Il ruolo della violenza nella storia

Friedrich Engels (†1896)


Tradotto indirettamente dalla versione inglese presente su MIA da: Leonardo Maria Battisti, agosto 2019.


I. Teoria della violenza

[Cfr.: Antidühring 2,2]

«Il rapporto fra la politica generale & le forme giuridiche dell'economia è determinato nel mio sistema in guisa così precisa e originale, che per facilitarne lo studio non sarebbe inutile tornarvi sopra. La formazione delle relazioni politiche è il fatto storico fondamentale ed i fatti economici che ne dipendono sono solo o effetti o casi speciali indi sono sempre fatti di second'ordine. Certi recenti sistemi socialisti hanno come principio direttivo l'idea, in apparenza evidentissima, di un rapporto affatto inverso (facendo nascere e svilupparsi dalle condizioni economiche le infrastrutture politiche). Ora, tali effetti di second'ordine di certo esistono in quanto tali, e al presente sono palesi al massimo; ma il fatto primitivo va cercato nella violenza politica immediata anziché in un'indiretta potenza economica»1.

Parimenti in un altro passo Dühring sostiene:

«le condizioni politiche sono la causa decisiva dell'ordine economico e il rapporto inverso rappresenta solo una reazione di second'ordine. [...] Allorché il raggruppamento politico non pigli l'avvio dal suo volere, ma si ponga come mezzo al fine del suo sostentamento, allora si è sempre reazionari travestiti per quanto si appaia socialisti radicali e rivoluzionari».

Ecco la teoria di Dühring. Essa è qui e in tanti altri passi solo asserita, quasi decretata. Nei tre grossi libri mai si fa cenno al minimo tentativo di prova o di confutazione a vedute opposte. Dühring non fornisce un argomento manco se fossero a buon mercato come le more2. Per lui la cosa è già provata dal famoso peccato originale: allorché Robinson asservì Venerdì3. Fu quello un atto di violenza indi un atto politico. E poiché tale asservimento è il punto di partenza e il fatto fondamentale di tutta la storia fino ad oggi e le inocula la colpa ereditaria dell'ingiustizia (tant'è che nei periodi migliori è stato solo attenuato e «mutato in forme più indirette di dipendenza economica») e poiché da tale asservimento primitivo dipende «il monopolio della violenza» finora valso, allora è chiaro che tutti i fenomeni economici vanno spiegati da cause politiche, cioè dalla violenza.

Chi non è persuaso è un reazionario travestito.

Bada anzitutto quanto Dühring deva essere innamorato di sé stesso per ritener «originale» tale opinione giammai originale. L'idea che le azioni politiche determinino la storia è antica quanto la stessa storiografia ed è la causa principale per cui si sia conservato così poco sulla vera evoluzione dei popoli, compiutosi silenziosamente sullo sfondo di tale scena rumorosa. Tale idea ha dominato tutto il concetto di storia passato e ricevette un primo colpo dai borghesi storici francesi sotto la Restaurazione4. Di «originale» Dühring ha solo di non saper ciò.

Ma ammettendo un istante che Dühring avesse ragione (che tutta la storia finora svolta sia riducibile all'asservimento dell'uomo da parte dell'uomo), con ciò non saremmo ancora sulla via per risolver la cosa. Infatti va chiesto: come Robinson arrivò ad asservire Venerdì? Per il puro piacere di asservirlo? No, affatto! Invero vediamo che Venerdì

«come schiavo o semplice strumento costretto a servigi economici, è precisamente mantenuto come strumento».

Robinson ha asservito Venerdì solo perché Venerdì lavorasse a profitto di Robinson. E come può Robinson trarre profitto per sé dal lavoro di Venerdì? Solo perché Venerdì produce col suo lavoro più mezzi di sussistenza di quanti gliene deva dare Robinson per tenerlo atto al lavoro. Robinson così, contro l'opinione di Dühring, «non piglia l'avvio dal raggruppamento politico» sorto con l'asservimento di Venerdì, ma lo ha considerato solo «come un mezzo al fine del suo sostentamento». Ora tocca a lui sbrigarsela col suo signore e padrone Dühring.

L'esempio puerile con cui Dühring doveva provare che la violenza è il «fatto fondamentale della storia» prova solo che la violenza sia solo il mezzo e che il fine sia invece il vantaggio economico. Se il fine è «più fondamentale» del mezzo che si impiega per raggiungerlo allora nella storia il fatto economico del rapporto è più fondamentale del fatto politico. Così l'esempio prova l'esatto contrario di ciò che doveva provar. E come per Robinson e Venerdì, così è per tutti i casi di dominio e servitù avuti finora. L'asservimento fu sempre (per usar l'elegante modo di esprimersi di Dühring) un «mezzo al fine del suo sostentamento» (inteso tal sostentamento nel senso più lato), ma mai e in nessun luogo ci fu un raggruppamento politico instaurato «dal solo volerlo». Serve essere Dühring per poter pensare che nello Stato le imposte siano solo «effetti di second'ordine» o che il raggruppamento politico odierno di borghesia dominante e proletariato dominato esista «dal solo volerlo» anziché del «fine di procurarsi da mangiare» della borghesia dominante (cioè in vista del profitto e dell'accumulazione del capitale).

Ma torniamo ai nostri due uomini. Robinson, «armi alla mano», ha fatto suo schiavo Venerdì. Ma per riuscirci, a Robinson serve un che oltre una spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Ciò esige due condizioni: primo, gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo; secondo, i mezzi per il suo sostentamento. Indi la schiavitù è possibile se si è raggiunto un certo sviluppo nella produzione e se si è stabilito un certo grado di disuguaglianza nella distribuzione. E perché il lavoro schiavile diventi il modo di produzione dominante della società, serve un ulteriore sviluppo della produzione, del commercio e dell'accumulo di ricchezza. Nelle antiche comunità naturali con proprietà comune del suolo, la schiavitù o non compare affatto o ha solo una parte di second'ordine. Così fu nella primitiva Roma agricola; invece allorché Roma divenne «capitale del mondo», e il possesso di fondi italiani si concentrò sempre più nelle mani di una classe di pochissimi proprietari ricchissimi, allora la popolazione contadina fu sostituita da una popolazione schiavile. Se al tempo delle guerre persiane il numero degli schiavi a Corinto salì a 460.000, a Egina a 470.000, e per ogni membro della popolazione libera c'erano dieci schiavi5, ciò esigeva, ancora, un che in più della «violenza»: un'industria artistica e artigiana guari sviluppata e un esteso commercio estero. La schiavitù statunitense dipese meno dalla violenza che dall'industria cotoniera inglese: nei distretti ove non cresceva il cotone o che non facevano (come gli Stati confinanti) da allevamento di schiavi pegli Stati cotonieri, la schiavitù si estinse da sé, senza uso di violenza, semplicemente perché non era remunerativa.

Così se Dühring chiama la proprietà moderna proprietà fondata sulla violenza e la caratterizza come

«quella forma di dominio il cui fondamento (oltre a un'esclusione del prossimo dall'uso dei mezzi naturali di sussistenza) sia l'asservimento dell'uomo (assai più caratterizzante)»,

così facendo rovescia affatto il rapporto. Ogni tipo di asservimento dell'uomo esige che chi soggioghi abbia i mezzi di lavoro coi quali solo possa adoprar l'asservito e, nel caso della schiavitù, che abbia pure i mezzi di sussistenza con i quali solo può tenere in vita lo schiavo. In ogni caso si presuppone il possesso di una certa ricchezza superiore alla media. Come è nata tale ricchezza? È chiaro che in molti casi è possibile che la ricchezza sia rubata indi poggi sulla violenza, ma ciò non è affatto necessario. La ricchezza può essere stata ottenuto col lavoro, col furto, col commercio, con la frode; ma prima di poter esser rubata, è uopo che sia stata ottenuta col lavoro.

