Storia della Rivoluzione Russa

Leon Trotsky (1930)

 

 

Secondo volume: La rivoluzione d'Ottobre

APPENDICE 2

Il socialismo in un paese solo

"Il paese più sviluppato mostra a quello meno sviluppato l'immagine del suo futuro". Quest'affermazione di Marx, che parte metodologicamente non dall'economia mondiale come un intero ma dal singolo paese capitalistico come tipo, è diventata meno applicabile proporzionalmente all'estensione del capitalismo a tutti i paesi, senza riguardo del loro livello industriale e del loro precedente destino. L'Inghilterra di un tempo rivelava il destino della Francia, meno quello della Germania e neppure un pizzico di quello di Russia e India. I menscevichi russi, però, interpretano quest'affermazione condizionale di Marx in modo incondizionato. La Russia arretrata, essi affermano, non dovrebbe correre avanti ma seguire umilmente i modelli già pronti. A questo tipo di "marxismo" anche i liberali sono pronti a sottoscrivere.

Un'altra meno popolare formula di Marx - "Nessuna formazione sociale scompare prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per cui essa ha un posto" - parte, al contrario, non dal paese preso separatamente, ma dalla sequenza delle formazioni sociali universali (schiavitù, feudalesimo, capitalismo). I menscevichi, però, interpretano quest'affermazione dal punto di vista del singolo stato, traendone la conclusione che il capitalismo russo ha ancora molta strada da percorrere prima di raggiungere il livello europeo ed americano. Ma le forze produttive non si sviluppano nel vuoto! Non si può parlare delle possibilità di un capitalismo nazionale e ignorare, da un lato, la lotta di classe che da esso scaturisce e, dall'altro, la sua dipendenza dalle condizioni mondiali. L'abbattimento proletario della borghesia è scaturito dallo stesso capitalismo russo, riducendo perciò a nulla le sue astratte possibilità economiche. La struttura dell'industria, come anche il carattere della lotta di classe, erano determinate in Russia in un grado decisivo dalle condizioni internazionali. Il capitalismo aveva raggiunto nell'arena mondiale un punto in cui i suoi costi di produzione - intesi in senso sociologico e non commerciale - perdevano di ogni giustificazione. I dazi, il militarismo, le crisi, le guerre, le consultazioni diplomatiche ed altri flagelli, dissipavano tanta energia creativa che, nonostante i successi della tecnica, non restavano più stanze per un'ulteriore crescita di prosperità e cultura.

Il fatto superficialmente paradossale che la prima vittima a pagare per i peccati del capitalismo mondiale fosse la borghesia di un paese arretrato, in realtà si accorda pienamente alla legge delle cose. Marx ne aveva già dato spiegazione alla sua epoca: "Gli scoppi violenti hanno luogo prima alle estremità dell'organismo borghese che nel suo cuore, poiché in questo una regolazione della situazione è meglio attuabile". Sotto il mostruoso fardello dell'imperialismo deve necessariamente cadere per primo quello stato che non ha ancora accumulato un largo capitale nazionale e a cui la concorrenza mondiale non offre privilegi particolari. Il collasso del capitalismo russo è stato l'espressione locale di una formazione sociale universale. "Una corretta valutazione della nostra rivoluzione", ha detto Lenin, "è possibile solo da un punto di vista internazionale".

Noi abbiamo in ultima analisi ascritto la rivoluzione d'ottobre non all'arretratezza russa, ma alla legge dello sviluppo congiunto. La dialettica storica non conosce né nuda arretratezza, né progressismo chimicamente puro. È tutta una questione di correlazioni concrete. La storia attuale dell'umanità è ricca di "paradossi", non tanto colossali quanto la crescita della dittatura proletaria in un paese arretrato, ma di un simile tipo storico. Il fatto che gli studenti e gli operai della Cina stiano assimilando così ardentemente la dottrina del materialismo storico, mentre i leader laburisti della civilizzata Inghilterra credono nella potenza magica degli incantesimi della chiesa, mostra oltre ogni dubbio che in certe sfere la Cina ha surclassato l'Inghilterra. Ma il disprezzo degli operai cinesi per l'ingegno ottuso e medievale di MacDonald non ci autorizza a dedurre che lo sviluppo generale della Cina sia superiore a quello della Gran Bretagna. La superiorità culturale ed economica di quest'ultima può essere espressa in cifre esatte. L'imponenza di tali cifre non preclude comunque la possibilità che gli operai cinesi possano conquistare il potere prima di quelli della Gran Bretagna. Una dittatura del proletariato cinese, da parte sua, sarebbe ben lontana dall'implicare la costruzione del socialismo entro i confini della muraglia cinese. Criteri formali, pedanti, limitati o eccessivamente nazionali non sono adatti alla nostra epoca. Lo sviluppo mondiale ha forzato la Russia fuori dalla sua arretratezza e dalla sua asiaticità. Al di fuori dell'intreccio di tale sviluppo, il suo futuro destino non può essere capito.

Le rivoluzioni borghesi erano dirette in egual grado contro le relazioni di proprietà feudali e contro il particolarismo regionale. Il nazionalismo stava al fianco del liberalismo nel portare quella bandiera liberatrice. L'umanità occidentale tempo addietro si è così spogliata di queste scarpe infantili. Le forze produttive dei giorni nostri sono diventate troppo grandi non solo per la forma borghese di proprietà, ma anche per i confini degli stati nazionali. Liberalismo e nazionalismo sono in egual misura divenuti catene per l'economia mondiale. La rivoluzione proletaria è diretta sia contro la proprietà privata dei mezzi di produzione che contro il frazionamento nazionale dell'economia mondiale. La battaglia per l'indipendenza condotta dai popoli orientali è compresa in questo processo mondiale e quindi si mescola ad esso. La creazione di una società socialista nazionale, se tale obiettivo fosse in qualche modo raggiungibile, comporterebbe un'estrema riduzione del potere economico degli uomini. Ma proprio per questa ragione esso è irraggiungibile. L'internazionalismo non è un principio astratto, ma l'espressione di un fatto economico. Giusto come il liberalismo fu nazionale, così il socialismo è internazionale. Partendo dalla divisione mondiale del lavoro, il compito del socialismo è quello di portare lo scambio internazionale di beni e servizi al suo più alto sviluppo.

Nessuna rivoluzione ha mai coinciso completamente con l'idea che di essa avevano i suoi partecipanti, né potrebbe essere altrimenti. Nondimeno, le idee e gli scopi di coloro che sono impegnati nella lotta, formano un elemento costituente della rivoluzione assai importante. Ciò è specialmente vero in relazione alla rivoluzione d'ottobre, poiché mai in tutta la storia passata la concezione della rivoluzione in testa ai rivoluzionari si è avvicinata così tanto all'essenza reale degli eventi come nel 1917.

Un lavoro sulla rivoluzione d'ottobre sarebbe certamente incompleto se non rispondesse alla domanda: come considerava il partito, proprio nel cuore degli eventi, lo sviluppo della rivoluzione, e cosa si aspettava da essa? Questa domanda assume un valore sempre più importante man mano che i giorni passati vengono oscurati dagli interessi attuali. Le politiche cercano sempre un supporto nel passato, e se non ne trovano come offerta volontaria esse non di rado tentano di estrarlo con la forza. La politica ufficiale presente dell'Unione Sovietica poggia sulla teoria del "socialismo in un solo paese" come se essa fosse il tradizionale punto di vista del partito bolscevico. Le generazioni più giovani, non solo dell'Internazionale Comunista ma anche di tutti gli altri partiti, sono indotte a credere che il potere sovietico fu ottenuto nel nome della creazione di una società socialista indipendente in Russia. La realtà storica non ha niente in comune con questo mito. Fino al 1917 il partito non ha mai ammesso nemmeno l'idea che una rivoluzione proletaria in Russia potesse essere raggiunta prima che lo fosse in occidente. Fu per la prima volta alla conferenza d'aprile che, sotto la pressione di eventi che allora si svelavano completamente, il partito ha riconosciuto come suo compito la presa del potere. Per quanto questo riconoscimento abbia aperto un nuovo capitolo della storia del bolscevismo, esso non ha niente in comune con la prospettiva di una società socialista indipendente. Al contrario, i bolscevichi hanno categoricamente rigettato come una caricatura l'idea attribuita loro dai menscevichi di voler creare un "socialismo contadino" in un paese arretrato. La dittatura del proletariato in Russia era considerata dai bolscevichi un ponte per una rivoluzione in occidente. Il problema della trasformazione socialista della società fu riconosciuto essere nella sua vera essenza internazionale.

È stato solo nel 1924 che è avvenuto un cambiamento riguardo questa fondamentale questione. Venne allora per la prima volta proclamato che la costruzione socialista era pienamente realizzabile entro i limiti dell'Unione Sovietica, indipendentemente dall'evoluzione del resto dell'umanità, se solo gli imperialisti non avessero abbattuto il potere sovietico per mezzo di un intervento militare. La nuova teoria venne allora adottata con forza retroattiva. Se nel 1917 - dicono gli epigoni - il partito non avesse creduto nella possibilità di creare una società socialista indipendente in Russia, esso non avrebbe avuto il diritto di prendere il potere. Nel 1926 l'Internazionale Comunista ha ufficialmente condannato la non accettazione della teoria del socialismo in un paese solo ed ha esteso questa condanna all'intero passato, a partire dall'anno 1905.

Tre serie di idee vennero allora dichiarate ostili al bolscevismo: (1) la negazione della possibilità per l'Unione Sovietica di sopravvivere per una durata di tempo indeterminata all'interno di un ambiente capitalistico (problema dell'intervento militare); (2) la negazione della possibilità di poter superare da sé, ed entro i suoi confini nazionali, la contraddizione tra città e campagna (problema dell'arretratezza economica e agricola del paese); (3) la negazione della possibilità di poter creare una società socialista segregata (problema della divisione mondiale del lavoro). Sarà possibile, secondo la nuova scuola, difendere l'inviolabilità dell'Unione Sovietica, persino senza rivoluzione negli altri paesi, per mezzo della "neutralizzazione della borghesia". La collaborazione dei contadini alla costruzione del socialismo deve essere considerata come certa. La dipendenza dall'economia mondiale è stata liquidata dalla rivoluzione d'ottobre e dai successi economici raggiunti dai soviet. Un rifiuto di accettare queste tre proposizioni si identifica come "trotskysmo" - dottrina incompatibile al bolscevismo.

Il lavoro della storico diventa qui quello di una ristrutturazione ideologica. Egli deve scovare le genuine prospettive e gli scopi del partito rivoluzionario dai conseguenti cumuli politici. Malgrado la brevità dei periodi susseguitisi, questo lavoro è molto simile a quello di decifrare un palinsesto, poiché le costruzioni degli epigoni non sono affatto sempre migliori delle ingenuità teologiche dei monaci del settimo e ottavo secolo che distrussero le pergamene e i papiri dei classici.

In generale, in tutto questo libro si è cercato di evitare di opprimere il testo con una serie innumerevole di citazioni; ma il presente saggio, a causa dell'essenza del suo compito, dovrà fornire al lettore molti testi genuini, anche per evitare che sorga il sospetto di una loro selezione artificiosa. Dobbiamo consentire al bolscevismo di parlare con la sua stessa lingua. Sotto il regime della burocrazia staliniana esso è deprivato di questa possibilità.

Il partito bolscevico è stato dal giorno della sua nascita un partito socialista rivoluzionario. Esso ha però visto come suo compito storico immediato quello dell'abbattimento dello zarismo e dell'inaugurazione di una struttura democratica. Il contenuto principale della rivoluzione era quello di fornire una soluzione democratica al problema agrario. La rivoluzione socialista venne rimandata ad un futuro sufficientemente remoto o quanto meno indefinito. Era considerato irrefutabile che tale rivoluzione avrebbe potuto imporsi all'ordine del giorno solo dopo la vittoria del proletariato occidentale. Questo postulato, forgiato dal marxismo russo nella sua battaglia contro i narodichi [populisti] e gli anarchici, era uno dei più solidi possedimenti del partito. Ne seguivano alcune considerazioni ipotetiche: nel caso in cui la rivoluzione democratica avesse assunto in Russia una portata assai estesa, esso avrebbe potuto dare un impeto diretto alla rivoluzione socialista in occidente, e ciò avrebbe permesso al proletariato russo di giungere successivamente al potere ad un passo più spedito. La prospettiva storica generale rimaneva immutata persino nella sua versione più favorevole. Il corso degli eventi accelerò semplicemente tale sviluppo.

Fu nello spirito di queste prospettive che Lenin scrisse, nel settembre 1905: "Dalla rivoluzione democratica noi inizieremo immediatamente ad andare oltre, e nell'esatta misura della nostra forza, la forza di un proletariato cosciente e organizzato, noi inizieremo ad andare oltre nella direzione di una rivoluzione socialista. Noi siamo per una rivoluzione continua. Non ci fermeremo a metà strada". Questa citazione, per quanto sorprendente possa essere, è sta impiegata da Stalin per poter identificare la vecchia prognosi del partito col corso reale degli eventi del 1917. Resta solo incomprensibile perché i quadri del partito siano stati colti alla sprovvista dalle "Tesi di aprile" di Lenin.

In realtà la battaglia del proletariato per il potere avrebbe dovuto svilupparsi - secondo la vecchia concezione - solo dopo che la questione agraria fosse stata risolta entro l'ossatura di una rivoluzione democratico-borghese. La preoccupazione era dovuta al fatto che i contadini, saziati della loro fame di terra, non avrebbero avuto stimoli ad appoggiare una nuova rivoluzione. E poiché la classe operaia russa, essendo una chiara minoranza all'intero del paese, non sarebbe stata capace di prendere il potere facendo affidamento sulle proprie forze, Lenin coerentemente considerava impossibile parlare di una dittatura del proletariato in Russia prima della vittoria del proletariato in occidente.

"La completa vittoria della presente rivoluzione", scrisse Lenin nel 1905, "sarà il definitivo abbattimento della democrazia e l'inizio della battaglia decisiva per la rivoluzione socialista. L'attuazione delle richieste contemporanee dei contadini, la distruzione completa della reazione, l'ottenimento della repubblica democratica, saranno il fine ultimo della rivoluzione borghese e persino piccolo-borghese. Ciò corrisponderà anche all'inizio della vera battaglia del proletariato per il socialismo". Per piccola borghesia si intendono qui, in primo luogo, i contadini.

Da quali condizioni scaturisce lo slogan della rivoluzione "continua"? Lenin risponde come segue: i rivoluzionari russi, sulla base dell'esperienza di tutta una serie di generazioni rivoluzionarie d'Europa, hanno il diritto di "sognare" d'aver successo nel "raggiungere con una completezza mai vista prima l'intera trasformazione democratica, il nostro programma minimo [...] E se ciò riesce - allora [...] la conflagrazione rivoluzionaria darà fuoco all'Europa [...] l'operaio europeo si solleverà per mostrare 'come si fa', quindi la sollevazione rivoluzionaria europea avrà un effetto retroattivo sulla Russia e l'epoca degli anni rivoluzionari diverrà epoca dei decenni rivoluzionari". Il contenuto indipendente della rivoluzione russa, persino nel suo più alto sviluppo, non trascende i confini della rivoluzione democratico-borghese. Solo una vittoriosa rivoluzione in occidente può aprire l'era della battaglia per il potere anche per il proletariato russo. Questa concezione era pienamente in forza nel partito fino all'aprile 1917.

Se si mettono da parte citazioni episodiche, esagerazioni polemiche ed errori individuali, l'essenza della disputa sulla questione della rivoluzione permanente dal 1905 al 1917 si riduce non al problema del se il proletariato russo potesse o meno, dopo aver conquistato il potere, costruire una società socialista nazionale - su questo nessun marxista russo si è fatto illusioni nemmeno per un attimo fino al 1924 - ma semplicemente al problema del se una rivoluzione borghese realmente capace di risolvere la questione agraria fosse ancora realizzabile in Russia, o se invece per il raggiungimento di quest'obbiettivo fosse stata necessaria una dittatura proletaria.

Che parte dei suoi precedenti punti di vista ha mutato Lenin nelle sue tesi d'aprile? Egli non ha rinunciato neppure per un attimo né alla dottrina del carattere internazionale della rivoluzione socialista, né all'idea che una via socialista potesse essere percorsa nell'arretrata Russia solo in diretta cooperazione con l'occidente. Ma Lenin dichiarò qui per la prima volta che il proletariato russo, a causa dell'arretratezza delle sue condizioni nazionali, poteva giungere al potere prima del proletariato dei paesi avanzati.

La rivoluzione di febbraio s'è mostrata incapace di risolvere tanto il problema agrario quanto il problema nazionale. I contadini ed i popoli oppressi della Russia, nella loro battaglia per la democrazia, si son trovati così costretti ad appoggiare la rivoluzione d'ottobre. Solo perché la democrazia piccolo-borghese russa fu incapace di portare a termine quel lavoro storico realizzato dalla sua sorella maggiore occidentale, il proletariato guadagnò accesso al potere prima di quello occidentale. Nel 1905, il bolscevismo progettava di passare alla battaglia per la dittatura del proletariato solo dopo il raggiungimento degli obiettivi democratici. Nel 1917 la dittatura del proletariato scaturì dal non raggiungimento degli obiettivi democratici.

Ma il carattere congiunto della rivoluzione russa non si ferma a questo. La conquista del potere da parte della classe operaia rimuove automaticamente la linea di demarcazione tra "programma minimo" e "programma massimo". Sotto la dittatura del proletariato - ma solo là! - la trasformazione dei problemi democratici in problemi socialisti divenne inevitabile, a dispetto del fatto che i proletari d'Europa non ci avessero ancora mostrato "come si fa".

Questo cambiamento dell'ordine rivoluzionario tra oriente e occidente, con tutta la sua rilevanza per il destino della Russia e del mondo intero, ha nondimeno un significato storicamente limitato. Non importa quanto avanti sia balzata la rivoluzione russa, la sua dipendenza dalla rivoluzione mondiale non è scomparsa né diminuita. La possibilità di una trasformazione delle riforme democratiche in socialiste è creata direttamente da una combinazione di condizioni interne - prima tra loro l'interconnessione tra proletariato e contadini. Ma in ultima istanza i limiti di una trasformazione socialista sono determinati dalle condizioni economiche e politiche nell'arena mondiale. Non importa quanto sia grande l'impeto nazionale, esso non permette comunque di saltare oltre il pianeta.

Nella sua condanna del "trotskysmo", l'Internazionale Comunista ha aggredito con estrema forza l'opinione per cui il proletariato russo, avendo preso in mano il timone e senza aver incontrato l'appoggio dell'occidente, "entrerà in severo conflitto [...] con le larghe masse contadine con la cui cooperazione è giunto al potere".

