La situazione dell'Inghilterra. II. La costituzione inglese

Friedrich Engels (1844)


Die Lage Englands. II. Die englische Konstitution fu pubblicato nel Vorwärts! [Avanti!], nn. 75-78, 80, 83, 84 del 18, 21, 25, 28 settembre e 5, 16, 19 ottobre 1844.

Tradotto da: Nicola De Domenico

OCR di Nicola De Domenico, mutuato nel gennaio 2019


Nell'articolo precedente sono stati svolti i principi secondo i quali si deve giudicare l'attuale posizione dell'impero britannico nella storia della civiltà e, parimenti, sono stati forniti dati necessari dello sviluppo della nazione inglese, nella misura in cui essi sono indispensabili a questo scopo ma sono meno noti sul continente; possiamo dunque, dopo aver motivato i nostri presupposti, passare senza indugio al nostro oggetto.

La situazione dell'Inghilterra è finora apparsa invidiabile a tutti gli altri popoli europei e lo è anche realmente per chi si tenga alla superficie e guardi le cose soltanto con l'occhio del politico. L'Inghilterra è un impero mondiale, nel senso in cui una simile istituzione è oggi possibile e in cui lo sono stati, in fondo, anche tutti gli altri imperi mondiali; infatti anche gli imperi di Alessandro e di Cesare, come l'inglese, rappresentarono il dominio di popoli civili sopra barbari e colonie. Nessun altro paese del mondo può paragonarsi in potenza e ricchezza all'Inghilterra, e questa potenza e ricchezza non sono concentrate, come a Roma, nelle mani d'un solo despota, ma appartengono al ceto colto della nazione. Il timore del dispotismo, la lotta contro il potere della corona, non esistono piú in Inghilterra da cento anni; innegabilmente l'Inghilterra è il più libero, ossia il meno non-libero paese del mondo, compresa l'America del nord, e di conseguenza l'inglese colto possiede un grado di indipendenza innata, del quale non può gloriarsi nessun francese; per tacere poi dei tedeschi. In Inghilterra la vita politica, la libertà di stampa, il dominio sui mari e la gigantesca industria hanno sviluppato in quasi tutti gli individui l'energia propria del carattere nazionale, la piú risoluta capacità d'agire accanto alla riflessività piú pacata, e ciò in una forma tanto compiuta che, anche sotto questo aspetto, i popoli del continente sono infinitamente arretrati rispetto agli inglesi. La storia dell'esercito e della flotta inglese è una sequela di splendide vittorie, mentre da ottocento anni l'Inghilterra non ha più visto un nemico sulle sue coste; il rango della sua letteratura può esser conteso soltanto dalla letteratura greca antica e dalla tedesca; in filosofia l'Inghilterra può vantare almeno due grandi nomi — Bacone e Locke —, nel campo delle scienze empiriche nomi innumerevoli, e se si tratta di stabilire quale popolo abbia fatto di piú, nessuno potrà negare che gli inglesi sono questo popolo.

Queste sono le cose delle quali l'Inghilterra può gloriarsi, per le quali è più progredita rispetto ai tedeschi ed ai francesi e che io ho elencati dall'inizio affinché i buoni tedeschi possano convincersi subito della mia «imparzialità»; so infatti molto bene che in Germania si può parlare senza riguardi pii dei tedeschi che di qualunque altro popolo. E le cose appena elencate rappresentano più o meno il tema di tutta la letteratura, estesissima e tuttavia assai infeconda e futile, che sul continente è stata messa insieme sull'Inghilterra. A nessuno è venuto mai in mente di analizzare l'essenza della storia e del carattere nazionale inglese, e quanto misera sia tutta la letteratura sull'Inghilterra lo si arguisce dal semplice fatto che, per quanto ne so, il libro penoso del signor von Raumer è considerato, in Germania, quanto di meglio sia stato scritto sull'argomento1.

Dal momento che finora si è studiato dell'Inghilterra il lato politico, cominciamo da questo. Esaminiamo la costituzione inglese che, a detta dei tories, è «il prodotto più perfetto della ragione inglese» e, per fare ancora un favore al politico, procediamo per ora in maniera del tutto empirica.

Il juste-milieu trova bella la costituzione inglese specialmente perché essa si è sviluppata «storicamente», ossia, per dirla in tedesco, perché si è conservato il fondamento posto dalla rivoluzione del 1688 e su di esso si è continuato a costruire. Vedremo quale carattere abbia conferito alla costituzione inglese questa circostanza; per il momento è sufficiente il semplice confronto fra l'inglese del 1688 e l'inglese del 1844 per dimostrare come sia assurdo voler sostenere che per entrambi valga un identico fondamento costituzionale. Anche se non si vuole tener conto del progresso generale della civiltà, il carattere politico della nazione è oggi del tutto diverso da quello di allora. Il Test act, l'Habeas corpus act, il Bill of rights2 furono provvedimenti dei whigs, resi possibili dalla debolezza e dalla sconfitta dei tories di quel tempo e destinati a combattere questi tories, ovvero la monarchia assoluta ed il cattolicesimo aperto o mascherato. Ma già nei cinquant'anni seguenti gli antichi tories sparirono e i loro eredi accolsero i principi che fino ad allora erano stati patrimonio dei whigs; fin dall'ascesa al trono di Giorgio I i tories cattolici e monarchici si riunirono in un partito favorevole alla Chiesa alta ed alla aristocrazia e, dall'epoca della rivoluzione francese, che li costrinse a prender coscienza, le regole positive del toryismo si rarefecero sempre di piú nella astrazione del «conservatorismo», nella difesa nuda e stolta della realtà esistente. Ma si è persino andati oltre queste difese: con Sir Robert Peel il toryismo si è deciso a riconoscere il movimento, s'è convinto della insostenibilità della costituzione inglese e capitola soltanto per tenere in piedi il più a lungo possibile l'edificio cadente.

I whigs hanno avuto una evoluzione altrettanto importante; è nato un nuovo partito, un partito democratico, e ciononostante si pretende che il fondamento del 1688 sia ancora ampio abbastanza per il 1844! La conseguenza necessaria di questa «evoluzione storica» è adesso la scoperta che le contraddizioni interne, che costituiscono l'essenza della monarchia costituzionale e che erano già state scoperte a sufficienza allorché la filosofia tedesca moderna aveva adottato il punto di vista repubblicano, giungono al massimo dell'acutezza nella monarchia inglese moderna. Nel fatto la monarchia costituzionale inglese è il compimento della monarchia costituzionale in generale, essa è il solo stato nel quale, per quanto questo oggi è ancora possibile, una reale aristocrazia del sangue abbia affermato la sua posizione accanto ad una coscienza popolare relativamente assai evoluta, e nel quale quindi esiste realmente quella trinità del potere legislativo che è stata artificiosamente ripristinata e mantenuta stentatamente in vita sul continente.

Se l'essenza dello Stato, come anche della religione, è il timore che l'uomo ha di se stesso, questo timore raggiunge il suo grado piú alto nella monarchia costituzionale e specialmente in quella inglese. L'esperienza di tre millenni non ha reso gli uomini più saggi ma, al contrario, più confusi, pieni di pregiudizi e folli, e il risultato di questa follia è la condizione politica dell'Europa odierna. La monarchia pura suscita orrore — si pensi al dispotismo orientale e romano. L'aristocrazia pura non è meno aborrita — non per nulla ci sono stati i patrizi romani e il feudalesimo medievale, i nobili veneziani e genovesi. La democrazia incute più timore delle prime due; Mario e Silla, Cromwell e Robespierre, le teste insanguinate di due re, le liste di proscrizione e la dittatura proclamano con voce abbastanza forte le «nefandezze» della democrazia. Inoltre è universalmente noto che nessuna di queste forme può durare a lungo. Che bisognava fare allora? Invece di avanzare in linea retta, invece di trarre la conclusione della imperfezione, o meglio della inumanità di tutte le forme di Stato, di stabilire che è lo Stato stesso la causa di tutte queste inumanità e che esso stesso è inumano, ci si consolò con la convinzione che l'immoralità sia inerente alle sole forme dello Stato, si dedusse dalle tre precedenti premesse che il prodotto dell'unione di tre fattori immorali è morale, e si creò la monarchia costituzionale.

Il primo principio della monarchia costituzionale è l'equilibrio dei poteri, che è anche l'espressione più perfetta del timore che l'uomo ha di se stesso. Io non intendo soffermarmi sulla ridicola irragionevolezza, sulla completa inapplicabilità di questo principio, ma voglio soltanto accertare se esso è realizzato nella costituzione inglese; come ho promesso, procederò in guisa puramente empirica, e tanto empirica che forse sembrerò io stesso troppo empirico ai nostri empirici. Io non considero dunque la costituzione inglese quale è depositata nei Commentari di Blackstone, nei vaneggiamenti di Lolme3 o nella lunga serie di atti costituzionali dalla «Magna Charta»4 fino al Reform bill, me la studierò nella sua effettualità.

