Considerazioni supplementari al Libro III del Capitale

Friedrich Engels (1895)


Concepito come una serie di articoli per la «Neue Zeit», questo scritto integrativo di Engels, iniziato nella primavera del 1895, non giunse a compimento a causa della morte dell’Autore.

La prima parte (Wertgesetz und Prostrate) apparve nei nr. 1 e 2, 1895-1896, della rivista tedesca e, in traduzione italiana abbreviata, nei nr. 21 e 24, 1-16 novembre e 1-16 dicembre 1895 de «La critica sociale». Della seconda parte restò solo la traccia in sette punti, con il titolo: Die Börse. Nachträgliche Anmerkkungen zum 3. Bd. des «Kapital».

Lo scritto attuale (Ergänzung und Nachtrag zum III. Buche des «Kapital») venne poi aggiunto in appendice alle successive edizioni del Libro III.

Tradotto indirettamente dalla versione in inglese presente sul MIA e trascritto da: Leonardo Maria Battisti, giugno 2018


Da quando è stato sottoposto al giudizio del pubblico, il Libro III del Capitale è oggetto di interpretazioni molteplici e di varia natura. Non c'era altro da attendersi. Nel darlo alle stampe, anzitutto mi premeva di fornir un testo il più possibile autentico, di presentar, possibilmente, i nuovi risultati acquisiti da Marx nelle stesse parole di Marx, interferendo solo ove fosse assolutamente uopo e, pure in tal caso, evitando che il lettore dubitasse su chi parlasse. Si è criticato tale metodo asserendo che avrei dovuto mutare il materiale disponibile in un volume sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi; insomma, sacrificare l'autenticità del testo ai comodi del lettore. Ma non è così che io avevo interpretato il mio compito. Ad una simile rielaborazione nulla mi autorizzava; un uomo come Marx ha il diritto di farsi ascoltare da sé, di tramandar ai posteri le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non ne avevo alcun desiderio: mi sarebbe parso tradimento effettuar ciò che dovevo stimar manometter l'eredità d'un uomo di valore superiore. In terzo luogo, sarebbe stato affatto inutile. Per chi non può o non vuole legger, e che già per il Libro I si è dato maggior pena di capirlo male di quella per capirlo bene – è inutile sobbarcarsi a delle fatiche. Invece per chi vuole un'effettiva comprensione era più importante il testo originario; per costui, la mia rielaborazione avrebbe avuto tuttalpiù il valore di un commento a qualcosa di non pubblicato e inaccessibile. Alla prima controversia, sarebbe occorso il testo originale; alla seconda e alla terza, ne sarebbe stata inevitabile l'edizione in extenso.

Tali controversie sono naturali per un'opera che reca tanti apporti nuovi, per di più in forma abbozzata e in parte lacunosa. E qui il mio intervento può certo esser utile per toglier difficoltà di comprensione, per esaltar punti la cui importanza nel testo non è esaltata, per aggiungere alcune importanti integrazioni al testo scritto nel 1865, in base al mutato stato del 1895. Infatti ci sono già due punti che parmi esiger un breve chiarimento.

1. LEGGE DEL VALORE E SAGGIO DI PROFITTO

Era da attendersi che la soluzione dell'apparente contraddizione fra tali due fattori avrebbe suscitato dibattiti sia prima che dopo la pubblicazione del testo di Marx. Chi si aspettava un vero miracolo resta deluso poiché, anziché l'attesa magia, assiste ad una mediazione del contrasto semplice e razionale, prosaicamente spassionata. Il più gaiamente deluso è, naturalmente, il noto illustre Loria. Infine egli ha trovato il punto di appoggio archimedico, facendo leva sul quale pure un nano come lui può sollevar e rompere la compatta e gigantesca costruzione di Marx. Indignato grida: questa sarebbe una soluzione? È una mistificazione pura e semplice! Gli economisti, quando parlano di valore, parlano del valore che si stabilisce realmente nello scambio: «Del valore a cui le merci non si vendono, né possono vendersi mai, nessun economista che abbia fior di senno si è occupato né vorrà mai occuparsi. [...]Coll'asserire che il valore a cui le merci non si vendono mai è proporzionale al lavoro in esse contenuto, che cosa ha egli [Marx] fatto se non ripeter sotto una forma invertita la tesi degli economisti ortodossi, che il valore a cui le merci si vendono realmente non è mai proporzionale al lavoro in esse impiegato? [...]Né punto vale a salvarla l'osservazione di Marx, che il prezzo totale delle merci coincide pur sempre, nonostante la divergenza dei prezzi dei valori singoli, col loro valore totale, ossia colla quantità di lavoro contenuto nella totalità delle merci stesse. Imperocché essendo il valore null'altro che il rapporto di scambio fra una merce ed un'altra, il concetto stesso di un valore totale è un assurdo, un nonsenso... una contradictio in adjecto».

Proprio all'inizio del suo lavoro, Marx dice che lo scambio può eguagliar due merci solo in virtù d'un elemento di eguale natura e di eguale grandezza in esse contenuto, cioè l'eguale quantità di lavoro in esse racchiusa. Ed eccolo ora contraddirsi nel modo più solenne, dichiarando che le merci si scambiano in un rapporto affatto diverso dalla quantità di lavoro in esse contenuta: «Quando mai si ebbe una riduzione all'assurdo così piena, un fallimento teorico più completo? quando mai suicidio scientifico fu con maggior pompa e con più grande solennità consumato?» (Nuova Antologia, 1° febbraio 1895, pp. 477-479).

Come si vede, il nostro Loria è all'apice della felicità. Non ha forse avuto ragione di trattar Marx come un suo pari, come un volgare ciarlatano? Lo vedete – Marx beffa il suo pubblico proprio come Loria, vive di mistificazioni proprio come l'ultimo professore italiano d'economia. Ma mentre Dulcamara può permetterselo, poiché conosce il suo mestiere, il goffo nordico Marx cade in spropositi belli e buoni, commette non-sensi e assurdità, cosicché alla fine gli resta solo un solenne suicidio.

Rimandiamo a più tardi l'asserto che mai le merci sono vendute ai loro valori determinati dal lavoro, né mai possono esserlo. Atteniamoci solo all'assicurazione del signor Loria che «il valore è null'altro che il rapporto di scambio fra una merce e un'altra, il concetto stesso di un valore totale è un assurdo, un nonsenso», etc. Così il rapporto in cui si scambiano due merci, il loro valore, è un che di puramente fortuito, caduto sulle merci dall'esterno, e che oggi può esser taluno e domani talaltro. Che un quintale di frumento si scambi con un grammo ο con un chilo d'oro, non dipende affatto da condizioni inerenti a tale grano od oro, ma da circostanze affatto estranee ad ambi. Altrimenti tali condizioni dovrebbero farsi pure valere nello scambio, dominarlo nell'insieme e avere un'esistenza autonoma (indipendente dallo scambio) dimodoché si possa parlare di un valore totale delle merci. Ma ciò è un non-senso, dice l'illustre Loria. Qualunque sia, il rapporto in cui si scambino due merci è il loro valore, punto e basta. Il valore è dunque identico al prezzo, e ogni merce ha un valore equivalente al prezzo che è in grado di ottenere. E il prezzo è determinato dalla domanda e dall'offerta, e stolto è chi chiede qualcosa di più e si attende una risposta.

Ma c'è un piccolo guaio. In condizioni normali, domanda e offerta si equilibrano. Dividiamo dunque tutte le merci esistenti nel mondo in due metà: il gruppo della domanda e quello di pari grandezza dell'offerta. Poniamo che ognuno rappresenti un prezzo di 1.000 miliardi (di marchi, franchi, sterline ο altro). Totale, se l'aritmetica non è un'opinione, un prezzo ο valore di 2.000 miliardi. Non-senso, assurdità, dice il signor Loria. È possibile che i due gruppi rappresentino insieme un prezzo di 2.000 miliardi. Ma per il valore è un'altra cosa. Se diciamo prezzo, sono 1.000 + 1.000 = 2.000. Ma se diciamo valore, sono 1.000+1.000 = 0. Così è almeno in questo caso, in cui si tratta della totalità delle merci. Poiché qui la merce di ognuno dei due gruppi vale 1.000 miliardi solo perché ciascun gruppo vuole e può dare tale somma per la merce dell'altro. Invece se riuniamo la totalità delle merci dei due gruppi nelle mani di un terzo, allora il primo non ha più in mano alcun valore, il secondo neppure, e il terzo giammai — alla fine, nessuno ha nulla. E noi ammiriamo una volta di più l'abilità con cui il nostro Cagliostro del Sud gestisce il concetto di valore sì bene che non ne resta più la minima traccia. È questo il colmo dell'economia volgare!*1 Nell'Archiν für soziale Gesetzgebung diretto da Heinrich Braun (anno VII, fascicolo 4), Werner Sombart fa una presentazione, ottima nel suo insieme, dei lineamenti del sistema di Marx. È la prima volta che un professore di università tedesco riesce, tutto sommato, a veder negli scritti di Marx ciò che effettivamente ha detto Marx, e dichiara che la critica del suo sistema può consistere solo in un ulteriore sviluppo di esso, non in una confutazione «della quale si faccia carico l'arrivista politico». Pure Sombart, com'è naturale, si occupa del nostro tema: quale posto occupa il valore nel sistema di Marx? E giunge ai seguenti risultati. Il valore non appare nel rapporto di scambio delle merci prodotte secondo il sistema capitalistico; non vive nella coscienza degli agenti della produzione capitalistica; non è un fatto empirico ma un fatto intellettivo, un fatto logico; il concetto di valore nella sua determinatezza materiale è solo, in Marx, l'espressione economica del fatto della forza produttiva sociale del lavoro come base della realtà economica; in un ordinamento economico capitalistico, la legge del valore domina in ultima istanza i processi economici; e per questo ordinamento, la legge del valore ha in generale il seguente contenuto: il valore delle merci è la specifica forma storica in cui si impone in modo determinante la forza produttiva del lavoro, che domina in ultima istanza tutti i processi economici. – Fin qui Sombart; e non si può dire, contro tale concezione dell'importanza della legge del valore per la forma di produzione capitalistica, che essa sia scorretta. Ma par che sia formulata in modo lasco, mentre è passibile di una formulazione più serrata e precisa; inoltre, per me, essa non esaurisce tutta l'importanza della legge del valore per le fasi di sviluppo economico della società dominate da tale legge.