Pur considerando che l'esperimento storico ha confutato completamente questa prognosi - formulata da Trotsky nel 1905, quando nessuno dei suoi presenti critici ha mai ammesso l'idea di una dittatura del proletariato in Russia - anche in questo caso resta indiscutibile il fatto che tale considerazione, dei contadini come alleati inaffidabili e traditori, era proprietà comune di tutti i marxisti russi, Lenin compreso. La reale tradizione del bolscevismo non ha niente in comune con la dottrina della aprioristicamente presunta armonia d'interessi tra operai e contadini. Al contrario, la critica di questa teoria piccolo-borghese è stata sempre l'elemento più importante nella lunga battaglia tra marxisti e narodichi.

"Una volta passata l'epoca della rivoluzione democratica in Russia", scrisse Lenin nel 1905, "sarà allora ridicolo persino parlare di un'unità d'intenti tra proletariato e contadini. I contadini, come classe proprietaria di terra, giocheranno, in questa battaglia [per il socialismo], lo stesso ruolo instabile e traditore che la borghesia sta ora giocando nella battaglia per la democrazia. Dimenticare ciò è dimenticare il socialismo, mentire a se stessi e gli altri sui genuini interessi e compiti del proletariato".

Nell'elaborare uno schema delle correlazioni di classe da utilizzare durante la rivoluzione del 1905, Lenin ha caratterizzato, nelle seguenti parole, la situazione che si sarebbe dovuta formare dopo la liquidazione della proprietà terriera: "Il proletariato sta già lottando per proteggere le conquiste democratiche nell'interesse della rivoluzione socialista. Questa battaglia sarebbe quasi senza speranza per il solo proletariato russo e la sua sconfitta sarebbe inevitabile [...] se il proletariato socialista europeo non venisse in [suo] aiuto [...] a questo punto la borghesia liberale e i contadini benestanti (più parte di quelli medi) organizzeranno una controrivoluzione. In queste circostanze il proletariato russo potrebbe giungere ad una seconda vittoria. La causa non sarebbe allora persa. Tale vittoria sarebbe la rivoluzione socialista in Europa. Gli operai europei ci mostreranno "come si fa".

Approssimativamente in quegli stessi giorni Trotsky scriveva: "La contraddizione nella situazione di un governo operaio in un paese arretrato, in cui i contadini sono una schiacciante maggioranza, può trovare la sua soluzione solo su scala internazionale, nell'arena della rivoluzione proletaria mondiale". Sono queste le parole successivamente citate da Stalin per mostrare "il vasto golfo che separa la teoria leninista della dittatura proletaria da quella di Trotsky". Le due citazioni testimoniano però che, nonostante le indubbie differenze nelle concezioni che a quel tempo avevano Lenin e Trotsky, era esattamente sul ruolo "instabile" e "traditore" dei contadini che i loro punti di vista venivano già a coincidere.

Nel febbraio 1906 Lenin scrive: "Noi appoggiamo il movimento contadino sino alla fine, ma occorre ricordare che questo è il movimento di un'altra classe, non della classe che può e vuole attuare la rivoluzione socialista". "La rivoluzione russa", dice nell'aprile dello stesso anno, "ha risorse sufficienti per vincere. Ma non ha forze sufficienti per conservare i frutti della propria vittoria [...] poiché un paese che ha un forte sviluppo della piccola industria, di piccoli produttori di merci, e tra loro i contadini, si rivolterà inevitabilmente contro i proletari nel momento in cui essi cercheranno di conquistarsi la libertà per mezzo del socialismo [...] per prevenire la restaurazione, la rivoluzione russa non ha bisogno di risorse russe; essa ha bisogno di aiuto dall'esterno. Esistono tali risorse nel mondo? Certo: il proletariato socialista occidentale".

In varie combinazioni, ma fondamentalmente senza cambiamenti, queste concezioni sono state mantenute durante gli anni della reazione e della guerra. Non c'è bisogno di moltiplicare gli esempi. La concezione del partito sulla rivoluzione ha ricevuto la sua forma più completa all'apice degli eventi rivoluzionari. Se i teorici del bolscevismo fossero stati già inclini, prima della rivoluzione, verso il "socialismo in un paese solo", questa teoria avrebbe dovuto necessariamente giungere a piena fioritura nel periodo della lotta diretta per il potere. È stato così nella realtà? L'anno 1917 risponderà in proposito.

Partendo per la Russia dopo la rivoluzione di febbraio, Lenin scrisse in una lettera d'addio agli operai svizzeri: "Il proletariato russo non può attuare la rivoluzione socialista facendo affidamento sulle sue proprie forze. Ma esso può [...] migliorare la situazione nella quale il suo principale e più affidabile alleato, il proletariato socialista europeo ed americano, entrerà per la battaglia decisiva"[1].

Nella risoluzione di Lenin, ratificata dalla conferenza d'aprile, si legge: "Il proletariato della Russia, agendo in uno dei paesi più arretrati d'Europa e tra masse popolari piccolo-borghesi, non si può dare l'obbiettivo dell'immediata realizzazione della trasformazione socialista". Per quanto in queste righe iniziali la risoluzione aderisca fermamente alla tradizione politica del partito, esso fa, però, un passo decisivo verso una nuova strada. Essa dichiara: l'impossibilità di un'indipendente trasformazione socialista nella Russia contadina non ci dà in ogni caso il diritto a rinunciare alla conquista del potere, non solo per il bene della democrazia, ma anche nel nome di "una serie di passi praticamente maturi in direzione del socialismo", come la nazionalizzazione della terra, il controllo delle banche e così via. Misure anti-capitalistiche possono ricevere ulteriore sviluppo grazie alla presenza di "oggettive premesse di una rivoluzione socialista [...] nei paesi più altamente sviluppati e avanzati". Questo dev'essere il nostro punto di partenza. "Parlare solo delle condizioni russe", spiega Lenin nel suo discorso, "è un errore".

"Quali compiti sorgeranno innanzi al proletariato russo nel caso in cui la rivoluzione mondiale ci dovesse portare faccia a faccia con una rivoluzione sociale? - questa è la domanda principale considerata in questa risoluzione". È chiaro che il nuovo punto di partenza occupato dal partito nell'aprile 1917, dopo che Lenin ha vinto la sua battaglia contro la limitatezza democratica dei "vecchi bolscevichi", è tanto differente dalla teoria del socialismo in un paese solo quanto il paradiso dalla Terra!

In qualsiasi organizzazione all'interno del partito, nella capitale quanto nelle province, incontriamo d'ora in avanti la medesima formulazione del problema: nella battaglia per il potere dobbiamo ricordare che il destino della rivoluzione, come rivoluzione socialista, sarà determinato dalla vittoria del proletariato nei paesi avanzati. Questa formula non veniva contrastata da nessuno - era, al contrario, il presupposto di tutte le dispute come preposizione egualmente riconosciuta da tutti.

Alla conferenza del partito tenutasi il 16 luglio a Pietrogrado, Kharitonov, uno di quei bolscevichi che era venuto con Lenin sul "treno sigillato", ha dichiarato: "Noi stiamo dicendo ovunque che qualora non ci sarà una rivoluzione in occidente, la nostra causa verrà sconfitta". Kharitonov non è un teorico; egli è un medio agitatore del partito. Nei verbali di quella stessa conferenza leggiamo: "Pavlov richiama l'attenzione sulla proposta generale avanzata dai bolscevichi che la rivoluzione russa fiorirà come rivoluzione socialista solo quando sarà supportata dalla rivoluzione mondiale". Decine e centinaia di Kharitonov e Pavlov stavano sviluppando l'idea fondamentale della conferenza d'aprile. Non è mai passato per la testa di nessuno di correggerli o di contrastarli.

Il sesto Congresso del partito, tenutosi alla fine di luglio, ha definito la dittatura del proletariato come la conquista del potere da parte degli operai e dei contadini poveri. "Solo queste classi [...] promuoveranno realmente la crescita della rivoluzione proletaria internazionale, che deve porre fine non solo alla guerra ma anche alla schiavitù capitalista". Il discorso di Bucharin era basato sull'idea che la rivoluzione socialista mondiale era la sola via d'uscita alla situazione del momento. "Se la rivoluzione in Russia vincesse prima dello scoppio della rivoluzione in occidente, noi dovremo [...] accendere il fuoco della rivoluzione socialista mondiale" Anche Stalin era a quel tempo costretto a porre la questione negli stessi termini: "Verrà il momento in cui gli operai si solleveranno ed uniranno intorno ad essi lo strato dei contadini poveri, innalzeranno la bandiera della rivoluzione proletaria ed apriranno l'era della rivoluzione socialista in occidente".

Una conferenza regionale moscovita, tenutasi all'inizio di agosto, ci permette di guardare meglio all'interno del laboratorio del pensiero del partito. Nel rapporto principale, che espone le decisioni del sesto Congresso, Sokolnikov, un membro del Comitato Centrale, disse: "È necessario spiegare che la rivoluzione russa deve prendere l'offensiva contro l'imperialismo mondiale, altrimenti verrà distrutta, strangolata da questo stesso imperialismo". Diversi delegati si espressero sul medesimo argomento. Vitolin: "Dobbiamo tenerci pronti per la rivoluzione sociale che sarà lo stimolo allo sviluppo della rivoluzione sociale in Europa occidentale". Delegato Flyelensky: "Se si pone la questione entro limiti nazionali, allora non abbiamo via d'uscita. Sokolnikov ha giustamente detto che la rivoluzione russa sarà vittoriosa solo come rivoluzione internazionale [...] In Russia le condizioni non sono ancora mature per il socialismo, ma se dovesse cominciare la rivoluzione in Europa, allora noi seguiremo l'Europa". Stukov: "La proposizione secondo cui la rivoluzione russa sarà vittoriosa solo come rivoluzione internazionale non può divenir soggetto di alcun dubbio [...] la rivoluzione socialista è possibile solo su scala mondiale".

Tutti sono qui d'accordo su tre proposizioni generali: lo stato proletario non può reggere a meno che esso abbatta l'imperialismo in occidente; in Russia le condizioni non sono ancora mature per il socialismo; il problema della rivoluzione socialista è internazionale nella sua essenza. Se accanto a questi punti di vista, che vennero poi condannati dopo sette-otto anni come eresia, fossero esistiti all'interno del partito gli altri punti vista ora riconosciuti come ortodossi e tradizionali, essi avrebbero certamente trovato espressione in quella conferenza moscovita e nel congresso del partito che la precedette. Ma né l'oratore principale, né coloro che presero parte al dibattito - né i rapporti giornalistici - suggeriscono minimamente la presenza nel partito di punti di vista bolscevichi opposti a quelli "trotskysti".

Alla conferenza generale cittadina di Kiev, che precedette il congresso del partito, l'oratore principale, Gorovitz, disse: "La battaglia per il salvataggio della nostra rivoluzione può essere combattuta solo su scala internazionale. Noi ci troviamo dinanzi a due differenti prospettive: Se vince la rivoluzione, noi creeremo uno stato di transizione al socialismo; altrimenti, cadremo sotto i colpi dell'imperialismo internazionale". Dopo il congresso del partito, all'inizio di agosto, Piatakov disse ad una nuova conferenza sempre a Kiev: "Sin dall'inizio della rivoluzione noi abbiamo asserito che il destino del proletariato russo dipende completamente dal corso della rivoluzione proletaria in occidente [...] Stiamo così entrando in un periodo di rivoluzione permanente". Commentando il rapporto di Piatakov, Gorovitz, che già conosciamo, ha dichiarato: "Sono completamente d'accordo con Piatakov nella sua definizione della nostra rivoluzione come permanente". Piatakov: "[...] L'unica salvezza possibile per la rivoluzione russa risiede nella rivoluzione mondiale che stenderà le fondamenta per il capovolgimento sociale". Rappresentavano forse, questi due personaggi, una minoranza? Nient'affatto. Nessuno li ha contrastati su questa fondamentale questione. Nelle elezioni per il comitato di Kiev essi ricevettero la maggioranza dei voti.

Possiamo quindi considerare come pienamente stabilito che alla conferenza generale del partito tenutasi ad aprile, al congresso del partito di luglio e alle conferenze di Pietrogrado, Mosca e Kiev, vennero esposti ed approvati col voto quegli stessi punti di vista che vennero più tardi dichiarati incompatibili col bolscevismo. Ma c'è molto di più: non una voce si è alzata nel partito che potrebbe esser interpretata come presentimento della futura teoria del socialismo in un solo paese, neppure al livello in cui nei Salmi di Re Davide si può trovare un'anticipazione dei vangeli del Cristo.

Il 13 di agosto, l'organo centrale del partito ha spiegato: "Il pieno potere ai Soviet, per quanto ancora lontano dal significare socialismo, romperà in ogni caso la resistenza della borghesia e - sulle basi della situazione e delle forze produttive esistenti in occidente - guiderà e trasformerà la vita economica nell'interesse delle masse lavoratrici. Avendo spezzato le catene del governo capitalista, la rivoluzione diverrebbe permanente - cioè, continua. Essa utilizzerà il potere statale non per consolidare il regime dello sfruttamento capitalistico ma per superarlo. Il successo finale in questa direzione dipende dal successo della rivoluzione proletaria in Europa [...] Questa era e resta l'unica prospettiva per l'ulteriore sviluppo della rivoluzione". L'autore di questo articolo fu Trotsky, che lo scrisse nella prigione di Kresty. L'editore del giornale che lo pubblicò era Stalin. L'importanza di questa citazione risiede semplicemente nel fatto che il termine "rivoluzione permanente" era stato usato nel partito bolscevico, fino l 1917, esclusivamente per designare il punto di vista di Trotsky. Pochi anni dopo Stalin dichiarerà: "Lenin lottò contro la teoria della rivoluzione permanente fino alla fine dei suoi giorni". Stalin stesso, in ogni caso, non ha lottato: l'articolo apparve senza alcun commento dell'editore.

Dieci giorni più tardi Trotsky scrisse nuovamente sullo stesso giornale: "l'internazionalismo non è per noi un'idea astratta [...] ma un principio guida profondamente pratico. Un permanente e decisivo successo è inimmaginabile per noi al di fuori della rivoluzione europea". Anche questa volta Stalin non ebbe nulla da obiettare. Anzi, due giorni dopo lui stesso ha ripetuto: "Lasciate loro sapere [ai soldati e agli operai] che solo in unione con gli operai d'occidente, solo dopo aver fortemente scosso le fondamenta del capitalismo in occidente, possiamo fare noi fare affidamento al trionfo della rivoluzione in Russia!". Con "trionfo della rivoluzione" non si intende qui la costruzione del socialismo - di questo non si parlava ancora affatto - ma solo la conquista del potere.

"La borghesia", scrisse Lenin in settembre, "sta strillando riguardo l'inevitabile sconfitta della comune in Russia - cioè, la sconfitta del proletariato qualora dovesse prendere il potere". Noi non dobbiamo lasciarci spaventare da queste grida. "Una volta conquistato il potere, il proletariato russo ha tutte le possibilità di trattenerlo e di governare la Russia fino alla vittoriosa rivoluzione in occidente". La prospettiva della rivoluzione è qui definita con la più completa chiarezza: tenere il potere fino all'inizio della rivoluzione socialista in Europa. Questa formula non fu buttata lì casualmente: Lenin la ripeteva giorno dopo giorno. Egli la riassume con queste parole nel suo articolo programmatico, Riusciranno i bolscevichi a mantenere il potere statale?: "Non c'è potere sulla terra che possa impedire ai bolscevichi, se essi non si lasciano spaventare dagli strilli e riescono a prendere il potere, dal mantenerlo fino alla vittoria della rivoluzione socialista mondiale"[2].

L'ala destra del partito richiedeva un'alleanza con gli Alleanzisti, sostenendo che i bolscevichi non potevano mantenere il potere "da soli". Lenin rispose loro il primo di novembre - cioè dopo la rivoluzione; "Loro dicono che da soli non possiamo mantenere il potere, ecc. ma noi non siamo soli. Innanzi a noi c'è tutta l'Europa. Siamo noi a dover cominciare". In questo dialogo di Lenin con l'ala destra, diviene assolutamente chiaro che l'idea di una indipendente creazione di una società socialista in Russia non è mai passata per la mente dei disputanti.

John Reed ci racconta come, ad una delle riunioni di Pietrogrado tenutasi alla fabbrica di Obukhovsky, un soldato del fronte rumeno urlò: "Terremo duro con tutte le nostre forze fino a che i popoli del mondo intero si alzeranno per venire in nostro soccorso". Questa formula non è caduta dal cielo e non era né il pensiero individuale dell'ignoto soldato né di Reed. Essa era innestata nelle masse dagli agitatori bolscevichi. La voce del soldato dal fronte rumeno era la voce del partito, la voce della rivoluzione d'ottobre.

La "Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato" - il fondamentale programma statale introdotto nel nome del potere sovietico nell'Assemblea Costituente - ha indicato come compito della nuova struttura quello di "stabilire l'organizzazione socialista della società e la vittoria del socialismo in tutti i paesi [...] il potere sovietico procederà con risolutezza lungo questa strada sino alla completa vittoria dell'insurrezione operaia internazionale contro il giogo del capitale" [3]. Questa leninista "Dichiarazione dei diritti", a tutt'oggi non formalmente annullata, ha trasformato la rivoluzione permanente in una legge fondamentale della Repubblica Sovietica.

Se Rosa Luxemburg, che dal carcere seguiva con appassionata e gelosa attenzione le azioni e le parole dei bolscevichi, avesse colto in esse un'ombra di socialismo nazionale, ella avrebbe immediatamente suonato l'allarme. In quei giorni lei era assai severa - e nell'essenza in modo sbagliato - nelle sue critiche alle politiche dei bolscevichi. Ma no. Ecco ciò che ha scritto sulla linea generale del partito: "Il fatto che i bolscevichi, nella loro politica, hanno guidato il loro corso completamente verso la rivoluzione mondiale del proletariato, è la più brillante testimonianza della loro lungimiranza politica, fermezza di principi e del coraggioso carattere della loro politica".

Sono esattamente queste vedute, che Lenin andava sviluppando di giorno in giorno, che erano propugnate dall'organo centrale del partito sotto la direzione di Stalin, che ispiravano i discorsi di agitatori grandi e piccoli, che erano ripetute da soldati di remoti settori del fronte, che Rosa Luxemburg considerava la più alta testimonianza della lungimiranza politica dei bolscevichi - sono esattamente queste vedute quelle che la burocrazia dell'Internazionale Comunista ha condannato nel 1926. "I punti di vista di Trotsky e dei suoi seguaci sulla fondamentale questione del carattere e delle prospettive della rivoluzione" dice una risoluzione del Settimo Plenum dell'Internazionale Comunista, "non hanno nulla in comune col punto di vista del nostro partito, col leninismo". In questo modo gli epigoni del bolscevismo si sono sbarazzati del loro passato.