Anzitutto l'elemento monarchico. Tutti conoscono le prerogative del sovrano d'Inghilterra, sia esso di sesso maschile o femminile. Il potere della corona, in pratica, è ridotto a zero e qualora un fatto notorio in tutto il mondo avesse ancora bisogno di dimostrazione, basterebbe ricordare che da piú di cento anni è cessata ogni lotta contro la corona, che persino i cartisti radicaldemocratici spendono il loro tempo piú utilmente che nel combattere la corona. Dove sta dunque quel terzo del potere legislativo che, in teoria, spetterebbe alla corona? Eppure — e qui il timore giunge al culmine — la costituzione inglese non può sussistere senza la monarchia. Togliete la corona, il «vertice soggettivo», e tutta l'artificiosa costruzione cadrà in rovina. La costituzione inglese è una piramide rovesciata; il vertice ne è contemporaneamente la base. Quanto piú l'elemento monarchico divenne insignificante nella realtà, tanto piú importante esso divenne per gli inglesi. In nessun altro luogo che non sia l'Inghilterra la personalità [del monarca] che non governa è notoriamente più venerata. I giornali inglesi superano di gran lunga quelli tedeschi in servilismo da schiavi. Questo culto nauseante del re come tale, questa venerazione della rappresentazione o, meglio ancora, non tanto della rappresentazione quanto della parola «re», del tutto vuota, privata di ogni contenuto, è però il compimento della monarchia, nello stesso modo in cui la venerazione della semplice parola «Dio» è il compimento della religione. La parola re è l'essenza dello Stato, come la parola Dio è l'essenza della religione, anche se entrambe le parole sono prive di significato. In entrambe la cosa principale è che la cosa principale, ossia l'uomo celato dietro queste parole, non venga menzionato.

Quindi l'elemento aristocratico. Almeno nella sfera riservatagli dalla costituzione esso gode minori privilegi della corona. Se lo scherno del quale la Camera alta viene ininterrottamente fatta segno da piú di cent'anni è divenuto un elemento permanente dell'opinione pubblica, al punto che questo ramo del potere legislativo viene considerato un pensionato per invalidi, destinato ad ospitare uomini politici a riposo, al punto che l'offerta della dignità di pari viene reputata un'offesa da ogni membro della camera bassa che non si sia del tutto logorato, non sarà difficile immaginarsi in quale considerazione sia tenuto il secondo potere dello Stato previsto dalla costituzione. Di fatto l'attività dei Lords nella Camera alta è scaduta ad una formalità irrilevante e solo raramente si eleva ad una sorta di energia dell'inerzia, quale si manifestò tra il 1830 ed il 1840 sotto i whigs — e persino in questi casi i Lords non sono forti per se stessi, ma grazie al partito del quale sono i piú puri rappresentanti: i tories; e la Camera alta, la cui prerogativa dovrebbe essere, secondo la costituzione teorica, l'eguale indipendenza nei confronti della corona e del popolo, dipende in realtà da un partito, ossia dallo stato dell'opinione del popolo, e dalla corona, per il diritto di questa di nominare i pari. Ma, in proporzione inversa alla sua impotenza, la Camera alta si assicurò un terreno sempre più solido nell'opinione pubblica. I partiti costituzionali, i tories, i whigs e i radicali hanno orrore dell'abolizione di queste vacue formalità, e i radicali osservano al massimo che i Lords, in quanto unico potere irresponsabile ammesso dalla costituzione, sarebbero una anomalia e che, di conseguenza, la dignità di pari dovrebbe essere trasformata da ereditaria in elettiva. Anche questa forma vuota alimenta il timore dell'umanità, e i radicali, che per la Camera bassa esigono una base democratica pura, spingono questo timore ancora piú in là degli altri due partiti, poiché, allo scopo di non far crollare la Camera alta, ormai consunta e sopravvissuta, tentano di infonderle ancora altra energia vitale, con una iniezione di sangue popolare. I cartisti sanno meglio quel che devono fare; essi sanno che di fronte all'assalto d'una Camera bassa democratica non potrà non crollare da sola tutta l'impalcatura imputridita, la corona e i Lords, ecc., e quindi non si tormentano, come i radicali, col problema della riforma della dignità di pari. E come la venerazione della corona è cresciuta in modo direttamente proporzionale alla perdita di potere della corona stessa, anche la considerazione di cui l'aristocrazia godeva fra il popolo è divenuta tanto piú alta, quanto meno importante si è fatto l'influsso politico della Camera alta. Non soltanto furono mantenute le formalità piú umilianti dell'età feudale, non soltanto i membri della Camera bassa debbono stare in piedi col cappello in mano di fronte ai Lords seduti col capo coperto quando appaiono in veste ufficiale di fronte ai Lords, non soltanto è obbligo ufficiale rivolgersi ai nobili con le parole «Voglia vostra signoria compiacersi» (May it please your lordship), ecc.; la cosa peggiore è che tutte queste formalità seno realmente l'espressione dell'opinione pubblica, che considera un lord un essere di specie superiore e che porta rispetto per gli alberi genealogici, i titoli altisonanti, le antiche memorie di famiglia, ecc., che a noi continentali appaiono altrettanto disgustose e nauseanti del culto della corona. Anche in questo tratto del carattere inglese abbiamo ancora una volta la venerazione d'una parola vuota e priva di significato, l'idea fissa del tutto dissennata che una grande nazione, che l'umanità e l'universo non potrebbero sussistere senza la parola aristocrazia. Ciononostante l'aristocrazia esercita ancora, in realtà, un importante influsso; ma siccome il potere della corona è il potere dei ministri, ossia dei rappresentanti della maggioranza della Camera bassa, ed ha dunque preso una direzione completamente diversa da quella prevista dalla costituzione, anche il potere dell'aristocrazia risiede in qualcosa di completamente diverso dal loro privilegio di occupare un seggio ereditario nel legislativo. La forza dell'aristocrazia è costituita dai suoi immensi possessi terrieri, in generale dalla sua ricchezza; questa forza l'aristocrazia la condivide quindi con tutti gli altri ricchi non nobili; il potere dei Lords trova espressione nella Camera dei comuni e non nella Camera alta, e questo ci porta a quella componente del legislativo che, secondo la costituzione, deve rappresentare l'elemento democratico.

