La sacra famiglia

Friedrich Engels, Karl Marx (1844)


Tradotto da Enrico Leone (†1940).

Trascrizione di Vito Leli e coding di Leonardo Maria Battisti, settembre 2019


QUINTO CAPITOLO. La Critica critica come rigattieri! di segreti ovvero la Critica critica come signor Szeliga.

La Critica critica nella incarnazione Szeliga-Visnù ci dà un’apoteosi dei Mystères de Paris. Eugenio Sue è proclamato critico critico. Appena egli ne avrà notizia potrà esclamare come il “Bourgeois gentilhomme„ in Molière:

“Par ma foi, il y a plus de quarante ans que je dis de la prose, sans que j’en susse rien; et je vous suis le plus obligé du monde de ra’avoir appris cela„.

Il signor Szeliga manda innanzi alla sua critica un prologo estetico.

Il prologo estetico spiega l'importanza generale dell’epos “critico„ e segnatamente dei Mystères de Paris, con queste parole:

“L’Epos crea l'idea che il presente in sè non sia nulla, neppure nudo„ — nulla, neppure semplicemente, l'eterna differenza tra il passato ed il futuro ma “— niente neppure semplicemente, ma — “ma il distacco che separa la immortalità dalla caducità e deve sempre tornare a congiungersi.... Questo è il significato generale dei Mystères de Paris„.

Il prologo estetico afferma inoltre che “il critico, se lo vuole, può essere anche poeta„.

Tutta la critica del signor Szeliga proverà quest’affermazione. Essa è in tutti i suoi momenti “poesia„.

Essa è anche un prodotto dell’“arte libera„, come questa è caratterizzata dal “prologo estetico„, cioè essa “inventa interamente il nuovo, che assolutamente non è mai esistito„.

E infine un epos critico perfino, perchè è un “distacco sempre nuovamente da colmarsi, che separa la “immortalità„ — la Critica critica, del signor Szeliga — dalla “caducità„ — il romanzo del signor Eugenio Sue.

I. — Il mistero del rimbarbarimento nella Civiltà ed il mistero dell’illegalità nello Stato.

Com’è noto, Feuerbach ha concepito le idee cristiane dell’incarnazione, della trinità, della immortalità, ecc., come il mistero dell’incarnazione, il mistero della trinità, il mistero dell’immortalità. Il signor Szeliga concepisce come misteri tutte le presenti condizioni del mondo. Ma, se Feuerbach ha scoverto dei reali misteri, il signor Szeliga trasforma delle vere trivialità in misteri. La sua arte non sta nello scoprire le cose nascoste, ma nel nascondere le cose scoverte.

Egli proclama per misteri il rimbarbarimento (il delinquere) nel seno della società al pari della illegalità e della disuguaglianza nello Stato. La letteratura socialista che ha tradito questi misteri, o è restata dunque pel signor Szeliga un mistero, oppure egli vuol mutare i notissimi risultati di essa in mistero privato della Critica critica.

Noi non abbiamo perciò bisógno di indugiarci più oltre nella spiegazione, che il signor Szeliga dà di questi misteri. Soltanto rileviamo alcuni punti splendidi.

“Dinanzi alla legge ed al giudice tutto è uguale, alto e basso, ricco e povero. Questo principio sta bene in cima alla professione di fede dello Stato„.

Dello Stato? La professione di fede della più parte degli Stati, all’opposto, è di rendere disuguali dinanzi alla legge alto ed umile, ricco e povero.

“L’intagliapietre Motel esprime nella sua ingenua onestà il mistero (cioè il mistero dell'opposizione di povero e ricco) in modo assai chiaro; egli dice; Sei ricchi soltanto sapessero, se i ricchi soltanto sapessero! La sfortuna è che essi non sanno ciò che è miseria„.

Il signor Szeliga non sa che Eugenio Sue, per cortesia verso la borghesia francese, commette un anacronismo quando egli mette in bocca al lavoratore Morel dell’epoca della Charte vérité il motto del cittadino dell’epoca di Luigi XIV: Ah si le roi le savait! nella forma modificata: Ah si le riche le savait! In Inghilterra ed in Francia per lo meno questo rapporto ingenuo fra ricco e povero è cessato.

I rappresentanti scientifici della ricchezza, gli economisti, hanno in questi paesi diffusa una molto minuta nozione della miseria fisica e morale della povertà. In compenso essi hanno dimostrato che vi sia la convenienza di questa miseria perchè vi è la convenienza delle odierne condizioni. Anzi, essi hanno pure nella loro diligenza calcolato le proporzioni nelle quali la miseria deve essere decimata con i casi di morte pel bene della ricchezza e pel suo stesso bene.

Se Eugenio Sue descrive taverne, nascondigli e gergo del delinquente, il signor Szeliga scovre il “mistero„ che all’autore non importa la descrizione di questo gergo e di questi nascondigli, ma soltanto di insegnare a conoscere il segreto dell’impulso al male, ecc.

“Nei posti di più vivace attività i delinquenti sono precisamente a casa„.

Che cosa direbbe un naturalista se gli si volesse dimostrare che la cella delle api non lo deve interessare come cella, perchè essa non è un mistero per colui che non l’ha studiata, perchè le api “precisamente„ nell’aria libera e su pei fiori “sono perfettamente a casa„? Nei nascondigli dei delinquenti e nel linguaggio dei delinquenti si ridette il carattere del delinquente; essi sono il dramma della sua esistenza, la descrizione di essi appartiene alla sua descrizione così come la descrizione della petite maison appartiene alla descrizione della femme galante.

I nascondigli dei delinquenti son un tale “mistero„ non solo pei parigini, ma per la polizia, e proprio in questo momento vengono aperte larghe e luminose strade nella Cité per rendere accessibili questi nascondigli alla polizia.

È infine Eugenio Sue stesso che dichiara che egli nelle descrizioni sopra ricordate fa assegnamento sulla curiosité craintive del lettore, il signor Eugenio Sue ha contato in tutti i suoi romanzi su questa trepidante curiosità dei lettori. Basta ricordarsi soltanto di Atar Gull, di La Salamandra, di Plick e Plock, ecc.

II. — Il mistero della costruzione speculativa.

Il mistero dell’esposizione critica dei Mystères de Paris è il mistero della costruzione speculativa, hegeliana. Dopo che il signor Szeliga ha proclamato un “mistero„ “il rimbarbarimento nel seno della società, e la illegalità nello Stato dopo che, cioè, ha risoluto queste cose nella categoria “mistero„, ora fa cominciare al mistero la sua vita speculativa. Poche parole basteranno per caratterizzare la costruzione speculativa in generale. La trattazione dei Mystères de Paris fatta dal signor Szeliga ci fornirà l’applicazione nei suoi particolari.

Se io dalle mele, dalle pere, dalle fragole, dalle mandorle reali, formo la idea generale: frutto; se vado oltre, e immagino che l’idea astratta dei frutti concreti che ne ho ricavato sia la sostanza vera delle pere, delle mele, ecc., io spiego — speculativamente parlando — il frutto come la sostanza delle pere, delle mandorle, ecc. Dico dunque che per la pera è poco importante essere pera, che per la mela è poco importante essere mela. La cosa sostanziale, in queste cose, non è la loro esistenza effettiva, sensibile ed evidente, ma è la sostanza che io ho ricavato da esse e ad esse riferisco, la sostanza della mia idea: il frutto, lo dichiaro le mele, le pere, le mandorle per meri modi di essere, modi del frutto. La mia ragione limitata, poggiata sui sensi, distingue veramente una mela da una pera, ed una pera da una mandorla, ma la mia ragione speculativa dichiara come indifferenti e senzi importanza codeste distinzioni sensibili. Essa vede nella pera l'istessa cosa della mela, e nella mela l'istessa cosa che nella pera, cioè il frutto. Le frutta nella loro particolarità concreta non valgono che come frutta apparenti, il cui vero essere è la sostanza: il frutto.