Se qualcuno nel 1917 ha veramente lottato contro la teoria della rivoluzione permanente, questi sono stati i Cadetti e gli Alleanzisti. Miliukov e Dan hanno rappresentato "l'illusione rivoluzionaria trotskysta" come causa principe del collasso della rivoluzione del 1905. Nel suo discorso introduttivo alla Conferenza Democratica, Ckheidze ha condannato lo sforzo "di appicciare il fuoco della guerra capitalista convertendo la rivoluzione borghese in socialista e mondiale". Il 13 di ottobre Kerensky ha detto al Pre-Parlamento: "Non c'è ora nemico più pericoloso della rivoluzione, della democrazia e di tutte le libertà conquistate, di coloro che [...] con la scusa di voler approfondire la rivoluzione e di convertirla in rivoluzione sociale permanente, stanno deviando, e pare abbiano già deviato, le masse". Ckheidze e Kerensky erano nemici della rivoluzione permanente per la stessa ragione per cui erano nemici dei bolscevichi.

Al secondo Congresso dei Soviet, nel momento della presa del potere, Trotsky disse: "Se la popolazione europea non si solleva ed abbatte l'imperialismo, noi verremo abbattuti - ciò è indubitabile. O la rivoluzione russa solleverà il vortice della battaglia in Europa, oppure i capitalisti di tutti i paesi strangoleranno la nostra rivoluzione". "C'è una terza via", urlò una voce dalla platea. Era forse questa la voce di Stalin? No, era la voce di un menscevico. Ciò è avvenuto alcuni anni prima che i bolscevichi scoprissero quella "terza via".

Come risultato delle innumerevoli ripetizioni della stampa stalinista, viene considerato, in una grande varietà di circoli politici, per lo più stabilito che due diverse concezioni stavano sullo sfondo dei disaccordi di Brest-Litovsk. Una aveva come suo punto di partenza la possibilità, non solo di mantenere il potere, ma anche di costruire il socialismo grazie alle forze interne alla Russia; l'altra riponeva le sue speranze esclusivamente in una insurrezione in Europa. In realtà questo contrasto di punti di vista venne creato alcuni anni dopo, ed il suo autore non si è preso la briga di mettere la sua invenzione in accordo con i documenti storici. Di certo questo non sarebbe stato un lavoro facile. Tutti i bolscevichi, senza eccezione, erano uniti nel periodo di Brest nel ritenere che, se la rivoluzione non fosse scoppiata in Europa in un tempo assai prossimo, la Repubblica Sovietica era destinata alla distruzione. Alcuni contavano il tempo in settimane, altri in mesi: nessuno in anni.

"Sin dall'inizio della rivoluzione russa [...]", scrisse Bucharin il 28 gennaio 1918, "il partito del proletariato rivoluzionario ha dichiarato: o la rivoluzione internazionale, lanciata dalla rivoluzione russa, strangolerà la guerra ed il capitale, oppure il capitale internazionale strangolerà la rivoluzione russa". Ma non era Bucharin, che allora difendeva l'idea di una guerra rivoluzionaria contro la Germania, colui che attribuiva il punto di vista della sua fazione a tutto il partito? Per quanto naturale questa supposizione possa essere, essa è chiaramente contraddetta dai documenti.

I verbali del Comitato Centrale del 1917 e dell'inizio del 1918 - pubblicati nel 1929 - per quanto compendiati ed editi in modo tendenzioso, offrono una preziosa testimonianza anche su questo problema. "Alla sessione del 11 gennaio 1918, il compagno Sergeiev (Artem) mette in evidenza che tutti gli oratori sono d'accordo sul fatto che la nostra repubblica socialista è minacciata di distruzione dal fallimento della rivoluzione socialista in occidente". Sergeiev stava dalla parte di Lenin - cioè per la firma della pace. Nessuno lo contraddette. Tutti e tre i gruppi contendenti facevano appello alla medesima premessa generale: Senza una rivoluzione mondiale noi non troveremo salvezza.

Stalin, di certo, ha introdotto un nuovo accento all'interno del dibattito. Egli ha sostenuto la necessità di firmare la pace sulla base del fatto che: "Non c'è un movimento rivoluzionario in occidente, non ci sono fatti ma solo potenzialità, e noi non possiamo prendere decisioni sulla base di potenzialità". Per quanto ancora ben lontano dalla teoria del socialismo in un paese solo, egli ha nondimeno rivelato chiaramente, con queste sue parole, la sua organica sfiducia verso il movimento internazionale. "Non possiamo prendere decisioni sulla base di potenzialità". Lenin si è immediatamente scostato "in un certo qual modo" da questo appoggio staliniano. "è vero che la rivoluzione in occidente non è ancora cominciata", ha detto, "ma se, per questo motivo, noi cambiassimo le nostre tattiche, allora diverremmo traditori del socialismo internazionale". Se lui, Lenin, favoriva una pace immediata, non era per il fatto che non credeva nel movimento rivoluzionario in occidente, e ancor meno perché credeva nella fattibilità di un'isolata rivoluzione in Russia: "è importante per noi tener duro fino all'arrivo della rivoluzione socialista generale, e noi possiamo ottenere questo solo firmando la pace". Il significato della capitolazione di Brest era riassunto nelle parole di Lenin "boccata d'ossigeno".

I verbali mostrano che, dopo questo ammonimento di Lenin, Stalin ha cercato un'opportunità di correggersi. "Sessione del 23 febbraio 1918. Compagno Stalin: [...] Anche noi stiamo giocando la nostra parte nella rivoluzione, ma voi state valutando in settimane e [noi] in mesi". Stalin ripete qui alla lettera la formula di Lenin. La distanza tra le due ali del Comitato Centrale sulla questione della rivoluzione mondiale era la distanza tra settimane e mesi.

Difendendo la firma della pace di Brest al settimo Congresso del partito del marzo 1918, Lenin disse: "è assolutamente vero che senza la rivoluzione tedesca noi moriremo. Non moriremo forse a Pietroburgo né a Mosca, ma lo faremo a Vladivostok o in altri posti remoti nei quali dovremo ritirarci in ogni caso, e sotto tutte le eventualità immaginabili, se non comincia la rivoluzione in Germania". Non si tratta però di una questione legata solo alla Germania. "L'imperialismo internazionale [...] che rappresenta un potere realmente gigantesco [...] non potrebbe in nessun caso e sotto nessuna circostanza vivere fianco a fianco con la Repubblica Sovietica. Qui un conflitto sarebbe inevitabile. Qui [...] risiede il grande problema storico [...] la necessità di evocare la rivoluzione internazionale". Nella decisione segreta adottata, leggiamo: "Il congresso vede la più affidabile garanzia per il consolidamento della rivoluzione socialista vittoriosa in Russia solo nella sua trasformazione in rivoluzione operaia internazionale". [4]

Qualche giorno più tardi Lenin ha presentato un rapporto al Congresso dei Soviet: "L'imperialismo mondiale e la marcia trionfale della rivoluzione sociale non possono vivere fianco a fianco". Il 13 di aprile disse ad una sessione del soviet di Mosca: "La nostra arretratezza ci ha spinto avanti, e noi moriremo se non riusciremo a tener duro finché non riceveremo un potente appoggio da parte dell'insurrezione operaia in altri paesi". "Dobbiamo ritirarci [innanzi all'imperialismo] persino verso gli Urali", scrisse nel maggio 1918, "poiché questa è la sola possibilità di guadagnare tempo per la maturazione della rivoluzione in occidente". Lenin era chiaramente conscio del fatto che il continuo trascinare in avanti le negoziazioni di Brest avrebbe reso più dure le condizioni di pace, ma egli valutava le esigenze della rivoluzione internazionale come superiori a quelle "nazionali". Il 28 di giugno 1918, nonostante episodici disaccordi con Trotsky riguardo la firma della pace, Lenin disse alla Conferenza sindacale di Mosca: "Quando vengono fatte durante le negoziazioni di Brest, le denuncie del compagno Trotsky compaiono innanzi al mondo intero, e non comporta questa politica, nelle nazioni nemiche [...] lo scoppio di un enorme movimento rivoluzionario?". Una settimana dopo, in un rapporto al Consiglio dei Commissari del Popolo del quinto Congresso dei Soviet, egli tornò sulla medesima questione: "Noi abbiamo adempiuto ai nostri compiti innanzi a tutti i popoli [...] attraverso la nostra delegazione di Brest con a capo il compagno Trotsky". Un anno dopo Lenin ricordava: "All'epoca della pace di Brest [...] il potere sovietico ha posto la dittatura mondiale del proletariato e la rivoluzione mondiale al di sopra di ogni sacrificio nazionale, non importa quanto grande questo possa essere stato". "Che può significare", chiese Stalin, quando il tempo aveva ormai cancellato dalla sua memoria la mai ben definita distinzione tra le idee, "Che può significare l'asserzione di Trotsky secondo cui la Russia rivoluzionaria non potrebbe stare di fronte all'Europa conservatrice? Essa può avere un solo significato: Trotsky non sente l'intrinseco potere della nostra rivoluzione".

In realtà l'intero partito era dell'unanime convinzione che "di fronte all'Europa conservatrice" la Repubblica Sovietica non ci poteva stare. Ma ciò era solo il rovescio della convinzione che un'Europa conservatrice non poteva stare di fronte alla Russia rivoluzionaria. Nella sua forma negativa ciò esprime un indomabile fede nella potere internazionale della rivoluzione russa. E, fondamentalmente, il partito non stava sbagliando. L'Europa conservatrice non ha infatti tenuto completamente. La rivoluzione tedesca, per quanto tradita come fu dalla socialdemocrazia, fu comunque sufficientemente forte da spezzare gli artigli di Ludendorif e Hoffmann. Senza questa operazione la Repubblica Sovietica avrebbe difficilmente potuto evitare la distruzione.

Ma, anche dopo la distruzione del militarismo tedesco, nessun cambiamento avvenne nella valutazione generale della situazione internazionale. "I nostri sforzi porteranno inevitabilmente ad una rivoluzione mondiale" disse Lenin ad una sessione del Comitato Esecutivo Centrale alla fine del luglio 1918. "Le cose sono messe in modo tale che, dopo essere usciti dalla guerra tramite un'alleanza, [abbiamo] sperimentato immediatamente l'assalto dell'imperialismo da altri lati". In agosto, quando la guerra civile si stava espandendo sul Volga con la partecipazione dei cecoslovacchi, Lenin disse ad un'assemblea a Mosca: "La nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione universale [...] Le masse proletarie garantiranno all'Unione Sovietica una vittoria sui cecoslovacchi e la possibilità di tener duro fino allo scoppio della rivoluzione socialista mondiale". Tenere duro fino allo scoppio della rivoluzione socialista mondiale - questa, come prima, è la formula-del-partito.

In quegli stessi giorni Lenin scrisse agli operai americani: "Ci troveremo come in una fortezza assediata finché gli altri reparti della rivoluzione socialista internazionale non verranno in nostro aiuto". Egli si espresse ancor più categoricamente in novembre: "I fatti della storia mondiale hanno mostrato che la trasformazione della rivoluzione russa in rivoluzione socialista non era un'avventura ma una necessità, perché non c'era altra scelta. L'imperialismo anglo-francese e americano soffocherà inevitabilmente l'indipendenza e la libertà della Russia, se la rivoluzione socialista mondiale, se il bolscevismo mondiale non trionferanno". Per ripetere le parole di Stalin, Lenin ovviamente non sentiva "l'intrinseco potere della nostra rivoluzione". [Lettera agli operai americani del 20 agosto 1919]

Il primo anniversario della rivoluzione è passato. Il partito ha avuto tempo per guardarsi attorno. Nondimeno, nel suo rapporto all'ottavo Congresso del partito del marzo 1919, Lenin dichiara ancora: "Noi viviamo non solo in uno stato, ma in un sistema di stati, e l'esistenza della Repubblica Sovietica fianco a fianco con stati imperialistici è impensabile per un periodo esteso. Alla fine uno o l'altro dovrà vincere". Al terzo anniversario, che coincise con la disfatta dei Bianchi, Lenin ricordò e generalizzò: "Se quella notte [la notte della rivoluzione d'ottobre] qualcuno ci avesse detto che in tre anni [...] questa sarebbe stata la nostra vittoria, nessuno, neanche il più presuntuoso ottimista, ci avrebbe creduto. Sapevamo allora che la nostra vittoria sarebbe stata vera solo quando la nostra causa avesse conquistato il mondo intero, così noi iniziammo il nostro lavoro contando esclusivamente sulla rivoluzione mondiale". Non si può chiedere testimonianza più incontestabile. Al tempo della rivoluzione d'ottobre "il più presuntuoso ottimista" non solo non si sognava di creare un socialismo nazionale, ma addirittura non credeva nella possibilità di difendere la rivoluzione senza aiuto diretto dall'esterno! "Noi iniziammo il nostro lavoro contando esclusivamente sulla rivoluzione mondiale". Per garantire la vittoria in una lotta triennale contro una folta schiera di nemici, né il partito né l'Armata Rossa avevano bisogno del mito del socialismo in un paese solo.

La situazione mondiale prese una forma più favorevole di quel che ci si sarebbe potuti attendere. Le masse rivelarono una straordinaria capacità di sacrificarsi nel nome del nuovo obbiettivo. I leader fecero abile uso delle contraddizioni dell'imperialismo durante il primo e più difficoltoso periodo. Come risultato, la rivoluzione mostrava più stabilità di quella prevista dal "più presuntuoso ottimista". Ma anche in tale situazione il partito conservò interamente la sua originaria posizione internazionalista.

"Se non fosse stato per la guerra", spiegò Lenin nel gennaio 1918, "noi avremmo visto un'unione dei capitalisti di tutto il mondo, una fusione sulla base della lotta contro di noi". "Perché attraverso settimane e mesi [...] dopo l'Ottobre abbiamo avuto la possibilità di passare così facilmente da trionfo in trionfo?", chiese al settimo Congresso del partito. "Solo perché una particolare congiuntura internazionale ci ha protetto temporaneamente dall'imperialismo". In aprile, ad una sessione del Comitato Esecutivo Centrale, Lenin affermò: "Abbiamo avuto una boccata d'ossigeno solo perché la guerra imperialistica prosegue ancora in occidente, e nell'Estremo Oriente la rivalità imperialistica infuria sempre di più, solo questo spiega l'esistenza della Repubblica Sovietica".

Quest'eccezionale combinazione di circostanze non poteva durare per sempre. "Siamo ora passati dalla guerra alla pace", disse Lenin nel 1920 [il 27 di novembre, N.d.T.], "ma non dobbiamo scordare che la guerra tornerà ancora. Finché esisteranno sia il capitalismo che il socialismo, noi non potremo vivere in pace. Uno o l'altro, nel lungo periodo, vincerà. Ci sarà il funerale o della Repubblica Sovietica o del capitalismo mondiale. Questa è solo una sospensione della guerra".

La trasformazione dell'originale "boccata d'ossigeno" in un prolungato periodo di equilibrio instabile fu resa possibile non solo dalla lotta tra raggruppamenti capitalisti, ma anche dal movimento rivoluzionario internazionale. Come risultato della rivoluzione tedesca di novembre, le truppe tedesche furono costrette ad abbandonare l'Ucraina, gli stati baltici e la Finlandia. La penetrazione dello spirito di rivolta negli eserciti dell'Intesa ha costretto i governi francese, inglese e americano a ritirare le loro truppe dalle coste settentrionali e meridionali russe. La rivoluzione proletaria in occidente non fu vittoriosa, ma nella sua strada verso la vittoria essa ha protetto lo stato sovietico per un certo numero di anni.

Nel luglio 1921, Lenin ha fatto una ricapitolazione della situazione: "Abbiamo ottenuto un certo equilibrio che, per quanto estremamente fragile ed instabile, mostra nondimeno che una repubblica socialista può esistere - anche se ovviamente non per lunghi periodi - all'interno di un'ambiente capitalista"5.. Così, passando da settimane a mesi e da mesi ad anni, il partito ha solo gradualmente assimilato l'idea che uno stato operaio potesse per un certo tempo - "ovviamente non per lunghi periodi" - continuare pacificamente la sua esistenza in un'ambiente capitalista.

Dal riferimento qui sopra scaturisce piuttosto irrefutabilmente una conclusione non trascurabile: se, in accordo alla convinzione generale dei bolscevichi, uno stato sovietico non può sopravvivere a lungo senza una vittoria del proletariato occidentale, allora il programma di costruire il socialismo in un solo paese è già per questo fatto praticamente escluso; il problema è chiuso, così per dire, già nelle considerazioni preliminari.

Sarebbe, comunque, un grave errore assumere, come la scuola degli epigoni ha tentato di suggerire in anni recenti, che l'unico ostacolo visto dal partito, nella strada verso la società socialista nazionale, fosse l'esercito capitalista. La minaccia di un intervento armato fu quella che, di fatto, venne posta innanzi a tutto, ma il pericolo della guerra era di per sé solo l'espressione più acuta del predominio tecnico e industriale delle nazioni capitaliste. In ultima analisi il problema si riduceva all'isolamento della Repubblica Sovietica e alla sua arretratezza.

Il socialismo è l'organizzazione di una produzione sociale armonica e pianifica per la soddisfazione dei desideri umani. La proprietà collettiva dei mezzi di produzione non è ancora socialismo, ma solo la sua premessa legale. Il problema di una società socialista non può essere astratto dal problema delle forze produttive, che al presente stadio di sviluppo umano sono mondiali nella loro essenza. Il singolo stato, essendo divenuto troppo piccolo per il capitalismo, è ancor meno atto a divenir l'arena di una completa società socialista. L'arretratezza di un paese rivoluzionario, inoltre, fa accresce il pericolo che questo venga rigettato verso il capitalismo. Rifiutando la prospettiva di un isolato sviluppo socialista, i bolscevichi non avevano in mente il problema meccanicamente isolato dell'intervento, ma l'intera complessità dei problemi legati alle basi internazionali del socialismo.

Al settimo Congresso del partito [marzo 1918, N.d.R.], Lenin disse: "Se la Russia supera questo momento - ed indubbiamente lo supererà - dalla 'Pace di Tilsit' ad un boom nazionale [...] allora il risultato di questo boom non è la transizione ad uno stato borghese, ma la transizione verso la rivoluzione socialista internazionale". Tali erano le alternative: o la rivoluzione internazionale o un ritorno al capitalismo. Non c'era spazio per il socialismo nazionale. "quante fasi di transizione ci saranno ancora verso il socialismo non lo sappiamo ancora. Ciò dipende da quando la rivoluzione socialista europea inizierà su scala reale"[6].