Se la corona e la Camera alta sono impotenti, la Camera bassa dovrà necessariamente, riunire in sé ogni potere, e questo è quanto di fatto avviene. È la Camera bassa che in realtà fa le leggi e le applica attraverso i ministri, che non sono altro che una commissione della medesima. Data questa onnipotenza della Camera bassa, l'Inghilterra dovrebbe essere una democrazia pura, anche se continuassero ad esistere di nome gli altri due rami del legislativo, se l'elemento democratico fosse a sua volta realmente democratico. Ma le cose stanno diversamente. Dopo l'istituzione della costituzione in seguito alla rimozione del 1688 la composizione dei Comuni rimase inalterata; le città, le borgate e i distretti elettorali che avevano il diritto di eleggere un deputato lo conservarono; e questo diritto non era affatto un diritto democratico, un «diritto umano universale», ma un privilegio in tutto e per tutto feudale, che ancora al tempo di Elisabetta veniva conferito dalla corona in maniera del tutto arbitraria e per libera grazia sovrana a molte città non ancora rappresentate. Le elezioni per la Camera bassa persero ben presto, ad opera della «evoluzione storica», anche quel carattere di rappresentatività che, almeno in origine, possedevano. La composizione della vecchia Camera bassa è nota. Rinnovare il deputato era, in molte città, facoltà o d'un singolo o d'una corporazione chiusa, che si perpetuava per cooptazione; solo poche città erano aperte, ossia avevano un numero di elettori abbastanza elevato, e in queste la corruzione piú sfrontata cancellò l'ultimo resto di rappresentatività effettiva. Le città chiuse erano in genere soggette all'influenza d'un solo individuo, abitualmente un lord; e nei distretti elettorali di campagna lo strapotere dei grandi proprietari terrieri soffocava qualunque segno d'una vitalità piú libera ed autonoma proveniente da una popolazione che, fra l'altro, era politicamente priva di vita. La vecchia Camera bassa non era altro che una corporazione medievale, chiusa e, indipendente dal popolo, era il compimento del diritto «storico», né era in grado di addurre un solo argomento realmente o apparentemente ragionevole per giustificare la propria esistenza. Essa esisteva a dispetto della ragione e quindi negò anche nel 1794*1, per bocca del suo comitato, d'essere una assemblea di rappresentanti e che l'Inghilterra fosse uno Stato rappresentativo. Nei confronti d'una siffatta costituzione la teoria dello Stato rappresentativo, e persino quella della consueta monarchia costituzionale con una camera di rappresentanti, non poté non apparire assolutamente rivoluzionaria e inaccettabile, quindi i tories ebbero perfettamente ragione nel ritenere il Reform bill un provvedimento diametralmente opposto allo spirito ed alla lettera della costituzione, un provvedimento che affossava la costituzione. Ciononostante il Reform bill fu approvato e adesso ci resta da vedere quali effetti esso abbia avuto sulla costituzione inglese e, in particolare, sulla Camera bassa. Anzitutto le norme per l'elezione dei deputati nelle campagne rimasero immutate. Elettori sono quasi esclusivamente i fittavoli, che sono in tutto dipendenti dal proprietario terriero, poiché esso può in qualunque momento licenziarli, non essendo essi tutelati da nessun rapporto contrattuale. I deputati delle contee (diversamente che nelle città) sono, come prima, i deputati dei proprietari terrieri, poiché soltanto nelle epoche piú tumultuose, come nel 1831, i fittavoli osano votare contro i proprietari terrieri. Il Reform bill non fece che peggiorare il male aumentando il numero dei deputati delle contee. Su 252 deputati delle contee i tories possono quindi contare sempre su almeno 200, anche nel caso in cui uno stato di inquietudine generalizzata predomini fra i fittavoli, al punto da rendere imprudente un intervento diretto dei proprietari. Nelle città fu introdotta, almeno formalmente, una rappresentanza e fu concesso il voto a quanti abitassero una casa che rendesse almeno dieci sterline l'anno di fitto e che pagassero le imposte dirette (tassa sui poveri, ecc.). In tal modo è stata esclusa la stragrande maggioranza delle classi lavoratrici; poiché, in primo luogo, solo i lavoratori sposati vivono, come è ovvio, in case indipendenti, ed anche se una parte notevole di queste case costa annualmente dieci sterline di fitto, coloro che vi abitano riescono quasi tutti a sottrarsi al pagamento delle imposte dirette e non sono dunque elettori. Il numero degli elettori, nel caso si affermasse il suffragio universale voluto dai cartisti, aumenterebbe almeno del quadruplo. Le città sono dunque nelle mani della classe media e questa, a sua volta, nelle città piú piccole, è assai di frequente dipendente — direttamente o indirettamente — dai proprietari terrieri, mediante i fittavoli, che sono i principali clienti dei bottegai e degli artigiani. Soltanto nelle grandi città la classe media ha realmente il predominio, e nelle piccole città industriali, specialmente del Lancashire, ove la classe media è irrilevante per numero e la popolazione rurale non ha alcuna influenza, ove dunque una minoranza della classe operaia può già porre sul piatto della bilancia un peso decisivo, la rappresentanza apparente si approssima molto alla rappresentanza reale. Queste città, per es. Ashton, Oldham, Rochdale, Bolton, ecc. mandano quindi in parlamento quasi soltanto dei radicali. Una estensione del diritto di voto secondo i princìpi dei cartisti porterebbe a questo partito, qui, come in tutte le città industriali, la maggioranza degli elettori. Oltre a questi influssi assai diversi e, nella pratica, assai complessi, si fanno valere ancora altri e vari influssi locali e, per buon ultimo, un influsso assai importante: quello della corruzione. Nel primo articolo di questa serie5 s'era già parlato del fatto che la Camera bassa aveva dichiarato, per bocca del suo comitato di indagine sulla corruzione, d'essere stata eletta mediante la corruzione, e Thomas Duncombe, l'unico membro cartista deciso, aveva già da lungo tempo dichiarato francamente alla Camera bassa che nessuno in tutta l'assemblea, neppure egli stesso, poteva dire d'essere stato eletto liberamente e senza corruzione dai membri del proprio collegio elettorale. L'estate scorsa Richard Cobden, deputato di Stockport e capo della Lega contro le leggi sul grano, dichiarò in un pubblico meeting a Manchester che la corruzione ha oggi raggiunto punte mai toccate, che nel Carlton club dei tories e nel Reform club liberale di Londra la rappresentanza di certe città veniva messa all'asta in piena regola ai maggiori offerenti, e che questi clubs trattavano alla maniera degli imprenditori: per tante sterline ti garantiamo questo posto, e così via. Per completare il quadro delle nullità della rappresentanza in carica per sette anni, si aggiunga a tutto ciò il bel modo in cui si svolgono le elezioni, l'ubriachezza generale nella quale si va a votare, le taverne nelle quali gli elettori vanno a inebriarsi a spese dei candidati, il disordine, le risse e lo schiamazzo della massa nei seggi elettorali.

Abbiamo visto che la corona e la Camera alta hanno perduto la loro importanza; abbiamo visto in che modo vien reclutata la Camera bassa; la domanda è ora: chi governa effettivamente in Inghilterra? Governa il possesso. Il possesso mette l'aristocrazia in grado di determinare l'elezione dei deputati delle campagne e delle piccole città; il possesso mette in grado i commercianti e gli industriali di determinare l'elezione dei deputati delle grandi città e, in parte, anche delle piccole; il possesso consente all'aristocrazia ed ai commercianti e industriali di accrescere con la corruzione la loro influenza. Il predominio del possesso è riconosciuto esplicitamente dal Reform bill con il censo. E in quanto il possesso e l'influenza ottenuta in virtú di esso formano l'essenza della classe media, in quanto dunque l'aristocrazia fa valere, nelle elezioni, il suo possesso e quindi non scende in campo come aristocrazia, ma si pone sullo stesso piano della classe media, in quanto l'influsso della vera e propria classe media nel suo complesso è assai piú forte di quello dell'aristocrazia, è la classe media che certamente ha il predominio. Ma come e perché essa predomina? Perché il popolo non ha ancora le idee chiare sul possesso, perché — almeno nelle campagne — esso è ancora per lo piú spiritualmente morto e tollera quindi la tirannia del possesso. L'Inghlterra è certamente una democrazia, ma allo stesso modo della Russia; allo stesso do in cui, in tutti i paesi, ha inconsapevolmente il dominio e, in tutti gli Stati, il governo non è che una espressione diversa del grado di cultura del popolo.

Sarà difficile tornare dalla pratica della costituzione inglese alla sua teoria. La prassi sta in contrasto stridente con la teoria; entrambi i lati sono divenuti così estranei l'uno all'altro che non hanno piú alcuna rassomiglianza. Qui una trinità della legislatura, lì una tirannia della classe media; qui un sistema bicamerale, lì una Camera dei comuni onnipotente; qui una prerogativa regia, lì un ministero eletto dai Comuni; qui una Camera alta indipendente con legislatori ereditari, lì un ospizio per deputati sopravvissuti. Ciascuna delle tre componenti del potere legislativo ha dovuto cedere il proprio potere ad un altro elemento: la corona ai ministri, ossia alla maggioranza della Camera bassa, i Lords al partito tory, e dunque ad un elemento popolare ed ai ministri che creano i pari, cioè, in fondo, ,ad un elemento popolare, ed i Comuni alla classe media o, ciò che è lo stesso, all'immaturità politica del popolo. La costituzione inglese non esiste più nella realtà, tutto il tedioso procedimento legislativo non è che una semplice farsa; la contraddizione fra teoria e prassi s'è fatta così acuta che è impossibile che possa perdurare, ed anche se la forza vitale di questa costituzione cronicamente malata è stata apparentemente un po' tonificata dall'emancipazione dei cattolici6, della quale piú in là dovremo parlare, e dalla riforma del parlamento e dei municipi, questi stessi provvedimenti sono già una ammissione di sfiducia nella possibilità di mantenere la costituzione e introducono in essa degli elementi che contraddicono decisamente i suoi principi ispiratori, e dunque alimentano vieppiú il conflitto mettendo la teoria in contraddizione con se stessa.