Nel Sozialpolitisches Centralblatt diretto da Heinrich Braun (25 febbraio 1895, fascicolo 2), c'è un altro articolo pregevole di Conrad Schmidt sul Libro III del Capitale. Qui è notevole la prova che la derivazione del profitto medio dal plusvalore (attuata da Marx) risponde per la prima volta a un quesito manco posto dall'economia: come si determina il saggio medio di profitto? Es. Perché è del 10 o del 15%, e non del 50 o del 100%? Da quando sappiamo che il plusvalore (che i capitalisti industriali si appropriano di prima mano) è la fonte unica ed esclusiva da cui sgorgano il profitto e la rendita fondiaria, questo problema si risolve da sé. Questa parte dell'articolo di Schmidt parrebbe scritta proprio per economisti à la Loria, se non fosse fatica vana aprire gli occhi a chi non vuol vedere.

Pure Schmidt, invero, ha le sue riserve formali circa la legge del valore. Egli la chiama un'ipotesi scientifica per spiegare il reale processo di scambio, un punto di partenza teorico necessario, luminoso, inevitabile, che è riuscita a valere pure per i prezzi di concorrenza (fenomeni che in apparenza la contraddicono). Per Schmidt, senza la legge del valore cadrebbe ogni conoscenza teorica del meccanismo economico della realtà capitalistica. E, in una lettera personale che mi ha permesso di citare, Schmidt definisce la legge del valore, nell'ambito della forma di produzione capitalistica, addirittura una finzione sia pure teoricamente necessaria. Per me tale concezione è affatto inesatta. Pella produzione capitalistica, la legge del valore ha un'importanza maggiore e ben più precisa di una semplice ipotesi (figuriamoci di una finzione sia pur necessaria).

Sombart e Schmidt (l'illustre Loria è stato solo un esemplare spassoso di economia volgare) non tengono in cale che non si parla di un puro processo logico, ma si parla di un processo storico e del suo riflesso esplicativo nel pensiero, l'analisi logica dei suoi nessi interni.  

Il passo decisivo si trova in Marx, Libro III, capitolo 10: «La difficoltà sta nel fatto che le merci non si scambiano semplicemente come merci, ma come prodotti di capitali che in proporzione alla loro grandezza, ο a parità di grandezza, pretendono una eguale partecipazione alla massa totale del plusvalore». Per illustrar la diversità, si ponga che gli operai siano in possesso dei loro mezzi di produzione, lavorino in media per un tempo di eguale lunghezza e con eguale intensità, e si scambino direttamente fra di loro le loro merci. In tal caso, col proprio lavoro, due operai avrebbero aggiunto in un giorno al loro prodotto un'eguale quantità di nuovo valore, eppure il prodotto di ognuno avrebbe un valore diverso a seconda del lavoro già precedentemente incorporato nei mezzi di produzione. Quest'ultima parte di valore costituirebbe il capitale costante dell'economia capitalistica; la parte del valore nuovo aggiunto, impiegata per i mezzi di sussistenza dell'operaio, costituirebbe il capitale variabile; la parte restante del nuovo valore costituirebbe il plusvalore, che in questo caso apparterrebbe all'operaio. Così ambi gli operai riceverebbero detratta la reintegrazione della parte «costante» del valore, da loro solo anticipata, eguali valori, ma per ciascuno di essi sarebbe diverso il rapporto fra la parte che rappresenta il plusvalore & il valore dei mezzi di produzione (rapporto che corrisponderebbe al capitalistico saggio di profitto). Ma, poiché ognuno di essi recupera nello scambio il valore dei mezzi di produzione, tale circostanza sarebbe affatto trascurabile. «Lo scambio di merci ai loro valori, ο all'incirca ai loro valori, esige perciò un grado di sviluppo economico inferiore rispetto allo scambio ai prezzi di produzione esigente un certo grado di sviluppo capitalistico. [...]A prescindere dal dominio della legge del valore sui prezzi e sul loro movimento, è conforme alla realtà considerare i valori delle merci, nonché in teoria, storicamente, come antecedente dei prezzi di produzione. Ciò vale per situazioni in cui i mezzi di produzione appartengono all'operaio, e tali situazioni si ritrovano (nel mondo antico come nel mondo moderno) sia presso il contadino che possieda la terra che lavora, sia presso l'artigiano. Ciò collima pure con l'opinione già da noi espressa che i prodotti si convertano in merci allorché lo scambio sia fra comunità diverse anziché limitato ai membri della stessa comunità. Come per tale stadio primitivo, ciò vale per gli stadi successivi, che si fondano sulla schiavitù e sul servaggio, e per l'organizzazione corporativa dell'artigianato, finché i mezzi di produzione immobilizzati in ogni ramo della produzione possono difficilmente esser trasferiti da una sfera all'altra; indi, entro certi limiti, le diverse sfere si comportano fra loro come i Paesi stranieri e le comunità comuniste primitive».

Se Marx avesse potuto elaborare di più il Libro III, certo avrebbe sviluppato di più questo passo. Così com'è, è solo un abbozzo di quanto v'è da dire sul punto controverso. Perciò approfondiamolo ora.

Sappiamo tutti che agli albori della società i prodotti sono consumati dai produttori stessi; i quali sono primitivamente organizzati in comunità dalla struttura più ο meno comunista. Lo scambio dell'eccedenza di tali prodotti con stranieri (preludio alla trasformazione dei prodotti in merci) inizia dopo e solo fra singole comunità di stirpe diversa, ma più tardi si afferma pure all'interno della comunità, contribuendo molto alla sua dissoluzione in gruppi più ο meno grandi di famiglie. Ma pure dopo tale dissoluzione i capifamiglia che praticano lo scambio restano contadini-lavoratori, che producono nel proprio podere quasi tutto ciò di cui abbisognano con l'aiuto dei familiari, e acquistano dall'esterno solo una piccola parte degli oggetti necessari (barattando l'eccedenza del loro prodotto). La famiglia-oikos, nonché dedita all'agricoltura e l'allevamento del bestiame, ne trasforma i prodotti in articoli di consumo finiti: macina a volte essa stessa col mulino a mano, cuoce il pane, fila, tinge, tesse lino e lana, concia il cuoio, costruisce e ripara edifici in legno, fabbrica utensili e arredi, pratica spesso lavori di falegnameria e di battitura del ferro, dimodoché la famiglia ο il gruppo familiare è autosufficiente per le cose principali. Fino alla metà del XIX sec. in Germania il poco che una simile famiglia doveva scambiare o acquistare da altri constava perlopiù di oggetti prodotti da artigiani, cioè il cui modo di fabbricazione era noto al contadino, e che egli non produceva direttamente solo perché la materia prima non gli era accessibile ο perché l'articolo acquistato era molto migliore ο molto meno caro. Così il contadino del medioevo conosceva abbastanza bene il tempo di lavoro esatto per fabbricar gli oggetti da lui ottenuti con lo scambio. Infatti il fabbro, il carradore del villaggio lavoravano sotto i suoi occhi; così come il sarto e il calzolaio che, ancora quando ero giovane, vagavano di casa in casa appo i nostri contadini renani e trasformavano in vestiti e scarpe le materie prime da prodotte da questi clienti. Sia il contadino, sia coloro da cui comprava erano essi stessi produttori diretti, gli articoli che scambiavano erano i prodotti propri di ciascuno. Che cosa avevano speso nella fabbricazione di questi prodotti? Lavoro e solo lavoro: per sostituire gli attrezzi, per produrre la materia prima e per lavorarla avevano speso solo la loro forza lavoro: allora, come potevano scambiare questi loro prodotti con quelli di altri produttori-lavoratori, se non in proporzione al lavoro in essi speso? Il tempo di lavoro speso in tali prodotti non era solo l'unica misura adatta per la determinazione quantitativa delle grandezze da scambiare: era addirittura la sola possibile. Ο si pensa che il contadino e l'artigiano fossero così sciocchi da cedere il prodotto di dieci ore di lavoro di uno contro quello di una sola ora di lavoro dell'altro? Per tutto il periodo dell'economia naturale contadina, è possibile solo lo scambio in cui le quantità di merci scambiate hanno la tendenza a misurarsi sempre più in base alle quantità di lavoro in esse incorporate. Dacché il denaro compare in quest'economia, la tendenza a conformarsi alla legge del valore (nella formulazione di Marx, nota bene!) da un lato si fa ancora più netta, dall'altro è ostacolata dagli interventi del capitale usuraio e dalla rapacità dell'IVA; allungando i periodi necessari per avvicinar in media i prezzi ai valori fino ad una grandezza trascurabile.