In tal modo non si arriva ad alcuna particolare ricchezza di determinazioni. D mineralogista la cui scienza si limitasse a riconoscere in tutti i minerali il minerale, sarebbe un mineralogista nella sua immaginazione. In ogni minerale, dice il mineralogista speculativo “il minerale„: cioè la sua cognizione, si delimita ripetendo tante volte questa parola, per quanti minerali si hanno.

La speculazione, che dai diversi frutti concreti ha fatto un frutto dell’astrazione: “il frutto„, cerca in qualsiasi modo dalla sostanza, dal frutto, di ridiscendere alle diverse particolari frutta profane, alle pere, alle mele, alle mandorle, ecc. Tanto è facile trarre dai frutti reali l’idea astratta: il frutto, quanto è difficile produrre dall’idea astratta: il frutto, i frutti effettivi. È anzi impossibile di addivenire da un’astrazione al contrario d’una astrazione, se non rinuncio all’astrazione.

Il filosofo speculativo rinuncia nuovamente all'astrazione del frutto, ma vi rinuncia in un modo speculativo, mistico cioè in apparenza, come se non vi rinunziasse. Egli esce perciò dall’astrazione in verità solo in apparenza. Egli ragiona, presso a poco, come segue:

Se la pera, la mela, la mandorla, la fragola non sono altro in realtà che la sostanza, il frutto, si pone la questione come accade che il frutto ora mi appaia come mela, ora come pera, or come mandorla: da che deriva questa apparenza di molteplicità, che si oppone così evidentemente alla mia concezione speculativa dell’unità, della sostanza del frutto?

Deriva da ciò — risponde il filosofo speculativo — che il frutto non è un essere morto, indistinto, fisso, ma un essere vivente, che si differenzia in se stesso, mobile. La diversità dei frutti profani non è d'importanza soltanto per la mia ragione sensibile, ma per il frutto stesso, per la ragione speculativa. Le diverse frutta profane sono le varie manifestazioni della vita di un frutto, sono cristallizzazioni che forma l’istesso frutto. Perciò, per esempio, nella mela vi è un essere meloso (apfelhaftes), nella pera v’è un essere peroso (biernehaftes). Così non si deve più dire come dal punto di vista della sostanza: la pera è il frutto, la mela è il frutto, la mandorla è il frutto, ma piuttosto: il frutto si pone come pera, il frutto si pone come mela, il frutto si pone come mandorla, e le differenze che separano l’una dall’altra la pera, la mela, la mandorla, sono appunto le auto-differenze del frutto, e le singole trutta costituiscono appunto i membri differenti del processo vitale del frutto.

Il frutto non è più, dunque, unità senza alcun contenuto, indifferenziata, è la unità come interezza, come “totalità„ dei frutti che formano una “serie organicamente articolata„. In ogni membro di questa serie, il frutto si dà un’esistenza più sviluppata, più manifesta, finché essa non diventa finalmente il “riassunto„ di tutti i frutti e insiememente l’unità vivente che contiene risolta in sè ciascuna di esse, come prodotto di se stessa; come, per esempio, tutte le membra del corpo costantemente si risolvono in sangue, e costantemente sono prodotte dal sangue.

In tal modo, se la religione critica sa solamente d'un’incarnazione di Dio, la filosofia speculativa possiede tante incarnazioni quante cose esistono, così come qui ciascun frutto possiede un’incarnazione della sostanza. L’interesse principale per la filosofìa speculativa dunque consiste in ciò, nel produrre la esistenza dei reali frutti profani e di annunciare in modo misterioso che esistono pere, mele, mandorle ed uva passa. Ma le mele, le pere, le mandorle e l'uva passa che noi riscovriamo nella filosofia speculativa non sono più altro che mele finte, pere finte, mandorle finte ed uva passa finta, perchè esse sono momenti della vita del frutto, di questa astratta esistenza, epperciò astratta esistenza anch’esse. Ciò che ti fa piacere dunque nella speculazione, è di riscoprire i frutti esistenti, ma frutti che hanno un più alto significato mistico, e che non crescono dal suolo materiale, ma dall’etere del tuo cervello e che sono incarnazioni del frutto, del subbietto assoluto. Quando tu, perciò, dall’astrazione, dalla esistenza soprannaturale, il frutto, ritorni ai frutti naturali, tu dai al contrario ai frutti naturali anche una importanza soprannaturale e li trasformi in astrazioni più forti. L'importante è appunto di dimostrare l’unità del frutto in tutte queste sue manifestazioni di vita, nella mela, nella pera, nella mandorla, cioè nella connessione mistica di questi frutti e come in ognuno di esse si realizza il frutto gradatamente, e come, per esempio, dalla sua esistenza di uva passa si muta necessariamente in esistenza di mandorla. Il valore dei frutti profani non sta più per conseguenza nella loro proprietà naturale, ma nella loro proprietà speculativa, per cui esse assumono un posto determinato nel processo del frutto assoluto.

L'uomo ordinario crede di non dire nulla di straordinario se dice che esistono mele e pere. Ma il filosofo, quando esprime queste esistenze in forma speculativa, ha detto qualcosa di straordinario. Egli ha compiuto un miracolo: egli ha da un’essenza intellettuale irreale, il frutto, generato esistenze naturali effettive, la mela, la pera, ecc., ossia egli dalla sua propria ragione astratta, che egli concepisce fuori di sè come un soggetto assoluto — nel caso nostro il frutto — ha creato questi frutti, e in ogni esistenza, ch’egli esprime, compie un atto creatore.

Si intende che il filosofo speculativo realizza questa costante creazione, in quanto egli presenta come determinazioni scoverte da lui le proprietà, generalmente conosciute, che si trovano nella mela, nella pera, ecc., mentre egli dà ciò che soltanto la ragione astratta può creare, cioè alle formole dell’astratta ragione i nomi delle cose reali; mentre egli — infine — proclama la sua propria attività, mercè cui passa dall’idea della mela all’idea della pera, per l’autoattività del subbietto assoluto, del frutto.

Questa operazione si chiama nel modo di dire speculativo: concepire la sostanza come subbietto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepimento forma il carattere sostanziale del metodo hegeliano.

Era necessario far precedere queste osservazioni per rendere comprensibile il signor Szeliga. Se il signor Szeliga fin’ora ha risoluto nella categoria del mistero condizioni reali, quali, per esempio, il diritto e la civilizzazione, ed ha cosi mutato il mistero in sostanza, ora si solleva davvero all’altezza speculativa, all’altezza hegeliana, e trasforma il mistero in un subbietto indipendente, che si incarna in condizioni e in persone reali, e le cui manifestazioni di vita sono contesse, marchese, grisette, portinai, notai, ciarlatani, intrighi d’amore, palle, porte di legno, ecc. Dopo che egli ha derivato la categoria mistero dal mondo reale, crea il mondo reale con questa categoria.