Abbiamo visto che l'organizzazione dei poteri nella costituzione inglese poggia completamente sulla paura. Questa paura si manifesta ancor più nelle regole alle quali è improntata la procedura legislativa, nei cosiddetti standing orders7. Ogni proposta di legge deve esser letta tre volte, a intervalli stabiliti, in entrambe le Camere; dopo la seconda lettura la proposta viene affidata ad un comitato, che la esamina nelle sue singole parti; nei casi piú importanti «la Camera delibera di riunirsi in un comitato plenario» per discutere la proposta e nomina un relatore che, alla fine della discussione, riferisce con grande solennità, a quella stessa Camera che ha discusso, sul risultato della discussione. Detto per inciso, non è questo l'esempio più bello che un hegeliano possa desiderare della «trascendenza nell'immanenza e dell'immanenza nella trascendenza», «Il sapere della Camera alta del comitato è il sapere di se stesso del comitato», e il relatore è la «personalità assoluta del mediatore, nel quale l'uno e l'altro sono identici». Dunque ogni proposta di legge viene discussa otto volte prima di ottenere la sanzione regia. Tutta questa ridicola procedura trova naturalmente la sua giustificazione nella paura di fronte all'umanità. Ci si avvede che il progresso è l'essenza dell'umanità, ma non si ha il coraggio di proclamare apertamente il progresso; si emanano leggi che debbono avere vigenza assoluta e che dunque pongono limiti al progresso; e tuttavia, riservandosi il diritto di modificare le leggi, si lascia rientrare dalla porta di servizio il progresso che si era appena negato. Solo non troppo rapidamente, senza troppa fretta! Il progresso è rivoluzionario, è pericoloso, e quindi dovrà almeno essere imbrigliato; prima che ci si decida a riconoscerlo occorre riflettere sulla cosa otto volte. Ma questa paura, che in sé è vana e che prova soltanto che i timorosi non erano in fondo tali, ma uomini liberi, dovrà necessariamente mancare il segno anche con le sue misure restrittive. Invece di garantire una discussione piú esauriente delle proposte, la reiterata lettura delle medesime diviene in pratica del tutto superflua, una mera formalità. La discussione principale si concentra abitualmente nella prima o nella seconda lettura, a volte anche nei dibattiti del comitato, a seconda della convenienza dell'opposizione. Ma questa moltiplicazione del dibattito appare in tutta la sua vacuità se si pensa che il destino d'ogni proposta è già stabilito fin dall'inizio, e qualora esso non lo sia, non si discute nel dibattito una proposta specifica ma l'esistenza stessa d'un ministero. Il risultato di tutta questa pagliacciata ripetuta per otto volte non è dunque, ad esempio, una discussione piú tranquilla nella stessa Camera, ma qualcosa di completamente diverso, che non stava affatto nelle intenzioni degli organizzatori della pagliacciata. La prοlissità delle discussioni dà tempo all'opinione pubblica di formarsi un giudizio sui provvedimenti proposti e, in caso di necessità, di opporvisi con meetings e petizioni che, spesso, hanno successo, come è avvenuto l'anno scorso per il bill sull'educazione di Sir James Graham. Ma questo, come s'è detto, non è lo scopo originario e potrebbe esser raggiunto con mezzi assai piú semplici.

Dal momento che ci stiamo occupando degli standing orders, possiamo accennare ancora ad alcuni punti nei quali si tradiscono il timore della costituzione inglese e l'originario carattere corporativo della Camera bassa. I dibattiti della Camera bassa non sono pubblici; esservi ammessi è un privilegio che abitualmente viene concesso mediante un ordine scritto d'uno dei membri. Durante la votazione le gallerie vengono sgomberate; a dispetto di questa smania di segretezza, contro la cui abolizione la Camera ha sempre resistito energicamente, i nomi dei membri che hanno votato pro o contro stanno l'indomani su tutti i giornali. I membri radicali non sono mai riusciti ad ottenere una copia autentica dei verbali — appena quattordici giorni fa è stata respinta una mozione in questo senso8 —, con la conseguenza che il solo responsabile del contenuto dei rendiconti parlamentari che appaiono sui giornali è lo stampatore, che può venir citato in giudizio, da chiunque si senta diffamato da una dichiarazione d'un membro del parlamento, per pubblicazione di asserzioni calunniose e, legalmente, anche dal governo, mentre l'autore della diffamazione ha la garanzia di non poter essere perseguito legalmente grazie al privilegio parlamentare di cui gode. Queste e molte altre norme degli standing orders manifestano il carattere esclusivo ed antipopolare del parlamento riformato; e la tenacia con la quale la Camera bassa si attiene a queste consuetudini mostra con sufficiente chiarezza come essa non abbia alcuna voglia di tramutarsi da corporazione privilegiata in assemblea di rappresentanti del popolo.

Un'altra prova di ciò è costituita dal privilegio parlamentare, ossia dalla posizione privilegiata dei membri del parlamentο di fronte ai tribunali, e dal diritto della Camera bassa di fare imprigionare chiunque essa voglia. Diritto in origine contro le usurpazioni della corona, che da allora fu spogliata d'ogni potere, questo privilegio si rivolto in tempi piú recenti unicamente contro il popolo. Nel 1771 la Camera si irritò per l'insolenza dei giornali che pubblicavano i dibattiti, detenendo essa sola il diritto di renderli pubblici, e tentò di por fine a quest'insolenza arrestando stampatori e pubblici ufficiali che avevano rimesso in libertà questi stampatori. Il tentativo naturalmente non riuscì, ma sta tuttavia a dimostrare quali conseguenze comporti il privilegio parlamentare, e il suo insuccesso dimostra che anche la Camera bassa, benché stia al disopra del popolo, è tuttavia dipendente da questo e che dunque neppure la Camera bassa governa.

In un paese in cui «il cristianesimo è una componente essenziale delle leggi della nazione» (Christianity is part and parcel of the laws of the land), la Chiesa di Stato fa parte necessariamente della costituzione. Secondo la sua costituzione l'Inghilterra è essenzialmente uno Stato cristiano, ed uno Stato cristiano compiutamente sviluppato e forte; Stato e Chiesa sono completamente compenetrati l'uno all'altra e inseparabili. Questa unità di Chiesa e Stato può però sussistere solo in una confessione, ad esclusione di tutte le altre, e le sètte escluse sono dunque considerate eretiche ed esposte alle persecuzioni religiose e politiche. Così in Inghilterra. Esse vennero da sempre accomunate in una classe, come nonconformisti o dissenters furono esclusi da ogni partecipazione agli affari dello Stato, il loro culto fu turbato, ostacolato e perseguito penalmente. Con quanto piú zelo essi si pronunciavano contro l'unità di Chiesa e Stato, con tanto piú vigore questa unità fu difesa dal partito dominante ed elevata a principio vitale dello Stato. Quando lo Stato cristiano in Inghilterra era ancora in piena fioritura anche la persecuzione dei dissenters, e in particolare dei cattolici, era all'ordine del giorno; questa persecuzione era certamente meno violenta ma piú universale e duratura che nel medioevo. La malattia da acuta si mutò in cronica, gli improvvisi accessi furibondi e sanguinosi del cattolicesimo si tramutarono in freddo calcolo politico, che tentava di estirpare l'eterodossia esercitando una pressione piú mite ma ininterrotta. La persecuzione fu trasportata sul terreno mondano e resa quindi intollerabile. La miscredenza nei trentanove articoli9 cessò d'essere empietà, ma in compenso la si fece diventare un delitto contro lo Stato.

Tuttavia il progresso della storia non si lasciò arrestare; la distanza fra la legislazione del 1688 e l'opinione pubblica del 1828 era così grande che in quest'anno persino la Camera bassa si vide obbligata ad abrogare le leggi piú oppressive contro i dissenters. I Tests acts ed i paragrafi religiosi del Corporation act10 vennero abrogati; l'emancipazione dei cattolici segui l'anno dopo, nonostante la furibonda opposizione dei tories. I tories, i difensori della costituzione, avevano perfettamente ragione nell'opporsi, poiché nessuno dei partiti liberali, e neppure i radicali, attaccavano apertamente la costituzione. Anche per loro la costituzione doveva restare la base, ma sul terreno della costituzione solo i tories furono coerenti. Essi si avvidero, e lo dissero, che i provvedimenti nei confronti dei cattolici avrebbero avuto come conseguenza la rovina della Chiesa alta e, con essa, della stessa costituzione; essi si avvidero, e lo dissero, che il concedere i diritti attivi di cittadinanza ai dissenter avrebbe significato l'annientamento de facto della Chiesa alta e la legittimazione degli attacchi apportati contro di essa; essi sostennero che è una grave incoerenza a danno dello Stato ammettere a partecipare all'amministrazione ed alla legislazione il cattolico che, al disopra del potere dello Stato, riconosce l'autorità del papa. I liberali non furono in grado di controbattere le loro argomentazioni e tuttavia l'emancipazione fu attuata e le profezie dei tories cominciano già ad avverarsi.

