consiglio impossibile da seguire.
ζ) Poiché il capitale cresce solo occupando operai, più capitale implica più proletariato, e (come provato) la crescita proletariato deve essere relativamente più lesta (per la natura rapporto lavoro-capitale).
η) La teoria suesposta (spacciata per legge naturale) che la popolazione cresca più dei mezzi di sussistenza è gradita al borghese a cui tranquillizza la coscienza, trasforma l'insensibilità in dovere morale, gli effetti sociali in effetti naturali, a cui infine offre la possibilità di considerare l'inedia del proletariato come un fenomeno naturale (restandone indifferente), nonché di concepir la miseria dei proletari come una loro colpa da punir. Infatti il proletariato potrebbe reprimer l'istinto naturale di riprodursi con la ragione per arrestar tramite vigilanza morale lo sviluppo negativo di questa legge naturale.
θ) La legge sui poveri è un'applicazione di tale teoria. Derattizzazione. Arsenico. Workhouses. Pauperismo in generale. Reintroduzione dei verricelli in mezzo alla civiltà. La barbarie riappare di nuovo, ma stavolta generata dal seno della civiltà che caratterizza. Quindi barbarie lebbrosa, barbarie come lebbra della civiltà. Le workhouses come Bastiglie per l'operaio. Separazione dell'uomo dalla donna.
4. Scriviamo ora qualcosa su chi vuole migliorare le condizioni dell'operaio con una diversa determinazione del salario: Proudhon.
5. Infine va riferita un'opinione sul salario degli economisti filantropici. α) Rossi spiega quanto segue di altri economisti: il fabbricante rimborsa all'operaio solo la sua partecipazione al prodotto perché egli non può aspettarne la vendita. Se l'operaio potesse mantenersi fino alla vendita del prodotto, poi esigerebbe la sua partecipazione in quanto socio collocato fra il capitalista autentico e il capitalista industriale. Che la partecipazione dell'operaio assuma la forma di salario è un caso, è il risultato di una speculazione, di un atto particolare che agisce a lato del processo di produzione e non ne è una componente. Il salario è solo una forma accidentale della nostra condizione sociale. Il salario non fa parte del capitale. Il salario non è un fatto necessario della produzione: sparirà nella prossima organizzazione del lavoro.
β) Tutto lo scherzo sta in ciò: se gli operai avessero sufficiente lavoro accumulato (cioè sufficiente capitale) da non dover più viver direttamente dalla vendita del suo lavoro, la forma del salario sparirebbe. Cioè sparirebbe se tutti i lavoratori fossero insieme capitalisti (concependo e portando avanti il capitale senza l'antitesi del lavoro salariato, senza cui non può esistere).
γ) Bisogna approfittare di tale asserto che il salario non sia una forma accidentale della produzione borghese bensì l'intera produzione borghese è una forma storica transitoria della produzione. Tutti i suoi rapporti (il capitale; il salario; la rendita fondiaria...) sono transeunti e possono essere elisi da un nuovo sviluppo.

VII – Le associazioni operaie.

Un elemento della teoria della popolazione era l'intenzione di ridurre la concorrenza fra gli operai. Invece le associazioni hanno lo scopo di abolirla e di sostituirla con l'unione degli operai.
Contro le associazioni gli economisti fanno obiezioni giuste.
1) Finanziate a spese degli operai maggiori degli aumenti che esse vogliono ottener. Non possono resistere a oltranza alla legge della concorrenza.
Tali coalizioni sollecitano l'introduzione di nuove macchine, una nuova divisione del lavoro, delocalizzazione da una zona di produzione ad un'altra. Conseguenza di tutto ciò: diminuzione del salario.
2) Se in un Paese tali coalizioni fissassero il prezzo del lavoro così alto da ridurre tanto il profitto rispetto al profitto medio negli altri Paesi o da arrestar la crescita del capitale, ci sarebbero ristagno e regresso dell'industria, rovinando gli operai coi padroni. Infatti la condizione dell'operaio è quella suesposta: peggiora a sbalzi se il capitale produttivo cresce; è rovinata a priori se il capitale diminuisce o staziona.
3) Tali obiezioni degli economisti borghesi sono giuste, sì, ma solo dal loro punto di vista. Se le associazioni facessero solo ciò che pare (cioè determinare il salario), se il rapporto lavoro-capitale fosse eterno, allora tali coalizioni perderebbero contro la necessità. Invece le associazioni sono lo strumento di unione della classe operaia, preparano l'elisione di tutta la vecchia società coi suoi antagonismi di classe. Da tale punto di vista politico, gli operai fanno bene a ridere dei furbi maestri di scuola borghesi, che contano quanti caduti, feriti e sacrifici finanziari costerà questa guerra civile. Chi vuole battere il versiere, non si mette a discutere con lui sul costo della guerra. La prova agli economisti che gli operai non sono affatto gretti è che sono gli operai di fabbrica meglio pagati a formar il più grande numero di coalizioni, e ad impiegare tutto ciò che riescono a sottrarre dal loro salario per crear associazioni politiche ed industriali e per sostenerne le spese. E se nei momenti di filantropia i signori borghesi e i loro economisti sono sì gentili da includere nel salario minimo (cioè nel minimo per sopravvivere) un po' di tè o di rum, di zucchero o di carne, devono trovar scandaloso e incomprensibile che gli operai includano in tale minimo un po' delle spese della guerra contro la borghesia, e che della loro attività rivoluzionaria facciano la massima gioia di viver.

VIII – Lato positivo del salariato.

Si deve concludere col lato positivo del salariato.
α) Lato positivo del salariato significa pure lato positivo del capitale, della grande industria, della libera concorrenza, del mercato mondiale. È ovvio che senza tali rapporti di produzione né sarebbero stati creati i mezzi di produzione, gli strumenti materiali per emancipare il proletariato e fondar una società nuova, né il proletariato si sarebbe unito e sviluppato al punto da poter rivoluzionare la vecchia società e sé stesso. Eguagliamento del salario.
β) Pure dal verso peggiore.
Primo: il salario ha abolito ogni residuo patriarcale, poiché fra datore di lavoro e operai la sola relazione è traffico e compravendita; il solo rapporto è monetario.
Secondo: la vecchia apparenza sacrale di tutti i rapporti sociali è elisa avendo essi preso il nuovo aspetto di puri rapporti monetari. Del pari, tutti i cosiddetti lavori superiori, spirituali, artistici ecc., sono stati convertiti in articoli di commercio e hanno perso la loro antica sacralità. Grande progresso è che tutto l'esercito di preti, medici, giuristi ecc. (cioè la religione, la giurisprudenza ecc.) siano valutati esclusivamente in base al loro valore di mercato.
(Terzo: essendo il lavoro ridotto a merce e, come tale, sottoposto alla libera concorrenza, si è cercato di produrlo al prezzo più basso possibile, cioè a costi di produzione minimi. Così tutti i lavori fisici sono divenuti infinitamente facili e semplici per una organizzazione della futura società. – Da riscrivere questo in termini generali).
Terzo: avendo constatato, a causa della vendibilità universale, che ogni cosa può essere staccata e separata, gli operai si sono liberati dalla sottomissione ad un rapporto fisso. Il vantaggio è che l'operaio possa fare ciò che vuole col suo denaro, tanto contro l'ordine naturale quanto contro il modo di vita esclusivamente prescritto dalla corporazione (feudale).

Ultima modifica 2019.03.01