I misteri della costruzione speculativa nella concezione del signor Szeliga si scovriranno tanto più evidentemente, in quanto egli senza dubbio ha, di fronte ad Hegel, una doppia prerogativa. Dapprima Hegel sa esporre con maestria sofistica il processo per cui il filosofo, mediante la intuizione sensibile e la rappresentazione, passa da un oggetto all’altro, come processo dell’istessa esistenza immaginata, del soggetto assoluto. Ma poi Hegel molto frequentemente ha nella sua concezione speculativa una concezione reale, che abbraccia anche la cosa. Questo sviluppo reale nel seno dello sviluppo speculativo conduce il lettore a ritenere lo sviluppo speculativo per reale, e lo sviluppo reale per speculativo.

Nel signor Szeliga entrambe queste difficoltà sono rimosse. La sua dialettica non ha nè ipocrisie nè finzioni. Egli recita la sua commedia con una lodevole onestà e con il più inappuntabile galantomismo. Però egli in nessun luogo mai dà degli svolgimenti a base empirica, per modo che in lui la costruzione speculativa, senza cooperazione di elementi turbativi, senza alcuna ambigua scoverta, parla all’occhio nella sua nuda bellezza.

Nel signor Szeliga si mostra anche splendidamente come la speculazione, da un lato liberamente in apparenza, si crea da sè il proprio oggetto a priori, ma d’altro lato, appunto perchè essa vuole sofisticamente misconoscere la dipendenza razionale e naturale dell’oggetto, arriva alla irrazionale ed innaturale servitù verso l’oggetto, le cui determinazioni più incidentali e più individuali essa deve costruire in maniera assolutamente necessaria e generale.

III. — Il mistero della società colta.

Dopo che Eugenio Sue ci ha condotto nei più bassi strati della società, per esempio nei nascondigli dei delinquenti, ei ci trasporta, in haute volée, in un ballo del quartiere Saint-Germain.

Il signor Szeliga costruisce questo passo come segue:

“Il mistero cerca di sottrarsi alla considerazione con una nuora voltata. Esso fin qui stava di fronte al vero, al reale, al positivo, come l’assolutamente enigmatico, come il negativo che sfugge ad ogni contenuto e ad ogni comprensione: ma ora si compenetra in esso come suo invisibile contenuto. Con ciò cessa anche la possibilità incondizionata di essere conosciuto„.

Il “mistero„ che fin qui stava di fronte al “vero, al reale, al positivo„, cioè al diritto ed alla coltura, ora si compenetra in essi, cioè nella regione della coltura. Che la haute volée è la esclusiva regione della coltura, non è già un mistero di Parigi, ma un mistero per Parigi. Il signor Szeliga non passa dai misteri del mondo criminale ai misteri della società aristocratica, ma il mistero diventa l’“invincibile contenuto„ della società colta, la sua particolare essenza. Non è “una nuova voltata„ del signor Szeliga per potere annodare altre considerazioni, ma è il mistero che fa questa “nuova voltata„ per sottrarsi alla considerazione.

Il signor Szeliga, prima che segua realmente Eugenio Sue là dove il cuore lo spinge, cioè nel ballo aristocratico, ha bisogno ancora di ipocrite applicazioni della speculazione che costruisce a priori.

“Veramente è da prevedere che casa solida sceglierà il mistero per coprirsi. E difatti sembra che sia una invincibile impenetrabilità… Tuttavia una nuova ricerca, per rompere il guscio, è qui indispensabile„.

Basta, il signor Szeliga va tanto innanzi che il subbietto metafisico, il mistero “ora incede con facilità, con franchezza, con civetteria„.

Per mutare ora la società aristocratica in un “mistero„, il signor Szeliga fa alcune riflessioni sulla “coltura„.

Egli presuppone le pure virtù della società aristocratica, la quale non cerca in sè alcun uomo per scoprire dietro questo mistero che essa non possiede queste proprietà. Egli offre così questa scoverta come il “mistero„ della società colta. Il signor Szeliga così si domanda, per esempio, se “la ragione universale„ — qualche cosa come la logica speculativa? — formi il contenuto dei suoi trattenimenti socievoli„ (geselligen); se il “ritmo e la misura dell’amore soltanto„ li trasforma in un “armonico insieme„, se ciò che noi chiamiamo “cultura generale è la forma dell’universale, dell’eterno, dell’ideale; cioè se ciò che noi chiamiamo coltura non sia una immaginazione metafisica In questa questione ha facilmente il signor Szeliga profetizzato a priori: “Che la risposta del resto diventi negativa... si può attendere„.

Nel romanzo di Eugenio Sue il passaggio dal mondo basso al mondo eletto è uno dei soliti passaggi romanzeschi. I travestimenti di Rodolfo, principe di Gerolstein, lo conducono nei bassi strati della società, come del pari il suo rango gli dà l'accesso nelle più alte sfere della società. Sulla strada che lo conduce al ballo aristocratico non sono per nulla i contrasti delle odierne condizioni del mondo, sui quali egli riflette; sono i suoi contrastanti camuffamenti che gli appaiono piccanti. Egli comunica ai suoi più fedeli compagni come trovi oltremodo interessante di trovarsi in situazioni tanto diverse.

“Je trouve — egli dice — assez de piquant dans ces contrastes: un jour peintre en éventails, m’établant dans un bouge de la rue aux fèves; ce matin commis marchand offrant un verre de cassis a madame Pipelet, et ce soir... un des privilégiés par la grâce de dieu, qui rógne sur ce monde„.

Introdotta nella festa da ballo, la Critica critica canta:

Senso e ragione vacillatimi già,
Fra potentati mi veggio io qua!

Essa si sfoga in ditirambi, come segue:

“Qui si produce per incanto lo splendore del sole nella notte, il verde della primavera e la magnificenza dell’estate nell'inverno. Noi ci sentiamo tratti incontanente a credere alla meraviglia del divino presente nel seno degli uomini, specialmente quando la bellezza e la grazia ci rinsaldano la convinzione che noi ci troviamo nell’immediata vicinanza di Ideali„ (!!!).

O inesperto, credulone, critico parroco di campagna! Solo la tua critica semplicità si può far “trasportare subito da un'elegante sala da ballo parigina alla superstiziosa tendenza di credere alla “meraviglia del divino presente nel seno degli uomini, e ti può fare scorgere nelle lionesse parigine “immediati Ideali„, angeli in carne ed ossa!

Nella sua untuosa semplicità il parroco di campagna si mette ad origliare le due “più belle tra le belle„, Clemenza di Harville e la contessa Sarah Mac Gregor. S’indovini che cosa egli vuole “origliare„ da loro:

“In qual modo noi possiamo renderci capaci di essere la benedizione dei diletti figli, e la pienezza della felicità d’un marito !.... Ascoltiamo.... stupiamo.... noi non crediamo ai nostri orecchi.

Noi proviamo una segreta gioia maligna quando il pastore che sta ad origliare viene disingannato. Le dame non s’intrattengono nè della “benedizione„, nè della “pienezza„, nè della “ragione universale„; si medita piuttosto„ “una infedeltà verso il marito della signora di Harville„.

Su di una delle dame, la contessa Mac Gregor, arriviamo alla seguente ingenua conclusione:

“Era abbastanza intraprendente per diventare madre di un figliuolo in seguito ad un matrimonio segreto„.