Lo stesso vale per lo scambio fra i prodotti dei contadini e quelli degli artigiani urbani. All'inizio esso avviene direttamente, senza la mediazione del mercante, nei giorni di mercato delle città, dove il contadino vende e fa i suoi acquisti. Pure qui, il contadino conosce le condizioni di lavoro dell'artigiano nonché l'artigiano conosce quelle del contadino poiché l'artigiano è ancora in parte contadino; nonché orto e frutteto, spesso possiede un pezzetto di terra, una ο due mucche, maiali, pollame, etc. Così nel Medioevo, gli individui erano in grado di calcolarsi a vicenda con sufficiente esattezza i costi di produzione in materie prime, materie ausiliarie, tempo di lavoro (almeno per gli articoli di generale uso quotidiano).

Ma, in questo scambio misurato in base alla quantità di lavoro, come calcolare quest'ultima, sia pure in via solo indiretta e relativa, per prodotti che esigevano un lavoro piuttosto lungo, interrotto da intervalli irregolari, di resa incerta (es. il grano ο il bestiame)? E per di più nel caso di persone che non sapevano far di conto? Evidentemente, solo attraverso un lungo processo di approssimazione, brancolando nel buio, dove, come in genere accade, si diveniva saggi solo a proprie spese. Ma la necessità per ognuno di rifarsi più ο meno delle spese aiutava a trovar la direzione giusta, e il piccolo numero dei tipi di oggetti messi in commercio, così come la stabilità (sovente secolare) del modo stabile della loro produzione facilitarono il compito. E che non fosse necessario tanto tempo per stabilir con una certa approssimazione la grandezza di valore relativa di questi prodotti, lo prova già il fatto che il bestiame (la merce dove tale determinazione pare più difficile per il lungo tempo di produzione di ciascuna unità) sia divenuta la prima merce-denaro pressoché universalmente riconosciuta. Perché ciò potesse avvenire, serviva che il valore del bestiame (il suo rapporto di scambio con tutta una serie di altre merci) avesse già trovato una determinazione relativamente larga e riconosciuta senza contestazione appo molte tribù. E le genti di allora (gli allevatori come i loro clienti) erano certo abbastanza accorte per non dar via nello scambio, senza equivalente, il tempo di lavoro da essi consumato. Anzi: più si è vicini allo stadio primitivo della produzione di merci (come i russi e gli orientali), tanto più tempo si spreca ancor oggi, tramite contrattazioni lunghe e ostinate, per ottenere il pieno rimborso del tempo di lavoro speso in un prodotto.

A partire da questa determinazione del valore tramite il tempo di lavoro si è sviluppata tutta la produzione di merci e con essa si sono sviluppati i molteplici rapporti in cui si fanno valere i diversi aspetti della legge del valore (esposti nel Capitale, Libro I, prima sezione): cioè le condizioni per le quali il lavoro è il solo creatore di valore. E queste sono condizioni che si impongono senza che coloro che vi partecipano ne abbiano coscienza, e che si possono astrarre dalla prassi quotidiana solo con una difficile ricerca teorica; indi che agiscono come leggi naturali (avendo Marx provato che ciò segue necessariamente dalla natura della produzione di merci). Il progresso più notevole e radicale fu il passaggio al denaro metallico, il cui effetto fu però non far più apparir visibile alla superficie dello scambio di merci la determinazione del valore tramite il tempo di lavoro. Nella pratica il denaro divenne così la misura decisiva del valore, specie al moltiplicarsi dei tipi di merci posti in commercio, provenienti da paesi lontani, togliendo la coscienza del tempo di lavoro d'uopo per produrle. Il denaro stesso all'inizio venne perlopiù da paesi stranieri; e pure se il metallo prezioso fosse estratto in loco, da un lato il contadino e l'artigiano non potevano calcolare manco approssimativamente il tempo di lavoro speso nella sua estrazione, dall'altro la coscienza della proprietà del lavoro di misurare il valore era già assai tolta a loro dall'abitudine di calcolare in moneta; nell'ottica popolare, il denaro iniziò a rappresentare il valore assoluto.

In una parola, la legge del valore di Marx ha validità universale, nella misura in cui possono averne le leggi economiche per tutto il periodo della produzione semplice di merci, cioè finché questa è trasformata dall'avvento della forma di produzione capitalistica. Fino a questo periodo, i prezzi gravitano verso i valori determinati secondo la legge di Marx e oscillano intorno ad essi; cosicché quanto più la produzione semplice di merci si sviluppa, tanto più i prezzi medi di periodi relativamente lunghi non interrotti da violente perturbazioni esterne coincidono (con scarti trascurabili) con i valori. Così, la legge del valore di Marx ha validità economica universale per un periodo che va dall'inizio dello scambio che muta i prodotti in merci fino al XV sec. della storia moderna. Ma lo scambio di merci risale a un'epoca preistorica, che in Egitto risale fino al 3.500, forse 5.000 a.C., in Babilonia fino a 4.000, forse 6.000 a.C.; così la legge del valore ha regnato su un arco di 5-7 millenni. È palese la profondità del signor Loria, che chiama il valore generalmente e direttamente valido in tale periodo un valore a cui le merci mai sono vendute né possono esserlo, e di cui mai un economista con un briciolo di buonsenso può occuparsi!

Finora non si è parlato del mercante potendo negliger lo studio del suo intervento finché dalla produzione semplice di merci non si passa alla produzione capitalistica di merci. Il commerciante rappresentava l'elemento rivoluzionario in questa società in cui tutto il resto era stabile – stabile, diciamo così, per trasmissione ereditaria: in tale società il contadino ereditava il suo podere in modo quasi a inalienabile, nonché il suo stato di libero proprietario, di colono libero ο dipendente, ο servo della gleba; allo stesso modo l'artigiano di città ereditava il suo mestiere e i suoi privilegi corporativi, nonché la sua clientela, il suo mercato di sbocco, così come l'abilità lavorativa impartitagli fin da giovane in vista della professione da ereditare. In siffatto mondo irruppe il commerciante, che doveva causarne il sovvertimento. Ma non irruppe come rivoluzionario cosciente; bensì come carne della sua carne, sangue del suo sangue. Il mercante medievale non era un individualista; era membro di una corporazione come tutti i coevi. Nelle campagne regnava ancora la comunità di marca [Markgenossenschaft] nata dal comunismo primitivo. In origine, ogni contadino aveva un podere di eguale grandezza, con lembi di terreno eguali di ogni qualità e, corrispondentemente, diritti eguali sulla terra comune. Allorché la comunità di marca divenne una comunità chiusa, e la terra non fu più assegnata a turni, si ebbero per successione ereditaria etc. sottodivisioni dei poderi e, di riflesso, sottodivisioni dei diritti sul suolo comune; ma il podere completo [Vollhufe] restò l'unità di misura: cosicché esistevano mezzi-poderi, quarti-di-podere, ottavi-di-podere, cui corrispondevano una metà, un quarto e un ottavo di diritti sulla terra comune. Il modello della comunità di marca servì di base a tutte le successive associazioni di mestiere, specie le corporazioni cittadine, il cui ordinamento fu solo l'applicazione della comunità di marca a un privilegio di mestiere anziché a un determinato territorio. Il fulcro di tutta l'organizzazione era l'eguale partecipazione di ogni socio ai privilegi e vantaggi assicurati alla comunità, come risulta in modo evidente nel privilegio della Garnnahrung di Elberfeld e Barmen datato 1527. (Cfr. Alphons Thun: L'industria del basso Reno, II, pp. 164 sgg.). Lo stesso vale per le corporazioni minerarie, dove ogni quota mineraria comportava un'eguale quota di partecipazione e (come la parcella di terra [Hufe] dei membri della Marca) poteva essere divisa con i suoi diritti e doveri. E vale altrettanto per le cooperative di mercanti che iniziarono il traffico marittimo. I veneziani e i genovesi nei porti di Alessandria d'Egitto e Costantinopoli, ogni «nazione» nel suo fondaco (al contempo abitazione, albergo, magazzino, luogo di esposizione e di vendita, ufficio centrale) formavano associazioni mercantili complete, chiuse ai clienti e concorrenti, e vendevano a prezzi concordati, le loro merci avevano determinate qualità garantite da pubblica ispezione e spesso da un marchio, i prezzi da pagare agli indigeni per i loro prodotti erano fissati di comune intesa, etc. Lo stesso fecero gli anseati all'approdo tedesco (il Tyskebryggen) a Bergen, in Norvegia; e i loro concorrenti olandesi ed inglesi. Guai a chi aveva venduto al disotto ο comprato al disopra del prezzo! Il boicottaggio che allora lo colpiva significava la rovina completa, a parte poi le sanzioni dirette che la corporazione infliggeva al colpevole. Ma si fondavano pure associazioni più ristrette per scopi ben definiti: per es. la Maona di Genova, a lungo padrona assoluta delle miniere di allume di Focea (Asia Minore) e dell'isola di Chio, nei sec. XIV e XV; o la Compagnia grande di Ravensburg, che dalla fine del secolo XIV trafficò con Italia e Spagna aprendovi filiali; così la società tedesca dei Fugger, Welser, Vöhlin, Höchstetter etc. ad Augusta, degli Hirschvogel ed altri mercanti a Norimberga, che parteciparono con un capitale di 66.000 ducati e tre navi alla spedizione portoghese del 1505-1506 in India ottenendo un utile netto del 150 o, per altri, del 175%. (Cfr. Wilhelm Heyd: Commercio col Levante, II, p. 524) e tutta una serie di altre società «Monopolia» che incollerirono Lutero.  