Nell'aprile dello stesso anno, chiedendo una ricomposizione delle file per lavori pratici, Lenin scrisse: "Noi potremo seriamente aiutare la rivoluzione socialista in occidente, che è in ritardo per un certo numero di ragioni, solo nel grado in cui riusciremo a risolvere il problema organizzativo che ci troviamo davanti". Questo primo approccio alla costruzione economica è immediatamente incluso in uno schema internazionale: è questione di "aiutare la rivoluzione socialista in occidente", non di creare un regno socialista autosufficiente in oriente.

Sul tema della fame crescente, Lenin disse agli operai moscoviti: "In tutte le nostre organizzazioni dobbiamo [...] spiegare che la sfortuna che si è imbattuta su di noi è una disgrazia internazionale, che non c'è via d'uscita se non la rivoluzione internazionale". Per superare la carestia c'è bisogno di una rivoluzione del proletariato mondiale - disse Lenin. Per creare una società socialista è sufficiente la rivoluzione in un solo paese - rispondono gli epigoni. Tale è la portata del disaccordo! Chi ha ragione? Non dimentichiamoci che, malgrado i successi dell'industrializzazione, la fame non è stata ancora sconfitta.

Il Congresso del Consiglio Supremo dell'Economia, del dicembre 1918, formulò il piano per la costruzione socialista con le seguenti parole: "La dittatura del proletariato mondiale sta diventando storicamente inevitabile [...] Ciò sta determinando lo sviluppo sia dell'intera comunità mondiale, sia di ogni singolo paese. L'instaurazione della dittatura del proletariato e la forma di governo sovietica in altri paesi renderanno possibile l'inaugurazione di rapporti economici più stretti tra le nazioni, la divisione internazionale del lavoro ed infine la creazione di organi d'amministrazione economica internazionale". Il fatto che tale risoluzione potesse essere adottata dal congresso di un organismo statale nel fronteggiare problemi puramente pratici, - carbone, legna da ardere, barbabietole da zucchero - prova meglio di qualsiasi altra cosa quanto la prospettiva della rivoluzione permanente dominasse la coscienza del partito durante quel periodo.

Nel A B C del Comunismo, il libro di testo del partito scritto dal Bucharin e Preobrazhensky che venne più volte ristampato, leggiamo: "La rivoluzione comunista può esser vittoriosa solo come rivoluzione mondiale [...] In una situazione in cui gli operai hanno vinto solo in un singolo paese, la costruzione economica diviene difficile [...] Per la vittoria del comunismo la rivoluzione mondiale è necessaria"[7] .

Nello spirito di queste medesime idee Bucharin scrisse, in un opuscolo popolare ristampato parecchie volte dal partito e tradotto in varie lingue: "Crebbe, come mai prima d'allora, innanzi al proletariato russo il problema della rivoluzione internazionale [...] La rivoluzione permanente in Russia diveniva rivoluzione del proletariato europeo".

In un noto libro di Stepanov-Skvortzov, intitolato Elettrificazione, edito sotto la direzione di Lenin e con una sua introduzione, in un capitolo che l'editore raccomanda con speciale entusiasmo al lettore, si dice: "Il proletariato russo non ha mai pensato di creare uno stato socialista isolato. Lo stato 'socialista' autosufficiente è un ideale piccolo-borghese. Un certo avvicinamento a questo è immaginabile solo con la supremazia politica ed economica della piccola-borghesia che, isolata dal mondo esterno, cerca i mezzi per consolidare le proprie forme economiche, trasformate e rese assai instabili dalle nuove tecnologie e dalla nuova economia". Queste mirabili righe, che erano senza dubbio passate per le mani di Lenin, gettano un chiaro raggio di luce sulla più recente evoluzione degli epigoni.

Nelle sue tesi sulle questioni coloniali e nazionali al secondo Congresso dell'Internazionale Comunista, Lenin ha definito l'obbiettivo generale del socialismo, che si pone al di sopra dello scenario nazionale della lotta, come "la creazione di un'unità economica mondiale, regolata da un piano generale del proletariato di tutti i paesi, come tendenza che si è già rivelata con totale chiarezza sotto il capitalismo e che riceverà indubbiamente ulteriore sviluppo e piena realizzazione sotto il socialismo". In relazione a questa tendenza progressista ed ereditabile, l'idea di una società socialista in un paese solo è reazione.

Le condizioni per la nascita di una dittatura del proletariato e quelle per la creazione di una società socialista non sono né identiche né della stessa natura, sono anzi in certi aspetti persino antagonistiche. La circostanza che il proletariato russo è giunto al potere per primo non implica affatto che esso giungerà per primo al socialismo. La contraddittorietà dello sviluppo ineguale che portò alla rivoluzione d'ottobre non è scomparsa con la sua vittoria. Essa si stendeva nelle stesse fondamenta del primo stato operaio.

"Maggiore l'arretratezza del paese che per primo è costretto, a causa dei zigzag della storia, ad iniziare la rivoluzione socialista", disse Lenin nel marzo 1918, "maggiore difficoltà dovrà esso affrontare nella transizione dalle vecchie relazioni capitaliste a quelle socialiste". Quest'idea si ritrova nei discorsi e negli articoli di Lenin composti anno dopo anno. "Per noi è facile iniziare una rivoluzione e difficile continuarla"[8], disse nel maggio dello stesso anno. "In occidente è difficile iniziare una rivoluzione, ma sarà più facile portarla avanti". A dicembre egli sviluppò il medesimo concetto innanzi ad un pubblico contadino, pubblico che meno di tutti è capace di trascendere dai confini nazionali: "Là [in occidente], la transizione ad un'economia socialista [...] sarà più veloce e più facilmente raggiungibile che da noi [...] In unione al proletariato socialista del mondo intero i contadini salariati russi supereranno tutti gli ostacoli". "In confronto ai paesi sviluppati", ripeteva nel 1919, "è stato facile per i russi iniziare la grande rivoluzione proletaria, ma sarà più dura per essi continuarla e portarla alla decisiva vittoria nel senso di una completa organizzazione socialista della società". "Per la Russia", Lenin ha insistito nuovamente il 27 di aprile 1920, "[...] è stato facile iniziare la rivoluzione socialista, laddove continuarla e portarla fino alla fine sarà più difficile per la Russia che per gli altri paesi europei. Dovetti evidenziare questo fatto all'inizio del 1918, e i due anni di esperienza trascorsi da allora confermano pienamente questo giudizio".

L'età della storia si presenta nella forma di differenti livelli culturali. C'è bisogno di tempo per superare il passato - non anni ma decenni. "La nuova generazione, per quanto più sviluppata, difficilmente sarà in grado di completare la transizione al socialismo", disse Lenin ad una sessione del Comitato Esecutivo Centrale del 29 aprile 1918. Quasi due anni dopo, ad un congresso delle Comuni Agricole [il 4 dicembre 1919 - N.d.T.], ha indicato una data ancor più remota: "Noi sappiamo che non possiamo attualmente costruire un ordine socialista; voglia Iddio che i nostri figli o fors'anche i nostri nipoti lo vedranno, da noi, instaurato". Gli operai russi hanno percorso questa via prima degli altri, ma giungeranno più tardi all'obiettivo. Questo non è pessimismo, ma realismo storico.

"Noi, il proletariato russo, siamo avanti agli inglesi e ai tedeschi riguardo la struttura politica", scrisse Lenin nel maggio 1918, "e nel contempo siamo dietro ai più arretrati stati europei [...] nel grado di preparazione per l'inaugurazione materiale e produttiva del socialismo". Lo stesso pensiero è da lui espresso sotto forma di contrasto tra due stati: "Germania e Russia incarnavano nel 1918, in modo più chiaro di tutti gli altri paesi, la realizzazione materiale delle condizioni, economiche nel primo caso e politiche nel secondo, per il socialismo"[9]. Gli elementi della società futura sono suddivisi, per così dire, tra stati differenti. Unirli e subordinarli l'uno all'altro è il compito precipuo di una serie di rivoluzioni nazionali unite nella rivoluzione mondiale.

Lenin rise anticipatamente all'idea del carattere autosufficiente dell'economia sovietica: "Mentre la nostra Russia Sovietica resta un sobborgo dell'intero mondo capitalista", disse nel dicembre 1920 all'ottavo Congresso dei Soviet, "durante questo periodo pensare alla nostra completa indipendenza economica [...] sarebbe una fantasia assolutamente ridicola e Utopica". Il 27 di marzo 1922, all'undicesimo Congresso del partito, Lenin ammonì: ci troviamo di fronte ad "una prova preparataci dal mercato russo e internazionale, al quale siamo legati e subordinati e dal quale non possiamo staccarci. Questa è una prova seria, perché qui essi ci possono battere economicamente e politicamente"[10].

L'idea della dipendenza dell'economia socialista dall'economia mondiale è ora considerata "controrivoluzionaria" dall'Internazionale Comunista. Il socialismo non può dipendere dal capitalismo! Gli Epigoni sono stati abbastanza ingenui da dimenticare che il capitalismo, come il socialismo, poggia sulla divisione mondiale del lavoro, che riceve sotto il socialismo il suo più alto sviluppo. La ricostruzione economica in un isolato stato operaio, per quanto importante di per se stessa, resterà incompleta, limitata, contraddittoria: non può raggiungere la sommità di una nuova e armonica società.

"L'autentica ascesa di un'economia socialista in Russia", scrisse Trotsky nel 1922, "diverrà possibile solo dopo la vittoria del proletariato nei più importanti paesi d'Europa". Queste parole son divenute un atto d'accusa; nondimeno esse esprimevano a quel tempo nient'altro che il pensiero generale del partito. "Il lavoro di costruzione", disse Lenin nel 1919, "dipende interamente da quanto presto la rivoluzione sarà vittoriosa nei più importanti paesi d'Europa. Solo dopo questa vittoria potremo cominciare ad intraprendere seriamente il lavoro di costruzione economica". Queste parole esprimono non una mancanza di fiducia nella rivoluzione russa, ma una fede nella prossimità della rivoluzione mondiale. Ma anche ora, dopo i colossali successi economici dell'Unione, resta vero che "l'autentica ascesa di un'economia socialista" è possibile solo su basi internazionali.

Il partito guardava al problema della collettivizzazione dell'industria agricola dallo stesso punto di vista. Il proletariato non può creare una nuova società senza portare i contadini al socialismo attraverso una serie di fasi transitorie, i contadini essendo una considerevole - ed in alcuni stati predominante - parte della popolazione, nonché la maggioranza dell'intero pianeta. La soluzione di questo problema, il più difficile in assoluto, dipende in ultima istanza dalla correlazione quantitativa e qualitativa tra industria e agricoltura. Più la città si mostrerà capace di fertilizzare la loro economia e la loro cultura, più i contadini percorreranno volontariamente e con successo la via della collettivizzazione.

Esistono, però, industrie a sufficienza per la trasformazione della campagna? Anche questo problema venne portato da Lenin oltre i confini nazionali. "Se si considera la questione su scala internazionale", disse al nono Congresso dei Soviet, "la grande industria può fornire al mondo tutti i beni che esistono sulla terra [...] Noi mettiamo questo alla base dei nostri calcoli". La correlazione tra industria ed agricoltura, incomparabilmente meno favorevole in Russia che negli altri paesi occidentali, resta ancor oggi la base per le crisi economiche e politiche che sfidano in certi momenti la stabilità del sistema sovietico.

La politica del cosiddetto "comunismo di guerra" - come risulta chiaro da ciò che è stato detto sopra - non era basata sull'idea di costruire una società socialista entro i confini nazionali. Solo i menscevichi, prendendosi gioco del potere sovietico, attribuivano ad esso tali piani. Per i bolscevichi l'ulteriore destino del regime spartano, imposto dalle rovine della guerra civile, dipendeva direttamente dallo sviluppo della rivoluzione in occidente. Nel gennaio 1919, all'apice del comunismo di guerra, Lenin disse: "Difenderemo le fondamenta della nostra politica produttiva comunista e lo faremo fino alla completa vittoria mondiale del comunismo". Insieme all'intero partito, Lenin stava sbagliando. Divenne necessario cambiar politica nella produzione. Oggi possiamo considerare stabilito che, anche se ci fosse stata una rivoluzione socialista in Europa nei primi due-tre anni che seguirono l'Ottobre, una ritirata lungo la linea della Nuova Politica Economica (NEP) sarebbe stata egualmente inevitabile. Ma, in una valutazione retrospettiva della prima fase della dittatura, diventa assolutamente chiaro fino a che punto i metodi del comunismo di guerra e le sue illusioni fossero strettamente intrecciati alla prospettiva della rivoluzione permanente.

La profonda crisi interna, giunta alla fine dei tre anni di guerra civile, comportava la minaccia di una rottura tra il proletariato ed i contadini e tra il partito ed il proletariato. Divenne necessaria una radicale riconsiderazione dei metodi del potere sovietico. "Dobbiamo soddisfare economicamente i contadini medi e adottare il libero commercio", spiegò Lenin, "altrimenti, a causa del ritardo della rivoluzione internazionale, sarà impossibile preservare in Russia il potere del proletariato". Non fu, quindi, la transizione alla NEP accompagnata da un abbandono del principio del legame tra problemi interni ed internazionali?

Lenin diede, nelle sue tesi per il terzo Congresso dell'Internazionale Comunista, una valutazione generale della nuova fase appena avviata: "Dal punto di vista della rivoluzione proletaria mondiale, vista come singolo processo, l'importanza dell'epoca che la Russia sta attraversando risiede negli esperimenti pratici di politiche relative alle masse piccolo-borghesi compiute dal proletariato al potere". La stessa definizione dell'ossatura della Nuova Politica Economica rimuove chiaramente la questione del socialismo in un paese solo.

Non meno istruttive sono quelle righe che Lenin scrisse per se stesso nei giorni in cui venivano presi in considerazione ed analizzati i nuovi metodi industriali: "10 o 20 anni di corrette relazioni con i contadini e la vittoria su scala mondiale è garantita (anche con il ritardo delle rivoluzioni del proletariato, che stanno crescendo)".

L'obiettivo è definito: conformarci al nuovo, prolungato, periodo che può esser necessario per la maturazione della rivoluzione in occidente. In questo senso, e solo in questo senso, Lenin espresse la sua fiducia nel fatto che "Dalla Russia della NEP nascerà la Russia socialista".

Non è sufficiente affermare che l'idea della rivoluzione internazionale non venne rivista; in un certo grado essa ricevette anche una più profonda e distinta espressione: "Nei paesi a capitalismo sviluppato", disse Lenin al decimo Congresso del partito, spiegando la posizione storica della NEP, "c'è una classe di contadini fittavoli che si è formata nel corso di alcuni decenni [...] La transizione dal capitalismo al socialismo è possibile là dove questa classe è sufficientemente sviluppata. Noi abbiamo enfatizzato - in una vasta serie di scritti, in tutti i nostri discorsi e sulla nostra stampa - che la situazione russa è differente. In Russia abbiamo una minoranza di operai industriali ed un'enorme maggioranza di piccoli proprietari terrieri. In un paese del genere la rivoluzione sociale può raggiungere il suo successo finale solo a due condizioni: primo, che sia tempestivamente appoggiata dalla rivoluzione sociale di uno o più paesi avanzati [...] L'altra condizione è un accordo tra [...] il proletariato, che detiene il potere statale, e la maggioranza della popolazione contadina [...] Solo un accordo con i contadini può salvare la rivoluzione socialista in Russia fino a che la rivoluzione non cominci in altri paesi". Tutti gli elementi del problema sono qui uniti in uno. L'unione con i contadini è necessaria per garantire la stessa esistenza del potere sovietico; ma ciò non rimpiazza la rivoluzione internazionale, che sola può creare le basi economiche per la società socialista.

Sempre al decimo Congresso venne presentato un rapporto speciale intitolato La Repubblica Sovietica in un ambiente capitalista, dettato dal ritardo della rivoluzione in occidente. Kamenev fece da portavoce per il Comitato Esecutivo Centrale. "Non ci siamo mai posti l'obiettivo", disse, come se si trattasse di un qualcosa di indiscutibile, "di creare una struttura comunista in un singolo ed isolato paese. Ci troviamo, però, in una situazione in cui è necessario mantenere le fondamenta della struttura comunista, le fondamenta dello stato socialista, la repubblica proletaria sovietica circondata da tutti i lati da relazioni capitalistiche. Possiamo raggiungere quest'obiettivo? Io ritengo che questa domanda sia pedante. Nessuna risposta le può essere data in tali circostanze. Il problema è dunque questo: come, nelle date condizioni, potremmo mantenere il potere fino al momento in cui il proletariato di questo o quel paese ci verrà in aiuto?". Se l'idea dell'oratore, che ovviamente aveva più volte discusso con Lenin le sue vedute, era in contraddizione con la tradizione bolscevica, perché il Congresso non ha avanzato alcuna protesta? Come mai non c'è stato neanche un delegato pronto ad evidenziare che, su una questione basilare per la rivoluzione, Kamenev stava sviluppando idee aventi "nulla in comune" con i punti di vista del partito? Com'è successo che assolutamente nessuno all'interno del partito ha fatto caso a questa eresia?

"Secondo Lenin," afferma Stalin, "la rivoluzione trova le sue forze prima di tutto tra gli operai ed i contadini della stessa Russia. Trotsky sostiene che le forze necessarie possono esser trovate solo nell'arena della rivoluzione mondiale del proletariato". A tale artificiale contrasto, come a molti altri, Lenin ha dato la sua risposta in anticipo: "Non per un minuto abbiamo scordato, né scorderemo in futuro", disse il 14 maggio 1918 ad una sessione del Comitato Esecutivo Centrale, "la debolezza della classe operaia russa in confronto ad altri reparti del proletariato internazionale [...] Ma dobbiamo restare al nostro posto sino all'arrivo del nostro alleato, il proletariato internazionale". Al terzo anniversario della rivoluzione d'ottobre Lenin ha nuovamente confermato: "Abbiamo sempre giocato la nostra partita basandoci sulla rivoluzione internazionale, e ciò era incondizionatamente corretto [...] abbiamo sempre enfatizzato il fatto che in un solo paese è impossibile realizzare un lavoro come la rivoluzione socialista". Nel febbraio 1921 dichiarò ancora, ad un congresso di operai della manifattura di aghi: "Abbiamo sempre e ripetutamente detto agli operai che il compito principale e le condizioni basilari per la nostra vittoria sono nella propagazione della rivoluzione almeno in un buon numero dei paesi più avanzati". No. Lenin è troppo compromesso dal suo testardo desiderio di trovare le forze nell'arena mondiale: non potete far passare il contrario!