Spiacevolmente impressionato dallo spirito d’intraprendenza della contessa, il signor Szeliga le fa una lavata di testa. “Noi troviamo tutti gli sforzi della contessa rivolti al vantaggio individuale egoistico Si, dal raggiungimento del suo scopo, il matrimonio con il principe di Gerolstein, non si promette nulla di buono: da che noi non ci possiamo per nulla ripromettere che essa lo impiegherà per la felicità dei sudditi del principe di Gerolstein. Con “serietà assai sensata„ il puritano chiude il suo sermone primitivo: “Sarah (la dama intraprendente) del resto non è qualcosa come un’eccezione in questi circoli splendenti, quand’anche ne stesse alla testa„. Del resto non è qualcosa! Quand’anche! E stare alla testa d'un circolo non sarebbe un’eccezione?

Sul carattere dei due altri ideali, della marchesa di Harville e della duchessa di Lucenay, apprendiamo: Ad esse “manca l’appagamento del cuore„. Ebbene, non hanno trovato nel matrimonio l’oggetto dell'amore, e cercano perciò ora fuor del matrimonio l’oggetto dell’amore. L'amore è rimasto per loro nel matrimonio un mistero, che esse sono parimenti spinte a scovrire dallo imperioso impulso del cuore. Così esse si dànno all’amore segreto. Queste “vittime del matrimonio senza amore„ sono involontariamente spinte ad abbassare l’amore a qualcosa di esteriore, ad una cosidetta relazione ed a serbare il mistero, il romantico per l’intimo, per il vitale, per il sostanziale dell’amore„.

Il merito di questo sviluppo dialettico deve suonare tanto più alto quanto più gode di una generale applicabilità. Per esempio, chi non può bere nella sua casa e intanto sente il bisogno di bere, cerca l’“oggetto„ del bere “fuori„ della casa, e si dà “dunque così„ al bere in segreto. Si sarà spinto a riguardare il mistero per un ingrediente sostanziale del bere, benché egli non abbasserà il bere ad una cosa “estrinseca„ ed indifferente, non diversamente di ciò che fanno quelle dame con l’amore. Elleno abbassano — secondo la proclamazione del signor Szeliga stesso — non l’amore, ma il matrimonio senza amore, a ciò che esso è realmente, ad un rapporto esteriore, ad una cosidetta relazione.

“Che cosa è — si dice ora inoltre — il mistero dell’amore?„.

Noi avevamo già costruito appunto in modo che il "mistero„ è la “sostanza„ di questo genere di amore. Or come arriviamo a indagare il mistero del mistero, la sostanza della sostanza?

“Non — declama il parroco — non le gite ombrose nei boschetti, non la penombra naturale delle notti lunari, non la luce artificiale che viene riflessa dalle deliziose tende e cortine; non il suono dolce e assordante delle arpe e degli organi, non la forza della proibizione!„.

Tende e cortine! Un suono dolce e assordante! E poi perfino gli organi. Il signor parroco, fuori dei sensi, fa degenerare la chiesa ! Chi porterà con sè gli organi in un appuntamento amoroso?

“Tutto ciò (tende e cortine e organi) è solo il misterioso„.

Ed il misterioso non sarebbe il “mistero„ dell’amore misterioso? Niente affatto:

“Il mistero in ciò è l'eccitante, l’inebbriante, l’assordante, la forza della sensualità„.

Già il parroco possedeva l’assordante nel suono “dolce e assordante„. S’egli invece di cortine ed organi avesse portato con sè al suo appuntamento amoroso anche zuppa di tartarughe e champagne, non mancherebbe neppure “l’eccitante e l’inebbriante„.

“Noi non ci vogliamo confessare la forza della sensualità — insegna il santo Signore — ma essa ha una così enorme potenza su di noi soltanto perchè la sbandiamo da noi, non la riconosciamo come nostra propria natura quella nostra propria natura che, se anche fossimo in grado di dominarla, si sforza subito d’imporsi alla forza della volontà a costo della ragione, del vero amore„.

Conforme al metodo della teologia speculativa, il pastore ci consiglia di riconoscere la sensualità come nostra propria natura, per metterci in grado di debellarla, cioè per metterci in grado di rievocarne il riconoscimento. Egli la vuole veramente debellare solo non appena vuol farsi valere a danno della ragione (la forza del volere e l’amore in contrasto con la sensualità sono soltanto la forza della volontà e l’amore della ragione). Anche il Cristo non speculativo riconosce la sensualità, in quanto essa non si fàccia valere a costo della vera ragione, cioè della fede, del vero amore, cioè dell’amore di Dio, della vera volontà, cioè della volontà in Cristo.

Il parroco tradisce subito la sua vera opinione quando prosegue: “Cessando dunque l’amore di essere la sostanza del matrimonio, e in generale della moralità, la sensualità diventa il mistero dell’amore, della moralità, della società colta, — sensualità tanto nel suo senso “esclusivo„ di tremore dei nervi, di ardente flusso delle vene, quanto nel senso più vasto, allorché si solleva all’apparenza di forza spirituale, di avidità di dominio, di ambizione, di avidità di gloria. La contessa Mac Gregor rappresenta “l’ultimo significato della sensualità, come il mistero della società colta„.

Il pastore batte il chiodo sulla testa! Per debellare la sensualità, egli deve innanzi tutto debellare le correnti nervose e la rapida circolazione del sangue. Il signor Szeliga crede in senso “esclusivo„ che il più glande bollore del corpo derivi dall’ardore del sangue nelle iene; egli non sa che gli animali a sangue caldo si chiamano così perché — eccetto piccole modificazioni — essi si conservano sempre alla medesima temperatura.

Non appena i nervi non vibrano più ed il sangue non brucia più nelle vene, il corpo del peccatore, questa sede della voglia sensuale, diventa quello d’un uomo calmo, e le anime possono discorrere liberamente della “ragione universale„, del “vero autore„ e della “morale pura„. Il pastore degrada la sensualità fino al punto da abolire addirittura i momenti dell’amore sensuale i quali lo entusiasmano — la rapida circolazione del sangue, che dimostra che l’uomo non vive con fredda flemma, le correnti nervose che congiungono l’organo che è la principale sede della sensualità con il cervello. Egli riduce il vero amore sensuale ad una meccanica secretio seminis, e tartaglia con un teologo tedesco famigerato:

“Non per amore sensuale, non per la voglia carnale, ma perchè il Signore ci ha detto: Generate e moltiplicatevi„.

Confrontiamo la costruzione speculativa con il romanzo di Eugenio Sue. Non è la sensualità che è data come il segreto dell’amore, sono misteri, avventure, ostacoli, angoscie, pericoli, e cioè la forza del proibito.

“Pourquoi — è detto — beaueoup de femmes prennent elles pourtant des horames, qui ne valent pas leurs maris? Parceque le plus grand charme de l’amour est l’attrait affriandant du fruit déendu. avancez que, en retranchant de cet amour les craintes, les angoisses, les difficultés, les Mystères, les dangers, il ne reste rien ou peu de chose, c'est à dire, l’amant… dans sa simplicité première;.... en un mot, ce serait toujours l’aventure de cet homme, à qui l’on di- sait: Pourquoi n’épousez vous donc pas cette veuve, votre maitresse? — Hélas, j’y ai bien pensò — répondit-il — mais alors je ne saurais plus où aller passer mes soirées„.

Mentre il signor Szeliga espressamente esclude la forza del proibito come il mistero dell’amore, Eugenio Sue la proclama appunto esplicitamente come “la più grande attrattiva dell’amore„ e come il motivo delle avventure amorose extra-muros.