La Chiesa alta è divenuta così un nome vacuo e si distingue ancora dalle altre confessioni soltanto per i tre milioni di sterline che riceve annualmente e per alcuni piccoli privilegi, che bastano appunto a mantenere in vita la lotta contro di essa. Fra questi privilegi vi sono i tribunali ecclesiastici, nei quali il vescovo anglicano esercita una giurisdizione esclusiva ma irrilevante, e la cui capacità di vessazione si riduce ai costi giudiziari; inoltre la tassa ecclesiastica locale, che viene devoluta per la manutenzione degli edifici in possesso della Chiesa di Stato; i dissenters sono soggetti alla giurisdizione di quelle corti e devono pagare anch'essi questa tassa.

Ε non soltanto la legislazione contro la Chiesa, ma anche la legislazione in favore di essa ha contribuito a fare della Chiesa di Stato un nome vuoto. La Chiesa irlandese è sempre stata un mero nome, una pura e semplice Chiesa dello Stato o del governo, una mera gerarchia, dall'arcivescovo giú giú fino al vicario, alla quale non manca nulla se non la comunità dei fedeli; la sua funzione è quella di predicare ai muri, di pregare e di cantare litanie. La Chiesa inglese ha certamente un pubblico, benché anch'essa, specialmente nel Galles e nei distretti industriali, sia stata abbastanza ridotta ad opera dei dissenters, ma i pastori di anime profumatamente pagati non si curano gran che delle pecorelle. «Se volete rendere spregevole ed abbattere una casta di preti, pagatela bene», dice Bentham, e la Chiesa inglese ed irlandese testimoniano della verità di questo detto. Nelle campagne e nelle città d'Inghilterra nulla è piú odiato e disprezzato dal popolo d'un church-of-England-parson11. E per un popolo così pio come quello inglese questo è un fatto di qualche importanza.

È naturale che quanto piú vuoto ed insignificante diviene il nome della Chiesa alta, il partito conservatore e, in generale, il partito piú risolutamente costituzionale vi si aggrappi; la separazione di Chiesa e Stato potrebbe strappare le lacrime anche a Lord John Russell; è altrettanto naturale che, con lo svuotarsi di questo nome, si aggravi e si faccia piú avvertibile l'oppressione. La Chiesa irlandese, in particolare, è la piú odiata, essendo la piú insignificante; essa non ha altro scopo se non quello di esasperare il popolo e di ricordargli che è un popolo ridotto in servitú, cui il conquistatore impone la sua religione e le sue istituzioni.

Dunque l'Inghilterra si trova adesso in una fase di transizione, dallo Stato cristiano determinato allo Stato cristiano indeterminato, ad uno Stato che pone alle sue basi non già una confessione determinata, ma una media di tutte le confessioni esistenti, ovvero il cristianesimo indeterminato. L'antico Stato cristiano, determinato, si era già naturalmente premunito contro la miscredenza, e la legge sull'apostasia del 1699 la colpisce con la perdita dei diritti di cittadinanza anche passivi e con la prigione; la legge non è mai stata abrogata, ma non viene piú applicata. Un'altra legge, che risale ai tempi di Elisabetta, prescrive che chiunque, senza debita giustificazione, si assenti dal culto domenicale (se non vado errato si prescrive addirittura la frequenza della chiesa episcopale, poiché Elisabetta non riconosceva confessioni dissenzienti), vi venga costretto con una pena pecuniaria ed una reclusione corrispondente. Questa legge viene ancora applicata di frequente nelle campagne; e persino qui, nel civilissimo Lancashire, ad un paio d'ore di strada da Manchester, ci sono alcuni giudici di pace bigotti che — come M. Gibson, deputato di Manchester, riferiva quattordici giorni fa alla Camera bassa — hanno condannato una quantità di gente ad una reclusione, che talvolta arrivava alle sei settimane, per l'omissione della frequenza del culto. Ma le leggi piú importanti contro la miscredenza sono quelle che privano della facoltà di prestare giuramento quanti non credano ad un Dio o ad una ricompensa o punizione nell'aldilà e che puniscono la bestemmia. Bestemmia è tutto ciò che tende a screditare la Bibbia o la religione cristiana, nonché l'aperta negazione dell'esistenza di Dio; la pena prescritta è la prigione — solitamente d'un anno — ed una multa.

Ma anche lo Stato cristiano indeterminato corre già incontro alla sua rovina, ancor prima d'essere stato ufficialmente riconosciuto dalla legislazione. La legge sull'apostasia è, come abbiamo detto, assoluta; l'obbligo di frequenza del culto è parimenti abbastanza desueto e la sua applicazione ha luogo solo eccezionalmente; la legge sull'empietà comincia anch'essa ad invecchiare — grazie all'audacia dei socialisti inglesi e, in particolare, di Richard Carile — e viene applicata solo qua e là, in località particolarmente bigotte, come ad es. a Edimburgo, e si evita anche, dove è possibile, di negare la facoltà di prestare giuramento. Il partito cristiano è divenuto tanto debole da rendersi conto che un uso rigido di queste leggi provocherebbe in breve tempo la loro abrogazione, e quindi preferisce starsene quieto affinché la spada di Damocle della legislazione cristiana continui almeno a pendere sul capo dei miscredenti e forse rimanga efficace come minaccia e mezzo di dissuasione.

Oltre alle istituzioni politiche positive fin qui esaminate ancora alcune altre cose debbono esser situate nell'ambito della costituzione. Finora non si è quasi per nulla accennato ai diritti dei cittadini; all'interno della costituzione vera e propria l'individuo non ha alcun diritto in Inghilterra. Questi diritti esistono o per consuetudine o in forza di singoli statuti, che non hanno alcun rapporto con la costituzione. Vedremo quale sia stata l'origine di questa strana separazione e, per il momento, passiamo alla critica di questi diritti.

Il primo è il diritto di ciascuno a manifestare pubblicamente la propria opinione senza restrizioni e senza una preventiva autorizzazione governativa: la libertà di stampa. In generale è vero che in nessun altro luogo vige una libertà di stampa così estesa come in Inghilterra; e tuttavia questa libertà qui è ancora molto limitata. La legge sui libelli, la legge sull'alto tradimento e la legge sull'empietà gravano pesantemente sulla stampa, e se la stampa viene perseguitata di rado ciò non dipende dalla legge, ma dal timore che il governo ha dell'inevitabile impopolarità che sarebbe la conseguenza delle iniziative contro la stampa. I giornali inglesi di tutti í partiti incorrono quotidianamente in reati, tanto contro il governo quanto contro singoli, ma li si tollera tranquillamente e si attende di essere in grado di montare un processo politico onde coinvolgervi poi anche la stampa. Così è avvenuto ai cartisti nel 1842 e, recentemente, ai repealers irlandesi12. La libertà di stampa inglese vive da cento anni per graziosa concessione, come la libertà di stampa prussiana dal 1842.

Il secondo «diritto innato» (birthright) dell'inglese è il diritto alle assemblee popolari, che finora non è goduto da nessun altro popolo europeo. Questo diritto, benché antichissimo, è stato enunciato piú tardi in uno statuto come «il diritto del popolo a riunirsi per discutere sui propri disagi e per rivolgere petizioni al legislativo affinché vi ponga rimedio». Qui abbiamo già una limitazione. Se da un meeting13 non scaturisce una petizione, esso acquisterà perciò un carattere assai ambiguo, se non addirittura illegale. Nel processo contro O'Connell fu posto in particolare rilievo il fatto che quei meetings, che erano stati definiti illegali, non erano stati convocati per discutere delle petizioni. Ma la limitazione principale è quella poliziesca; il governo centrale o quello locale può preventivamente vietare qualunque meeting o interromperlo e scioglierlo, come è avvenuto non solo a Clontarf, ma anche in Inghilterra, ove meetings cartisti e socialisti sono stati abbastanza spesso vietati o sciolti14. Ma queste misure non vengono considerate come un attacco ai diritti innati degli inglesi, poiché i cartisti ed i socialisti sono dei poveri diavoli e quindi sono privi di diritti; nessun gallo leva la sua voce di protesta, ad eccezione del Northern Star15 e del New Moral World16, per cui di simili soprusi non si viene a sapere nulla sul continente.

Ancora il diritto di associazione. Sono ammesse tutte le associazioni che perseguano scopi legali con mezzi legali; esse tuttavia possono costituirsi ogni volta in grandi società, ma non includere associazioni affiliate. La costituzione di società che si ramifichino in filiali locali con una organizzazione particolare è consentita solo per scopi benefici e in generale pecuniari, e può essere intrapresa soltanto dopo che sia stato rilasciato un certificato da parte d'un funzionario appositamente nominato. I socialisti ottennero un simile certificato per la loro associazione, avendo dichiarato di perseguire uno scopo del genere; esso fu invece negato ai cartisti, benché essi avessero riprodotto parola per parola l'atto costitutivo della società socialista. Essi sono ora costretti ad aggirare la legge e si trovano perciò in una situazione tale, che un suo errore ortografico d'uno solo dei membri dell'associazione cartista può far cadere tutta la società nelle insidie della legge. Ma anche se non si tien conto di tutto ciò, il diritto di associazione è, in tutta la sua estensione, un privilegio dei ricchi. Il fattore principale di una associazione è il denaro, ed è piú facile alla doviziosa Lega contro le leggi sul grano versare centinaia di migliaia di sterline, che per la povera società cartista o per l'Unione dei minatori britannici soltanto il sostenere le spese per il mero mantenimento dell'associazione. Ed una associazione che non disponga di fondi non può acquistare importanza né condurre alcuna agitazione.