In generale la proprietà privata non entra nella storia come risultato della rapina e della violenza. Anzi. Essa sussiste già, benché limitatamente a certi oggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Tale proprietà privata si sviluppa già in tale comunità, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Più i prodotti della comunità assumono forma di merci (cioè meno prodotti servono per l'uso personale del produttore) e più sono prodotti per il fine dello scambio, e più lo scambio altera pure in seno alla comunità la primitiva divisione naturale del lavoro, allora più diseguali diventano le ricchezze dei singoli membri della comunità, e più profondamente è minato l'antico possesso comune del suolo, e più lesta si dissolve la comunità e si forma il villaggio di contadini parcellari. Per secoli il dispotismo orientale e il domino mutevole di popoli nomadi conquistatori non pregiudicarono tali antiche comunità; a portarle a dissoluzione fu la rovina graduale della loro industria domestica naturale, causata dalla concorrenza dei prodotti della grande industria. Di violenza qui non si può guari parlar, né per la sparizione ancora in corso dei campi posseduti in comune dalle Gehöferschaften [comunità di villaggio] sulla Mosella o nello Hochwald: semplicemente, i contadini trovano di loro interesse che la proprietà privata del campo soppianti la proprietà comune. Pure la formazione di un'aristocrazia naturale (quale si ha nei celti, nei germani e nel Punjab) basata sulla proprietà comune del suolo, in origine non poggiò affatto sulla violenza bensì sul consenso e sulla consuetudine.

Ovunque si formi la proprietà privata, ciò capita in seguito a mutati rapporti di produzione e di scambio, nell'interesse dell'aumento della produzione e dell'incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza non vi ha parte alcuna.

È pur chiaro che l'istituto della proprietà privata deva già sussister prima che il predone possa appropriarsi l'altrui bene; cioè che la violenza possa mutare lo stato di possesso, ma non generare la proprietà privata come tale.

Pure per spiegar «l'asservimento dell'uomo allo stato servile» nella sua forma più moderna (cioè nel lavoro salariato) non serve ricorrere alla violenza, né alla proprietà fondata sulla violenza. Già si è accennata quale parte (nella dissoluzione delle antiche comunità, cioè nella generalizzazione diretta o indiretta della proprietà privata) abbia la conversione dei prodotti del lavoro in merci (la loro produzione per lo scambio anziché per il consumo proprio). Ma ora Marx provò nel Capitale (e Dühring bada a non spender una parola su esso) che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci muta in produzione capitalistica, e che in tale fase

«la legge dell'appropriazione basata sulla produzione e sulla circolazione delle merci (o legge della proprietà privata) muta nel suo diretto opposto (per propria dialettica, intima e inevitabile). Lo scambio di equivalenti (che pareva l'operazione primitiva) si è invertito sì che solo in apparenza è uno scambio, poiché: (1) la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è solo una parte del prodotto del lavoro altrui, appropriato senza equivalente; e (2) tale quota dev'esser reintegrata (nonché dal suo produttore, l'operaio) con un nuovo sovrappiù. [...] In origine il diritto di proprietà ci apparse basato sul rapporto di lavoro». Ora, alla fine della sua evoluzione esposta da Marx, «la proprietà ci appare, dal lato del capitalista, come diritto di appropriarsi lavoro altrui non pagato (cioè il prodotto di esso); e, dal lato dell'operaio, come impossibilità di appropriarsi del prodotto del suo lavoro. La scissione fra proprietà e lavoro segue d'uopo da una legge, scaturita in apparenza dalla loro identità»6.

In altre parole: (pure escludendo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni frode, e ammettendo che ogni proprietà privata in origine poggi sul lavoro proprio del possessore e che in tutto l'ulteriore corso siano scambiati solo valori eguali con valori eguali) è uopo arrivar (col progressivo sviluppo della produzione e dello scambio) all'attuale modo di produzione capitalistico (monopolio dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani d'una sola classe minoritaria, oppressione dell'altra classe maggioritaria di proletari diseredati) e al periodico succedersi di produzione vertiginosa e di crisi commerciali, e a tutta l'attuale anarchia della produzione. Tutto il processo si spiega da pure cause economiche, senza che siano serviti il furto, la violenza, lo Stato, o qualche interferenza politica. La «proprietà fondata sulla violenza» risulta così solo una frase che cela il non capir lo svolgimento reale delle cose.

Tale decorso, espresso storicamente, è la storia dello sviluppo della borghesia. Se le «condizioni politiche fossero la causa decisiva dell'ordine economico» allora la borghesia coeva non sarebbe sorta dalla lotta col feudalesimo, bensì sarebbe la sua diletta creatura, volutamente generata. Ognuno sa che è accaduto il contrario. Da ceto in origine oppresso (reclutato fra tributari della nobiltà feudale: villani e servi della gleba di ogni tipo), la borghesia, con una lotta incessante contro la nobiltà, è assurta a un posto di comando dopo l'altro, finché ha preso il potere nei Paesi più sviluppati, soppiantandola (in Francia rovesciandola direttamente, in Inghilterra imborghesendola sempre più e incorporandosela come proprio fastigio ornamentale). E come poté capitar? Solo con un mutamento dell'«ordine economico», cui seguì, tosto o tardi, un mutamento delle condizioni politiche, pacificamente o con la lotta. La lotta della borghesia contro la nobiltà feudale è la lotta della città contro la campagna, dell'industria contro la proprietà terriera, dell'economia monetaria contro l'economia naturale, e in tale lotta l'arma decisiva dei borghesi fu la loro potenza economica ognora crescente mercé lo sviluppo dell'industria (prima artigiana, poi manifatturiera) e l'estendersi del commercio.

Durante tale lotta, la violenza politica stette dalla parte della nobiltà, salvo un periodo in cui il potere regio si servì della borghesia contro la nobiltà, per tener in scacco un ceto mercé un altro; ma allorché la borghesia (politicamente sempre imponente pella sua crescente potenza economica) iniziò a divenir pericolosa, la monarchia tornò a legarsi con la nobiltà, indi la borghesia fece la rivoluzione prima in Inghilterra e poi in Francia. In Francia le «condizioni politiche» della borghesia erano rimaste immutate all'aumentare della sua posizione economica. Politicamente il nobile era tutto e il borghese nulla; ma socialmente il borghese era la classe più importante dello Stato. Il nobile aveva perso tutte le sue funzioni sociali e con le sue rendite seguitava ad incassar la retribuzione di tali scomparse funzioni. Di più: la borghesia, in tutta la sua produzione, era rimasta stretta nelle forme politiche feudali del medioevo, da lungo tempo superate dallo sviluppo di tale produzione (manifatturiero, ma pure solo artigianale): privilegi corporativi e barriere doganali locali e provinciali, divenuti, gli uni e le altre, puri ostacoli per la produzione. La rivoluzione della borghesia mise fine a ciò. Ma non, secondo il principio di Dühring, adattando la situazione dell'economia alle condizioni politiche (cosa che nobiltà e monarchia avevano invero tentato per anni, invano), bensì elidendo il putrido vecchiume politico e creando condizioni politiche in cui il nuovo «ordine economico» potesse esistere e svilupparsi.

Ed in tale atmosfera politica e giuridica, adatta ad essa, la borghesia si è così sviluppata da non esser lontana dalla posizione che la nobiltà occupava nel 1789: socialmente, più che superflua, diviene sempre più un ostacolo; si separa sempre più dall'attività produttiva e diviene sempre più una classe che solo intasca rendite, come ai suoi tempi la nobiltà7. Tale rovesciamento della sua posizione e la produzione di una nuova classe, il proletariato, si compiono per via puramente economica, senza alcun ruolo della violenza. Anzi: tale risultato dell'azione borghese si è imposto con forza irresistibile contro la volontà e l'intenzione della borghesia. Le forze produttive della borghesia si sono sottratte al suo controllo, e spingono (come se mosse da necessità naturale) tutta la società borghese o alla rovina o alla rivoluzione. E se la borghesia fa ora appello alla violenza per evitare il crollo della «situazione economica» in rovina, allora dà prova di esser schiava della stessa illusione di Dühring (che l'«elemento primitivo», la «violenza politica immediata», possa mutar quelle «cose di second'ordine», quali l'ordine economico e il suo sviluppo irresistibile; cioè che i cannoni di Krupp ed i fucili di Maser possano scacciar le conseguenze economiche della macchina a vapore e del meccanismo da essa azionato, del commercio mondiale e dell'odierno sviluppo bancario e creditizio). 