“La prohibition et la contrebande sont inséparables en amour cornine en marchandise„.

Così del pari Eugenio Sue attenua, in opposizione al suo esegeta speculativo, che

“l’inclinazione alla finzione ed all’astuzia, il gusto dei segreti e degli intrighi, è una qualità sostanziale, una tendenza naturale ed un imperioso istinto della natura femminile„.

Solamente la direzione di questa inclinazione e di questo gusto contro il matrimonio danno fastidio al signor Eugenio Sue. Egli vuol dare un indirizzo più tranquillo, più utile alla natura femminile.

Mentre il signor Szeliga fa della contessa Mac Gregor la rappresentante di quella sensualità che si solleva “all’apparenza d’una forza spirituale„, ella è per Eugenio Sue un “astratto uomo di ragione„. La sua “ambizione„ e il suo “orgoglio„, ben lungi dall’essere forme di sensualità, sono il parto di una ragione astratta completamente indipendente dalla sensualità.

Eugenio Sue osserva perciò espressamente

“che mai le focose ispirazioni dell’amore fecero palpitare il suo seno, freddo come il ghiaccio, che nessun sopravvento del cuore o dei sensi potettero turbare i calcoli inflessibili di questa donna scaltrita, egoistica e terribile„.

L’egoismo dell’astratta ragione non commossa da sensi di simpatia, non rimescolata dal sangue, forma il carattere essenziale di questa donna. La sua anima è perciò descritta come “disseccata„, il suo spirito colpe “abilmente maligno„, il suo carattere è “intimanente perfido e — cosa notevolissima per un astratto uomo di ragione — come “assoluto„, la sua finzione come “profonda„.

Inoltre il signor Sue osserva e motiva la vita della contessa così scioccamente come per la maggior parte “lei caratteri dei suoi romanzi. Una vecchia balia le fa credere ch’ella può diventare una “testa coronata„. Con questa presunzione ella si dà ai viaggi, per conquistare con un matrimonio una corona. Ella infine commette l’inconseguenza di ritenere per “testa coronata„ un piccolo Serenissimo tedesco.

Dopo le sue espettorazioni contro la sensualità, il nostro Santo critico devo ancora dimostrarci perchè Eugenio Sue introduca attraverso un ballo nella haute volée, un metodo introduttivo che si trova in quasi tutti i romanzieri francesi, mentre più frequentemente gl’inglesi introducono nel bel mondo o attraverso una partita di caccia o attraverso il vecchio castello di campagna.

“Può non essere indifferente per questa concezione (cioè del signor Szeliga) e può non essere meramente occasionale in essa (nella costruzione di Szeliga) che Eugenio Sue ci introduca proprio con un ballo nel gran mondo„.

“Ora il cavallo ha rallentato la briglia, e trotta fresco fresco in una serie di conclusioni, e memorie del vecchio Wolf, verso la necessità„.

“La danza è la più comune manifestazione della sensualità, come mistero. L’immediato contatto, l’abbraccio dei due sessi (?) che determina la coppia, nel ballo sono permessi, perchè malgrado dell’evidenza e della dolce sensazione che realmente„ — realmente, signor parroco? — “si prova, essi non si considerano come contatti ed abbracci sensuali„.

Come si considerano allora: come abbracci e contatti di ragione universale? Ed ora un periodo finale, che veramente balla sull’uncino:

“Poiché infatti se fossero considerati per tali, non si riuscirebbe a capire perchè la società usi solo per la danza questa indulgenza, mentre invece essa condanna tutto ciò molto aspramente se lo vede fatto con uguale libertà altrove, come l'offesa più imperdonabile alla morale ed alla decenza, che reca con se il marchio di vergogna e la espulsione„.

Il signor parroco non parla nè del cancan, nè della polka, ma del ballo semplicemente, della categoria ballo, la quale non è ballata in nessun luogo se non nel suo cranio critico. Assista egli una volta ad una danza della Chaumière parigina e il suo animo cristiano-germanico si indignerà di questa sfrontatezza, di questa franchezza, di quésta graziosa maliziosità, di questa musica dal movimento sensualissimo. La sua propria “dolce sensazione che realmente si prova„ gli farebbe “provare„ che “infatti non ci sarebbe ragione alcuna„, perchè gli stessi danzatori, mentre, al contrario„, fanno allo spettatore una gustosa impressione di una sensualità franca e umana “il che se altrove„ specialmente “in Germania succedesse nell’istessa guisa verrebbe giudicato come uno scandalo imperdonabile„, ecc. ecc., non possono e debbono essere anzi non debbono dovere e potere essere (?) anche, almeno per dire così, ai loro stessi occhi, uomini francamente sensuali.

Il critico, ci condurrà, per amore dell’essenza della danza, ad un ballo. Egli incontra una seria difficoltà. In questo ballo veramente si ballerà, ma soltanto nell’immaginazione. Eugenio Sue descrive cioè la danza senza parole. Ei non si mescola nel serra serra dei danzatori. Egli si serve del ballo soltanto come occasione, per mettere insieme i più scelti gruppi aristocratici. Nella sua disperazione “la critica„ prende sotto la sua protezione il poeta, e la sua propria “fantasia„ disegna con facilità figure di ballo, ecc.

Se Eugenio Sue, secondo la prescrizione critica, non aveva alcun interesse immediato alla descrizione dei nascondigli dei delinquenti e del loro linguaggio, il ballo invece, che non è descritto da lui, ma dal critico “fantastico„ è necessariamente d'infinito interesse.

Andiamo avanti!

“In effetti„ il segreto del tono e del tatto socievole — il segreto di queste cose eccessivamente contro natura — è il desiderio sospiroso di ritornare alla natura. Perciò un’apparizione come quella di Cecily nell’alta società opera in modo elettrizzante, perciò è coronata da un successo così straordinario. Per lei, cresciuta come schiava fra le schiave, senza educazione, soltanto guidata dalla sua natura — questa natura è la esclusiva sorgente della vita. Trasportata d’un tratto ad una Corte fra la costrizione e l’etichetta, ella impara subito a scrutare il suo mistero... In questa sfera, che ella può dominare assolutamente, perchè il suo potere, il potere della sua natura, le vale come una misteriosa magia, Cecily deve necessariamente commettere errori senza fine, mentre per il passato, quando ella era ancora schiava, la stessa natura le insegnava ad opporsi alle indegne esigenze del potente signore, ed a conservare fede al suo amore. Cecily è il mistero svelato della società educata. I sensi repressi rompono alla fine gli argini, e si danno alla più completa sfrenatezza„ ecc.

Il lettore del signor Szeliga, al quale il romanzo di Sue è ignoto, crede infallibilmente che Cecily sia la lionessa del ballo che si descrive. Nel romanzo ella è in un reclusorio tedesco mentre si danza a Parigi.

Cecily resta come schiava fedele al medico dei negri, David, perchè ella lo ama “appassionatamente„ e perchè il suo proprietario, il signor Willis, “brutalmente„ la desidera. Il suo passaggio ad una vita di sregolatezza è motivato molto semplicissimamente. Trasportata nell’ambiente europeo, ella “arrossisce„ di essere sposata ad un negro. Dopo che ella è giunta in Germania, ella è ben presto depravata da un cattivo soggetto, e si impone il suo “sangue indiano„ che, l’ipocrita signor Sue, per amore della douce morale, e del doux commerce, deve caratterizzare per una perversitè naturelle.