Il diritto dell'habeas corpus, ossia il diritto di ogni imputato (salvo che nel caso dell'alto tradimento) ad essere rilasciato dietro il versamento d'una cauzione fino all'apertura del processo, questo celebrato diritto è ancora una volta un privilegio dei ricchi. Il povero non può versare alcuna cauzione e deve quindi andare in galera.

L'ultimo di questi diritti dell'individuo è il diritto di ciascuno ad essere giudicato soltanto da propri pari, ed anche questo è un privilegio dei ricchi. Il povero non viene giudicato dai suoi pari ma, in tutti i casi, dai suoi nemici per nascita, giacché in Inghilterra i ricchi e i poveri si trovano in guerra aperta. I giurati devono possedere certi requisiti, e quale ne sia la qualità risulta dalla composizione della lista dei giurati di Dublino, città di 250.000 abitanti, che ne comprende solo ottocento. Negli ultimi processi contro i cartisti di Lancaster, Warwick e Stafford, i lavoratori furono giudicati da proprietari terrieri e fittavoli, in maggioranza tories, industriali e commercianti, in maggioranza whigs e in ogni caso nemici dei cartisti e dei lavoratori. Ma non è tutto. Una cosiddetta «giuria imparziale» è in generale una assurdità. Quando quattro settimane fa O'Connell fu giudicato a Dublino, ogni giurato era suo nemico in quanto protestante e tory. «Suoi pari» sarebbero stati cattolici e repealers, ma in fondo neppure questi, in quanto suoi nemici. Un cattolico nella giuria avrebbe reso impossibile ogni verdetto che non fosse stato assolutorio. Qui il caso è eclatante; ma, in fondo, qualunque sia il caso, è sempre la stessa cosa. La corte dei giurati è, per sua essenza, sempre una istituzione politica e mai una istituzione giuridica; ma giacché ogni istituto giuridico è in origine di natura politica, in esso si rivela la vera natura dell'elemento giuridico, e la corte dei giurati inglese, in quanto è il piú evoluto di questi istituti, rappresenta il compimento della menzogna e della immoralità giuridica. Si parte dalla finzione del «giurato imparziale»; si ingiunge ai giurati di dimenticare tutto ciò che essi abbiano udito, prima dell'istruttoria, in relazione al caso, e di giudicare esclusivamente sulla base della testimonianza resa in tribunale — come se tutto ciò fosse realmente possibile! Si ricorre poi alla seconda finzione del «giudice imparziale», che deve dar corso alla legge e comporre «obiettivamente», senza parzialità, le ragioni addotte dalle parti — come se ciò fosse possibile! In particolare, e nonostante tutto ciò, si esige addirittura che il giudice non eserciti alcun influsso sul giudizio dei giurati, che non suggerisca loro un verdetto già confezionato. Ma ciò equivale a dire che egli deve disporre le premesse in modo tale che se ne possa trarre la conclusione; e tuttavia egli non deve trarla, non gli è lecito trarla per se stesso, perché in tal modo verrebbe esercitata una influenza sulla sua esposizione delle premesse. Si esigono tutte queste, e centinaia di altre assurdità, inumanità e sciocchezze, allo scopo di occultare sotto un velo di decenza la stoltezza e l'inumanità originarie. Ma la prassi non si lascia ingannare; nella prassi non si tien conto di tutto questo apparato macchinoso ed il giudice fa capire abbastanza chiaramente alla giuria quale verdetto essa debba pronunciare, e la giuria obbediente pronuncia regolarmente questo verdetto.

Ma non basta! L'imputato deve esser tutelato in ogni modo, l'imputato, come il re, è inviolabile, né può commettere ingiustizia, ossia non può far nulla e, se fa qualcosa, si tratta di cosa non valida. L'imputato potrà anche ammettere il suo crimine, ma ciò non gli sarà di alcuna utilità. La legge decide che egli non è degno di fede; mi pare che nel 1819 un marito abbia accusato la moglie di adulterio dopo che essa glielo aveva confessato durante una malattia che le era parsa mortale; ma il difensore della moglie οbiettò che la confessione dell'imputata non costituiva una prova, sicché la querela fu respinta*2. La santità dell'imputato viene inoltre sancita dal formalismo giuridico del quale si riveste la giuria inglese e che offre un campo straordinariamente fecondo ai cavilli ed ai raggiri degli avvocati. Ha dell'incredibile come ridicoli errori di forma possano modificare l'andamento di un intero processo. Nel 1800 un uomo fu trovato colpevole di falsificazione, ma venne rilasciato per il fatto che il suo difensore era riuscito a scoprire, prima che venisse pronunciata la sentenza, che nella banconota falsa stava scritto il nome abbreviato Bartw, che invece era scritto per esteso, Bartholomew, nell'atto d'accusa. Il giudice, come abbiamo detto, ritenne sufficiente l'eccezione ed assolse il colpevole*3. Nel 1827 una donna fu accusata di infanticidio, ma venne assolta perché, nel verdetto redatto dalla giuria incaricata della necroscopia, questa aveva garantito con il «suo giuramento» (The jurors of our Lord the King upon their oath present that, ecc.) che era avvenuto questo e quell'altro; ma questa giuria composta da tredici membri non avrebbe dovuto rendere un solo giuramento, bensì tredici giuramenti, sicché il verdetto avrebbe dovuto suonare: Upon their oaths*4. Un anno fa fu colto sul fatto ed arrestato a Liverpool un ragazzo, che una domenica sera aveva sottratto a qualcuno il fazzoletto dalla tasca. Suo padre obiettò che l'agente di polizia lo aveva arrestato illegalmente, poiché una legge prescrive che la domenica nessuno possa esercitare il lavoro dal quale trae il proprio sostentamento. Il giudice fu d'accordo, ma continuò ad interrogare il ragazzo, e allorché questi confessò d'essere un ladro di professione lo condannò all'ammenda di 5 scellini per aver esercitato il proprio mestiere di domenica. Potrei portare ancora centinaia di questi esempi, ma essi sono di per sé abbastanza eloquenti. La legge inglese santifica l'imputato e si volge contro la società che dovrebbe istituzionalmente tutelare. Come a Sparta, non si punisce il delitto, ma la stoltezza con la quale esso è stato commesso. Ogni tutela si volge contro colui che si vuol tutelare; la legge vuol tutelare la società e invece l'attacca; vuol tutelare l'imputato e invece lo colpisce; è chiaro infatti che chiunque sia troppo povero per contrapporre all'arte del cavillare ufficiale un difensore non meno cavilloso ha contro di sé tutte quelle formalità che sono state concepite per tutelarlo. Chi è troppo povero per procurarsi un difensore o un numero sufficiente di testimoni è perduto in qualunque caso dubbio. Gli vengono notificati prima del dibattimento soltanto gli atti d'accusa e le deposizioni fatte all'inizio di fronte al giudice di pace; dunque non conosce i particolari delle accuse che gli vengono mosse (e proprio per l'innocente questo è massimamente pericoloso); egli è tenuto a rispondere subito dopo che l'accusa è stata pronunciata e può parlare una volta soltanto; se egli non affronta ogni aspetto, se manca un testimone che egli non ha ritenuto necessario, può considerarsi perduto.

Ma il tocco finale è costituito dalla norma che prescrive che tutti e dodici i giurati debbano emettere il verdetto all'unanimità.