Così come Trotsky è posto in opposizione a Lenin, Lenin stesso è posto in opposizione a Marx - e sulle medesime basi. Se Marx assumeva che la rivoluzione proletaria sarebbe iniziata in Francia per essere completata solo in Inghilterra, ciò è dovuto, secondo Stalin, al fatto che Marx non conosceva la legge dello sviluppo ineguale. In realtà la prognosi marxiana che pone in contrasto il paese dell'iniziativa rivoluzionaria col paese della realizzazione socialista era interamente basata sulla legge dello sviluppo ineguale. In nessun caso e in nessun luogo Lenin, che non consentiva reticenze alcune riguardo ai grandi problemi, ha mai registrato suoi disaccordi con Marx e Engels riguardo il carattere internazionale della rivoluzione. Tutt'altro! Se "le cose si son dimostrate differenti da ciò che Marx ed Engels si aspettavano", ha detto Lenin al terzo Congresso dei Soviet, "è solo in relazione alla sequenza storica dei paesi". Il corso degli eventi ha concesso al proletariato russo "l'onorevole ruolo di avanguardia della rivoluzione sociale internazionale, e noi ora vediamo chiaramente come lo sviluppo della rivoluzione procede ulteriormente; i russi hanno dato l'avvio - i tedeschi, i francesi e gli inglesi continueranno, ed il socialismo sarà vittorioso".

Noi siamo ammoniti ulteriormente da un argomento avanzato dal punto di vista del prestigio statale. Un rifiuto della teoria del socialismo nazionale - secondo Stalin - "porta a detronizzare il nostro paese". Già questa fraseologia, intollerabile ad un orecchio marxista, svela una profonda rottura con la tradizione bolscevica. Non era la "detronizzazione" ciò che Lenin temeva, ma il bigottismo nazionale. "Noi siamo uno dei reparti rivoluzionari della classe operaia", insegnò nell'aprile 1918 ad una sessione del Soviet di Mosca, "che è avanzato non perché noi siamo meglio degli altri, ma perché noi siamo uno dei paesi più arretrati del mondo [...] giungeremo ad una completa vittoria solo insieme a tutti gli operai degli altri paesi, agli operai del mondo intero".

L'appello ad una sobria auto valutazione diviene il leitmotiv dei discorsi di Lenin: "La rivoluzione russa", dice il 4 giugno 1918, "fu il frutto non dei meriti speciali del proletariato russo, ma del corso [...] degli eventi storici, e questo proletariato fu posto temporaneamente in prima posizione dalla volontà della storia e fece, per un certo periodo, da avanguardia della rivoluzione mondiale". "Il ruolo di primo piano occupato dal proletariato russo nel movimento operaio mondiale", ha detto ancora ad una conferenza dei Comitati di Fabbrica del 23 luglio 1918, "è spiegato non dallo sviluppo industriale del paese - ma dal suo esatto opposto, dall'arretratezza della Russia [...] Il proletariato russo è perfettamente conscio del fatto che la condizione necessaria e la premessa fondamentale per la sua vittoria si ritrovano nell'azione unitaria degli operai del mondo intero, o di molti paesi capitalisticamente avanzati". La rivoluzione d'ottobre fu causata non solo dall'arretratezza della Russia, e di questo Lenin era ben consapevole. Ma egli ha consciamente piegato troppo il bastone, in modo da poterlo raddrizzare meglio.

Al congresso del Consiglio Supremo dell'Economia - l'organo speciale creato per la costruzione del socialismo - Lenin, il 26 maggio 1918, disse: "Noi non ci tappiamo gli occhi innanzi al fatto che da soli, contando sulle nostre forze, non potremo, in un solo paese, mai raggiungere la rivoluzione socialista, neppure se fossimo un paese meno arretrato della Russia"[11]. E poi, anticipando la voce futura del bigottismo burocratico: "Ciò non deve causare una goccia di pessimismo, perché l'obbiettivo che ci siamo posti è un obbiettivo di portata storica mondiale".

Al sesto Congresso dei Soviet dell'8 novembre, disse: "La completa vittoria della rivoluzione socialista è inimmaginabile in un solo paese, ma richiede la più attiva cooperazione almeno di svariati paesi avanzati, tra i quali la Russia non può esser ricompresa".Lenin non solo negava alla Russia il diritto ad un suo proprio socialismo, ma le dà addirittura un ruolo secondario nella costruzione del socialismo. Che criminale atto di "detronizzazione" del nostro paese!

Nel marzo 1919, al Congresso del Partito, Lenin si rivolge ai più animosi: "Noi abbiamo un'esperienza pratica nel fare il primo passo in direzione della distruzione del capitalismo in un paese in cui esistono relazioni particolari tra proletariato e contadini. Nulla di più. Se ci gonfiamo come una rana, e soffiamo con tutta la nostra forza, ciò sarà completamente comico agli occhi del mondo intero. Saremmo semplici fanfaroni". Sarà qualcuno offeso da queste parole? Il 19 di maggio 1921, Lenin ha esclamato: "Ha mai qualche bolscevico, in qualsiasi periodo, negato che la rivoluzione può raggiungere il suo ultimo stadio solo quando comprende tutti, o almeno svariati, dei paesi più avanzati?!". Nel novembre 1920, ad una conferenza provinciale del partito tenutasi a Mosca, egli ha ricordato ancora al suo pubblico che i bolscevichi non hanno mai promesso né sognato di "ricostruire il mondo intero con le forze della sola Russia [...] Non abbiamo mai raggiunto tale livello di follia, ma abbiamo sempre affermato che la nostra rivoluzione sarà vittoriosa solo quando sarà supportata dagli operai di tutti i paesi".

"Non abbiamo", scrive all'inizio del 1922, "realizzato neppure le fondamenta per un'economia socialista. Queste possono essere ancora distrutte dalle forze ostili di un capitalismo morente. Dobbiamo essere chiaramente consci di questo, e riconoscerlo apertamente. Perché non c'è nulla di più rischioso delle illusioni, specialmente su questi argomenti. E non c'è assolutamente nulla di 'terribile', nulla che offra una causa legittima per il più lieve scoraggiamento, nel riconoscere quest'amara verità; perché noi abbiamo sempre insegnato e ripetuto questa elementare verità del marxismo: che per la vittoria del socialismo sono necessari gli sforzi congiunti di molti paesi avanzati".

Poco più di due anni dopo Stalin esigerà una rinuncia del marxismo riguardo a questi problemi basilari. E su che basi? Sulla base del fatto che Marx ignorava l'ineguale sviluppo - ignorava, cioè, la legge più elementare della dialettica della natura e della società. Ma che bisogna dire dello stesso Lenin, che da Stalin è ritenuto essere il primo ad aver "scoperto" questa legge dell'ineguaglianza come risultato dell'esperienza imperialistica, e che nondimeno si teneva stretto a questa "verità elementare del Marxismo"? Invano cercheremmo una spiegazione a questo fatto.

"Il trotskysmo" - secondo le accuse e le sentenze dell'Internazionale Comunista - "derivava e continua a derivare dall'assunto che la nostra rivoluzione, di per se stessa (!), non è in essenza socialista, e che la rivoluzione d'ottobre è solo il segnale, l'impulso ed il punto di partenza per una rivoluzione socialista in occidente". La degenerazione nazionalista qui si nasconde dietro il puro scolasticismo. La rivoluzione d'ottobre, "di per se stessa", non esiste. Sarebbe stata impossibile senza l'intera storia europea precedente, e sarebbe senza speranze senza una sua continuazione in Europa e nel mondo intero, "La rivoluzione russa è solo un anello di congiunzione nella catena della rivoluzione internazionale" (Lenin)[12].La sua forza risiede esattamente laddove gli Epigoni vedono la sua "detronizzazione". Esattamente per il fatto, e solo per il fatto, che essa non è completamente autosufficiente ma è solo un "segnale", un "impulso", un "punto di partenza", un "anello di congiunzione" - esattamente per questa ragione essa acquisisce un carattere socialista.

"Certamente la vittoria finale del socialismo in un solo paese è impossibile", disse Lenin al terzo Congresso dei Soviet nel gennaio 1918, "ma qualcos'altro è possibile: un esempio vivente, una messa in opera - in un qualche paese - che è ciò che appiccherà il fuoco delle masse lavoratrici in tutti i paesi" In luglio, ad una sessione del Comitato Esecutivo Centrale: "Il nostro compito è ora quello [...] di tener accesa [...] questa torcia del socialismo, così ch'essa possa continuare a spargere quante scintille possibile sulla crescente conflagrazione della rivoluzione sociale". Un mese dopo ad una riunione operaia: "La rivoluzione [europea] sta crescendo, e noi dobbiamo mantenere il potere dei Soviet finché essa non sarà iniziata. I nostri errori devono servire da lezione al proletariato occidentale". Pochi giorni più tardi ad un congresso per l'educazione operaia: "La rivoluzione russa è solo un esempio, solo il primo passo in una serie di rivoluzioni"[13] . Nel marzo 1919, ad un congresso del partito: "La rivoluzione russa era nella sua essenza una prova generale [...] della rivoluzione proletaria mondiale".Non una rivoluzione "di per se stessa", ma una torcia, una lezione, un esempio, un primo passo, solo un anello di congiunzione! Non un'impresa indipendente, ma solo una prova generale! Che cocciuta e spietata "detronizzazione"!

Ma Lenin non si è fermato neppure a questo: "Se dovesse accadere", disse l'8 novembre 1918, "che noi fossimo improvvisamente spazzati via [...] avremmo il diritto di dire, senza con questo nascondere i nostri errori, che abbiamo usato il breve periodo di tempo che il destino ci ha concesso interamente nell'interesse della rivoluzione socialista mondiale".Quant'è distante tutto ciò, tanto nel modo di ragionare quanto nella psicologia politica, dal bigotto autocompiacimento degli Epigoni, che si credono gli eterni bottoni del panciotto della terra.

Una menzogna su questioni fondamentali, se l'interesse politico spinge ad aggrapparsi ad essa, porta al compimento di innumerevoli errori e gradualmente modifica tutti i tuoi pensieri. "Il nostro partito non ha diritto di ingannare la classe operaia", disse Stalin ad una sessione plenaria del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Commista nel 1926. "Esso dovrebbe dire francamente che la mancanza di fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese porterà ad una rinuncia del potere, e al passaggio del nostro partito da una posizione di governo a partito d'opposizione". L'Internazionale Comunista ha canonizzato questa posizione nella sua risoluzione: "Il rifiuto di questa possibilità [la possibilità d'una società socialista in un solo paese] da parte dell'opposizione, è nient'altro che la negazione delle premesse per una rivoluzione socialista in Russia". Le "premesse" per la costruzione del socialismo in un paese solo non vanno ricercate nelle condizioni generali dell'economia mondiale, né nelle contraddizioni interne all'imperialismo, né nei rapporti classisti in Russia, ma in una garanzia data in anticipo alla possibilità di costruire il socialismo in un solo paese!

A questo argomento teleologico, fornito dagli Epigoni nell'autunno del 1926, possiamo replicare con le stesse considerazioni con cui rispondemmo ai menscevichi nella primavera del 1905. "Una volta che l'oggettivo sviluppo della lotta di classe pone, ad un certo punto della rivoluzione, innanzi all'alternativa di prendersi sulle proprie spalle il diritto e gli oneri del potere statale oppure arrendersi - la socialdemocrazia metterà la presa del potere all'ordine del giorno. Nel far ciò essa non ignorerà minimamente i processi di sviluppo più profondi, i processi di crescita e concentrazione della produzione. Ma essa dice: Quando la logica della lotta di classe, che poggia in ultima istanza sul corso dello sviluppo economico, costringe il proletariato ad attuare una dittatura prima che la borghesia abbia avuto modo di completare la sua missione economica [...] questo significa solo che la storia ha assegnato al proletariato un compito di colossale difficoltà. Forse il proletariato diverrà anche esausto nella lotta e cadrà sotto il suo peso - forse. Ma esso non può rifiutare questo compito per la sola paura di degenerazioni di classe e di immergere l'intero paese nella barbarie". A ciò non possiamo al presente aggiungere altro.

"Sarebbe un errore irreparabile", scrisse Lenin nel maggio 1918, "dichiarare che, una volta compresa la mancanza di corrispondenza tra il nostro potere politico e quello economico, 'ne segue' che non avremmo mai dovuto prendere il potere [...] Solo 'persone in una campana di vetro' ragionano in questa maniera, dimenticando che non ci sarà mai una tale 'corrispondenza', essa non ci può essere tanto nell'evoluzione della natura quanto in quella sociale. Solo per mezzo di una serie di tentativi - ognuno dei quali sarebbe monco se preso separatamente - è possibile che il socialismo completo scaturisca dalla cooperazione rivoluzionaria dei proletari di una serie di paesi". Le difficoltà della rivoluzione internazionale saranno superate non grazie ad una adattamento passivo, non da una rinuncia del potere, non stando seduti a guardare e ad aspettare l'insurrezione universale, ma grazie all'azione attiva, al superamento delle contraddizioni, alla dinamica della lotta e all'estensione della sua portata.

Se si prendesse seriamente la filosofia storica degli Epigoni, i bolscevichi avrebbero dovuto sapere già agli antipodi della rivoluzione d'ottobre sia che essi sarebbero stati capaci di tener duro contro una folta schiera di nemici, sia che sarebbero poi dovuti passare dal comunismo di guerra alla NEP, ed anche che in caso di bisogno essi avrebbero dovuto costruirsi il proprio socialismo nazionale. In una parola, prima di prendere il potere, essi avrebbero dovuto farsi accuratamente i propri calcoli, ed esser certi di avere un bilancio in attivo. Ciò che accadde nella realtà somiglia ben poco a questa caricatura.

In un rapporto al congresso del partito del marzo 1919, Lenin disse: "Noi dobbiamo spesso procedere a tentoni; questo fatto diviene ancor più ovvio quando tentiamo di cogliere con un solo sguardo ciò che abbiamo fatto sin qui. Ma questo fatto non ci ha mai minimamente innervositi, neppure il 10 di ottobre 1917, quando stavamo prendendo decisioni sulla questione della presa del potere. Non avevamo dubbio che toccasse a noi, nell'espressione usata dal compagno Trotsky, fare l'esperimento - iniziare il processo. Noi ci siamo accinti a compiere un lavoro che nessuno al mondo prima di noi aveva intrapreso a tale livello". E inoltre: "Chi mai potrebbe compiere un'immensa rivoluzione sapendo già in anticipo come portarla sino alla fine? Dove si può ottenere tale conoscenza? Non la si può ricercar nei libri, né tali libri esistono. La nostra decisione poteva nascere solo dall'esperienza delle masse".

I bolscevichi non cercavano alcuna garanzia sul fatto che la Russia sarebbe o meno stata capace di creare una società socialista. Essi non ne avevano bisogno, non sapevano che farsene. Essa contraddiceva tutto ciò che avevano imparato alla scuola del marxismo. "Le tattiche dei bolscevichi", scrisse Lenin contro Kautsky, "erano le uniche tattiche internazionaliste, poiché esse non erano basate sulla codarda paura della rivoluzione mondiale, non sulla filistea mancanza di fiducia in essa [...]". I bolscevichi "hanno contribuito con tutta la loro forza allo sviluppo, al supporto e allo stimolo della rivoluzione in tutti i paesi"[14]. Con tale tattica era impossibile segnare in anticipo un'infallibile tabella di marcia, ed ancor meno possibile il garantirsi una vittoria nazionale. Ma i bolscevichi sapevano che i pericoli erano un elemento della rivoluzione, come della guerra. Essi si diressero dritti verso i rischi che stavano davanti ai loro occhi.

Ponendosi di fronte al proletariato mondiale come esempio e rimproverando il modo in cui la borghesia rischia ciecamente la guerra in nome dei suoi interessi, Lenin rimproverava con odio quei socialisti che "hanno paura di lottare finché non sia 'garantita' una vittoria certa [...] La vergogna del socialismo internazionale, i lacchè della moralità borghese che pensano in tal modo meritano triplo disprezzo". Lenin, come è ben risaputo, non si soffermava molto sulla scelta delle parole quand'era colmo d'indignazione.

"Ma che dovremo fare", Stalin continuava a chiedere, "se la rivoluzione internazionale è destinata ad esser rinviata? C'è qualcosa innanzi a noi che illumini il corso della nostra rivoluzione? Trotsky non ci dà alcuna prospettiva". Gli Epigoni esigono privilegi storici per il proletariato russo: esso deve avere un tappetino steso in terra per l'ininterrotto movimento verso il socialismo, indipendentemente da ciò che accade al resto dell'umanità. La storia, purtroppo, non ha preparato tale tappetino. "Se si guarda alle cose da una prospettiva storica mondiale", disse Lenin al settimo Congresso del partito [24-29 aprile 1917, N.d.T.], "non c'è il minimo dubbio che la vittoria finale della nostra rivoluzione sarebbe impossibile se essa restasse isolata".

Ma anche in questo caso essa non sarebbe priva di frutti. "Anche se gli imperialisti dovessero abbattere già domani il potere bolscevico", disse Lenin nel maggio 1919 ad un congresso di insegnanti, "noi non ci pentiremmo neppure per un secondo d'aver preso il potere. E nessun operaio cosciente [...] se ne pentirebbe, né dubiterebbe delle conquiste che la nostra rivoluzione ha nondimeno ottenuto". Perché Lenin pensava alla vittoria solo in termini di un susseguirsi su base internazionale dello sviluppo della battaglia. "La nuova società [...] è un'astrazione che può divenir corpo vivente non altrimenti che attraverso una serie di differentemente incompleti tentativi concreti di creare questo o quello stato socialista". Questa fine distinzione, o, in un certo senso, questo contrasto, tra "stato socialista" e "nuova società" offre la chiave degli innumerevoli abusi perpetuati dalla letteratura degli Epigoni sui testi di Lenin.

Lenin spiegò con la più piena semplicità la strategia bolscevica alla fine del quinto anno dopo la conquista del potere. "A quel tempo, noi iniziammo la rivoluzione internazionale, e lo facemmo non nella convinzione di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché una vasta serie di circostanze ci costrinse ad iniziare questa rivoluzione. O la rivoluzione internazionale verrà in nostro aiuto, ed in questo caso la nostra vittoria è completamente assicurata, oppure dovremo fare il nostro modesto lavoro rivoluzionario nella coscienza che in caso di sconfitta abbiamo nondimeno servito la causa della rivoluzione e che il nostro esperimento sarà d'aiuto ad altre rivoluzioni. Ci era chiaro che, senza il supporto della rivoluzione internazionale mondiale, la vittoria del proletariato era impossibile. Anche prima della rivoluzione, ed ugualmente dopo, il nostro pensiero era: immediatamente, o in ogni caso in tempo assai breve, la rivoluzione inizierà in altri paesi, in paesi capitalisticamente più progrediti - in caso contrario dovremo perire. Malgrado fossimo coscienti di ciò, abbiam fatto di tutto per preservare il sistema sovietico in ogni circostanza e a qualsiasi costo, poiché sapevamo di non lavorare unicamente per noi stessi, ma per la rivoluzione internazionale. Sapevamo questo, e di frequente esprimevamo tale convinzione già prima della rivoluzione d'ottobre, esattamente come abbiamo continuato a fare dopo di essa e durante tutto il periodo della Pace di Brest-Litovsk. E, parlando in senso generale, gli eventi hanno per molti aspetti preso una forma inaspettata, ma l'orientamento fondamentale è rimasto immutato".