Il mistero di Cecily è il meticcio. Il segreto della sua sensualità è il suo calore tropicale. Parmy nelle sue belle poesie ad Eleonora ha decantato la meticcia. Come essa sia pericolosa a tutti i marinai francesi, lo si può leggere in più di cento descrizioni di viaggi.

“Cecily était le type incarnò de la sensualità Infilante, qui ne s'al- lume qu’au feu dea tropiques.... Tout le monde a entendu parler de ces tilles de couleur, pour aitisi dire mortelles aux Européens, de ces vam- pyrs enchanteurs, (pii énivrant leur victimes de séduetions terribles... ne lui laissent, selon l’énergiqne expression du pays, que ses larmes à boire, que son coeur à ronger„.

Ben lungi dall’esercitare un così magico potere sulla gente annoiata aristocraticamente educata...

“les femmes de l’espèce de Cecily exer- cent une action soudaine, une omnipotence magique sur les hommes de sensualità brutale tei que Jacques Ferrami„.

E da quando in qua la gente come Jacques Ferrami rappresenta la fine società? Ma la Critica critica doveva costruire Cecily come un momento del processo dell’assoluto mistero.

IV. — Il mistero dell’onestà e della devozione.

“Il mistero come quello della società colta si trae in verità dall’antitesi nell’interno. Tuttavia il gran mondo ha di nuovo esclusivamente i suoi circoli, nei quali conserva il santuario. Esso è per così dire la cappella per questo Santissimo. Ma per quelli del vestibolo la cappella stessa è il segreto. L’educazione dunque nel suo posto esclusivo è per il popolo l'istessa cosa... che è la rozzezza per le persone educate„.

In verità — tuttavia di nuovo — per così dire — ma dunque — sono questi i màgici uncini che annodano gli anelli della catena -dello sviluppo speculativo. Il signor Szeliga ha fatto penetrare il mistero dalle sfere dei delinquenti nell'haute volee. Ora egli deve costruire il segreto che il mondo eminente ha i suoi circoli esclusivi e che i misteri di questi circoli sono misteri per il popolo. Per questa costruzione gli bisogna, oltre che il magico uncinetto già citato, la trasformazione di un circolo in cappella, e la trasformazione d’un mondo non aristocratico nel vestibolo di questa cappella. Ma è di nuovo un mistero per Parigi che tutte le sfere della società borghese formino solo un vestibolo per la cappella dell’haute volee.

Il signor Szeliga persegue due scopi. In primo luogo il mistero, ch'egli ha incarnato nel circolo esclusivo dell'haute volte, deve continuare a determinarsi come “comune bene del mondo„. In secondo luogo deve costruire il notaio Giacomo Ferrami come parte vitale del mistero. Egli prosegue nel modo seguente:

“L’educazione non può nè vuole neppure penetrare tutti i ceti e le distinzioni. Non altri che il cristianesimo e la morale sono in grado di fondare l’impero universale su questa terra„.

Per il signor Szeliga è l’educazione, la civilizzazione, identica con l’educazione aristocratica. Egli perciò non può accorgersi che l’industria ed il commercio fondino ben altro impero universale che il cristianesimo e la morale, che la felicità domestica e il benessere cittadino. Ma come arriviamo al notar Giacomo Ferrami? Semplicissimamente!

Il signor Szeliga muta il cristianesimo in una qualità individuale, nella “devozione„, e la morale in un’altra qualità personale “l’onestà„. Egli compendia queste due qualità in un individuo, ch’egli battezza Giacomo Ferrami, perchè Giacomo Ferrami non possiede le due qualità, ma le simula ipocritamente. Giacomo Ferrami è ora il “mistero dell’onestà e della devozione„. Il testamento di Giacomo Ferrami è, all’incontro, il "mistero della apparente devozione e della apparente onestà„ e quindi non più quello dell'onestà e della devozione stessa. Se perciò la Critica critica voleva costruire questo testamento come il mistero, essa doveva dichiarare l’onestà e la devozione come il mistero di questo testamento, e non già il testamento come il mistero dell’apparente onestà.

Mentre il notariato parigino in Giacomo Ferrami vide la peggiore pasquinata contro di sé, e sollecitò la censura teatrale perchè questo personaggio fosse allontanato dai Mystères de Paris posti in iscena, la Critica critica vede nel medesimo momento in cui “polemizza contro la vaporosità dei concetti„ nel notaio parigino non già un notaio parigino, ma la religione e la morale, l’onestà e la devozione. Il processo del notaio Lehon l’avrebbe dovuta illuminare. La posizione che il notaio rappresenta nel romanzo è del tutto connessa con la sua posizione ufficiale.

“Les notaires sont uu temporei ce iju’au spirituel sont les eurés: ils sont les dépositaires de nos secrets„ (Moxtheil, Hist. des frangale des die. Etats, ecc., t. IX, pag. 39).

Il notaio è il confessore mondano. Egli è puritano di professione, e l’“onorabilità„, dice Shakespeare, “non è puritana„. Egli è insieme il ruffiano per tutti gli scopi possibili, ed il direttore delle cabale e degl’intrighi borghesi.

Con il notaio Ferrand, tutto il mistero del quale sta nell'ipocrisia e nel notariato, noi, come è evidente, non abbiamo fatto ancora un passo, ma si oda!

“Essendo l’ipocrisia pel notaio solo oggetto di perfetta coscienza, ma essendo quasi istinto per la signora Roland, fra di loro sta la grande massa di coloro i quali non possono arrivare al mistero e però involontariamente si sentono costretti a pensare che lo potrebbero. Non è dunque la supestizione che conduce altolocati ed umili nella sinistra abitazione del ciarlatano Bradamanti (abate Folklori), no, è la ricerca del mistero per serbarsi giusti dinanzi al mondo„.

“Altolocati ed umili„ non affluiscono da Polidori per scovrire un dato mistero, che appare giustificato dinanzi a tutto il mondo: “altolocati e umili„ cercano in lui semplicemente il mistero, il mistero come subbietto assoluto, per potere restar giustificati dinanzi al mondo come se si cercasse per spaccare il legno non un’ascia ma l’istrumento in abstracto.

Tutti i misteri che possiede Polidori si limitano ad un rimedio per fare abortire le donne gravide e ad un veleno mortale. — Il signor Szeliga nel suo furore speculativo fa che l’omicida trovi il suo scampo nel veleno di Polidori “perchè egli non vuole essere un omicida, ma vuole essere stimato, amato ed onorato„ come se in un omicidio si trattasse di stima, di amore, di onore e non del capo! Ma l’omicida critico non si cura della propria testa, ma del mistero.

Ma poiché non tutta la gente fa omicidi ed è gravida contro le leggi di polizia, come Polidori deve mettere ognuno nel possesso desiderato del mistero? Il signor Szeliga scambia il ciarlatano Polidori verosimilmente con lo scienziato Polidorus Virgilius, che visse nel secolo XVII e non ha veramente scoverto alcun mistero, ma sibbene si sforzò di fare di “comune bene del mondo„ la storia degli scovritoli di misteri, degl’inventori (Vedi: Polidori Virgilii, Liber de rerum inventoribus, Lugòuni, mdccvi).

Il mistero, l’assoluto mistero, come si stabilisce alla fine pel “comune bene del mondo„, consiste dunque nel mistero di abortire e di avvelenare. Il mistero non poteva più abilmente diventare di “comune bene del mondo„ che trasformandosi in misteri, che non sono misteri per nessuno.