II. Teoria della violenza (continuazione)

[Cfr.: Antidühring 2,3]

Vagliamo più da vicino tale onnipotente «violenza» di Dühring. «Con la spada in pugno», Robinson asservisce Venerdì. Dove ha preso la spada? Manco nelle isole feeriche delle gesta robinsoniane le spade finora crescono sugli alberi, e Dühring lascia tale quesito irrisolto. Così come Robinson potesse procurarsi una spada, un bel giorno Venerdì potrebbe apparire con una pistola, rovesciando i rapporti di «violenza»: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare.

Mi scuso col lettore se ritorno alla storia di Robinson e Venerdì, più atta all'ambito dell'infanzia anziché della scienza, ma come evitarlo? Sono forzato ad applicar il metodo assiomatico di Dühring e non è colpa mia se così percorro il campo della puerilità.

Dicevo: la pistola batte la spada, indi pure l'assiomatico più puerile capirà che la violenza non è solo un atto di volontà, ma esige condizioni reali per attuarsi, specie arnesi, di cui il più perfetto batte il meno perfetto; e che devono esser prodotti. Ciò ci dice sia che il produttore di più perfetti strumenti di violenza (cioè armi) batte il produttore di strumenti meno perfetti, sia che, in una parola, la vittoria della violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi sulla «potenza economica», sull'«ordine economico», sul poter disporre dei mezzi materiali.

Oggi la violenza consta dell'esercito e della marina militare, e ambi costano «tremende quantità di denaro», come tutti sanno a loro spese. Ma la violenza non può far denaro; salvo razziar ciò che è già stato fatto (e pure ciò non giova tanto, come si è appreso coi miliardi francesi, di nuovo a nostre spese)8. In conclusione: il denaro deve venir dalla produzione economica; donde la violenza è determinata dall'ordine economico che le fornisce i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Di più. Nulla dipende dalle condizioni economiche più dell'esercito e della marina. Armamento, composizione, tattica e strategia dipendono, sempre, anzitutto dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Ivi hanno agito rivoluzionarmente l'invenzione di armi migliori e il cambio del materiale umano (il soldato), anziché le «libere creazioni dell'intelletto» di condottieri geniali; nel migliore dei casi l'azione dei condottieri geniali si limita ad adeguar il modo di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti9.

All'inizio del ‘300 venne dagli arabi agli europei occidentali la polvere da sparo e mutò tutta l'arte della guerra, come ogni scolaro sa. L'introduzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco non fu un atto di violenza, bensì un fatto industriale, cioè economico. L'industria resta industria, rivolta che sia o alla produzione o alla distribuzione di cose. E l'introduzione delle armi da fuoco rivoluzionò i rapporti politici di dominio e di servitù, oltre all'arte della guerra. Per ottener polvere e armi da fuoco servivano industria e denaro, ambi possessi dei borghesi della città. Così all'inizio le armi da fuoco furono armi delle città e dei re che si affidavano alle città per difendersi dalla nobiltà feudale. Le mura di pietra dei castelli nobiliari (fino allora inespugnabili) cedettero ai cannoni dei borghesi, i proiettili borghesi trafissero le corazze nobiliari. Assieme alle corazze della cavalleria cadde pure il dominio della nobiltà. Con lo sviluppo della borghesia, fanteria e artiglieria divennero le armi sempre più decisive; e i bisogni dell'artiglieria diedero all'arte militare una nuova specialità affatto industriale: il genio.

Il miglioramento delle armi da fuoco fu molto lento. Il cannone restò pesante e il moschetto, malgrado tante invenzioni di particolari, restò rozzo. Passarono più di 300 anni prima che si creasse un'arma atta ad equipaggiare tutta la fanteria. Solo all'inizio del ‘700 giovò equipaggiar la fanteria col fucile a pietra con baionetta, sostituendo la picca. La fanteria coeva constava di mercenari del principe, rigidamente istruiti, ma malfidi, coesi a bastonate. Erano reclutati a forza fra gli elementi più corrotti della società, e spesso fra i prigionieri di guerra nemici. La sola forma di combattimento in cui tali soldati potevano usar la nuova arma era la tattica di linea, che raggiunse il più alto perfezionamento sotto Federico II. Tutta la fanteria d'un esercito formava tre lati di un lungo quadrilatero vuoto al centro e che in blocco si muoveva in formazione da battaglia: tuttalpiù era concesso ad una delle due ali di avanzare o indietreggiare un po'. Tale massa impacciata poteva muoversi in formazione solo in pianura, e pure lì solo con un'andatura lenta (settantacinque passi al minuto). Era impossibile mutar la formazione da battaglia durante l'azione, e la vittoria o la sconfitta si decideva in breve tempo, in un colpo solo, tostoché la fanteria era impegnata sulla linea del fuoco.

Nella Guerra di indipendenza americana a tali linee impacciate si opposero bande di ribelli che, benché non addestrati, sapevano però tirar meglio coi loro fucili, combattendo nel proprio interesse, senza così disertar come le truppe mercenarie, e senza far agli inglesi la gentilezza di schierarsi come loro in linea e in pianura, procedendo invece in gruppi sciolti, assalendo per rifugiarsi lesti nei boschi. La formazione in linea qui fu inefficiente e soccombette a nemici invisibili e inafferrabili. Fu scoperta la guerriglia: nuovo modo di combattere dovuto ad un mutamento nel materiale umano (il patriota).

Quanto la rivoluzione americana iniziò fu completato dalla Rivoluzione francese, pure nel campo militare. La Rivoluzione francese, al pari dell'americana, agli addestrati eserciti mercenari della coalizione regia poteva opporre masse non addestrate ma copiose: tutta la nazione in armi. Ma tali masse servivano a protegger Parigi, a coprire un territorio determinato, il che impossibile da far senza vincere una battaglia campale. La guerriglia difensiva non bastava; serviva un'altra forma atta all'impiego di masse. Tale forma fu trovata con la colonna. La formazione in colonna permetteva pure a truppe non addestrate di muoversi con discreto ordine e di compier una marcia più lesta (cento passi e più al minuto); permetteva di infranger le rigide forme della vecchia formazione in linea, di combattere su ogni terreno (anche quello più sfavorevole alla linea), di raggruppar le truppe in modo atto ad ogni evenienza, e (con tale uso di tiratori sparpagliati) di arrestare, impegnare, stancar le linee nemiche finché giungeva il momento di sbaragliarle nel punto decisivo dello schieramento, con le masse tenute in riserva.

Tale modo nuovo di combattere (associando tiratori e colonne, e dividendo l'esercito in divisioni o corpi d'armata autonomi, muniti di tutte le armi), perfezionato da Napoleone (dai punti di vista sia tattico sia strategico), si impose anzitutto mercé il mutato materiale umano (offerto dalla Rivoluzione francese). Ma esso aveva pure due importanti condizioni tecniche preliminari: la prima, gli affusti più leggeri costruiti da Gribeauval per i cannoni da campagna (ottenendo quel movimento più celere di cui oggi sono capaci); seconda, l'innovazione del fucile mercé la curvatura del calcio (il quale fino allora era stato una continuazione della canna, che così era prolungata in linea perfettamente retta), che fu introdotta in Francia nel 1777 (sul modello del fucile da caccia) e permise di mirare su un uomo singolo (senza un'alta probabilità di fallir il colpo), nonché di sparare correndo. Senza tal progresso, con la vecchia arma, era impossibile avere guerriglieri combattenti in ordine sparso.

Il sistema rivoluzionario di armare la nazione fu tosto ridotto ad una coscrizione obbligatoria (cui gli abbienti si sottraevano con sostituzioni in denaro), e adottato in tale forma dalla maggior parte degli Stati continentali. Solo la Prussia tentò di puntar sull'efficienza bellica del popolo col suo sistema del Landwehr10. La Prussia fu poi il primo Stato (dopo che fra il 1830 e il 1860 il fucile caricato dalla bocca ebbe fatto il suo tempo) a dotar tutta la sua fanteria dell'arma più moderna: il fucile a retrocarica a canna rigata. A queste due innovazioni essa dovette i suoi successi del 186611.