Qui c'imbattiamo per la prima volta in un profitto e in un saggio di profitto. Infatti lo sforzo dei mercanti rivolto coscientemente e deliberatamente a rendere eguale per tutti i partecipanti tale saggio di profitto. I veneziani nel Levante e gli anseati nel Nord pagavano gli stessi prezzi dei vicini per le merci, che costavano loro le stesse spese di trasporto, ne ricavavano gli stessi prezzi, e acquistavano il carico di ritorno sempre agli stessi prezzi di ogni connazionale. Il saggio di profitto era così eguale per tutti. Nelle grandi società commerciali, la ripartizione dell'utile pro rata (in proporzione) della quota di capitale anticipata è tanto ovvia quanto le ripartizioni dei diritti sulle terre comuni pro rata delle parcelle di terra, ο agli utili della miniera pro rata delle rispettive quote minerarie. L'eguale saggio di profitto che, nel suo pieno sviluppo, è uno dei risultati finali della produzione capitalistica, si palesa qui nella sua forma più semplice come uno dei punti da cui il capitale è uscito storicamente, anzi come un diretto discendente della comunità di marca, la quale è a sua volta una discendente diretta del comunismo primitivo.

Questo primitivo saggio di profitto era d'uopo elevatissimo. Il commercio [attività monopolistica quindi remunerativa] era rischiosissimo, nonché per la pirateria che infieriva; per le nazioni concorrenti che ad ogni occasione osavano ogni sorta di violenze; infine per lo smercio e le condizioni di smercio poggiavano su privilegi accordati ma spesso violati ο revocati da prìncipi stranieri. Perciò l'utile doveva includere un alto premio di assicurazione. Inoltre lo smercio era lento, lo svolgimento degli affari era difficile, e nei tempi migliori (mai durevoli) il tutto si risolveva in un commercio di monopolio con profitto di monopolio. Che il saggio di profitto fosse in media elevato risulta pure dagli alti saggi d'interesse allora correnti, che comunque dovevano essere inferiori il saggio dei profitti commerciali ordinari.

Ma tale elevato saggio di profitto (eguale per tutti i soci e ottenuto collaborando ad un'attività comune) aveva validità solo locale nell'ambito dell'impresa cooperativa: dunque qui della “nazione”. Veneziani, genovesi, anseati, olandesi, ciascuna di tali nazioni aveva un saggio di profitto particolare (che variava più ο meno pure in base al mercato di smercio). Il livellamento di tali diversi saggi “societari” di profitto si attuò per la via opposta, cioè tramite la concorrenza. Prima si livellavano i saggi di profitto dei diversi mercati per una sola nazione: se Alessandria offriva alle merci veneziane più utili di Cipro, Costantinopoli ο Trebisonda, allora i veneziani impiegavano più capitale per Alessandria togliendolo agli scambi con gli altri mercati. Poi dovette prodursi il livellamento dei saggi di profitto fra le nazioni esportanti negli stessi mercati le stesse merci ο merci simili; e spesso alcune di tali nazioni furono schiacciate e sparirono dalla scena. Tale processo fu però interrotto di continuo da eventi politici: così l'intero commercio col Levante decadde per le invasioni mongole e turche; e le grandi scoperte geografico-commerciali seguite al 1492 accelerarono tale rovina e la resero definitiva.

Il successivo rapido allargarsi del territorio di smercio e la conseguente rivoluzione delle linee di comunicazione all'inizio non apportarono mutamenti sostanziali nel modo di esercitare il commercio. In India e in America all'inizio trafficavano perlopiù ancora società cooperative. Ma anzitutto le nazioni a loro supporto erano ora più grandi: anziché i catalani col Levante, ora c'era tutta la Spagna con l'America. E accanto alla Spagna l'Inghilterra e la Francia. Pure Olanda e Portogallo, più piccoli, erano comunque grandi e forti quanto Venezia: la nazione commerciale più grande e potente del periodo precedente. Ciò offrì al commerciante-viaggiatore, al merchant adventurer dei secoli XVI e XVII, un appoggio che rese sempre più superflua l'associazione per la costosa difesa armata dei suoi soci. In secondo luogo, la ricchezza dei singoli si sviluppò ora così rapidamente che tosto mercanti isolati poterono investire in un'impresa fondi uguali a quelli prima forniti da un'intera associazione. Le associazioni mercantili, dove ancora esistevano, mutarono perlopiù in corporazioni armate che, con la protezione e sotto la sovranità della madrepatria, conquistavano interi Paesi appena scoperti e li sfruttavano in forma monopolistica. Ma più in queste nuove regioni gli Stati fondarono colonie, più al commercio societario subentrò il commercio individuale, donde il livellamento dei saggi di profitto divenne sempre un'esclusiva della concorrenza.

Sinora abbiamo conosciuto un saggio di profitto solo per il capitale commerciale. Infatti finora erano esistiti solo il capitale commerciale e il capitale usurarlo; doveva ancora svilupparsi il capitale industriale. La produzione era ancora perlopiù in mano a lavoratori in possesso dei mezzi di produzione, cioè il cui lavoro non fruttava ad alcun capitale un plusvalore. Se essi dovevano cedere a terzi, senza contropartita, una parte del prodotto, ciò avveniva sotto forma di tributo ai signori feudali. Così, almeno all'inizio, il capitale commerciale poteva ottener il suo profitto solo dagli acquirenti stranieri di prodotti interni ο dagli acquirenti interni di prodotti stranieri; solo alla fine di questo periodo (con l'Italia alla fine del commercio del Levante) la concorrenza estera e le crescenti difficoltà di smercio poterono costringere l'artigiano- produttore di merci da esportazione a cedere al mercante-esportatore la propria merce al disotto del suo valore. Perciò nel commercio interno al dettaglio fra singoli produttori le merci erano vendute in media ai loro valori; mentre nel commercio internazionale non lo erano (per le ragioni suddette); l'esatto contrario del mondo attuale, dove nel commercio internazionale e in quello all'ingrosso prevalgono i prezzi di produzione, mentre nel commercio al dettaglio delle città, la formazione dei prezzi è regolata da saggi di profitto affatto diversi. Es. Oggi la carne di bue trasferita dal grossista londinese al singolo consumatore londinese subisce aumenti di prezzo maggiori di quella trasferita dal grossista di Chicago al grossista di Londra.

Tale rivoluzione nella formazione dei prezzi fu resa possibile dal capitale industriale. Già nel Medioevo alcune sue premesse si erano costituite, specie in tre campi: navigazione; industria mineraria; industria tessile. La navigazione esercitata al livello delle repubbliche marinare italiane e anseatiche necessitava di marinai, cioè lavoratori salariati (il cui rapporto salariale poteva esser occultato da forme associative con partecipazione agli utili); nonché di rematori per le galere dell'epoca, salariati ο schiavi. Le aziende minerarie, all'origine in mano ad associazioni operaie, erano già mutate quasi tutte in società per azioni per lo sfruttamento delle miniere tramite lavoratori salariati. E nell'industria tessile il commerciante aveva iniziato a mettere direttamente al suo servizio i piccoli tessitori, fornendo loro il filato da tessere per lui in cambio di un salario fisso; insomma divenendo da semplice acquirente ciò che in Germania si nomava: il Verleger1.

Ecco l'inizio della formazione di plusvalore capitalistico. Negligiamo le imprese minerarie (in quanto corporazioni monopolistiche chiuse). Circa gli armatori, è chiaro che i loro profitti dovevano eguagliar i profitti del commercio interno al Paese più un che per l'assicurazione, il logorio delle navi, etc. Ma come stavano le cose per i mercanti-imprenditori tessili che primi immisero sul mercato merci prodotte direttamente per i capitalisti in concorrenza con le merci omologhe prodotte da artigiani?