V. — Il mistero una burla.

“Ormai il mistero è diventato comune bene, il mistero di tutto il mondo e di ogni individuo. O è mia arte, o mio istinto, o posso comprarlo come una merce comprabile„.

Quale mistero è ora diventato bene comune pel moneto? Il mistero della ingiustizia nello Stato, o il mistero dell’educata società, o il mistero della falsificazione delle merci, o il mistero di fabbricare l’acqua di Colonia, o il mistero della Critica critica? Niente di tutto questo; sibbene il mistero in abatracto, la categoria del mistero!

Il signor Szeliga si prefigge di rappresentare i servi e il portinaio Pipelet con la moglie come incarnazione dell’assoluto mistero. Ei vuole costruire il servo ed il portinaio del “mistero„. Come fa ora a precipitar giù dalla categoria pura fino al servo che “spia dietro la porta chiusa„ dal mistero come subbietto assoluto, che troneggia al disopra del tetto nel cielo nuvoloso dell’astrazione, fino al pianterreno, ove è l’alloggio del portinaio?

Dapprima egli fa subire alla categoria del mistero un processo speculativo. Dopo che il mistero, mediante il rimedio per abortire e il mezzo per avvelenare, è diventato bene pubblico del mondo, non è “più la oceultezza e l’inaccessibilità stessa, ma che esso si occulta, o ancor meglio — sempre meglio! — che io lo nascondo, che io lo rendo inaceessibile„.

Con questa metamorfosi del mistero assoluto da essere in concetto, dallo stadio obbiettivo, in cui esso è l’occultezza stessa, allo stadio subbiettivo, in cui esso si occulta, o anche meglio, in cui “io„ lo nascondo noi non abbiamo fatto alcun passo innanzi. Al contrario, sembra che la difficoltà si accresca, perchè un mistero nella testa dell’uomo e nel petto umano è più inaccessibile ed occulto che nel fondo del mare. Il signor Szeliga dunque prende a proteggere il suo progresso speculativo immediatamente mediante un progresso empirico.

È dietro le porte chiuse udite, udite! — che ormai — ormai! — il mistero è covato, distillato, rimuginato„. Il signor Szeliga ha “ormai„ trasformato l’io speculativo del mistero in una realtà molto empirica, molto legnosa, in una porta.

“Ma con ciò — cioè con le porte chiuse e non con il passaggio dall’essere chiuso al concetto — è anche data la possibilità che io possa origliare, stare ad ascoltare e a spiare„.

Non è punto un “mistero„ scoverto dal signor Szeliga che dinanzi alle porte chiuse si possa origliare. Il proverbio della massa, anzi, presta perfino le orecchie alle pareti. Invece è un mistero del tutto critico e speculativo che solo “ora„ dopo della discesa all'inferno attraverso i nascondigli dei delinquenti, dopo dell’ascesa al cielo nell’alta società, dopo i miracoli di Polidoro i misteri possano addensarsi dietro le porte chiuse e si possano origliare dinnanzi alle porte chiuse. È appunto un grande mistero critico che le porte chiuse sono una categorica necessità, tanto per covare, per nascondere e per commettere cose segrete — quanti misteri non sono covati, celati e commessi dietro i boschetti! — quanto per spiarle.

Dopo questo splendido fatto d’arme dialettico il signor Szeliga assurge naturalmente dallo spiare ai motivi dello spiare. Qui egli partecipa il segreto che il piacere del male altrui è il motivo dello spiare. E dal piacere dell’altrui male risale al motivo di esso.

“Ognuno vuole essere migliore degli altri — ei dice — perchè egli non tiene soltanto segreta la molla delle sue buone opere, ma cerca di celare assolutamente nell’oscurità impenetrabile le sue opere cattive„.

Il periodo doveva invece dire così:

“Ognuno non solo tiene segreta la molla delle sue buone azioni, ma cerca di celare assolutamente le cattive nella impenetrabile oscurità, perchè vuole essere migliore degli altri„.

Noi saremmo giunti ora dal mistero, che si nasconde, all’io che nasconde; dall’io alle porte chiuse; dalle porte chiuse allo spiare; dallo spiare al motivo dello spiare, la gioia dell’altrui male; dalla gioia dell’altrui male al motivo della gioia dell’altrui male, alla volontà di essere migliore. Ora arriveremo presto anche alla gioia di vedere il servo che indugia dinanzi alle porte chiuse. La generale volontà di esser migliori ci conduce cioè direttamente a questo: che “ognuno ha l’inclinazione di venire a capo dei segreti degli altri„ ed a ciò si connette spontanea la intelligente osservazione: “A questo riguardo, i servi si trovano nelle più favorevoli condizioni„. Se il signor Szeliga avesse letto le memorie tratte dall’archivio di polizia parigina, le memorie di Vidocq, il Livre noir, e simili, egli saprebbe che la polizia si trova in condizioni ancora più favorevoli dei “servi che si trovano in favorevolissime condizioni„, che essa si giova dei servi soltanto pei servizi grossolani, che essa non resta davanti la porta mentre i signori sono in négligé, ma si avvince al loro corpo nudo sotto le coltri nella forma di famme galante o addirittura di moglie. Nell’istesso romanzo di Sue la spia di polizia Bras rouge è un puntello principale dello svolgimento.

Ciò che “ormai„ preoccupa il signor Szeliga nei camerieri, è che essi non sono abbastanza “disinteressati„. Questa osservazione critica gli spiana la via al portinaio Pipelet con la sua signora.

“La situazione del portinaio assicura invece l’indipendenza adatta a sfogare, attorno ai segreti della casa, una burla libera, disinteressata, quand’anche crudele e offensiva„.

Innanzi tutto, questa costruzione speculativa del portinaio urta nel grosso inconveniente, che in moltissime case di Parigi il servo ed il portinaio, per una parte dei pigionanti, sono la medesima persona.

Per ciò che riguarda la fantasia critica sulla situazione relativamente disinteressata e indipendente del portinaio, la si può giudicare dai fatti seguenti. Il portinaio parigino è il rappresentante e la spia del padrone di casa. Egli il più delle volte non è stipendiato dal proprietario ma dal pigionale. A cagione di questa sua posizione precaria, congiunge spesso l’ufficio di commissionario col suo impiego officiale. Durante il terrorismo, il periodo imperiale e la restaurazione, il portinaio era l’agente principale della polizia segreta. Così, ad esempio, il generale Foy era sorvegliato dal suo portinaio, il quale passava le lettere dirette a lui a leggere ad un agente di polizia, che si tratteneva nelle vicinanze (Vedi FROMENT, La police déroilèe). “Portinaio„ e “speziale„ sono perciò due nomi d'insulto, e l’istesso portinaio vuole essere chiamato “concierge„.

Eugenio Sue è così lontano dal descrivere la signora Pipelet come “disinteressata„ e innocente, che essa piuttosto inganna Rodolfo ben presto in una cambiale; che ella gli raccomanda la fraudolenta pegnoratrice la quale abita nella sua casa; che ella gli descrive la Rigoletta come una conoscenza la quale può essere gradita; che ella fa arrabbiare il comandante perchè paga male, e perchè lesina con lei — nella stia ira lo chiama: Commandant des deux liards — ca t'apprendra à ne donner que douze francs pur mois pour ton ménage — perchè egli ha la petitesse di tener d’occhio la sua legna, ecc. Ella stessa partecipa il motivo del proprio contegno “indipendente„. Il comandante paga soltanto 12 franchi al mese.