Nella Guerra franco-prussiana combatterono per la prima volta due eserciti ambi armati di fucili a retrocarica a canna rigata, ed ambi con le stesse formazioni tattiche del tempo del vecchio fucile a pietra a canna liscia. L'unica differenza fu che la Prussia, con l'introduzione della compagnia incolonnata, tentò di trovar una formazione di combattimento più atta al nuovo armamento. Ma quando, il 18 agosto a Saint-Privat12, la guardia prussiana tentò di impiegar seriamente la compagnia incolonnata, i cinque reggimenti più impegnati perdettero, in circa due ore, i due terzi dei loro effettivi (176 ufficiali e 5114 uomini di truppa), e da allora la compagnia incolonnata come formazione da battaglia fu condannata quanto il battaglione incolonnato e la linea. Il tentativo d'esporre truppe serrate al fuoco dei fucili nemici fu abbandonato e, da parte prussiana, si combatté solo con fitte schiere di tiratori, nei quali la colonna si era già dissolta sotto la grandine di proiettili, cosa che però dall'alto fu condannata come contro la disciplina. Del pari il passo di corsa divenne l'unico tipo di movimento sul terreno battuto dal fuoco dei fucili nemici. Ancora una volta il soldato fu più intelligente dell'ufficiale; poiché trovò istintivamente l'unica forma di combattimento contro le armi a retrocarica che, malgrado l'opposizione del comando, fu adottata.

La Guerra franco-prussiana ha segnato una svolta di ben più importante di tutte le precedenti. In primo luogo le armi si sono così perfezionate che non è più possibile un altro progresso che abbia un qualche influsso rivoluzionario. Ottenuti cannoni coi quali si può colpir un battaglione ai limiti della visuale, e fucili dalla stessa gittata con cui si può colpire un singolo uomo e ci si mette meno a caricarli che a mirare, allora ogni progresso ulteriore è più o meno irrilevante per la guerra in campo aperto. L'evoluzione può dirsi conclusa in tal senso13. In secondo luogo questa guerra ha costretto tutti i grandi Stati del continente ad introdurre il sistema prussiano del Landwehr, e tali gravami militari d'uopo li rovineranno in pochi anni. L'esercito è divenuto fine precipuo dello Stato e fine a sé stesso; i popoli esistono solo per offrir e nutrir i soldati. Il militarismo domina e divora l'Europa. Ma tale militarismo è pure il germe della sua transizione. La concorrenza dei singoli Stati fra loro, da un lato, li costringe ad impiegar ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, etc. (affrettando la rovina finanziaria); dall'altro, col servizio militare obbligatorio per tutti, familiarizza tutto il popolo all'uso delle armi, rendendolo atto a far valere a un certo momento la sua volontà alla casta militare che lo comanda. E a ciò si arriverà tostoché la massa del popolo (operai rurali e urbani, e contadini) avranno una sola volontà. Al che l'esercito regale muterà in esercito popolare; la macchina rifiuterà di servir: il militarismo perisce per la dialettica della sua evoluzione. Il socialismo compirà infallibilmente ciò che non poté compier la democrazia borghese del 1848 (proprio perché era borghese e non proletaria, incapace di dar alle masse lavoratrici una volontà corrispondente ai bisogni della loro classe). Ciò sfascerà il militarismo dall'interno e da lì all'estero. Ecco la prima morale della nostra storia della fanteria moderna14.

La seconda morale, tornando a Dühring, è che tutta l'organizzazione e il modo di combatter degli eserciti (indi vittoria e sconfitta) dipendono da condizioni materiali (cioè economiche), dal materiale-uomo e dal materiale-armi, insomma dalla qualità e dalla quantità della popolazione e della tecnica. Solo un popolo di cacciatori, quali gli americani, poteva inventare la guerriglia, ed erano cacciatori per cause economiche, e per cause economiche oggi questi stessi cacciatori yankee dei vecchi Stati sono mutati in agricoltori, in industriali, in navigatori e in mercanti: non cacciano più nelle foreste vergini, bensì nel campo della speculazione, ove impiegano pure le masse. Solo una rivoluzione quale quella francese (che emancipò economicamente borghesi e contadini) poté crear eserciti di massa nonché forme di movimento libere contro cui si infransero le vecchie linee impacciate (riflessi militari di quell'assolutismo per il quale combattevano). E si è visto caso per caso come i progressi della tecnica, allorché trovarono uso militare e furono di fatto usati, imposero tosto cambi, anzi rivoluzioni nel modo di combattere, e per giunta spesso contro la volontà dei comandi militari. Pure un sottufficiale potrebbe spiegare a Dühring quanto la condotta militare dipenda inoltre dalle forze produttive e dai mezzi di comunicazione, sia nelle retrovie sia nel teatro di guerra di un singolo Paese. In breve: ovunque e sempre sono le condizioni e i mezzi economici a far vincere la «violenza», senza cui la violenza cessa di esistere e chi volesse riformare la guerra da un opposto punto di vista (secondo i princìpi di Dühring), raccoglierebbe solo busse*1.

Se dalla terra passiamo al mare, solo negli ultimi vent'anni è successa una rivoluzione ancora più grande. La nave da battaglia della guerra di Crimea16 era di due o tre ponti di legno, armata da 60 a 100 cannoni, perlopiù mossa ancora da vele (avente solo una debole macchina a vapore sussidiaria). Portava perlopiù pezzi da 32 libbre, con canna del peso di circa 50 quintali, accanto a qualche pezzo da 68 libbre, con canna dal peso di 95 quintali. Verso la fine della guerra apparvero batterie galleggianti corazzate di ferro, pesanti, moventesi a stento, ma invincibili ai colpi delle artiglierie coeve. Tosto si adottò tale corazzatura di ferro pure per le navi da battaglia. All'inizio le piastre erano sottili (si stimava già pesante una corazza di quattro pollici di spessore). Ma il progresso dell'artiglieria tosto rese vana la corazzatura: per ogni nuovo spessore di corazzata si trovò un nuovo pezzo d'artiglieria più forte da trafiggerlo facilmente.

Così ora si è giunti, da un lato, a corazze di 10, 12, 14, 21 pollici di spessore (l'Italia sta costruendo una nave con una corazza spessa 3 piedi); dall'altro, a cannoni rigati con canne del peso di 25, 35, 80 fino a 100 tonnellate (peso lordo: 20 quintali), con proiettili (dalla gittata finora inaudita) del peso di 300, 400, 1700 nonché 2000 libbre. L'odierna nave da battaglia è un gigantesco vapore ad elica corazzato, che stazza da 8000 a 9000 tonnellate e dalla potenza di 6000 a 8000 cavalli-vapore, con torri girevoli, e quattro (tuttalpiù sei) cannoni pesanti, e con una prua che sotto la linea dell'acqua sporge in un rostro atto a affondare le navi nemiche, speronandole. È un'unica macchina colossale, su cui il vapore (nonché a muoverla velocemente) serve ad azionar il timone, issar le ancore, girare le torri, caricare e puntare i cannoni, pompare l'acqua, issar e calar le scialuppe (a loro volta azionate dal vapore), etc. E la concorrenza fra corazza e cannone è così lontana dalla conclusone, che oggi giorno una nave è già vecchia prima di essere uscita dal cantiere, senza rispondere più alle esigenze.

La moderna nave da battaglia (nonché un prodotto) è un saggio della grande industria moderna: una fabbrica galleggiante (specializzata però nella produzione di sperpero di denaro). Il Paese in cui la grande industria è maggiormente sviluppata ha quasi il monopolio della costruzione di tali navi. Tutte le corazzate turche, quasi tutte le russe e la maggior parte delle tedesche sono costruite in Inghilterra; piastre di corazze per ogni uso sono fabbricate quasi solo a Sheffield; delle tre aziende metallurgiche d'Europa che sole sono in grado di fornir i cannoni più pesanti, due sono in Inghilterra (Woolwich e Elswick) e la terza (Krupp) in Germania17.  