Che si può aggiungere a queste parole?. "Iniziammo la rivoluzione internazionale". Se la rivoluzione in occidente non comincia immediatamente, "o in ogni caso in tempo assai breve" - assumevano i bolscevichi - "noi dovremo perire". Ma anche in questo caso la conquista del potere sarà stata giustificata: altri impareranno dall'esperienza di coloro che son morti. "Stiamo lavorando non per noi stessi ma per la rivoluzione internazionale". Queste parole, completamente sature di internazionalismo, Lenin le espresse innanzi all'Internazionale Comunista. Sono state opposte da qualcuno? Ha qualcuno fatto accenno alla possibilità di una società socialista nazionale? Nessuno. Neppure una singola parola!

Cinque anni dopo, al settimo Plenum del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista, Stalin sviluppò idee esattamente opposte a queste. Queste ci sono già note: se non c'è "fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese", allora si avrà il "passaggio del nostro partito da una posizione di governo a partito d'opposizione". Dobbiamo avere una garanzia preliminare del successo prima di prendere il potere; dobbiamo cercare tale garanzia solo nelle condizioni nazionali; dobbiamo aver fiducia nella possibilità di costruire il socialismo nella Russia contadina; allora potremo andare avanti piuttosto bene, pur senza confidare nella vittoria del proletariato mondiale. Ognuno degli anelli nella catena di questo ragionamento prende a schiaffi la tradizione del bolscevismo.

Per mascherare la propria rottura col passato, la scuola staliniana ha cercato di usare alcune righe scritte da Lenin, righe che appaiono quantomeno inadatte allo scopo. Un articolo del 1915 su Gli Stati Uniti d'Europa, nota accidentalmente che la classe operaia in ogni singolo paese dovrebbe conquistare il potere e passare alla costruzione del socialismo senza aspettare le altre. Se dietro questa incontestabile affermazione si fosse celato un pensiero riguardo la società socialista nazionale, come avrebbe potuto Lenin scordarsene così profondamente negli anni seguenti, contraddicendola così testardamente ad ogni passo? Ma non c'è bisogno di resuscitare tali oblique inferenze quando si dispone di affermazioni dirette. Le tesi programmatiche abbozzate da Lenin lo stesso anno, 1915, rispondono alla questione in modo accurato e diretto: "Il compito del proletariato russo è quello di portare a compimento la rivoluzione democratico-borghese in Russia, in modo di facilitare la rivoluzione socialista in Europa. Il primo compito è in questo momento estremamente vicino al secondo, ma resta comunque un compito speciale e secondario, perché e questione di classi differenti che cooperano col proletariato russo. Per il primo compito il nostro alleato è la piccola-borghesia contadina russa; per il secondo è il proletariato di altri paesi"[15]. Non si potrebbe richiedere maggiore chiarezza.

Il secondo tentativo di citare Lenin non è meglio fondato. Il suo incompiuto articolo sulla cooperazione dice che nella Repubblica Sovietica abbiamo a disposizione "tutto ciò che è necessario e sufficiente" per poter completare la transizione al socialismo senza altre rivoluzioni. Qui è questione, com'è perfettamente chiaro dal testo, di premesse legali e politiche per il socialismo. L'autore non scorda di rammentare ai suoi lettori che le premesse culturali e produttive sono inadeguate. In generale Lenin ha ripetuto questo concetto parecchie volte: "Noi [...] manchiamo di civilizzazione per poter attuare una transizione diretta al socialismo", scrisse in un articolo dello stesso periodo, all'inizio del 1923, "per quanto ne abbiamo le premesse politiche".In questo caso, come in tutti gli altri, Lenin partiva dal presupposto che il proletariato occidentale avrebbe affiancato quello russo nella strada verso il socialismo e si sarebbe posto alla sua testa. L'articolo sulla cooperazione non sostiene per nulla che la Repubblica Sovietica possa creare armoniosamente e per mezzo di misure riformistiche il suo proprio socialismo nazionale, anziché occupare il suo posto nel processo di antagonistici e rivoluzionari sviluppi verso la società socialista mondiale. Entrambe le citazioni, introdotte persino nel programma dell'Internazionale Comunista, furono tempo addietro spiegate nella nostra Critica del Programma, ed i nostri oppositori non hanno mai tentato di difendere le loro distorsioni ed errori. Tale tentativo sarebbe stato senza speranza.

Nel marzo 1923 - nell'ultimo periodo del suo lavoro creativo - Lenin scrisse [Meglio meno ma meglio, N.d.T.]: "Ci troviamo [...] al presente, di fronte alla domanda: potremo riuscire a mantenere il potere con la nostra piccola e molto piccola produzione contadina, nelle rovinose condizioni in cui ci troviamo, fino al momento in cui i paesi capitalistici d'Europa occidentale completeranno il loro sviluppo verso il socialismo?". Ricapitolando: le date son state posticipate, gli eventi sono mutati, ma le fondamenta internazionali della nostra politica non ne restano scosse; la fede nella rivoluzione internazionale - che secondo Stalin equivale ad una "sfiducia nelle forze interne della rivoluzione russa" - finì nella tomba assieme al grande internazionalista. Solo dopo aver rinchiuso Lenin in un mausoleo, gli Epigoni furon capaci di nazionalizzare il suo pensiero.

Dalla divisione mondiale del lavoro, dall'ineguale sviluppo dei diversi paesi, dalla loro mutua dipendenza economica, dall'irregolarità di diversi aspetti della loro cultura, dalla dinamica della forze produttive contemporanee, da tutto ciò segue che la struttura socialista può esser costruita solo da un sistema di cooperazione economica, solo unendo i conflitti interni di un singolo paese a quelli di altri paesi, solo dalla mutua cooperazione tra paesi differenti e da una mutua integrazione di differenti branche della loro industria e della loro cultura - cioè, in ultima istanza, solo nell'arena mondiale.

Il vecchio programma del partito, adottato nel 1903, inizia con le parole: "Lo sviluppo degli scambi ha comportato un tale legame tra i popoli del mondo civilizzato che il grande movimento di liberazione del proletariato doveva diventare, è molto tempo fa è diventato, internazionale". La preparazione del proletariato per la rivoluzione in arrivo è definito come il compito della "socialdemocrazia internazionale".Però, "Sulla strada verso il loro comune obbiettivo finale [...] i socialdemocratici dei vari paesi sono costretti ad affrontare compiti immediati dissimili". In Russia tale compito era l'abbattimento dello zarismo. La rivoluzione democratica era quindi anticipatamente considerata come il passo nazionale verso la rivoluzione socialista internazionale.

La medesima concezione sta alla base del programma adottato dal partito dopo la conquista del potere. In una discussione preliminare avvenuta durante il settimo Congresso e riguardante la bozza di tale programma, Miliutin propose una correzione alla risoluzione di Lenin: "Propongo", disse, "di inserire l'espressione 'rivoluzione socialista internazionale' dove si parla de 'l'era della rivoluzione sociale appena iniziata' [...] Non considero necessario dibattere in proposito [...] La nostra rivoluzione può vincere solo come rivoluzione internazionale. Essa non può vincere nella sola Russia, lasciando inalterata la struttura borghese nei paesi che la circondano [...] Propongo che ciò venga inserito in modo tale da evitare fraintendimenti". Il presidente Sverdlov: "Il compagno Lenin accetta questo emendamento, un voto non è quindi necessario". Un piccolo episodio di tecnica parlamentare ("non necessario dibattere" e "un voto non è necessario") basta a confutare la falsa storiografia degli epigoni in modo forse più convincente della più diligente delle indagini! Il fatto che lo stesso Miliutin, come Skvortzov-Stepanov (che abbiamo precedentemente citato), e come centinaia e migliaia di altri, poco dopo condannò le sue stesse idee etichettandole col nome di "trotskysmo", non cancella questi fatti. Le grandi tendenze storiche sono più forti delle ossa della schiena umana. Le alte maree tirano su, ed i riflussi abbattono, intere generazioni politiche. Le idee, d'altra parte, possono continuare a vivere anche dopo la morte fisica o spirituale di coloro che le hanno supportate. Un anno dopo, all'ottavo Congresso del partito, che ratificò il nuovo programma, la stessa questione venne ancora illuminata in un tagliente botta e risposta tra Lenin e Podbelsky. Il delegato moscovita protestava contro il fatto che, malgrado la rivoluzione d'ottobre fosse stata vittoriosa, il programma parlava ancora di rivoluzione utilizzando il tempo futuro. "Podhelsky", dice Lenin, "attacca il fatto che in uno dei suoi paragrafi il programma parla della rivoluzione sociale a venire [...] Le sue argomentazioni sono ovviamente inconsistenti, poiché nel programma noi parliamo della rivoluzione su scala mondiale". In realtà la storia del partito non ha lasciato agli Epigoni alcun angolo oscuro in cui nascondersi.

Nel programma della Gioventù Comunista, adottato nel 1921, la medesima questione è trattata in forma veramente semplice e popolare. "La Russia", dice un paragrafo, "per quanto possieda enormi risorse naturali, è nondimeno, riguardo l'industria, un paese arretrato in cui predomina una popolazione piccolo-borghese. Essa può giungere al socialismo solo attraverso una rivoluzione socialista mondiale, nella cui epoca di sviluppo siamo ora entrati".Ratificato dal Politburo, con la partecipazione non solo di Lenin e Trotsky, ma anche di Stalin, questo programma era in piena forza nell'autunno del 1926, quando il Comitato Centrale dell'Internazionale Comunista convertì la non accettazione del socialismo in un paese solo in peccato mortale.

Nei due anni seguenti, però, gli Epigoni furono costretti a nascondere negli archivi i programmi dell'epoca leniniana. I loro nuovi documenti, composti da frammenti tra loro rattoppati, vennero da loro definiti come programma dell'Internazionale Comunista. Laddove con Lenin nel programma "russo" si parla di rivoluzione internazionale, con gli Epigoni nel programma internazionale si parla di socialismo "russo".

Quando e come la rottura col primo si è rivelata per la prima volta? La storica data è facile da indicare, poiché coincide con il punto di svolta nella biografia di Stalin. Nell'aprile 1924, tre mesi dopo la morte di Lenin, Stalin stava modestamente esponendo i classici punti di vista del partito. "Abbattere il potere della borghesia e stabilire il potere del proletariato in un paese", scrisse nei suoi Problemi del leninismo, "non equivale a garantire la completa vittoria del socialismo". Il compito principale del socialismo - l'organizzazione della produzione socialista - è ancora lontano. Può questo compito essere realizzato? È possibile ottenere la vittoria del socialismo in un solo paese, senza lo sforzo combinato dei proletari di svariati paesi avanzati? No, non lo è. "Gli sforzi di un paese sono sufficienti solo ad abbattere la borghesia - questo è ciò che la storia c'insegna. Per la vittoria finale del socialismo, per l'organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un solo paese, specialmente un paese contadino come la Russia, non sono sufficienti - per questa sono necessari gli sforzi dei proletari di svariati paesi avanzati". Stalin conclude la sua esposizione di questi pensieri con le parole: "Questi, in generale sono i fattori caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria".

Nell'autunno dello stesso anno, sotto l'influenza della lotta contro il "trotskysmo", fu improvvisamente scoperto che proprio la Russia è il paese che, a differenza degli altri, potrà costruire la società socialista facendo esclusivamente affidamento sulle proprie forze, sempre che non venga ostacolata dall'intervento straniero armato. In una nuova edizione dello stesso lavoro, Stalin scrisse: "Avendo consolidato il proprio potere, e ponendosi a capo dei contadini, il proletariato del paese vittorioso può e deve costruire la società socialista". Può e deve! "La vittoria della rivoluzione [...] almeno in svariati paesi [...] è necessaria" solo per "garantire pienamente il paese contro l'intervento straniero". La proclamazione di questa nuova concezione, che assegna al proletariato mondiale il ruolo di polizia di confine, finisce con quelle stesse parole: "Questi, in generale sono i fattori caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria". Nel corso di un anno Stalin ha imputato a Lenin due punti di vista diametralmente opposti riguardo un problema fondamentale del socialismo.

Ad una sessione plenaria del Comitato Centrale del 1927, Trotsky disse, riguardo queste due opinioni contraddittorie di Stalin: "Si potrebbe dire che Stalin ha fatto un errore e che dopo si è corretto. Ma come potrebbe egli sbagliarsi su una questione di tale portata? Se fosse stato vero il fatto che Lenin ha esposto la teoria del socialismo in un solo paese già nel 1915 (cosa completamente falsa), se fosse stato vero che successivamente Lenin non fece altro che rafforzare e sviluppare tale punto di vista (cosa completamente falsa) - allora, potremmo chiederci, come ha fatto Stalin ad immaginarsi, durante la vita di Lenin, durante l'ultimo periodo della sua vita, quell'opinione così scorretta su questioni di tale importanza che trova espressione nella prima versione del suo libro del 1924? Pare che su tale fondamentale questione Stalin sia sempre stato un "trotskysta", e che solo dopo il 1924 ha cessato d'esserlo. Sarebbe buona cosa se Stalin potesse mostrarci almeno una citazione dai suoi scritti anteriori al 1924 nella quale egli dice qualcosa a proposito della costruzione del socialismo in un paese solo. Egli non troverà mai tale citazione!" Tale sfida rimase senza risposta.

Non dovremmo, però, esagerare la portata del mutamento avvenuto in Stalin. Ciò che è avvenuto in relazione ai problemi della guerra, dei nostri rapporti con il governo provvisorio o della questione nazionale, si è ripetuto anche riguardo le prospettive generali della rivoluzione. Stalin aveva due distinte posizioni: una indipendente, organica, non sempre apertamente espressa (o, almeno, mai in modo completo), ed un'altra condizionale, fraseologica, presa in prestito da Lenin. Sarebbe impossibile immaginare un golfo più profondo tra due persone appartenenti allo stesso partito di quello che separava Stalin da Lenin, sia sulle questioni fondamentali della concezione rivoluzionaria, sia per quanto riguarda la psicologia politica. Il carattere opportunista di Stalin è travisato oggi dal fatto che il suo potere poggia su una vittoriosa rivoluzione proletaria. Ma abbiamo già visto qual era la posizione indipendente di Stalin nel marzo del 1917. Avendo alle spalle una rivoluzione borghese già realizzata, egli conferì al partito il compito di "metter i freni alle divisioni" con la borghesia - cioè, di frenare la rivoluzione proletaria. Se tale rivoluzione è stata compiuta, non è per colpa sua. Ma, assieme a tutta la burocrazia, Stalin ha preso poi posizione sulla base di un fatto già compiuto. Una volta che c'è la dittatura del proletariato, ci deve essere anche il socialismo. Rivoltando l'argomento dei menscevichi contro la rivoluzione proletaria in Russia, Stalin, con la sua teoria del socialismo in un paese solo, prese a barricarsi contro la rivoluzione internazionale. E poiché egli non ha mai portato sino alle sue logiche conclusioni un pensiero riguardante questioni di principio, non gli può sembrare altro che egli avesse sempre, "in sostanza", pensato come nell'autunno del 1924. E poiché egli, oltretutto, non è mai entrato in contraddizione con l'opinione prevalente del partito, non gli può sembrare diversamente che anche il partito ha sempre, "in sostanza", pensato come lui.

La sostituzione iniziale fu inconscia. Non si trattò di falsificazione, ma di caduta ideologica. Ma man mano che la dottrina del socialismo nazionale veniva a scontrarsi con critiche ben armate, si rendeva necessaria un'organizzazione, un'operazione chirurgica, un'interferenza da parte dell'apparato. La teoria del socialismo nazionale venne allora decretata. La sua validità fu provata col metodo dei contrari - dall'arresto di coloro che non la appoggiavano. Allo stesso tempo venne inaugurata l'era della ricostruzione del passato del partito. La storia del partito venne trasformata in un palinsesto. Questa distruzione delle pergamene continua ancora, e con furia sempre crescente.

Il fattore decisivo, però, non va ricercato né nella repressione né nella falsificazione. Il trionfo della nuova dottrina, rispondente agli interessi ed alla situazione in cui si trova la burocrazia, poggiava su circostanze oggettive - temporanee ma estremamente potenti. Si è aperta innanzi alla Repubblica Sovietica la possibilità di giocare in politica estera ed interna un ruolo assai più significante di quello che mai nessuno prima della rivoluzione avrebbe potuto prevedere. L'isolato stato operaio non solo ha tenuto duro tra una folta legione di nemici, ma si è anche elevato economicamente. Questo fatto ha pesantemente influito sulla formazione dell'opinione politica della generazione più giovane, che non ha ancora imparato a pensare ponendosi da un punto di vista storico - cioè, a comparare e prevedere.

La borghesia europea è uscita dall'ultima guerra con troppe ferite per poter decidere con leggerezza di affrontarne una nuova. La paura di conseguenze rivoluzionarie ha paralizzato i piani di intervento militare. Ma il fattore paura è di per sé instabile. La minaccia di una rivoluzione non ha mai rimpiazzato la rivoluzione stessa. Un pericolo che per molto tempo non si manifesta, perde i suoi effetti. Allo stesso tempo l'irriconciliabile antagonismo tra lo stato operaio e l'imperialismo mondiale tende a salire in superficie. I recenti eventi sono stati così eloquenti che la speranza di "neutralizzare" la borghesia mondiale sino alla completa realizzazione della struttura socialista è stata abbandonata dall'attuale fazione dominante; fino ad un certo punto essa è stata persino tramutata nel suo contrario.