Pel signor Szeliga l’“Anastasia Pipelet deve in certo qual modo aprire la piccola guerra contro il mistero„.

Per Eugenio Sue. Anastasia Pipelet rappresenta la portinaia parigina. Egli vuole “drammatizzare il portinaio disegnato maestrevolmente dal signor Enrico Mounier„. Ma il signor Szeliga deve fare d’una delle qualità della signora Pipelet, la médisance, una sostanza a parte, e dopo ciò mutare la signora Pipelet nella rappresentante di questa sostanza.

“L’uomo — prosegue il signor Szeliga — il portiere Alfredo Pipelet, le sta a lato con minor fortuna„.

Per confortarlo di questa sua sfortuna, il signor Szeliga lo muta parimenti in una allegoria. Egli rappresenta il lato “obbiettivo„ del mistero, il “mistero come burla„.

“Il mistero al quale egli soggiace è una burla, un tiro che gli vien giuncato„.

Già, nella sua infinita misericordia la divina Dialettica muta l’“uomo sfortunato, vecchio, infantile„ in un “uomo forte„, nel senso metatìsico, rappresentando egli un momento importantissimo, fortunatissimo e decisivissimo nel processo del mistero assoluto. La vittoria su Pipelet è “la sconfitta più definitiva del mistero„. “Un uomo più giudizioso, più ardito, non si lascierà ingannare dalla farsa„.

VI. — Tortorella d’india (Rigoletta).

“Un passo ancora resta da fare. Il mistero per sua propria conseguenza, come abbiamo veduto in Pipelet e con Cabrion, spinto ad avvilirsi fino alla pura farsa. Ciò dipende ancora solamente da ciò, che l’individuo non si presta più a giuocare la stupida commedia. Tortorella d’india fa questo passo nel modo più disinvolto del mondo„.

Ognuno può nello spazio di due minuti imparare a penetrare il mistero di questa farsa speculativa ed anche ad applicarla.

Ne vogliamo dare un piccolo saggio.

Problema: Tu devi costruirmi come l’uomo diventa signore sulle bestie.

Soluzione speculativa: Sia data una mezza dozzina di animali, come il leone, il pescecane, il serpe, il toro, il cavallo ed il botolo. Astraiti da questi sei animali la categoria: animale. Rappresentati l’animale come un essere autonomo. Considera il leone, il pescecane, il serpe, ecc., come travestimenti, come incarnazioni dell’animale. Come tu hai mutato la tua immaginazione, l'animale della tua astrazione, in un essere reale, così muta ora l'animale reale in un essere d’astrazione, della tua immaginazione. Tu vedi che l’animale, che nel icone sbrana l’uomo, nel pescecane lo inghiotte, nel serpente l’avvelena, nel toro gli salta addosso per cozzarlo con le corna e nel cavallo gli tira calci, nella sua esistenza di botolo gli abbaia contro, soltanto, e muta la lotta contro l'uomo in una pura tìnta battaglia. L’animale, per sua propria conseguenza, come abbiamo veduto nel botolo, è stato spinto ad avvilirsi fino alla pura farsa. Se ora un fanciullo, oppure un uomo puerile, scappa dinanzi al botolo, questo dipende solo da ciò, che l’individuo non si presta più a recitare la sciocca commedia. L’individuo X fa questo passo nella maniera più disinvolta del mondo, facendo agire il suo bastone contro il botolo. Tu vedi come l'uomo, mediante l'individuo X e il botolo è diventato signore sull’animale, e perciò anche sugli animali, ed egli nell’animale come botolo ha debellato il leone come animale.

In modo simigliante la “Tortorella d’india„ del signor Szeliga, per l’intermedio di Pipelet e di Cabrion, trionfa del mistero dell’odierno stato mondiale. C’è di più! Ella stessa è una realizzazione della categoria: il mistero.

“Ella non si è ancora resa conscia del suo alto valore morale, perciò è essa stessa ancora mistero„.

Il mistero della Rigoletta non speculativa Eugenio Sue lo fa manifestare da Murph. Ella è une fort jolie grisette. Eugenio Sue ha descritto in lei il carattere amabile, umano, della grisette parigina. Soltanto egli dovette a sua volta, per devozione dinanzi alla borghesia e per una fisima tutta personale, idealizzare moralmente la grisette. Egli doveva raddolcire l’acuzie alla sua situazione sociale ed al suo carattere, cioè alla sua noncuranza per la forma del matrimonio, ai suoi ingenui rapporti con lo studente o con l'operaio. Sotto questo rispetto appunto ella forma un contrasto veramente umano con l’ipocrita, gretta ed egoistica moglie del borghese, con tutta la sfera della borghesia, cioè con la sfera officiale.

VII. — Lo stato mondiale dei Misteri di Parigi.

“Questo mondo dei misteri è ora lo stato generale mondiale, nel quale si sposta l’azione individuale dei misteri di Parigi„.

Il signor Szeliga “mentre„ “passa„ alla “riproduzione filosofica dell’epico avvenimento„, deve ancora “compendiare in un quadro generale i tratti particolari, tracciati nelle pagine precedenti„.

Deve considerarsi come una vera confessione, come la rivelazione del suo mistero critico che il signor Szeliga dica che egli vuol passare alla “riproduzione filosofica„ dell’epico avvenimento. Egli ha fin qui “riprodotto filosoficamente„ lo stato mondiale.

Il signor Szeliga continua nella sua confessione.

“Dalla sua rappresentazione risulta che i singoli misteri trattati non hanno il loro valore per sè, separato ciascuno dall’altro, che non sono punto Delle grandiose novità clamorose, ma che il loro valore consiste in ciò, che essi formano in se stessi un nesso organicamente articolato, la cui totalità costituisce il mistero„.

Nel suo umor sincero il signor Szeliga va anche più oltre. Egli confessa che la “successione speculativa„ non è la vera successione dei Mystères de Paris.

“Vero è che i misteri nel nostro Epos non si presentano in questa serie (a prezzi di costo?) conscia di se medesima. Ma noi non abbiamo neppure a che fare con l’organismo logico e libero steso dinanzi agli occhi della Critica, ma con una esistenza vegetale misteriosa„.

Noi saltiamo la sintesi del signor Szeliga e passiamo subito al punto che forma il N passaggio„. Noi abbiamo appreso in Pipelet l’“auto-burla del mistero„.

“Nella burla di se stesso il mistero fa giustizia di se stesso„.

Con questo, i misteri, annientando se stessi nella loro ultima conseguenza, chiamano ogni carattere vigoroso a un’indagine indipendente di case. “Rodolfo, principe di Gerolstein, l’uomo della “critica pura„ è chiamato a questa indagine ed allo “scovrimento dei misteri„.

Sebbene noi ci occuperemo di Rodolfo e delle sue gesta solo più tardi — quando avremo perduto di vista per qualche tempo il signor Szeliga — si può prevedere almeno questo, e può in certo modo esser presagito dal lettore, anzi supposto, in maniera vaga, che noi invece della misteriosa vita vegetativa che egli occupa nella critica Gazzetta della letteratura, faremo al contrario di lui “un membro logico, visibile, libero„ nell'“organismo della Critica critica„.



Ultima modifica 2019.09.29