Il saggio di profitto del capitale commerciale esisteva già. E, almeno in certe località, già corrispondeva approssimativamente a un saggio medio. Cosa poteva spingere il mercante a lanciarsi nell'attività supplementare di Verleger? Solo la previsione di un profitto più alto con prezzo di vendita uguale agli altri. E aveva tale previsione. Prendendo al suo servizio il piccolo artigiano, egli ruppe l'essenza della produzione tradizionale, per cui il produttore vendeva il suo prodotto finito e nulla più. Infatti il capitalista commerciale acquistò la forza-lavoro, che il suo strumento di produzione possedeva ancora senza più la materia prima. In cambio di un'occupazione regolare per il tessitore, poteva comprimerne il salario onde una parte del tempo di lavoro fornito restasse non-pagata. Così il Verleger si appropriava un plusvalore in più al solito guadagno commerciale. Beninteso: il Verleger doveva per questo impiegare pure un capitale addizionale (es. per acquistare del filo da lasciare al tessitore finché fosse finita la pezza) mentre prima doveva pagare il prezzo pieno solo all'acquisto. Ma primo: nella maggioranza dei casi, aveva già impiegato capitale addizionale in anticipi fatti al tessitore (di norma costretto solo dalla servitù per debiti a stare alle nuove condizioni di produzione); e secondo: indipendentemente da ciò, il conto si fa in base allo schema seguente.

Si ponga che il nostro commerciante eserciti il suo commercio di esportazione con un capitale di 30.000 (ducati, zecchini, sterline ...). Di questi, 10.000 siano utilizzati nell'acquisto di merci del Paese, mentre 20.000 siano destinati ai mercati di sbocco oltremare. Il capitale faccia una rotazione biennale: il che fa 15.000 per una rotazione annua. Ora il nostro commerciante vuole far tessere per proprio conto, farsi Verleger. Quanto capitale deve aggiungere a tal fine? Supponiamo che il tempo di produzione della pezza di tessuto del tipo ch'ei vende sia in media di due mesi (che in realtà è molto). Supponiamo poi che debba pagar tutto in contanti. Allora deve aggiungere un capitale bastevole a fornir filo ai suoi tessitori per due mesi. Poiché la sua rotazione annua è di 15.000, in due mesi egli acquista pezze per 15000/12×2=2.500. Di questi, diciamo che 2.000 siano il valore del filato e 500 il salario dei tessitori. Perciò il nostro commerciante abbisognerà di un capitale addizionale di 2.000. Supponiamo che il plusvalore ch'ei ottiene dal tessitore col nuovo metodo ammonti solo al 5% del valore della pezza, il che costituisce di certo un molto modesto saggio di plusvalore del 25% (2000 capitale costante + 500 capitale variabile + 125 plusvalore; saggio di plusvalore 125/500 = 25%; saggio di profitto 125/2500= 5%). Così sulla sua rotazione annua di 15.000 il nostro uomo realizza un profitto extra annuo di 750; onde, recupera il suo capitale addizionale già in 2 anni e ⅔.

Ma per accelerare il suo smercio e con ciò la sua rotazione (per realizzare così lo stesso profitto con lo stesso capitale in tempo più breve, cioè nello stesso tempo di prima un profitto maggiore), egli donerà all'acquirente una parte del suo plusvalore vendendo a miglior prezzo dei suoi concorrenti mercanti. Ma allora pure tali mercanti, a poco a poco, si faranno Verleger; e così il plusprofitto si ridurrà per tutti al profitto ordinario per il capitale in tutti aumentato, ο perfino a un profitto minore. L'eguaglianza del saggio di profitto sarà ristabilita, benché eventualmente a un diverso livello, poiché una parte del plusvalore prodotto in patria è ceduta ai compratori esteri.

Il passo successivo nella sottomissione dell'industria al capitale capita con l'introduzione della manifattura. Pure questa permette al fabbricante, che nel ‛700 e nell'800 (in Germania fino al 1850 quasi ovunque e ancora oggi in parte) seguita perlopiù ad essere mercante-esportatore dei propri prodotti, di produrre più a buon mercato del suo antiquato concorrente: l'artigiano. Si ripete lo stesso processo: il plusvalore che il capitalista-manifatturiero ottiene permette a lui e insieme al commerciante-esportatore che con lui divide il profitto, di vender a miglior prezzo dei suoi concorrenti, finché il nuovo modo di produrre si generalizza, al che si ha di nuovo un livellamento. Il saggio di profitto commerciale già esistente, benché livellato solo localmente, resta il letto di Procuste in cui il plusvalore industriale eccedente è potato senza pietà.

Se la manifattura si è sviluppata tramite la riduzione di prezzo dei prodotti, ciò vale assai di più per la grande industria, che con le sue incessanti rivoluzioni della produzione riduce viepiù i costi di produzione delle merci ed elimina senza pietà tutti i precedenti modi di produrre. Inoltre così l'industria conquista definitivamente al capitale il mercato interno, pone fine alla piccola produzione e all'economia naturale della famiglia contadina autosufficiente, sopprime lo scambio diretto fra i piccoli produttori e pone l'intera nazione al servizio del capitale. Poi l'industria livella i saggi di profitto dei diversi rami del commercio e dell'industria in un saggio generale di profitto; infine, in tale livellamento, assicura all'industria la posizione di forza che le compete, eliminando la maggior parte degli ostacoli che finora ostacolavano i trasferimenti di capitale da un ramo all'altro. In tal modo si compie, per tutto l'insieme degli scambi in generale, la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Tale trasformazione si effettua quindi secondo leggi obiettive, avulse da coscienza o volontà degli interessati. Il fatto che la concorrenza riduca al livello generale i profitti eccedenti il saggio generale di profitto, e così sottragga il plusvalore eccedente la media al primo industriale che lo ottenne, non offre alcuna difficoltà teorica. Ma offre difficoltà nella pratica, poiché le sfere di produzione con plusvalore eccedente, cioè con alto capitale variabile e basso capitale costante, quindi a composizione di capitale inferiore, sono (proprio per la loro natura) quelle assoggettate più tardi e nel modo più incompleto al sistema capitalistico; soprattutto l'agricoltura. Invece il contrario (l'aumento dei prezzi di produzione al disopra dei valori delle merci, uopo per elevare al livello del saggio medio di profitto il plusvalore inferiore alla media (contenuto nei prodotti delle sfere ad alta composizione di capitale) presenta tanta difficoltà teorica, mentre nella pratica capita con le massime facilità e velocità, come si è visto. Infatti allorché le merci di tale categoria sono prodotte capitalisticamente ed entrano nel commercio capitalistico, entrano in concorrenza con merci omologhe prodotte con metodi precapitalistici e quindi più care. Ne segue che il produttore capitalistico può, pur rinunciando ad una parte del plusvalore, assicurarsi il saggio di profitto vigente nella sua località, che all'inizio non aveva alcun rapporto diretto col plusvalore poiché derivava dal capitale commerciale molto prima che fosse istituito il modo di produzione capitalistico e che quindi fosse possibile un saggio di profitto industriale.

2. LA BORSA

1. Il Libro III, sezione V (specie il cap. 27) rileva quale posto occupi la Borsa nella produzione capitalistica in genere. Dal 1865, quando il libro fu scritto, è tuttavia subentrata una svolta, che assegna alla Borsa una funzione viepiù crescente, e che, in prospettiva, tende a concentrare nelle mani degli uomini di Borsa l'intera produzione sia industriale sia agricola, tutto il traffico, mezzi di comunicazione, funzioni di scambio. Così la Borsa assurge a massima rappresentante della produzione capitalistica stessa.

2. Nel 1865, la Borsa era ancora un elemento secondario nel sistema capitalistico. I titoli di Stato costituivano la maggioranza dei valori di Borsa, e pure la loro quantità era ancora relativamente esigua. Poi c'erano le banche per azioni, caratteristiche sul continente e in America, mentre in Inghilterra si stavano preparando a divorar le banche private aristocratiche. Ma pure la loro quantità era insignificante.

In terzo luogo, rispetto ad oggi, le azioni ferroviarie erano ancora relativamente deboli. Solo pochi degli établissements direttamente produttivi erano in forma azionaria. A quell'epoca, l'«occhio del ministro» era una superstizione non ancora superata (e diffusa, come le banche, soprattutto nei paesi più poveri, in Germania, Austria, America...).

Così a quei tempi la Borsa era ancora un luogo dove i capitalisti si strappavano l'un l'altro i capitali accumulati, e interessava direttamente gli operai solo come nuova prova della generale azione corruttrice dell'economia capitalistica e come conferma del principio calvinista che la predestinazione, alias il caso, decide già in questa vita della salvezza e della dannazione, della ricchezza, cioè del piacere e della potenza, e della povertà, cioè della privazione e del servaggio.

3. Non così oggi. Dalla crisi del 1866, l'accumulazione è seguitata con celerità sempre crescente, dimodoché in nessun paese industriale (meno che mai in Inghilterra) l'aumento della produzione tiene il passo dell'aumento dell'accumulazione, né l'accumulazione del singolo capitalista può essere totalmente impiegata nell'ampliare la sua azienda: l'industria cotoniera inglese già nel 1845; speculazioni in campo ferroviario. Ma, con tale accumulazione, è cresciuto pure il numero dei rentiers, delle persone che, sazie della continua tensione negli affari, desiderano solo svagarsi o occupare posti di riposo come direttori o membri del consiglio di amministrazione di società. E in terzo luogo, per facilitar l'investimento di questa massa fluttuante sotto forma di capitale denaro, furono create, ove non lo si era già fatto, nuove forme legali di società a responsabilità limitata, e furono pure più o meno ridotti gli obblighi sociali degli azionisti, la cui responsabilità era fin allora illimitata. (Società per azioni in Germania nel 1890; 40% della sottoscrizione!).