I successi industriali raggiunti durante questi anni pacifici sono un'immortale dimostrazione degli incomparabili vantaggi dell'economia pianificata. Questo fatto non contraddice affatto il carattere internazionale della rivoluzione: il socialismo non potrebbe esser realizzato nell'arena mondiale laddove i suoi elementi e punti d'appoggio non fossero pronti in differenti paesi. Non è un caso che gli oppositori della teoria del socialismo nazionale fossero proprio i protagonisti dell'industrializzazione, della pianificazione, dei piani quinquennali e della collettivizzazione. Rakovsky, e con lui migliaia di altri bolscevichi, stanno pagando con anni di galera la loro battaglia a favore di un'estesa iniziativa industriale. Sono stati loro, da un lato, i primi ad alzarsi contro un'eccessiva stima dei risultati raggiunti, contro l'autocompiacimento nazionale. Dall'altra parte, i diffidenti e miopi "uomini concreti", che inizialmente ritenevano che il proletariato dell'arretrata Russia non potesse conquistare il potere, e che dopo la conquista del potere hanno negato la possibilità di una vasta industrializzazione e della collettivizzazione, hanno successivamente preso la posizione diametralmente opposta. I successi che son stati raggiunti contro le loro stesse aspettative, sono stati poi da essi moltiplicati in un'intera serie di Piani Quinquennali, e tali tavole moltiplicate son state poi sostituite alla prospettiva storica. Questa è la teoria del socialismo in un paese solo.

Il realtà la crescita attuale dell'economia sovietica continua ad esser un processo antagonistico. Nel rafforzare lo stato operaio, i successi economici non stanno affatto guidando automaticamente alla creazione di una società armoniosa. Al contrario, essi stanno preparando ed affilando le contraddizioni di una struttura socialista isolata per portarle ad un livello più alto. La Russia rurale ha bisogno, come prima, di un mutuo piano industriale con l'Europa. La divisione mondiale del lavoro sta sopra la dittatura del proletariato in un paese solo, e detta imperativamente la sua strada successiva. La rivoluzione d'ottobre non ha escluso la Russia dallo sviluppo del resto dell'umanità, ma al contrario l'ha stretta maggiormente ad esso. La Russia non è un ghetto barbarico, ma neanche l'Arcadia del socialismo. È il paese più in transizione di tutti in quest'epoca di transizione. "La rivoluzione russa è solo un anello di congiunzione nella catena della rivoluzione internazionale". L'attuale condizione dell'economia mondiale ci permette di dire senza esitazioni: il capitalismo si è avvicinato alla rivoluzione proletaria più di quanto l'Unione Sovietica si sia al socialismo. Il destino del primo stato operaio è inseparabilmente legato a quello dei movimenti di liberazione in occidente e in oriente. Ma questo vasto tema richiede d'essere investigato separatamente e con maggior attenzione. Speriamo di ritornarci sopra in futuro.

NOTE

1. Nella lettera agli operai svizzeri, del febbraio 1917, si legge:
"La Russia è un paese contadino, uno dei più arretrati paesi d'Europa. Il socialismo non può, lì, trionfare immediatamente, ma il carattere contadino del paese con grossi tratti di terra nella mani dell'aristocrazia feudale e dei grossi proprietari terrieri può, sulla base dell'esperienza del 1905, dare una tremenda scossa alla rivoluzione democratico borghese russa e fare della nostra rivoluzione il preludio della rivoluzione socialista mondiale, un passo verso di essa… il proletariato russo non può, affidandosi unicamente alle proprie forze, completare vittoriosamente la rivoluzione socialista. Ma può dare alla rivoluzione russa una dimensione tale da creare le condizioni più favorevoli ad essa, e in tale modo, in un certo senso, la inizierà. Esso può facilitar le cose per l'ingresso nella battaglia decisiva del suo principale e più fidato alleato, il proletariato socialista europeo ed americano".

2. Articolo del 1° ottobre 1917.

3. 3 gennaio 1918, Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato
II.
2. […] il proposito fondamentale [della Repubblica Sovietica Russa è quello di] istituire un'organizzazione socialista della società e di raggiungere la vittoria del socialismo in tutti i paesi […]
III.
2. [Esprimendo la sua ferma determinazione a strappare l'umanità dalle grinfie del capitale finanziario e dell'imperialismo], […] l'Assemblea Costituente insiste su una completa rottura con la barbara politica della civilizzazione borghese, che ha costruito la prosperità degli sfruttatori appartenenti a poche particolari nazioni sull'asservimento di centinaia di milioni di lavoratori in Asia, nelle colonie in generale e nei piccoli paesi.
3. L'Assemblea Costituente considera la legge sovietica sulla cancellazione dei prestiti contratti dai governi dello zar, dei proprietari terrieri e della borghesia, come un primo colpo inferto all'attività bancaria internazionale, al capitale finanziario, ed esprime la convinzione che il potere del Soviet proseguirà fermamente in questa traiettoria finché la rivolta internazionale degli operai contro il giogo del capitale non avrà trionfato.

4. Rapporto sulla guerra e sulla pace al VII Congresso del PC(b), 7 marzo 1918:
"[…] Qui sta la più grande difficoltà delle rivoluzione russa, il suo più grande problema storico: la necessità di risolvere i suoi compiti internazionali, la necessità di suscitare la rivoluzione internazionale, di operare questo passaggio dalla nostra rivoluzione, strettamente nazionale, alla rivoluzione mondiale. Questo compito si poneva di fronte a noi con tutte le sue inaudite difficoltà"
”[…] Se consideriamo le cose dal punto di vista storico e mondiale, è assolutamente certo che la vittoria definitiva della nostra rivoluzione, se questa dovesse rimanere isolata, se non vi fosse un movimento rivoluzionario negli altri paesi, sarebbe una causa disperata. Se il nostro partito bolscevico ha preso, da solo, tutta l’opera nelle sue mani, ci siamo presi questo impegno perché siamo convinti che la rivoluzione matura in tutti i paesi, e che alla fin fine – a non agli inizi degli inizi – per quanto grandi siano le difficoltà da sormontare, per quanto gravi siano le sconfitte che ci attendono, la rivoluzione socialista internazionale verrà, perché è in marcia, arriverà a maturazione, finirà per maturare, perché sta maturando. La nostra salvezza da tutte queste difficoltà – lo ripeto – sta nella rivoluzione europea. Partendo da questa verità, verità assolutamente astratta, ed ispirandoci ad essa, noi dobbiamo vegliare a che col tempo non si trasformi in una frase […] Come è assolutamente inconfutabile che tutte le difficoltà della nostra rivoluzione saranno superate soltanto quando la rivoluzione socialista mondiale, che oggi sta maturando dappertutto, verrà a maturazione, così è assolutamente assurdo affermare che dobbiamo trascurare ogni difficoltà concreta attuale della nostra rivoluzione dicendo: ‘Io punto sul movimento internazionale socialista: posso fare qualsiasi sciocchezza’, ‘
Liebknecht ci toglierà di impiccio; egli vincerà di certo’ "
"[…] è una verità assoluta che senza la rivoluzione tedesca noi siamo perduti; non a Pietrogrado forse, né a Mosca, ma a Vladivostok o in qualche altra regione ancora più lontana, dove dovremo trasferirci, a una distanza ancora più grande di quella che separa Pietrogrado da Mosca; ma in ogni caso, ammettendo tutte le peripezie possibili e immaginabili, se la rivoluzione non scoppierà noi siamo perduti".

5. Nel rapporto presentato al III Congresso dell’Internazionale Comunista (La tattica del partito comunista russo), del 5 luglio 1921, leggiamo:
"Quando abbiamo iniziato la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva ad iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni. Ci era chiaro che, senza l'aiuto da parte della rivoluzione internazionale, la vittoria della rivoluzione proletaria è impossibile. Già prima della rivoluzione, tanto quanto in seguito, pensavamo che tale rivoluzione sarebbe scoppiata immediatamente o quanto meno assai presto negli altri paesi capitalisticamente più avanzati, altrimenti saremmo morti. Nonostante tale convinzione, abbiam fatto del nostro meglio per proteggere il sistema sovietico sotto qualsiasi circostanza e ad ogni costo, perché sappiamo che stiamo lavorando non solo per noi stessi ma anche per la rivoluzione internazionale.
"la conclusione definitiva che ne traggo è la seguente: lo sviluppo della rivoluzione internazionale che noi prevedevamo va avanti, ma questo movimento progressivo non è così lineare come ci aspettavamo. […] Adesso è necessario preparare a fondo la rivoluzione.
"i contadini russi senza dubbio hanno guadagnato dalla rivoluzione molto di più di quanto abbia guadagnato la classe operaia. Su questo non ci possono essere dubbi. Dal punto di vista teorico ciò dimostra, s’intende, che la nostra rivoluzione è stata, in una certa misura, borghese […] Eppure noi siamo stati l’unico partito capace di condurre fino in fondo la rivoluzione borghese e di facilitare la lotta per la rivoluzione socialista […]
"Non nascondiamo, ammettiamo anzi con tutta franchezza, che le concessioni nel sistema del capitalismo di Stato significano pagare un tributo al capitalismo. Ma noi guadagniamo tempo, e guadagnare tempo significa guadagnare tutto, specie in un’epoca di equilibrio, in cui i nostri compagni stranieri si preparano seriamente alla rivoluzione; e quanto più seriamente sarà preparata, tanto più sicura sarà la vittoria. Ebbene, fino a quel momento saremo costretti a pagare un tributo.
"[…] l’unica possibile base economica del socialismo è la grande industria meccanica. Chi lo dimentica non è comunista"

6. Nel rapporto presentato al VII Congresso del Partito bolscevico (Il compito principale dei nostri giorni), del 12 marzo 1918, si legge:
"in poche settimane […] Abbiamo suscitato in milioni e milioni di operai di tutti i paesi la fiducia nelle loro proprie forze e acceso in essi la fiamma dell'entusiasmo. Abbiamo lanciato ovunque l'appello alla rivoluzione operaia internazionale. Abbiamo gettato una sfida alle belve imperialiste di tutti i paesi.
"[…] ci sono tuttavia rimasti abbastanza spazio e ricchezze naturali per fornire a tutti e a ognuno mezzi di sussistenza se non abbondanti almeno sufficienti. Noi abbiamo ciò che occorre - e ricchezze naturali, e riserve di forze umane, e il magnifico slancio che la grande rivoluzione ha dato al genio creatore del popolo - per creare una Russia veramente forte e opulenta. La Russia potrà diventarlo se getterà lungi da sé ogni scoraggiamento ed ogni frase e, stringendo i denti, raccoglierà tutte le sue forze; se tenderà ogni nervo, ogni muscolo; se comprenderà che l'unico cammino che conduce alla salvezza è quello della rivoluzione internazionale, cammino nel quale siamo entrati.
"[…] Il capitalismo è oggi maturo per il socialismo.
Se la Russia supera questo momento - ed indubbiamente lo supererà - dalla 'Pace di Tilsit' ad un boom nazionale […] allora il risultato di questo boom non è la transizione ad uno stato borghese, ma la transizione verso la rivoluzione socialista internazionale. Dal 25 ottobre noi siamo difensisti. Siamo per la 'difesa della patria', ma la guerra per la difesa della patria verso la quale noi ci avviamo è una guerra per la patria socialista, per il socialismo diventato patria, per la Repubblica sovietica come distaccamento dell'esercito mondiale del socialismo.
"[…] noi diremo '[…] Rimani fedele all'alleanza fraterna con gli operai tedeschi. Essi hanno ritardato a venirci in aiuto. Noi guadagneremo tempo, li aspetteremo ed essi ci verranno in aiuto'."

7. L'A.B.C. del comunismo(parte 2, introduzione, paragrafo 41. Posizione internazionale della Russia):
"La necessità di una rivoluzione comunista si impose perché la Russia era strettamente legata al sistema economico mondiale. E quando ci si pone questa domanda: 'Come potrà la Russia, questo paese arretrato, passare ad una società comunista?', la nostra risposta deve tener conto del significato internazionale della rivoluzione. La rivoluzione proletaria, attualmente, non può essere altro che mondiale. Si sviluppa in questa direzione. Tutta l’Europa passerà inevitabilmente alla dittatura del proletariato e poi al comunismo. Perciò la Russia non potrà restare capitalista una volta che la Germania, la Francia e l’Inghilterra avranno attuato la dittatura del proletariato. È chiaro che la Russia sarà fatalmente trascinata verso il socialismo. La sua arretratezza agricola, il suo insufficiente sviluppo industriale, ecc., saranno di poca importanza quando la Russia si unirà con i paesi più avanzati in una Repubblica mondiale, o almeno europea, dei Soviet. Naturalmente le distruzioni provocate dalla guerra e dalla rivoluzione avranno terribilmente spossato l’intera Europa. Ma un proletariato forte e cosciente saprà ricostruire, nel giro di qualche anno, una potente industria, che contribuirà ad aiutare la Russia arretrata. Quest’ultima, d’altra parte, è un paese estremamente ricco di risorse naturali quali il legno, il carbone, il petrolio, i minerali greggi e il grano, tutti prodotti che riusciremo a lavorare con la pace ed una buona organizzazione. Nostro compito sarà, quindi, quello di aiutare i compagni d’Occidente con l’invio di materie prime. Se il proletariato conquistasse il potere in tutta Europa, la sua industria soddisferebbe ogni bisogno. Ma poiché la vittoria del proletariato in Europa è inevitabile, la classe operaia russa dovrà contribuire in tutti i modi alla costruzione del comunismo".

8. 15 aprile 1919. La III Internazionale e il suo posto nella storia :
"La fondazione della III Internazionale è avvenuta in una situazione mondiale tale che nessuna proibizione […] riesce a impedire che la notizia della nascita di questa Internazionale e la simpatia per essa si diffondano tra la classe operaia del mondo intero. Questa situazione è stata creata dalla rivoluzione proletaria, che si sviluppa manifestamente dappertutto, non giorno per giorno, ma ora per ora. Questa situazione è stata creata tra le masse lavoratrici dal movimento sovietico, il quale ha già acquistato una forza tale che è diventato effettivamente internazionale.
"[…] La I Internazionale gettò le fondamenta della lotta proletaria, internazionale per il socialismo.
La II Internazionale è stata l’epoca della preparazione del terreno per una diffusione larga, di massa, del movimento in un buon numero di paesi.
La III Internazionale ha assimilato i frutti del lavoro della II Internazionale, ne ha spazzato via il sudiciume opportunista, socialsciovinista, borghese e piccolo-borghese e ha incominciato ad attuare la dittatura del proletariato.
L’unione internazionale dei partiti che dirigono il movimento più rivoluzionario del mondo, il movimento del proletariato per l’abbattimento del giogo del capitale, ha oggi un fondamento solido come nessun altro mai: un certo numero di repubbliche sovietiche, le quali realizzano, su scala internazionale, la dittatura del proletariato, la sua vittoria sul capitalismo.
"[…] È incominciata una nuova epoca della storia mondiale.
Il genere umano si libera dall’ultima forma di schiavitù: dalla schiavitù capitalistica o schiavitù del salario.
"[…] Ho già avuto più volte occasione di dire: per i russi, in confronto ai paesi avanzati, è stato più facile iniziare la grande rivoluzione proletaria; ma sarà per essi più difficile continuarla e condurla sino alla vittoria definitiva, nel senso della completa organizzazione della società socialista.
Per noi è stato più facile incominciare, anzitutto perché l’arretratezza politica eccezionale – eccezionale per l’Europa del XX secolo – della monarchia zarista ha dato una forza straordinaria all’assalto rivoluzionario delle masse".

9. 5 maggio 1919, Sull'infantilismo di sinistra e lo spirito piccolo-borghese (riproposto per larghi tratti nell’opuscolo pubblicato nel maggio 1921 “Sull’imposta in natura”):
"[…] Se, per esempio, fra sei mesi si instaurasse da noi il capitalismo di Stato, ciò sarebbe un enorme successo e rappresenterebbe la più sicura garanzia che tra un anno il socialismo sarebbe da noi definitivamente consolidato e reso invincibile
"[…] l'espressione 'Repubblica socialista sovietica' significa che il potere dei Soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici.[…]
"1) l'economia patriarcale, cioè in larga misura naturale, contadina;
2) la piccola produzione mercantile (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano);
3) il capitalismo privato;
4) il capitalismo di Stato;
5) il socialismo.
La Russia è così grande e così varia, che tutti questi differenti tipi economico-sociali vi si intrecciano strettamente. E proprio in ciò sta il carattere originale della nostra situazione. Ma ci si domanda, quali sono gli elementi che predominano? È chiaro che in un paese di piccoli-contadini predomina e non può non predominare l'elemento piccolo-borghese; la maggioranza, anzi l'enorme maggioranza degli agricoltori sono piccoli produttori mercantili. L'involucro del capitalismo di Stato (monopolio del grano, imprenditori e commercianti controllati, cooperative borghesi) viene spezzato qua e là dagli speculatori, e l'oggetto principale della speculazione è il grano.
La lotta principale si svolge soprattutto in questo settore. Tra chi si svolge questa lotta, se parliamo in termini di categorie economiche, come il 'capitalismo di Stato'? Tra la 4a e la 5a secondo l'ordine che abbiamo or ora indicato? Certamente no. Non è il capitalismo di Stato che lotta qui contro il socialismo, ma la piccola borghesia più il capitalismo privato che lottano insieme, come una cosa sola, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo. La piccola borghesia si oppone a qualsiasi intervento, inventario e controllo statale, sia dello Stato capitalistico, sia dello Stato socialista.
"[…] Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalistica, organizzata secondo l’ultima parola della scienza moderna, senza una organizzazione statale sistematica che sottoponga decine di milioni di uomini alla più severa osservanza di una norma unica nel processo di produzione e di ripartizione dei prodotti. Questo, noi, marxisti, lo abbiamo sempre detto, e non val la pena di perdere nemmeno due secondi a conversare con gente che non ha capito nemmeno questo (gli anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra).
Inoltre, il socialismo è inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato; anche ciò è elementare. La storia (nessuno, eccettuati i menscevichi più ottusi, aspettava che essa desse senza intoppi, tranquillamente, facilmente e semplicemente il socialismo ‘integrale’) ha preso un corso così originale da generare, verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, esistenti l’una accanto all’altra proprio come due embrioni di pulcini dentro il guscio unico dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia incarnano nel 1918, nel modo più evidente, la realizzazione materiale, da una parte, delle condizioni economiche, produttive e sociali, e dall'altra, delle condizioni politiche del socialismo.
Una rivoluzione proletaria vittoriosa in Germania, spezzerebbe subito, con enorme facilità, il guscio dell'imperialismo (fatto purtroppo del migliore acciaio e perciò capace di resistere agli sforzi di un qualsiasi pulcino)… assicurerebbe senz'altro, senza difficoltà oppure con difficoltà insignificanti, la vittoria del socialismo mondiale, a condizione naturalmente che la misura delle 'difficoltà' sia presa su scala storica mondiale e non secondo il criterio di un gruppetto di filistei.
Finché in Germania la rivoluzione ancora tarda a "nascere", il nostro compito è di metterci alla scuola del capitalismo di Stato tedesco, di cercare di assimilarlo con tutte le nostre forze.
"[…] Non è forse chiaro che nel senso materiale, economico, produttivo, non ci troviamo ancora nella ‘anticamera’ del socialismo? E che alla soglia del socialismo si può arrivare solo attraverso questa ‘soglia’, da noi non ancora raggiunta?
"[…] siamo in ritardo rispetto al più arretrato fra gli Stati dell’Europa occidentale per quanto concerne l’organizzazione di un capitalismo di Stato ben ordinato, il livello di cultura, il grado di preparazione materiale, produttiva, per la ‘introduzione’ del socialismo. […] Da una parte sarebbe un errore irreparabile dichiarare che, una volta riconosciuto che le nostre ‘forze’ economiche non corrispondono alla nostra forza politica, ‘di conseguenza’ non avremmo dovuto prendere il potere. Così ragionano gli ‘uomini chiusi nel loro guscio’, i quali dimenticano che non esisterà mai ‘corrispondenza’, che essa non può esistere né nello sviluppo della società, né nello sviluppo della natura, che solo per mezzo di una serie di tentativi, ognuno dei quali, preso a parte, sarà unilaterale e soffrirà di una certa mancanza di corrispondenza, si crea il socialismo vittorioso con la collaborazione rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi".