Ecco qui appalesarsi come la «violenza politica immediata» (che per Dühring è «la causa decisiva dell'ordine economico») invece soggiaccia affatto all'ordine economico; come pure la costruzione e la manovra degli strumenti violenti sul mare (le navi militari) siano divenute un ramo della grande industria moderna. E niuno è sì disturbato da tale stato di cose quanto la violenza stessa, lo Stato, a cui oggi una nave costa quanto prima costava un'intera piccola flotta; e il quale deve accettar che tali carissime navi siano invecchiate perdendo il loro valore già prima di esser varate; e deve esser disgustato quanto Dühring dal fatto che l'uomo dell'«ordine economico», l'ingegnere, oggi a bordo caglia più dell'uomo della «violenza immediata», il capitano. Invece a noi non fa rabbia veder come, nella gara fra corazza e cannone, la nave militare si perfezioni sì da esser tanto costosa quanto inservibile militarmente*2; come tale gara rilevi nel campo della guerra navale l'interna legge dialettica del moto, per cui il militarismo, come ogni altro fenomeno storico, è portato all'estinzione dalla sua propria evoluzione.

Così non è vero che

«il fatto primitivo va cercato nella violenza politica immediata anziché in un'indiretta potenza economica».

Anzi! Cosa pare «il fatto primitivo» della violenza stessa? La potenza economica; disporre dei mezzi della grande industria. La forza politica sul mare, basata sulle moderne navi militari, si presenta (anziché «immediata») proprio mediata dalla potenza economica, dall'alto sviluppo raggiunto dalla metallurgia, dal disporre di tecnici esperti e ricche miniere di carbone.

Ma a che serve tutto ciò? Nella prossima guerra navale si dia l'alto comando a Dühring che, senza siluri o altri artifici, con solo la sua «violenza immediata», annienterà tutte le flotte corazzate asservite all'ordine economico.

III. Teoria della violenza (conclusione)

[Cfr.: Antidühring 2,4]

«È una circostanza molto importante che l'assoggettamento della natura si è compiuto, in generale, solo tramite l'assoggettamento dell'uomo» (Un assoggettamento si è compiuto da solo!). «Lo sfruttamento economico della proprietà terriera di vaste estensioni si è compiuto sempre e ovunque assoggettando l'uomo a qualche forma di schiavitù o servitù. Lo stabilirsi di un dominio economico sulle cose esige il dominio politico, sociale ed economico dell'uomo sull'uomo. Come si potrebbe figurare un grande proprietario terriero senza un suo correlato dominio su schiavi, servi o su gente indirettamente non libera? Come la forza del singolo (fornita semmai delle forze della sua famiglia) potrebbe ottener o aver ottenuto un'agricoltura condotta su vasta scala? Lo sfruttamento della terra o l'estensione del dominio economico su di essa in una misura superiore alle forze naturali del singolo, nella storia finora, è stato possibile solo perché, prima o insieme allo stabilirsi del dominio sul suolo, si è compiuto pure il corrispondente asservimento dell'uomo. Nei periodi di ulteriore sviluppo, tale asservimento si è mitigato [...] nella sua forma presente appo gli Stati più civilizzati: il lavoro salariato più o meno controllato dal dominio della polizia. Indi: sul lavoro salariato poggia la pratica possibilità di quella forma odierna della ricchezza rappresentata dal dominio di vasti terreni e (!) dai grandi latifondi. Tutte le altre forme di distribuzione della ricchezza sono spiegabili storicamente in modo analogo, e la dipendenza indiretta dell'uomo dall'uomo (che è il tratto basilare dello stato economico più avanzato) non è spiegabile in sé, ma solo come l'eredità mutata di un assoggettamento ed un'espropriazione che in passato erano diretti».

Così Dühring.

Tesi: Il dominio della natura (da parte dell'uomo) presuppone la dominazione dell'uomo (da parte dell'uomo).

Prova: Lo sfruttamento economico della grande proprietà terriera si è compiuto sempre e ovunque per mezzo di servi.

Prova della prova: Come può esserci un grande latifondista senza servi (dacché il grande latifondista da solo con la sua famiglia potrebbe coltivare solo una piccola parte di ciò che possiede)?

Dunque: Per provar che per asservire la natura l'uomo deva prima asservir l'uomo, Dühring muta «la natura» in «grande proprietà terriera», e muta tale proprietà terriera (non si sa di chi) in proprietà di un grande latifondista (che certo non può coltivare la sua terra senza servi).

In primo luogo «dominio della natura» e «sfruttamento economico» della proprietà non sono affatto la stessa cosa. Il dominio della natura è esercitato nell'industria in una misura ben diversa che nell'agricoltura (l'agricoltura finora si lascia dominare dal meteo; l'industria lo domina).

In secondo luogo: se ci limitiamo allo sfruttamento economico della grande proprietà terriera, allora cale saper a chi appartenga tale proprietà terriera. Al che, al principio della storia di tutti i popoli civili (anziché «grandi latifondisti», che Dühring fa spuntare con la sua abituale prestidigitazione, da lui detta «dialettica naturale»19), troviamo comunità tribali e di villaggio, con possesso comune del suolo. Dall'India all'Irlanda, lo sfruttamento economico della grande proprietà terriera fu compiuto in origine da tali comunità tribali e di villaggio (di preciso: coltivando o la terra in comune per conto della comunità, o terreni parcellari distribuiti dalla comunità alle famiglie per periodi definiti, mantenendo l'uso comune di boschi e pascoli). Bada che di tali cose nulla sa Dühring (coi suoi «più profondi studi specialistici nel campo politico e giuridico»); che tutte le sue opere ignorano affatto sia il lavoro epocale di Maurer20 sulla primitiva costituzione della marca tedesca (base di tutto il diritto tedesco), sia tutta la letteratura che si richiama a Maurer, tesa a provare la primitiva proprietà comune del suolo nei popoli civili dell'Asia e dell'Europa ed esibirne le forme diverse di esistenza e di dissoluzione. Come nel campo del diritto francese e inglese Dühring «abbia esibito da sé la sua ignoranza» (per grande che fosse), così da sé esibisce nel campo del diritto tedesco un'ignoranza di stare al livello cui erano vent'anni fa i professori contro cui si adira perché limitati.

È una pura «libera creazione ed immaginazione» di Dühring asserir che lo sfruttamento della grande proprietà terriera esiga proprietari terrieri e servi. In tutto l'oriente (ove proprietario terriero è la comunità o lo Stato) manca nelle lingue pure la parola proprietario terriero (su ciò Dühring può consultare i giuristi inglesi, che sul quesito «Chi è il proprietario?» in India si sono torturati invano quanto già il defunto principe Enrico LXXII di Reuss-Greiz-Schleiz-Lobenstein-Eberswalde sul quesito «Chi è il guardiano notturno?»). In oriente solo i turchi hanno introdotto nelle terre da loro conquiste un tipo di proprietà terriera feudale. La Grecia già nell'età eroica fa il suo ingresso nella storia con un'organizzazione in classi che in sé è il prodotto palese di un'ignota preistoria; ma pure ivi il suolo è economicamente sfruttato perlopiù da contadini indipendenti. Le più vaste proprietà dei notabili e dei capi delle tribù sono solo eccezioni che scompaiono ben presto. Pure l'Italia fu dissodata perlopiù da contadini. Quando negli ultimi tempi della repubblica romana i latifondi (estesissimi fondi rustici) cacciarono i contadini parcellari sostituendoli con schiavi, al contempo sostituirono all'agricoltura l'allevamento del bestiame e rovinarono l'Italia (come già seppe Plinio: latifundia Italiam perdidere21). Nel medioevo prevale in tutta l'Europa (specie per dissodare terre vergini) la coltivazione contadina; e per la nostra questione non cale se e quali tributi tali contadini dovessero pagar a un feudatario. I coloni della Frisia, della bassa Sassonia, della Fiandra e del basso Reno, che misero a coltura le terre ad est dell'Elba (tolte agli slavi), lo fecero da contadini liberi sotto favorevoli tributi, giammai sotto «prestazioni feudali di qualsiasi genere». Nel Nordamerica la massima parte del suolo fu aperta da contadini liberi, mentre i grandi proprietari terrieri sudisti (a suon di schiavi e coltura intensiva) esaurirono il suolo al punto che poté dar vita solo ad abeti e la coltura del cotone dovette emigrare sempre più verso a ovest. In Australia e Nuova Zelanda, fallirono tutti i tentativi del governo inglese di creare artificialmente un'aristocrazia terriera. Insomma: salvo le colonie tropicali e subtropicali (ove il clima impedisce all'europeo il lavoro dei campi), risulta una fola il grande proprietario terriero che (tramite schiavi e servi della gleba) assoggetti la natura al suo dominio e dissodi il terreno. Anzi: laddove nell'antichità il grande proprietario terriero faccia la sua comparsa (come in Italia), ei non dissoda terre incolte, ma muta in pascoli i terreni resi coltivabili dai contadini, rovinandoli e spopolando interi paesi. Solo nell'età moderna (solo dacché la popolazione salita accrebbe il valore del suolo; e dacché lo sviluppo dell'agronomia rese usabili pure terreni di scarsa qualità) il grande proprietario terriero iniziò a contribuir a render coltivabili terre desertiche e pascoli, perlopiù rubando ai contadini le terre di proprietà comune (tanto in Inghilterra come in Germania). Pure ciò non senza contrappeso. Per ogni acro di terra di proprietà comune che i grandi proprietari terrieri hanno reso coltivabili in Inghilterra, sono mutati in Scozia almeno tre acri di terra coltivabile in pascolo ovino (o addirittura in riserva di caccia).