4. Dopo ciò, graduale trasformazione dell'industria in società azionarie. Tutti i rami, uno dopo l'altro, subirono tale destino. Prima il ferro, che esige ora investimenti enormi (ad iniziar dalle miniere, là dove non erano già per azioni). Poi l'industria chimica, idem. Industrie meccaniche. Sul continente, l'industria tessile; in Inghilterra, per ora, solo in alcune località del Lancashire (filatura di Oldham, tessitura di Burnley, etc; cooperative di sarti, ma quest'ultime solo come prima tappa per ricadere nelle mani dei masters alla prima crisi); fabbriche di birra (qualche anno fa, le birrerie americane vendute a capitalisti inglesi, poi le Guinness, Bass, Allsopp). Infine i trust, le imprese giganti a direzione unica (come l'United Alcali). La solita ditta privata si riduce a prima tappa per render l'impresa abbastanza grande per essere «fondata».

Idem per il commercio. Leafs, Parsons, Morleys, Morrison, Dillon, tutte fondate. Dicasi lo stesso, già ora, delle case di commercio al dettaglio, e non solo sotto la parvenza della cooperazione à la «stores» (tipo grandi magazzini).

Idem per le banche e altri istituti di credito, pure in Inghilterra. Una quantità infinita di nuove società, tutte per azioni, limited: a responsabilità limitata. Perfino vecchie banche come Glyns, etc, con sette azionisti privati si trasformano in limited.

5. Lo stesso in campo agricolo. Le banche enormemente ingrandite, specie in Germania, con ogni sorta di nomi burocratici, diventano sempre più creditrici ipotecarie; grazie alle loro azioni, l'effettiva proprietà del suolo è trasferita alla Borsa, e ciò ancora di più quando i poderi cadono in mano ai creditori. Qui agisce potentemente la rivoluzione agraria della coltura a praterie; di questo passo, si può prevedere il giorno in cui l'intero suolo d'Inghilterra e Francia sarà dominio della Borsa.

6. E poi, tutti gli investimenti esteri si fanno ora sotto forma di azioni. Parlando solo dell'Inghilterra: ferrovie americane; Nord e Sud (consultare i bollettini di borsa); Goldberger...

7. Infine la colonizzazione. Oggi, questa è solo una succursale della Borsa, nel cui interesse un paio d'anni fa le potenze europee si sono spartite l'Africa e i francesi hanno conquistato la Tunisia e il Tonchino. L'Africa, data in appalto diretto a compagnie (Niger, Sud-Africa, Africa tedesca del Sud-ovest, Africa orientale tedesca); e il Mozambico e il Natal, presi in possesso da Cecil Rhodes per conto della Borsa.


Note

*1. Lo stesso signore «noto per la sua fama» (come direbbe Heine) si è visto costretto, un po' tardi, a risponder alla mia prefazione al Libro III (precisamente allorché pubblicata in italiano nel primo numero 1895 de La rassegna). La risposta è ne La riforma sociale del 25 febbraio 1895. Dopo avermi sommerso d'adulazioni in lui inevitabili donde doppiamente odiose, ei dice di non aver manco pensato di volersi attribuir i meriti di Marx in tema di concezione materialistica della storia. Anzi in un articolo di rivista del 1885 li ha riconosciuti (superficialmente). Indi li neglige nel libro (dove sarebbe logico esporli) in cui Marx è nominato solo a p. 129 e solo circa la piccola proprietà contadina in Francia. Ma eccolo ora asserir tracotante che Marx non è l'autore di tale teoria; che se Aristotele non l'ha diffusa, Harrington l'ha proclamata già nel 1656; ed è stata sviluppata da una pletora di storici, politici, giuristi ed economisti prima di Marx. Tutto ciò si può leggere nell'ed. francese dello scritto di Loria. Insomma, un plagiario perfetto. E, dopo che gli ho impedito altre rodomontate plagiando Marx, egli pretende spudorato che pure Marx si adorni di penne altrui come sé stesso. Delle altre mie critiche, accetta quella al suo affermar che Marx non intendesse scrivere un Libro II nonché un III del Capitale: «Ora l'Engels risponde trionfalmente lanciandomi contro il secondo ed il terzo Libro [...]e sta bene; ed io sono così lieto di tali volumi, a cui debbo tante intellettuali delizie, che giammai vittoria mi fu così cara come oggi mi è cara questa sconfitta – se sconfitta è realmente. Ma lo è davvero? È proprio vero che Marx abbia scritto con l’intento di pubblicarla questa miscellanea di note scucite, che l'Engels ha con pietosa amicizia raccolte? È proprio ammissibile che il Marx [...]abbia affidato a queste pagine il coronamento della sua opera e del suo sistema? È proprio certo che il Marx avrebbe pubblicato quel capitolo sul saggio medio dei profitti, in cui la soluzione da tant’anni promessa si riduce alla più desolante mistificazione, al gioco di frasi più volgare? È lecito almeno dubitarne. [...]Ora ciò dimostra, mi sembra, che, dato alla luce il suo splendido libro, Marx non aveva in animo di dargli il suo successore, ο tutt’al più volle lasciare ai suoi eredi, e fuori della propria responsabilità, il compimento dell’opera gigantesca».

Così sta scritto, p. 267. Heine non poteva parlare con maggior disprezzo del suo pubblico tedesco di filistei che dicendo: l'autore finisce per abituarsi al suo pubblico, come se questo fosse un essere dotato di ragione. Quale idea allora l'illustre Loria deve farsi del suo pubblico italiano?

Infine una nuova pioggia di elogi che, ahimè, mi affogano. Ivi il nostro Sganarello si appaia a Balaam che viene a maledir mentre dalle sue labbra sgorgano suo malgrado «parole di benedizione e di amore». Il buon Balaam era noto per cavalcare un asino più giudizioso del suo padrone. Evidentemente stavolta ha lasciato il suo asino a casa. [Nota di Engels]

1. Verleger: il mercante che, anticipando all’artigiano la materia prima e ricevendone il prodotto finito per metterlo in circolazione e assicurarne lo smercio, si trasformava in imprenditore pur non cessando di svolgere la sua attività principale.


Appendice.

Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi in parole semplici

Guglielmo Carchedi (2001)


Testo pubblicato sul numero 2001-1 di PROTEO, rivista quadrimestrale a carattere scientifico di analisi delle dinamiche economico-produttive e di politiche del lavoro, curata dal Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali (CESTES-PROTEO) e dalla Federazione Nazionale delle Rappresentanze Sindacali di Base (RdB).

Trascritto da: Leonardo Maria Battisti, giugno 2018


È da quando uscì postumo il terzo volume del Capitale di Carlo Marx che economisti di varie scuole hanno scoperto e riscoperto una ‘contraddizione’ nell’economia marxista che ne invaliderebbe le fondamenta. Si tratta del cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi. Lo scopo di questa breve nota è duplice. Primo, fare uno schema dell’essenza del cosiddetto problema per i ‘non-addetti ai lavori’, vale a dire in termini comprensibili a tutti. Secondo, dimostrare che il problema, se c’è, è solo nelle menti confuse dei critici di Marx. Premetto che quanto segue è solo ciò che è strettamente necessario per capire il dibattito sulla trasformazione.

Che cos’è dunque la trasformazione? Nella teoria di Marx, il valore di una merce è dato dal valore dei mezzi di produzione, chiamati capitale costante, dal valore della forza lavoro, chiamato capitale variabile, e dal plusvalore creato dai lavoratori. Se V è il valore della merce, c quello del capitale costante, v quello del capitale variabile e s è plusvalore, il valore di una merce è V = c+v+s. Consideriamo adesso due settori rappresentati dalle merci che essi producono, e chiamiamoli V1 e V2. Ciascuno di essi ha bisogno del suo c e del suo v e produce il suo s.

In tal caso

V1 = c1+v1+s1

V2 = c2+v2+s2.

Diamo adesso dei valori a questa notazione astratta. Per esempio, se i valori del capitale investito sono espressi in percentuali (cosicché il totale del capitale costante più quello variabile è uguale a 100)

Settore 1: V1 = 80+20+20 = 120

Settore 2: V2 = 60+40+40 = 140

In questo schema, il settore 1 impiega capitale costante per un valore di 80 e capitale variabile per un valore di 20. Si presuppone che il plusvalore prodotto sia uguale al valore della forza lavoro (il capitale variabile). Questo implica un tasso di plusvalore (il rapporto tra plusvalore e capitale variabile) uguale a 20/20 = 100%. La stessa ipotesi è fatta per il plusvalore prodotto nel settore 2 in cui il valore del capitale costante è 60 e quello del capitale variabile è 40. Quindi il plusvalore prodotto è di 40.