Essi vengono rinchiusi in una stanza e non vengono fatti uscire prima che si siano accordati o prima che il giudice non si convinca che è impossibile che essi giungano ad un accordo. Ma la cosa è completamente disumana e contraddice tanto la natura umana nel suo complesso, che diviene ridicolo pretendere da dodici uomini che essi abbiano la medesima opinione su una questione. E tuttavia c'è della coerenza in ciò. Il processo inquisitorio tortura l'imputato nel corpo o nello spirito; la corte dei giurati dichiara sacro l'imputato e tortura i testimoni con un interrogatorio incrociato, che non ha nulla da invidiare al tribunale della inquisizione, e tortura addirittura i giurati; caschi il mondo, il verdetto deve essere pronunciato e la giuria viene punita con la reclusione finché non lo emetta; e se essa dovesse realmente farsi venire il ghiribizzo di tener fede al suo giuramento, si dovrebbe procedere alla nomina d'una nuova giuria, si dovrebbe celebrare nuovamente il processo, e si andrebbe avanti cosí indefinitamente, finché gli accusatori o i giurati non si stanchino della lotta e, volenti o nolenti, si arrendano. Questa è una dimostrazione sufficiente del fatto che tutta la giurisprudenza non può esistere senza la tortura e che, comunque, è una barbarie. Ma non può essere diversamente; quando si pretende la certezza matematica su cose che per loro natura non la ammettono, non si può non cadere nella insensatezza e nella barbarie. La prassi provvede tuttavia a svelare tutto quel che si cela dietro queste cose; nella prassi la giuria si rende comoda la vita e infrange in piena serenità il suo giuramento se non può farne a meno. Nel 1842, ad Oxford, una giuria non riusciva a mettersi d'accordo. Uno affermava: colpevole; undici: innocente. Alla fine si giunse ad un compromesso: il dissenziente scrisse sull'atto d'accusa: colpevole, e si ritirò; poi venne il presidente con tutti gli altri, prese il foglio e scrisse prima di «colpevole»: «non» (Wade, British History).

Un altro caso è riportato da Fonblanque, redattore dell'Examiner, nell'opera England under seven Administrations. Anche qui una giuria non riusciva ad accordarsi; alla fine si fece ricorso alla sorte: si presero due fili di paglia e si adottò l'opinione di quella parte che tirò il piú lungo.

Dal momento che stiamo occupandoci delle istituzioni giuridiche, per completare il panorama dello stato del diritto in Inghilterra possiamo esaminare la questione con maggior precisione. Notoriamente il codice penale inglese è il piú severo d'Europa. Ancora nel 1810 non aveva nulla da invidiare, quanto a barbarie, alla Carolina17; il rogo, le ruote, la squartatura, l'estrazione delle viscere dal corpo vivente, ecc. erano categorie predilette. Da allora sono state certamente eliminate le atrocità piú ripugnanti, ma nel libro degli statuti si trova ancora immutata una gran quantità di brutalità e di infamie. La pena di morte è prevista per sette delitti (assassinio, alto tradimento, violenza carnale, sodomia, scasso, furto con ricorso alla violenza e incendio con l'intento di uccidere), ed anche a questi la pena di morte, che prima era assai piú estesa, è stata limitata soltanto nel 1837; oltre alla pena capitale la legge penale inglese conosce ancora due specie di pena di raffinata crudeltà: la deportazione, o abbrutimento mediante la società, e la reclusione in stato di isolamento, o abbrutimento mediante la solitudine. L'una e l'altra non potrebbero esser state scelte con maggior crudeltà e nefandezza allo scopo di annientare, con coerenza sistematica, nel corpo, nell'intelletto e nella dignità, la vittima della legge e di ridurla al di sotto delle bestie. Il delinquente che subisce la deportazione piomba in un tale abisso di demoralizzazione, di ripugnante bestialità, che l'indole piú resistente non può non soggiacervi nel giro di sei mesi; chi abbia voglia di leggersi i resoconti di testimoni oculari sul Nuovo Galles del sud e sull'isola di Norfolk, mi darà ragione quando affermo che tutto ciò che ho detto è ancora molto lontano dalla realtà. Colui che viene isolato viene reso folle; la prigione modello di Londra dové, appena tre mesi dopo la sua inaugurazione, consegnare tre folli a Bedlam, per non parlare poi della follia religiosa, che solitamente è ancora considerata saviezza.

Le leggi penali contro i delitti politici sono redatte quasi con le stesse espressioni di quelle prussiane; in particolare la «sobillazione al malcontento» (exciting discontent) e i «discorsi sediziosi» (seditious language) presentano la stessa formulazione vaga, che lascia al giudice ed alla giuria uno spazio assai ampio di interpretazione. Anche in questi casi le pene seno piú rigorose che altrove; la categoria principale è la deportazione.

Se poi queste pene severissime e questi vaghi delitti politici non hanno, nella prassi, tutta quella importanza che la legge fa supporre, ciò va da un lato imputato alla legge stessa, che è così contorta ed oscura che un abile avvocato può sempre interporre una gran quantità di obiezioni a favore dell'accusato. La legge inglese è o diritto comune (common law), ossia diritto non scritto, quale esisteva al tempo in cui si iniziò a raccogliere gli statuti, diritto poi sistematizzato da insigni giuristi e che naturalmente è incerto e dubbio nei punti più importanti; o diritto statutario (statute law), che consta d'una serie infinita di leggi parlamentari raccolte da cinquecent'anni, che si contraddicono l'una con l'altra e che, invece del predominio del diritto, provocano uno stato di completa illegalità. Qui l'avvocato è tutto; chi abbia dilapidato coscienziosamente il suo tempo a studiare questo guazzabuglio giuridico, questo caos di contraddizioni, è onnipotente in un tribunale inglese. L'incertezza della legge indusse naturalmente ad assumere un atteggiamento fideistico nei confronti delle sentenze giurisprudenziali precedenti su casi simili, col risultato di accrescere ulteriormente quella incertezza, poiché queste sentenze sono altrettanto contraddittorie e il risultato dell'istruttoria finisce ancora una volta col dipendere dalla erudizione e dalla prontezza di spirito dell'avvocato. D'altra parte la irrilevanza della legislazione penale inglese si trasforma in una condiscendenza, ecc., in un rispetto per l'opinione pubblica, che il governo non sarebbe tenuto affatto ad avere sulla base della legge; ed il fatto che il legislativo non abbia alcuna intenzione di modificare questo stato di cose dimostra come sussista una recisa opposizione contro ogni legge riformatrice. E tuttavia non si dimentichi mai che è il possesso quello che domina e che dunque l'atteggiamento condiscendente vale solo nei confronti dei delinquenti «rispettabili»; contro il Povero, contro il paria, contro il proletariato si scatena tutta la furia della barbarie legale, e nessuno se ne preoccupa.

Ma anche nella legge è enunciato esplicitamente il privilegio dei ricchi. Mentre tutti i delitti gravi sono colpiti dalle pene piú gravi, quasi tutte le trasgressioni meno gravi sono colpite da multe, che sono naturalmente uguali per i poveri e per i ricchi; ma mentre al ricco esse non possono creare che poche o nessuna difficoltà, il povero non è in condizione, nove volte su dieci, di pagarle e quindi, in «default of payment»18, viene spedito senza tanti complimenti ai lavori forzati per un paio di mesi. Basterà leggere i rapporti della polizia nei migliori quotidiani inglesi per convincersi della verità di questa affermazione. Il maltrattamento dei poveri e l'agevolazione dei ricchi in tutti i tribunali è una pratica così diffusa, esercitata cosí apertamente e spudoratamente ed è tanto impudicamente riferita dai giornali, che è raro poter leggere un giornale senza indignarsi profondamente. Il ricco viene dunque trattato sempre con una cortesia straordinaria, e non importa quanto sia stato brutale il suo reato, «fa sempre molto dispiacere ai giudici» doverlo condannare ad una pena pecuniaria solitamente assai miserabile. Sotto questo profilo l'amministrazione della legge è assai piú disumana della legge stessa; «law grinds the poor, and rich men rule the law»19 e «there is one law for the poor, and another for the rich»20 sono espressioni del tutto vere e da gran tempo divenute proverbiali. Ma come potrebbe essere diversamente? Sia i giudici di pace sia i giurati sono ricchi, sono tratti dalla classe media e dunque sono parziali nei confronti dei loro pari, e nemici nati dei poveri. E se si considera l'influenza sociale del possesso, che qui non può essere esaminata, nessuno potrà realmente meravigliarsi d'una condizione tanto barbarica.

Della legislazione sociale diretta, nella quale culmina l'infamia, parleremo in seguito21. Qui essa non potrebbe comunque essere trattata come si conviene.

Riassumiamo il risultato di questa critica della situazione giuridica in Inghilterra. Quanto si può dire contro di essa dal punto di vista dello «Stato di diritto» è assolutamente indifferente. Il fatto che l'Inghilterra non sia ufficialmente una democrazia non può renderci prevenuti verso le sue istituzioni. La sola cosa che per noi ha importanza è quella che ci si è manifestata ovunque, che la teoria e la prassi stanno nella contraddizione piú stridente. Tutti i poteri costituzionali, la corona, la Camera alta e la Camera bassa, si sono dissolti innanzi ai nostri occhi; abbiamo visto che le chiese di Stato e tutti i cosiddetti diritti innati degli inglesi sono dei nomi vuoti, che persino il tribunale dei giurati è, in realtà, soltanto una parvenza, che la legge non ha esistenza, in breve che uno Stato, che si è dato una base legale determinata con precisione, nega e calpesta questa base. L'inglese non è libero, quando lo è, in νirtú della legge, ma nonostante la legge.