L'affermazione di Dühring (che a render coltivabile la grande proprietà terriera, cioè quasi tutta la terra coltivata, «sempre e ovunque» siano stati solo grandi proprietari terrieri tramite servi) ha «come suo presupposto» un'ignoranza greve della storia. Ivi non serve sapere l'estensione (in epoche diverse) di terre resa coltivabile da schiavi (come quando fiorì la Grecia) o servi (come nei fondi rustici feudali a partir dal medioevo), né quale fosse la funzione sociale dei grandi proprietari terrieri in varie epoche.

E (dopo averci presentato tale magistrale quadro di fantasia, in cui non si sa se ammirare di più la prestidigitazione della deduzione o la falsificazione della storia) Dühring esclama trionfante:

«Beninteso: tutte le altre forme di distribuzione della ricchezza sono spiegabili storicamente in modo analogo!».

Beninteso: col che si risparmia la fatica di dire una sola parola, per es., sull'origine del capitale.

Se (con tale dominio dell'uomo sull'uomo come condizione preliminare del dominio dell'uomo sulla natura) Dühring vuole solo dire che in generale il nostro ordine economico attuale nel suo insieme (il grado di sviluppo oggi raggiunto dall'agricoltura e dall'industria) è il risultato di una storia della società che è proceduta per antagonismi di classi (di rapporti di dominio e servitù), dice un luogo comune, divenuto invalso dopo l'uscita del Manifesto comunista. Da spiegare storicamente è l'origine delle classi (dei rapporti di dominio). Se su ciò Dühring ha solo la parola «violenza», ne sappiamo quanto prima. Il solo fatto che, in ogni epoca, i dominati e gli sfruttati sono molto più numerosi dei dominatori e degli sfruttatori (e che allora i primi hanno la forza reale) basta a esibir la stoltezza della teoria della violenza. Quindi restano ancora da spiegare i rapporti di dominio e servitù.

Tali rapporti sono sorti per due vie. [1. Tutela degli interessi comuni interni. 2. Possibilità di sostentare forze-lavoro esterne]

Gli uomini fanno il loro ingresso nella storia allorché in origine emergono dal mondo animale (in senso stretto): ancora mezzi animali, rozzi, ancora impotenti ante le forze naturali, ancora ignari delle proprie; perciò poveri come gli animali e di poco più produttivi di essi. Regna una certa eguaglianza delle condizioni di vita, e per i capifamiglia pure una specie di eguaglianza della condizione sociale: in ogni caso un'assenza di classi sociali, che resta ancora nelle prime comunità agricole dei popoli appena civili. In ognuna di tali comunità esistono fin dall'inizio certi interessi comuni: la cui tutela va delegata a singoli, (benché sotto il controllo della comunità): decisioni di litigi, repressione di prepotenze di singoli eccedenti i loro diritti, controllo di acque (specie in Paesi caldi) e infine funzioni religiose (data la loro primitività). Siffatti offici si trovano nelle comunità primitive di ogni epoca: per es., nelle più antiche marche tedesche e ancor oggi in India. Sono offici svolti con una certa autonomia di poteri e costituiscono i primi rudimenti del potere dello Stato. A poco a poco salgono le forze produttive; la maggiore popolazione crea interessi (là comuni, lì contrastanti) fra le singole comunità, il cui raggruppamento in maggiori complessi provoca una nuova divisione del lavoro e la creazione di organi per difender gli interessi comuni e resister agli interessi contrastanti.

Tali organi, che (come rappresentanti degli interessi comuni di tutto il gruppo) hanno già assunto una posizione particolare (in certi casi pure antagonistica) ante la comunità, tosto si rendono ancor più indipendenti, in parte poiché in un mondo in cui tutto procede in modo spontaneo l'officio diviene ereditario, in parte poiché cresce il bisogno di essi al crescer del numero dei conflitti con altri gruppi.

(Ivi non ci serve indagar: come col tempo la funzione sociale si renda sì indipendente dalla società da dominarla? Come l'originario servitore, favorito dall'occasione, siasi mutato in padrone? Come, secondo l'occasione, tale padrone si sia mutato in despota o satrapo orientale, o capotribù greco, o capo del clan celtico, etc.? Quanto la violenza intervenne in tale mutazione? E come i singoli dominatori formarono una classe dominante?).

Ciò che qui cale stabilire è che: ovunque la base del dominio politico fu l'esercizio di una funzione sociale. E che: il dominio politico è durato a lungo solo allorché abbia seguitato a compiere tale funzione sociale. Qualsiasi despota salito e caduto dal governo di Persia e India (e sono tanti!) seppe esattamente di essere l'imprenditore generale dell'irrigazione delle vallate fluviali, senza cui laggiù non sarebbe stata possibile l'agricoltura. Solo gli illuminati inglesi seppero negligere ciò in India: essi abbandonarono i canali d'irrigazione e le cateratte; e solo ora (per le carestie ricorrenti con regolarità), scoprono di aver negletto l'unica attività che al loro dominio in India poteva dare almeno la stessa legittimità dei loro predecessori.

Oltre alle classi, si formò qualcos'altro. La divisione naturale del lavoro (appo la famiglia agricola) permise, ottenuto un certo benessere, di introdurre una o più forze-lavoro estranee. In specie ciò capitò in Paesi in cui l'antico possesso comune del suolo era già sparito o almeno l'antica coltivazione in comune aveva ceduto il posto alla coltivazione separata di appezzamenti parcellari del suolo per opera delle rispettive famiglie. La produzione si sviluppò tanto da produrre più di quanto servisse per mantener la forza-lavoro dell'uomo. C'erano sia i mezzi per mantenere più forze-lavoro sia quelli per impiegarle; la forza-lavoro acquistò un valore. Ma la comunità in sé (o l'aggregato di cui faceva parte) non fornivano forze-lavoro eccedenti. Invece le forniva la guerra e la guerra era antica quanto la coesistenza di più gruppi di comunità. Prima non si sapeva cosa fare dei prigionieri di guerra (così si uccidevano e basta, e ancora prima si mangiavano). Ma al livello raggiunto ora dall'«ordine economico» essi acquistarono un valore, così si lasciarono vivere e si usò il loro lavoro. Così la violenza, anziché dominare l'ordine economico, fu costretta a servire l'ordine economico. Così fu inventata la schiavitù.

Presto essa diventò la forma dominante di produzione appo tutti i popoli che si sviluppavano oltre la vecchia comunità, ma in ultimo fu pure la ragione della loro decadenza. Solo la schiavitù permise la divisione del lavoro fra agricoltura e industria su scala da permetter il fiore del mondo antico: la civiltà ellenica. Senza la schiavitù non sarebbero esistiti lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia; senza la schiavitù non sarebbe esistito l'impero romano. E senza le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe stata l'Europa moderna. Mai dovremmo dimenticar che tutta la nostra evoluzione economica, politica, intellettuale presuppone uno stato di cose in cui la schiavitù era tanto necessaria quanto approvata. In tal senso siamo giustificati a dire che: senza l'antica schiavitù non ci sarebbe il moderno socialismo.