Fino a qui abbiamo supposto che in ciascuno dei due settori vi sia solo un produttore. Supponiamo adesso che in ciascuno di questi settori vi siano più produttori (tutti i produttori nello stesso settore impiegano la stessa percentuale di c e v e in entrambi i settori il tasso di plusvalore è del 100%). Introduciamo la nozione di tasso di profitto. Quando un’impresa vende i suoi prodotti, ricava un certo plusvalore che, diviso per la somma del capitale investito (c+v), dà il tasso di profitto. Supponiamo che la domanda sia distribuita in modo tale che ciascun settore realizzi il plusvalore in esso prodotto. In tal caso il settore 1 ha un tasso di profitto uguale a 20/100 = 20% e il settore 2 di 40/100=40%. Ora, se le imprese nel settore 1 ricavano un tasso di profitto inferiore a quelle nel settore 2, vi sarà una tendenza a disinvestire nel primo settore e a investire nel secondo. La produzione e quindi l’offerta nel settore 1 diminuisce e quella nel settore 2 aumenta. Se la distribuzione della domanda (cioè del potere d’acquisto) tra i due settori è invariata, i prezzi aumentano nel settore 1 e cadono nel settore 2. Lo stesso vale per i tassi di profitto: il tasso nel settore 1 cresce al di sopra del 20% e quello nel settore 2 cade al di sotto del 40%. Cioè vi è una tendenziale perequazione dei tassi di profitto verso (20+40)/(80+20+60+40)= 60/200 = 30%.2

Tuttavia, una distribuzione della domanda tale che ciascun settore realizzi esattamente il plusvalore in esso prodotto è puramente accidentale. In realtà, la distribuzione della domanda e quindi i prezzi dei due settori saranno diversi da quelli appena ipotizzati. Come prima ipotesi di lavoro supponiamo che essi siano tali che i due settori realizzano il tasso medio di profitto del 30% (conseguentemente, non vi è movimento di capitali). In tal caso, ciascun'impresa del settore 1 venderà i suoi prodotti per 130 e lo stesso vale per le imprese del settore 2. Ossia, i lavoratori di ciascun'impresa nel settore 1 producono un plusvalore di 20 ma quell’impresa ricava un plusvalore uguale a 30 mentre i lavoratori di ciascun’impresa nel settore 2 producono un plusvalore di 40 ma tale impresa ricava un plusvalore di 30. Vendendo a tali prezzi, ciascun’impresa nel settore 1 si appropria di un plusvalore aggiuntivo di 10 e ciascun’impresa del settore 2 perde un plusvalore di 10. La trasformazione dei valori in prezzi è tutta qui: è una redistribuzione del plusvalore totale prodotto tale che i settori a basso tasso di profitto vendono ad un prezzo che assicura il tasso medio di profitto (30%) e i settori ad alto tasso di profitto vendono ad un prezzo che riduce il loro tasso alla media. Si noti che la media è solo un esempio. Ogni altro valore entro 120 e 140 andrebbe ugualmente bene. Il vantaggio di ipotizzare la media è che ci permette di astrarre dai movimenti di capitale e quindi di focalizzare la nostra attenzione sull’appropriazione di valore attraverso il sistema dei prezzi. La trasformazione quindi non è nient’altro che la teoria della formazione dei prezzi in Marx che a sua volta non è nient’altro che la differenza tra valore prodotto e appropriato. Niente di trascendentale.

Tra parentesi, l’appropriazione di valore dovuta ad una struttura di domanda ed offerta tale che ciascun settore realizza o di più o di meno del plusvalore prodotto (l’ipotesi di cui sopra) è chiamata ‘scambio diseguale’ (una nozione da non confondersi con quella di Emmanuel). Questa nozione è importante non tanto perché spiega l’appropriazione di valore nelle condizioni sopra ipotizzate quanto perché (1) ci permette di focalizzare l’attenzione sull’essenza della trasformazione dei valori nei prezzi e perché (2) tale spiegazione è il punto iniziale che ci permette di rivelare l’appropriazione di valore in seguito alle innovazioni tecnologiche e a prezzi costanti nei settori innovativi (la causa ultima delle crisi economiche). Ma quest’argomento non può essere trattato qui. Ritorniamo alla trasformazione.

Introduciamo ora la dimensione temporale. A ciascuna produzione segue la distribuzione (vendita) e il consumo dei beni prodotti. La economia è quindi un susseguirsi di periodi che iniziano con l’acquisto dei beni necessari (gli inputs), che prosegue con la loro trasformazione (produzione), e che finisce con la vendita e consumo del prodotto (output). Chiamiamo t1 il momento iniziale (acquisto degli inputs) del primo periodo e t2 quello finale (vendita e consumo degli outputs). Al momento t1 le imprese del settore 1 comprano mezzi di produzione per 80 e forza lavoro per 20. A t2 vendono un prodotto per 130. In maniera simile, a t1 le imprese del settore 2 comprano mezzi di produzione per 60 e forza lavoro per 40 e a t2 ricavano 130. A t2, i capitalisti del settore 1 consumano 30 e accantonano 100 per ricominciare un nuovo periodo. Lo stesso vale per i capitalisti del settore 2. Il nuovo ciclo incomincia a t2 (se si suppone, per semplificare le cose, che la data della fine del primo ciclo coincide con quella dell’inizio del secondo ciclo) e finisce a t3. E cioè a t2 ciascun’impresa compra gli inputs per un totale di 100 e a t3 vende gli outputs per 130. E così via. Questo è il cosiddetto schema di riproduzione semplice (in cui il plusvalore è completamente consumato dai capitalisti invece di essere parzialmente reinvestito in addizionale c+v, come nella riproduzione allargata).

Questo schema dell’attività economica è estremamente semplificato ma contiene in nuce tutti gli elementi per essere esteso a situazioni sempre più complesse. Le sue potenzialità per capire il capitalismo dal punto di vista del proletariato sono immense, ed è proprio per questo che è stato attaccato e continua ad essere attaccato dalla ‘scienza’ economica la cui matrice ideologica è esattamente l’opposta di quella di Marx. Vediamo in che consiste tale critica. Consideriamo l’esempio di cui sopra

Settore 1:

valore prodotto=80+20+20=120 Valore realizzato=130

Settore 2:

valore prodotto=60+40+40=140 Valore realizzato=130

Supponiamo ora che i due settori rappresentino l’economia di un paese (l’introduzione di più settori renderebbe tale esempio più realistico ma due settori sono sufficienti per capire la questione). La critica verte sui seguenti tre punti. Primo, c’è la domanda su cui molti si sono spremuti le meningi: che cos’è il valore e come si misura? La risposta per Marx è molto semplice. Il valore è lavoro umano eseguito entro relazioni economiche capitalistiche, cioè eseguito da coloro che non sono i proprietari dei mezzi di produzione per i proprietari di tali mezzi. Molto dovrebbe essere aggiunto, ma questa è l’essenza. Quindi il valore ha sia un aspetto naturalistico (e in questo senso il lavoro è la sostanza del valore) sia un aspetto socialmente determinato. Bene, dicono i critici, ma per Marx il lavoro semplice conta meno di quello complesso e il lavoro più intenso conta più di quello meno intenso.

Questa tesi è stata criticata, come al solito, semplicemente perché non è stata capita. Consideriamo prima il valore prodotto dal lavoro semplice e da quello complesso. La forza lavoro del lavoratore non-qualificato, (per esempio, lo spazzino) richiede meno tempo per essere prodotta, per esempio un più basso livello di scolarità, di quella del lavoratore qualificato (per esempio, l’ingegnere). Se alla società creare un ingegnere costa un multiplo del tempo necessario per creare uno spazzino, ogni volta che un ingegnere è creato è come se venissero creati diversi spazzini (diversi spazzini non potrebbero fare il lavoro dell’ingegnere ma ciò è irrilevante, dato che è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo che conta in questo contesto). Quindi, ogni volta che un ingegnere lavora per un’ora è come se lavorassero diversi spazzini per un’ora. È per questo che il lavoro della forza lavoro qualificata (lavoro complesso) conta come un multiplo del lavoro della forza lavoro non-qualificata (lavoro semplice). Per quanto riguarda l’intensità del lavoro, uno spazzino (e lo stesso vale per l’ingegnere) che lavora ad una intensità doppia di quella di un altro produce un valore uguale a quello di due spazzini più ‘pigri’. Infatti, ci vorrebbero due di questi ultimi per produrre quello che produce lo spazzino più alacre. Questo è la tesi di Marx.

Pur ammettendo che tale tesi sia giusta, dicono i critici, siccome noi non possiamo osservare tipi diversi di lavoro, il concetto di valore non può essere empirico e diventa metafisico. Questa è una sciocchezza bella e buona. Che i diversi tipi di lavoro non siano osservabili è solo ed unicamente una conseguenza di un sistema di rilevazioni statistiche che (non a caso) non si presta a tale tipo di osservazioni. Date le risorse ad un gruppo di ricercatori e loro vi produrranno un sistema di rilevazione del lavoro adatto a misurare il valore prodotto da ciascun lavoratore (si veda il volume curato da A.Freeman e G.Carchedi, Marx and Non-Equilibrium Economics, Edward Elgar, 1996, capitolo 7).