Abbiamo visto inoltre quale cumulo di menzogne e di immoralità sia generato da questa situazione; ci si prostra dinnanzi a vuoti nomi e si nega la realtà, ci si chiude gli occhi di fronte ad essa, ci si rifiuta di riconoscere quel che esiste realmente, quel che si è prodotto con le proprie mani; si mente a se stessi e si adopera un linguaggio convenzionale di categorie fittizie, ciascuna delle quali è una diffamazione della realtà, ci si aggrappa angosciosamente a queste vuote astrazioni per non dover confessare a se stessi che nella vita e nella prassi le cose stanno ben diversamente. Tutta la costituzione inglese e tutta la pubblica opinione costituzionale non sono altro che una grande menzogna, che viene confermata e occultata sempre di nuovo da una quantità di altre menzogne minori allorché essa si rivela qua e là nella sua vera natura con troppa chiarezza. E persino quando ci si convince che tutti questi artifizi non sono che vane falsità e finzioni ci si ostina a non volersene distaccare, anzi ci si aggrappa ad esse piú saldamente che mai affinché quelle parole vuote, quelle lettere messe insieme senza criterio non si dissolvano, poiché queste parole sono appunto i cardini del mondo e, se crollassero, il mondo e l'umanità rovinerebbero con esse nel caos! Da questa trama di menzogne aperte ed occulte, di ipocrisia e autoinganno ci si può volgere solo con una nausea radicale.

Può durare un simile stato di cose? Nemmeno per idea. La lotta della prassi contro la teoria, della realtà contro l'astrazione, della vita contro le vuote parole senza significato, in breve la lotta dell'uomo contro l'inumanità dovrà aver termine, e non c'è nessun dubbio su chi riporterà la vittoria.

La lotta è già in atto. La costituzione è stata scossa nei suoi pilastri. Quale sarà l'immagine del futuro si può riconoscere da quanto abbiamo detto. Gli elementi nuovi ed estranei alla costituzione sono democratici; anche la pubblica opinione, come si vedrà in seguito, evolve verso la democrazia; il futuro prossimo dell'Inghilterra sarà la democrazia.

E che democrazia! Non quella della rivoluzione francese, il cui opposto era costituito dalla monarchia e dal feudalesimo, ma la democrazia, il cui opposto è rappresentato dalla classe media e dal possesso. Ciò è dimostrato da tutto lo sviluppo precedente. La classe media ed il possesso detengono il dominio, il povero è privo di diritti, viene oppresso e sfruttato, la costituzione lo ignora e la legge gli è sempre sfavorevole; la lotta della democrazia contro la aristocrazia, in Inghilterra, è la lotta dei poveri contro i ricchi. La democrazia verso la quale l'Inghilterra è avviata è una democrazia sociale.

Ma la democrazia pura e semplice è incapace di sanare i mali sociali. L'eguaglianza democratica è una chimera, la lotta dei poveri contro i ricchi non può esser combattuta sul terreno della democrazia o della politica. Anche questo grado è dunque solo uno stadio transitorio, l'ultimo mezzo puramente politico che ancora deve essere sperimentato e dal quale deve subito svilupparsi un nuovo elemento, un principio che oltrepassa la politica.

Questo principio è il socialismo.


Note

*1. Second Report of the Committee of Secrecy, to whom the Papers referred to in His Majesty's Message on the 12 May 1794, were delivered (rapporto sulle associazioni rivoluzionarie londinesi, London, 1794), pp. 68 sgg. [Nota di Engels]

*2. Wade, British History, London, 1838. [Nota di Engels]

*3. Ivi. [Nota di Engels]

*4. Ivi.


1. Si tratta del libro England im Jahre 1835 dello storico tedesco Friedrich von Raumer, apparso in due volumi a Lipsia nel 1836.

2. Il Test act del 1673 richiedeva l'accettazione dei dogmi della Chiesa anglicana da parte di chi ricopriva uffici statali. Originariamente concepita per combattere la reazione cattolica, questa legge si trasformò in seguito in uno strumento per combattere le varie sètte e tendenze religiose, che in misura maggiore o minore si discostavano dai dogmi della Chiesa anglicana ufficiale. L'Habeas corpus act fu approvato dal parlamento inglese nel 1679. Per quanto concerne questa legge vedi quanto scrive Engels stesso più avanti. Il Bill of rights, approvato dal parlamento inglese nel 1689, limitava i diritti del re in favore del parlamento e rafforzava il compromesso stretto fra l'aristocrazia terriera e la grande borghesia finanziaria e commerciale con la «gloriosa rivoluzione» del 1688.

3. Si tratta dell'opera del giurista inglese William Blackstone, Commentaries in the laws and constitution of England, apparsa negli anni 1765-1769, nonché del libro del giurista svizzero Jean-Louis Delolme, La cοnstitution de l'Angleterre, pubblicato nel 1771. Entrambe le opere sono un'apologia della monarchia costituzionale inglese.

4. Magna Charta Libertatum: documento firmato dal re inglese Giovanni Senzaterra il 15 giugno 1215 sotto la pressione dei baroni ribelli. Limitava i diritti del re, soprattutto in favore dei grandi signori feudali, e conteneva alcune concessioni ai cavalieri e alle città; ai contadini servi della gleba la Charta non riconobbe alcun diritto.

5. La situazione in Inghilterra. Articolo 1. Passato e presente di Thomas Carlyle, Londra 1843

6. Abolizione da parte del governo inglese, nel 1829, delle restrizioni precedentemente imposte ai diritti politici dei cattolici. I cattolici, la maggior parte dei quali era irlandese, ottennero il diritto di farsi eleggere in parlamento e di assumere alcune cariche pubbliche, ma nello stesso tempo furono quintuplicati i requisiti di censo richiesti. Questo decreto fu approvato dopo molti decenni di lotta della borghesia irlandese cattolica, dei proprietari terrieri e del clero, che riuscirono a farvi partecipare anche i contadini. In una certa misura, esso fu anche una concessione del governo inglese, che con tale manovra sperava di dividere e di indebolire il movimento di liberazione nazionale e di attirare dalla sua parte la borghesia e i proprietari terrieri irlandesi.

7. Regolamenti perpetui

8. Il riferimento è al rigetto, da parte della Camera dei comuni il 12 febbraio 1844, della mozione presentata dai deputati radicali Christie, Duncombe e altri a proposito della pubblicazione dei verbali dei dibattiti parlamentari.

9. La professione di fede nella Chiesa anglicana approvata dal parlamento inglese nel 1571.

10. Il Corporation act, approvato nel 1661, esigeva l'accettazione dei dogmi della Chiesa anglicana da quanti ricoprivano cariche elettive (soprattutto nelle amministrazioni municipali). Fu revocato nel 1828.

11. Parroco della Chiesa d'Inghilterra.

12. Irish repealers si dicevano i fautori dell'abrogazione della cosiddetta Unione anglo-irlandese del 1801 che aveva distrutto gli ultimi residui dell'autonomia amministrativa e politica irlandese.

13. Assemblea, riunione.

14. Riferimento al divieto delle autorità inglesi del raduno di massa di Clontarf, indetto dai repealers irlandesi per il 5 ottobre 1843.

15. The Northern Star, settimanale, organo nazionale dei cartisti, apparve dal 1837 al 1852, all'inizio a Leeds e dal novembre 1844 a Londra. Fondatore e direttore fu Feargus O'Connor. Successivamente, negli anni quaranta, fu diretto da George Julian Harney. Engels collaborò al Northern Star dal 1843 al 1850.

16. The New Moral World: and Gazette of the Rational Society, settimanale dei socialisti utopisti, fondato da Robert Owen nel 1834; usci fino al 1846, dapprima a Leeds e, dall'ottobre del 1841, a Londra; Engels ne fu collaboratore dal novembre 1843 al maggio 1845.

17. Il codice criminale dell'imperatore Carlo V (Constitutio criminalis Carolina) approvato nel 1532 dalla Dieta imperiale a Ratisbona; questo codice si distingueva per l'estrema durezza delle pene.

18. In difetto di pagamento

19. La legge opprime i poveri ed i ricchi controllano la legge.

20. C'è una legge per il povero e un'altra per il ricco.

21. Questa frase conferma l'intenzione di Engels di continuare la serie di articoli La situazione dell'Inghilterra.


Ultima modifica 2019.01.05