10. 27 marzo 1922, Fine della ritirata
"Noi andiamo a[lla Conferenza di] Genova, lo ripeto, come commercianti per assicurarci forme più vantaggiose per quello sviluppo del commercio che è già cominciato, che si sviluppa e che, anche se qualcuno riuscisse a interromperlo con la violenza per un periodo di tempo più o meno lungo, continuerà inevitabilmente a svilupparsi.
"è toccato a noi di essere i primi ad aprire una breccia nel vecchio mondo borghese, nel momento in cui il nostro paese era economicamente, se non il più arretrato, almeno uno dei paesi più arretrati del mondo […]
"Abbiamo detto fin dall’inizio che dovevamo accingerci ad un’opera del tutto nuova, e che se i compagni operai dei paesi capitalisticamente più sviluppati non ci fossero venuti al più presto in aiuto la nostra opera sarebbe stata incredibilmente
difficile
"[…] finora abbiamo stilato un programma e fatto delle premesse, cosa che a suo tempo era assolutamente necessario fare. Senza programma e senza premesse non si può incominciare una rivoluzione mondiale
"[…] Non abbiamo insomma ancora cessato di essere rivoluzionari (sebbene molti affermino, e non del tutto infondatamente, che ci siamo burocratizzati)
"[…] E’ necessario fare in modo che sia possibile il decorso abituale dell’economia capitalistica, poiché ciò è indispensabile al popolo, e senza di ciò è impossibile vivere
"[…] Ritirarsi è difficile, specialmente per dei rivoluzionari abituati all’offensiva […] specialmente se sono circondati da rivoluzionari di altri paesi che non sognano altro che di incominciare l’offensiva
[…] Noi siamo costretti, ed io specialmente per le mie funzioni, a udire ogni giorno molte fandonie comuniste, e talvolta ci si sente mortalmente nauseati. Ed ecco che in luogo di queste bugie arriva un numero del giornale Smena Viekh [organo di una corrente politico-sociale alla testa della quale si trovano i più grandi uomini politici del partito cadetto, alcuni ministri dell’ex governo di Kolciak, uomini che si sono convinti che il potere sovietico costituisce lo Stato russo, e che perciò bisogna seguirlo] che dice francamente: 'Le cose non stanno come voi credete, ciò è frutto della vostra immaginazione, ma in realtà voi state cadendo nella comune palude borghese, dove spunteranno fuori le vostre bandierine comuniste con parole d’ordine di ogni genere'. Queste osservazioni ci sono molto utili, perché qui non si tratta già più del ritornello che udiamo eternamente attorno a noi, ma della semplice verità di classe della dal nostro nemico di classe. […] “Io sono per l’appoggio del potere sovietico in Russia – dice Ustrialov, sebbene sia stato un cadetto, un borghese e abbia appoggiato l’intervento – sono per l’appoggio del potere dei Soviet, perché esso si è messo sulla strada lungo la quale rotolerà verso il comune potere borghese”.[…] Le cose di cui parla Ustrialov sono possibili, bisogna dirlo apertamente. La storia conosce mutamenti di ogni sorta; far affidamento sulla convinzione, sulla devozione e su altre magnifiche qualità spirituali in politica non è una cosa seria.
"[…] Vi sono forse ora nel nostro paese condizioni sociali ed economiche tali per cui nelle fabbriche e nelle officine vadano i veri proletari? No, non ci sono. Dovrebbe essere così secondo Marx, ma Marx non scriveva sulla Russia, ma sul capitalismo in generale.
"[…] Gridino pure i menscevichi […] 'La loro rivoluzione è una rivoluzione borghese!'; noi diciamo che è nostro compito portare a termine la rivoluzione borghese.
"[…] Può darsi che il nostro apparato sia cattivo, ma si dice che anche la prima macchina a vapore fosse cattiva, e non si sa nemmeno se funzionasse. Ma non è questo che conta: quel che conta è che sia stata inventata.
"[…] per noi, rappresentanti del partito comunista, ciò significa solo aprire la porta. Ci attende ora il compito di costruire le fondamenta dell’economia socialista. L’abbiamo fatto? No, non l’abbiamo fatto. Non abbiamo ancora fondamenta socialiste. I comunisti i quali pensano che esse esistano commettono un errore grandissimo. Il problema centrale è quello di fare una distinzione chiara e obiettiva tra ciò che costituisce il merito storico mondiale della rivoluzione russa e ciò che noi facciamo molto male, ciò che non è ancora stato creato e che deve essere ancora rifatto più volte".

11. 26 maggio 1918, Discorso al primo Congresso dei Consigli dell’Economia di tutta la Russia
"[…] la proprietà privata dei mezzi di produzione, condannata dalla storia, sarebbe andata in frantumi […] Questo è stato stabilito con previsione scientifica. Lo sapevamo quando abbiamo preso il potere per accingerci alla riorganizzazione socialista […] Noi non ci tappiamo gli occhi innanzi al fatto che da soli, contando sulle nostre forze, non potremmo, in un solo paese, mai raggiungere la rivoluzione socialista, neppure se fossimo un paese meno arretrato della Russia, neppure se vivessimo in condizioni migliori di quanto siano quelle attuali. […] Quando un paese si è posto sulla via di profonde trasformazioni, torna a merito di questo paese e del partito della classe operaia che ha vinto in questo paese l’aver saputo affrontare in pieno modo pratico problemi che prima venivano posti in modo astratto, teorico, questa esperienza non verrà mai dimenticata. L’esperienza che gli operai, oggi uniti nei sindacati e nelle organizzazioni locali, hanno acquisito nel lavoro pratico di riorganizzare tutta la produzione su scala nazionale, non andrà perduta, checché accada, quali siano le vicissitudini della rivoluzione russa e della rivoluzione socialista internazionale. Questa esperienza è entrata nella storia come una conquista del socialismo, e su questa esperienza la futura rivoluzione internazionale costruirà il suo edificio socialista".

12. Si veda, ad esempio, la prefazione alla prima edizione di Stato e rivoluzione, scritta nell'agosto del 1917:
“[…] la rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico.
"[…] questa rivoluzione non può essere concepita se non come una anello nella catena delle rivoluzioni proletarie socialiste provocate dalla guerra imperialista”

13. 28 agosto 1918, Discorso sull'educazione al primo congresso di tutta la Russia:
"Compagni, stiamo passando attraverso uno dei momenti più critici, importanti ed interessanti di tutta la storia - un momento nel quale la rivoluzione socialista mondiale si sta compiendo. Sta divenendo ora apparente persino a coloro che si tenevano lontani dalle teorie e previsioni socialiste che questa guerra non terminerà così come è cominciata, cioè con una pace tra i governi imperialisti condotta nella via usuale. La rivoluzione russa ha mostrato che la guerra sta inevitabilmente guidando verso la disintegrazione dell'intera società capitalista in generale, che si sta convertendo in guerra del popolo lavoratore contro gli sfruttatori. In ciò risiede l'importanza della rivoluzione russa.
"[…] Parallelamente alla guerra tra i due gruppi imperialisti, un'altra guerra sta cominciando in ogni luogo, la guerra che la classe lavoratrice, ispirata dall'esempio della rivoluzione russa, sta dichiarando contro la propria borghesia. Tutti i segni mostrano che Austria e Italia sono sull'orlo della rivoluzione. Il vecchio ordine in questi paesi si sta disintegrando rapidamente. Nei paesi più forti e stabili, come Germania, Inghilterra e Francia, si sta verificando lo stesso processo, per quanto in una forma in qualche modo differente e meno evidente. Il collasso del sistema capitalista e della guerra capitalista è inevitabile.
"[…] Il nostro esercito è stato formato da gente scelta, da contadini ed operai con coscienza di classe. Ognuno di essi va al fronte conscio di combattere per il destino della rivoluzione mondiale tanto quanto per la rivoluzione russa, poiché noi possiamo star certi che la rivoluzione russa è solo un esempio, solo il primo passo nella serie di rivoluzioni nelle quali la guerra è destinata a terminare".

14. La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, scritto nell'ottobre-novembre 1918:

    Prefazione
“[…] La questione della rivoluzione proletaria si pone ora praticamente all'ordine del giorno in tutta una serie di Stati. […]”
    Che cos'è l'internazionalismo?
"[…] il carattere di una guerra (è essa reazionaria o rivoluzionaria?) non è determinata dal fatto: chi ha attaccato e in qual paese si trova il «nemico», ma dipende da questo: quale classe conduce la guerra, di quale politica la guerra è la continuazione. Se la guerra è una guerra reazionaria, imperialista, se è condotta cioè da due gruppi mondiali della borghesia imperialista, aggressiva, spoliatrice, reazionaria, ogni borghesia (anche se di un piccolo paese) diventa partecipe della spoliazione, e il mio dovere, il dovere di un rappresentante del proletariato rivoluzionario, è quello di preparare la rivoluzione proletaria mondiale, unico mezzo di salvezza dagli orrori della guerra mondiale. Non devo ragionare dal punto di vista del «mio» paese (poiché questo ragionamento è quello di un misero cretino, di un piccolo borghese nazionalista che non comprende di essere uno zimbello nelle mani della borghesia imperialista), ma dal punto di vista della mia partecipazione alla preparazione, alla propaganda, al lavoro per rendere piú prossima la rivoluzione proletaria mondiale.
Ecco che cos'è l'internazionalismo, qual è il dovere dell'internazionalista, dell'operaio rivoluzionario, del vero socialista. Ecco l'abbicci che il rinnegato Kautsky «ha dimenticato». E la sua abiura diventa tanto piú manifesta quando, dopo aver approvato la tattica dei nazionalisti piccolo-borghesi (menscevichi in Russia, longuettisti in Francia,
Turati in Italia, Haase e C. in Germania), passa alla critica della tattica bolscevica. Ecco questa critica".
    "La rivoluzione bolscevica si basò sull'ipotesi che essa sarebbe stata il punto di partenza di una rivoluzione europea generale, che l'audace iniziativa della Russia avrebbe incitato i proletari di tutta l'Europa a sollevarsi.
    Data questa ipotesi, poco importavano naturalmente le forme che avrebbero preso la pace separata russa, gli oneri e le perdite di territorio [letteralmente: autolesioni o mutilazioni, Verstúmmelungen] che essa avrebbe imposto al popolo russo, l'interpretazione che essa avrebbe dato dell'autodecisione delle nazioni. Poco importava inoltre di sapere se la Russia rimaneva o no capace di difendersi. La rivoluzione europea costituiva, secondo questo punto di vista, la migliore difesa della rivoluzione russa, doveva assicurare a tutti i popoli dell'antico territorio russo il diritto completo e reale di autodecisione.
    Una rivoluzione in Europa, che avrebbe apportato e consolidato il socialismo, avrebbe dovuto anche diventare il mezzo per eliminare gli ostacoli che, in Russia, il ritardo economico del paese frapponeva all'attuazione della produzione socialista.
    Tutto ciò era molto logico e ben fondato se si ammetteva l'ipotesi fondamentale: che la rivoluzione russa dovesse necessariamente far scoppiare la rivoluzione europea. Ma se ciò non fosse avvenuto?
    L'ipotesi finora non si è rivelata corretta. Ed oggi i proletari d'Europa sono accusati di aver piantato in asso e tradito la rivoluzione russa. E' un'accusa contro ignoti: chi dunque rendere responsabile della condotta del proletariato europeo?" (p. 28)".
"E Kautsky continua a ripetere che Marx, Engels e Bebel si erano piú volte sbagliati predicendo l'avvento di rivoluzioni premature, ma non avevano mai fondato la loro tattica sull'attesa di una rivoluzione «a una data determinata» (p. 29), mentre i bolscevichi, egli dice, «puntarono tutto su una sola carta: la rivoluzione europea generale».
Abbiamo trascritto una citazione cosí lunga proprio per mostrare in modo palese al lettore con quale «abilità» Kautsky falsifichi il marxismo sostituendogli una concezione piccolo-borghese, banale e reazionaria.
In primo luogo, attribuire all'avversario una sciocchezza evidente per poi confutarla, è un trucco degno di persone non molto intelligenti. Se i bolscevichi avessero fondato la loro tattica sull'attesa della rivoluzione a una data determinata in altri paesi, ciò sarebbe stato incontestabilmente una sciocchezza. Ma il partito bolscevico non ha fatto questa sciocchezza: nella mia lettera agli operai americani (20 agosto 1918) ho respinto categoricamente tale sciocchezza dicendo che contiamo sulla rivoluzione americana, ma non a una data determinata. Nella mia polemica con i socialisti-rívoluzionari di sinistra e con i «comunisti di sinistra» (gennaio-marzo 1918) ho sviluppato piú di una volta la stessa idea. Kautsky ha commesso una piccola... piccolissima alterazione, sulla quale ha fondato la sua critica del bolscevismo. Ha confuso la tattica che fa assegnamento sulla rivoluzione europea a una data più o meno prossima, ma non determinata, e la tattica che fa assegnamento sullo scoppio della rivoluzione a una data determinata. Una piccola falsificazione, assolutamente piccola!
La seconda tattica è una sciocchezza. La prima è obbligatoria per ogni marxista, per ogni proletario rivoluzionario e internazionalista; obbligatoria perché essa sola tiene esattamente conto, secondo i principi marxisti, della situazione oggettiva creata dalla guerra in tutti i paesi europei, essa sola risponde ai compiti internazionali del proletariato.
"[…] Molto tempo prima della guerra tutti i marxisti, tutti i socialisti erano d'accordo nel ritenere che la guerra europea avrebbe creato una situazione rivoluzionaria. Quando Kautsky non era ancora un rinnegato lo ha riconosciuto in modo chiaro e preciso nel 1902 (La rivoluzione sociale) e nel 1909 (La via del potere). Il Manifesto di Basilea lo riconobbe in nome di tutta la II Internazionale. Non per nulla i socialsclovinisti e i kautskiani (i «centristi», coloro che oscillano tra i rivoluzionari e gli opportunisti) temono come il fuoco le dichiarazioni in proposito del Manifesto di Basilea!
L'attesa di una situazione rivoluzionaria in Europa non era quindi un sogno dei bolscevichi; era l'opinione generale di tutti i marxisti. Quando Kautsky elude questa verità incontestabile mediante frasi come questa: i bolscevichi «hanno sempre creduto nell'onnipotenza della violenza e della volontà», la sua è una frase altisonante ma vuota, destinata a celare la fuga, la fuga vergognosa, a cui si è dato per evitare di impostare la questione della situazione rivoluzionaria.
"[…] La tattica dei bolscevíchi era giusta, era la sola tattica internazionalista, giacché non si basava sul timore pusillanime della rivoluzione mondiale, né sullo «scetticismo» piccolo-borghese verso di essa, né sul desiderio prettamente nazionalista di difendere la «propria» patria (la patria della propria borghesia) e di «infischiarcene» di tutto il resto; si fondava sulla valutazione giusta (e universalmente riconosciuta prima della guerra, prima dell'apostasia dei socialsciovinisti e dei socialpacifisti) della situazione rivoluzionaria europea. Questa tattica era la sola tattica internazionalista, giacché realizzava il massimo del realizzabile in un solo paese per sviluppare, appoggiare, suscitare la rivoluzione in tutti i paesi. Questa tattica è stata giustificata dal suo immenso successo, giacché il bolscevismo (non certo a causa dei meriti dei bolscevichi russi, ma della profonda e generale simpatia delle masse per questa tattica, rivoluzionaria nei fatti) è diventato bolscevismo mondiale, ha dato un'idea, una teoria, un programma, una tattica che si distinguono concretamente, praticamente dal socialpacifismo.
"[…]La rivoluzione proletaria matura a vista d'occhio, non solo in tutta l'Europa, ma in tutto il mondo, e la vittoria del proletariato in Russia l'ha favorita, affrettata, appoggiata. Tutto ciò non basta per la completa vittoria del socialismo? Certo, non basta! Un solo paese non può fare di più. Tuttavia, per merito del potere sovietico, questo paese da solo ha fatto tanto che, se anche domani l'imperialismo mondiale schiacciasse il potere sovietico russo grazie ad un accordo, mettiamo, tra l'imperialismo tedesco e l'imperialismo anglo-francese, anche in questo caso, il peggiore dei casi, la tattica bolscevica sarebbe tuttavia stata di grandissima utilità per il socialismo e avrebbe promosso lo sviluppo dell'invincibile rivoluzione mondiale".

15. 20 novembre 1915, Sulle due linee della rivoluzione:
"Il compito del proletariato segue ovviamente dall'attuale stato di cose. È il compito di un'audace, eroica e rivoluzionaria battaglia contro la monarchia […], una battaglia che dovrebbe attrarre tutte le masse democratiche, prima di tutto, cioè, i contadini. Allo stesso tempo bisogna ingaggiare una spietata battaglia contro lo sciovinismo, una battaglia per una rivoluzione socialista in Europa in alleanza col suo proletariato […] La crisi bellica ha rafforzato i fattori politici ed economici che costringono la piccola borghesia, contadini inclusi, verso sinistra. Qui risiede la base oggettiva per la possibilità della vittoria della rivoluzione democratica in Russia. Che le condizioni oggettive per una rivoluzione socialista in Europa sono pienamente mature, è già stato riconosciuto prima della guerra da tutti i più eminenti socialisti di tutti i paesi avanzati".

Per ulteriori citazioni di Lenin relative all'internazionalismo non comprese tra quelle qui citate da Trotsky, si rimanda ad una raccolta di note aggiuntive.

 


Ultima modifica 24.12.2003