La seconda critica è chiamata pomposamente la ‘regressione ad infinitum’, un nome tale da incutere timore. E cioè, dicono i critici (tra cui penne illustri, come Joan Robinson), per calcolare il valore del prodotto di un certo periodo, bisogna sapere il valore degli inputs, per esempio dei suoi mezzi di produzione. Ma questi sono stati a loro volta outputs del periodo precedente. Quindi per calcolare il loro valore dobbiamo fare un ulteriore passo indietro nel tempo, e così via presumibilmente fino alle origini della vita. Questa è una sciocchezza ancora maggiore. Come ho argomentato più volte, questo criterio renderebbe impossibile qualsiasi tipo di scienza e di conoscenza (compresa la storia). Ogni tipo di scienza deve prendere un certo punto di partenza come dato. Per esempio, per capire le origini del capitalismo devo prendere il feudalesimo come un dato punto di partenza. Se, per capire il capitalismo, penso che sia necessario indagare anche sulle origini del feudalesimo, allora devo prendere l’epoca precedente come data. Ma alla fine dovrò fermarmi e prendere un certo punto come dato. Similmente, uno psichiatra che indaghi sui problemi del suo paziente può pensare che sia necessario esaminare la psiche dei suoi genitori. Eventualmente potrebbe fare un passo indietro nell’albero genealogico del paziente ma alla fine si dovrà fermare. Per tornare a noi, per calcolare il valore di un prodotto devo prendere quello dei suoi inputs come dati. Anche se volessi fare ulteriori passi indietro, ad un certo punto dovrò pure prendere gli inputs di un certo periodo come dati. È incredibile ma vero: è con questo tipo di balbettio metodologico che un gigante come Marx viene attaccato.

La terza ed ultima critica richiede un certo impegno per essere seguita. Supponiamo che il settore 1 produca beni di investimento (macchine, ecc.) e che il settore 2 produca beni di consumo (vestiti, cibo, ecc.) . Questo è il modello più semplice di un’economia. Consideriamo il settore 1. Esso vende i mezzi di produzione da esso prodotti per un valore di 130, sia al suo interno che al settore 2. Ora, dicono i critici con l’aria di chi ha avuto une grande pensata, anche un bambino sa che lo stesso prodotto è comprato dal compratore per un certo prezzo e venduto dal venditore allo stesso prezzo. Nell’esempio precedente, 130 è il valore a cui sono venduti i mezzi di produzione ad entrambi i settori ed ovviamente dovrebbe essere il valore pagato dai compratori. Però i mezzi di produzione sono comprati dai capitalisti nel settore 1 per un valore di 80 e nel settore 2 per un valore di 60. Il totale è 140. Voilà, ecco la prova definitiva dell’incoerenza del pensiero di Marx. I capitalisti comprano i mezzi di produzione per 140 ma li vendono per 130. Il prezzo ricevuto dal venditore non è lo stesso del prezzo pagato dal compratore. È questa l’essenza della critica della circolarità, la critica maggiormente diffusa ed accettata della teoria marxista della trasformazione dei valori in prezzi. Fu originariamente proposta da Böhm-Bawerk, ripetuta, con una ‘soluzione’ che accettava la validità della critica, da von Bortkiewicz, e, ahimè, accettata e diffusa nei circoli marxisti dall’influente economista marxista Paul Sweezy nel secondo dopoguerra. Dopo di loro, intere biblioteche sono state scritte su questo ‘problema’ come se il problema esistesse veramente e numerose soluzioni sono state trovate ad un problema che non esiste. Ma le cose stanno diversamente e per ben due motivi.

Primo, la discrepanza (tra 130 e 140) è dovuta al fatto che negli esempi di cui sopra (e per estensione in tutte le discussioni sulla trasformazione) il capitale costante e quello variabile sono espressi in percentuali piuttosto che nei loro valori assoluti (vedi sopra). Questi valori percentuali sono stati implicitamente considerati dai critici come valori assoluti e quindi sono stati fatti contare come una unità di capitale investito per settore. Ma se si ipotizzano diverse unità di capitale investito nei vari settori, il problema sparisce. Vediamo perché.

Consideriamo il periodo t1-t2. Se entrambi i settori hanno comprato mezzi di produzione a t1 per 60+80=140 è ovviamente perché tali mezzi di produzione erano allora disponibili a quei prezzi (indagare sulla formazione di questi prezzi significherebbe accettare la validità della regressione ad infinitum). Se, durante il periodo t1-t2, il settore 1 produce mezzi di produzione che vende a t2 solo per 130 vuol dire (1) o che la produzione è calata (e con essa è anche calato il potere d’acquisto, la domanda, per tale offerta) cosicché a t2 (come inizio del periodo t2-t3) i mezzi di produzione che possono essere comprati avranno un prezzo di 130 (2) o che nel settore 1 operavano più di una unità di capitale e quindi la quantità di capitale investito e i mezzi di produzione prodotti sono tali per cui il prezzo totale dei mezzi di produzione è 140. Ciò non può essere visto perché l’esempio considera implicitamente solo una unità di capitale investito invece di mostrare il capitale effettivamente investito, cioè l’esempio mostra le percentuali invece dei valori assoluti. La critica non comprende l’ipotesi su cui si basa la teoria marxista della trasformazione.

Per di più, anche se si considerano valori percentuali, cioè solo una unità di valore investito per settore, per ciascun esempio in cui c’è una ‘discrepanza’ come sopra, un altro esempio può essere fatto in cui tale ‘discrepanza’ non esiste. Nell’esempio di cui sopra basta ipotizzare che il settore 1 investe 73.3c e 26.7v per ottenere i seguenti risultati

Settore 1

73.3c+26.7v+26.7s = 126.7

Settore 2

60.0c+40.0v+40.0s = 140.0

133.3c+66.7v+66.7s = 266.7

Dopo la perequazione del tasso di profitto (66.7/200=0.33), ciascun settore realizza un valore pari a 133.3. Quindi il settore 1 vende i mezzi di produzione a 133.3 e entrambi i settori li comprano a 73.3+60.0=133.3

Secondo, abbiamo visto che non vi è ‘discrepanza’ tra i valori dei mezzi di produzione comprati e venduti. Vediamo ora perché i critici hanno potuto pensare che vi fosse tale discrepanza, cioè perché il metodo di Marx sia presumibilmente affetto da circolarità. La ragione è che la critica si basa su un madornale errore logico. Consideriamo il primo periodo, t1-t2. A t1 le imprese di entrambi i settori comprano mezzi di produzione per 80+60=140. Con tali mezzi di produzione nuovi mezzi di produzione vengono prodotti dalle imprese del settore 1 che li vendono (sia all’interno del loro stesso settore che al loro esterno, al settore 2) per 130. Cioè, indipendentemente dai valori a cui sono comprati e venduti, i mezzi di produzione comprati a t1 (che servono per il periodo t1-t2) non sono gli stessi di quelli venduti a t2 (che servono per il periodo t2-t3). Tuttavia, la supposta circolarità nel metodo di Marx si basa sull’assurda ipotesi che i mezzi di produzione comprati a t1 sono gli stessi di quelli venduti a t2. Ciò è evidente se si considera l’affermazione su cui si basa la critica della circolarità secondo cui nel metodo marxiano gli stessi mezzi di produzione sono venduti ad un prezzo e comprati ad un altro prezzo (vedi sopra).

In altre parole, la critica sarebbe valida se i mezzi di produzione prodotti dal settore 1 nel periodo t1-t2 (quindi venduti da tale settore per 130 al momento t2) fossero comprati da entrambi i settori non al momento t2 ma al momento t1 (quindi per 140). In questo caso essi sarebbero contemporaneamente venduti per 130 ma comprati per 1403. Ma questo significa sovrapporre i due momenti t1 e t2, significa cioè abolire il tempo. Questa è la contro-critica che rivela la vacuità del cosiddetto problema della circolarità nella trasformazione dei valori in prezzi. Tale contro-critica, da quando è stata formulata negli anni 80 (si veda G. Carchedi, The Logic of Prices and Values, Economy and Society, Vol.13, No.4, 1984 e G. Carchedi, Frontiers of Political Economy, Verso, London, 1991, ch. 3) ad oggi non è mai stata ribattuta. Si continua a parlare del ‘problema’ della trasformazione e a trovare delle ‘soluzioni’ la cui assurdità metodologica è direttamente proporzionale al poderoso arsenale matematico impiegato.

Concludendo, ridotta alla sua essenza, la questione è semplice. In una concezione in cui il tempo non esiste, la teoria di Marx è incoerente. Ma in una teoria in cui il tempo esiste è la critica a Marx che è incoerente. Ciascuno faccia la sua scelta.


2. N.d.R.: ovviamente il ragionamento è valido qualsiasi siano i valori scelti.

3. N.d.R.: come già annotato in precedenza, la critica al simultaneismo non dipende dall’esempio, numerico scelto ma è valida qualsiasi siano i valori di riferimento adottati.



Ultima modifica 25.06.2018