È facile inveire con frasi generali contro la schiavitù e cose simili, e sfogare un elevato sdegno morale contro tale infamia. Purtroppo ciò dice solo cose risapute, cioè che tali antiche istituzioni non sono più adeguate alle condizioni odierne (ed ai sentimenti determinati da tali condizioni!). Ma così non si impara: come tali istituzioni siano sorte, perché sussistettero, e quale funzione che ebbero nella storia? E, se affrontassimo tale argomento, allora dovremmo dire, benché possa suonare contraddittorio ed eretico, che: l'introduzione della schiavitù nelle circostanze coeve fu un gran progresso. È un fatto che l'umanità ebbe principio dagli animali indi abbisognò di mezzi barbarici, quasi bestiali, per uscir dalla barbarie. Le antiche comunità, ove sono perdurate, dall'India alla Russia, sono da millenni la base della forma più rozza di Stato: il dispotismo orientale. Solo dove esse si sciolsero, i popoli divennero padroni di sé e il loro ulteriore progresso constò dell'incremento e del progresso della produzione per mezzo del lavoro schiavile.

È chiaro: finché il lavoro umano era ancora sì poco produttivo da fornir poca eccedenza oltre ai mezzi necessari all'esistenza, l'incremento delle forze produttive, l'estensione del traffico, lo sviluppo dello Stato e del diritto, dell'arte e delle scienze erano possibili solo per mezzo di un'accresciuta divisione del lavoro, la quale doveva aver per base la grande divisione del lavoro fra le masse (occupate nel semplice lavoro manuale) & quei pochi privilegiati (che esercitavano la direzione del lavoro, il commercio, gli affari di Stato, e più tardi le professioni dell'arte e della scienza). La forma più semplice, più naturale di tale divisione del lavoro fu proprio la schiavitù. Dati i presupposti storici del mondo antico, specie del mondo ellenico, il progresso verso una società fondata sugli antagonismi delle classi si poté compiere solo nella forma della schiavitù. E ciò fu un progresso per gli stessi schiavi: ora i prigionieri di guerra, da cui si reclutava la massa degli schiavi, conservarono almeno salva la vita, mentre prima erano uccisi, e prima ancor arrostiti.

Ivi aggiungiamo che tutti gli antagonismi storici finora esistiti fra sfruttatori e sfruttati, classi dominanti e classi oppresse, trovano la loro spiegazione nella stessa produttività del lavoro umano (non ancora giunta al totale sviluppo). Finché l'autentica popolazione lavoratrice è stata assorbita dal suo lavoro necessario (da non aver tempo di occuparsi degli affari comuni della società, direzione del lavoro, affari di Stato, questioni giuridiche, arte, scienze, ecc.), ha sempre dovuto esistere una classe dominante, libera dall'effettivo lavoro per occuparsi di tali affari22. Ma in tali casi, mai tale classe ha mancato, per il proprio profitto, di imporre alle masse lavoratrici un lavoro sempre crescente. Solo l'enorme incremento delle forze produttive ottenuto dalla grande industria concede di distribuir il lavoro fra tutti i membri della società (senza eccezioni), e di limitare il tempo di lavoro per ognuno sì che gli resti un tempo libero bastevole per partecipar agli affari generali della società (teorici e pratici). Solo oggi ogni classe dominante e sfruttatrice è divenuta superflua (anzi ostacolo allo sviluppo sociale) da poter esser elisa, benché possieda la «violenza immediata».

Così se Dühring storce il naso ante la civiltà ellenica perché si fondò sulla schiavitù, con lo stesso diritto può rimproverar ai greci di non aver avuto la macchina a vapore e il telegrafo elettrico. E se afferma che il lavoro salariato moderno sia schiavitù ereditaria, mutata e mitigata, non spiegabile per sé stesso (cioè con le leggi economiche dell'attuale società), allora sta dicendo o che lavoro salariato e schiavitù sono ambi forme di servitù e di dominio di classe (come sa ogni bambino), o una tesi falsa. Infatti con lo stesso diritto potremmo dire che il lavoro salariato si spiega come forma mitigata di cannibalismo, considerato oggi da tutti come la prima forma di impiego dei nemici vinti.

Ecco evidente quale funzione abbia la violenza nella storia di fronte allo sviluppo economico. In primo luogo, ogni forza politica si fonda in origine su una funzione economica, sociale, poi si accresce nella misura in cui (con la dissoluzione delle comunità primitive) i membri della società mutano in produttori privati, estraniandosi ancora di più da coloro che amministrano le funzioni sociali comuni. In secondo luogo la forza politica (dopo che si è resa indipendente ante la società; e muta da serva a padrona) può agir in due direzioni. O agisce nel senso e nella direzione del regolare sviluppo economico: in tal caso non nasce conflitto fra i due e lo sviluppo economico viene accelerato. O agisce nel senso opposto: in tal caso, con poche eccezioni, soggiace regolarmente allo sviluppo economico. Tali poche eccezioni sono casi isolati di conquista, in cui i più rozzi conquistatori sterminarono o cacciarono la popolazione d'un Paese; distruggendone le forze produttive di cui non sapevano cosa fare. Così fecero i cristiani nella Spagna moresca, distruggendo la maggior parte delle opere di irrigazione su cui poggiavano l'agricoltura e la floricoltura avanzate dei mori. Beninteso: ogni conquista fatta da un popolo più rozzo turba lo sviluppo economico e distrugge numerose forze produttive. Ma nell'enorme maggioranza dei casi di conquista durevole il conquistatore più rozzo deve adattarsi all'«ordine economico» superiore che trova. Ei è assimilato dai conquistati e deve perfino accettarne la lingua. Ma (salvo i casi di conquista) ove il potere statale interno di un Paese si opponga al suo sviluppo economico (come finora ad un certo grado di sviluppo capitò ad ogni potere politico), la lotta ogni volta finisce con la caduta del potere politico. Senza eccezione ed inesorabilmente, lo sviluppo economico si è fatto strada (si è già ricordato l'ultimo esempio più palese: la prima Rivoluzione francese). Se l'ordine economico e con esso la costituzione economica d'un dato paese dipendessero solo dal potere politico (tale la dottrina di Dühring), non si capirebbe perché, dopo il Quarantotto, Federico Guglielmo IV non riuscì (malgrado il suo «magnifico esercito»23) ad innestar corporazioni medievali ed altre ubbie romantiche nelle ferrovie, nelle macchine a vapore e nella grande industria del suo Paese che iniziava a svilupparsi; o perché lo zar di Russia (ancora più potente) non possa pagare i suoi debiti, nonché tenere in piedi la sua «forza», senza attinger di continuo all'«ordine economico» dell'Europa occidentale24.

Per Dühring la violenza è il male assoluto; il primo atto di violenza è per lui il peccato originale, tutta la sua esposizione è una geremiade su come tale potenza diabolica abbia contagiato tutta la storia finora con la tabe del peccato originale, ed abbia con infami stravolto tutte le leggi naturali e sociali. Ma Dühring non sa che la violenza abbia nella società ancora un'altra funzione (quella rivoluzionaria), che essa sia «la levatrice della vecchia società gravida di una nuova» [Capitale I, 24, 6], che essa sia lo strumento con cui si compie il movimento della società, spezzando forme politiche irrigidite e sterili.

Solo con sospiri e gemiti ei ammette la possibilità che per abbattere l'economia dello sfruttamento forse servirebbe la violenza... purtroppo! In quanto ogni uso di violenza avvilisce colui che la usa.

Questo ci tocca sentir quando si può constatare l'elevato slancio morale e intellettuale quale fu risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E dice ciò in Germania, ove una violenta collisione (che potrebbe pure colpire il popolo) avrebbe almeno il vantaggio di estirpare lo spirito servile penetrato nella coscienza nazionale per l'umiliazione della guerra dei trent'anni25. E tale mentalità da predicatore (fiacca, insipida e impotente) ha la pretesa di imporsi al partito più rivoluzionario che la storia conosca?


Note

*1. Ciò si apprende pure dallo stato maggiore prussiano.

«La base della guerra è in primo luogo la forma economica generale della vita dei popoli»,

dice Max Jähns (capitano di stato maggiore) in una relazione scientifica (Kölnische Zeitung, 20 aprile 1876, terza pagina)15. [Nota di Engels]

*2. Il perfezionamento dell'ultimo prodotto della grande industria per la guerra navale, la torpedine ad autopropulsione, sembra che dovrà realizzare quanto diciamo: in effetti la più piccola torpediniera sarebbe superiore alla più potente corazzata. (Si ricordi che quanto sopra fu scritto nel 1878)18. [Nota di Engels]

1. I brani riportati in carattere minore sono di Dühring: Corsi di economia sociale.

2. Cfr. Shakespeare: Enrico VIII, parte I, atto II, scena 4, dove questa battuta è pronunciata da Falstaff.

3. Robinson e Venerdì sono i personaggi del romanzo di Daniel Defoe [1661-1731]: La vita e le sorprendenti avventure di Robinson Crusoe [1719.04.25].

4. Riferimento a: Augustin Thierry; Franois Pierre-Guillame Guizot; Franois-Auguste-Marie Mignet; Louis-Adolphe Thiers.

5. Engels prese tali cifre forse dall'opera dello storico dell'antichità Wilhelm Wachsmuth: Antichità elleniche dal punto di vista dello Stato, parte II, sezione I, Halle 1829, p.44 (dell'edizione originale tedesca). Le cifre sugli schiavi a Corinto (capitale della corinzia) ed Egina (isola davanti ad Atene) al tempo delle guerre persiane (498-448 a.C.) derivano da Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, libro VI), e sono esagerate.

6. Marx: Capitale I, 22, 1.

7. Oggi la separazione della borghesia dall'attività produttiva raggiunge il massimo col pieno sviluppo delle banche come strumento per dragare e concentrare il denaro. L'accumulazione del capitale nelle banche (da parte di milioni di risparmiatori) nel Primo mondo serve a coinvolgere la piccola borghesia nello sfruttamento del proletariato industriale del proprio Paese (e della stessa piccola borghesia risparmiatrice), e nello sfruttamento dei Paesi del terzo mondo attraverso le nuove forme di imperialismo. Il potere finanziario è un'entità astratta. Sono funzionari anonimi che impiegano i capitali nelle banche per tale sfruttamento.

8. In base alle condizioni del trattato di pace (dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71), negli anni 1871-73 la Francia dovette versar alla Germania come spese di guerra 5 miliardi di franchi.

9. Al posto dei sei capoversi seguenti, nel testo originario c'era una trattazione più estesa, che Engels copiò a parte, sotto il titolo: Tattica della fanteria derivata dalle cause materiali.

10. Landwehr (milizia territoriale) era il sistema introdotto in base a un progetto di Scharnhorst del 1813.03.17: esso disponeva il richiamo delle leve più anziane dei congedati. Nella guerra franco-prussiana del 1870-71 il primo scaglione del Landwehr fu impiegato in combattimento a fianco dell'esercito permanente.

11. Nella Guerra austro-prussiana [1866], l'Hannover, l'Assia Kassel, il Nassau, Francoforte divennero province prussiane; gli Stati a nord del Meno furono obbligati a formar una confederazione con la Prussia.

12. Nella battaglia di St. Privat [1870.08.18] le truppe tedesche sconfissero, riportando però gravi perdite, l'esercito francese del Reno. Essa è ricordata come la battaglia di Gravelotte.

13. L'introduzione dell'aviazione non muta i termini del problema. Di più: con l'equilibrio atomico, lo scontro bellico è tornato alle armi convenzionali («paleoguerra» [Umberto Eco]). I bombardamenti rendono vulnerabili le concentrazioni di grandi forze, provocando il combattimento di unità indipendenti, mutando la guerriglia da rivoluzionaria a strategia di eserciti regolari. I principi generali di Engels non hanno mutato validità.

14. Sarà il lavoro politico dei bolscevichi nell'esercito a dare una volontà alle masse lavoratrici armate dalla coscrizione, mutando una parte dell'esercito zarista in un esercito rivoluzionario al servizio del popolo.

15. La conferenza di Max Jähns (Machiavelli [sic] und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht) fu pubblicata nella Kölnische Zeitung, nei numeri 108, 110, 112 e 115, del 18, 20, 22 e 25 aprile 1876. La Kölnische Zeitung, quotidiano, uscì a Colonia dal 1802 al 1945; rispettava la politica della borghesia liberale prussiana.

16. Guerra di Crimea [1853-1856]: conflitto fra Russia e Turchia (alleata di Inghilterra, Francia e Sardegna), causato dal conflitto d'interessi economici e politici di tali Paesi nel Vicino Oriente.

17. Pure oggi i Paesi in cui l'industria atomica è più sviluppata, e che controllano la produzione della materia prima, detengono il monopolio della costruzione dell'armamento atomico (America; Inghilterra; Francia).

18. L'ultima frase tra parentesi fu aggiunta da Engels alla terza edizione (1885) dell'Anti-Dühring.

19. Dühring definì “naturale” la sua “Dialettica” in contrapposto alla dialettica hegeliana, per «ricusare esplicitamente ogni comunanza con le confuse manifestazioni della parte decaduta della filosofia tedesca», cioè con la “innaturale” dialettica hegeliana.

20. Georg Ludwig Maurer [1790-1872]: storico della società germanica, primitiva e medievale.

21. «I latifondi condussero l'Italia a perdizione» [Plinio il Vecchio: Storia naturale, XVIII, 35].

22. Oggi, che una classe particolare destinata alla cura degli affari comuni muti in classe dominante è il pericolo dell'organizzazione burocratica nello Stato, finché le masse non si occupano degli affari dello Stato.

«Oggi dovremmo aggiungere la più recente e forse più formidabile forma di dominio dell'uomo sull'uomo: la burocrazia o il dominio di un intricato sistema di uffici in cui nessuno, né uno né i migliori, né i pochi né i molti, può essere ritenuto responsabile e che potrebbe giustamente essere definito come il dominio da parte di Nessuno. (Se, d'accordo col pensiero politico tradizionale, definiamo la tirannide come il governo che non è tenuto a render conto di se stesso, il dominio da parte di Nessuno è chiaramente il più tirannico di tutti, dato che non è rimasto proprio nessuno che potrebbe essere chiamato a rispondere di quello che sta facendo. È questo stato di cose, che rende impossibile la localizzazione della responsabilità e l'individuazione del nemico, una delle cause più potenti dell'attuale stato di inquietudine e di rivolta diffuso a livello mondiale, della sua natura caotica e della sua pericolosa tendenza a sfuggire a ogni controllo scatenandosi in atti di violenza.)» [Hannah Arendt: Sulla violenza (1970)].

23. L'espressione «magnifico esercito» fu usata nel 1849.01.01 da Federico Guglielmo IV nel suo messaggio augurale di capodanno all'esercito prussiano.

24. I capitali necessari alla politica di espansione economica dello zar Alessandro III furono rifiutati dalla Germania e concessi dalla Francia per favorire lo sviluppo di una potenza russa per bilanciar quella prussiana

25. Guerra dei trent'anni [1618-1648] fu un conflitto fra monarchia e nobiltà, fra il campo cattolico-feudale (il papa, gli Asburgo di Spagna e d'Austria, i prìncipi cattolici tedeschi) e i Paesi protestanti (Boemia, Danimarca, Olanda e vari Stati tedeschi riformati) alleati coi re francesi. La guerra si tenne soprattutto sul suolo tedesco, rovinando i contadini e le classi medie, inaugurando l'assolutismo principesco, con la scomparsa del sentimento nazionale germanico. La pace di Westfalia [1648] smembrò politicamente la Germania in principati, privi di un'associazione con il popolo, senza potersi mai appellar alla sua lealtà.



Ultima modifica 2019.12.28